Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Prima dell’Ultima: il cortometraggio sull’ultima notte di Roma prima dell’addio di Totti

Tre ragazzi, una macchina e una telecamera. È il 27 maggio 2017, la notte prima dell’ultima partita di Francesco Totti con la maglia della Roma, e la città si prepara a dare l’addio al suo Capitano. Troveranno volti e voci di incontri fugaci, notturni, regolati dal caso, di compagni di viaggio con cui condividere l’ultima notte di un’avventura durata più di venticinque anni: quella di Francesco Totti con la maglia della sua città.

“Prima dell’ultima” è un cortometraggio di Paolo Geremei, David Gallerano e Paolo Valoppi. Nell’opera Totti non viene mai nominato: «Il nostro è un racconto sulla percezione di Totti, sul suo riflesso, sulla continua assenza e presenza», spiega Paolo Geremei. E anche la scelta di raccontare la notte precedente al suo addio è frutto di una ricerca artistica: «L’attesa era la cosa che più ci interessava, catturare le emozioni di chi si prepara al domani, nei modi più diversi possibili. Abbiamo scelto la notte – conclude il regista – perché è un momento in cui si è veramente se stessi, e perché si respira quell’attesa che di giorno, in qualche modo, vivi con più facilità».

Emigrante Fútbol Club: 4 squadre fondate da italiani in Argentina

Emigrante Fútbol Club: 4 squadre fondate da italiani in Argentina

L’Argentina è l’unico paese al mondo oltre all’Italia in cui la maggioranza della popolazione è di discendenza italiana: più di 20 milioni di persone hanno infatti origini italiane, di cui circa 600 mila con doppio passaporto.

È questa la seconda tappa di Emigrante Fútbol Club, il viaggio alla scoperta delle squadre di calcio fondate dagli italiani in giro per il mondo. La volta scorsa abbiamo descritto la storia di sette club italo-brasiliani, oggi è invece la volta di cinque squadre argentine fondate per mano italiana. Mancheranno all’appello due grandi club, delle cui origini abbiamo già parlato: Boca Juniors e San Lorenzo.

SPORTIVO ITALIANO

Nel 1950 Ettore Rossi, direttore del Corriere degli Italiani, organizzò a Buenos Aires la prima edizione della Copa Fernet Branca, un torneo amatoriale dedicato agli emigrati italiani nel quale si affrontarono squadre dai nomi nostalgici: Roma, Ambrosiana, Inter, Genoa, Sampdoria, Fiorentina. Cinque anni più tardi la selezione dei migliori calciatori del torneo andò a formare la rosa di un vero e proprio club calcistico: l’ACIA (Associazione Calcio Italiano in Argentina). Il club divenne presto emanazione calcistica della comunità italiana, che ancora oggi colora gli spalti con l’azzurro e con il tricolore. Nel 1978, a seguito di una fusione, il club si rinominò Deportivo Italiano e disputò una partita storica: l’amichevole contro l’Italia alla Bombonera davanti a 25 mila persone. La selezione di Bearzot giocò male la sua ultima partita prima dell’inizio del Mondiale e solo uno splendido tacco di Bettega salvò la faccia e il risultato.

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Il Deportivo Italiano disputò anche una stagione in Primera División argentina. Era l’annata 1986-87 e gli azzurri di Buenos Aires conclusero da ultimi quell’esperienza indimenticabile. Due anni più tardi giocarono il Torneo di Viareggio: tra di loro anche il ventenne Gabriel Omar Batistuta, in prestito dal Newell’s Old Boys, che si fece notare per una tripletta ma anche per il rigore parato che mandò a casa gli azzurri d’oltreoceano.

Nel 2003 El Tano, soprannome assegnato in Argentina tanto a persone quanto a squadre di discendenza italiana, ha assunto l’attuale denominazione di Club Sportivo Italiano. Dal 2005 gioca all’Estadio República de Italia, inaugurato in amichevole contro il Boca Juniors. L’impianto è situato a Ciudad Evita, località a forma di testa di Evita Perón, all’interno della Gran Buenos Aires. La maglia del club è azzurra e il suo stemma è un tricolore: ogni riferimento alla Nazionale italiana è puramente voluto.

VÉLEZ SARSFIELD

Il giorno di capodanno del 1910 un gruppo di giovani del quartiere Liniers di Buenos Aires decise di fondare una squadra di calcio. L’idea balenò nelle loro menti mentre si trovavano in un tunnel del Ferro Carril Oeste, prima ferrovia costruita su suolo argentino. Il tunnel era quello corrispondente alla fermata allora intitolata al giurista Vélez Sarsfield (oggi chiamata Floresta). Lo stesso giorno i fondatori, di cui molti vantavano origini italiane, ufficializzarono la nascita del Club Atlético Vélez Sarsfield. Si decise anche che sarebbero state utilizzate maglie di colore bianco, economiche e facili da reperire, ma già nel 1912 fu adottato il blu marino. Tuttavia, tra il 1914 e il 1916 si affermarono nuovi colori sociali, che rimasero in auge per circa vent’anni: il bianco, il rosso e il verde. Si tramanda che la remera tricolor fu ispirata alle origini italiane dei fondatori e che fosse spedita direttamente dall’Italia.

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Nel 1933 il tricolore venne abbandonato e si impose la V azulada, simile a quella del Brescia ma a colori invertiti. I colori italiani finirono nel dimenticatoio e solo nel 1993 furono recuperati per essere utilizzati nella terza maglia. Proprio quest’anno si celebra il centenario della tricolor. Per l’occasione il Veléz ha lanciato l’hashtag #LegadoTricolor, cioè “eredità tricolore”, con l’obiettivo di valorizzare la storia di questa particolare versione della maglia del club.

CÍRCULO ITALIANO

Nel 1924 la Compañía Italo Argentina de Colonización comprò 5 mila ettari di terreno nella zona più settentrionale della Patagonia, nel Rio Negro. Qui, due anni più tardi, col beneplacito di Mussolini e del presidente argentino De Alvear fu fondata la colonia italiana di Villa Regina. La zona era stata proposta al Duce da Ottavio Dinale, delegato del PNF in Sudamerica, perché garantiva un clima e un paesaggio simili a quelli italiani. Centinaia di famiglie di emigrati popolarono il nuovo insediamento e diedero vita a una città che oggi conta 30 mila abitanti.
Per i coloni italiani i primi tempi a Villa Regina furono molto duri: tirar su una città dal nulla comportava enorme sacrificio, fatica costante e molta speranza. Gli unici momenti di svago erano le pause serali in cui gli italiani condividevano ricordi, nostalgia e canzoni della patria ormai lasciata.

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Al fine di dare organizzazione a questi momenti di comunità nacque nel 1926 il circolo Forza, Amore e Intelletto, che in seguito cambiò nome in Círculo Italiano. L’organizzazione era strutturata come un dopolavoro: all’interno di un granaio si organizzavano attività culturali e ricreative per gli italiani, dal cinematografo alle competizioni di bocce, dai tornei di carte alla squadra di calcio. Il Círculo Italiano milita oggi nelle categorie inferiori del calcio argentino, vestendo il colore granata in prima maglia e il tricolore come maglia di riserva.

VILLA DALMINE

Agostino Rocca fu membro del direttivo dell’IRI e amministratore delegato dell’importante ditta siderurgica italiana Dalmine durante gli anni Trenta. Nel 1944 venne arrestato perché non aderì alla Repubblica di Salò e, quando fu liberato nel 1945, partì alla volta dell’Argentina in compagnia di un gruppo di ex tecnici della Dalmine. Durante il suo primo anno di permanenza Rocca fondò la Techint, gruppo che oggi riunisce più di 100 aziende in giro per il mondo. Nel 1954 aprì a Campana, città al nord-ovest di Buenos Aires, la Dalmine-Safta, prima industria di tubi in acciaio senza saldatura in Sudamerica, alla quale partecipava anche la quasi omonima impresa per cui lavorò in Italia.

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Nel 1957 Rocca, alcuni manager e un gruppo di dipendenti fondarono un club ricreativo per gli operai della fabbrica e le loro famiglie: il suo nome era Villa Dalmine e incluse tra le attività culturali e sociali previste la pratica del calcio. A causa della simpatia per la Fiorentina di Rocca e parte dei dirigenti, si scelse per la squadra il colore viola, che aveva anche il vantaggio di non essere stato fino a quel momento scelto da altri club. Ma il viola era considerato un colore troppo tetro, perciò si scelse di combinarlo con il bianco.  A Campana c’è ancora lo stabilimento industriale, ma El Viola è ormati tifato da tutta la città. Milita attualmente in serie B argentina, supportato dalla sua tifoseria, chiamata La banda de Campana.

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Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

Standing areas negli stadi: da Roma inizia il percorso per modificare la normativa

La strada che potrebbe portare le standing areas negli stadi italiani parte da Roma. In primis dallo Stadio Olimpico, di proprietà del Coni, che sta studiando la normativa e le possibili soluzioni. Si è già detto del perchè il calcio italiano ha bisogno delle standing areas (LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO SULL’ARGOMENTO) , oggi parliamo del percorso istituzionale che tale idea dovrà compiere per divenire realtà.

L’altro ieri si è svolta a Roma una seduta della Commissione Sport del Comune, che ha visto la partecipazione di due delegati del Coni e di alcuni consiglieri comunali. La commissione, convocata dal presidente Angelo Diario, ha l’obiettivo di far sedere al tavolo le istituzioni e le realtà interessate per raccogliere indicazioni politiche e individuare il percorso da seguire.

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L’ostacolo principale relativo all’introduzione dei posti in piedi negli stadi italiani è l’art. 6 del Decreto ministeriale del 18 marzo 1996, che non ne prevede la realizzazione negli stadi di calcio con capienza superiore ai duemila posti. Al fine di modificare tale decreto, lo stesso Diario ha scritto al ministro dello sport Luca Lotti: «Questa amministrazione si rende disponibile a ogni forma di collaborazione rivolta all’individuazione di un percorso condiviso per la soluzione della problematica».

Ma il percorso coinvolge almeno due ministeri. «Anche al Ministero dell’Interno sono interessati, c’è infatti un gruppo di lavoro che sta studiando le modifiche necessarie – ha detto Diario in commissione – Li informerò che esistono la volontà politica e le condizioni ambientali per un ripensamento della normativa. Ovviamente le eventuali modifiche si estenderanno a tutti gli stadi italiani, compresi quella di nuova costruzione per i quali sarà più facile prevedere delle apposite aree».

I delegati del Coni hanno sottolineato come, oltre al Decreto ministeriale, ci siano anche altri potenziali impedimenti da considerare. Il primo è legato alle vie d’uscita: se grazie ai posti in piedi aumenta la capienza di un settore, dovrà aumentare anche la portata delle vie di esodo. Il secondo è legato alla visibilità: quando si installa una standing area bisogna considerare anche le persone che siederanno dietro di essa, la cui visibilità potrebbe essere ridotta (anche se, a onor del vero, nelle curve italiane si sta già tutti in piedi). Infine, quello degli investimenti: per realizzare posti in piedi nei vetusti impianti italiani saranno necessarie delle spese, legate non solo all’installazione dei seggiolini ma anche alla risoluzione delle due problematiche appena citate.


Si tratta, comunque, di questioni contingenti e legate al singolo impianto. Nulla toglie che il Ministero possa modificare il Decreto e poi girare le responsabilità ai proprietari degli impianti, che potranno creare le condizioni per realizzare le standing areas: il Coni per l’Olimpico, i comuni o i club per quasi tutti gli altri stadi. Per quanto riguarda la situazione romana, che è ovviamente sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Sport capitolina, il Coni è certamente interessato alla realizzazione di posti in piedi. Non si hanno invece notizie riguardo al nuovo stadio della Roma: una standing area non è prevista dal progetto, in quanto non permessa dalla normativa, ma nulla toglie che – una volta superato l’ostacolo – Pallotta e Parnasi possano decidere di regalare questa gioia ai tifosi della Roma.

La palla passa ora al Ministero dell’Interno, che ha la possibilità di recepire le indicazioni politiche del Comune di Roma e del Coni. Nel frattempo, anche la Commissione Sport e Cultura della Camera studierà la questione. Riusciranno gli stadi italiani a stare al passo con quelli europei, almeno su questo aspetto?

Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

Torino, il nuovo Filadelfia è pronto: via all’inaugurazione

A via Filadelfia la ferita è sanata. Dove sorgeva l’impianto che fino al 1963 ospitò le partite del Torino, poi demolito negli anni ‘90, sorge ora il nuovo stadio, finalmente pronto per essere inaugurato. A più di 90 anni dalla partita inaugurale, quando nel 1926 i granata sconfissero per 4-0 i romani della Fortitudo, il vuoto torna a colmarsi.

Il nuovo “Fila” sarà la casa del Toro, un centro sportivo all’avanguardia dotato di due campi di calcio: uno ospiterà gli allenamenti della prima squadra e delle giovanili, mentre l’altro – un vero e proprio stadio da 4 mila posti – sarà la cornice delle partite della Primavera. La pancia della tribuna coperta ospiterà gli uffici del club e la foresteria per le giovanili, mentre su via Giordano Bruno è ancora da finanziare e costruire l’area museale, terzo e ultimo lotto del progetto.

L’inaugurazione durerà tutta la giornata del oggi, con il taglio del nastro alle 10 e visite fino alle 20 per cercare di non lasciare nessuno fuori. I soci che hanno contribuito acquistando un seggiolino potranno visitare l’impianto in esclusiva il giorno prima, assieme ai familiari delle vittime di Superga e alle istituzioni. Il 27 maggio, invece, tornerà a rotolare il pallone: il Filadelfia ospiterà un torneo quadrangolare tra le formazioni primavera di Toro, Pro Vercelli, Novara e Alessandria. Il costo dei biglietti andrà a finanziare il completamento dei lavori e la competizione sarà disputata in memoria del prete salesiano Don Aldo Rabino, figura di riferimento nel mondo granata e grande sostenitore della rinascita del Filadelfia, scomparso nell’estate 2015.

Nei mesi scorsi il clima di attesa è stato leggermente turbato da un episodio spiacevole: come testimoniato da un video, durante le prove dell’impianto audio è risuonato a tutto volume l’inno della Juventus. In seguito al comprensibile sollevamento dei tifosi granata, che chiedevano l’allontanamento dei responsabili, la ditta a capo dei lavori ha chiarito l’accaduto: “Il tecnico incaricato ha riprodotto tramite YouTube il file musicale contenente l’inno del Torino FC per effettuare la prova audio, inconsapevole che la playlist contenesse in coda all’inno granata quello di altre squadre”. Nessuno sgarbo da parte di un addetto ai lavori bianconero, ma un semplice e perdonabile errore umano, sembrerebbe.

Per quel che riguarda la realizzazione del museo, terzo e ultimo “lotto” da finanziare e costruire, Cesare Salvadori, presidente della Fondazione Stadio Filadelfia, ha recentemente fatto sapere che se ne riparlerà fra qualche anno, quando saranno stati raccolti i fondi per finanziarlo. Lo scorso 3 febbraio è stata inoltre raggiunta l’intesa tra il Torino FC e la Fondazione per l’utilizzo dell’impianto da parte del club: sebbene non siano state ancora pubblicate le cifre dell’accordo, è stato comunicato che gli importi corrisposti dalla società granata serviranno a completare le opere relative all’intero complesso.

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Una delle porzioni del vecchio impianto che verranno conservate. Il restauro è ancora da realizzare

Il club ha anche voluto e ottenuto l’installazione di un “sistema di occultamento”, cioè di un muro di pannelli che, se azionati, nasconderanno il campo alla vista di chi sta fuori. Il costo dell’opera si aggira attorno ai 900 mila euro e, secondo quanto sostenuto da La Stampa, tale richiesta ha ritardato anche alcuni lavori del secondo lotto, che il giorno dell’inaugurazione risulteranno non del tutto ultimati.

Poco cambierà, però, a chi visiterà l’impianto nei prossimi giorni. Infatti la parte più evidente e simbolica del secondo lotto è stata completata: i dodici “pennoni della memoria” sono stati issati e illuminano il piazzale antistante allo stadio.


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Con una caparbietà che ha dell’eroico, la Fondazione Stadio Filadelfia, ente costituito dalle associazioni di tifosi e dalle istituzioni locali, ha saputo portare avanti un percorso ad ostacoli durato più di un decennio, da quando cioè i primi rappresentanti di associazioni e gruppi granata iniziarono a riunirsi per provare a ricostruire il Filadelfia. Oggi l’avanzamento dei lavori è a uno stato tale da poter inaugurare lo stadio, ormai finito in ogni sua parte, e tutto lascia pensare che nel giro di qualche anno si riuscirà a finanziare anche il resto dei lavori. Mancano ancora parte del secondo e tutto il terzo lotto, che comprendono la rifinitura del “Piazzale della memoria”, il restauro dei monconi delle vecchie curve, il completamento della foresteria e l’area museale. Per chi volesse contribuire, prosegue la campagna di raccolta fondi “Insieme per il Fila”. Ma intanto, Torino può già godersi il suo nuovo Stadio Filadelfia.

 

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Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Eibar, l’emozione di sentirsi coinvolti

Nell’estate del 2014 ho donato 50 euro all’ Eibar. Nel giro di un mese il club basco doveva raccogliere l’enorme cifra di 1,7 milioni per potersi iscrivere alla Primera División, che aveva conquistato dopo due promozioni in due anni. Il motivo della disperata raccolta fondi? L’ Eibar si era guadagnato la storica promozione con un capitale sociale troppo basso. Una legge mal nata e mal interpretata costringeva la società a tentare l’impresa di portare il proprio capitale sociale da 400 mila euro a 2,1 milioni nel giro di poche settimane. Poco importava che la gestione economica era stata del tutto sostenibile e trasparente: per affrontare il Real Madrid, che al tempo valeva 130 volte di più, bisognava che l’ Eibar quintuplicasse il proprio capitale sociale.

Era la fine di una stagione storica: con un budget minimo, senza debiti, senza spendere un euro in più di quelli disponibili, la squadra basca avrebbe rappresentato la città più piccola nell’era moderna della massima serie spagnola. Si parlava di “modelo Eibar” e si rispolverava la storia di un club che dal 1940 è, assieme all’industria delle armi, il biglietto da visita di un paese di 27.000 abitanti nascosto tra le valli basche.

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L’ Eibar riuscì nell’impresa, grazie all’aiuto di più di 11.000 contributori da 65 paesi del mondo. Poteva per la prima volta accedere al gradino più alto del calcio iberico, dove – al contrario di qualsiasi pronostico – resiste a distanza di tre stagioni. Fui molto orgoglioso del mio piccolo contributo, perché ero (e sono) convinto che l’ Eibar potesse almeno in parte dimostrare che la ricerca disperata di magnati stranieri e la cieca commercializzazione di un brand sportivo non rappresentano l’unica strada da percorrere per i club calcistici, soprattutto per quelli medio-piccoli.

Tuttavia, non mi resi del tutto conto che il crowdfunding a cui avevo preso parte era, in realtà, quello che viene chiamato in gergo tecnico un equity crowdfunding. Totalmente preso dalla causa alla quale donavo 50 euro, non avevo mai dato la giusta importanza al fatto che sarei anche divenuto proprietario di una piccola quota del club. Poco dopo, poi, ne divenni più cosciente, soprattutto quando arrivò a casa la lettera con cui l’allora presidente Alex Aranzábal certificava che con la mia azione n° 45.014 ero diventato ufficialmente co-proprietario del club.

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Da quel giorno ho ricevuto regolarmente aggiornamenti via mail e posta cartacea sull’andamento sportivo, economico e societario del club. Infine, qualche giorno fa, ho trovato nella buca delle lettere una busta molto spessa. Conteneva tutto il necessario per partecipare alle elezioni per il consiglio direttivo che si terranno il 1 giugno in casa dell’ Eibar, incluso il modulo per delegare il voto a distanza. Le elezioni sono una diretta conseguenza dell’allargamento della proprietà generato dalla campagna di finanziamento del 2014. L’ Eibar infatti è oggi una società interamente posseduta da azionisti di minoranza, di cui circa l’80% residenti nei Paesi Baschi, il 15% nel resto della Spagna e il 5% all’estero.

La busta conteneva la mia scheda elettorale e tre depliant informativi per altrettante liste di candidati, assieme a un foglio esplicativo. Il tutto rigorosamente in tre lingue: euskara, spagnolo e inglese, a sottolineare come nel club la dimensione internazionale conviva con quella iper-locale. E non è un caso che uno dei tre candidati alla presidenza, seppur con scarse speranze, sia un americano che si prefigge di rappresentare gli azionisti stranieri.

3.scheda[1]

Inizialmente, aprire quella busta mi ha fatto enorme piacere. Mi sono sentito coinvolto, cercato, considerato anche se lontano. Ho donato 50 euro a una giusta causa e ora quella giusta causa mi chiede a chi voglio affidare il suo timone. Ma poi è prevalso lo sconforto. Ho pensato a quante volte la squadra per cui tifo ha chiesto la mia opinione. E non importa quale sia, perché il discorso è uguale per quasi tutte le principali squadre italiane. A occhio e croce è successo due volte: qualche anno fa ci fu un sondaggio su quale terza maglia scegliere, e poi mi pare di aver partecipato a un’indagine di mercato sullo stadio.

Ho pensato anche a quanti soldi ho speso per la mia squadra. Considerando solo abbonamenti, biglietti e merchandising, mi rendo conto che la cifra è a tre zeri, e non ho ancora capelli bianchi. Un abisso rispetto ai 50 euro che mi hanno dato diritto di voto a Eibar.

Certo, la comparazione è inclemente, perché anche in Liga l’ Eibar è una realtà speciale. E il senso di comunità, la voglia di partecipare non si possono copiare a tavolino. Tuttavia la frustrazione provocata dal confronto tra le due situazioni rimane, così come rimane la convinzione che i tifosi, con le loro idee, le loro critiche ed il loro entusiasmo, sono la più grande risorsa non ancora sfruttata (in senso positivo) dal sistema calcio