Barcellona-Real Madrid. Más Que Fútbol. Più che calcio. “El clasico” va oltre la rivalità sportiva. Madrid e Barcellona sono divise dalla storia, nel senso pieno del termine: ben 1100 anni da separate in casa.

Lo strappo ha radici profonde e si consuma nel IX secolo: tre contee (Girona, Leida e Terragona) si slegano dalla “morsa” Aragonese-Castigliana, accorpandosi intorno Barcellona, in una porzione di territorio situata fra i Pirenei e il Mediterraneo. Nasce la Cataluña, lontana geograficamente, politicamente e linguisticamente da Madrid. Seicento anni dopo nasce il Regno di Spagna. La formazione di uno stato unitario acuisce il dissapore. I catalano si dissociano politicamente dal concetto di nazionalismo e imperialismo spagnolo. É il punto di non ritorno. Il percorso della storia incanala Madrid e Barcellona su universi paralleli destinati a non incrociarsi. Anche perché, quando succede, il “big bang” è dietro l’angolo. Succede nel XIX secolo, età di rivoluzioni ed indipendentismo. Barcellona assorbe il concetto di “reinaxensa” e lo applica, nei decenni a seguire, alla geopolitica. Gli intellettuali locali smuovono le coscienze. Obiettivo: riscattare la letteratura catalana, oscurata dal predominio culturale di una lingua statale, ma non autoctona. Il “nemico” è individuato nel Castigliano. Protesta o pretesto? Madrid opta per la seconda soluzione. Dietro il “purismo linguistico” intravede una potenziale guerra civile. Perciò, taglia corto: nel 1931, concede il bilinguismo territoriale a Barcellona, capitale culturale della Cataluña.

La guerra civile del 1936-39 rimescola le carte: l’ascesa al potere di Francisco Franco cancella l’autonomia della regione. Il “caudillo” dichiara illegale il catalano. Nel 1978, dopo la morte del dittatore, la Cataluña vota a favore della neonata Costituzione che pone la condizione della indivisibilità della Spagna, ma riconosce autonomie alle regioni. La Cataluña torna ad essere comunità autonoma.

Il ripristino dello status quo prima di Franco non risana rancori e sentimenti antimonarchici: Barcellona ha una forte identità. Una larga parte della popolazione, ferita ed oppressa per oltre 40 anni, chiede un risarcimento, quantificabile nel riconoscimento come Stato, nel senso pieno del termine. Lo slogan si racchiude in cinque parole. “La Catalogna non è Spagna”.

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Richiesta difficile da accettare, politicamente ed economicamente anche per la stessa comunità  locale: Barcellona ha due anime che combattono. Vorrebbe l’indipendenza da Madrid ma è anche consapevole delle conseguenze. Uscire dalla Spagna, significa  allontanarsi dal mercato europeo e trovare, in autonomia, risorse per la sopravvivenza. Ipotesi che terrorizza istituti di credito e imprese, alla costante ricerca del compromesso. Quanto accade nel novembre del 2014 racchiude l’essenza del problema: il governo catalano indice una “consultazione non referendaria sull’indipendenza della Cataluña”. Il risultato è una netta affermazione del “sì” che produce un magnifico esercizio di cerchiobottismo. Madrid fa leva sulla Costituzione, ribadisce unitarietà e indivisibilità della Spagna e cataloga l’evento come “semplice consultazione”. In pratica prende atto della volontà di un popolo, senza riconoscerla.

In questo contesto, il calcio, come spesso accade, diviene cassa di risonanza di tensioni sociali. Il Real è la squadra della Corona, l’espressione piena della Castiglia, l’identificazione del Regno di Spagna. Il Barcellona è la capitale della Cataluña, regione di profonda connotazione indipendentistica. Ecco perché “El clasico” non è, né sarà mai, una partita come le altre. Vincerlo, è ribadire una supremazia sociale, territoriale, politica ed identitaria. Ecco perché, quando si incrociano Real Madrid e Barcellona,  è “Más Que Fútbol”.