“Dale Boca, Bèlin”. Il club più prestigioso d’America, fondato su una panchina dai genovesi

“Dale Boca, Bèlin”. Il club più prestigioso d’America, fondato su una panchina dai genovesi

Buenos Aires, 3 aprile 1905. Un gruppo di adolescenti di origine italiana, abitanti del quartiere della Boca, fonda il Boca Juniors. Stimolati dal professore di educazione fisica, la combriccola si reca a casa di uno di loro, Esteban Baglietto, per dar vita a un club di calcio: qualcosa di abbastanza normale se consideriamo che nel 1907 erano stati fondati in Argentina circa 300 club calcistici. Per il chiasso provocato i giovani vengono cacciati di casa e si sistemano nella vicina Plaza Solís, dove su una panchina, scartato il nome Hijos de Italia, fondano il Boca Juniors. Boca, in onore del loro quartiere di appartenenza, e Juniors, perché l’inglese dà sempre un tocco di prestigio, soprattutto se accostato al nome di un quartiere al tempo considerato poco raccomandabile. Baglietto, presidente minorenne, non immaginava che il club fondato con gli amici di prestigio ne avrebbe guadagnato a dismisura, fino a divenire uno dei più titolati al mondo e l’unico a non retrocedere mai dalla Primera División argentina.

Per i primi anni il Boca indossa divise dai colori altalenanti, finché nel 1907 viene adottata la colorazione azul y oro. Secondo la leggenda, non riuscendo a mettersi d’accordo sui colori da adottare, il gruppo di ragazzi si affida al fato: vanno al porto di Buenos Aires e attendono il passaggio della prima imbarcazione. La prima a passare è una barca che batte bandiera svedese. Secondo la storiografia riconosciuta dal club, invece, è Juan Bricchetto, al tempo operaio portuale, ad avvistare l’imbarcazione scandinava e a proporre l’idea agli altri. Il club adotta inizialmente una maglietta con fascia diagonale gialla su sfondo blu, poi trasformata in banda orizzontale, probabilmente per motivi logistici legati alla cucitura.

Baglietto, Scarpatti, Sana, Farenga, Movio… La Boca era un quartiere portuale di immigrati italiani in maggioranza genovesi, così diverso dal resto dalla città che al tempo gli altri abitanti di Buenos Aires lo consideravano quasi un’entità a parte. Nel 1882 alcuni suoi abitanti proclamarono l’indipendenza dal resto dell’Argentina: issarono una bandiera genovese e scrissero al re Umberto I chiedendo il riconoscimento della Repùblica Independiente de la Boca.

Povera e culturalmente vivace, con le sue caratteristiche casette colorate coperte da chapas de zinc, la Boca era popolata da operai portuali, marinai, prostitute, pittori, poeti, pizzaioli, socialisti, anarchici, garibaldini e compositori di tango. Non ci saremmo stupiti a vedervi anche una Via del Campo.

Conseguenza diretta della prevalenza di immigrati genovesi, anche tra i fondatori del club, è che dai primi decenni del Novecento ad oggi il tifoso del Boca è sempre stato chiamato Xeneize, che significa semplicemente “genovese” in dialetto genovese. Visitando il sito ufficiale del Boca, si può constatare che è tradotto in sole quattro lingue: spagnolo, inglese, italiano e genovese. Ma la continuità con la cultura ligure non si limita alla lingua: ancor oggi passeggiando per le vie del quartiere si può assaggiare la fugaza, tipica focaccia genovese, o la fainà, la farinata di ceci.

Nessuno si stupisca, dunque, se tra i simboli del Boca figura anche un simpatico pizzaiolo, stereotipo dell’immigrato italiano della prima metà del Novecento. Il suo nome è Pedrín el fainero e non differisce molto dai pizzaioli che popolano i nostri cartoni della pizza, non fosse per la maglietta azul y oro che indossa con orgoglio. La nascita di questa mascotte è curiosa: tra il 1940 e il 1952 andò in onda una popolare trasmissione di radio-teatro chiamata Gran Pensión El Campeonato, che veniva trasmessa la domenica e introduceva ogni giornata di Primera División. I protagonisti erano gli ospiti di una pensione, ognuno rappresentante di un club della massima serie argentina, in lotta fra loro per conquistare il cuore della padrona di casa, Miss Campeonato. La storia volle che il primo anno di trasmissione coincise con la vittoria del Boca in campionato: Pedrín guadagnò una popolarità tale che al centro della Bombonera fu inscenato un matrimonio tra i due personaggi.

Ancor oggi il legame tra Genova e la Boca è forte: nel quartiere, nonostante i grandi cambiamenti sociali, c’è ancora qualche anziano che continua a parlare genovese. Ma, al di là della lingua, tutti si riconoscono almeno in parte di sangue italiano. Anche a livello calcistico non sono mancate dimostrazioni d’affetto transoceaniche. Nel 1969-70 un gruppo di tifosi doriani assunse il nome di Ultras Tito Cucchiaroni, giocatore italo-argentino che tra gli anni Cinquanta e Sessanta militò nel Boca Juniors e nella Sampdoria. Negli anni Novanta, poi, i vertici della federazione delle peñas del Boca vollero entrare in contatto con il club doriano e i suoi tifosi: ne risultò la nascita del “Sampdoria Club Buenos Aires”. Negli anni Duemila anche i genoani hanno sancito un legame ufficiale, con la nascita del “Genoa Club La Boca”, per raccogliere i tifosi genoani della capitale argentina: è bene ricordare, infatti, che quando fu fondato il club azul y oro a Genova esisteva solo il Genoa. Infine, impossibile ignorare il triangolo che lega Genova, Napoli e Buenos Aires. Complici il gemellaggio più che trentennale tra rossoblù e partenopei, il carattere marinero delle tre città e, ovviamente, una persona chiamata Diego Armando. Chiedetelo a Pedrín il pizzaiolo.

Emigrante Fútbol Club: 10 squadre fondate da italiani in Australia

Emigrante Fútbol Club: 10 squadre fondate da italiani in Australia

L’Australia è certamente il paese che ospita il maggior numero di squadre di calcio fondate di emigrati italiani. Dopo aver passato in rassegna Brasile e Argentina, in questa terza tappa di Emigrante Fútbol Club scopriremo alcuni dei principali club italiani fondati dall’altra parte del mondo, senza la velleità di volerli elencare tutti né di ricostruire dettagliatamente la complicata storia di squadre che hanno contribuito enormemente allo sviluppo del movimento calcistico in Oceania.

 MARCONI STALLIONS

1-marconiNel 1956 più di cento membri della comunità italiana della Western Sidney fondarono il “Club Marconi”, circolo sportivo principalmente dedito alle bocce e intitolato all’uomo che “connesse l’Australia col resto del mondo”. Pochi anni dopo il club si dotò anche di una squadra di calcio, che negli anni ’70 vinse più volte la massima serie del New South Wales, massimo trofeo raggiungibile in assenza di una competizione nazionale.
Nel 1977 i Marconi Stallions fondarono assieme ad altre tredici squadre la National Soccer League, primo campionato di calcio a livello nazionale in Australia, nel quale giocarono fino alla sua dissoluzione nel 2004.  Lo vinsero per quattro volte, avvalendosi per decenni del sostegno di alcune migliaia di tifosi.

Tra gli aneddoti che più recentemente hanno legato gli Stallions all’Italia, va certamente citata la militanza nel club di Roberto Vieri e del figlio Christian: il primo all’età di 33 anni andò a chiudere la carriera in Australia, il secondo invece giocò le prime partite a calcio proprio con il club italo-australiano.

Oggi gli Stallions giocano in terza divisione. Le rivalità più sentite sono quelle contro i greci del Sidney Olyimpic e i croati del Sydney United 58, ma riscuote grande seguito anche il derby contro le “tigri” italiane dell’APIA Leichhardt.

A.P.I.A. LEICHHARDT TIGERS

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L’Associazione Polisportiva Italo-Australiana fu fondata nel 1954 a Leichhardt, a Sidney, dove è ancora di base. Sul proprio sito si definisce un club di origine italiana, con influenze inglesi e scozzesi. Come gli Stallions, anche l’APIA ha primeggiato alcune volte nel campionato regionale, fino alla nascita della NSL, che ha vinto solo nel 1987. Il club può vantarsi di essere l’unica squadra di calcio dell’Oceania ad essere regolarmente invitata da 15 anni al Torneo di Viareggio. Purtroppo per loro, l’edizione 2017 sarà la prima a cui non parteciperanno, per via del contrasto tra il calendario locale e la prestigiosa competizione giovanile.

BALCATTA FC

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Nel 1977 un gruppo di giovani siciliani iniziò a ritrovarsi la domenica pomeriggio per giocare a pallone nel parco della chiesa di St. Lawrence a Balcatta, nei sobborghi di Perth. Nel giro di poco tempo crebbe sia il numero di aspiranti calciatori che quello degli spettatori, tanto da indurre i ragazzi a fondare un vero e proprio club. Quasi tutti i calciatori erano originari di Ucria, un piccolo comune montano in provincia di Messina, pertanto si decise che il simbolo della squadra sarebbe stato l’Etna.

Nacque così il Balcatta Etna Soccer Club, che oggi ha perso la connotazione italiana nel nome (Balcatta è infatti il nome aborigeno della zona), ma non nello stemma e soprattutto nella gestione del club. Basta dare un rapido sguardo al consiglio direttivo per rendersene conto: Carlino, Poncini, Alessandrino, D’Orazio, Luca, Scaravaci, D’Alonzo, Petrilli, Pergoloni, D’Opera, Valentino sono tutti cognomi che ancora testimoniano l’identità italiana degli “etnei d’Australia”.

Nel 1987 il Balcatta si fuse con il Perth Azzurri e l’East Fremantle Tricolore per dar vita al Perth Italia Soccer Club: tuttavia, la triplice squadra italiana non fu accettata nella divisione nazionale, al che seguì la fuoriuscita dei siciliani.

ESSENDON ROYALS 

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Nel 1959 un numeroso gruppo di triestini residenti ad Essendon, sobborgo di Melbourne, fondò l’Unione Sportiva Triestina Soccer Club. Maglia, stemma e colori ricalcavano perfettamente quelli dell’omologa squadra italiana. In seguito a numerose fusioni il club ha perso il nome originale, ma mantiene un’identità visiva strettamente legata alla squadra alabardata.

MERRIMAC FC

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Nel 1962 l’italiano Tony Cecco arrivò in Australia a bordo della nave “Flaminia”. Per i primi anni tagliò la canna da zucchero come tanti suoi connazionali, per poi dedicarsi alla costruzione di ponti nello stato del Queensland. Una decina di anni dopo Tony si iscrisse al Broadbeach Soccer Club nella città di Goald Coast, nel quale giocavano numerosi italiani, ma già nel 1975 decise di fondare una squadra di identità marcatamente italiana. Il 7 giugno del 1976 un gruppo di 27 italiani fondava il Goald Coast Italo-Australian Club, con un capitale iniziale di 270 dollari. Oggi il Merrimac ha preso il nome dalla zona della città in cui è situato, ma, come si legge dal sito, rivendica ancora le proprie radici: “Il nostro passato e le nostre radici etniche saranno sempre onorati e ricordati, perché fanno parte della nostra storia”.

 SORRENTO FC

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Anche se non fondato direttamente da italiani, il club merita una menzione almeno per il nome. Fu infatti creato nel 1972 dai genitori degli alunni della scuola primaria “Sorrento”, che a sua volta prende il nome dalla zona di Perth in cui si trova. Non è tuttavia certo se siano stati degli italiani a dare il nome di Sorrento al sobborgo. Oggi The Gulls (i gabbiani) si sono spostati in un’altra zona e annoverano anche qualche atleta di origine italiana.

SUBIACO AFC

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Come il Sorrento, anche questo club rappresenta una zona di Perth dal nome italiano. Tuttavia, abbiamo informazioni più precise sull’origine del toponimo. Nel 1851 un gruppo di monaci benedettini fondò New Subiaco, in onore del comune italiano in cui visse per oltre trent’anni San Benedetto, con cui è tuttora gemellato. I monaci iniziarono a coltivare l’olivo, che è ancora presente nello stemma della città. Il club di calcio fu fondato nel 1909 da immigrati inglesi e scozzesi, ma annoverò sin da subito anche italiani tra le proprie fila. D’altronde, sullo stesso sito della squadra è spiegato che i colori adottati dal Subiaco AFC sono quelli dell’AS Roma, in quanto club di più vicino alla città italiana di Subiaco.

ADELAIDE CITY – BRUNSWICK ZEBRAS – MORELAND ZEBRAS

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Queste tre squadre, fondate tutte negli anni ’40, si rifanno a quello che è indiscutibilmente il club italiano più copiato all’estero, la Juventus. Tutte e tre nacquero col nome di Juventus, che hanno poi perso in favore del nome della località in cui operano.  L’Adelaide City, la più vittoriosa tra le tre bianconere, ha vinto la NSL tre volte tra gli anni ’80 e ’90 e la OFC League, ovvero la Champions League dell’Oceania, nel 1987. Ha inoltre organizzato un campo estivo in collaborazione con la Juventus di Torino.

A fini di completezza, elenchiamo alcune squadre rimaste fuori dall’elenco. Oltre ai già citati Perth Azzurri (oggi Perth SC) ed East Fremantle Tricolore, mancano all’appello: gli University Azzurri di Darwin, fondati nel 1994 come Darwin Azzurri; il Brisbane City FC, il cui stemma non lascia spazio ad interpretazioni; il Werribee City FC, nato come club di bocce nel 1960; gli Adelaide Blue Eagles, nati come Napoli SC nel 1958; e infine il Bayswater City SC, frutto della sacrilega fusione tra i nerazzurri del Lathlain Meazza e i bianconeri del Rosemount Juventus.

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Il primo inno della Roma era un tango

Il primo inno della Roma era un tango

A più di ottant’anni dalla sua composizione, la “Canzone di Testaccio” è ancora intonata dai tifosi della Roma. È un modo per coltivare la memoria dei tempi giocati all’ombra del Monte dei Cocci, ma è anche un’esortazione rivolta agli undici in campo: tirate fuori lo spirito testaccino di un tempo. Nonostante la sua diffusione, pochi sanno che la canzone fu composta sulle note di “Guitarrita”, un tango scritto da Bixio Cherubini e Armando Fragna nel 1930.

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Il compositore Fragna e il paroliere Cherubini scrissero “Guitarrita” per la colonna sonora del film romantico-popolare “La canzone dell’amore”, diretto da Gennaro Righelli e presentato a Roma il 6 ottobre 1930. Il film, tratto dalla novella “In silenzio di Pirandello, è la prima opera cinematografica col sonoro di produzione italiana.

L’anno successivo, il paroliere e poeta Totò Castellucci compose sulle note di “Guitarrita” quella che al tempo veniva chiamata la “Canzona de Testaccio”, oggi nota anche col semplice titolo di “Campo Testaccio”. Grazie al suo contributo, l’incipit del tango (“Sotto le stelle nell’Argentina / bruna regina regnavi tu”) divenne il celebre “Cor core acceso da ‘na passione / undici atleti Roma chiamò”.  L’attività di Castellucci come autore di testi dedicati all’AS Roma non si limitò a questa occasione, tant’è che negli anni ’50 uscì addirittura un suo “Canzoniere giallorosso”.

A Roma la tradizione di ideare canti calcistici sulle note di canzoni già famose ha dunque radici che vanno ben oltre i cori ideati su “La partita di pallone” di Rita Pavone o “La notte vola” di Lorella Cuccarini. Tuttavia, non dobbiamo immaginare la “Canzone di Testaccio” come un brano frutto di quella “creatività collettiva” che risiede nelle curve e che tanti capolavori ha regalato alla cultura sportiva italiana. Castellucci infatti compose il brano per il primo film italiano dedicato al calcio: “Cinque a zero” di Mario Bonnard, uscito nel 1932, del quale oggi sarebbe rimasta una sola pellicola in lingua francese.

Il film trae ispirazione dallo storico celebre 5-0 assestato dalla Roma alla Juventus il 15 marzo 1931 e vede la partecipazione di buona parte della rosa romanista, tra cui Ferraris IV, Bernardini, Volk e Masetti, nonché di Zi’ Checco, storico custode di Campo Testaccio. Nella commedia di Bonnard le vicende calcistiche fanno da sfondo a due storie di coppia: l’amore tra il centravanti della squadra e una ballerina del varietà e il rapporto tra il presidente, interpretato dal celebre Angelo Musco, e la moglie allergica al calcio, che alla fine del film diviene una grande tifosa.

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Il primo inno della Roma era dunque un tango argentino, ma al tempo non doveva risuonare come una melodia esotica. La diffusione del tango in Italia era tale che anche una canzone a Roma considerata tradizionale come “Chitarra Romana”, scritta nel 1935 da Eldo Di Lazzaro, era originariamente un tango. E non è un caso se Ettore Petrolini, grande attore e drammaturgo vissuto a cavallo dei due secoli, compose proprio in quegli anni il suo “Tango romano”. Più di tutti, però, colpisce l’aneddoto di un giovane Renato Rascel che, per guadagnarsi da vivere, si spacciava per cantante argentino nei cabaret torinesi. Si racconta che un giorno, avvistati alcuni calciatori argentini nel pubblico, li pregò di non “farlo sgamare”.

Sarebbe bello oggi poter sapere cosa pensavano del tango giallorosso i tantissimi argentini e italo-argentini che fecero grande la Roma nei suoi primi decenni di vita. Due di questi sono anche citati nella canzone: Arturo Chini Ludueña e Nicolás Lombardo.

Chini, esterno tutto dribbling e velocità, arrivò nel 1926 in Italia con una laurea in giurisprudenza. L’Alba-Audace lo soffiò alla Juventus e, quando i biancoverdi si fusero con Roman e Fortitudo-Pro Roma, divenne il primo giocatore straniero della neonata AS Roma. Nel 1934 transitò alla Lazio per poi giocare le ultime tre stagioni della sua carriera nel Trastevere. Dopo il ritiro, si dedicò alle relazioni internazionali, arrivando a lavorare come alto diplomatico a Washington DC.

Lombardo fu invece acquistato dalla Roma nel 1930, anche se la sua storia in giallorosso durò poco: nel 1932 un grave infortunio al ginocchio lo costrinse a fermarsi per lungo tempo. Ma il suo ruolo nella società giallorossa era tutt’altro che esaurito: la società lo inviò in Argentina come mediatore per il calciomercato. Lì, mentre assisteva a una partita del Racing de Avellaneda, fu aggredito da un gruppo di tifosi perché colpevole di facilitare un club straniero nel “depredare” il campionato argentino.

Tuttavia, dopo aver attraversato l’oceano a bordo del piroscafo “Duilio”, il 18 maggio 1932 Lombardo approdò sul litorale romano in compagnia dei talenti oriundi Guaita, Scopelli e Stagnaro. I tre, comprati dalla Roma per fare il salto di qualità, arrivarono insieme nella capitale e insieme ne fuggirono nel 1935 per paura di finire a combattere in Abissinia. Furono visti entrare in una Lancia Dilamda, poi in Liguria su un treno per la Francia, dove si imbarcarono per tornare per sempre in Sud America. Non manca chi sostiene che a insinuare in loro la paura del tutto infondata di finire al fronte fu il Generale Vaccaro, gerarca fascista e presidente della FIGC, noché alta carica dirigenziale della Lazio.

La storia del primo decennio romanista ebbe dunque solo due passaporti, quello italiano e quello argentino, e queste sono solo alcune delle storie giunte fino ai giorni nostri. Negli anni successivi furono ancora numerosi gli argentini ad attraversare l’Oceano con il sogno di giocare nella Roma: Spitale, Provvidente, i futuri campioni d’Italia Allemandi e Pantò, fino ad arrivare al secondo dopoguerra con Di Paola, Peretti, Pesaola e Valle.

Ai celebri “Piedone” Manfredini e Francisco Lojacono seguì un decennio, quello dei Settanta, di chiusura delle “frontiere” calcistiche.  Negli anni Ottanta la Roma si risvegliò “brasileira”, come cantava Little Tony, e dovrà aspettare il 1993 per rivedere un argentino in squadra: è Abel Eduardo Balbo e con lui ricominciò l’unico rapporto che sia mai potuto esistere tra giallorossi e biancoazzurri, quello che su una nave collega Buenos Aires e Roma. L’apice raggiunto da questa relazione si incarna, a inizio del millennio, in una persona che è inutile nominare, perché è già venuta in mente a tutti da parecchie righe.

Si ringrazia Massimo Izzi per i preziosi consigli e per aver scritto il primo articolo in cui si cita “Guitarrita”, uscito su “Il Romanista” del 10 settembre 2008.

FOTO: asromaultras.org

Stadi italiani, i numeri del ReportCalcio 2017: perchè siamo ancora il fanalino d’Europa

Stadi italiani, i numeri del ReportCalcio 2017: perchè siamo ancora il fanalino d’Europa

È uscito poco tempo fa il ReportCalcio 2017, lo studio sul calcio italiano pubblicato ogni anno dal Centro Studi della FIGC in collaborazione con AREL e PwC. Il documento rappresenta un vero e proprio censimento sullo stato del calcio, dai dilettanti alla Serie A, abbracciando aspetti economici, sociali e statistici del pallone in Italia. In questo articolo si approfondisce la settima sezione del report, quella dedicata a “Stadi, spettatori e sicurezza”, che fotografa la situazione relativa al pubblico e agli impianti. I dati, come quelli di tutto il report (scaricabile integralmente a questo link), sono riferiti alla stagione 2015/16.

PROPRIETÀ – La stragrande maggioranza degli stadi del calcio professionistico italiano è ancora di proprietà pubblica. Fino alla stagione 2015/16 erano solo tre gli impianti di proprietà privata, riconducibile al club o a imprese ad esso collegate: quelli di Juventus, Sassuolo e Udinese. A questi club si è aggiunta nella stagione scorsa l’Atalanta.

ALTRI UTILIZZI – Se in Serie A ormai quasi tutti gli impianti sono utilizzati anche per altri scopi oltre al calcio (13 su 16), la ricerca di utilizzi e ricavi alternativi stenta ancora a decollare in Serie B, dove solo 8 stadi su 22 prevedono attività alternative. Meglio la Lega Pro, dove circa la metà degli stadi ospita anche altri tipi di eventi. Inoltre, più di uno stadio su tre presenta ancora la pista d’atletica tra il campo e gli spalti.

AMBIENTE – Per ciò che riguarda le tematiche ambientali, nel periodo considerato dal report la situazione era la seguente. In Serie A solo tre stadi utilizzavano fonti di energia rinnovabili, uno solo in Serie B e cinque in Lega Pro. Meglio per quanto riguarda la raccolta differenziata, invece, in cui è la Serie A (56% degli impianti) a dover inseguire la Serie B (73%) e la Lega Pro (62%).

SPETTATORI – È ondivago l’andamento dell’affluenza per la Serie A, che nel 2015/16 ha registrato una media di 22.280 paganti a partita, più dell’anno precedente (21.586) ma meno del 2013/14 (23.011). Nella stagione appena conclusa, stando ai dati di stadipostcards.com, la media è leggermente scesa a 22.217.

In evidente crescita invece gli spettatori di Serie B e Lega Pro. Il campionato cadetto ha accolto nel 2016/17 una media di 6.914* spettatori, seguendo un trend in costante miglioramento dal 2012/13 (4.848). Lo stesso vale per la Lega Pro, che non smette di crescere dal 2011/12, con una media di 2.339* biglietti a strappati a partita nella stagione appena finita.

CONFRONTO CON L’ESTERO – Anche se in crescita parziale, le cifre del calcio italiano sono basse se rapportate a quelle dei campionati europei più affini. La Serie A 2015/16 ha totalizzato 8,5 milioni di spettatori, contro i 13,8 dell’Inghilterra, i 13,3 della Germania e i 10,8 della Spagna. La Francia ne ha fatti mezzo milione in meno, ma lasciando la metà dei posti invenduti: forse gli stadi italiani sono troppo grandi per quelli che sono ormai i numeri del nostro calcio.

PREZZI – All’origine della bassa affluenza ci sono sicuramente numerosi motivi, dall’arretratezza degli impianti al dominio delle pay-tv, dalla perdita di appeal della Serie A alla scarsa considerazione per i diritti del tifoso. È certo però che uno dei principali motivi che tiene gli italiani a casa è quello del caro-biglietti: i biglietti in Italia costano tanto, o – se vogliamo vederla diversamente – il livello dello spettacolo non giustifica prezzi così alti. In Serie A il prezzo medio del titolo di accesso è di 26,4 euro. Molto meglio in Serie B con 7,6 euro di media, incomprensibilmente più alta di 4 euro in Lega Pro. Il modello tedesco, con i suoi prezzi popolari nei settori popolari, indica la strada da seguire.

Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Tre ragazzi, una macchina e una telecamera. È il 27 maggio 2017, la notte prima dell’ultima partita di Francesco Totti con la maglia della Roma, e la città si prepara a dare l’addio al suo Capitano. Troveranno volti e voci di incontri fugaci, notturni, regolati dal caso, di compagni di viaggio con cui condividere l’ultima notte di un’avventura durata più di venticinque anni: quella di Francesco Totti con la maglia della sua città.

“Prima dell’ultima” è un cortometraggio di Paolo Geremei, David Gallerano e Paolo Valoppi. Nell’opera Totti non viene mai nominato: «Il nostro è un racconto sulla percezione di Totti, sul suo riflesso, sulla continua assenza e presenza», spiega Paolo Geremei. E anche la scelta di raccontare la notte precedente al suo addio è frutto di una ricerca artistica: «L’attesa era la cosa che più ci interessava, catturare le emozioni di chi si prepara al domani, nei modi più diversi possibili. Abbiamo scelto la notte – conclude il regista – perché è un momento in cui si è veramente se stessi, e perché si respira quell’attesa che di giorno, in qualche modo, vivi con più facilità».