Nestor Ortigoza, dai Tornei clandestini alla Libertadores alla ricerca del Rigore Perfetto

Nestor Ortigoza, dai Tornei clandestini alla Libertadores alla ricerca del Rigore Perfetto

La rincorsa anomala, frontale rispetto al dischetto del rigore. Qualche falcata, una serie di passi fulminei, la frenata oscillante appena prima del tocco e poi… quell’attimo. Quella impercettibile frazione di secondo in cui Nestor Ortigoza capisce se il portiere va di qua, di là o lo aspetta. Quel momento in cui decide se aprire il piatto verso destra o tirare di collo a sinistra. Segue un tiro secco e sicuro, se il portiere ha avuto la fretta di buttarsi, ma è un tiro violento e angolatissimo, se il portiere ha deciso di sfidare el Gordo aspettando che sia lui a fare la prima mossa.

Nestor Ortigoza, ex mediano e capitano del San Lorenzo de Almagro, ora in forza all’Olimpia di Asunciòn ritiene di aver trovato la chiave per segnare sempre, o quasi, su calcio di rigore. A dirlo non è lui, ma i suoi numeri: ha segnato 36 su 40 rigori nel calcio professionistico, ma è probabile che a fine carriera la statistica sarà ancora più sconvolgente. A interrompere la serie positiva di 19 rigori realizzati è stato nel 2012 Nelson Ibáñez, portiere del Godoy Cruz. Mentre l’ultimo rigore sbagliato è stato contro il Banfield nella partita di addio al suo amato San Lorenzo per andare all’Olimpia.

Le ottime doti tecniche del centrocampista argentino naturalizzato paraguaiano non possono bastare a spiegare la sua quasi totale infallibilità dal dischetto. Giocatori che certamente si sono distinti più di lui dal punto di vista della qualità hanno inciso molto meno su rigore. La sua vicenda biografica è certamente una chiave per capire dove Orti trovi la freddezza, l’intuito e la perfezione tecnica per mettere a segno i suoi calci di rigore.

Nestor Ezequiel Ortigoza nasce nel 1984 in una zona povera a ovest di Buenos Aires. Il soprannome con cui lo chiamano oggi i suoi tifosi, el Gordo, racconta di un ragazzo dal viso rotondo e dal fisico certamente robusto. A dispetto dell’anagrafe, sin da piccolo nel suo quartiere tutti lo chiamano Jonatan: è come avrebbero voluto chiamarlo i genitori, ma in quegli anni la recente ferita della guerra delle Isole Malvinas vietava nomi inglesi.

Le condizioni economiche della famiglia Ortigoza non permettono al figlio di dedicarsi al calcio in via esclusiva: dopo gli allenamenti vende quaderni, gelati, scarpe, caramelle e altri beni ai semafori e sui treni. Nonostante ciò, il miglior modo per guadagnare qualche soldo in più è un altro. Lo zio Manuel lo porta di notte a vedere i tornei clandestini di calci di rigore a cui prende parte. Chi gioca vince soldi, chi guarda scommette.

Per più di un anno, Nestor osserva lo zio e gli altri partecipanti calciare migliaia di rigori, durante interminabili tornei a eliminazione che durano dalla sera del venerdì all’alba del sabato. Come tutti i bambini, vuole copiare gli adulti: prende un pallone e passa i pomeriggi a colpire gli alberi per strada. Grazie all’imitazione e all’allenamento precoce e solitario, Nestor sviluppa un piede sopraffino, che gli permette presto di partecipare ai tornei e di portare a casa somme cospicue di denaro.

È qui che perfeziona la strategia con cui realizza i rigori, dai campi in terra alla Primera División. Così la descrive a Canchallena: “Aspetto il portiere fino all’ultimo istante. Se non si muove, tiro forte a un palo. Lo decido sul momento, ma bisogna avere grande coordinazione, perché è difficile cambiare tutto a un passo dal pallone. Ma io ormai sono abituato”.

Sempre in gioventù, Nestor affianca ai tornei di rigori quelli – anch’essi illegali, ma più tradizionali – di calcio a undici, grazie ai quali continua a guadagnare. Con una sua squadra del suo quartiere, la Central del 30, continua a frequentare i campi di terra anche durante le giovanili all’Argentinos Juniors, arrivando a giocarsi anche diecimila pesos a partita: “Una squadra metteva i soldi, lo stesso faceva l’altra. Partecipava alla scommessa anche gente esterna, scommettendo su una delle due squadre e garantendoci una percentuale”, ha descritto a El Gráfico.

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Nemmeno dopo lo sbarco in prima squadra si dedica esclusivamente al suo club: per guadagnare di più Ortigoza continua ad arrotondare con i tornei, così come a svolgere il mestiere di venditore ambulante. L’allenatore Ricardo Caruso Lombardi, cosciente della doppia vita sportiva del suo calciatore, così come dei suoi mestieri complementari, intercede presso la dirigenza del club e ottiene per lui un contratto più vantaggioso.

Per le sue origini umili, per il suo carattere anticonformista e irriverente, Ortigoza ha sempre riscosso la simpatia dei tifosi delle squadre per cui gioca. Squadre che, salvo qualche mese in prestito in Argentina e negli Emirati Arabi, sono state solo tre: Argentinos JuniorsSan Lorenzo e Olimpia Asuncion. Nemmeno la sua consacrazione definitiva nella squadra di Buenos Aires, che allontana del tutto i problemi economici, riesce a renderlo indifferente al richiamo del potrero. Una parola, intraducibile in italiano, che per un argentino richiama un’irregolare porzione di terreno su cui tra sassi e fango si pratica un gioco con poche regole e sottratto al controllo delle istituzioni. Il potrero è il luogo in cui Ortigoza, come molti campioni argentini, si è formato calcisticamente, riuscendo a mettere in risalto le proprie doti tecniche senza dimenticare l’aspetto fisico. Per una persona così attaccata alle sue origini e alla sua gente è difficile non ascoltarne il richiamo.

A riguardo, un episodio descrive bene il suo carattere. Qualche anno fa alcuni tifosi azulgrana stavano assistendo ad un torneo amatoriale su un campo in terra.  È facile immaginare l’entusiasmo che li colse quando, del tutto a sorpresa, videro entrare in campo Ortigoza: un giocatore della massima serie che rischiava le caviglie su un campo non proprio leggero. Ma in fondo, per lui era del tutto normale: “Ero riserva e sapevo che la settimana dopo avrei dovuto giocare. Perciò sono andato a Catán con i miei amici: dovevo riprendere il ritmo!”, ha raccontato sempre a El Gráfico.

Di episodi del genere, nella carriera di Ortigoza, ce ne sono senza fine, senza che l’incedere degli anni abbia contribuito a diminuirli. A settembre 2015 il San Lorenzo stava per giocarsi la vetta della classifica in casa del Boca Juniors, ma il giorno prima la nazionale del Paraguay aveva un’amichevole contro il Cile. Ortigoza si è rifiutato di scegliere: dopo 86 minuti giocati con la albirroja è corso all’aeroporto di Santiago, per arrivare a Buenos Aires alle quattro di mattina. Giusto in tempo per dormire qualche ora e recarsi alla Bombonera, dove a 18 minuti dalla fine è entrato cambiando l’andamento della partita.

Con il San Lorenzo, Ortigoza ha segnato i due goal più importanti della sua carriera. Il primo ha regalato, alla fine del Torneo Clausura 2012, la salvezza al San Lorenzo. Si giocava lo spareggio di ritorno tra i cuervos e l’Instituto, squadra di seconda divisione. Gli ospiti si erano portati sullo 0-1, riducendo al minimo il vantaggio dei padroni di casa, che avevano vinto l’andata 2-0. Ortigoza segnò il goal dell’1-1 trascinando definitivamente il San Lorenzo fuori dall’incubo.

Nel 2014 un altro suo goal ha invece portato al club di Boedo la prima Copa Libertadores della sua storia. Al 36° minuto Ortigoza ha fatto esplodere lo stadio del San Lorenzo, segnando l’unica rete della finale di ritorno contro il paraguaiano Club Nacional, dopo l’andata finita in parità. Grazie al suo goal il San Lorenzo, fondato nel 1908 da un prete per salvare dai tram un gruppo di ragazzini dediti al calcio di strada, ha toccato il punto più alto della propria storia. Non male per un calciatore che fino a qualche anno prima continuava a giocare nei potreros.

Ovviamente, entrambi i goal sono stati su calcio di rigore.

Pasolini e il calcio. Il pallone è l’oppio dei popoli?

Pasolini e il calcio. Il pallone è l’oppio dei popoli?

Secondo appuntamento con Pier Paolo Pasolini e il suo rapporto con il mondo del Calcio.

Pier Paolo Pasolini è un intellettuale che affronta lo sport, in particolare il calcio, da ogni punto di vista possibile. Come Arpino, Bianciardi, Del Buono, non ha paura di “sporcarsi le mani” parlando di calcio. E quando gli intellettuali si accostano al gioco del pallone in maniera non snobistica, riescono spesso a comunicarne gli aspetti migliori o a darne interpretazioni che vanno ben oltre il semplice fatto sportivo.

La questione di cui si tratterà è semplice e ricorrente, ben sintetizzata nel 1995 dall’uruguaiano Eduardo Galeano, nel suo celebre Splendori e miserie del gioco del calcio, raccolta di brevi riflessioni e racconti sullo sport più famoso del mondo: «Il disprezzo di molti intellettuali conservatori si fonda sulla certezza che l’idolatria del pallone è la superstizione che il popolo si merita. […] In cambio, molti intellettuali di sinistra squalificano il calcio perché castra le masse e devia la loro energia rivoluzionaria».

Questo quadro, assai sintetico, è più o meno lo stesso in ogni paese in cui il calcio sia lo sport dominante, e spesso resiste ancora oggi. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, periodo in cui di certo l’ignavia politica era vista peggio che oggi, il dibattito sullo sport è fervente. Nel gennaio 1969, Pasolini scatena un’accesa polemica con Giovanni Arpino su questo tema, esponendo le sue visioni sulla rubrica Il Caos tenuta sul periodico Tempo.

In un primo articolo, Pasolini aveva manifestato la sua antipatia verso Nino Benvenuti, campione della boxe tricolore, rinomatamente di estrema destra. In seguito alla sollevazione dei sostenitori del pugile, Pasolini risponde a una lettrice in maniera altrettanto veemente: «Può dunque capire come ci si debba augurare che Benvenuti perda il prossimo incontro e tutti gli incontri futuri, che la Nazionale italiana si imbatta in una serie di fatali Coree, e così via: in modo che non ci si aspettino più, una volta per sempre, delle false consolazioni ai bassi salari».

Con quella che è evidentemente una provocazione, Pasolini si schiera su una posizione di doppio rifiuto: da un lato, all’interno del Paese, rigetta lo sport come diversivo e motivo di futile gioia per le masse sfruttate; dall’altro, nel rapporto con il resto del mondo, rifiuta l’immagine vincente e nazionalista dell’Italia sportiva come posticcio di una nazione “senza cultura”. Tali parole però, strettamente legate ad un contesto, vengono isolate e forse strumentalizzate da Arpino, che su La Stampa lancia una facile invettiva contro Pasolini, portato a rispondere ancora.

Nella sua replica, Pasolini opera un discernimento fondamentale per quanto riguarda la sua visione dello sport. Da un lato, vi è lo sport praticato, che nobilita l’uomo dal punto di vista sociale e fisico, un’attività ancora troppo rara in Italia e che, secondo lui, va incentivata fortemente. Dall’altro, vi è lo sport come spettacolo, un’attività stupida e tuttavia molto umana, che rimane, in ogni caso, un’evasione.

L’Italia è dunque una nazione in cui lo sport viene seguito molto e praticato poco: tale discrepanza crea, inevitabilmente, l’illusione che l’Italia dei trionfi internazionali corrisponda a quella reale, quando invece anche le medaglie d’oro azzurre alle Olimpiadi sono irrilevanti rispetto a quelle di altri paesi.

L’attacco di Pasolini va perciò contestualizzato, al contrario di quanto fatto da Arpino. E’ un attacco all’ipocrisia, dominante ancora oggi, legata alle vittorie sportive in campo internazionale, spesso enfatizzate oltremodo e caratterizzate da punte di patriottismo esasperato, se non di vero e proprio nazionalismo. Su questo tema, Pasolini ritornerà ancora: «A proposito di nazionalismo: non sarebbe ora che ci considerassimo cittadini transnazionali anche come sportivi? […] Io desidero vedere annunciare nei giornali le vittorie (o meglio, i trionfi) dei grandi campioni a caratteri cubitali, su cinque, su sei colonne: come venivano annunciate le vittorie (trionfi) di Bartali, di Coppi, e ultimamente di Gimondi».

Nel 1969, quello del calcio come “oppio dei popoli” è evidentemente un tema che ricorre, per di più un argomento a cui Pasolini è estremamente sensibile. A novembre di quell’anno, il bolognese reagisce con rabbia alle parole di Helenio Herrera, allora allenatore della Roma, che aveva dichiarato: «Il calcio – e in genere lo sport – serve a distrarre i giovani dalla contestazione. Serve a tener buoni i lavoratori. Serve a non far fare la rivoluzione. Come fa Franco in Spagna con le corride». Parole forti, che toccano un tema sicuramente caldo in quegli anni, caratterizzati da una fortissima adesione sia ai movimenti politici sia alle tifoserie organizzate.

Sempre sullo stesso argomento, nel 1975 desterà scalpore l’intervista di Gianpaolo Ormezzano a Enrico Berlinguer su Tuttosport, che titola ben visibile in prima pagina «Berlinguer: lo stadio non è oppio». Rispondendo al giornalista, che gli chiedeva se è vero che lo sport è responsabile di «ottundere le coscienze, di favorire l’alienazione delle masse», il segretario del PCI risponderà così: «Non penso che l’operaio, se alla domenica va allo stadio, al lunedì sia meno preparato ad affrontare i problemi del lavoro, le battaglie sindacali. Non voglio dire con questo che la domenica allo stadio giovi alla politicizzazione dell’operaio, ma non spartisco la paura per le conseguenze di questa sua vacanza festiva».

Qualche mese più tardi, in quella che probabilmente è la sua ultima intervista prima della morte, Pasolini torna su questo tema rispondendo alle domande di Claudio Sabattini: «Che lo sport (i “circenses”) sia “oppio del popolo”, si sa. Perché ripeterlo se non c’è alternativa? D’altra parte tale oppio è anche terapeutico. Le due ore di tifo (aggressività e fraternità) allo stadio, sono liberatorie: anche se rispetto a una morale politica, o a una politica moralistica, sono qualunquistiche ed evasive».

L’intervista viene pubblicata su uno storico numero del Guerin Sportivo, il primo dopo la morte del bolognese. La redazione sceglie infatti di dedicare la copertina non al solito campione del calcio italiano o internazionale, ma all’intellettuale in perfetta tenuta del Bologna mentre si allaccia gli scarpini prima di entrare in campo.

Tornando alle parole di Herrera, la critica di Pasolini non è tanto rivolta alle considerazioni dell’allenatore argentino, quanto alla mancanza di reazioni “a sinistra”: «I giornali di sinistra hanno forse paura di criticare Herrera? Forse perché i lavoratori vanno in massa agli stadi? E sarebbe dunque impopolare parlare male di Herrera, come sarebbe impopolare parlare male degli insopportabili cantanti di canzonette, che, come il calcio, e peggio, “distraggono dalla rivoluzione”?».

Quello di Pasolini è un invito a “sporcarsi le mani”, a vivere dal di dentro le innegabili questioni socio-politiche che lo sport di massa pone agli intellettuali. Va dunque superato il divario sport-politica, per iniziare a considerare le due cose non come antitetiche, ma come legate da una stretta relazione: l’una come specchio dell’altra. In quest’ultima considerazione, forse meglio che in tante altre, Pier Paolo Pasolini descrive la propria complicata condizione rispetto allo sport. A parlare sono un intellettuale, uno scrittore, un giornalista d’opinione, un giornalista sportivo, un giocatore di calcio e un tifoso, tutti insieme: «Io infatti vivo la contraddizione dello sport […]. Ma proprio per questo, perché ci sono dentro, posso discuterne senza la purezza di chi non conosce le cose e non ne è coinvolto. Posso permettermi, per una volta, di scandalizzarmi».

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Socrates alla Roma: Sogno di una notte di mezza estate

Socrates alla Roma: Sogno di una notte di mezza estate

Socrates in giallorosso. Forse una semplice suggestione giornalistica, al limite del provocatorio. Forse qualcosa di più concreto, magari nella testa del campione brasiliano, sicuramente meno nei piani della dirigenza giallorossa, che poche settimane dopo avrebbe portato a Roma Paulo Roberto Falcão. Tutto ciò su cui possiamo basarci, almeno per il momento, sono due pagine del Guerin Sportivo del 2 luglio 1980.

In quei giorni si cerca di dimenticare il deludente campionato europeo ospitato dall’Italia, anche grazie al calciomercato che torna al centro dell’attenzione. Quell’estate, peraltro, il tema è più caldo degli anni precedenti: le frontiere calcistiche sono state infatti riaperte e ogni club può ingaggiare uno straniero.

Sono trascorsi quasi quindici anni dal Mondiale del 1966, quando dopo l’onta di di Italia-Corea si puntò il dito contro i troppi stranieri che – si diceva – soffocavano la crescita di talenti italiani. Nell’estate del 1980, oltre al già citato Falcão, arrivarono Prohaska all’Inter, Liam Brady alla Juventus, Juary all’Avellino e Krol al Napoli.

Al Guerino si divertirono a raggiungere quello che sarà il capitano della nazionale verdeoro a Spagna’82 e a Messico ’86. È l’inviato Gerardo Landulfo che in Brasile incontra Socrates, “grande rivelazione del 1979”, dando spazio ai suoi pensieri su un eventuale trasferimento in Italia: “Là, fra l’altro, potrei frequentare un corso di perfezionamento in ortopedia tanto per migliorare le mie cognizioni ed esperienze mediche”, commenta il Dottore.

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Ma se il calciatore non si spinge oltre i “forse”, è invece il Guerin a scatenare un putiferio sulla stampa brasiliana: l’inviato porge a Socrates la maglia della Roma e il brasiliano si lascia fotografare con la celebre divisa a fasce firmata da Piero Gratton. “Socrates sta lasciando il Corinthians”, “Socrates già veste la maglia della Roma”, scrivono alcuni giornali locali, come riporta lo stesso Guerin.

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In fondo, anche se probabilmente non vi fu nulla di concreto, la notizia non dovette risultare così inverosimile: basti pensare che la Roma, poco dopo, comprò davvero un brasiliano dalla classe inimitabile, ma si chiamava Falcão. E non è un caso che Socrates, qualche anno dopo, in Italia ci andò davvero, ma alla Fiorentina. E stavolta non per studiare ortopedia, ma per “per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio”.

 Di solito, ricordando grandi colpi di mercato non realizzati, si pratica l’esercizio mentale delle cosiddette sliding doors. Verrebbe dunque da chiedersi come sarebbero stati i primi anni Ottanta con un Socrates in giallorosso e un Falcão lontano da Roma. Ma in questo caso è opportuno notare che il destino ha probabilmente preso la strada migliore, senza lasciar spazio a rimpianti.

Difficilmente, infatti, qualcuno avrebbe potuto eguagliare lo slancio che l’ottavo re di Roma seppe dare al romanismo: quella mentalità vincente che tanto manca a una squadra troppo modesta al cospetto della storia della sua città.

Allo stesso tempo, se quell’anno Socrates fosse venuto in Italia non si sarebbe forse scritta una delle pagine più belle della storia del calcio. Nei primi anni Ottanta il dottore fu infatti protagonista della tanto utopica quanto reale stagione della Democracia Corinthiana: il suo club, il Corinthians, dimostrò al Brasile oppresso dalla dittatura che ribellarsi era possibile e doveroso.

Grazie anche all’impegno di personalità come Adílson Monteiro Alves, direttore tecnico della squadra, e a giocatori come Wladimir, Casagrande e Zenon, i calciatori e lo staff del club iniziarono a praticare l’autogestione totale: dai pasti, alle divise, ai ritiri, tutto veniva scelto dal collettivo riunito. Il Corinthians, oltre a vincere il Torneo Paulista per due volte, riuscì a imporsi come simbolo della lotta dei brasiliani per la democrazia.

Il movimento della Democracia Corinthiana seppe utilizzare il calcio come mezzo di comunicazione di massa, ad esempio scendendo in campo con slogan politici sulle maglie, sfruttando l’enorme popolarità del futebol.

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“Il 15 vota”, si legge su una divisa del 1982: la cittadinanza era chiamata a sfruttare l’occasione delle elezioni municipali, concesse dal potere centrale, per mettere ancora più in difficoltà una dittatura già vacillante.

Qualche anno dopo, nell’ambito della campagna a favore delle elezioni presidenziali dirette, Socrates affermò che sarebbe stato pronto a rinunciare al suo imminente trasferimento a Firenze se il relativo emendamento costituzionale fosse stato approvato. L’emendamento non passò e Socrates venne in Italia, dove non brillò e soprattutto non fu capito. Gli anni Settanta erano finiti da un pezzo.

Si ringrazia la pagina “Storia della Roma” per aver segnalato per prima l’articolo in questione, uscito sul “Guerin Sportivo” del 2 luglio 1980.

Pasolini e il calcio. L’intellettuale che voleva essere un’ala sinistra

Pasolini e il calcio. L’intellettuale che voleva essere un’ala sinistra

Con questo scritto si inaugura una serie di tre articoli con cui si tenterà di approfondire il rapporto biografico, critico e letterario tra Pier Paolo Pasolini e il calcio. La prima difficoltà sorge proprio da questo: si può parlare di un calcio secondo Pasolini? È davvero lecito accostare i contributi che il ragazzo, l’uomo, il poeta, lo scrittore, il regista, il giornalista, il critico hanno dato al gioco del pallone, come fossero frammenti di una “teoria generale” da dover ricomporre?

Ovviamente no. Le immagini e le opinioni che Pasolini ha dato di questo sport sono sporadiche e differenti per forma e tenore. Ma soprattutto divise tra produzione artistica, critica e vita vissuta. Ed è proprio agli aspetti biografici di questa relazione che questo primo articolo è dedicato.

La passione di Pier Paolo Pasolini per il calcio inizia senza dubbio a Bologna. È qui che, durante il liceo, gioca per ore e ore a pallone sui campi d’erba fuori porta, vivendo quelli che descriverà come «in senso assoluto i momenti più belli della mia vita».

Negli anni in cui si trova nella capitale emiliana, Pasolini ha la fortuna di assistere alla vittoria di quattro scudetti da parte del Bologna FC, che in quegli anni era all’apice mai più raggiunto della propria storia. Ne nasce un amore che Pasolini porterà dentro anche a Roma, come si evince dalle numerose lettere spedite ad amici e colleghi.

Nel 1957, il bolognese è un sorta di inviato speciale al derby romano per l’Unità. Lo accompagna Sergio Citti, amico e consulente “di romanità” per le sue opere. Ma, più che dalla partita giocata, i suoi occhi sembrano attratti dalle facce, dai colori, dalle frasi rubate a qualche gruppo di amici. Vinti e persi, popolari e borghesi, distaccati e provinciali, autoctoni e immigrati vengono passati in rassegna in un articolo che è un piccolo saggio di sociologia su chi frequentava gli stadi cinquanta anni fa.

Negli anni Sessanta Pasolini è ancora un fervente appassionato della squadra rossoblù, tanto da riuscire a coronare il suo sogno: incontrarne tutti i giocatori, per di più per intervistarli. Le video-interviste andranno a far parte del film documentario Comizi d’amore, un’inchiesta sul rapporto tra gli italiani e la sessualità. Nello film appaiono i giocatori del Bologna abbastanza imbarazzati di fronte ai quesiti irriverenti di Pasolini che, esaltato da quello speciale incontro, tempesta di domande i calciatori, ottenendo in cambio quasi solo monosillabi.

Ma Pasolini a Roma non dimenticherà quello che è il calcio giocato, da lui di gran lunga preferito a quello visto o tifato. Ninetto Davoli ricorda così l’imperversare del pallone nelle riprese dei film: «Spesso, se capitava di incappare in una partitella di ragazzi su un campo improvvisato, chiedeva di tirare due calci ed era felice come un bambino. Il giorno della partita con la nazionale attori, annullava qualsiasi impegno, dalle conferenze alle riprese di un film».

Tutto il cast viene coinvolto nelle partite, dagli attori di punta ai macchinisti. L’“Accattone” Franco Citti racconta che «dopo le partite, si ammusoniva di nuovo. Era come se all’improvviso cadesse un velo su tutto. Finiva l’esaltazione, il momento magico che lo faceva ritornare come un ragazzino a sorridere e a ridere. […] Grondanti di sudore e sporchi di terra e fango, ci infilavamo sotto le docce e lui ritornava ad essere solo, immediatamente si ritrovava ad annegare nei pensieri e nei problemi che non raccontava mai a nessuno».

Pasolini è l’anima della nazionale dello spettacolo per parecchi anni: assieme a Gianni Morandi, Little Tony, Ninetto Davoli e allo stesso Franco Citti gira l’Italia a scopo di beneficenza, o sfrutta d’estate la ben frequentata Grado per coinvolgere personaggi dello spettacolo e calciatori in partite che divengono gli eventi più attesi della stagione estiva.

Ma c’è una partita che, molto più delle altre, resterà nella storia. E’ una delle ultime partite di Pasolini, giocata il 16 marzo 1975 sul campo di allenamento del Parma. L’occasione è importante: è il compleanno di Bernardo Bertolucci, già regista affermato, “scoperto” da Pasolini come aiuto-regia in Accattone. Il bolognese si trova in zona per girare Salò o le 120 giornate di Sodoma, il parmigiano è invece sul set di Novecento. Laura Betti decide di organizzare questo atipico compleanno a Bertolucci anche per rompere un po’ la tensione provocata, nei mesi precedenti, da alcune critiche di Pasolini a Ultimo tango a Parigi. La partita rimarrà negli annali col nome di “Novecento VS Centoventi” e vedrà vittoriosa la squadra di Bertolucci, il quale però si limiterà a guardare la partita. A testimonianza dell’evento e del risultato, le riprese sono oggi visibili nel film documentario di Laura Betti Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, uscito nel 2001.

La presenza del calcio come elemento autobiografico si riflette negli scritti di Pasolini in maniera invadente: è facile imbattersi in una partita, per chi legge Ragazzi di vita o Una vita violenta. Come osserva Valerio Piccioni nel suo Quando giocava Pasolini, le partite non sono mai intese in quanto competizioni con un risultato, dei vincitori e dei vinti. Quelli che ci regala Pasolini sono piuttosto degli spaccati di partita, utili soprattutto per mostrare un duello, un gesto di sfida, un insulto, ma senza mai sconfinare nella cronaca sportiva.

E’ dunque un calcio lontano dagli stadi, lontano dal giornalismo, ma anche lontano dai campi di calcio di bassa categoria, in cui si giocano partite con le regole del pallone. E’ questo il calcio che Pasolini ama di più, fatto di corpi, fisicità, corsa e sudore: non importa se si giochi con un pallone sgonfio o in mezzo ai rifiuti, perché rimane calcio nella sua essenza primordiale. Sono questi, forse, i suoi campi di calcio preferiti, in cui “riposarsi” dalle fatiche delle riprese, in cui studiare e vivere i sobborghi di Roma, in cui scovare qualche volto per il prossimo film.

L’ala sinistra Pasolini è disposta a giocare ovunque: dai campi improvvisati di periferia, senza porte né punteggio, agli stadi della Serie A prestati alla nazionale dello spettacolo. Questa duttilità, questo amore per il calcio giocato ad ogni livello, si possono spiegare solamente così: Pasolini ama il calcio in ogni sua forma, e lo riconosce in quanto tale anche quando è un semplice correre appresso a un pallone in mezzo alla polvere. Ma cos’è che rende due calci dati al pallone in mezzo alla sterpaglia equiparabili a un match di Serie A? Qual è il comun denominatore? Cos’è ciò che rende riconoscibile il calcio in quanto tale in ogni sua forma e manifestazione? Pasolini, dopo decenni di calcio giocato e tifato, sente di averlo scoperto. Ma prima ha bisogno definire il suo ruolo, abbastanza anticonvenzionale per l’epoca, di intellettuale impegnato che ama il calcio.

FOTO: www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it

 

“Dale Boca, Bèlin”. Il club più prestigioso d’America, fondato su una panchina dai genovesi

“Dale Boca, Bèlin”. Il club più prestigioso d’America, fondato su una panchina dai genovesi

Buenos Aires, 3 aprile 1905. Un gruppo di adolescenti di origine italiana, abitanti del quartiere della Boca, fonda il Boca Juniors. Stimolati dal professore di educazione fisica, la combriccola si reca a casa di uno di loro, Esteban Baglietto, per dar vita a un club di calcio: qualcosa di abbastanza normale se consideriamo che nel 1907 erano stati fondati in Argentina circa 300 club calcistici. Per il chiasso provocato i giovani vengono cacciati di casa e si sistemano nella vicina Plaza Solís, dove su una panchina, scartato il nome Hijos de Italia, fondano il Boca Juniors. Boca, in onore del loro quartiere di appartenenza, e Juniors, perché l’inglese dà sempre un tocco di prestigio, soprattutto se accostato al nome di un quartiere al tempo considerato poco raccomandabile. Baglietto, presidente minorenne, non immaginava che il club fondato con gli amici di prestigio ne avrebbe guadagnato a dismisura, fino a divenire uno dei più titolati al mondo e l’unico a non retrocedere mai dalla Primera División argentina.

Per i primi anni il Boca indossa divise dai colori altalenanti, finché nel 1907 viene adottata la colorazione azul y oro. Secondo la leggenda, non riuscendo a mettersi d’accordo sui colori da adottare, il gruppo di ragazzi si affida al fato: vanno al porto di Buenos Aires e attendono il passaggio della prima imbarcazione. La prima a passare è una barca che batte bandiera svedese. Secondo la storiografia riconosciuta dal club, invece, è Juan Bricchetto, al tempo operaio portuale, ad avvistare l’imbarcazione scandinava e a proporre l’idea agli altri. Il club adotta inizialmente una maglietta con fascia diagonale gialla su sfondo blu, poi trasformata in banda orizzontale, probabilmente per motivi logistici legati alla cucitura.

Baglietto, Scarpatti, Sana, Farenga, Movio… La Boca era un quartiere portuale di immigrati italiani in maggioranza genovesi, così diverso dal resto dalla città che al tempo gli altri abitanti di Buenos Aires lo consideravano quasi un’entità a parte. Nel 1882 alcuni suoi abitanti proclamarono l’indipendenza dal resto dell’Argentina: issarono una bandiera genovese e scrissero al re Umberto I chiedendo il riconoscimento della Repùblica Independiente de la Boca.

Povera e culturalmente vivace, con le sue caratteristiche casette colorate coperte da chapas de zinc, la Boca era popolata da operai portuali, marinai, prostitute, pittori, poeti, pizzaioli, socialisti, anarchici, garibaldini e compositori di tango. Non ci saremmo stupiti a vedervi anche una Via del Campo.

Conseguenza diretta della prevalenza di immigrati genovesi, anche tra i fondatori del club, è che dai primi decenni del Novecento ad oggi il tifoso del Boca è sempre stato chiamato Xeneize, che significa semplicemente “genovese” in dialetto genovese. Visitando il sito ufficiale del Boca, si può constatare che è tradotto in sole quattro lingue: spagnolo, inglese, italiano e genovese. Ma la continuità con la cultura ligure non si limita alla lingua: ancor oggi passeggiando per le vie del quartiere si può assaggiare la fugaza, tipica focaccia genovese, o la fainà, la farinata di ceci.

Nessuno si stupisca, dunque, se tra i simboli del Boca figura anche un simpatico pizzaiolo, stereotipo dell’immigrato italiano della prima metà del Novecento. Il suo nome è Pedrín el fainero e non differisce molto dai pizzaioli che popolano i nostri cartoni della pizza, non fosse per la maglietta azul y oro che indossa con orgoglio. La nascita di questa mascotte è curiosa: tra il 1940 e il 1952 andò in onda una popolare trasmissione di radio-teatro chiamata Gran Pensión El Campeonato, che veniva trasmessa la domenica e introduceva ogni giornata di Primera División. I protagonisti erano gli ospiti di una pensione, ognuno rappresentante di un club della massima serie argentina, in lotta fra loro per conquistare il cuore della padrona di casa, Miss Campeonato. La storia volle che il primo anno di trasmissione coincise con la vittoria del Boca in campionato: Pedrín guadagnò una popolarità tale che al centro della Bombonera fu inscenato un matrimonio tra i due personaggi.

Ancor oggi il legame tra Genova e la Boca è forte: nel quartiere, nonostante i grandi cambiamenti sociali, c’è ancora qualche anziano che continua a parlare genovese. Ma, al di là della lingua, tutti si riconoscono almeno in parte di sangue italiano. Anche a livello calcistico non sono mancate dimostrazioni d’affetto transoceaniche. Nel 1969-70 un gruppo di tifosi doriani assunse il nome di Ultras Tito Cucchiaroni, giocatore italo-argentino che tra gli anni Cinquanta e Sessanta militò nel Boca Juniors e nella Sampdoria. Negli anni Novanta, poi, i vertici della federazione delle peñas del Boca vollero entrare in contatto con il club doriano e i suoi tifosi: ne risultò la nascita del “Sampdoria Club Buenos Aires”. Negli anni Duemila anche i genoani hanno sancito un legame ufficiale, con la nascita del “Genoa Club La Boca”, per raccogliere i tifosi genoani della capitale argentina: è bene ricordare, infatti, che quando fu fondato il club azul y oro a Genova esisteva solo il Genoa. Infine, impossibile ignorare il triangolo che lega Genova, Napoli e Buenos Aires. Complici il gemellaggio più che trentennale tra rossoblù e partenopei, il carattere marinero delle tre città e, ovviamente, una persona chiamata Diego Armando. Chiedetelo a Pedrín il pizzaiolo.

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