La Rivoluzione delle Donne Iraniane contro il Regime Anti-Stadio è finalmente realtà in Arabia Saudita

La Rivoluzione delle Donne Iraniane contro il Regime Anti-Stadio è finalmente realtà in Arabia Saudita

Lo scorso weekend in Arabia Saudita per la prima volta in uno Stadio per una partita di calcio maschile è stato consentito l’ingresso alle donne che, dopo la possibilità di guidare, hanno ottenuto un’altra vittoria di carattere sociale in un Paese ancora indietro per quel che riguarda i diritti civili, in particolare verso il gentil sesso. Le restrizioni rimangono, come i settori separati dagli uomini non sposati così come il tragitto per raggiungerli. Ma prima di loro, 20 anni fa, le donne iraniane si opposero al divieto, diventando simbolo di libertà.

Il 29 novembre del 1997 è un sabato. In molte parti del mondo, è un giorno come un altro che da inizio ad un fine settimana qualsiasi. In Italia i giornali raccontano del passaggio di Beppe Signori dalla Lazio alla Sampdoria. Dopo 5 anni e oltre 100 gol segnati con la maglia biancoceleste, Beppe-gol, incoronato dai tifosi laziali come l’ottavo Re di Roma, saluta e se ne va. Approda nella Genova blucerchiata chiuso dall’arrivo nella Capitale di Roberto Mancini, ex capitano della Sampdoria. I due (il Mancio e Beppe-Gol) si scambiano quindi le maglie passandosi anche un testimone difficile: quello di riempire il vuoto lasciato nei cuori dei rispettivi ex tifosi. Mentre in Italia la chioma bionda e il volto sbarazzino di Signori riempiono le pagine dei giornali sportivi, in Iran il 29 novembre del 1997 gli occhi sono tutti puntati sulla nazionale di calcio. Il pallone, bollato dal regime degli ayatollah come “inutile perdita di tempo tipica degli occidentali”, rappresenta invece per molti cittadini iraniani, una speranza di libertà.


Lo è soprattutto per le donne, che hanno visto cambiare le cose con il ritorno al potere (nel febbraio del 1979) dell’ayatollah Khomeini. Se prima, come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo”, negli anni dello scià Reza Pahlavi (e prima ancora con il padre Reza Khan) il calcio era diventato a mano a mano “l’attività prediletta del regime”, con l’ayatollah Khomeini diventa un’attività da mettere al bando. Non a caso, tra le prime azioni politiche del nuovo regime (di forte carica simbolica) c’è anche la presa in possesso del campo di calcio dell’Università di Teheran che lo Scià aveva espropriato. Sotto Khomeini, il campo, viene invece riadattato come centro di preghiera.

Recita un’invettiva dell’epoca che anche Foer riporta nel suo libro, che il calcio nell’Iran degli ayatollah diventa  un modo per scimmiottare inglesi e americani per brillare nelle arene internazionali anziché impegnarsi nella jihad nei villaggi dove mancano le cose più elementari”.

Per le donne iraniane invece il pallone significa ben altro: modernità, libertà, riconoscimento dei loro diritti. Come quello di poter assistere ad una partita di calcio e senza limitazioni. Un diritto che invece il regime degli ayatollah ha severamente vietato. E il divieto valeva anche quel sabato 29 novembre 1997. Quando la nazionale iraniana è chiamata ad ottenere una storica qualificazione ai mondiali di calcio che dovranno disputarsi in Francia. L’avversario in programma è l’Australia e la partita decisiva si gioca a Melbourne. L’andata è terminata sul risultato di 1-1. Nella sfida di ritorno l’Australia, è avanti per due reti a zero quando manca un quarto d’ora al triplice fischio. Fino a quel momento, l’Iran è una squadra irriconoscibile. Come scrive lo stesso Foer “sembra quasi che il regime abbia ordinato la sconfitta”.

Ma negli ultimi quindici minuti invece accade l’incredibile. La formazione allenata dal brasiliano Valdeir Vieira (l’allenatore in “giacca e cravatta”) rimonta lo svantaggio e riesce ad agguantare il pareggio. Per la regola dei gol fuori che valgono doppio sono gli iraniani a qualificarsi. E, al fischio finale, non può essere altrimenti, a Teheran è il tripudio. La gente scende nelle piazze a festeggiare. Donne comprese, che per l’occasione vogliono liberarsi dei vincoli che il regime impone loro. Come quello di portare l’hijab che infatti tolgono e gettano via. Racconta  lo stesso Foer, che anche i basiji (le guardie della milizia religiosa) una volta sul posto, si sarebbero fatti coinvolgere nei festeggiamenti. E’ un clima di festa generale che però preoccupa e non poco il governo di Khatami. Il quale, infatti prende provvedimenti. La paura tra gli uomini del regime, è quella che la festa del popolo possa trasformarsi in ben altro. Forse in un’altra straordinaria ondata di rivoluzione come quella che permise a Khomeini di ritornare in Iran, diciotto anni prima.

Per questo che alla nazionale di calcio viene imposto di fermarsi a Dubai per qualche giorno, per permettere che la situazione torni alla normalità. E quando i ragazzi di Vieira ritornano in patria viene organizzata una grande festa allo stadio Azadi di Teheran. La squadra arriva addirittura in elicottero. Alle donne però, il regime per un’altra volta ancora, ha imposto di non poter prendere parte ai festeggiamenti. Migliaia di ragazze si radunano così fuori dallo stadio. Molte di loro iniziano un’azione di protesta contro la polizia.  Vogliono assolutamente entrare allo stadio e festeggiare la qualificazione ai Mondiali. La polizia, forse intimorita dalla possibilità di incidenti, cede e concede l’ingresso ad alcune migliaia di loro che vengono  sistemate in un settore speciale. Ma sono le altre migliaia rimaste fuori che non accettano la decisione. E allora decidono di farsi giustizia da loro: sfondano il cordone della polizia ed entrano allo stadio. A quel punto, anche i poliziotti capiscono che non possono farci niente. Quel giorno, possono solo restare a guardare. E festeggiare insieme agli uomini e alle donne iraniane. Per un giorno, il regime degli Ayatollah si è sentito meno forte. E il popolo iraniano più libero.

Vollero chiamarla così: la rivoluzione del pallone.

Oggi la situazione in Iran non sembra cambiata molto e sono recenti gli episodi in cui alcune tifose, pur munite di biglietto, sono state respinte all’ingresso dello stadio. Ma quello che fecero quelle eroine deve essere un monito per tutte le donne che combattono ogni giorno per sentirsi finalmente, e pienamente, libere.

Gennaio 2003: Quando a Cragnotti “scipparono” la Lazio

Gennaio 2003: Quando a Cragnotti “scipparono” la Lazio

C’è stato un tempo in cui, anche il calcio italiano ebbe i suoi “sceicchi”.  Non portavano il turbante e non venivano dal Medio Oriente o dal Golfo Persico ma spendevano quattrini come se il loro portafoglio fosse veramente un pozzo (petrolio a parte) senza fondo. Anche grazie a loro, il calcio italiano diventò veramente l’ombelico del mondo. Per una decina d’anni, a cavallo tra l’ultima decade del Novecento e i primi anni del Duemila, tra questi “sceicchi” di fatto, che bazzicavano nel calcio italiano, ci fu certamente anche Sergio Cragnotti, che oggi festeggia il suo settantacinquesimo anno in concomitanza con la fondazione della S.S. Lazio.

Prima dirigente d’azienda, poi banchiere d’affari, infine imprenditore e presidente della Lazio. Un “uomo intelligentissimo con grande senso degli affari”, come veniva definito ai tempi d’oro nei migliori salotti finanziari del Belpaese. “Un venditore di granaglie” come preferì apostrofarlo Silvio Berlusconi al quale, Cragnotti, alla fine degli anni Ottanta, vendette i magazzini Standa per una cifra considerata di gran lunga superiore al suo valore d’acquisto. Un “affarone” (per Cragnotti chiaramente) che evidentemente a Berlusconi non deve essere andato giù.


Per una volta (non sarà certamente l’unica), il Cavaliere aveva trovato sulla sua strada un altro abile uomo d’affari in grado di tenergli testa. Ma non fu soltanto Berlusconi l’unico avversario negli affari al quale Cragnotti nella sua lunga carriera seppe tenere testa.  Nel mondo del calcio, iniziò la sua scalata ai vertici a partire dal 1992, quando acquistò il pacchetto di maggioranza della Lazio detenuto da Gian Marco Calleri, investendo una parte della faraonica liquidazione di 80 miliardi ricevuta dalla Montedison. Da allora, la Lazio, dopo anni di serie cadetta e piazzamenti di media classifica, divenne una delle “sette sorelle” (insieme a Juventus, Milan, Inter, Fiorentina, Parma e Roma) del calcio italiano. Per i suoi tifosi, che non a caso vollero incoronarlo come il loro “imperatore”, la presidenza di Sergio Cragnotti fu il momento nel quale arrivarono le vittorie più importanti. Dalla Coppa Italia dell’aprile 1998 (primo trofeo) per arrivare alla Supercoppa italiana del 2000 (ultimo). Passando per la Supercoppa Italiana (agosto 1998), la Coppa delle Coppe (maggio 1999), la Supercoppa Europea (agosto dello stesso anno) e, dulcis in fundo, lo storico Scudetto del maggio 2000 e la seconda Coppa Italia, conquistata a distanza di soli pochi giorni. Sette trofei in tre stagioni che portarono la Lazio, allenata da Sven Goran Eriksson, ad essere considerata per bocca di Sir Alex Ferguson (allenatore del Manchester United avversario nella Supercoppa 1999) “la squadra più forte del mondo”. Tutto questo fino a quando le cose anche per Cragnotti iniziarono ad andare male.

D’altronde, proprio lui, forse con un pizzico di sventatezza,  dichiarò in una storica intervista realizzata in occasione del centenario della Lazio (gennaio 2000) che prima o poi “le cose belle devono finire” . E infatti, puntualmente, anche l’era di quella Lazio stratosferica e vincente finì. Giunse al crepuscolo un giorno di gennaio (il 3 per la precisione) del 2003 quando, per bocca dello stesso Cragnotti, gli “scipparono” la Lazio. A raccontare come andarono le cose è stato proprio l’ex presidente biancoceleste nel libro scritto nel 2007, e pubblicato da Fazi editore, dal titolo Un calcio al cuore. Nel quale Cragnotti dedica un intero capitolo alla vicenda che segnò la fine della sua presidenza. Secondo quanto scrive l’ex presidente biancoceleste, alla base di tutto ci fu la richiesta “ultimatum” formulata a Cragnotti da Capitalia di rassegnare le dimissioni da tutte le cariche dirigenziali all’interno della Lazio. Una richiesta che Cragnotti non ha esitato a definire una vera e propria  conditio sine qua non, per salvare il Gruppo Cirio. L’esposizione finanziaria della Cirio era infatti considerata, dai nuovi vertici di Capitalia (il colosso finanziario sorto dalla fusione tra Banca di Roma, Banco di Sicilia, Bipop Carire e Medio Credito Centrale), troppo elevata per non essere diminuita.

Inoltre, preoccupava la situazione di alcune controllate della Cirio in Stati come il Brasile e l’Argentina, la cui situazione finanziaria si era nel frattempo aggravata. Messo sotto pressione dai vertici dell’allora Banca di Roma (e di quel gruppo di banche che poi costituirà Capitalia), Cragnotti non ebbe troppe alternative. Nel gennaio del 2003 avvenne così il passaggio di mani che decretò la fine dell’era Cragnotti alla presidenza della Lazio.

Tra coloro che spinsero la Cirio al “rientro” dell’esposizione debitoria, l’allora direttore generale di Capitalia Matteo Arpe il quale, sulla Cirio e su Cragnotti, evidentemente, non la pensava come il presidente di Capitalia, l’allora dominus della finanza italiana e amico personale del presidente laziale, Cesare Geronzi. Fu proprio Arpe che decise di chiudere i rubinetti nei confronti del Gruppo presieduto da Cragnotti. Fu lo stesso Arpe, inoltre, come scrive sempre Cragnotti, a pensare all’idea del prestito obbligazionario convertibile ( in azioni Cirio-Del Monte) da 150 milioni di euro che avrebbe permesso alla Cirio di estinguere il bond in scadenza nel novembre del 2002.

Se Cragnotti avesse accettato le condizioni di Capitalia ( sottoscrizione del prestito e dimissioni dalla Lazio), la banca di Arpe e Geronzi avrebbe promesso di  “salvare” il Gruppo Cirio. Ma alla fine, per Cragnotti, oltre al danno arrivò anche la beffa. Infatti, nonostante avesse lasciato la Lazio con conseguente controllo nelle mani di Capitalia,  che affiderà la gestione al manager Luca Baraldi, Cragnotti verrà accusato, anni più tardi (nel 2004), come ricorda nel suo libro, di aver “truffato” i risparmiatori nella vicenda del prestito obbligazionario. Il 3 gennaio 2003, al termine della drammatica riunione che pose fine alla sua avventura biancoceleste, il dimissionario presidente della Lazio, Sergio Cragnotti si sarebbe alzato dal tavolo  e, rivolgendosi ai presenti, avrebbe detto loro: “ E così alla fine ci siete riusciti, mi avete scippato la Lazio”.

Mai uno “scippo” sarà stato tanto doloroso.

L’ultima partita di Roberto Baggio

L’ultima partita di Roberto Baggio

Come cantava Cesare Cremonini, non è più domenica. Da quando Baggio non gioca più. Ormai sono passati dodici anni dall’ultima volta in campo. Era il 16 maggio del 2004 e quella domenica sarà l’ultima volta che Roberto Baggio, il codino più amato dagli italiani scenderà in campo con gli scarpini ai piedi. Il “suo” Brescia allenato da Luigi De Biasi verrà sconfitto per 4 a 2 dal Milan neo campione d’Italia guidato da Carlo Ancellotti. I rossoneri proprio quella domenica festeggeranno così il diciassettesimo scudetto della storia.

Il destino ha voluto che quella fosse anche l’ultima domenica da calciatore di Roberto Baggio, che con la maglia del Milan 8 anni prima aveva vinto anche lui uno scudetto. I tifosi rossoneri non si sono dimenticati di lui. Nonostante il passaggio del Divin Codino all’Inter nell’estate del 1998. E così, quando al minuto 39 del secondo tempo, l’allenatore De Biasi lo sostituisce, l’ovazione dello stadio è tutta per lui. I tifosi del Milan e quelli del Brescia sono tutti in piedi per applaudirlo. Baggio si toglie la fascia, abbraccia il capitano del Milan e suo vecchio compagno di squadra e nazionale Paolo Maldini e poi si avvia verso la panchina del Brescia. Con le braccia alzate al cielo, saluta tutti. Sarà la sua ultima volta. Da quel giorno, si dedicherà ad altro.


Tredici anni dopo, per dirla con un’altra star della musica italiana, Vasco Rossi, noi siamo ancora qua. A scrivere di lui: di Roberto Baggio. A ricordarci dei suoi 253 gol in campionato realizzati con sette maglie diverse (Vicenza, Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter e Brescia) in venti anni di carriera. Come del Pallone d’Oro vinto nel 1993. Oppure della sua conversione al buddhismo. O ancora di quel drammatico passaggio dalla Fiorentina alla Juventus nell’estate del 1990 che scatenò l’inferno per le strade di Firenze. Ma ci ricordiamo anche e soprattutto di tante sue meravigliose giocate. Come quella del San Paolo contro il Napoli, ai tempi della Fiorentina, quando sotto gli occhi di Maradona, scartò mezza squadra avversaria compreso il portiere per entrare in porta con il pallone ai piedi. Proprio come aveva fatto Diego al mondiale messicano qualche anno prima.

O ancora, questa volta con la maglia della nazionale ai mondiali del 1998, di quel tiro uscito di un niente nei quarti di Finale persi poi ai rigori contro la Francia. Se quel tiro fosse entrato, la storia di quel mondiale sarebbe stata diversa. Ci ricorderemo anche del suo (cattivo) rapporto con molti allenatori da Capello a Sacchi per finire a Carletto Ancellotti che lo scartò ai tempi del Parma per poi pentirsene qualche anno più tardi e scriverlo nel suo libro biografico “Preferisco la Coppa”. Non sarà così per un altro grande Carletto del calcio italiano, cioè Carlo Mazzone, che invece lo vorrà fortissimamente alla sua corte quando allenerà il Brescia. E Baggio a Brescia resterà per quattro anni, chiudendo lì la sua meravigliosa carriera. Fino al minuto 39 di domenica 16 maggio 2004. Oggi, a distanza di anni, in tanti si chiedono ancora se mai nel calcio italiano, si rivedrà uno così. Sono gli stessi che danno ragione a Cesare Cremonini.

Da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.

Chi vinceva il Pallone d’Oro al posto di Maradona?

Chi vinceva il Pallone d’Oro al posto di Maradona?

Le parole di Diego Armando Maradona sul Pallone d’Oro hanno riaperto un quesito che che esiste da sempre: Ma perché Maradona non l’ha mai vinto?

Tra quarant’anni, quando Leo Messi e Cristiano Ronaldo viaggeranno più o meno verso le settanta primavere, nel mondo del calcio si continuerà a parlare di loro. Di due fenomeni che hanno monopolizzato il pallone con un dominio di risultati e prastazioni praticamente inavvicinabili.

Proprio come Diego Armando Maradona, che gli argentini ricordano oggi e ricorderanno ancora, come un simbolo, più che un calciatore. Il più grande di tutti i tempi. L’unico, da quando esiste l’Albiceleste (la nazionale argentina), ad aver vinto un campionato del mondo (quello disputato in Messico nel 1986) “da solo”. Con buona pace di Leo Messi infatti, sono in tanti a pensare ancora che Maradona, nonostante tutto, sia ineguagliabile; che nessuno potrà mai rappresentare per l’Argentina, quello che è stato lui. E fino a quando Messi non vincerà il Mondiale “come ha fatto Diego”, tra i due, non potrà esserci alcun paragone. Eppure, tra quarant’anni, quando i bambini argentini sfoglieranno gli almanacchi del calcio leggeranno che Messi, e non Diego è stato uno dei pochi calciatori argentini, se non l’unico, a vincere 5 volte, se non di più (chissà quanti potrà vincerne ancora), il “Pallone d’Oro”. A quel punto, con la bocca aperta e gli occhi spalancati, guarderanno i loro padri e domanderanno loro: Papà, ma perché Messi ha vinto tante volte e Maradona neanche una?”.


Già perché? “Bisognerebbe domandarlo a quelli che lo assegnano”, sarebbe allora la risposta probabile del padre di turno. Eh già, proprio così. Bisognerebbe chiederlo a loro. A quelli della nota rivista francese France Football i quali, nel 1956, vollero inventarsi il premio (che all’epoca si chiamava infatti “Calciatore europeo dell’anno”) per lasciarlo vincere, solo e soltanto ai calciatori nati nel Vecchio Continente. Un premio per pochi intimi che non premiava il merito ma la provenienza. Discriminazione? Forse no, forse sì ma non è questo il punto. Il punto è invece che quelli come Maradona, che nel Vecchio Continente non erano nati ma giocavano a calcio, il premio non potevano vincerlo. Erano tagliati fuori.

Nel 1986,  tanto per fare un esempio, nell’edizione successiva ai Mondiali messicani (che Maradona vinse praticamente da solo), a vincere fu infatti Ihor Belanov, un calciatore ucraino della Dinamo Kiev, che oggi probabilmente nessuno, tra i bambini di tutto il mondo, ricorda per averlo mai sentito nominare. Il quale, nonostante tutto, in quell’anno riuscì a vincere il Pallone d’Oro piazzandosi davanti a gente del calibro di Emilio Butragueno o Gary Lineker. Ma Belanov non è l’unico caso di calciatori poco conosciuti che sono stati premiati. Altri ce ne furono. E soprattutto provenienti dall’allora Unione Sovietica, una terra famosa per aver dato i natali a ben altre personalità che non a giocatori di pallone. Eppure, dall’Unione Sovietica, e sempre da Kiev arrivava anche Oleh Blochin, ex allenatore della Dinamo Kiev, che vinse l’edizione del 1975. Un attaccante considerato un talento puro, di classe cristallina, forse il migliore della sua generazione, del quale si ricorda la splendida doppietta realizzata contro il Bayern Monaco nelle finali di Supercoppa Europea del 1975.

Sempre dall’Est, ma questa volta dall’Ungheria, proveniva invece l’attaccante Florian Albert, che nella sua carriera ha vestito soltanto una maglia, quella del Ferencvaros, realizzando 258 gol in 350 partite. Oggi di Albert si potrebbe dire, che da questo punto di vista, è certamente stato più fortunato di gente come Francesco Totti il quale, vestendo anch’egli soltanto la maglia della Roma, e meritando probabilmente di vincere il premio, non è invece mai riuscito a vincerlo.

E poi, che dire di Allan Simonsen? Centravanti danese, vincitore del premio nel 1977, quando vestiva la maglia della squadra tedesca del Borussia Moenchengladbach. Un “folletto”, alto 1,66 che seppe strappare il titolo a gente come Johann Cruijff, non a caso soprannominato il “Pelè bianco”.

Belanov, Blochin, Albert, Simonsen, tutti protagonisti di un altro calcio che non esiste più. Come non esiste più il “Pallone d’Oro” che loro riuscirono a vincere. Dal 1994 è stato infatti concesso anche a calciatori non europei di gareggiare per l’assegnazione del premio. E i vari Belanov, Blochin, Albert e Simonsen sono diventati i vari Ronaldo, Ronaldinho, Messi, che hanno vinto quello che non poterono vincere Maradona e Pelè. Per questo, qualcuno si sarà domandato: ma quelli di France Football, non potevano pensarci prima?

Da Di Canio a Katidis: anche il calcio ha i suoi “cuori neri”

Da Di Canio a Katidis: anche il calcio ha i suoi “cuori neri”

In una partita di dilettanti, Eugenio Luppi dopo aver segnato ha esultato mostrando una maglietta della Repubblica Sociale, facendo il saluto romano. La partita era a Marzabotto, teatro di un’efferata strage nazista. Ma non è il primo nel mondo del calcio ad essere accostato al Fascismo.

Cosa c’entra il calcio con Benito Mussolini? Come ci raccontano gli storici (e alcuni siti di informazione tra i quali Linkiesta) l’ex Duce d’Italia era un grande appassionato di calcio. A quanto pare tifosissimo del Bologna nonostante la sua fede calcistica sia stata accostata sia alla Roma ma anche alla Lazio. Dopo la sua morte, anche nel calcio si continuerà (per vari motivi) a parlare di lui. Negli anni a venire non saranno pochi i calciatori che continueranno a mostrare “simpatie” verso di lui. Tra questi Paolo Di Canio, è certamente colui che le simpatie per il Duce non le hai volute nascondere. Quando era ancora un calciatore, una foto ha fatto il giro del mondo. L’occasione è un derby Lazio-Roma del 2005. La sua squadra la Lazio è tornata a vincere il derby dopo alcuni anni. E lui, Di Canio ha anche realizzato il primo dei 3 gol con i quali la sua Lazio ha liquidato la Roma di Totti e Cassano. A fine partita, neanche a dirlo, non è più nella pelle. Fa il giro del campo per andare a raccogliere il meritato abbraccio dei tifosi.

Ad un tratto si ferma sotto la Tribuna Tevere, uno dei settori occupati dai tifosi laziali. Alza gli occhi, come per guardarli ad uno ad uno. Poi decide di salutarli. Solleva il braccio destro e lo stende. L’indomani tutti i giornali scriveranno che “Paolo Di Canio ha fatto il saluto romano ai tifosi della Lazio”. Oltre alle inevitabili polemiche, per Di Canio arriverà pure una (seppur breve) squalifica.

Eppure, qualche anno più tardi, lo stesso Di Canio, ritornato nel calcio inglese da allenatore e attaccato duramente dal tabloid inglese The Sun proprio per le sue simpatie politiche, ammetterà di essere “di destra ma non fascista”.

Il suo, tuttavia, non sarà l’unico caso di calciatore finito sui giornali come “di destra”. Prima di lui Gianluigi Buffon allora portiere del Parma, nella stagione 1999-2000, si presenta davanti alle telecamere per le consuete interviste del dopopartita con una maglietta nella quale campeggia in bella vista la scritta “Boia chi molla”. Nota per essere un vecchio motto fascista (utilizzato come slogan anche nella sanguinosa rivolta di Reggio Calabria del 1970). L’uscita di Buffon (che disse di essersi voluto riferire ai suoi compagni di squadra) diventa inevitabilmente l’occasione per un’altra polemica politica. Anni dopo, come riporta il sito Quinews, nel suo libro “Numero Uno”, l’attuale portiere della Juventus dirà che “non è stato un errore semmai una botta di ignoranza”, per non essere stato a conoscenza della “radice storica della frase”.  L’anno successivo (stagione 2000-01), però la storia si ripete. Buffon finisce ancora nel mirino della critica. Questa volta il motivo riguarda il numero scelto sulla maglia da gioco. “Volevo il doppio 00 che è il numero delle palle ma non me lo diedero. Allora presi l’88 che di palle ne ha quattro scriverà Buffon nella sua biografia. Seguiranno nuove polemiche (insorgerà addirittura la comunità ebraica) perché l’88 è anche il numero utilizzato dai “naziskin”.

Un altro portiere Christian Abbiati (attualmente nel Milan) come riporta anche il Secolo d’Italia, farà outing nel 2008 dichiarando di condividere del fascismo gli ideali “come la patria, la religione cattolica e la capacità di assicurare l’ordine”. Sempre Il Secolo rivela anche che un giorno Fabio Cannavaro, quando giocava nel Real Madrid, venne immortalato con la bandiera tricolore con il fascio littorio al centro. Il difensore ed ex capitano della nazionale italiana campione del mondo ai Mondiali del 2006 si difenderà dicendo di “non essere un nostalgico ma neanche di sinistra”. Sempre il quotidiano di via della Scrofa parlerà delle critiche al calciatore Alberto Aquilani per alcuni busti del Duce che l’ex centrocampista della Roma (oggi allo Sporting Lisbona) avrebbe avuto dentro casa “come regalo di uno zio”.


Fuori dai confini italiani il caso più clamoroso è però certamente quello di Giorgos Katidis, centrocampista greco con una breve esperienza nel Novara. Il quale, quando nel 2013 giocava ancora nell’AEK Atene venne ripreso (la foto è finita anche sul sito del settimanale Panorama) mentre dopo aver siglato un gol, va a festeggiare sotto la curva di casa senza la maglietta e salutando con il braccio teso i suoi tifosi. L’indomani, Katidis verrà accusato di ”una grave provocazione offensiva nei confronti di tutte le vittime della bestialità del fascismo e del nazismo” e squalificato a vita da tutte le nazionali (giovanili e maggiori) greche. E non basterà il tweet di scuse con il quale l’ex calciatore dell’AEK dirà di non essere fascista e di aver fatto quel gesto “senza sapere”. Dopo quel giorno infatti, per lui sarà un lento declino. Non lo vorrà più nessuno. E attualmente risulta ancora un calciatore in cerca di una squadra.

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