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Barriere stadio Olimpico, perché l’Osservatorio dice inesattezze?

Simone Meloni

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“Chi siete? Cosa fate? Cosa portate? Un fiorino!”. Non ci resta che piangere calzerebbe a pennello per descrivere in poche battute l’elefantiaca, e a tratti tragicomica, situazione che avvolge la gestione dell’ordine pubblico allo stadio Olimpico di Roma. E sì che nelle ultime settimane qualcosa sembrava muoversi; dopo le dichiarazioni di giocatori attuali e del passato in casa giallorossa, che auspicavano un ritorno alla normalità nelle curve della Capitale, anche il presidente del Coni, e quindi gestore dell’Olimpico, Giovanni Malagò, lo scorso mercoledì si è espresso con fermezza: “È un dato di fatto che, al di là dei pochi spettatori presenti allo stadio Olimpico, non solo non c’è stato un incidente ma neppure un mezzo problema, sia dentro che fuori all’impianto. Nella vita quando tu dimostri di essere serio, capace e per bene, meriti anche di avere fiducia”, aggiungendo come la questione sia “in fase di risoluzione”.

Dichiarazioni in totale contrasto con l’intervista alla presidentessa dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, Daniela Stradiotto, pubblicata nella stessa giornata all’interno della rubrica Spy Calcio di Repubblica. La numero uno dell’organo ministeriale (che teoricamente avrebbe soltanto un potere consultivo, mentre in pratica dispone, ormai da quasi un decennio, divieti e limitazioni su base geografica e meramente burocratica, vedasi interdizioni per innocui strumenti di tifo come tamburi e megafoni) ha inizialmente sottolineato come “non esista alcuna vessazione nei confronti dei tifosi di Roma e Lazio”, continuando con il leitmotiv degli ultimi mesi (imbracciato a più riprese dall’ex Prefetto Gabrielli e dal Questore D’Angelo): “Si sta compiendo un percorso di legalità, quando verrà terminato e le tifoserie dimostreranno maturità le barriere verranno abbassate”. Verrebbe da chiedere se durante questo percorso ci si è accorti che l’unico obiettivo centrato è lo svuotamento dello stadio e un malcontento generale che accomuna in maniera trasversale società, tifosi e buona parte del carrozzone calcistico? Non si capisce come si faccia a negare la persecuzione del tifo organizzato romano. Forse alla Dott.ssa Stradiotto sfuggono innumerevoli ed eloquenti episodi: le interminabili e pericolosissime code di Roma-Real Madrid, le multe per striscioni raffiguranti icone della cultura popolare come Sordi e Proietti, le multe per il cambio posto. Oltre che le palesi provocazioni di Roma-Siviglia e Roma-Juventus, le minacce di Daspo ai tifosi che rimasero fuori dallo stadio per Roma-Sassuolo tifando pacificamente e molteplici episodi di questo genere. Ma soprattutto: se una parte di tifosi romanisti è rientrata, se buona parte della Nord laziale è tornata al proprio posto, se i settori popolari si sono a più riprese riempiti, senza che nulla sia mai accaduto sotto il profilo dell’ordine pubblico e se chi boicotta l’Olimpico riempie solitamente i settori ospiti non arrecando danni e problemi perché le barriere non vengono tolte ma continua a esser ripetuta la formula scolastica “se fate i bravi vi togliamo i divisori” senza una conseguenza pratica?

Perché viene utilizzato un sistema punitivo di massa, anziché quello, teoricamente contemplato da ogni democrazia, del “chi sbaglia paga”? Si reprime ciecamente per eliminare ogni forma di dissenso, incentrando la propria attenzione sul risvolto sociale e aggregativo della curva e non certo su fumogeni e scavalchi. Che tuttavia vengono ancora utilizzati come giustificazione, nonostante la favola dei 3/4.000 “saltatori seriali” a partita sia stata più volte smontata. “Il caso dell’Olimpico è particolare: in curva c’erano oltre 11 mila persone compatte e tutto si faceva tranne incitare la propria squadra: spaccio, droga e attività illecite. Quindi l’autorità di pubblica sicurezza ha dovuto prendere dei provvedimenti, perché non è possibile occupare la scala di sicurezza“. Oltre a non capire il collegamento tra l’occupazione delle scale di sicurezza e l’eventuale svolgimento di attività illecite, viene da chiedersi come sia possibile che tali attività avvenissero in un posto iper sorvegliato da telecamere e agenti di polizia. Sarebbe interessante, da parte degli organi preposti, avere un documento che enumeri gli arresti o le denunce per succitati reati, contestualmente alle partite di Roma e Lazio. Perché gettare questi concetti nel vuoto, può dare l’idea di voler per forza ingrossare lo stereotipo del tifoso curvaiolo, per giustificare delle operazioni il cui insuccesso è sotto gli occhi di tutti. Se c’erano “11.000 persone compatte” a foraggiare queste attività, stiamo parlando di una vera e propria associazione a delinquere. Veramente avveniva questo nelle curve della Capitale? E veramente per anni le istituzioni lo hanno permesso? Il problema è che la Dott.ssa Stradiotto, e come lei i tanti che hanno appesantito leggi repressive e restringenti in fattore di manifestazioni sportive, non è un’appassionata di calcio (per sua ammissione in un’intervista che coincise con il suo insediamento all’ONMS) e di conseguenza difficilmente avrà messo piede in uno stadio. Un po’ come far riparare una tubatura a un fornaio.

Gli spettatori – continua nell’intervista –  debbono adeguarsi e capire che bisogna sedersi ai propri posti così come si fa al teatro o al cinema. Solo il prefetto e il questore conoscono la realtà del posto sotto l’aspetto della sicurezza”. E perché mai lo stadio dovrebbe essere come un teatro o un cinema? Mentre in tutta Europa si cerca di adibire settori dove i supporter possano tifare con strumenti da noi vietati da anni, in Italia si vuole trasformare uno sport popolare in uno show business regolato da paletti burocratici. La maggior parte dei tifosi pagano il biglietto proprio per far parte di questo spettacolo fatto di cori, colori e un po’ di sana confusione (ciò non vuol dire che gli eccessi non debbano essere puniti, ovvio che la violenza vada sempre e comunque arginata e stigmatizzata. Sebbene negli ultimi anni incidenti ed escandescenze abbiano subito un drastico calo). Questa frase è molto più chiara di quanto sembri: l’obiettivo è disarticolare e sciogliere qualsiasi forma di tifo folkloristico. Quando questo può assolutamente convivere con il rispetto delle regole e senza barriere. Cosa peraltro teorizzata dall’Osservatorio stesso nella sua “famosa” task force, erroneamente invocata da Gabrielli e D’Angelo per giustificare l’apposizione dei divisori, “e in un progetto dal nome eloquente: “Stadi senza barriere”

Il modello – ha concluso la Stradiotto – è quello dello Juventus Stadium. Tuttavia in Italia c’è una pluralità di standard negli stadi e spetta a Comuni e società adeguarsi“. La pluralità di standard, in soldoni, altro non è che la libertà di tifare in piedi, con bandiere, striscioni, cori e colori che hanno reso il calcio italiano celebre in tutto il mondo. Questa pluralità ha un altro nome: normalità. E non è un caso se soltanto a Roma se ne avverte la mancanza. Anche lo Juventus Stadium, citato dalla presidentessa come modello, fa parte di questa normalità. Basta vedere una qualsiasi partita dei bianconeri per notare come, giustamente, la curva si produca nel classico tifo all’italiana che a Roma viene concepito alla stregua del peggior crimine contro l’umanità. Si vuole portare il modello Juventus Stadium nella Capitale? Ne sarebbero tutti ben contenti, vorrebbe dire poter tornare a fare i tifosi senza esser chiamati “delinquenti”. Perché per la delinquenza ci sono leggi apposite da applicare. Senza bisogno di retorica e di forzare dati non veritieri affinché diventino reali.

Per ora ci si limita a carpire il clima che attanaglia la città in tal senso. E per farlo basta chiudere con l’episodio avvenuto a un tifoso del Trastevere Calcio (Serie D) qualche settimana fa, durante la partita contro l’Agropoli: il ragazzo, che peraltro lavora presso una parrocchia di zona, è stato fatto oggetto di sanzione pecuniaria (da 1000 a 5000 Euro) e denuncia per “vilipendio a un corpo dello Stato” dopo aver intonato il coro “Redaelli pezzo di m…”. Tale Redaelli, nella fattispecie portiere della compagine trasteverina e amico del tifoso, è passato alle orecchie dei funzionari presenti come “Gabrielli”, facendo scattare il provvedimento. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, pensando a un Paese che, dalla politica ad alcuni esimi personaggi istituzionali, di vilipendio ci vive quotidianamente. Ma, a quanto sembra: “Non esiste nessuna vessazione nei confronti dei tifosi romani”.

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  1. Matteo

    ottobre 29, 2016 at 1:27 am

    Ormai da più di un anno abbiamo aderito a questa pacifica protesta dei gruppi organizzati e, pur essendo abbonati per tutto il campionato, seguiremo la Roma solo in trasferta. Abbiamo aderito, come la stragrande maggioranza della curva, pur non essendo Ultras ne appartenendo a nessun gruppo organizzato in quanto è chiaramente in atto una politica persecutoria che ha il fine di distruggere il tifo organizzato. Si è partiti adducendo motivazioni assurde come la sicurezza (non ricordo a memoria un incidente degno di questo nome all’interno della curva), lo spaccio di stupefacenti (ridicolo… mai visto nulla del genere) e la prostituzione (ma siamo matti?) per varare una serie di misure al limite della legalità. Siamo d’accordo con le misure atte a facilitare il riconoscimento in caso di disordini ma non è questo il punto, il punto è che si vuole sostituire i tifosi appassionati con i “turisti della curva”, si vuole rendere lo stadio un teatro. Chi va in curva ci va per l’atmosfera che si crea ci va per la passione che sprigiona, se diventa un salotto come vogliono che diventi, preferisco vedermela sulla mia di poltrona. Vorrei precisare una cosa… questa non è una protesta degli Ultras, come conviene far passare, ma è una protesta di ragazzi che al 99% non fanno parte di nessun gruppo, ragazzi che tra mille sacrifici rinunciano, pur avendo pagato, alla loro gioia più grande.
    All’inizio di Settembre il Capo dell’Osservatorio ha dichiarato che gli antibiotici ti portano un po’ giù prima di farti guarire.. queste parole mi fanno male.. siamo davvero noi il male di questo sport?
    Grazie per il suo articolo.. qualcuno ogni tanto ha ancora il coraggio di dire la verità.

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Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

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Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

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Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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