“Metti il razzismo in fuorigioco”: il progetto Briswa sbarca in Serie A

“Metti il razzismo in fuorigioco”: il progetto Briswa sbarca in Serie A

Razzismo e mondo dello sport. Due universi che sovente marciano in parallelo, mettendo in evidenza un qualcosa di tristemente insito nella nostra società. E spesso anche nel vivere quotidiano. In questi anni, diverse sono state le iniziative sviluppate dai più alti organi del governo calcistico europeo/mondiale nonché dalle singole società di ogni livello e categoria. Anche l’Italia si è fatta spesso promotrice di progetti dello stesso calibro e proprio in questi giorni – in cui a farla da padrone è il caso degli adesivi recanti il volto di Anna Frank con la maglia della Roma attaccati in Curva Sud durante Lazio-Cagliari – un progetto finanziato dalla Commissione Europea sul programma Erasmus+ Sport, sta prendendo forma preparandosi ad approdare sui campi di Serie A.

Parliamo di BRISWA – acronimo di the Ball Rolls In Same Way for All – che vede la partecipazione di sei paesi europei (Italia, Romania, Bulgaria, Grecia, Serbia e Ungheria) e gestito in Italia dal Chapter Italiano della System Dynamics (la branca italiana di una società scientifica statunitense che si occupa di studiare complessi problemi anche di stampo sociale) e dall’Atletico Lodigiani, club con sede a Montecompatri (Roma), che attualmente milita nella Seconda Categoria Laziale e dispone di un relativo settore giovanile. La collaborazione con un ente europeo permette alle varie società sportive nei paesi partner di far entrare i propri ragazzi a contatto con altre realtà di livello internazionale, in maniera da far capire l’importanza dei comportamenti sociali e di trasmettere un modo sano di concepire il calcio da parte dei giovani: il rispetto del prossimo anche e soprattutto attraverso lo sport. Un’idea che non per caso ha trovato molto interesse anche al di la dell’Adriatico, laddove i problemi di integrazione spesso si portano dietro guerre sanguinose e conflitti socio culturali mai sopiti.

Alcune giornate a tema sono già state realizzate durante alcuni degli incontri di calcio più significativi disputati nei Paesi sopracitati. In Bulgaria, dove la Federazione è tra le più attive sulla questione, i giocatori del CSKA Sofia hanno realizzato un video per promuovere BRISWA, e in occasione di un recente derby contro il Levski le due squadre sono scese in campo leggendo all’unisono un messaggio di sensibilizzazione e indossando maglie per pubblicizzare l’iniziativa. Qualcosa di simile era già successo anche in Serbia, prima della sfida tra Vojvodina e Stella Rossa. Inoltre, a livello giovanile, in questi Paesi, il progetto BRISWA sta operando con approfondita meticolosità, andando a lavorare su quella fascia di ragazzi in piena formazione umanistica e sportiva.

Come si legge sul sito ufficiale, il progetto si prefigge di:

  • Comprendere la situazione attuale del razzismo in Europa e identificare i driver principali di tale fenomeno;
  • Valutare, attraverso un approccio di ricerca basato su solide basi scientifiche, come gli atti di razzismo possano essere mitigati ed eventualmente eradicati dalla cultura dello sport nella maniera più efficace possibile;
  • Attuare innovative strategie di formazione e monitoraggio delle dinamiche sociali di gruppo, a partire dall’azione sui più giovani, i quali ancora non hanno un forte orientamento sociale, educandoli dunque ad accettare la diversità, soprattutto quando si fa sport;
  • Stabilire quale sia il giusto mix di competenze (psicologico, sociale, etc.) per una nuova figura fondamentale da inserire all’interno delle scuole calcio (e delle squadre sportive in generale);
  • Diffondere lo spirito di uguaglianza ed evitare atti di razzismo, cercando di costruire una grande consapevolezza nelle persone di tutte le età (e soprattutto nei più piccoli) attraverso i canali mediatici (social media, sito web, ecc.), la realizzazione di eventi mirati, prima delle gare ufficiali dei campionati europei di calcio, di seminari di formazione, workshop e conferenze.

Dal prossimo dicembre, i referenti del progetto BRISWA avranno anche qui in Italia l’opportunità di entrare sui campi di calcio della Serie A, per esporre striscioni tematici e far proiettare sui maxi schermi video con cui personaggi del mondo sportivo lanceranno un messaggio contro il razzismo. “Set racism offside” (“Metti il razzismo in fuorigioco”) è il motto della campagna.

Un’opera complessa, per la quale è scesa in campo anche l’Università della Macedonia, che ha redatto un questionario da sottoporre a società, dirigenti, calciatori e tifosi al fine di analizzare e comprendere, sotto l’aspetto antropologico, fenomeni discriminatori, col fine ultimo di creare un vero e proprio dossier in grado di dar seguito a metodi di lotta e dissuasione ad ogni genere di razzismo.

Il lavoro mediatico a corollario di questa iniziativa si sta già dimostrando importante e sarà senza dubbio fondamentale. Così come importante sarà creare una sinergia seria e non soltanto massiva e propagandistica, come troppe volte vediamo fare ai nostri mezzi di comunicazione, interessati a condannare episodi di discriminazione al momento, cavalcando l’onda mediatica per aprire telegiornali e vendere qualche copia in più dei quotidiani, ma scarsamente interessati a dar seguito in maniera reale e costruttiva a un vero e proprio processo di cambiamento e di trasformazione culturale.

 

Milan – Roma: nessuno dimentichi Antonio De Falchi

Milan – Roma: nessuno dimentichi Antonio De Falchi

C’è una scritta non distante da casa mia. La vedo spesso quando il semaforo mi impone l’alt, o quando percorro quella strada a velocità sostenuta. Sta su un muretto basso, che fa da parapetto al capolinea degli autobus in Viale di Torre Maura, nella periferia sud-est di Roma.“4-6-1989: Antonio De Falchi vive”. È messa là, non per caso. Antonio è cresciuto in quelle strade, ha respirato l’odore della periferia impregnandosi con i colori giallorossi. Da queste parti essere della Roma è quasi obbligatorio. Bastava passarci qualche anno fa, quando il calcio era ancora in perfetta armonia con il popolo. Bandiere giallorosse ovunque e quel pizzico di ruvidezza tipica del romano scalcinato e ironicamente malinconico.

Ho pensato a lui le prime volte che mi sono avvicinato alle entrate del Meazza, percorrendo a piedi quel pezzo di asfalto che divide Piazzale Lotto dalla Scala del Calcio. Ho rivisto le sue foto, gli striscioni a lui dedicati, i cori. Roma. Milano. Una rivalità che andava ben oltre il calcio. Un modus vivendi differente, di due popoli, due entità e due città agli antipodi. Stereotipate, certo. Ma con tante verità di fondo. Dall’una e dall’altra parte. Antonio De Falchi è morto in maniera meschina. Infame. Senza una logica, senza un perché e senza una giustificazione. E a noi non interessa  star qui a fare retorica o, peggio ancora, morale. Perché forse non ne abbiamo neanche il diritto. E perché della morale ce ne sbattiamo, quando sanno tutti come andarono le cose nei mesi, negli anni, seguenti a quella maledetta domenica. Il processo farsa, la libertà comprata a suon di milioni, i colpevoli subito a piede libero. Un’altra umiliazione per la famiglia De Falchi.

Chi ha il diritto di dire a qualcun altro cosa è moralmente giusto e cosa non lo è? La signora Esperia, la mamma di Antonio, ha smesso da tempo di chiederselo. Lei, la sua famiglia, forse lo rivedono partire allegro per la trasferta, al seguito della Roma. Non sapendo che sarebbe stata l’ultima. Non sapevano che carissimi gli sarebbero costati quei pochi passi compiuti da Piazzale Axum, dove il tram per lo stadio faceva capolinea, al cancello numero 16, quello riservato ai tifosi ospiti. Una domanda: “Che ore sono?”, il suo accento inconfondibile, e la carica di oltre trenta persone nascoste dietro un muretto improvvisato per i lavori di ristrutturazione in vista dei mondiali 1990. Trenta contro tre. Se non c’è giustizia nel cadere inermi a diciotto anni, c’è ancora più viltà nel farlo così. Per mano di chi voleva dimostrarsi uomo a tutti gli effetti. Duro e puro. Mostrando al mondo, invece, l’esatto opposto. Morire in un giorno di festa. Morire in piena gioventù.

Le lacrime che scendono a mamma Esperia sono le stesse da ventotto anni. Asciugate dai ragazzi e dalle ragazze che tengono vivo il ricordo di Antonio, che ne onorano la memoria e che lo hanno reso un’icona del romanismo. Anche oggi che la Curva Sud è in difficoltà, divisa e spaccata in due. Con il cuore che pulsa ancora sangue, ma fa una fatica terribile.

In ogni coro, in ogni partita, in ogni trasferta gli ultras hanno deciso che Antonio De Falchi ci deve essere. E il suo ricordo si è tramandato. Silente ma forte. Di generazione in generazione. Sì, lo hanno deciso gli ultras. Perché lontani sono i tempi di Dino Viola. Presente ai funerali nella chiesa di San Giovanni Leonardi, a Torre Maura. Il Presidente si fece carico della funzione, cercando di stare vicino a un cuore di mamma straziato dal dolore. Dopo di lui nessuno si ricordò più di Antonio. Mai una parola, mai un mazzo di fiori, mai un messaggio.

E allora giusto che a tutti questi anni di distanza viva solo nel ricordo di chi è stato ed è come lui. Di chi ogni volta che la Roma gioca a Milano gli dedica un pensiero, passando davanti al punto dove i suoi occhi si chiusero per sempre. Perché neanche la batosta sportiva più atroce subita in terra meneghina potrà essere paragonata alla morte di un ragazzo da poco maggiorenne. Oggi avrebbe quarantasette anni. E probabilmente indosserebbe ancora la sciarpa giallorossa per sostenere la sua città, la sua squadra e il suo popolo. Che mai lo dimenticherà.

Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Abbiamo seguito con particolare attenzione la vicenda “barriere” che fino alla primavera scorsa ha funestato la vita degli habituée dello stadio Olimpico di Roma. Una divisione fisica accentuata dal clima estremamente repressivo con cui i tifosi romanisti e laziali venivano accolti nello storico impianto del Foro Italico. Tutti ricorderanno infatti che a tener lontano dalle gradinate – per ben 19 mesi – buona parte dei supporter capitolini non furono solo le divisioni fisiche ma anche un vero e proprio accanimento manifestato sotto forma di controlli asfissianti e multe da 168 Euro per chiunque occupasse un posto diverso da quello assegnato sul biglietto nominale o – peggio ancora – si appoggiasse a una balaustra o sostasse su un ballatoio durante la gara.

Con la rimozione delle barriere – avvenuta pochi giorni prima del derby di ritorno della semifinale della Coppa Italia, a marzo scorso – il clima attorno allo stadio Olimpico sembrava stesse tornando lentamente alla “normalità”, con le curve finalmente in grado di mettere in mostra il classico spettacolo del tifo senza incorrere in sanzioni e divieti. Questo “trend” è stato però invertito nell’ultima settimana, quando a diversi sostenitori giallorossi sono state notificate sanzioni pecuniarie, relative alle partite con Internazionale e Atletico Madrid, per essersi eretti sulle balaustre in modo da coordinare il tifo della Curva Sud. Una sanzione che, in caso di recidiva, porterebbe direttamente al Daspo. Per il tifo romanista, dunque, il ritorno di un vero e proprio incubo.

Ma per quale motivo Roma continua a essere il teatro prescelto per una gestione quanto meno discutibile dell’ordine pubblico durante le manifestazioni sportive? “Laboratorio sociale? Il sospetto che sia così c’è”, ha commentato mercoledì scorso l’ex Prefetto della Capitale (dal 2003 al 2007) Achille Serra ai microfoni di Rete Sport. È chiaro – come sottolineiamo da sempre – che le regole vadano sempre rispettate ma è altrettanto chiaro che c’è anche un discorso di consuetudini e priorità a cui rispondere.

Dall’inizio di questa stagione è entrato in vigore il nuovo Protocollo d’Intesa sulle manifestazioni sportive redatto dal Ministero dell’Interno e stipulato da Lega, Federazioni e società calcistiche. Un documento che a tutti gli effetti porta la gestione dei tifosi verso una riapertura di credito e una graduale eliminazione di restrizioni e divieti che negli ultimi dieci anni l’hanno fatta da padrone. Oltre alla completa eliminazione della tessera del tifoso. Il ritorno in trasferta di tifoserie storicamente non tesserate (es. bergamaschi a Firenze, doriani a Torino e napoletani a Ferrara) o quello degli strumenti di tifo come tamburi e megafoni segna probabilmente la fine dell’epoca del “proibizionismo assoluto” nel tentativo di ridare ai nostri stadi colore, calore e folklore.

multe stadio olimpico

Mentre a Roma si continua ostinatamente in direzione opposta. E in maniera alquanto discutibile. È vero, esiste un regolamento d’uso dello stadio che vieta di “arrampicarsi su balaustre, parapetti, divisori ed altre strutture non specificatamente destinate allo stazionamento del pubblico” ma è anche vero che, soprattutto in ambienti “governati” dalle masse, esistono anche delle regole non scritte, consuetudinarie, che per anni sono state tollerate. Usando il buon senso, ovviamente. Questa ricerca maniacale della legalità, se traslata all’Olimpico, in realtà entra un po’ in contraddizione con il modus operandi a cui i tifosi sono domenicalmente abituati. Si usa il pugno duro per i ragazzi che salgono su un muretto per far sostenere al meglio la squadra mentre – proprio per eseguire le perquisizioni in fase di afflusso – si lascia spesso che la massa si addensi di fronte ai pochi cancelli/tornelli aperti. Chiunque potrebbe avere uno zaino pieno di esplosivo e approfittare della calca e del disordine che abitualmente si viene a creare. Se poi contestualizziamo ciò in un periodo di massima allerta terrorismo possiamo capire come i conti non tornino affatto. E come le priorità vengano affrontate quasi al contrario.

Inoltre se parliamo del regolamento d’uso è importante sottolineare come la sua infrazione sia comune davvero a tutti gli spettatori. Dalla curva alla Tribuna Autorità. In quanti, infatti, conservano il biglietto fino all’uscita? In quanti non hanno mai cambiato posto rispetto a quello scritto sul biglietto? In quanti, almeno una volta, sono riusciti ad entrare con una bottiglietta di plastica? Questo solo per elencare alcune fra le prescrizioni ivi contenute. Il che, chiaramente, non dev’essere un’induzione a non rispettare le regole ma un invito a ragionare su come le stesse possano e debbano essere modellate in ogni situazione. Soprattutto quando si parla di grandi spazi aggregativi.

Le sanzioni pecuniarie di cui sopra fanno capo alla Legge 88 del 24/04/2004. E in particolar modo all’art. 1/septies introdotto con la Legge Pisanu del 2005 e così modificato in ultima battuta dal Decreto Amato del 2007 (quello successivo alla morte dell’Ispettore Raciti): chiunque, fuori dei casi di cui all’articolo 1-quinquies, comma 7, entra negli impianti in violazione del rispettivo regolamento d’uso, ovvero vi si trattiene, quando la violazione dello stesso regolamento comporta l’allontanamento dall’impianto ed è accertata anche sulla base di documentazione video fotografica o di altri elementi oggettivi, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. La sanzione può esser aumentata fino alla metà del massimo qualora il contravventore risulti già sanzionato per la medesima violazione, commessa nella stagione sportiva in corso, anche se l’infrazione si è verificata in un diverso impianto sportivo. Nell’ipotesi di cui al periodo precedente, al contravventore possono essere applicati il divieto e le prescrizioni di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, per una durata non inferiore a un anno e non superiore a tre anni. 

Un passaggio alquanto controverso che l’Avvocato Lorenzo Contucci già anni fa contestava evidenziando come la l’articolo sia “fortemente sospettato di incostituzionalità: il D.A.SPO. è una misura di prevenzione che ha quale presupposto la pericolosità del soggetto, ancorché limitata all’ambiente sportivo o parasportivo. Non può essere ritenuto pericoloso, però, chi entra allo stadio con un biglietto intestato ad un’altra persona o chi non siede al proprio posto o chi viola una norma regolamentare stabilita dal proprietario dello stadio o dalla società di calcio che impone l’allontanamento dallo stadio. Ad esempio: se il Regolamento di uno stadio impone l’allontanamento dallo stesso nel caso in cui si getti un pezzo di carta per terra e non nel cesatino dei rifiuti, la questura può, in caso di recidiva amministrativa, diffidare con obbligo di firma da 2 mesi a 3 anni! Sembra difficile che tale disposizione possa reggere ad un esame di costituzionalità e sarà compito del difensore e dei giudici espungerla per sempre dall’ordinamento sollevando la relativa questione sotto il profilo dell’irragionevolezza della norma, paramentrandola alle altre misure di prevenzione”. E invece questo strumento non solo ha retto, ma ormai è anche utilizzato ogni settimana.

multe stadio olimpico

Come poterne uscire quindi? Benché una presa di posizione delle società sia sicuramente fondamentale, come in occasione delle barriere c’è bisogno di un intervento della politica. Il Ministro dello Sport Luca Lotti e quello dell’Interno Minniti sembrano disposti al dialogo e hanno sicuramente l’opportunità di intervenire. In tal senso è fondamentale che la questione standing areas venga discussa e diventi una delle prime necessità per tutti gli stadi del Paese. Come raccontato su queste colonne da Valerio Curcio ci sono degli scogli da superare, su tutti un decreto del Viminale datato 1996, che tra gli impianti dove è consentito seguire gli eventi in piedi non contempla gli stadi. Dopo oltre vent’anni, tuttavia, proprio in un quadro che sta facendo emergere la volontà di rendere i nostri impianti fruibili a tutte le categorie (dal tifo organizzato al signore di tribuna) occorre rinnovarsi e rinnovare l’intero sistema gestionale.

Tornando alle multe indirizzate alla Sud: perché non costruire (come avviene in molti stadi d’Europa) dei palchetti dove i lanciacori possano sostare senza incorrere in ammende? Il tifo non deve certo essere un problema, semmai l’anima del calcio, quindi se si vuol renderlo sempre più sicuro perché non ovviare (almeno fino alla costruzione di spazi consoni) in questa maniera? Del resto i nostri stadi sono l’esempio massimo di spese (a volte inutili) continue e milionarie rappresentate da gabbie, reti, recinzioni e cancelloni. Perché non “buttare” qualche Euro per rendere lo spettacolo migliore?

Ecco, Roma dovrebbe primeggiare in questo. Non in esperimenti che – negli anni – si sono quasi sempre rivelati perdenti. Nascendo e morendo all’interno del Grande Raccordo Anulare. Sarebbe anche arrivato il momento di sottolinearlo.

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Abolizione Tessera del Tifoso: i Club si diano una svegliata, i tifosi li aiutino

Abolizione Tessera del Tifoso: i Club si diano una svegliata, i tifosi li aiutino

Presentato e pubblicizzato come una delle svolte epocali per il calcio italiano, il Protocollo d’Intesa siglato il mese scorso tra organi governativi del calcio e Istituzioni (Viminale in testa) – che va a soppiantare quello emanato nel giugno 2011 e modifica la circolare redatta dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive nel marzo 2007 circa il divieto per tamburi e megafoni negli impianti sportivi – dovrebbe portare all’eliminazione della tessera del tifoso nel giro dei prossimi tre anni. Una notizia importante, che di primo impatto lascia soddisfatti tutti quelli che in questi anni si sono scagliati con veemenza contro questo strumento considerato alle origini una schedatura preventiva per una fetta di cittadini (oltre che per ampliare la repressione e il controllo sociale in un ambito molto particolare come quello dello stadio) e infine un vero e proprio “doppione burocratico” per accedere sugli spalti, soprattutto in virtù dell’esistenza del biglietto nominale, attraverso cui vengono espletati gli stessi controlli attuati con la tessera del tifoso.

Una decisione che tende a superare uno dei periodi più bui per i tifosi italiani: anni che sono stati caratterizzati da un vero e proprio svuotamento degli stadi a causa degli innumerevoli cavilli per acquistare un tagliando (su tutti la fastidiosa discriminante data dalla provenienza geografica del tifoso ospite non munito di tessera) e fruire liberamente di uno spettacolo un tempo popolare. Sebbene non sia tutto oro ciò che luccica e possibili divieti e/o limitazioni non vadano propriamente in soffitta, come spiegato da una mia lunga analisi sul documento, l’obiettivo dello stesso è anche quello di abbattere suddette discriminazioni territoriali per una più facile fruizione degli impianti sportivi. Un progetto che mette al centro di tutto le società sportive, affidando loro maggiori responsabilità nel compito di ticketing e autorizzandole ad emettere tessere di fidelizzazione che, per l’appunto, dovranno andare a sostituire le attuali card.

Nelle premesse del protocollo si legge:

  • Il sistema di ticketing ha subìto le maggiori conseguenze degli interventi, ritrovandosi gravato da una disciplina, anche pattizia di non sempre agevole interpretazione. Le risoluzioni sullo stewarding e sull’impiantistica, sulla scia del contesto ambientale di quel momento storico(il post omicidio Raciti, ndr), hanno assunto una connotazione consequenziale sbilanciata verso il “controllo” ed il “contenimento” delle condotte degli utenti. Inevitabilmente, tale sistema ha comportato una serie di effetti collaterali quali un’oggettiva complessità della disciplina del ticketing, la difficoltà di accesso agli impianti, la suggestione dell’utente circa il reale pericolo di andare allo stadio, alcune situazioni di manifesta disparità di trattamento”.

 

  • Le società sportive organizzeranno le proprie Ticketing policies riservandosi l’opzione di condizionare l’acquisto del titolo di ammissione alla competizione (biglietti, abbonamenti) e/o la sottoscrizione di carte di fidelizzazione da parte dell’utente ad un’accettazione tacita di “condizioni generali di contratto”, consistenti in un codice etico predeterminato. La violazione di questo deve comportare, quale meccanismo di autotutela, la sospensione o il ritiro del gradimento della persona da parte della medesima società per una o più partite successive.

E ancora:

  • In tale contesto, le stesse società cureranno in modo particolare il rilancio del servizio del Supporter Liaison Officer (di seguito SLO), in quanto attività di mediazione strategica per l’applicazione della nuova disciplina privatistica.

Il carico di responsabilità affidato ai club è quindi evidente, così come la vera e propria ufficializzazione della figura dello SLO, finora posta negli organigrammi societari in maniera alquanto labile, solo per accogliere alle richieste formulate anzitempo dalla Uefa. Come si sta ripercuotendo questo nel “sistema calcio”? La maggior parte delle società di Serie C e Serie B hanno aderito a questo documento e – fatta eccezione per le gare giudicate a rischio dall’Osservatorio, dove ancora vige l’obbligo della tessera- stiamo assistendo a diversi “via libera” con trasferte aperte a tutti, grazie alla cooperazione dei club (due esempi random: Pro Vercelli-Frosinone e Carpi-Salernitana). Storia molto diversa in Serie A dove, fatta eccezione per cinque società (Crotone, Benevento, Spal, Udinese e Lazio) nessuno ha ancora preso visione e sottoscritto il protocollo. E questo chiaramente non volge ad appannaggio di tutti quei tifosi che sarebbero ben lieti di tornare in trasferta senza limitazioni, almeno laddove consentito. È importante non crogiolarsi nel lasso di tempo triennale, ma mettersi immediatamente all’opera onde evitare situazioni di stallo che generalmente si verificano in questo caso. Nel bene e nel male, per esempio, ricordiamo tutti le deroghe di cui molte società dovettero usufruire i primi anni dopo l’istallazione dei tornelli e le modifiche strutturali degli stadi. Se questa chance verrà sfruttata (e soprattutto compresa) il calcio italiano potrà fare seriamente un grosso passo in avanti per livellarsi con gli altri grandi campionati europei.

Che fare? I supporter hanno un ruolo chiave: sensibilizzare i propri dirigenti e le proprie società affinché i settori ospiti – ma anche altre faccende come l’ingresso allo stadio di tamburi e megafoni – vengano consideranti nuovamente aperti a tutti. Un atto di “generosità” che in realtà produrrebbe un vero e proprio effetto domino nel rapporto di reciprocità e andrebbe ad inserirsi perfettamente in quel contesto di “inclusione” anziché “esclusione” citato proprio nel protocollo. I tifosi dalla loro hanno i classici strumenti che utilizzano da sempre: striscioni, fanzine (per i meno avvezzi, si tratta di giornali autoprodotti dalle curve e distribuiti il giorno della partita) e volantini. Senza dimenticare la potenza di internet. Oltre a una campagna da portare avanti nelle proprie città, affinché il messaggio arrivi anche agli occhi di chi frequenta meno le gradinate e scardini una volta per tutte lo stereotipo del tifoso/teppista/ignorante. In poche parole: tutto quello che il nostro amato articolo 21 della Costituzione mette a disposizione. Ovviamente ciò dev’essere condotto in maniera unitaria, a prescindere dalle scelte che si sono fatte in merito all’adesione alla tessera. Questo proprio perché tale percorso determinerà l’avvenire dell’intera categoria dei frequentatori degli stadi. Nessuno può escludere che in un futuro (anche prossimo) avvengano atti di violenza in grado di produrre nuovi e ulteriori giri di vite, ma la nascita e l’affermazione di un sentimento comune per la frequentazione libera e civile delle gradinate saprebbe sicuramente porre rimedio anche a ciò. Ponendo finalmente la parola “fine” all’ottuso ragionamento che per punire un comportamento grave punisce l’intera “collettività”.

Questo implica, chiaramente, anche una presa di coscienza da parte del tifo organizzato, il quale dovrebbe essere capace di superare le tante invidie e inimicizie geografiche/calcistiche (oltre a un oltranzismo che spesse volte risulta ottuso e controproducente) in nome di un bene comune: tornare allo stadio – in particolar modo in trasferta – tutti e senza distinzioni. A ciò va aggiunto anche un aspetto che sempre il suddetto documento sembra mettere in evidenza: l’accessibilità economica, invocando il “recupero della dimensione sociale del calcio, il ritorno delle famiglie allo stadio, il contenimento dei costi sociali, il conseguimento di una sostenibilità economica – gestionale del sistema”. Si tratta di un qualcosa di fondamentale. La barriera economica è senza dubbio più alta e invalicabile di qualsiasi divieto o limitazione e negli ultimi tempi nel calcio italiano si stanno sempre più avvicendando società che impongono prezzi dei biglietti alti e fuori da ogni logica. Appare dunque ovvio che alla base di tutti questi cambiamenti ci sia una presa di coscienza, sia da parte delle istituzioni che del sistema calcio: gli interessi di molte cordate straniere che stanno investendo sul nostro campionato, quelli delle televisioni e diversi sponsor probabilmente non vogliono più puntare su un calcio dove curve e spalti sono sempre più vuoti, anche grazie alla burocrazia imperante degli ultimi dieci anni. In tutto ciò va segnalato come a favorire/trarre vantaggio questa situazione siano stati anche i gestori del ticketing, che giocoforza hanno spesso approfittato dell’impossibilità nel fare i tagliandi allo stadio per imporre balzelli e prevendite assurde anche su prezzi di modesto importo.

Ci sono ovviamente diversi interrogativi da porsi: le nostre società sono pronte a prendersi una simile responsabilità senza abusarne? E, inoltre, come si chiede giustamente l’avvocato leccese Pino Milli, in caso di revoca degli abbonamenti o situazioni di criticità tra società e tifosi, chi regolerebbe queste controversie?

Volendo fare gli avvocati del diavolo non si può non ipotizzare una presidenza dittatoriale (e in Italia ne esistono eccome) in cui alla prima contestazione, anche civile, la dirigenza opta per la revoca del titolo d’accesso ai “dissidenti”.  Rischia sicuramente di essere un’arma a doppio taglio. A cui – non dimentichiamocelo mai – va aggiunto anche un provvedimento discusso e controverso come il Daspo, che nelle ultime stagioni è stato ampiamente irrobustito e arricchito, peraltro, dell’articolo 9.

Per chi fosse poco avvezzo, cosa è l’articolo 9? Inizialmente era un vero e proprio Daspo a vita e impediva l’acquisto di qualsiasi tipo ti titolo d’accesso a chiunque avesse avuto una diffida nella propria vita. Ciò voleva dire, quindi, che se Mario Rossi era stato daspato nel 1992 per aver tirato una torcia in campo oggi non avrebbe potuto più accedere allo stadio. Ciò è stato parzialmente modificato dopo l’intervento congiunto degli avvocati Contucci e Adami, il che non è sicuramente ancora sufficiente ma ha quanto meno eliminato il Daspo a vita. Come? Oggi chi ha avuto una condanna per reati da stadio non può acquistare titoli d’accesso per i cinque anni successivi. Questo significa che se io accendo una torcia e vengo diffidato per un anno, ovviamente per questo lasso di tempo non posso frequentare le gradinate. Dopodiché ricomincio ad andare allo stadio e dopo 2/3 anni per lo stesso fatto vengo processato e condannato per cinque anni (a cui va detratto l’anno che ho già scontato) non posso fare biglietti.

Tuttavia perché questo continua ad essere un qualcosa di assurdo? Un soggetto ritenuto non più pericoloso dalla stessa Questura che ha emesso il Daspo non può comunque acquistare biglietti per quattro anni in virtù di questa norma. Il paradosso ulteriore è che, in questo modo, viene privilegiato chi è più violento: se io accoltello a morte un tifoso avversario mi danno ovviamente cinque anni di diffida, scontati quei cinque anni posso tornare allo stadio. Mettiamo che venga processato e ritenuto colpevole entro in blacklist per altri cinque anni, ai quali però vanno sottratti proprio quelli che ho già scontato. Quindi, de factochi assume il comportamento più pericoloso e lesivo può non entrare proprio in blacklist, a differenza di chi invece viene condannato per aver festeggiato il gol della propria squadra con un fumone.

Di questo aspetto il protocollo non si fa carico. Ed è senza dubbio uno dei punti fondamentali di tutto l’impianto repressivo messo in piedi in questi ultimi anni. Tanto è vero che la “battaglia” delle tifoserie organizzate in questi ultimi anni si è spostata – più che sulla tessera del tifoso – proprio sull’articolo 9. Presente anche sul biglietto e in grado potenzialmente di colpire chiunque frequenti uno stadio.

È dunque lapalissiano come soltanto un cammino congiunto, orchestrato da un modo pragmatico e intelligente di vedere il calcio e il tifo, possa trasformare questo protocollo in un’arma vincente

Dall’omicidio Plaitano a capitan Di Bartolomei: amori, tragedie e aneddoti al Vestuti di Salerno

Dall’omicidio Plaitano a capitan Di Bartolomei: amori, tragedie e aneddoti al Vestuti di Salerno

Questa è la storia di una moltitudine di cuori che si sono fermati in riva al Tirreno. Ma anche di migliaia di sciarpe tese al cielo a solfeggiare sulle note di “Vattene amore” (colonna sonora del ritorno della Salernitana in B, nel 1990) e di uno stadio bollente, che per circa sessant’anni ha fatto da proscenio alla passione viscerale – quasi psichedelica – di una città per la sua squadra di calcio. Malgrado di vittorie e soddisfazioni Salerno ne abbia vissute poche, soprattutto al cospetto di delusioni cocenti. Salerno è una principessa affamata di calcio che spesso si specchia, guardandosi con una velata malinconia: una mesta retrocessione in C, nel 2010, proprio nell’annata dei novant’anni. Una finale playoff per la B persa col Verona, nel 2011, e il seguente fallimento con la ripartenza dai dilettanti. Una promozione in A, quella del 1998, a cinquantuno anni dalla prima e unica apparizione in massima divisione, con una festa sopita per le 160 vittime dell’alluvione di Sarno e Quindici. Una retrocessione, l’annata successiva, tragica, segnata dai quattro ragazzi morti sul treno al ritorno dalla cruciale sfida di Piacenza. Se il fatalismo esiste, il popolo granata ne ha avuto sempre una massiccia riprova sulla propria pelle.

Donato Vestuti è il nome di uno storico giornalista ebolitano d’inizio ‘900, fondatore del Foot-Ball Club Salerno, una delle prime squadre cittadine, nata nel 1913. Ma è soprattutto il nome dato nel 1952 all’allora stadio Comunale, informalmente detto campo Renato Casalbore (in omaggio al giornalista salernitano morto nella Tragedia di Superga) e in origine Campo del Littorio, realizzato dall’ingegnere razionalista Camillo Guerra. Sicuramente una delle opere sportive più importanti e longeve realizzate dal fascismo. Nonché erede del primo campo della città, quello di Piazza d’Armi. Quello dove i campani hanno visto per la prima volta la Serie A, nel 1947, guidati da Gipo Viani, il fautore del “Vianema”, antenato del moderno “Catenaccio”. Incastonato tra i palazzi, a poche centinaia di metri dalla stazione e teatro di vere e proprie battaglie sportive per oltre mezzo secolo. “La fossa dei leoni” lo hanno ribattezzato in molti. Con la Curva Nuova (la Sud), come la chiamavano i frequentatori, a fungere da vero e proprio cuore pulsante per il tifo.

Uno che il Vestuti se lo ricorda bene e che nell’immaginario collettivo dei tifosi granata rappresenta il guerriero per antonomasia (assieme al compagno di reparto, il compianto Angelo Del Favero) è senza dubbio il difensore Maurizio Di Fruscia, a Salerno dal 1981 al 1985 ed ora architetto: “La mia attuale professione – esordisce – mi ha portato a conoscere le due realtà nevralgiche della città, dove la collettività si rappresenta: l’orfanotrofio Serraglio e il Vestuti, per l’appunto. Uno stadio che è stato un generatore di vita. Non dimentichiamoci che nasce durante il ventennio, su un terreno che non era del comune. Pertanto si rese necessario un esproprio, addirittura quando è uscito fuori il progetto di restyling in molti hanno chiesto vecchissimi indennizzi per gli appezzamenti persi. Si dice che là sotto ci fosse un antico cimitero e questo tante volte è stato assimilato alle sfortune calcistiche dei granata. Per contro credo che l’Arechi, per la sua grandezza e la sua lontananza dal centro – sostiene – abbia segnato uno scollamento tra tutte le componenti. Ai miei tempi c’era una vera e propria opera collettiva per costruire la squadra che rappresentava Salerno”. Il legame liturgico tra città e squadra colpì subito il difensore: “Agli allenamenti mattutini venivano tantissimi tifosi. Chi arrivava dal Nord – dice ironicamente – si chiedeva come mai nessuno lavorasse. All’esordio in campionato ci furono tantissimi fuochi pirotecnici e i giocatori che non erano abituati a questo folklore avevano quasi paura”. Una fucina di racconti e aneddoti: “Oggi – riflette – si vogliono costruire i personaggi per avere delle storie, prima c’erano sia i personaggi che le storie. Tutto autentico. Se ci fossero stati i media attuali avremmo potuto raccontare all’infinito. Per dirne una cito Massimo Bertinato, attaccante che arrivò da Bolzano nel 1983 e fu messo in coppia con Claudio Cianchetti, originario di Monte San Giovanni Campano, in provincia di Frosinone. Il primo una persona riservata e salutista, il secondo fumava a iosa e mangiava abbondantemente. Fondamentalmente eravamo un insieme di diversità con l’unico scopo di divertirci. La domenica si metteva in moto un meccanismo felliniano; ricordo i tantissimi bagarini contestualmente all’assenza di un direttore generale. I soldi venivano messi sparsi su un tavolo dietro ai botteghini. A noi queste cose facevano sorridere”.

Il rapporto con la città. “Prima vivevi Salerno a tutto tondo – evidenzia – e anche se trovavi qualcuno ad aspettarti alla macchina per lamentarsi delle prestazioni, non è mai successo nulla. La salernitanità è un qualcosa di radicato e mi continuo a domandare perché, anche oggi, non si voglia affidare la squadra a qualcuno che ne rispetti profondamente la storia e la utilizzi anche come un fattore positivamente produttivo. Le potenzialità sono ai livelli delle grandi piazze. Ho guardato dei documenti del comune di Salerno risalenti agli anni ’60: il club calcistico veniva liberamente finanziato, esattamente come una festa popolare o un bene pubblico. Questo lascia intuire come venga considerata la società in città. Il rapporto con i tifosi era carnale”. A tal proposito: “Una volta, durante la stagione 1982/1983, arrivai al Vestuti e non trovai nessuno. Quell’anno avevamo una squadra fortissima, ma la prima parte con Lojacono allenatore fu davvero pessima, mentre con Marino Perani ci riprendemmo. Chiesi spiegazioni e mi dissero che erano passati da poco i portuali, il vero e proprio zoccolo duro del tifo, che simpaticamente ricordo in ogni angolo della città impegnati nella vendita di una parte delle banane che arrivavano via mare. Non erano contenti delle nostre prestazioni e chiesero al presidente di mandarci in ritiro a Fisciano. La sera ci trovammo in un vero e proprio faccia a faccia con loro nella hall dell’hotel e il ritiro finì solo un mese dopo, quando facemmo 0-0 in casa e Zaccaro sbagliò un rigore allo scadere. Il presidente Troisi voleva continuare il ritiro ma quando capì l’impegno che stavamo mettendo, anche ascoltando le nostre rimostranze, fece un passo indietro. È un segnale di umanità che ormai manca al calcio”. Ovviamente non tutti i rapporti con gli allenatori sono stati idilliaci: “Su Lojacono – spiega – posso ricordare un episodio: dovevamo giocare a Caserta e andammo in ritiro a Serino. La sera, aprendo la porta di una stanza d’albergo, scopro che lui e altri cinque giocatori stavano decidendo di farmi fuori. Ovviamente la mattina dopo c’è stata una discussione tra me e lui. Anche se personalmente quello con cui non mi sono mai preso è Gian Piero Ghio (1984/1985). Lui – racconta – voleva annientare tutte le bandiere della squadra, essendo fermamente convinto che l’allenatore dovesse essere il primo protagonista, quindi mise in panchina me, Del Favero e Zaccaro. Emblematica quell’anno la partita con il Benevento: stavamo 0-0, al secondo tempo, spinto dallo stadio, manda dentro Zaccaro che fa gol, correndo verso la panchina per esultare. Ghio si era preparato ad abbracciarlo, lui invece lo evitò e venne da me. Poco dopo anche io fui buttato nella mischia facendo finta di darmi delle indicazioni, con il Vestuti che mi inneggiava”.

Con Del Favero (scomparso nel 2001) invece prendeva vita una delle coppie difensive più rudi e arcigne di tutta la Serie C: “Eravamo simili anche a livello fisionomico – ricorda – tanto che spesso gli arbitri ci scambiavano. Il feeling nacque anche per i nostri caratteri compatibili. E comunque in quegli anni la squadra era sempre affiatata, perché dovevamo sopperire alla disorganizzazione societaria. Ricordo quanto Troisi lanciò la campagna abbonamenti nel 1981/1982 e in pochi aderirono. Poi in panchina il navigato Romano Mattè si avvicendò a Luigi Gigante (a sua volta in sostituzione di Antonio Giammarinaro) e il presidente dovette bloccare la sottoscrizione degli abbonamenti perché terminati. Erano anche anni in cui non ci si scandalizzava per tante cose. Prima – ammette – sul contratto ti mettevano il minimo e il resto era tutto in nero: cambiali, assegni, automobili etc etc. Però posso dirvi che, almeno a Salerno, chi giocava a pallone veniva obbligato a studiare per prendersi il diploma. E questo ha cementato ancor più i nostri rapporti. Venne gente come il portiere Marconcini, che tutti additavano come uno sregolato ma che in realtà era un grandissimo professionista e a tutt’oggi detiene il record di imbattibilità alla Salernitana: 829 minuti nella stagione 1980/1981. Passando per i vari Di Venere, Belluzzi e Lombardi non posso dimenticare il massaggiatore Bruno Carmando, che per me rappresenta la salernitanità completa. Ti entrava nell’anima e ti convinceva a fare una cosa anche se non eri predisposto. Altra icona per me è Vincenzo Zucchini, che dal 1981 al 1983 ha fatto il capitano. Ci ho dormito un anno assieme. Ero un tipo parecchio vivace e la notte spesso rincasavo tardissimo svegliandolo. Eppure non ha mai avuto una parola avversa nei miei confronti. Infine davvero indimenticabile restano le invasioni di campo e le incursioni negli spogliatoi di un giovanissimo (e tifosissimo) Eziolino Capuano. Noi eravamo dei bambinoni giocosi e accettavamo tutto questo di buon grado”.

Di Bartolomei, invece, è il nome di un capitano. Il capitano di una Salernitana destinata a rimanere sui libri di storia dei calciofili. Di Bartolomei e il Vestuti ammainano le proprie bandiere, le proprie storie e il proprio legame viscerale con la sfera di cuoio il 3 giugno 1990, quando i campani conquistano la matematica promozione in B contro il Taranto. Per Ago è l’ultima in carriera, mentre il Vestuti cederà il passo al nuovissimo stadio Arechi.

Bruno Incarbona, difensore classe 1964, al Vestuti ha giocato dal 1988 al 1990. Due stagioni distinte: la prima segnata dalla guida di Antonio Pasinato, vera e propria leggenda a Salerno. La seconda sotto la guida di Giancarlo Ansaloni, che coincise con il ritorno in cadetteria. “Avevamo un gruppo di giocatori fantastico– esordisce Incarbona -. L’arrivo di Ansaloni è stato determinante per l’unione tra noi. Con Lucchetti e Donatelli, invece, abbiamo aumentato il nostro tasso tecnico. Era uno spogliatoio composto da veri e propri matti. Ricordo i continui ed estenuanti scherzi tra me, Ferrara e il buon Bruno Carmando. Una delle “folli” trovate fu decidere che a chi avesse portato per più di due giorni lo stesso pantalone o la stessa tutti avremmo tagliato questi indumenti con le forbici”. Incarbona non può far a meno di soffermarsi su Di Bartolomei: “Con Agostino ho avuto un rapporto particolare – racconta – anche perché la domenica sera tornavamo a Roma insieme. Non era da tutti riuscire ad entrarci in sintonia, ma se ciò avveniva lui si apriva a 360 gradi.  Mi raccontò della finale di Coppa dei Campioni, contro il Liverpool. Di quando andò sul dischetto e Grobbelaar si muoveva per innervosirlo. Mi disse che ancor prima di segnare voleva colpirlo, per fargli male. Questo rientrava nella sua accezione seria e professionale del lavoro. Un uomo colto, educato, che si interessava di tutto. Io non ho conosciuto personalmente Scirea, ma sono certo che fossero molto simili. Quando venne messo fuori rosa da Pasinato, il primo anno, non disse mai una parola fuori posto”.

L’annata del ritorno tra i cadetti per Incarbona ha delle tappe fondamentali e il Vestuti come protagonista: “Quando, prima di venire a Salerno, entravo in quello stadio da avversario – ammette – provavo timore: gradinate sempre piene e tifo caldissimo. In quella stagione ricordo due momenti chiave: il primo è la “drammatica” partita in casa con il Palermo, alla terz’ultima giornata. Una sconfitta per 0-2 che mise a rischio la promozione diretta e in ansia tutta la città. La seconda la vittoriosa partita di Brindisi, una settimana dopo, grazie a un bellissimo gol di collo esterno realizzato da Di Bartolomei. Fu il successo che ufficiosamente ci consegnò la B”. Promozione che arrivò la giornata seguente, al Vestuti contro il Taranto. In un incontro che, per chi ama curiosità e statistiche, venne diretto da un giovanissimo Graziano Cesari. Un successo targato Giancarlo Ansaloni, scomparso solo qualche mese fa:È stato un ottimo gestore – svela Incarbona – c’erano tanti giocatori di carattere come Battara, Lucchetti, Di Bartolomei e Donatelli e giovani promettenti come Carruezzo. L’anno successivo, per me, fu un errore smantellare una squadra che aveva fatto benissimo e si conosceva a memoria. Purtroppo arrivò la retrocessione nello spareggio di Pescara con il Cosenza”.

Ma lo stadio Donato Vestuti è anche celebre per un triste record: il primo morto del calcio italiano. Giuseppe Plaitano, ucciso da un proiettile vagante il 28 aprile del 1963, durante Salernitana-Potenza. Così ricorda quella giornata uno storico tifoso: “La partita era determinante per andare in B – dice -. Una sfida fino a quel momento tranquilla. Potentini e salernitani erano mischiati, non c’era tifo organizzato. Il 28 aprile era una giornata importante, perché segnata dalle elezioni politiche. Contemporaneamente al San Paolo, dove il Napoli era impegnato con il Modena, ci furono incidenti e invasioni di campo, molto probabilmente legate proprio alla tornata elettorale. Tuttavia quanto successo al Vestuti va assolutamente astratto da quel contesto. Io avevo dodici anni. Nel secondo tempo ricostruiscenon viene dato un rigore alla salernitana. Un tifoso scavalca in campo dai distinti, agevolato dalla totale assenza di inferriate, e prende la bandierina del calcio d’angolo. Due poliziotti lo fermano, tirando fuori i manganelli e conducendolo fuori dal campo. Lo pestano a sangue arrestandolo, lui si rivolge alla tribuna e grida: “Avete visto cosa mi hanno fatto?”. Da quel momento inizia un parapiglia. Allora si andava allo stadio in giacca e cravatta, così ricordo tutti questi signori ben vestiti scendere in campo alla ricerca dell’arbitro – il signor Gandiolo di Alessandriail quale rimedia un cazzottone riuscendo però a rifugiarsi negli spogliatoi. Tuttavia la miccia è ormai innescata e nel campo si consumano violenti scontri con le forze dell’ordine. Sono i primi veri scontri da stadio in Italia. A questo punto entrano le jeep della polizia e cominciano un grande carosello per tutto il campo. Addirittura il Questore viene travolto. Altri poliziotti lanciano lacrimogeni a raffica mentre altri sparano in aria per sedare la folla inferocita”. Uno di questi proiettili colpisce proprio l’inerme Giuseppe Plaitano, 48 anni ex Maresciallo della Marina. È il primo morto del calcio italiano. “Per due giorni la polizia non poté uscire per Salerno, furono i soli Carabinieri a mantenere l’ordine pubblico”, ricorda il tifoso. I supporter campani lo omaggeranno con uno dei gruppi più importanti della curva: gli Ultras Plaitano.

Logico che per un bambino questo rimanga un ricordo difficile da scalfire. Ma “la fossa dei leoni” è stata ovviamente la casa della gioventù salernitana. Dove tra gioie e dolori sono cresciute intere generazioni: “Ci sono state partite indimenticabili – ricorda – rivalità immense con Cavese, Nocerina e Casertana. Con questi ultimi ricordo la partita di ritorno, a casa nostra, nel 1989/1990: loro erano parecchi, la squadra stava andando bene. La polizia dovette rimandarli indietro perché non riuscì a garantire l’ordine. Il Vestuti era quasi impossibile da controllare. Troppo incastonato tra le case, poche vie di fuga e una tifoseria letteralmente invasata. Sempre in quegli anni ricordo il rifiuto dei giocatori del Cosenza di scendere dal pullman, dopo che al loro arrivo erano stati letteralmente assaltati”. Sono gli anni dei Panthers prima e della Granata South Force (GSF) poi, con le cinque punte come simbolo a rappresentare i cinque gruppi fondatori (Fighters, Fedayn, Warriors, Ultras e per l’appunto Panthers) e le storiche sedi di Via Indipendenza e Via Zara, laddove restano ancora vivi i ricordi attraverso bellissimi e incancellabili murales. I Panthers festeggiano quest’anno le loro quaranta primavere e lo fanno da protagonisti, restando vivi nella mente di chi ha cavalcato la propria gioventù portando per l’Italia il nome di Salerno. Sono gli anni di Carmine Rinaldi, al secolo “Siberiano”. Leggendario capo della tifoseria granata conosciuto per tutto lo Stivale e scomparso nel 2010, il cui feretro venne onorato da una toccante cerimonia svoltasi al Vestuti, tornato per l’occasione fulcro del tifo cittadino.

 

 

Un altro che la maglia granata se l’è tatuata sulla pelle è Ciro Ferrara, cresciuto nel Napoli, proprio nella stessa rosa dell’omonimo poi sbarcato alla Juventus (per distinguerli gli erano stati appioppati due soprannomi: Don Antonio al primo, per la vaga somiglianza con Totò e Stielike al secondo per quella con l’ex giocatore tedesco): “Sono arrivato a Salerno nel 1986 – rammenta –  e sicuramente il 1989 è stato l’anno più esaltante. Lo stadio sempre gremito, nell’ultima partita i presenti superavano abbondantemente quelli consentiti dalla capienza. Avrebbe meritato maggiore manutenzione negli anni, essendo un vero monumento cittadino. Mi ritengo un salernitano d’adozione – afferma -, essendo cresciuto nel Napoli venivo da un ambiente ovattato. In quegli anni la C era piena di piazze calde e ho vissuto tante giornate terribili, in cui tornavamo con tutti i vetri del pullman rotti. Quando sono riuscito a superare l’impatto e a giocare con regolarità ho capito di poter diventare un calciatore”.

Pietro Nardiello è uno scrittore, che ha avuto il merito di narrare Agostino Di Barolomei attraverso gli occhi del tifoso, con il libro “Guidaci ancora Ago” (frase ripresa dallo striscione esposto dagli ultras Salernitani nella semifinale playoff disputata all’Olimpico contro la Lodigiani il 5 giugno 1994, esattamente sei giorni dopo che l’ex capitano romanista e granata si tolse la vita). “Arrivò a Salerno con molta umiltà – racconta – . Quando gli chiesero cosa ne pensava della sua nuova squadra, al contrario di quanto accade oggi, disse che ancora doveva conoscere la città e l’ambiente, benché si fosse trasferito soprattutto perché la moglie è di Castellabate. Ha conquistato la fascia da capitano da professionista. Non si pensi che i dissidi ci furono solo con Pasinato. Mi piace ricordare quando Ansaloni gli comunicò che a San Benedetto del Tronto non avrebbe giocato; lui rispose che se non era in grado di scendere in campo sarebbe andato in tribuna. Giurando di non far uscire nulla sui giornali. Oppure quando dopo Salernitana-Taranto dichiarò che la squadra non avrebbe partecipato ad eventi pubblici organizzati dalla società, a causa del mancato rimborso dei premi promozione. Su questospiega –  il presidente Soglia specificherà sempre di non aver fatto alcuna promessa. Forse si era trattato solo di un impegno verbale, ma per Agostino valeva come un contratto firmato col sangue. C’è da dire che forse, nella fattispecie, la squadra sbagliò, tuttavia il nocciolo della questione è che Di Bartolomei, che aveva ormai annunciato il proprio ritiro, non abbandonò i compagni di squadra e li spalleggiò fino all’ultimo momento”. Un capitano che riusciva a comunicare con il silenzio: “Lo usava per esprimere ogni sentimento. Come quando comunicò a Marco Pecoraro che l’anno successivo sarebbe stato a lui a indossare la fascia”.

 

 

Ovviamente Nardiello ha lasciato una parte del suo cuore sulle gradinate del Vestuti: “È stato un tempio paganoafferma -. Recarsi allo stadio alle 14.30 d’inverno e alle 16 d’estate era un vero e proprio rito. Un punto di riferimento, soprattutto per la Salerno degli anni ’80 che offriva davvero poco o niente a noi ragazzi. C’era un collante, quello dell’amicizia, che univa giovani di ogni luogo della città. Topograficamente era uno stadio difficile da gestire: complicato entrare, ancor più arduo uscire. Non a caso negli anni ci furono tantissimi incidenti, anche perché non esistevano grandi divisori. Un luogo d’amore, dove non si è vinto nulla, se si fa eccezione per le due promozioni in A (1947 e 1998) e qualcuna in B. Al Vestuti ho lasciato la mia adolescenza, la mia gioventù e le mie speranze; a 21 anni sono emigrato per lavoro. A livello societario sono stai anni terribilisvelal’incasso veniva regolarmente sequestrato dalla finanza per problemi economici, tanto che ricordo benissimo l’addetto al botteghino passare sotto la curva seguito dai gendarmi pronti ad appropriarsi del ricavato dei biglietti. Però c’era l’illusione di poter sognare, ad agosto avevamo sempre vinto il campionato. Certo, l’Arechi ci ha dato l’opportunità di esser conosciuti dall’Italia intera, anche grazie alla Serie A conquistata da Delio Rossi.”.

Questo articolo è dedicato a Ciro, Vincenzo, Giuseppe e Simone. I ragazzi che il 24 maggio 1999 persero la vita sul treno di ritorno dall’ultima trasferta in A della Salernitana giocata a Piacenza.

 

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