Barbara Rossi, molisana, una vita nel nome dello sport: inizia giovanissima a praticare tenniscostretta a smettere a 17 anni per delle gravi problematiche articolari alle ginocchia”. Dopo gli studi liceali, va a Roma e si iscrive alla facoltà di Psicologia presso la Sapienza. Dopo l’università, il master in Psicologia dello Sport dell’Aips (Associazione italiana psicologia dello sport) presso la struttura dell’Acqua Acetosa a Roma e da lì una carriera professionale che si sviluppa tra la provincia e la capitale e tra la psicologia dello sport, la psicologia del disagio giovanile e la psicologia della salute. Ha fatto una gavetta lunghissima tra collaborazioni con numerose società sportive di tutti gli sport. Al momento, oltre a seguire il miglioramento di atleti individualmente, dirige le attività del Centro regionale di psicologia dello sport, è  responsabile dell’area psicopedagogica del progetto Academy della Stella Azzurra Basketball di Roma, segue le attività delle nazionali giovanili della Federazione italiana scherma ed è docente Figc per i corsi Uefa C e del settore tecnico di Coverciano per i corsi Uefa Pro.

Torniamo a parlare di psicologia dello sport quindi;  questa volta, con la dottoressa Barbara Rossi, vogliamo analizzare un aspetto importante e determinante per il futuro del mondo sportivo ma non solo: i settori giovanili. Da lì infatti non vengono fuori solo atleti professionisti, fenomeni del pallone o del tennis, i settori giovanili sono bacini dai quali verranno fuori soprattutto uomini.

Da quanto tempo ti occupi di settori giovanili?

“Da 20 anni mi occupo di psicologia sportiva all’interno di società di ogni sport e livello e ho notato che, al di là di pochi organizzati sistemi sportivi, gestiti e portato avanti nonostante le difficoltà da rari illuminati, in Italia non si investe e non si crede davvero nei settori giovanili. Con il tempo mi sono fatta l’idea che chi si occupa di settori giovanili e lo fa correttamente, non riesce a guadagnarci niente se non la soddisfazione di aver prodotto dei buoni atleti e delle persone felici. Le spese sono tali e tante che è già un miracolo se, dopo aver pagato gli impianti adeguati, i giusti rimborsi a istruttori e dirigenti competenti, l’iscrizione a campionati e tornei, l’organizzazione delle attività, la formazione continua degli operatori ecc, si riesca ad andare a pari”.

Qual è la molla che porta un gruppo di persone a metter su una scuola calcio?

“In tempo di crisi, credo sia ancora più importante e chiaro il fatto che, chi si occupa di bambini e ragazzi, non lo fa per soldi ma, possibilmente ben assistito dalle Federazioni ed enti territoriali, per offrire un fondamentale e insostituibile servizio alle famiglie e alla comunità che, se ben fatto, non può che produrre anche atleti di spicco per le nostre nazionali. I settori giovanili non sono un business con buona pace di chi li pensa contesti per spillare soldi extra a genitori troppo sensibili al sogno di avere figli campioni o di chi li crede vie possibili per reperire risorse economiche da destinare alle spese delle prime squadre. I luoghi dove si fa formazione, dovrebbero essere considerati sacri e protetti dal business e dalla smania di vittoria, luoghi dove si lascia entrare solo la competenza e la buona volontà”.

Settori giovanili, bacini per futuri campioni?

“Ai vertici di molte discipline sportive, e non solo ai vertici, per lo più ci si limita a lamentare l’assenza di campioni o la preoccupazione di non averne più. Bisognerebbe pensare che per risolvere il problema, è necessario spendere per mettere in atto strategie e azioni concrete finalizzate a sostenere e finanziare i settori giovanili e/o monitorare che  le risorse impiegate (anche umane) siano adeguate ed effettivamente rivolte alla cura e crescita dei bambini più piccoli. ‘Credere nei giovani’ è un’espressione verbale che dovrebbe trasformarsi in fatti, scelte precise, investimenti e comportamenti, l’assenza dei quali trasforma l’operato di una società sportiva nella testimonianza dell’esatto contrario. Io non ho mai incontrato nessun dirigente che avesse il coraggio di dichiarare apertamente di non credere nei nostri giovani, ma tanti che nei fatti si comportavano come se non ci credessero”.

Perché non si crede più nei settori giovanili italiani?

“Niente di nuovo se consideriamo che l’Italia, sul tema bambini e sport, già parte con un handicap notevole rappresentato dalla latitanza dell’educazione motoria nelle scuola materna ed elementare dove, a eccezione di alcune virtuose realtà, l’attività motoria è nella mani di maestre di matematica o italiano. In media in Italia, nelle scuola materna l’attività motoria e pressoché sconosciuta, mentre alle elementari si va dalle situazioni idilliache in cui viene praticata due volte a settimana per un’ora, a quelle situazioni normali in cui la frequenza va da una volta a settimana a mai. Il tutto in uno scenario fatto di scuole con importanti carenze di palestre o strutture adeguate”.

Dove sta la differenza tra ieri e oggi?

“Trent’anni fa tutto questo non era un grosso problema perché molti bambini riuscivano a compensare le carenze ginniche scolastiche con il gioco libero di strade o cortile. Ora tutto questo non c’è più e questo determina un solco di eccezionale profondità tra le nazioni realmente interessate alla salute e all’armonia tra il corpo e l’intelletto i propri bambini, e dunque anche alla loro riuscita nello sport, e quelle per le quali ciò evidentemente non rappresenta una priorità”.

Prima accennavi al concetto di spendere, investire. Cosa intendi?

“Quattro aspetti essenziali: organizzare e condividere. Un confronto tra i membri della società per fare meglio con minor impiego di energie; scegliere sempre la professionalità e la qualità. Consapevolezza  che negli ultimi anni sembra in crescita soprattutto il fatto che, per lavorare con i più piccoli, è meglio ricorrere alla professionalità di un laureato/a in Scienze motorie; formare e includere. Altro aspetto completamente ignorato è il sostegno della genitorialità e la collaborazione verde ed effettiva con le famiglie. I genitori, così come istruttori e dirigenti, hanno un ruolo preciso. E’ un fondamentale che basterebbe costruire; scegliere da che parte stare. In un mondo multietnico come il nostro, il problema non sono i ragazzi stranieri che possono giocare la posto dei nostri, il problema è che con i frutti dei settori giovanili, in molti vorrebbero guadagnare, ma molti meno sono disposti a a fare ciò che serve, cioè lavorarci duramente accettando l’assenza di risultati immediati. Un settore giovanile è una maratona non uno sprint e chi vuole farne una volata essendo sedotto dalla mentalità del tutto e subito, sappia che sta distruggendo la nostra possibilità di produrre talenti ad alto livello”.

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