“Ladies and gentleman, diamo il benvenuto al nostro nuovo Presidente… Mr Donald Trump!”. La stanza, gremita fino all’inverosimile, applaude convinta. The Donald sale sul palco, circondato da coccarde bianche, rosse e blu. Dalle casse però non parte “The Star Spangled Banner”. Lo slogan sul leggio non è “Make America Great Again”. E a ben guardare, non è neanche il 20 gennaio 2017. Il pubblico presente si lancia in una versione improvvisata di “Follow Follow”, mentre Donald rompe per un attimo il protocollo e indossa la maglia blu. È l’apoteosi. La scritta “Ready” sotto il logo si illumina all’improvviso, il primo colpo di teatro di Trump. L’orgoglio della Glasgow blu, unionista e protestante, è vivo e vegeto. Il 30 marzo 2012 Donald J. Trump diventa il nuovo presidente del Rangers Football Club. Fantacalcio, certo. Ma c’è stato un momento in cui tutto ciò rischiava di accadere.

Togliamoci subito di mezzo la domanda più spinosa. Che c’entra Trump con i Rangers? Molto semplice. Il padre di El Donaldo aveva origine tedesche, ma poche persone al mondo sono più scozzesi di sua madre. Nata a Tong, un piccolo villaggio delle Isole Ebridi Esterne, nel 1930 Mary Anne MacLeod si reca a proprio a Glasgow, dove si imbarca su di un transatlantico diretto a New York City. Qualche anno dopo incontra Fred Trump ed il resto, è il caso di dirlo, è storia. Il rapporto del tycoon con la terra di Sant’Andrea è quindi una questione di sangue. Ma anche di affari e, strano a dirsi, di sport. Già, perché l’istrionico miliardario prestato alla politica non è nuovo ad investimenti in Scozia. Nel 2004 acquista parte di una enorme tenuta a Balmedie, un piccolo villaggio a nord di Aberdeen. Nelle verdi e ventose lande, una volta incontaminato regno dei Celti, Donald decide di costruire un modernissimo Country Club, con due percorsi da golf, villette ed una interminabile serie di altre amenità. E la Menie Estate non è neanche l’unico asset della Trump Organization a nord del Vallo di Adriano. Nell’aprile 2014 il neo presidente degli Stati Uniti ha fatto suo a suon di milioni il Turnberry Hotel, uno dei club del circuito dell’Open Championship. Ma quasi due anni prima, The Don stava per lanciarsi nel mondo del calcio, diventando il proprietario del club più titolato di Scozia.

Torniamo quindi al 2012. È un San Valentino molto amaro quello dei tifosi dei Gers. Il Board of Directors della Scottish Football League ha appena sanzionato il club, dieci punti di penalizzazione per mancati pagamenti. Il distacco dal Celtic sale così a quattordici lunghezze. Ma non è la posizione in campionato ad inquietare gli animi. L’entrata della società in amministrazione controllata, resa necessaria dalla continua insolvenza, certifica ufficialmente che Craig Whyte ha ingannato tutti. Neanche un anno prima, Whyte ha acquistato i Rangers per l’astronomica cifra di una sterlina. Già, avete letto bene, un misero pound. David Murray, il vecchio proprietario, aveva deciso di vendere il club per una cifra simbolica, a patto che la nuova proprietà coprisse i pesanti debiti della precedente amministrazione e garantisse una continuità sportiva ed aziendale. La scelta di Ally McCoist, eroe assoluto di Ibrox, come nuovo manager è un’ottima trovata di marketing, ma già dalla sessione estiva di calciomercato si capisce che qualcosa non va. Vengono firmati onerosi rinnovi di contratto, ma quasi tutte le operazioni in entrata più importanti vanno in fumo.

Nel frattempo, saltano anche i possibili introiti provenienti dalle competizioni europee. Il 3 agosto gli scozzesi vengono estromessi dalla Champions League dal Malmö. Tre settimane dopo il copione si ripete in Europa League, cortesia degli sloveni del Maribor.  In campionato però la squadra tiene, McCoist è un esordiente, ma dopo questo difficoltoso rodaggio comincia a dimostrare che in panchina ci sa fare. A inizio novembre guida la SPL con dodici punti sul Motherwell e ben quindici sugli odiati rivali cittadini. Ma una serie di sconfitte (e la striscia di ventuno risultati utili consecutivi del Celtic) riporta i Rangers al secondo posto e di conseguenza le magagne finanziarie, fino a quel momento oscurate dall’ottimo rendimento in campionato, vengono a galla. Nel tentativo di ripianare il bilancio, Whyte ha chiesto l’anticipo delle entrate sui biglietti della stagione in corso. Ma i soldi non bastano. Il club è ormai vittima di una spirale incontrollata di debiti. Non si riescono più a pagare i calciatori, i dipendenti, non ci sono neanche i fondi per partecipare, come da regolamento, alle spese della polizia per la presenza degli agenti alle partite. I Rangers sono i Rangers, ma la Scottish Football League non può fare eccezioni. Amministrazione controllata quindi, con la necessità di rimettere a posto i conti entro il 31 marzo. Altrimenti, addio a centoquaranta anni di storia.

Ed è proprio qui che entra in gioco Trump. Forti di un mercato molto ampio e di un indiscutibile appeal mediatico, i Rangers cercano qualcuno in grado di salvare il club dal fallimento. Qualcuno che sia ricco, quello è indispensabile. Che sappia come ristrutturare e successivamente gestire un’azienda. Che abbia almeno una minima esperienza nel mondo dello sport. Che sia abituato al confronto con il pubblico, alle critiche, agli oneri e agli onori che derivano dall’essere il proprietario di un club storico. E che magari sia scozzese. A voler proprio fare un’eccezione, andrebbe bene anche un figlio di emigrati. A questo identikit, il database di possibili investitori risponde con il sorridente faccione di Donald. Che di calcio non si è mai occupato, ma che ha nel suo curriculum sportivo i succitati campi da golf, un paio di squadre di football americano, una corsa ciclistica a lui intitolata e persino un match vinto a Wrestlemania 23. Una eventuale presidenza Trump, chiosano gli scozzesi, sarebbe un bene anche per il movimento calcistico statunitense, che si troverebbe a più stretto contatto con il football del vecchio continente e potrebbe continuare il suo processo di espansione sportiva e soprattutto economica.

Ed il messaggio effettivamente giunge alla Trump Tower. The Don non ha mai dato conferme al riguardo, ma una fonte a lui molto vicina ha dichiarato che l’idea di investire nel salvataggio del club di Glasgow è stata, seppur brevemente, nei progetti del futuro Presidente degli Stati Uniti. Il punto è che Donald non è un filantropo, ma un uomo d’affari. Non un buon samaritano, ma uno squalo, pronto ad attaccare quando capisce che la preda è debole. La preda però, dal canto suo, deve essere appetibile, altrimenti c’è la concreta possibilità che il predatore ritenga che non ne valga neanche la pena. Ecco perché a giudicare la portata dell’affare ci pensano gli esperti a libro paga del tycoon. Possibili entrate, uscite necessarie, variabili e costanti di espansione e di rischio. I Rangers sono un club con un brand storico, spendibile, riconoscibile in tutta Europa. Ma giocano in un campionato piccolo, di scarso interesse e con pochi introiti televisivi. Hanno una base di supporter fedele, ben radicata. Ma al di fuori della Scozia non hanno l’appeal delle grandi squadre come Barça o Manchester United, necessario per chi vuole sfondare su mercati molto mediatici come quelli asiatici. Il calcolo è presto fatto. Il salvataggio in extremis sarebbe un’operazione quasi suicida, almeno dal punto di vista finanziario. “Ci abbiamo pensato seriamente, ma una volta valutata la cosa abbiamo cambiato idea”, questa è la dichiarazione rilasciata alla stampa nel maggio 2012 da un membro dello staff di Trump. “Speriamo che qualcuno decida di farsi avanti e di ricostruire un club così storico”. Già, ricostruire. Perché nel frattempo il 31 marzo è già passato ed i vecchi Rangers non esistono più. Nasce una nuova società che ne eredita il titolo sportivo, ma che nella stagione successiva sarà costretta a ricominciare dal livello più basso della piramide calcistica scozzese. Un processo lungo e difficile, ma non impossibile per un club di questo livello, come dimostra la rapida risalita, culminata nella ritorno nella Scottish Premier League nell’aprile 2016.

Tutto è bene quel che, nonostante qualche anno di purgatorio, finisce bene? Sì, ma resta la curiosità di ciò che sarebbe potuto accadere se Trump avesse effettivamente deciso di acquistare i Rangers. Si sarebbe limitato ad affidare a qualcuno dei suoi una semplice operazione di ristrutturazione finanziaria o avrebbe partecipato in prima persona alle scelte sportive? Avrebbe chiesto a gran voce l’iscrizione dei suoi ragazzi e del Celtic alla Premier League inglese, in modo da aumentare gli introiti televisivi e pubblicitari? Oppure avrebbe puntato agli Stati Uniti, arrivando a proporre la creazione di una Lega Atlantica sul modello degli sport americani? Ma soprattutto, avrebbe appeso la scritta “Make Ibrox Great Again” ai gate dello stadio? L’idea di un confronto televisivo tra due pesi massimi come Trump e Mourinho a margine di una partita di Champions League stuzzica certamente la fantasia di chi scrive e di chi legge. La consapevolezza che tutto ciò poteva accadere lascia quasi l’amaro in bocca. E poi, in questo momento i Rangers sarebbero nelle mani dell’uomo più potente del mondo. A quel punto altro che indiscrezioni giornalistiche e voci di mercato. Conoscendo il tipo, basterebbe fare un colpo di telefono a Washington e lui risponderebbe tranquillamente a qualsiasi domanda. “Presidente, mi scusi, ma quindi domani Ronaldo lo fate giocare?”. “Non lo so, un attimo che chiedo alla CIA”.  Insomma, una situazione paradossale, a tratti quasi comica, ma che allo stesso tempo fotografa perfettamente quello che rischia di essere il futuro del pallone. Perché di Donald si possono dire tante cose, ma in un calcio in cui il confine tra sport, intrattenimento e politica è sempre più labile, uno come lui, nel bene o nel male, ci stava sicuramente a pennello.

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