Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Nell’estate del 2014 ho donato 50 euro all’Eibar. Nel giro di un mese il club basco doveva raccogliere l’enorme cifra di 1,7 milioni per potersi iscrivere alla Primera División, che aveva conquistato dopo due promozioni in due anni. Il motivo della disperata raccolta fondi? L’Eibar si era guadagnato la storica promozione con un capitale sociale troppo basso. Una legge mal nata e mal interpretata costringeva la società a tentare l’impresa di portare il proprio capitale sociale da 400 mila euro a 2,1 milioni nel giro di poche settimane. Poco importava che la gestione economica era stata del tutto sostenibile e trasparente: per affrontare il Real Madrid, che al tempo valeva 130 volte di più, bisognava che l’Eibar quintuplicasse il proprio capitale sociale.

Era la fine di una stagione storica: con un budget minimo, senza debiti, senza spendere un euro in più di quelli disponibili, la squadra basca avrebbe rappresentato la città più piccola nell’era moderna della massima serie spagnola. Si parlava di “modelo Eibar” e si rispolverava la storia di un club che dal 1940 è, assieme all’industria delle armi, il biglietto da visita di un paese di 27.000 abitanti nascosto tra le valli basche.

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L’Eibar riuscì nell’impresa, grazie all’aiuto di più di 11.000 contributori da 65 paesi del mondo. Poteva per la prima volta accedere al gradino più alto del calcio iberico, dove – al contrario di qualsiasi pronostico – resiste a distanza di tre stagioni. Fui molto orgoglioso del mio piccolo contributo, perché ero (e sono) convinto che l’Eibar potesse almeno in parte dimostrare che la ricerca disperata di magnati stranieri e la cieca commercializzazione di un brand sportivo non rappresentano l’unica strada da percorrere per i club calcistici, soprattutto per quelli medio-piccoli.

Tuttavia, non mi resi del tutto conto che il crowdfunding a cui avevo preso parte era, in realtà, quello che viene chiamato in gergo tecnico un equity crowdfunding. Totalmente preso dalla causa alla quale donavo 50 euro, non avevo mai dato la giusta importanza al fatto che sarei anche divenuto proprietario di una piccola quota del club. Poco dopo, poi, ne divenni più cosciente, soprattutto quando arrivò a casa la lettera con cui l’allora presidente Alex Aranzábal certificava che con la mia azione n° 45.014 ero diventato ufficialmente co-proprietario del club.

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Da quel giorno ho ricevuto regolarmente aggiornamenti via mail e posta cartacea sull’andamento sportivo, economico e societario del club. Infine, qualche giorno fa, ho trovato nella buca delle lettere una busta molto spessa. Conteneva tutto il necessario per partecipare alle elezioni per il consiglio direttivo che si terranno il 1 giugno in casa dell’Eibar, incluso il modulo per delegare il voto a distanza. Le elezioni sono una diretta conseguenza dell’allargamento della proprietà generato dalla campagna di finanziamento del 2014. L’Eibar infatti è oggi una società interamente posseduta da azionisti di minoranza, di cui circa l’80% residenti nei Paesi Baschi, il 15% nel resto della Spagna e il 5% all’estero.

La busta conteneva la mia scheda elettorale e tre depliant informativi per altrettante liste di candidati, assieme a un foglio esplicativo. Il tutto rigorosamente in tre lingue: euskara, spagnolo e inglese, a sottolineare come nel club la dimensione internazionale conviva con quella iper-locale. E non è un caso che uno dei tre candidati alla presidenza, seppur con scarse speranze, sia un americano che si prefigge di rappresentare gli azionisti stranieri.

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Inizialmente, aprire quella busta mi ha fatto enorme piacere. Mi sono sentito coinvolto, cercato, considerato anche se lontano. Ho donato 50 euro a una giusta causa e ora quella giusta causa mi chiede a chi voglio affidare il suo timone. Ma poi è prevalso lo sconforto. Ho pensato a quante volte la squadra per cui tifo ha chiesto la mia opinione. E non importa quale sia, perché il discorso è uguale per quasi tutte le principali squadre italiane. A occhio e croce è successo due volte: qualche anno fa ci fu un sondaggio su quale terza maglia scegliere, e poi mi pare di aver partecipato a un’indagine di mercato sullo stadio.

Ho pensato anche a quanti soldi ho speso per la mia squadra. Considerando solo abbonamenti, biglietti e merchandising, mi rendo conto che la cifra è a tre zeri, e non ho ancora capelli bianchi. Un abisso rispetto ai 50 euro che mi hanno dato diritto di voto a Eibar.

Certo, la comparazione è inclemente, perché anche in Liga l’Eibar è una realtà speciale. E il senso di comunità, la voglia di partecipare non si possono copiare a tavolino. Tuttavia la frustrazione provocata dal confronto tra le due situazioni rimane, così come rimane la convinzione che i tifosi, con le loro idee, le loro critiche ed il loro entusiasmo, sono la più grande risorsa non ancora sfruttata (in senso positivo) dal sistema calcio.

Emigrante Fútbol Club, 5 squadre fondate da italiani in Inghilterra

Emigrante Fútbol Club, 5 squadre fondate da italiani in Inghilterra

Nel Regno Unito vivono circa 500 mila tra italiani e discendenti. In particolare, sin dall’Ottocento Londra è stata la principale destinazione dei migranti che attraversavano la Manica. A partire dalla metà del secolo si formò nella zona di Clerkenwell una piccola Little Italy, dove abitò anche Giuseppe Mazzini. Anche poco più a sud, a Saffron Hill, si stabilì una numerosa comunità italiana, famosa per rifornire tutta la metropoli di gelato artigianale. Dal secondo dopoguerra Londra registrò un altro grande flusso di italiani in entrata, che si fermò solo negli anni settanta.

Nelle scorse puntate di Emigrante Fútbol Club abbiamo scoperto l’eredità calcistica lasciata dagli italiani in ArgentinaBrasileVenezuela e Australia, paesi che oggi attirano sicuramente meno italiani rispetto agli inizi del Novecento. L’Inghilterra, invece, sta tuttora vivendo una nuova ondata di immigrazione dall’Europa del sud. È interessante, infatti, che tra le squadre fondate dagli italiani in terra inglese ce ne siano due posteriori al 2000, entrambe riconducibili alla zona di Barnet, tra le preferite degli italiani per stabilirsi a vivere.

ITALIA WASTEELS

1. ITALIA WASTEELS

La squadra di calcio italiana più antica di Londra fu fondata nel 1968 da alcuni emigrati, con l’appoggio dei padri scalabriniani di Brixton Road. Più precisamente, a dar vita agli azzurri di Oltremanica furono i fratelli Farnesi, arrivati dalla Toscana da bambini, e Padre Silvano, vero animatore della comunità italiana a sud del Tamigi. Come spiega un dettagliato articolo del Guardian, l’ordine degli scalabriniani fu fondato per mantenere unita (e cattolica) la diaspora degli italiani all’estero. Per questo motivo nel 1963 fondarono a Londra il Club Italia, un centro culturale in cui il prete fungeva anche da disck-jockey nelle serate di musica italiana, e incentivarono il gioco del pallone fondando un vero e proprio campionato.

Si chiamava Anglo-Italian Football League ed era un torneo amatoriale dedicato alla comunità italiana, nel quale si affrontavano squadre come i Garibaldini, l’AC Roma di Nottingham, la Casertana di Godalming e i Diavoli Gialli. Gli Italia Wasteels devono il nome alla sponsorizzazione da parte di un’agenzia di viaggi. La storia di questa squadra annovera numerosi successi nel mondo delle Sunday league inglesi, iniziati nel 1972 con la prima vittoria della AIFL. Per l’occasione il club si guadagnò una doppia pagina su La voce degli italiani, giornale – anch’esso gestito dagli scalabriniani – in cui i risultati di queste squadre di emigrati avevano spesso la priorità su quelli della Serie A. Nel 1984 vinsero la London Junior FA Cup e continuarono a militare nella AIFL con discreto successo fino agli anni Novanta, quando decisero di iscriversi a un altro torneo amatoriale.

Gli Italia Wasteels sono tuttora attivi nel calcio amatoriale londinese e sono gli ultimi rappresentanti di quel campionato di esuli italiani. Né La voce degli italiani né l’agenzia di viaggi Wasteels esistono più, ma gli azzurri di Londra continuano a giocare cercando di mantenere viva l’identità della squadra. Anche gli scalabriniani sono sempre, lì al numero 20 di Brixton Road, ma la comunità italiana è molto meno coesa di un tempo e non ha più bisogno di andare a ballare in chiesa per combattere la nostalgia della penisola.

AC FINCHLEY

2. FINCHLEY

L’AC Finchley è una società sportiva fondata nel 2005 da Franco Sidoli a nella zona di Barnet, a Londra. Può contare numerose squadre tra giovanili, adulti e calcio femminile. È proprio il calcio giovanile il vero cavallo di battaglia di questo club: mentre la formazione degli adulti compete in un torneo domenicale, sono ben 26 le squadre giovanili iscritte dal Finchley alla Watford Friendly League. Tale eccellenza è stata recentemente premiata con una partita balzata agli onori delle cronache: una formazione maschile del Finchley ha affrontato una femminile dell’Arsenal. Le impressioni dei bambini, raccolte in un articolo del Guardian, scardinano gli stereotipi secondo i quali è giusto separare calciatori e calciatrici sin dalla tenera età.

L’identità italiana del Finchley, la cui scuola calcio è ovviamente aperta a tutti, è ancor oggi rappresentata dall’azzurro della maglia e dallo stemma tricolore. Ma anche gli sponsor sono caratteristici: tra di essi figura l’officina Proietti, Fiat 500 speacialist, che dal 1965 vende e ripara solo macchine italiane nella zona di Caledonian Road.

BARNET AZZURRI FC

3. BARNET

Il Barnet Azzurri è stato un club calcistico attivo nella stessa zona del Ficnhley. Anch’esso specializzato nel calcio giovanile, dal 2006 ha coinvolto bambini e ragazzi di Barnet dai 7 ai 18 anni. Come si evince dal nome, anche questo club ha origini italiane, tuttavia il suo smantellamento ne ha fatto quasi perdere le tracce.

 ICA SPORTS FC

4. ICA

L’ICA Sports FC fu fondato nel 1985 come sezione sportiva della Italian Community Association di Peterborough, nel Cambridgeshire. Come accadde per molte altre squadre animate da italiani in giro per il mondo, i fondatori si ispirarono alla Juventus: in passato la squadra era infatti chiamata ICA Juventus e ancor oggi presenta un toro nello stemma, tra l’Union Jack e il tricolore. Anche la divisa è un richiamo a quella che probabilmente era la fede calcistica dei fondatori, visto che l’ICA alterna una maglia azzurra a quella bianconera. Il club in passato ha dato vita alla ICA Foxes, una formazione Under 13 direttamente connessa con il Leicester City. Al momento, però, è attiva solo la squadra maschile Under 15.

 LONDON ITALIA FC

5. LONDON ITALIA

Questo progetto, ideato nel 2015 da Enrico Tiritera, non si è mai tramutato in realtà. Enrico è un allenatore italiano che da 24 anni frequenta il mondo della non-league inglese: è ormai un punto di riferimento per tutti gli italiani che cercano una squadra in cui giocare nel calcio dilettantistico londinese. L’idea di Enrico era quella di creare un club ad azionariato popolare che divenisse il fulcro della comunità italiana odierna, grazie alle partite della prima squadra, ma non solo. La scuola calcio doveva essere uno degli elementi centrali del club, che avrebbe anche organizzato stage a base di calcio e lingua inglese per ragazzi italiani.

Enrico, insieme ad alcuni collaboratori, ha lavorato all’idea per mesi durante il 2015, arrivando ad ottenere grande seguito presso gli italiani a Londra e presso la stampa italiana.

Tuttavia, a causa della differenza di vedute con alcuni degli altri organizzatori, il progetto è sfumato. «Dopo mesi di riunioni, tempo dedicato e fatica, avevo predisposto tutto. C’era una società dilettantistica pronta a venderci il club con tanto di stadio e clubhouse per eventi sociali. Sarebbe divenuto il punto di riferimento per tutti gli italiani che vivono o arrivano a Londra per motivi di studio o lavoro», racconta Tiritera. «Purtroppo, però, la mia idea è stata interpretata diversamente da altri collaboratori. Io ero per dare un’impostazione comunitaria e popolare, per cui ogni tifoso, pagando una quota, avrebbe avuto diritto a un voto sulle questioni societarie. Altri, invece, avrebbero preferito mantenere il controllo personale sul club per crearsi delle opportunità di business. Ma erano inesperti, io dopo più di vent’anni qui posso garantire che in non-league non ci si arricchisce».

«Il sogno lo coltivo ancora – conclude Enrico – ma la delusione è stata così grande che ho lasciato perdere. Gli italiani in Inghilterra preferiscono ghettizzarsi, fanno solo casa-chiesa-ristorante, gli manca il senso di comunità presente in Canada, Argentina o Australia. Non sono pronti per un progetto del genere».

LONDON BARI FC

6. BARI

Anche se non è stata fondata da italiani, merita una menzione questa particolare squadra londinese. Il London Bari è una realtà molto conosciuta nel mondo della non-league e in particolare della Essex Senior League, campionato disputato dalle squadre proveniente dai sobborghi e dalle campagne ad est di Londra. Già dal nome si può notare il particolare accostamento tra le città di Londra e Bari, ma – se non bastasse – i colori biancorossi dovrebbero fugare ogni dubbio: cosa ci fa un Bari a East London? No, non è una squadra fondata da esuli baresi, ma la sua storia è così particolare che merita un posto in questa rassegna.

Il giovane indiano Imran Merchant era un appassionato di calcio residente nella capitale britannica. In particolare, adorava l’allora capitano dell’Inghilterra David Platt. Dopo il mondiale Italia 90, Platt fu acquistato dal Bari di Matarrese, e Merchant finì per seguire anche le sue imprese col galletto sul petto. Così, quando nel 1996 Merchant volle fondare una squadra di calcio, decise di tributare il Bari, di cui si era invaghito grazie alla militanza d David Platt.

IN COPERTINA: una vecchia foto dell’Italia Wasteels FC (theguardian.com)

 

Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

A via Filadelfia la ferita è sanata. Dove sorgeva l’impianto che fino al 1963 ospitò le partite del Torino, poi demolito negli anni ‘90, sorge ora il nuovo stadio, finalmente pronto per essere inaugurato. A più di 90 anni dalla partita inaugurale, quando nel 1926 i granata sconfissero per 4-0 i romani della Fortitudo, il vuoto torna a colmarsi.

Il nuovo “Fila” sarà la casa del Toro, un centro sportivo all’avanguardia dotato di due campi di calcio: uno ospiterà gli allenamenti della prima squadra e delle giovanili, mentre l’altro – un vero e proprio stadio da 4 mila posti – sarà la cornice delle partite della Primavera. La pancia della tribuna coperta ospiterà gli uffici del club e la foresteria per le giovanili, mentre su via Giordano Bruno è ancora da finanziare e costruire l’area museale, terzo e ultimo lotto del progetto.

L’inaugurazione durerà tutta la giornata del 25 maggio, con il taglio del nastro alle 10 e visite fino alle 20 per cercare di non lasciare nessuno fuori. I soci che hanno contribuito acquistando un seggiolino potranno visitare l’impianto in esclusiva il giorno prima, assieme ai familiari delle vittime di Superga e alle istituzioni. Il 27 maggio, invece, tornerà a rotolare il pallone: il Filadelfia ospiterà un torneo quadrangolare tra le formazioni primavera di Toro, Pro Vercelli, Novara e Alessandria. Il costo dei biglietti andrà a finanziare il completamento dei lavori e la competizione sarà disputata in memoria del prete salesiano Don Aldo Rabino, figura di riferimento nel mondo granata e grande sostenitore della rinascita del Filadelfia, scomparso nell’estate 2015.

Nei giorni scorsi il clima di attesa è stato leggermente turbato da un episodio spiacevole: come testimoniato da un video, durante le prove dell’impianto audio è risuonato a tutto volume l’inno della Juventus. In seguito al comprensibile sollevamento dei tifosi granata, che chiedevano l’allontanamento dei responsabili, la ditta a capo dei lavori ha chiarito l’accaduto: “Il tecnico incaricato ha riprodotto tramite YouTube il file musicale contenente l’inno del Torino FC per effettuare la prova audio, inconsapevole che la playlist contenesse in coda all’inno granata quello di altre squadre”. Nessuno sgarbo da parte di un addetto ai lavori bianconero, ma un semplice e perdonabile errore umano, sembrerebbe.

Per quel che riguarda la realizzazione del museo, terzo e ultimo “lotto” da finanziare e costruire, Cesare Salvadori, presidente della Fondazione Stadio Filadelfia, ha recentemente fatto sapere che se ne riparlerà fra qualche anno, quando saranno stati raccolti i fondi per finanziarlo. Lo scorso 3 febbraio è stata inoltre raggiunta l’intesa tra il Torino FC e la Fondazione per l’utilizzo dell’impianto da parte del club: sebbene non siano state ancora pubblicate le cifre dell’accordo, è stato comunicato che gli importi corrisposti dalla società granata serviranno a completare le opere relative all’intero complesso.

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Una delle porzioni del vecchio impianto che verranno conservate. Il restauro è ancora da realizzare

Il club ha anche voluto e ottenuto l’installazione di un “sistema di occultamento”, cioè di un muro di pannelli che, se azionati, nasconderanno il campo alla vista di chi sta fuori. Il costo dell’opera si aggira attorno ai 900 mila euro e, secondo quanto sostenuto da La Stampa, tale richiesta ha ritardato anche alcuni lavori del secondo lotto, che il giorno dell’inaugurazione risulteranno non del tutto ultimati.

Poco cambierà, però, a chi visiterà l’impianto nei prossimi giorni. Infatti la parte più evidente e simbolica del secondo lotto è stata completata: i dodici “pennoni della memoria” sono stati issati e illuminano il piazzale antistante allo stadio.


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Con una caparbietà che ha dell’eroico, la Fondazione Stadio Filadelfia, ente costituito dalle associazioni di tifosi e dalle istituzioni locali, ha saputo portare avanti un percorso ad ostacoli durato più di un decennio, da quando cioè i primi rappresentanti di associazioni e gruppi granata iniziarono a riunirsi per provare a ricostruire il Filadelfia. Oggi l’avanzamento dei lavori è a uno stato tale da poter inaugurare lo stadio, ormai finito in ogni sua parte, e tutto lascia pensare che nel giro di qualche anno si riuscirà a finanziare anche il resto dei lavori. Mancano ancora parte del secondo e tutto il terzo lotto, che comprendono la rifinitura del “Piazzale della memoria”, il restauro dei monconi delle vecchie curve, il completamento della foresteria e l’area museale. Per chi volesse contribuire, prosegue la campagna di raccolta fondi “Insieme per il Fila”. Ma intanto, Torino può già godersi il suo nuovo Stadio Filadelfia.

 

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Perché il calcio italiano ha bisogno delle “standing areas”

Perché il calcio italiano ha bisogno delle “standing areas”

Tolte le barriere al centro delle curve, Roma guarda all’Europa per diventare una città più a misura di tifoso. Nei giorni scorsi il presidente della Commissione Sport del Comune, Angelo Diario, ha dichiarato che si sta lavorando affinché nelle curve dell’Olimpico si realizzino delle aree pensate per chi vuole assistere in piedi alla partita (cosa che avviene da sempre, ma calpestando i seggiolini). All’estero si chiamano safe-standing areas e sono la versione moderna delle gradinate di una volta. In Germania sono in quasi tutti gli stadi, così come altrove in Europa, e stanno tornando anche nel Regno Unito.

IL DECRETO CHE VIETA I POSTI IN PIEDI

Purtroppo, al di là dei buoni propositi di amministrazioni locali e club calcistici, l’ostacolo sembrerebbe essere a monte. C’è infatti un decreto del Ministero dell’Interno (Art. 6, D.M. 18/3/1996) che tra le altre cose regolamenta i posti in piedi negli stadi italiani: gli impianti calcistici non sono contemplati tra quelli che possono avere standing areas.

Lo stesso Diario è cosciente del problema e vorrebbe risolverlo: «L’amministrazione non può scavalcare il decreto ministeriale. A metà maggio la Commissione Sport da me presieduta, come ha fatto per le barriere, metterà attorno a un tavolo i soggetti interessati: CONI, FIGC, Comune, commissione parlamentare Sport e Cultura e, auspicabilmente, anche club e rappresentanti dei tifosi. Inoltre, in vista dell’appuntamento il CONI sta preparando un approfondimento normativo per capire se basta una modifica o va riscritto l’intero decreto».

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 La standing area dell’Amburgo

I TRE TIPI DI STANDING AREA

Quando si parla di settori per stare in piedi, va considerato che la UEFA impone che nelle competizioni europee gli impianti abbiano solo posti a sedere. Quindi le standing areas devono potersi facilmente trasformare in settori con seggiolini, e viceversa. A seconda del modo in avviene questa sorta di metamorfosi, se ne possono distinguere tre tipi:

1) Rail seats

Sono i seggiolini adottati dal Celtic FC per la sua nuova standing area. Sono pieghevoli (come le sedie del cinema) e prevedono una ringhiera per fila, o al massimo una ogni due. Ogni seggiolino è dotato di una serratura che lo blocca in posizione chiusa: prima delle competizioni UEFA, il personale dello stadio provvede a sbloccare tutti i posti a sedere (foto).

 2) Bolt-on seats

Non tutti sanno che una delle curve più famose d’Europa, la Südtribüne del Borussia Dortmund, è un’enorme standing area da quasi 25 mila posti in piedi. La parte alta presenta seggiolini di tipo rail, mentre nella parte bassa sono di tipo bolt-on. I posti a sedere di questo tipo sono del tutto smontabili e vengono portati via dopo le partite europee, lasciando spazio alla più classica delle terraces a gradoni (foto).

3) Fold-away seats

Compongono la standing area che ospita i tifosi del Bayern Monaco all’Allianz Arena. I posti a sedere si piegano interamente verso il basso e vanno a finire sotto ai piedi del tifoso, trasformandosi in una pedana calpestabile. Questo tipo di seggiolini dà luogo a una vera e propria gradinata, con ringhiere intervallate che possono essere più o meno fitte (foto).

Se da un lato i bolt-on seats, quelli removibili, rappresentano una soluzione un po’ antiquata e costringono ogni volta a smontare manualmente migliaia di seggiolini, dall’altro i rail seats comportano l’installazione di una ringhiera per fila e limitano molto la libertà di movimento, cosa che in tempi di lotta alle barriere può sembrare un po’ paradossale. I fold-away seats, almeno nell’opinione di chi scrive, sono quelli che più si adatterebbero alle curve italiane, perché una volta chiusi lasciano spazio a una gradinata vecchio stampo e molto aperta, garantendo al contempo la sicurezza di chi la frequenta.

PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DELLE STANDING AREAS?

Veniamo al punto centrale della questione. Se da un lato le istituzioni sembrerebbero intenzionate ad avviare un dibattito pubblico sulle standing areas, lo stesso non si può per ciò che hanno espresso fino ad oggi le tifoserie. Credo che tra i tifosi italiani sia tacitamente diffuso un ragionamento molto logico: se nelle curve già si sta in piedi, perché mai dovremmo volere una standing area?

Allo scopo di sensibilizzare sul tema chi leggerà questo articolo, ho individuato quattro motivazioni:

1) Aumenta la sicurezza.

Chi, esultando al goal della propria squadra, si è fatto quattro file per poi atterrare di stinco sullo schienale di un seggiolino, può capire. Questa è safety, non le barriere.

2) Sono una garanzia per il futuro.

Vi ricordate tamburi e megafoni? Nulla toglie che un giorno qualcuno vieti anche l’innocua prassi di guardare la partita in piedi. Chiedetelo ai tifosi del West Ham alle prese col nuovo stadio.

3) Aumenta la capienza degli impianti.

Basta un esempio: in Champions lo stadio del Borussia Dortmund ospita circa 66 mila tifosi. Per la Bundesliga, quando i posti a sedere in curva vengono smontati, la capienza raggiunge le 81 mila unità. Se aumenta la capienza delle curve, aumenta pure lo spettacolo sugli spalti, e la tv potrebbe addirittura ricominciare a inquadrarli.

4) Si abbassano i prezzi.

Sveliamo uno dei segreti del tanto decantato modello tedesco: allo stadio l’offerta è diversificata a seconda dei diversi target di tifoso. A Monaco un biglietto in curva per la Bundesliga costa 16 euro, l’abbonamento 140. I settori popolari sono davvero popolari e vengono compensati dalla capienza maggiore e dai servizi “vip” in tribuna. Così si riempiono gli stadi. È il marketing, bellezza!

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 Il “muro giallo” del Borussia Dortmund

CONCLUSIONI

Come ho provato a spiegare nell’articolo, credo che l’auspicato percorso di rinascita del calcio italiano debba passare anche dalle standing areas, perché la vivibilità e la fruibilità degli stadi sono ai minimi storici e l’Olimpico di Roma ne è un esempio. È d’accordo Lorenzo Contucci, avvocato da sempre attento alle questioni relative al mondo del tifo: «Trovo paradossale che in Italia chi vuole stare in piedi sia costretto a farlo su posti pensati per far stare le persone sedute. Per tornare a riempire gli stadi bisogna diversificare i settori a seconda del tipo di tifoso: le standing areas sarebbero un passo avanti in questa direzione».

Infine, una nota: forse per la prima volta in Italia il dibattito pubblico in favore di un tema che dovrebbe essere caro ai tifosi viene innescato dalle istituzioni. E non è detto che sia una cosa negativa, anzi, magari accadesse più spesso. Ciò che manca, però, è la voce dei tifosi di tutta Italia, anche perché – nonostante la scelta illuminata sulle barriere – non è affatto detto che al Ministero dell’Interno piaccia l’idea di cambiare le norme sui posti in piedi. E ci tengo a ribadire l’importanza di questa battaglia: le standing areas sono una garanzia contro la barriera che a me sembra più pericolosa, cioè quella economica. L’aumento dei prezzi dello stadio è purtroppo già una realtà, ma con il lento migliorare degli impianti il caro-biglietti si farà sempre più incombente.

Emigrante Fútbol Club: 5 squadre fondate da emigrati italiani in Venezuela

Emigrante Fútbol Club: 5 squadre fondate da emigrati italiani in Venezuela

Il calcio venezuelano deve moltissimo all’immigrazione europea. Ma, al contrario di paesi come Argentina, Uruguay e Brasile, il pallone non si diffuse grazie all’immigrazione inglese a cavallo fra Ottocento e Novecento. Fu dal secondo dopoguerra in poi che squadre come Deportivo Italia, Deportivo Portugués, Deportivo Español, Catalonia, Deportivo Vasco, UD Canarias, Deportivo Galicia e Deportivo Danubio trainarono il calcio venezuelano dall’era amateur al professionismo. In seguito al conflitto mondiale, infatti, il Venezuela incentivò l’arrivo di esuli dal Vecchio Continente devastato dalla guerra: ne arrivarono circa un milione, di cui 250 mila italiani. Dopo aver esplorato l’eredità italiana nel calcio brasiliano, argentino e asutraliano, nella quarta puntata di Emigrante Fútbol Club andiamo alla scoperta delle principali squadre italo-venezuelane.

DEPORTIVO ITALIA

1. deportivo italia

L’IFFHS lo considera la più importante squadra di calcio venezuelana del XX secolo insieme all’Estudiantes de Mérida. È stato uno dei club del cosiddetto fútbol colonial a resistere più lungo, anche se ormai la sua identità è stata snaturata: purtroppo l’attuale Petare FC non mantiene nulla che ricordi la cultura italiana del vecchio Deportivo.

La squadra fu fondata a Caracas nel 1948 da un gruppo di immigrati italiani e ha vissuto negli anni Sessanta e Settanta il suo periodo d’oro, sotto la gestione dei fratelli Mino e Pompeo D’Ambrosio. In quegli anni Los Azules vinsero quattro campionati e tre coppe nazionali, partecipando sei volte alla Copa Libertadores, competizione nella quale furono il primo club a rappresentare il Venezuela.

Proprio nell’edizione 1971 della Libertadores il Deportivo Italiano giocò la partita più celebre della sua storia, ancora oggi conosciuta come il Pequeño Maracanazo: con un gioco iper-offensivo nel primo tempo e un solido catenaccio nel secondo, gli italo-venezuelani sconfissero contro ogni pronostico la Fluminense campione di Brasile nella cornice dello stadio Maracanà.

Alla fine degli anni Novanta, in seguito a una crisi economica, il club passò sotto la proprietà del Municipio Chacao di Caracas. La sindaca di Chacao lo propose a dei rappresentanti della Parmalat, grazie anche all’intermediazione di Pelé, al tempo Ministro dello Sport brasiliano. La multinazionale italiana accettò la proposta e acquistò il club, rinominandolo Deportivo Chacao. Due anni dopo però il nome venne nuovamente cambiato: con l’ottica di conservare la tradizione italiana la squadra passò a chiamarsi Deportivo Italchacao. Nella stagione 1998-99 il club vinse il suo quinto e ultimo campionato.

Il crac Parmalat del 2003 lo gettò in una crisi irreversibile, che provocò cambi di proprietà e la prima retrocessione della sua storia. Nonostante i buoni risultati ottenuti alla fine degli anni Duemila, i dirigenti si accordarono con il Municipio Sucre e una cordata di impresari per trasferire il club nel quartiere di Petare, dando vita a un progetto di calcio sociale. Il nuovo corso comportò l’abbandono definitivo di nome, colori e qualsiasi altro richiamo alla tradizione italiana, contrastato senza successo da quel che restava della vecchia comunità di tifosi.

DEPORTIVO TÁCHIRA

2. tachira

Nel 1970 l’immigrato italiano Gaetano Greco fondò una squadra bianconera dal nome JuventusSan Cristóbal, capitale dello stato di Táchira nella regione delle Ande venezuelane. Quattro anni dopo, in assenza di una squadra di calcio professionistico in tutto lo stato, decise di fondare il Deportivo San Cristóbal, che alla sua prima stagione in campionato arrivò secondo, ottenendo l’epiteto di equipo que nació grande. Nel 1978 cambiò nome in Deportivo Táchira Fútbol Club e adottò i colori della regione, il giallo e il nero.

Il Carrusel Aurinegro, altro soprannome del club, è oggi una delle più importanti compagini del calcio venezuelano: è prima nella classifica storica della massima serie, anche perché non è mai retrocessa, ed è quella con più partecipazioni alla Copa Libertadores.

ATLÉTICO TURÉN

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Turén è oggi una città di 60 mila abitanti conosciuta con “il granaio del Venezuela”. Ma all’inizio degli anni Cinquanta, prima che fosse colonizzata dagli italiani, era un paese dedito all’agricoltura e circondato da terreni molto fertili, ma non sfruttati. Come racconta Enrico Morassut, il presidente venezuelano di quegli anni Pérez Jiménez studiò la bonifica dell’Agro Pontino operata da Mussolini e decise di proporre ai veneti di Latina di trasferirsi in Venezuela per fare ciò che i loro genitori avevano fatto qualche decennio prima nel Lazio. Per invogliarli fece costruire già le case, la chiesa, un ambulatorio e altre strutture, e alla fine del 1951 mandò un emissario a Latina per convincere i locali con l’aiuto di diapositive e un filmino.

54 famiglie accettarono la proposta e il 4 febbraio del 1952 salparono da Napoli a bordo dell’Amerigo Vespucci, per arrivare a Puerto Cabello il 19 febbraio. Una volta a Turén, agli immigrati vennero consegnate le case. All’interno vi trovarono la spesa fatta per tre giorni, ma ciò che contava era fuori: ad ogni nucleo familiare era destinato un terreno fertile di 30-40 ettari, la garanzia di un futuro degno per tutta la famiglia.

Circa dieci anni dopo il Colonia Football Club, squadra italiana di Turén allenata da Sante Zenere, vinse i campionati statali per quattro anni consecutivi, dal 1961 al 1964. In seguito prese il nome di Atlético Turén. Il club sfornò anche talenti importanti nella storia del calcio venezuelano, su tutti il portiere Gilberto Angelucci, cresciuto fra i campi coltivati dai genitori. Angelucci collezionò 48 presenze con la nazionale vinotinto, nonché un campionato argentino con il San Lorenzo de Almagro, e si ritirò nel 2007 all’età di 40 anni.

CENTRO ÍTALO FÚTBOL CLUB

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Il Centro Italiano Venezolano fu fondato nel marzo del 1964 da un folto gruppo di migranti italiani che vivevano a Caracas.  Era ed è tuttora il centro culturale italiano di Caracas e, come in molti altri casi in giro per il mondo, ha avuto per molto tempo una squadra di calcio che per 48 anni ha militato nelle categorie alte del calcio nazionale. Da quando la squadra è stata ceduta nel 2011 al Club Atlético Miranda, il centro organizza solo attività calcistiche amatoriali e giovanili per i suoi 22 mila iscritti. Sempre in Venezuela sono invece ancora attivi il Casa D’Italia Fútbol Club di Maracaibo e Centro Social Italo Venezolano di Valencia.

FIORENTINA MARGARITA

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Cosa ci faccia una squadra viola chiamata Fiorentina nell’isola di Margarita, nello stato insulare di Nueva Esparta, non lo sappiamo. Probabilmente fondata da un italiano, ha iniziato a giocare le prime partite nel 2006, per entrare in Tercera División del calcio professionistico nel 2015. Poi è sparita.

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