Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

A via Filadelfia la ferita è sanata. Dove sorgeva l’impianto che fino al 1963 ospitò le partite del Torino, poi demolito negli anni ‘90, sorge ora il nuovo stadio, finalmente pronto per essere inaugurato. A più di 90 anni dalla partita inaugurale, quando nel 1926 i granata sconfissero per 4-0 i romani della Fortitudo, il vuoto torna a colmarsi.

Il nuovo “Fila” sarà la casa del Toro, un centro sportivo all’avanguardia dotato di due campi di calcio: uno ospiterà gli allenamenti della prima squadra e delle giovanili, mentre l’altro – un vero e proprio stadio da 4 mila posti – sarà la cornice delle partite della Primavera. La pancia della tribuna coperta ospiterà gli uffici del club e la foresteria per le giovanili, mentre su via Giordano Bruno è ancora da finanziare e costruire l’area museale, terzo e ultimo lotto del progetto.

L’inaugurazione durerà tutta la giornata del 25 maggio, con il taglio del nastro alle 10 e visite fino alle 20 per cercare di non lasciare nessuno fuori. I soci che hanno contribuito acquistando un seggiolino potranno visitare l’impianto in esclusiva il giorno prima, assieme ai familiari delle vittime di Superga e alle istituzioni. Il 27 maggio, invece, tornerà a rotolare il pallone: il Filadelfia ospiterà un torneo quadrangolare tra le formazioni primavera di Toro, Pro Vercelli, Novara e Alessandria. Il costo dei biglietti andrà a finanziare il completamento dei lavori e la competizione sarà disputata in memoria del prete salesiano Don Aldo Rabino, figura di riferimento nel mondo granata e grande sostenitore della rinascita del Filadelfia, scomparso nell’estate 2015.

Nei giorni scorsi il clima di attesa è stato leggermente turbato da un episodio spiacevole: come testimoniato da un video, durante le prove dell’impianto audio è risuonato a tutto volume l’inno della Juventus. In seguito al comprensibile sollevamento dei tifosi granata, che chiedevano l’allontanamento dei responsabili, la ditta a capo dei lavori ha chiarito l’accaduto: “Il tecnico incaricato ha riprodotto tramite YouTube il file musicale contenente l’inno del Torino FC per effettuare la prova audio, inconsapevole che la playlist contenesse in coda all’inno granata quello di altre squadre”. Nessuno sgarbo da parte di un addetto ai lavori bianconero, ma un semplice e perdonabile errore umano, sembrerebbe.

Per quel che riguarda la realizzazione del museo, terzo e ultimo “lotto” da finanziare e costruire, Cesare Salvadori, presidente della Fondazione Stadio Filadelfia, ha recentemente fatto sapere che se ne riparlerà fra qualche anno, quando saranno stati raccolti i fondi per finanziarlo. Lo scorso 3 febbraio è stata inoltre raggiunta l’intesa tra il Torino FC e la Fondazione per l’utilizzo dell’impianto da parte del club: sebbene non siano state ancora pubblicate le cifre dell’accordo, è stato comunicato che gli importi corrisposti dalla società granata serviranno a completare le opere relative all’intero complesso.

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Una delle porzioni del vecchio impianto che verranno conservate. Il restauro è ancora da realizzare

Il club ha anche voluto e ottenuto l’installazione di un “sistema di occultamento”, cioè di un muro di pannelli che, se azionati, nasconderanno il campo alla vista di chi sta fuori. Il costo dell’opera si aggira attorno ai 900 mila euro e, secondo quanto sostenuto da La Stampa, tale richiesta ha ritardato anche alcuni lavori del secondo lotto, che il giorno dell’inaugurazione risulteranno non del tutto ultimati.

Poco cambierà, però, a chi visiterà l’impianto nei prossimi giorni. Infatti la parte più evidente e simbolica del secondo lotto è stata completata: i dodici “pennoni della memoria” sono stati issati e illuminano il piazzale antistante allo stadio.


2.piloni

Con una caparbietà che ha dell’eroico, la Fondazione Stadio Filadelfia, ente costituito dalle associazioni di tifosi e dalle istituzioni locali, ha saputo portare avanti un percorso ad ostacoli durato più di un decennio, da quando cioè i primi rappresentanti di associazioni e gruppi granata iniziarono a riunirsi per provare a ricostruire il Filadelfia. Oggi l’avanzamento dei lavori è a uno stato tale da poter inaugurare lo stadio, ormai finito in ogni sua parte, e tutto lascia pensare che nel giro di qualche anno si riuscirà a finanziare anche il resto dei lavori. Mancano ancora parte del secondo e tutto il terzo lotto, che comprendono la rifinitura del “Piazzale della memoria”, il restauro dei monconi delle vecchie curve, il completamento della foresteria e l’area museale. Per chi volesse contribuire, prosegue la campagna di raccolta fondi “Insieme per il Fila”. Ma intanto, Torino può già godersi il suo nuovo Stadio Filadelfia.

 

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Perché il calcio italiano ha bisogno delle “standing areas”

Perché il calcio italiano ha bisogno delle “standing areas”

Tolte le barriere al centro delle curve, Roma guarda all’Europa per diventare una città più a misura di tifoso. Nei giorni scorsi il presidente della Commissione Sport del Comune, Angelo Diario, ha dichiarato che si sta lavorando affinché nelle curve dell’Olimpico si realizzino delle aree pensate per chi vuole assistere in piedi alla partita (cosa che avviene da sempre, ma calpestando i seggiolini). All’estero si chiamano safe-standing areas e sono la versione moderna delle gradinate di una volta. In Germania sono in quasi tutti gli stadi, così come altrove in Europa, e stanno tornando anche nel Regno Unito.

IL DECRETO CHE VIETA I POSTI IN PIEDI

Purtroppo, al di là dei buoni propositi di amministrazioni locali e club calcistici, l’ostacolo sembrerebbe essere a monte. C’è infatti un decreto del Ministero dell’Interno (Art. 6, D.M. 18/3/1996) che tra le altre cose regolamenta i posti in piedi negli stadi italiani: gli impianti calcistici non sono contemplati tra quelli che possono avere standing areas.

Lo stesso Diario è cosciente del problema e vorrebbe risolverlo: «L’amministrazione non può scavalcare il decreto ministeriale. A metà maggio la Commissione Sport da me presieduta, come ha fatto per le barriere, metterà attorno a un tavolo i soggetti interessati: CONI, FIGC, Comune, commissione parlamentare Sport e Cultura e, auspicabilmente, anche club e rappresentanti dei tifosi. Inoltre, in vista dell’appuntamento il CONI sta preparando un approfondimento normativo per capire se basta una modifica o va riscritto l’intero decreto».

1.amburgo hsv

 La standing area dell’Amburgo

I TRE TIPI DI STANDING AREA

Quando si parla di settori per stare in piedi, va considerato che la UEFA impone che nelle competizioni europee gli impianti abbiano solo posti a sedere. Quindi le standing areas devono potersi facilmente trasformare in settori con seggiolini, e viceversa. A seconda del modo in avviene questa sorta di metamorfosi, se ne possono distinguere tre tipi:

1) Rail seats

Sono i seggiolini adottati dal Celtic FC per la sua nuova standing area. Sono pieghevoli (come le sedie del cinema) e prevedono una ringhiera per fila, o al massimo una ogni due. Ogni seggiolino è dotato di una serratura che lo blocca in posizione chiusa: prima delle competizioni UEFA, il personale dello stadio provvede a sbloccare tutti i posti a sedere (foto).

 2) Bolt-on seats

Non tutti sanno che una delle curve più famose d’Europa, la Südtribüne del Borussia Dortmund, è un’enorme standing area da quasi 25 mila posti in piedi. La parte alta presenta seggiolini di tipo rail, mentre nella parte bassa sono di tipo bolt-on. I posti a sedere di questo tipo sono del tutto smontabili e vengono portati via dopo le partite europee, lasciando spazio alla più classica delle terraces a gradoni (foto).

3) Fold-away seats

Compongono la standing area che ospita i tifosi del Bayern Monaco all’Allianz Arena. I posti a sedere si piegano interamente verso il basso e vanno a finire sotto ai piedi del tifoso, trasformandosi in una pedana calpestabile. Questo tipo di seggiolini dà luogo a una vera e propria gradinata, con ringhiere intervallate che possono essere più o meno fitte (foto).

Se da un lato i bolt-on seats, quelli removibili, rappresentano una soluzione un po’ antiquata e costringono ogni volta a smontare manualmente migliaia di seggiolini, dall’altro i rail seats comportano l’installazione di una ringhiera per fila e limitano molto la libertà di movimento, cosa che in tempi di lotta alle barriere può sembrare un po’ paradossale. I fold-away seats, almeno nell’opinione di chi scrive, sono quelli che più si adatterebbero alle curve italiane, perché una volta chiusi lasciano spazio a una gradinata vecchio stampo e molto aperta, garantendo al contempo la sicurezza di chi la frequenta.

PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DELLE STANDING AREAS?

Veniamo al punto centrale della questione. Se da un lato le istituzioni sembrerebbero intenzionate ad avviare un dibattito pubblico sulle standing areas, lo stesso non si può per ciò che hanno espresso fino ad oggi le tifoserie. Credo che tra i tifosi italiani sia tacitamente diffuso un ragionamento molto logico: se nelle curve già si sta in piedi, perché mai dovremmo volere una standing area?

Allo scopo di sensibilizzare sul tema chi leggerà questo articolo, ho individuato quattro motivazioni:

1) Aumenta la sicurezza.

Chi, esultando al goal della propria squadra, si è fatto quattro file per poi atterrare di stinco sullo schienale di un seggiolino, può capire. Questa è safety, non le barriere.

2) Sono una garanzia per il futuro.

Vi ricordate tamburi e megafoni? Nulla toglie che un giorno qualcuno vieti anche l’innocua prassi di guardare la partita in piedi. Chiedetelo ai tifosi del West Ham alle prese col nuovo stadio.

3) Aumenta la capienza degli impianti.

Basta un esempio: in Champions lo stadio del Borussia Dortmund ospita circa 66 mila tifosi. Per la Bundesliga, quando i posti a sedere in curva vengono smontati, la capienza raggiunge le 81 mila unità. Se aumenta la capienza delle curve, aumenta pure lo spettacolo sugli spalti, e la tv potrebbe addirittura ricominciare a inquadrarli.

4) Si abbassano i prezzi.

Sveliamo uno dei segreti del tanto decantato modello tedesco: allo stadio l’offerta è diversificata a seconda dei diversi target di tifoso. A Monaco un biglietto in curva per la Bundesliga costa 16 euro, l’abbonamento 140. I settori popolari sono davvero popolari e vengono compensati dalla capienza maggiore e dai servizi “vip” in tribuna. Così si riempiono gli stadi. È il marketing, bellezza!

2.muro giallo

 Il “muro giallo” del Borussia Dortmund

CONCLUSIONI

Come ho provato a spiegare nell’articolo, credo che l’auspicato percorso di rinascita del calcio italiano debba passare anche dalle standing areas, perché la vivibilità e la fruibilità degli stadi sono ai minimi storici e l’Olimpico di Roma ne è un esempio. È d’accordo Lorenzo Contucci, avvocato da sempre attento alle questioni relative al mondo del tifo: «Trovo paradossale che in Italia chi vuole stare in piedi sia costretto a farlo su posti pensati per far stare le persone sedute. Per tornare a riempire gli stadi bisogna diversificare i settori a seconda del tipo di tifoso: le standing areas sarebbero un passo avanti in questa direzione».

Infine, una nota: forse per la prima volta in Italia il dibattito pubblico in favore di un tema che dovrebbe essere caro ai tifosi viene innescato dalle istituzioni. E non è detto che sia una cosa negativa, anzi, magari accadesse più spesso. Ciò che manca, però, è la voce dei tifosi di tutta Italia, anche perché – nonostante la scelta illuminata sulle barriere – non è affatto detto che al Ministero dell’Interno piaccia l’idea di cambiare le norme sui posti in piedi. E ci tengo a ribadire l’importanza di questa battaglia: le standing areas sono una garanzia contro la barriera che a me sembra più pericolosa, cioè quella economica. L’aumento dei prezzi dello stadio è purtroppo già una realtà, ma con il lento migliorare degli impianti il caro-biglietti si farà sempre più incombente.

Emigrante Fútbol Club: 5 squadre fondate da emigrati italiani in Venezuela

Emigrante Fútbol Club: 5 squadre fondate da emigrati italiani in Venezuela

Il calcio venezuelano deve moltissimo all’immigrazione europea. Ma, al contrario di paesi come Argentina, Uruguay e Brasile, il pallone non si diffuse grazie all’immigrazione inglese a cavallo fra Ottocento e Novecento. Fu dal secondo dopoguerra in poi che squadre come Deportivo Italia, Deportivo Portugués, Deportivo Español, Catalonia, Deportivo Vasco, UD Canarias, Deportivo Galicia e Deportivo Danubio trainarono il calcio venezuelano dall’era amateur al professionismo. In seguito al conflitto mondiale, infatti, il Venezuela incentivò l’arrivo di esuli dal Vecchio Continente devastato dalla guerra: ne arrivarono circa un milione, di cui 250 mila italiani. Dopo aver esplorato l’eredità italiana nel calcio brasiliano, argentino e asutraliano, nella quarta puntata di Emigrante Fútbol Club andiamo alla scoperta delle principali squadre italo-venezuelane.

DEPORTIVO ITALIA

1. deportivo italia

L’IFFHS lo considera la più importante squadra di calcio venezuelana del XX secolo insieme all’Estudiantes de Mérida. È stato uno dei club del cosiddetto fútbol colonial a resistere più lungo, anche se ormai la sua identità è stata snaturata: purtroppo l’attuale Petare FC non mantiene nulla che ricordi la cultura italiana del vecchio Deportivo.

La squadra fu fondata a Caracas nel 1948 da un gruppo di immigrati italiani e ha vissuto negli anni Sessanta e Settanta il suo periodo d’oro, sotto la gestione dei fratelli Mino e Pompeo D’Ambrosio. In quegli anni Los Azules vinsero quattro campionati e tre coppe nazionali, partecipando sei volte alla Copa Libertadores, competizione nella quale furono il primo club a rappresentare il Venezuela.

Proprio nell’edizione 1971 della Libertadores il Deportivo Italiano giocò la partita più celebre della sua storia, ancora oggi conosciuta come il Pequeño Maracanazo: con un gioco iper-offensivo nel primo tempo e un solido catenaccio nel secondo, gli italo-venezuelani sconfissero contro ogni pronostico la Fluminense campione di Brasile nella cornice dello stadio Maracanà.

Alla fine degli anni Novanta, in seguito a una crisi economica, il club passò sotto la proprietà del Municipio Chacao di Caracas. La sindaca di Chacao lo propose a dei rappresentanti della Parmalat, grazie anche all’intermediazione di Pelé, al tempo Ministro dello Sport brasiliano. La multinazionale italiana accettò la proposta e acquistò il club, rinominandolo Deportivo Chacao. Due anni dopo però il nome venne nuovamente cambiato: con l’ottica di conservare la tradizione italiana la squadra passò a chiamarsi Deportivo Italchacao. Nella stagione 1998-99 il club vinse il suo quinto e ultimo campionato.

Il crac Parmalat del 2003 lo gettò in una crisi irreversibile, che provocò cambi di proprietà e la prima retrocessione della sua storia. Nonostante i buoni risultati ottenuti alla fine degli anni Duemila, i dirigenti si accordarono con il Municipio Sucre e una cordata di impresari per trasferire il club nel quartiere di Petare, dando vita a un progetto di calcio sociale. Il nuovo corso comportò l’abbandono definitivo di nome, colori e qualsiasi altro richiamo alla tradizione italiana, contrastato senza successo da quel che restava della vecchia comunità di tifosi.

DEPORTIVO TÁCHIRA

2. tachira

Nel 1970 l’immigrato italiano Gaetano Greco fondò una squadra bianconera dal nome JuventusSan Cristóbal, capitale dello stato di Táchira nella regione delle Ande venezuelane. Quattro anni dopo, in assenza di una squadra di calcio professionistico in tutto lo stato, decise di fondare il Deportivo San Cristóbal, che alla sua prima stagione in campionato arrivò secondo, ottenendo l’epiteto di equipo que nació grande. Nel 1978 cambiò nome in Deportivo Táchira Fútbol Club e adottò i colori della regione, il giallo e il nero.

Il Carrusel Aurinegro, altro soprannome del club, è oggi una delle più importanti compagini del calcio venezuelano: è prima nella classifica storica della massima serie, anche perché non è mai retrocessa, ed è quella con più partecipazioni alla Copa Libertadores.

ATLÉTICO TURÉN

3.turen

Turén è oggi una città di 60 mila abitanti conosciuta con “il granaio del Venezuela”. Ma all’inizio degli anni Cinquanta, prima che fosse colonizzata dagli italiani, era un paese dedito all’agricoltura e circondato da terreni molto fertili, ma non sfruttati. Come racconta Enrico Morassut, il presidente venezuelano di quegli anni Pérez Jiménez studiò la bonifica dell’Agro Pontino operata da Mussolini e decise di proporre ai veneti di Latina di trasferirsi in Venezuela per fare ciò che i loro genitori avevano fatto qualche decennio prima nel Lazio. Per invogliarli fece costruire già le case, la chiesa, un ambulatorio e altre strutture, e alla fine del 1951 mandò un emissario a Latina per convincere i locali con l’aiuto di diapositive e un filmino.

54 famiglie accettarono la proposta e il 4 febbraio del 1952 salparono da Napoli a bordo dell’Amerigo Vespucci, per arrivare a Puerto Cabello il 19 febbraio. Una volta a Turén, agli immigrati vennero consegnate le case. All’interno vi trovarono la spesa fatta per tre giorni, ma ciò che contava era fuori: ad ogni nucleo familiare era destinato un terreno fertile di 30-40 ettari, la garanzia di un futuro degno per tutta la famiglia.

Circa dieci anni dopo il Colonia Football Club, squadra italiana di Turén allenata da Sante Zenere, vinse i campionati statali per quattro anni consecutivi, dal 1961 al 1964. In seguito prese il nome di Atlético Turén. Il club sfornò anche talenti importanti nella storia del calcio venezuelano, su tutti il portiere Gilberto Angelucci, cresciuto fra i campi coltivati dai genitori. Angelucci collezionò 48 presenze con la nazionale vinotinto, nonché un campionato argentino con il San Lorenzo de Almagro, e si ritirò nel 2007 all’età di 40 anni.

CENTRO ÍTALO FÚTBOL CLUB

4. centro italo

Il Centro Italiano Venezolano fu fondato nel marzo del 1964 da un folto gruppo di migranti italiani che vivevano a Caracas.  Era ed è tuttora il centro culturale italiano di Caracas e, come in molti altri casi in giro per il mondo, ha avuto per molto tempo una squadra di calcio che per 48 anni ha militato nelle categorie alte del calcio nazionale. Da quando la squadra è stata ceduta nel 2011 al Club Atlético Miranda, il centro organizza solo attività calcistiche amatoriali e giovanili per i suoi 22 mila iscritti. Sempre in Venezuela sono invece ancora attivi il Casa D’Italia Fútbol Club di Maracaibo e Centro Social Italo Venezolano di Valencia.

FIORENTINA MARGARITA

5.fiorentina

Cosa ci faccia una squadra viola chiamata Fiorentina nell’isola di Margarita, nello stato insulare di Nueva Esparta, non lo sappiamo. Probabilmente fondata da un italiano, ha iniziato a giocare le prime partite nel 2006, per entrare in Tercera División del calcio professionistico nel 2015. Poi è sparita.

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La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

La fanzone del Carpi la pagano i Tifosy

20 mila euro da raccogliere in due mesi. È questo l’obiettivo della campagna di crowdfunding lanciata dal Carpi FC e dalla piattaforma Tifosy per finanziare la prima fanzone della squadra emiliana. Tifosi e simpatizzanti biancorossi potranno contribuire alla creazione dello spazio polifunzionale fino al 19 maggio donando da pochi spicci a centinaia di euro, e ricevendo in cambio materiale autografato e altri riconoscimenti.

Nelle intenzioni del club la zona dedicata ai tifosi sarà realizzata sotto al settore Distinti dello stadio Cabassi e sarà un punto di ritrovo per i tifosi prima e dopo le partite, uno spazio di socialità e svago grazie a divani, tavoli, videogiochi, biliardini e attività per i bambini. Ogni tanto sarà anche possibile incontrarvi qualche giocatore della prima squadra, che magari accetterà una sfida alla Play.

2. fanzone

A pochi giorni dal lancio, avvenuto il 17 marzo, l’iniziativa ha già raccolto più di un quarto dei fondi necessari, anche grazie al contributo iniziale di mille euro da parte dal club. Come tutte le campagne di crowdfunding che si rispettino, anche questa prevede la gestione trasparente dei fondi: il Carpi ha infatti già dichiarato come saranno ripartiti i costi tra costruzione della struttura, arredi, impianto elettrico e altre necessità.

I riconoscimenti per i donatori cambiano ovviamente a seconda dell’entità della donazione. Si va dai ringraziamenti pubblici per i contributi di poche decine di euro, alle divise autografate, fino a formule che comprendono anche l’abbonamento per la prossima stagione. I fanfunders avranno anche l’opportunità di aggiudicarsi una delle maglie speciali indossate dai calciatori durante Carpi-Spal, che recano sul retro la scritta #FanZoneBiancoRossa.

 La campagna si colloca nel progetto di collaborazione tra la Lega B e Tifosy, azienda inglese specializzata nei crowdfunding in ambito calcistico. Tra i progetti finanziati in passato, risaltano senza dubbio il Museo Crociato del Parma (170 mila euro raccolti) e gli impianti sportivi per il settore giovanile del Portsmouth (270 mila sterline).

«Grazie alla partnership stretta da Lega B con Tifosy, siamo la prima società della Serie B ad avviare una campagna di fanfunding – ha commentato Simone Palmieri, responsabile marketing del Carpi, che ha definito la fanzone «uno spazio da vivere insieme, per accorciare ancora le distanze tra il club e la sua gente».

Nicola Verdun, business director di Tifosy, commenta così l’iniziativa: «Il Carpi ha capito il valore del fanfunding: volevano coinvolgere maggiormente i tifosi. Stiamo discutendo con altre squadre italiane nuove campagne da avviare in futuro. Il percorso di preparazione è di solito abbastanza lungo, perché vogliamo assicurarci che il crowdfunding riesca al 99%. Il lavoro per questo progetto, ad esempio, è partito otto mesi fa: c’è sempre un periodo di analisi approfondita che precede il lancio di ogni campagna».

Il Carpi è dunque il primo club italiano di alto livello che lancia una campagna di crowdfunding. Visti i tempi di stenti economici per i club italiani, è probabile che tale pratica si diffonderà molto nei prossimi anni. L’auspicio è che non perda la sua natura partecipativa e comunitaria, che non diventi cioè uno strumento usato dai presidenti per spremere i tifosi, sempre pronti ad aiutare il club. Chiedere soldi ai tifosi è una cosa che va fatta con parsimonia e per progetti speciali, come quelli che li coinvolgono direttamente i (come appunto una fanzone), quelli che danno i propri effetti a lungo termine (come un settore giovanile) e quelli che valorizzano la cultura sportiva di un club (come un museo). O quelli così costosi da essere difficilmente irraggiungibili.

C’è un altro dubbio all’orizzonte. Finché si finanzieranno zone dedicate alla tifoseria, progetti culturali, centri sportivi e zone dello stadio saremo tutti d’accordo. Ma il crowdfunding potrebbe anche essere (mal)interpretato per spese arbitrarie e dagli effetti a breve termine. Ad esempio, quando qualche istrionico patron proporrà il crowdfunding per comprare un giocatore – e quel momento sapete che arriverà –  come reagiremo?

Per ora la garanzia sulla qualità dei progetti è certificata da Tifosy, che valuta ogni proposta e dice di sì solo a interlocutori credibili e con i conti a posto. Ad oggi dunque, senza creare allarmismo, possiamo constatare che il progetto del Carpi è un buon inizio. Speriamo che faccia da apristrada.

Per partecipare, basta andare su tifosy.com/carpi.

Sons of Ben, i tifosi del Philadelphia nati prima della loro squadra

Sons of Ben, i tifosi del Philadelphia nati prima della loro squadra

I figli di Benjamn Franklin. Così si fanno chiamare i membri della tifoseria organizzata del Philadelphia Union, gruppo fondato nel gennaio 2007 che in questi giorni festeggia la prima decade di attività. I Sons of Ben anno una particolarità: sono nati due anni prima che la loro squadra facesse il suo debutto ufficiale.

È un caso strano, possibile solo in un paese in cui il pallone non è mai andato di moda e in cui molte città sono abituate a non vedersi rappresentate nel calcio che conta. «Se non fosse stato per i Sons of Ben, il Philadelphia Union non esisterebbe». A dirlo è Tim Sosar, vice-presidente del gruppo ispirato a uno dei padri della patria statunitense, che mi racconta la loro storia: «Siamo nati nel 2007 con lo scopo di dimostrare alla MLS che nell’area metropolitana di Philadelphia c’era voglia di calcio, ma soprattutto il desiderio di una squadra che ci rappresentasse».

Detto fatto: gli iscritti ai Sons of Ben sono divenuti migliaia, facendo drizzare le antenne dei vertici della MLS e degli investitori. Certo, chiedere che venga fondato un club è un qualcosa a cui in Europa non siamo molto abituati. Quando qualcuno ha avvertito la necessità di creare (o ri-creare) una squadra di calcio, si è dato da fare per farlo con le proprie mani. Numerose squadre fondate e gestite dai tifosi, United of Manchester e AFC Wimbledon per citare le più famose, rappresentano ormai un modello per qualsiasi gruppo che lamentasse la mancanza di un club di calcio.

Ma nella terra del dollaro si ragiona diversamente e il primo passo è stato quello di dimostrare che c’era un nutrito gruppo di persone pronte a giurare fedeltà a un nuovo club. Insomma, far vedere che c’era la domanda e mancava totalmente l’offerta, servendo su un piatto d’argento un’importante occasione di business a chi fosse stato pronto ad investirci. E così è stato.

2. foto curva

A partire dal nome del gruppo dei suoi proto-tifosi, il Philadelphia Union si è caratterizzato per un’identità che travalica i confini della città in cui furono redatte la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione americana. «Come i Philadelphia 76ers – spiega Tim – l’Union ha puntato molto sulla storia della città e sul suo ruolo nel processo di formazione degli Stati Uniti».

Il nome del club, scelto dai tifosi con una votazione, è un esplicito richiamo all’unione delle Tredici Colonie, così come i colori sono quelli dell’Esercito Continentale, che si oppose a quello inglese durante la Rivoluzione americana.

Oltre a tredici stelle, nello stemma appare un serpente. È un riferimento a una delle più celebri caricature politiche di Benjamin Franklin, uscita con un suo editoriale sulla Pennsylvania Gazette nel 1754. Franklin esortava le colonie ad un maggiore spirito di unione: nella caricatura la scritta «JOIN, or DIE» era accompagnata da un serpente morto tagliato in tredici pezzi. La stessa frase è stata poi resa il motto ufficiale del Philadelphia Union: «Jungite aut Perite».

3. serpente

I Sons of Ben occupano un settore dello stadio interamente dedicato a loro, chiamato The River End. Oltre ad aver scelto il nome, hanno contribuito a progettarlo, esortando la dirigenza ad allestire una standing area e postazioni apposite per chi lancia i cori, dove è permesso accendere fumogeni senza incorrere in sanzioni. Chiedo a Tim se la crescita della MLS sta andando di pari passo con l’allontanamento dei tifosi che praticano uno stile ultras di derivazione europea, ad esempio facendo uso di materiale pirotecnico e usando un linguaggio offensivo nei cori: «Ci sono regole come il divieto di usare torce che apparentemente dovrebbero scoraggiare gli “ultras”, il cui comportamento a volte può creare problemi. Ma credo anche che le autorità capiscano che c’è spazio per un po’ di questi comportamenti e provino a cercare dei compromessi. Ad esempio il club ha collaborato con noi e i vigili del fuoco per farci ottenere il permesso di usare fumogeni. Penso che la maggioranza dei tifosi rispettino le regole del club finché le regole stesse e la filosofia che vi è dietro sono trasparenti. Inoltre, rispetto a ciò che ho visto in altri paesi, credo che i tifosi americani siano un po’ più rispettosi verso i giocatori e i tifosi avversari».

 Mi dice Tim che il calcio non è nemmeno vicino a superare il football americano in quanto a interesse, ma arriverà il giorno in cui sarà uno degli sport più seguiti negli Stati Uniti. Come sport praticato, invece, la storia è diversa: molti genitori iniziano a preferire che i figli giochino a soccer piuttosto che a football, a causa della crescente preoccupazione riguardo le commozioni cerebrali provocate da quest’ultimo. «Quando ero bambino nella mia zona non c’era interesse verso il calcio – continua Tim – ma ora sì e non accenna a diminuire. Questo è un segno innegabile che i due sport sono quantomeno destinati a coesistere».

Ma le differenze tra America ed Europa sono ancora grandi, dettate anche da fattori culturali: «Credo che i nordamericani non abbiano ancora compreso quanto il calcio sia una scelta di vita per gli europei, siano essi tifosi o giovani calciatori. Qui in America incoraggiamo i bambini a diversificare gli interessi, di conseguenza il coinvolgimento viene spartito in più attività. Questo potrebbe cambiare con le nuove generazioni che cresceranno con un club di MLS in città e una nazionale femminile di livello mondiale, ma siamo ancora agli inizi. Non è necessariamente una cosa negativa, è solo una fase che il calcio dovrà attraversare crescendo».