Lo sport a fumetti o meglio, il fumetto sportivo quale nuova frontiera della letteratura? Non proprio. Sport e fumetto hanno diversi punti in comune che affondano le radici della storia moderna. In primis le origini: nel 1895 lo statunitense Richard Felton Outcault crea delle tavole umoristiche nelle quali, da subito, spicca la figura di Yellow Kid il ragazzino scalzo con le orecchie a sventola noto come il capostipite del nuovo mondo dei balloon.

L’anno successivo, precisamente il 6 aprile 1896, si svolgono ad Atene le prime Olimpiadi dell’era moderna grazie al barone Pierre De Coubertin. Un altro aspetto comune viene sottolineato da Enzo Linari, ideatore e curatore de “I fumetti e lo sport”, all’interno dell’omonima Collana Toscani Beni Culturali: “Viene osservato inoltre, che sia lo sport che il fumetto, hanno varcato i limiti previsti dal loro nome di battesimo. Lo sport non può e non deve essere inteso soltanto sulla base della su etimologia immediata (del francese desporter, svagarsi) che si limita a sottolineare il momento ludico dell’attività sportiva e trascura completamente quei valori formativi, sotto il profilo fisico e spirituale che esso ha assunto. E nessuno oggi può pensare di ridurre a semplici ‘cose divertenti’, ‘comicità’ o peggio ‘fumo di bocca fuggito’ il significato di un linguaggio tra i più complessi delle arti visive”.

“Ultimo ma non ultimo – sottolinea ancora Linari – lo sport è il fumetto hanno già avuto modo di incontrarsi molte volte grazie alla sensibilità di vari autori del mondo fumettistico, capaci di far rivivere in modo originale con la propria arte lo spirito sportivo e le gesta degli atleti”.

Diversi autori, tante discipline che sono state trasportate nel magico mondo del fumetto: dal pugilato alla lotta; dalla ginnastica alla scherma (qui entriamo nel mondo dello sport femminile con “La leggenda di Hikari” dell’autrice Aso Izumi e “Gea” di Luca Enoch); dal pattinaggio al nuoto; dalla pallavolo alla pallacanestro. Focalizzando l’attenzione su quest’ultima disciplina, il suo cantore a fumetti è il giapponese Takehiko Inoue il quale, da ex cestista e appassionato, ha realizzato una celebre serie come “Slam Dunk” ritenuta pietra miliare degli spokon manga, i fumetti sportivi a tutti gli effetti.

Passando dal Sol Levante al Bel Paese, un fumetto dedicato al mondo della pallacanestro tutta italiana è “Basket case” scritto da Manuel Piubello, disegnato da Davide “Dado” Caporali e colorato da Alberto “Albo” Turturici con la partecipazione del cestista Andrea Pecile edito dalla Shockdom. Proprio con lo sceneggiatore Manuel Piubello abbiamo parlato di sport, basket e fumetto.

Come nasce “Basket case”?

“Basket Case nasce dall’incontro quasi casuale tra Andrea Pecile, cestista del Trieste e Lucio Staiano direttore della casa editrice Shockdom. Da questo incontro nasce l’idea di sviluppare una storia ambientata nel mondo del basket ma che affronti allo stesso tempo i problemi e le difficoltà di tutti i giorni visti dagli occhi dei ragazzi in età adolescenziale. Qui il basket è allo stesso tempo il punto in comune e la soluzione di questi ragazzi e dei loro problemi. Il Basket Case che trovate in edicola è frutto di un incontro di menti e opinioni: la mia che ha dato nome al progetto e corpo ai personaggi oltre alle vicende che si trovano ad affrontare e quelle di Lucio, Andrea e Chiara Zulian, responsabile e supervisore editoriale di Shockdom”.

Perché avete scelto come sport proprio il basket?

“Il fatto che Andrea sia un giocatore (e che giocatore!) di basket dice praticamente tutto! E’ uno sport completo e fresco, lontano anni luce a mio parere dalle atmosfere ormai ‘statiche’ del calcio. Al pari del rugby o del football americano, è uno sport dove tecnica e forza del singolo non è nulla se non è supportato dai compagni di squadra. Ognuno ha un suo spazio, un suo ruolo e come degli ingranaggi di una macchina, funzionano perfettamente tra loro”.

In generale, il fumetto sportivo che messaggio punta a veicolare?

“Il fumetto sportivo ha il difficile compito di mostrare una realtà dove nessuno si deve sentire escluso, tutti hanno un loro spazio e una importanza che nel caso di una squadra è fondamentale per il successo. Quello che però il fumetto sportivo NON mostra, perlomeno per ora, è una situazione reale dove i protagonisti ne escono sconfitti. La delusione e la demotivazione fanno parte della vita e non bisogna vergognarsi di questo, tanto più se serve a migliorarsi.

Ho detto difficile all’inizio per un semplice motivo: nella realtà qualche volta le persone (soprattutto i più giovani) che praticano uno sport si sentono fuori posto in confronto a persone che le circondano e che hanno una capacità “atletica” molto diversa dalla loro. E’ un approccio sbagliato ma tristemente comune, soprattutto a chi è più timido e introverso di altri. Qui il fumetto sportivo dev’essere ancora più forte a esprimere il concetto che non importa quanto tu sia bravo e dove sono i tuoi limiti, puoi brillare anche tu!”.

Quali difficoltà hai incontrato nel scrivere la storia di Basket case?

“E’ la mia prima sceneggiatura, di più è il primo fumetto che ho scritto e sceneggiato. La difficoltà maggiore è stata la mia esperienza in questo senso. Lucio e Andrea hanno avuto una grande fiducia in me nel darmi questa responsabilità e devo ringraziare Chiara Zulian per il costante supporto (e le bacchettate). Davide ‘Dado’ Caporali e Alberto ‘Albo’ Turturici rispettivamente disegnatore e colorista di Basket Case hanno messo a concreto tutta la mia sceneggiatura inserendoci anche del loro come è giusto che sia data la loro esperienza in questo settore. La squadra ha in questo modo ha compensato chi aveva la minor esperienza sul campo (io)”.

Molto spesso il riferimento principale è l’atleta-uomo, pochi sono i casi di fumetti sportivi al femminile, perché?

“Se andiamo sul fumetto italiano posso ancora vedere questo divario (anche se Basket Case non mancherà di omaggiare le donne del basket), se invece guardiamo i ‘kami’ del fumetto ossia la cultura giapponese con i suoi manga il divario è molto diverso. Basti pensare a Mila & Shiro, Jenny la tennista, Mimì e la nazionale di pallavolo e potrei andare avanti ancora. Il riferimento atleta-maschio non è il solo che dobbiamo sdoganare tutti noi con impegno, basti pensare al soldato-maschio o al direttore-maschio, il sessismo è tutt’altro che scomparso, almeno nelle prime impressioni e nei riferimenti e non mancherei nemmeno di citare l’opposto cioè infermiera-femmina. Ci sono molti grandi atleti donne e molti grandi manager donna e molti bravi infermieri uomini”.

Hai altri progetti simili nel cassetto dei desideri?

“Simili no direi. Basket Case prevede di essere uno di quei progetti a cui potrei abituarmi e spero che anche i lettori lo pensino. Il basket mi ha entusiasmato in passato e lo fa anche nel presente, spero lo farà anche nel futuro. Altri progetti però non mancano, mi ritengo uno sceneggiatore più o meno completo come generi e non mancheranno proposte ed esperimenti con altri generi, se qualcuno sarà interessato a pubblicarli (e a disegnarli)”.

FOTO: www.basketcity.net

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