Gioco d’Azzardo: Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Gioco d’Azzardo: Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Caro Presidente Mattarella,

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Sono a scriverLe perché ritengo necessario e doveroso ribadire ancora una volta quanto sia ormai incontenibile e devastante il dilagare dell’azzardo nel nostro Paese: sì, sdegno, preoccupazione, paura per noi e per il futuro che stiamo costruendo ai nostri figli. E il fenomeno è drammaticamente trasversale, livella persone di età, genere e formazione differenti: ragazzi poco più che bambini scommettitori on e offline, che dimenticano o persino ignorano la bellezza di un semplice aquilone, madri e padri confusi dall’illusoria speranza di dimenticare la fatica quotidiana. Anziani che dilapidano risparmi e pensioni inseguendo chimere: caro Presidente Mattarella, questi sono i nostri nonni!
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Sdegno perché a nessuno interessa mettere un punto e ricominciare da capo: a nulla servono distanziometri, limitazioni d’orario…pannicelli caldi verso un cancro che ha ormai divorato menti e dignità di vecchie ma soprattutto nuove generazioni. Sdegno per quanto si accolga come normale una orribile anormalità: l’Italia intera trasformata in un gigantesco casinò, sguardi fissi e persi di avventori inquieti e disperati. Un’economia basata sull’azzardo è insana e destinata ad un misero fallimento, si avvita su se stessa, poche piroette per cadere rovinosamente: caro Presidente, perché tanta miopia?
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Coraggio, coraggio che sembra latitare: perché non staccare la spina ed illuminare una nuova era? Allora di coraggio ne serve tanto, e insieme impegno infinito. È necessario agire in fretta, educando i nostri figli a pochi, semplici ma sostanziali valori: lealtà, correttezza, fiducia…guidarli verso la luce, la gioia, la condivisione…indurli a scoprire i propri talenti e su quelli poggiare speranze e sogni. E ancora, distrarli – nel senso vero del termine – dall’abitudine al virtuale e dai vicoli ciechi. Non possiamo né dobbiamo permettere che ore e ore della loro vita vengano rapite e poi rapinate dell’anima.
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Papa Francesco in questi ultimi mesi ha speso parole accorate e forti contro l’azzardo e l’economia perversa che lo sostiene: come suo solito ha condannato compromessi e ipocrisie che troppo spesso si annidano anche in coloro che frequentano devotamente la Chiesa; qual è il senso di una preghiera se poi voltiamo le spalle facendo finta di non sapere?
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Vede, caro Presidente Mattarella, non è più questione di distanziometri o di scansioni orarie, ormai è troppo tardi. Si tratta di avere a cuore l’Italia, un altro tipo di Italia, quella che nei miei desideri è fatta di Cultura, Arte, Bellezza, Umanità.
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Si tratta, ora, di chiudere sdegnosamente questo libro senza lieto fine e avere il coraggio di aprirne un Altro.
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Mi permetta un abbraccio,
Riccardo Sanna
Presidente AIAF – Non T’Azzardare
                                                       
Il Re è nudo

Il Re è nudo

C’era una volta un re, non giovanissimo, sapiente di sapienza ruspante, sanguigno in modi e pensieri. Il suo regno non era un gran regno, ma era pur sempre un regno di palazzi, casette, prati, bettole e punti scommesse e lui se lo teneva stretto con unghie, denti e qualche fanfaronata.

Come i più fra i re era fintamente amato dal suo popolo, o meglio, molti dei sudditi erano ossequiosi e lo omaggiavano con lusinghe nella speranza che dalla tavola imbandita cadesse qualche boccone prelibato.

Era attorniato da cortigiani e come ogni re nutriva preferenze per alcuni di loro, anche se li amava tutti come sapeva amare lui, di un amore austero e vagamente punitivo.

Un bel giorno – o forse no –  il re si svegliò nervoso e di cattivo umore: ogni quattro anni il popolo aveva la facoltà di scegliere se tenersi quel re o di acclamarne un altro; era un giorno bellissimo per il popolo che, ingenuo, pensava di poter dire la sua e un po’ meno per il re che sentiva il trono dondolare sotto il mappamondo. Giù dal letto il re agguantò subito il suo specchio magico: “Opti Pobà delle mie brame, chi vincerà nel mio reame?”. “Oh re, tuo è il regno, tua è la potenza e la gloria nei secoli!”.

Malfidente da sempre, il re chiamò subito a corte il Gatto e la Volpe; i due vecchi furbacchioni, gli occhi cisposi dal sonno, accorsero negli stanzoni Allegri. “Amici, questa volta ho davvero paura che Robin Hood possa farcela! So che non mi amate, ma voglio proporvi un patto: voi mi favorite ed io saprò ricompensarvi”.

Ai nostri non parve vera sì ghiotta occasione e srotolarono una lista della spesa da Mille e una Notte!

Suggellato l’accordo, altezzoso il re li licenziò…

Ancora in ambasce, sua maestà convocò in fretta e furia la Strega Cattiva capace di capovolgere le verità come sedie dopo pranzo. “Hai pronta la pozione scacciacoscienze? Ne serve in gran quantità!”. “Sire, a Pollicino ho ordinato di spruzzarne a più non posso in ogni dove. Casomai finisse, lui ha pronte le molliche per far ritrovare ai Nanetti la strada di casa”.

Nel pomeriggio Biancaneve, Cenerentola e la Fata Turchina giocavano a palla speranzose di buone nuove da Robin Hood, altri scommettevano carrettate di danari ai banconi delle botteghe volute dal re, altri ancora convincevano con qualche leccornia i più piccini.

E venne sera. Radunati i sudditi nel cortile del castello, un signorotto intimo del re disciplinava a gran voce in un latino maccheronico: “Tuus de qua, vojaltris de là! Ennamo, velociter!“.
Attimi di obbligata apprensione, sole e luna a guardare annoiati.

Rullo di tamburi e Musicanti di Brema: vinse il re!

Baci e abbracci.

E vissero tutti felici e contenti.

Insomma…

Quelle panchine inzuppate d’azzardo

Quelle panchine inzuppate d’azzardo

Mercoledì 1 marzo, ore 20:45, stadio Olimpico, Roma. Semifinale di Coppa Italia, Lazio-Roma. Clima tiepido, spalti pieni a metà, un po’ di celeste, giallo, bianco e rosso sparsi qua e là, sbandierati dagli irriducibili, gli stessi che giurerebbero sulla propria madre che la triste festa di carnevale è stata un vero sballo. Per il resto tutto come da copione: l’aquila sul guanto del falconiere, lupacchiotti di varia natura che danzano e incitano a bordo campo.

La sfida ha inizio: dominano i biancocelesti, rari gli sprazzi giallorossi. La prima rete, inevitabile, visto come vanno le cose. Un po’ di noia per i meno accaniti che seguono la gara da casa distratti da lavatrici e amatriciana: lo sguardo vaga, complici le sofisticate inquadrature: le smorfie dei calciatori, gli striscioni sventolati, i primi piani delle tifose più carine.

La solita mesta cornice cinge il terreno di gioco: giganteschi tabelloni pubblicitari si susseguono con un vigore più intenso dei tackle stanchi ostentati dai giocatori. Colori fluorescenti, frasi brevi e ammiccanti, insomma, sempre la stessa solfa: l’invito, per nulla velato, anzi assolutamente sfacciato ed esplicito, ad un “ammazzatempo” parallelo, semmai ci annoiasse la partita; ma sì, scommettiamoci su, che cosa vuoi che sia, danno anche i bonus: routine… Oddio, a guardar bene sono davvero enormi, quei tabelloni: se si strizzano gli occhi, i calciatori sono figurine sbiadite… Risaltano azzardo e denaro, svaniscono gioco e bellezza: su quei tabelloni nessun richiamo all’ultimo libro pubblicato da Tizio o Caio, non un memento alla mostra di grido, niente che contamini di Cultura – anche di sapere spicciolo – la mente. E nemmeno sfiora il pensiero di filtrare quelle immagini prima di esporvi i nostri figli, forse perché inconsciamente speriamo che soprattutto loro guardino senza vedere.

Rien ne va plus, torniamo a concentrarci su panni da lavare, pasta e partita.

Secondo tempo, seconda rete: altra deflagrazione biancazzurra sulle gradinate, forse solo un pochino meno roboante e scomposta. Nei momenti di stanca la telecamera indugia su allenatori e panchina: dimentichiamo la scarsa fotogenia del buon Mazzone ed anche le sue improbabili tute; i nostri sono fighi, abbronzati e incravattati, come si addice ad un coach vincente  – a proposito, al diavolo anche i vecchi adagio, tipo “l’abito non fa il monaco” e sciocchezze simili. Si sbracciano, i nostri, urlano, richiamano, si muovono irrequieti, spesso oltrepassando la linea bianca, tornano verso la panchina per raffinare schemi con i collaboratori e spiegare tattiche ai giocatori.

Tornano sulla panchina, si diceva…qualcosa ci colpisce, la forchetta resta a mezz’aria, i calzini scoloriscono: la panchina, appunto…la guardiamo meglio e vediamo che è completamente tappezzata da sponsor di concessionari dell’azzardo. I giocatori – bocche stanche che masticano chewingum, gole che tracannano bibite energizzanti, mani che coprono battute e commenti quasi sempre di dubbio gusto – poggiano la schiena su casinò, carte e dadi con troppa noncuranza.

Gli allenatori, educatori di gioco e di vita, traduttori di valori quali moralità e correttezza; leader indiscussi, il loro è un compito difficile e delicato al quale prima loro stessi andrebbero formati: sì, le associazioni di categoria servono anche a questo… Proprio loro – per primi – dovrebbero guardare con sdegno e disprezzo al connubio calcio&azzardo. Invece no…

Appunto, panchine inzuppate d’azzardo.

Ma è legale, questa l’obiezione. No, non ci basta, non può e non deve bastare: non tutto ciò che è legale è etico, questa è materia nota. In Sudafrica l’apartheid era legale: si trattava di cosa buona e giusta? Belgio e Paesi Bassi hanno legalizzato l’eutanasia verso i minori: non urge una riflessione seria? In Russia picchiare moglie e figli non è più reato: è accettabile? Troppo spesso la legalità è un paravento dietro cui ci si nasconde per lavare la coscienza lontano da occhi indiscreti… E l’abbraccio mortale che stringe panchine, scarpini e pallone nelle spire dell’azzardo ne è una dimostrazione. A proposito, nel solo SerT di Viterbo, le persone che stanno disperatamente chiedendo aiuto per uscire dai tentacoli dell’azzardo sono quintuplicate negli ultimi mesi.

Ma evidentemente non basta ancora…

Il tempo dell’usa e getta

Il tempo dell’usa e getta

Claudio Ranieri esonerato dal Leicester City Football Club.

Fermiamoci un attimo, troviamo le parole, o perlomeno proviamoci.

Gratitudine. Memoria. Rispetto. Pazienza. E poi – massì, scandalizziamo i più cinici – Amore.

Non c’è gratitudine verso Claudio Ranieri, il tecnico che ha resuscitato una squadra destinata ad un’involuzione inesorabile, che l’ha traghettata in acque limacciose ed infine condotta sull’Olimpo, nessun sentimento di riconoscenza nei confronti di chi ha fatto gioire ed esaltare tifosi grandi e piccoli di questa città dal nome antico. L’ha fatto e basta. Ingordi, si rilancia e se ne vuole ancora, anzi di più. La gratitudine è un sentimento nobile, un antidoto potente contro l’infelicità: è saper celebrare il valore di fatti, persone, cose, saperne godere, trarne nutrimento e accantonare pienezza e felicità per momenti più bui. Ecco, non c’è gratitudine per Claudio Ranieri.

Non c’è memoria delle fatiche, della tenacia, del coraggio, di scrupolo e senso del dovere, di lavoro a denti stretti; non c’è memoria del mestiere elegante e silenzioso, a volte poco compreso. Fare memoria delle cose è un esercizio importante: è fondamentale conoscere il viaggio, non solo la meta, rammentare percorsi e insidie, non solo lo sfavillio del traguardo. Nemmeno memoria c’è, per Claudio Ranieri.

Vogliamo parlare di rispetto? Non c’è considerazione per il suo  impegno, i suoi meriti sembrano essere svaniti alla stessa velocità con cui tifosi sconfitti abbandonano lo stadio. Macchina che sforna successi: nessun grippaggio è tollerato, il meccanismo deve sempre funzionare alla perfezione. Quando non è così la macchina si getta.

E poi, la pazienza: ingurgitiamo fretta e scoliamo calici di impazienza; non possiamo aspettare, tutto deve essere subito o mai più, perché se non è ora, non è, non esiste, non ha appeal;  poco male se poi disinteresse e noia coprono con manti di piombo avvenimenti e circostanze, non importa, subito c’è altro di cui parlare e per cui gioire, naturalmente per un tempo limitato dalla nostra irrequietezza. Ok, il Leicester City ha vinto la Premier League nove mesi fa (giusto il tempo di una gestazione…), bene, basta…e ora? Nessuna riflessione, poco spazio alla valutazione dei fatti, men che meno mente ai corsi e ricorsi storici del caro Vico, vecchiume inutile nell’era dei post.

Infine l’amore: calciatori sconosciuti, raccolti e cresciuti da un padre perbene che li ha lustrati e pettinati, allacciato scarpini e drizzato piedi, nutriti di coraggio e abbeverati di gloria. I figli – diventati grandi – a sbattere la porta. A fare la voce grossa per cacciarlo di casa dopo aver preteso le chiavi. Giocatori ormai famosi e tristemente capricciosi. Innamorati di sé e disamorati di chi li germogliò.

Questo, nel tempo dell’usa e getta…

Quel morso azzardato

Quel morso azzardato

Divertente. Tenero. Tutti abbiamo sorriso alle immagini del portierone del Sutton United relegato in panchina che addentava un panino agli sgoccioli della partita: affamato, abbiamo pensato; avvilito per la mancata partecipazione al gioco, ci siamo commossi. Abbiamo gioito: finalmente un po’ di umanità nel mondo patinato e ormai distante da emozioni genuine com’è il calcio d’oggi. Lui sì, taglia forte, non si cura dell’etichetta e delle leziosità: ha fame, quindi divora il suo sandwich. Semplice, naturale, logico, vero.

Alcuni di noi ne hanno sorriso con i figli: vedi, i calciatori non sono solo modelli tatuati e un po’ fricchettoni, c’è fra loro chi, come noi, asseconda schiettamente bisogni essenziali. Abbiamo benedetto quelle immagini venute a soccorrere genitori impegnati in lotte impari con sagome stucchevoli rifilate dal web. Diciamocela tutta: abbiamo tirato un mezzo sospiro di sollievo, vabbè, un quarto di sospiro, che comunque medicava la giornata storta, la discussione col capufficio e lo straziante colloquio con la professoressa di storia del pargoletto.

Bene.

Una manciata di ore; naturalmente nel frattempo avevamo dimenticato Sutton, portiere, panino, tatuaggi&co. Mattina, ufficio, caffè, occhiata veloce alle notizie: rieccolo, il portierone. Nell’era in cui le news fanno muffa ancora prima di essere lette, ci siamo chiesti perché nuovamente tanto interesse; incuriositi, abbiamo letto.

Male.

Malissimo.

Niente schiettezza, genuinità, semplicità. Niente di niente. Non era vero niente.

Su quel panino qualcuno aveva scommesso tantissime sterline, quel gesto era stato solo in apparenza spontaneo e lui, il portierone, piccineria e furbizia imbottite insieme, era al corrente delle puntate: un sandwich all’azzardo, insomma. E’ andata proprio così: si è scommesso sulla possibilità che un gesto – solo in apparenza innocente, ma in realtà colpevolmente agito – venisse o meno compiuto.

Fine del divertimento, svaporata la tenerezza. Meno male che i nostri figli avevano dimenticato prima di noi le gesta del famelico inglese: abbiamo benedetto frenesia e volatilità della rete e sperato che la notizia venisse inghiottita ed espulsa velocemente. Come spiegare loro che era tutto un bluff?

Affannarci a predicare lealtà, correttezza, spirito di sacrificio e coerenza, esaltare il Gioco sano, la Cultura, la Solidarietà e poi vedere annacquato l’impegno educativo in una botte di calcolo e scaltrezza: questi i contesti con cui spesso noi adulti ci troviamo a fare i conti e – ancor più inquietante – queste le tentazioni alle quali i nostri figli dovrebbero essere in grado di resistere. Difficile, quasi impossibile, visto e considerato che il calcio oggi è satollo d’azzardo.

Bene. O forse male.

L’importante è, ancora una volta, dimenticare in fretta.