E’ sempre lo sport preferito dalla maggioranza degli italiani. Il più visto, il più seguito. O per dirla con Lorella Cuccarini, il più amato dagli italiani. In alcuni casi molto di più che una passione. Quasi una ragione di vita per milioni di italiani. Che oltre ai cuori riesce anche ad attirare i portafogli di appassionati e investitori. Anche i numeri raccontano infatti che il calcio italiano, nonostante la crisi, il fair play finanziario e altre magagne di genere vario, anche nel 2016 resta comunque una delle filiere più produttive. Come ha scritto Stefano Agnoli sul Corriere della Sera una grande azienda” da 2,8 miliardi di fatturato (la sola serie A 1 miliardo e 169 milioni). In aumento rispetto al 2015 (2,6 miliardi) quando l’industria del calcio italiano in termini aggregati, scontò il cosiddetto “effetto Parma”, società fallita proprio quell’anno che appesantì in termini aggregati il bilancio complessivo.

Il calcio italiano è un’azienda che cresce di anno in anno e, si potrebbe aggiungere, a cifre impensabili se messe a confronto con i dati del PIL italiano. Infatti nella stagione 2015-16 la crescita (per valori di produzione) rispetto all’anno precedente è arrivata quasi a toccare la doppia cifra raggiungendo il 9,2%. Con la Roma (+36%) e la Juventus (+11%) nel ruolo di “locomotive rispetto a Milan ( -8%), Lazio (-15%) e Napoli (+7%). Numeri che rilevano comunque un buono stato di salute tra le cosiddette “grandi”. Anche se, ed è questo forse il dato preoccupante, con il crescere dei ricavi crescono anche i costi. Che nella stagione 2015-16 sono aumentati dell’8% rispetto all’anno prima quando  venne raggiunta la cifra monstre di oltre 3 miliardi di euro (che portò una perdita netta aggregata di 536 milioni). Senza dimenticare la straordinaria dipendenza (rispetto al resto dell’Europa) delle società italiane dai diritti televisivi. Anche da questo punto di vista nel 2016 c’è stata una crescita (+1,3%) rispetto alla stagione precedente con introiti complessivi di oltre 421milioni di euro (nella classifica dei diritti Tv comanda sempre la Juve, seguita da Milan, Roma, Lazio e Napoli). Ma se complessivamente l’economia del calcio italiano sta in buone condizioni, la musica cambia se ad essere prese in considerazione sono le singole realtà.

In questo caso, sempre guardando ai numeri, ciò che risulta agli occhi è la difficoltà estesa tra le società del calcio italiano di produrre profitti. Nel 2016 fatta eccezione per la Juventus che ha chiuso con un risultato netto positivo di 4 milioni, per il resto delle “grandi” è stato praticamente un bagno di sangue: a partire dal Milan (-89 milioni) e Inter (-59 milioni), passando per  Roma (-13 milioni) e Lazio ( -12 milioni) per concludere al Napoli (-3 milioni). Se poi si guarda al resto dell’Europa, nel confronto non c’è purtroppo ancora partita. In termini aggregati cresciamo di meno rispetto a Inghilterra (+ 2 miliardi rispetto al 2015), Germania (+900 milioni) e Spagna (+550 milioni) e proprio come accade nel bilancio dello Stato, siamo tra i più indebitati (1,14 miliardi). Secondi soltanto agli inglesi e ai turchi. E come già anticipato, rispetto al resto dell’Europa, restiamo ancora troppo legati agli introiti dei diritti Tv che sui ricavi mantengono un peso del 50%. Ad oggi l’unico sistema per interrompere questa dipendenza è quello di creare fonti di ricavo alternative. Un esempio a caso? Gli stadi di proprietà. Anche se in questo caso, agli occhi dei nostri lettori rischiamo di diventare veramente ripetitivi.

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