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Aye, Mr President! – Quando Donald Trump stava per irrompere nel mondo del Calcio

Francesco Cavallini

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Compie oggi 72 anni Donald Trump, il Presidente degli Stati Uniti al centro dell’attenzione per l’incontro con il Leadr Nordcoreano Kim Jong Un. Ma ci fu un tempo in cui The Donald stava per entrare nel mondo del calcio. Vi raccontiamo come andò.

“Ladies and gentleman, diamo il benvenuto al nostro nuovo Presidente… Mr Donald Trump!”. La stanza, gremita fino all’inverosimile, applaude convinta. The Donald sale sul palco, circondato da coccarde bianche, rosse e blu. Dalle casse però non parte “The Star Spangled Banner”. Lo slogan sul leggio non è “Make America Great Again”. E a ben guardare, non è neanche il 20 gennaio 2017. Il pubblico presente si lancia in una versione improvvisata di “Follow Follow”, mentre Donald rompe per un attimo il protocollo e indossa la maglia blu. È l’apoteosi. La scritta “Ready” sotto il logo si illumina all’improvviso, il primo colpo di teatro di Trump. L’orgoglio della Glasgow blu, unionista e protestante, è vivo e vegeto. Il 30 marzo 2012 Donald J. Trump diventa il nuovo presidente del Rangers Football Club. Fantacalcio, certo. Ma c’è stato un momento in cui tutto ciò rischiava di accadere.

Togliamoci subito di mezzo la domanda più spinosa. Che c’entra Trump con i Rangers? Molto semplice. Il padre di El Donaldo aveva origine tedesche, ma poche persone al mondo sono più scozzesi di sua madre. Nata a Tong, un piccolo villaggio delle Isole Ebridi Esterne, nel 1930 Mary Anne MacLeod si reca a proprio a Glasgow, dove si imbarca su di un transatlantico diretto a New York City. Qualche anno dopo incontra Fred Trump ed il resto, è il caso di dirlo, è storia. Il rapporto del tycoon con la terra di Sant’Andrea è quindi una questione di sangue. Ma anche di affari e, strano a dirsi, di sport. Già, perché l’istrionico miliardario prestato alla politica non è nuovo ad investimenti in Scozia. Nel 2004 acquista parte di una enorme tenuta a Balmedie, un piccolo villaggio a nord di Aberdeen. Nelle verdi e ventose lande, una volta incontaminato regno dei Celti, Donald decide di costruire un modernissimo Country Club, con due percorsi da golf, villette ed una interminabile serie di altre amenità. E la Menie Estate non è neanche l’unico asset della Trump Organization a nord del Vallo di Adriano. Nell’aprile 2014 il neo presidente degli Stati Uniti ha fatto suo a suon di milioni il Turnberry Hotel, uno dei club del circuito dell’Open Championship. Ma quasi due anni prima, The Don stava per lanciarsi nel mondo del calcio, diventando il proprietario del club più titolato di Scozia.

Torniamo quindi al 2012. È un San Valentino molto amaro quello dei tifosi dei Gers. Il Board of Directors della Scottish Football League ha appena sanzionato il club, dieci punti di penalizzazione per mancati pagamenti. Il distacco dal Celtic sale così a quattordici lunghezze. Ma non è la posizione in campionato ad inquietare gli animi. L’entrata della società in amministrazione controllata, resa necessaria dalla continua insolvenza, certifica ufficialmente che Craig Whyte ha ingannato tutti. Neanche un anno prima, Whyte ha acquistato i Rangers per l’astronomica cifra di una sterlina. Già, avete letto bene, un misero pound. David Murray, il vecchio proprietario, aveva deciso di vendere il club per una cifra simbolica, a patto che la nuova proprietà coprisse i pesanti debiti della precedente amministrazione e garantisse una continuità sportiva ed aziendale. La scelta di Ally McCoist, eroe assoluto di Ibrox, come nuovo manager è un’ottima trovata di marketing, ma già dalla sessione estiva di calciomercato si capisce che qualcosa non va. Vengono firmati onerosi rinnovi di contratto, ma quasi tutte le operazioni in entrata più importanti vanno in fumo.

Nel frattempo, saltano anche i possibili introiti provenienti dalle competizioni europee. Il 3 agosto gli scozzesi vengono estromessi dalla Champions League dal Malmö. Tre settimane dopo il copione si ripete in Europa League, cortesia degli sloveni del Maribor.  In campionato però la squadra tiene, McCoist è un esordiente, ma dopo questo difficoltoso rodaggio comincia a dimostrare che in panchina ci sa fare. A inizio novembre guida la SPL con dodici punti sul Motherwell e ben quindici sugli odiati rivali cittadini. Ma una serie di sconfitte (e la striscia di ventuno risultati utili consecutivi del Celtic) riporta i Rangers al secondo posto e di conseguenza le magagne finanziarie, fino a quel momento oscurate dall’ottimo rendimento in campionato, vengono a galla. Nel tentativo di ripianare il bilancio, Whyte ha chiesto l’anticipo delle entrate sui biglietti della stagione in corso. Ma i soldi non bastano. Il club è ormai vittima di una spirale incontrollata di debiti. Non si riescono più a pagare i calciatori, i dipendenti, non ci sono neanche i fondi per partecipare, come da regolamento, alle spese della polizia per la presenza degli agenti alle partite. I Rangers sono i Rangers, ma la Scottish Football League non può fare eccezioni. Amministrazione controllata quindi, con la necessità di rimettere a posto i conti entro il 31 marzo. Altrimenti, addio a centoquaranta anni di storia.

Ed è proprio qui che entra in gioco Trump. Forti di un mercato molto ampio e di un indiscutibile appeal mediatico, i Rangers cercano qualcuno in grado di salvare il club dal fallimento. Qualcuno che sia ricco, quello è indispensabile. Che sappia come ristrutturare e successivamente gestire un’azienda. Che abbia almeno una minima esperienza nel mondo dello sport. Che sia abituato al confronto con il pubblico, alle critiche, agli oneri e agli onori che derivano dall’essere il proprietario di un club storico. E che magari sia scozzese. A voler proprio fare un’eccezione, andrebbe bene anche un figlio di emigrati. A questo identikit, il database di possibili investitori risponde con il sorridente faccione di Donald. Che di calcio non si è mai occupato, ma che ha nel suo curriculum sportivo i succitati campi da golf, un paio di squadre di football americano, una corsa ciclistica a lui intitolata e persino un match vinto a Wrestlemania 23. Una eventuale presidenza Trump, chiosano gli scozzesi, sarebbe un bene anche per il movimento calcistico statunitense, che si troverebbe a più stretto contatto con il football del vecchio continente e potrebbe continuare il suo processo di espansione sportiva e soprattutto economica.

Ed il messaggio effettivamente giunge alla Trump Tower. The Don non ha mai dato conferme al riguardo, ma una fonte a lui molto vicina ha dichiarato che l’idea di investire nel salvataggio del club di Glasgow è stata, seppur brevemente, nei progetti del futuro Presidente degli Stati Uniti. Il punto è che Donald non è un filantropo, ma un uomo d’affari. Non un buon samaritano, ma uno squalo, pronto ad attaccare quando capisce che la preda è debole. La preda però, dal canto suo, deve essere appetibile, altrimenti c’è la concreta possibilità che il predatore ritenga che non ne valga neanche la pena. Ecco perché a giudicare la portata dell’affare ci pensano gli esperti a libro paga del tycoon. Possibili entrate, uscite necessarie, variabili e costanti di espansione e di rischio. I Rangers sono un club con un brand storico, spendibile, riconoscibile in tutta Europa. Ma giocano in un campionato piccolo, di scarso interesse e con pochi introiti televisivi. Hanno una base di supporter fedele, ben radicata. Ma al di fuori della Scozia non hanno l’appeal delle grandi squadre come Barça o Manchester United, necessario per chi vuole sfondare su mercati molto mediatici come quelli asiatici. Il calcolo è presto fatto. Il salvataggio in extremis sarebbe un’operazione quasi suicida, almeno dal punto di vista finanziario. “Ci abbiamo pensato seriamente, ma una volta valutata la cosa abbiamo cambiato idea”, questa è la dichiarazione rilasciata alla stampa nel maggio 2012 da un membro dello staff di Trump. “Speriamo che qualcuno decida di farsi avanti e di ricostruire un club così storico”. Già, ricostruire. Perché nel frattempo il 31 marzo è già passato ed i vecchi Rangers non esistono più. Nasce una nuova società che ne eredita il titolo sportivo, ma che nella stagione successiva sarà costretta a ricominciare dal livello più basso della piramide calcistica scozzese. Un processo lungo e difficile, ma non impossibile per un club di questo livello, come dimostra la rapida risalita, culminata nella ritorno nella Scottish Premier League nell’aprile 2016.

Tutto è bene quel che, nonostante qualche anno di purgatorio, finisce bene? Sì, ma resta la curiosità di ciò che sarebbe potuto accadere se Trump avesse effettivamente deciso di acquistare i Rangers. Si sarebbe limitato ad affidare a qualcuno dei suoi una semplice operazione di ristrutturazione finanziaria o avrebbe partecipato in prima persona alle scelte sportive? Avrebbe chiesto a gran voce l’iscrizione dei suoi ragazzi e del Celtic alla Premier League inglese, in modo da aumentare gli introiti televisivi e pubblicitari? Oppure avrebbe puntato agli Stati Uniti, arrivando a proporre la creazione di una Lega Atlantica sul modello degli sport americani? Ma soprattutto, avrebbe appeso la scritta “Make Ibrox Great Again” ai gate dello stadio? L’idea di un confronto televisivo tra due pesi massimi come Trump e Mourinho a margine di una partita di Champions League stuzzica certamente la fantasia di chi scrive e di chi legge. La consapevolezza che tutto ciò poteva accadere lascia quasi l’amaro in bocca. E poi, in questo momento i Rangers sarebbero nelle mani dell’uomo più potente del mondo. A quel punto altro che indiscrezioni giornalistiche e voci di mercato. Conoscendo il tipo, basterebbe fare un colpo di telefono a Washington e lui risponderebbe tranquillamente a qualsiasi domanda. “Presidente, mi scusi, ma quindi domani Ronaldo lo fate giocare?”. “Non lo so, un attimo che chiedo alla CIA”.  Insomma, una situazione paradossale, a tratti quasi comica, ma che allo stesso tempo fotografa perfettamente quello che rischia di essere il futuro del pallone. Perché di Donald si possono dire tante cose, ma in un calcio in cui il confine tra sport, intrattenimento e politica è sempre più labile, uno come lui, nel bene o nel male, ci stava sicuramente a pennello.

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La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

Nicola Raucci

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Si stanno svolgendo i Mondiali di Russia 2018 nella terra che un tempo era in mano a Stalin. Ed è proprio lui che diede vitalità al calcio nella nazione oggi di Putin. Vi raccontiamo la storica partita nella Piazza Rossa.

Fiancheggiando in questo periodo il Cremlino in piazza Manežnaja, a 5 minuti dalla celebre piazza Rossa, si percorre la strada dei Mondiali: una pedana che si snoda lungo le rappresentazioni delle diverse città ospitanti. Ma proprio qui, nel cuore della Russia, il calcio, che ora viene atteso con crescente entusiasmo, ha giocato una partita decisiva.

Il futbol russo ha una storia contrastata. In epoca zarista è uno sport elitario. Snobbato dai nobili e non accessibile ai poveri, è prerogativa dei giovani borghesi. Sarà la Rivoluzione a favorirne la diffusione. Gli impianti sportivi, un tempo circoli esclusivi, vengono nazionalizzati diventando pertanto associazioni aperte a tutti. Negli anni ’20 ci si inizia ad interrogare sul valore politico dello sport nell’ideologia socialista. Il calcio è ormai popolare tra la gente comune, ma non è particolarmente apprezzato dalla classe dirigente che lo reputa diseducativo, borghese e straniero. Dopo il vano tentativo di riformarlo, il successo inarrestabile degli anni ’30 richiede una soluzione definitiva. Così è Iosif Stalin in persona a dover deciderne le sorti.

È il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica. Introdotta nel 1931, consiste in una imponente serie di parate nelle maggiori città dell’URSS in cui le organizzazioni sportive danno prova di abilità e vigore. Una dimostrazione di forza e disciplina sovietica a livello nazionale e internazionale. La  cultura  fisica  va  ben  oltre  il  puro  esercizio, copre  questioni di  integrità e benessere  sociale,  spaziando  dalla  difesa  della  Patria  all’occupazione  lavorativa, dall’emancipazione al successo sportivo.

Sulla piazza Rossa di Mosca sfilano per rendere onore a Stalin, che osserva dall’alto del Mavzolej Lenina, i  più grandi atleti del Paese. Tra le associazioni presenti vi sono  anche  Spartak  e Dinamo. Società di calcio profondamente diverse, a partire dalle proprietà. Lo Spartak è la squadra del proletariato, finanziata dal sindacato Promkooperatsiia, mentre la Dinamo è controllata dal Commissariato del popolo per gli affari interni, il NKVD.

È il giorno in cui Stalin assisterà per la prima volta ad un incontro di calcio. L’audace idea è opera di Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol. Sostenitore di Nikolai Starostin, fondatore dello Spartak, è il patrono del club all’interno del Partito comunista sovietico. Lavrentij Berija, il presidente  onorario  della  Dinamo  e  capo  dei  servizi  segreti,  mosso  da  astio  personale  nei confronti dei fratelli Starostin,  si oppone. La Dinamo non  giocherà, come d’altronde le altre squadre. Troppo rischioso. Allora si opta per una soluzione alternativa: lo Spartak Mosca scenderà in campo in un match tra titolari e riserve.

Tutto è pronto. Kosarev prende posto vicino a Stalin, con un fazzoletto bianco che sventolerà al minimo cenno di noia del leader. La pavimentazione della piazza Rossa viene coperta da un gigantesco manto verde delle dimensioni di un campo da calcio, 12.000 m2  di feltro confezionato dagli operai tessili nei giorni precedenti. A bordo campo dieci mila persone. Un colpo d’occhio impressionante. Ai lati, le mura del Cremlino e la facciata del centro commerciale GUM decorata per l’occasione. Nelle curve, in lontananza, la magnificenza della Cattedrale di San Basilio e la maestosità del Museo statale di storia.

Partita di 30 minuti con due tempi da un quarto d’ora ciascuno. L’incontro è più una rappresentazione ideale della bellezza del calcio che una vera partita. Ci si gioca il futuro e non si può  rischiare di fallire.  L’intero evento viene supervisionato come un  avvincente spettacolo teatrale in una cornice unica. E Stalin apprezza, tanto da far protrarre il match per un totale di circa

43 minuti. Puro e sano agonismo, gioco entusiasmante e risultato combattuto: 4-3 per la prima squadra. Un autentico successo per il movimento calcistico in generale e per lo Spartak in modo particolare.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1936, la Dinamo ottiene però la sua vendetta sconfiggendo 1-0 lo Spartak nella scontro decisivo che le garantisce il titolo della группа «А» di primavera, prima edizione del massimo campionato sovietico.

Sono le origini della storica rivalità tra le due compagini, nata nel cuore della capitale lo stesso giorno della sopravvivenza del calcio in Russia.

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Julian Nagelsmann, il ragazzo che è già uomo

Ettore zanca

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Quando diranno a vostro figlio che è ancora giovane, che se ha una passione prima o poi passerà, che crescendo si guasterà o si livellerà, cercate di non farvi prendere dalla paura del futuro. I talenti possono essere smussati, ma, come dice un mio amico che canta, dobbiamo cercare di non stroncare il Fabrizio De Andrè del 2026. Gli alibi dell’inesperienza, sono le vigliaccate che gli anziani, i senatori che hanno qualsiasi scranno, a volte cacciano fuori per paura. Paura che qualcuno che si affaccia al loro mondo possa sottrargli platea. Ecco che allora si tirano fuori alibi di titoli, ruoli, esperienze, mentre magari siamo di fronte ad un diamante grezzo e ci fottiamo di paura che brilli ovunque. Il ragazzo che vedete in foto si chiama Julian Nagelsmann, a ventuno anni giocava a calcio e voleva esordire tra i professionisti. Ma purtroppo una serie di problemi alla cartilagine delle ginocchia lo costringe al ritiro.

A quel punto il ragazzo forse si sarà sentito dire in famiglia “prenditi almeno un pezzo di carta, che non si sa mai”, si iscrive ad economia, ma dopo un po’ ha l’illuminazione, iscrivendosi a scienze motorie. Comincia ad accarezzare la carriera da allenatore, trovandosi nella situazione assurda di allenare a volte gente più vecchia di lui se non coetanea. La svolta nel 2016. Lui è allenatore delle giovanili nell’Hoffenheim, squadra che naviga pericolosamente al penultimo posto in classifica. Huub Stevens, che ne è l’allenatore, si ritira per problemi di salute. Perso per perso e per risparmiare qualcosa, decidono di dare un’opportunità al ragazzino, che di anni allora ne ha ventotto. Esatto. Ventotto. Il ragazzino però dopo le risatine iniziali di anziani della squadra, si fa capire e seguire. Risultato? Dal penultimo posto si sale alla salvezza. Potrebbe bastare così.

Ma il “ragazzino”, continua, con metodi di allenamento rivoluzionari, se la gioca anche nel campionato successivo. Ora, se guardate la rosa della squadra non è che trovate divinità della sfera scese in terra, ma semplici pedatori, ma l’orologio funziona talmente bene, che, udite, la squadra si qualifica ai preliminari di champions. Una bella favola, ma a volte si prova anche a macchiarla. I giornali si lanciarono a pesce nella polemica fomentata, quando Julian dichiarò che avrebbe voluto tanto allenare il Bayern, allora di Ancelotti. Fu lui stesso a smorzare tutto alla grande dicendo “non mi permetterei mai nemmeno lontanamente di dire che posso allenare la squadra al posto suo, ma che mi piacerebbe un giorno, siamo sinceri, ha più trofei lui in bacheca che mutande io nell’armadio”. E a proposito di mutande, diciamo che Julian non se l’è fatta per nulla sotto. E adesso se lo chiamano ragazzino, può rispondere molto chiaramente “ragazzino a chi?”. E gli anziani, con le loro belle targhe appese e il loro ruolo, se non sono disposti a farsi da parte, sentono brividi molto terreni, percorrere le loro schiene.

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Italia – Germania: una storia di calcio senza tempo

Luigi Pellicone

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Il 17 Giugno 1970 si giocava la Partita del Secolo tra Italia e Germania. Una sfida che nella storia ha segnato epoche diverse ma sempre con lo stesso ardore e rivalità.

Italia – Germania, la madre di tutte le partite. Da una parte, loro: freddi, determinati, metodici, disciplinati, organizzati, granitici, regolari, noiosi. Insomma, tedeschi. Non producono capolavori, ma solide certezze, sebbene si vestano in modo discutibile.

Dall’altra, noi: passionali, istrionici, creativi, fantasiosi, folli, istintivi, estrosi, eleganti. Italiani. Scintille di genio che si accendono  e producono cortocircuiti. Risultato: il sistema operativo teutonico in tilt. Si, perché loro spesso, sono  più forti. Noi, però, siamo sempre più bravi. Lo dice la storia. Ripercorriamola in quattro capitoli.

Capitolo I: La partita del secolo

Città del Messico, 17 giugno 1970. Semifinale di Coppa del Mondo. Stadio Azteca. Lì, c’è una targa. C’è scritto “qui si è giocata la partita del secolo”: lì Italia – Germania. 1-1 dopo i tempi regolamentari. Segna Boninsegna, pareggia Schnellinger al 92′.  Supplementari: Muller porta in vantaggio i tedeschi. Burgnich, che ancora oggi non sa cosa rispondere a chi gli chiede cosa facesse nell’area di rigore tedesca, pareggia al 98′. Sinistro di Riva, al 104′: 3-2 sembra fatta. Sembra, perché Rivera è troppo elegante per vestire la tuta di operaio: causa il 3-3 al 110′ “scansandosi” su un colpo di testa di Seeler. Si farà perdonare trenta secondi dopo, calciando il pallone del 4-3 nell’immediato capovolgimento di fronte. In finale, esausta, l’Italia perderà 4-1 contro un Brasile che avrebbe preso a pallonate anche i marziani.

Capitolo II: la notte di Madrid

Madrid, 11 luglio del 1982. Italia-Germania vale il titolo mondiale. L’Italia, sull’orlo di una guerra civile, si riscopre unita e Campione del Mondo. Primo tempo 0-0,  Cabrini sbaglia un rigore. Nella ripresa cross di Gentile ci arriva primo, come sempre, Paolo Rossi: 1-0. Il raddoppio è negli occhi e nella memoria di tutti gli italiani. Calcio, arte e pathos si fondono nell’esultanza di Marco Tardelli. L’Urlo. Roba da sindrome di Stendhal. Segna Altobelli: 3-0. Anche Breitner, ma chi se ne frega: 3-1. Una notte irripetibile: la voce di Nando Martellini vibra e penetra nel cuore di milioni di italiani “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini dimentica il protocollo, esulta come un tifoso qualsiasi. Abbracciare e bacia tutti, gli resta solo la Regina di Spagna. Ci avrà pensato, poi ripensato e infine capito che non era il caso.

Intermezzo

Passano 24 anni. Siamo cresciuti fra i racconti, senza mai assaporare il gusto della vittoria. I nostri papà ci raccontano la notte di Madrid. I nonni, Italia Germania 4-3. Noi siamo la generazione mai una gioia in azzurro. Affolliamo l’angolo dei disillusi. Calci di rigore, golden gol, arbitri corrotti e biscotti scandinavi: Italia ’90, Usa ’94, Francia 1998,  Europei del 2000, Corea&Giappone 2002, Europei del 2004. Serve la Germania…

Capitolo III: Pizze a domicilio

Dortmund, 4 luglio 2006. Semifinale di Coppa del Mondo. Germania padrona di casa arrogante. Condisce la vigilia con gli stereotipi: italiani, mafia, pizze, spaghetti, mandolino e camerieri.  Il Westfalenstadion non è uno stadio. É una fortezza. Qui i tedeschi non hanno mai perso. Fino al 119′ di quella partita. Fino a che un perfetto sconosciuto, di nome Fabio e cognome Grosso, riceve un pallone da Pirlo. Da dentro l’area di rigore, calcia e chiude gli occhi: un sinistro e una preghiera. Il pallone bacia l’angolo opposto. Nessuno ha la forza di crederci. L’esultanza di Grosso è un remake dell’urlo di Tardelli. I tedeschi provano a rialzarsi, ma in contropiede, e come sennò, subiscono il colpo del KO firmato Alex Del Piero. In finale a Berlino, Cannavaro  che abbandona l’idea di presentarsi con due pizze in conferenza stampa, alzerà al cielo la quarta coppa del Mondo.

Capitolo 4: La caduta di Varsavia

L’ultimo atto si consuma all’Europeo: giovedì 28 giugno del 2012. Ancora una semifinale, questa volta dei campionati Europei. Ancora una volta Germania stra favorita. E ancora una volta accade l’impossibile. Balotelli indovina l’unica prestazione degna del suo talento negli ultimi otto anni e trascina gli azzurri in finale con una doppietta. Due gol in 30 minuti. Prima di testa, poi di destro. Ozil accorcia su rigore ma non c’è tempo. In Finale, una Italia stanca e provata, perderà 4-0 in finale con la Spagna. Una partita mai giocata.

Quinto Capitolo: I rigori ci fanno piangere

Allo Stade Matmut-Atlantique in occasione degli Europei di Francia 2016 l’Italia di Antonio Conte incontra la Germania del solito Loew ai quarti di finale. Sulla carta non c’è storia: gli azzurri sono un’Italietta, i tedeschi la solita corazzata. Reggiamo l’urto e fermiamo i tempi regolamentari e supplementari sull’ 1 a 1. Si va ai rigori: indimenticabile la minaccia di cucchiaio non fatto da Pellè e la rincorsa infinita di Zaza. Perdiamo 7 a 6 alla fine. Godono loro, questa volta.

Cinque capitoli, stessa trama: Germania e Italia non è una partita. É un poema grondante sudore, passione, poesia, forza, coraggio, sofferenza e lacrime. E spesso piangono i tedeschi.

 

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