Roberto Baggio: Genealogia del Divin Codino

Roberto Baggio: Genealogia del Divin Codino

Quest’anno le candeline da spegnere sono cinquantuno. Se provi ad affiancare le immagini di quando accarezzava palloni deliziando i palati dei più fini intenditori con quelle di oggi, ti accorgi che a Roberto Baggio il tempo ha portato rispetto. Qualche chilo in più, gli occhi un po’ appesantiti, ancora, però, di quel colore chiaro disarmante, i capelli spruzzati di bianco ma non perduti, non lasciano dubbi sull’identità di chi ti trovi di fronte: il Divin Codino, il fiore notturno sbocciato nell’estate del 1990, il trascinatore dell’Italia nelle torride giornate di Usa 94.



Nonostante un post carriera scevro di quella notorietà che, quand’anche avesse rifuggito, nel tempo in cui giocava sapeva di dover affrontare, la luminosità dei suoi pezzi brilla ancora nei ricordi di chi l’ha visto giocare. Impossibile non notare quel ragazzino che, a metà degli anni ottanta, ancora teenager, rubava gli occhi di spettatori e talent scout di un Vicenza decaduto dai fasti di qualche anno prima. La Fiorentina entra nel suo destino nonostante il primo infortunio serio della carriera. Il suo talento cristallino avrà sempre un nemico da combattere che, a seconda degli anni, si chiamerà sfortuna, dualismo con qualche compagno, incomprensione con un allenatore. Un talento che, paradossalmente, deve faticare per imporsi. Ma che si impone, diamine se lo fa! Firenze si inchina ai suoi piedi prima ancora di averlo veduto, regalandogli un amore che la città medicea prima di lui aveva riservato al solo Antognoni e dopo di lui rimetterà esclusivamente nelle braccia del bomber con la mitraglia venuto da Reconquista.

Tra pennellate d’autore e infortuni che ne singhiozzano il cammino, Baggio entra a far parte della nazionale che il duo Matarrese-Vicini vuole portare sul tetto del mondo. Nelle sue giocate di bellezza inesprimibile si cullano i sogni di vittoria di compagni e tifosi, che vivono le notti magiche di Italia 90 come un percorso a tappe verso un risultato che sembra garantito. Non è così, forse perché il suo talento deve sempre combattere per imporsi, forse perché nella semifinale di Napoli contro l’Argentina Azeglio Vicini decide di non farlo giocare. Ma lui rimane lì, col suo gol alla Cecoslovacchia affrescato nel cielo sopra l’Olimpico, a declinare un calcio di tecnica e fantasia che lo colloca nell’imperitura memoria dei campioni di tutti i tempi. La Juventus lo vuole e lo prende, rubandolo a Firenze bussando a denari. Ragione e sentimento, ambizione ed affetti si scontrano fragorosamente in un trasferimento mal digerito, che l’anno successivo porterà ad un clamoroso doppio gesto nella trasferta bianconera a Firenze: il rifiuto a calciare un rigore contro la sua ex squadra e la raccolta di una sciarpa viola lanciata al suo indirizzo. Facile immaginare il disappunto in casa Agnelli, il cui massimo esponente troverà il modo di definirlo “un coniglio bagnato” nel corso della sua militanza bianconera.

E’ con la Juventus, tuttavia, che Baggio raccoglie il maggior numero di allori della sua carriera: Coppa Uefa nel 1993, scudetto e Coppa Italia nel 1995; capocannoniere della Coppa delle Coppe nel 1991; Pallone d’Oro, Fifa World Player e World Soccer’s World Player of the Year nel 1993. È il suo periodo di massimo splendore, che la spedizione azzurra negli Stati Uniti del 1994 potrebbe consacrare a livello assoluto anche per i titoli di squadra. E’ Sacchi il selezionatore di quella nazionale, che prova disperatamente a replicare nel caldo torrido dell’estate americana le dinamiche di gioco del Milan di qualche anno prima. Pura utopia pensare di sostenere pressing e ripartenze veloci per novanta minuti col sole che ustiona la pelle a quaranta gradi. Nonostante non sia il suo giocatore ideale, è Baggio a togliere le castagne dal fuoco al mister di Fusignano, trascinando l’Italia fuori dall’incubo dell’eliminazione con la Nigeria e portando gli azzurri alla finale di Pasadena. E la storia del talento che fatica ad imporsi? Si ripresenta puntuale anche negli Usa, dove Baggio vive un altro episodio della regola che lo perseguita, perché è nel periodo di maggior splendore di tutta la sua carriera, a quattro giorni dalla finale del mondiale, che i muscoli lo tradiscono: stiramento. Impossibile recuperare in così poche ore. Ma quando ricapita l’occasione di giocarsi la coppa del mondo contro il Brasile? Il numero dieci scende in campo menomato, incapace di dare il suo contributo ad una squadra che, dopo un mese di disidratazione continua, non ha più risorse per correre.

Il destino, beffardo, gli da comunque la possibilità di alzarla al cielo quella coppa dorata. Ma sarà che non sono più le notti magiche, o forse l’emozione, Baggio al cielo blu della Califonia alza solo il rigore che costringe l’Italia alle lacrime. E’ l’acme della sua storia, la vetta più alta di un percorso che, nonostante la vittoria dei due campionati successivi (il primo nell’ultimo anno di Juventus, il secondo con l’ultimo Milan degli Invincibili), da quel rigore non si riuscirà più a smarcare. Lippi e Capello non lo amano, Sacchi lo esclude dalla nazionale. Lui prova a ritrovare una dimensione a sua misura nella sponda nerazzurra di Milano insieme al Fenomeno Ronaldo. Ma è solo trasferendosi a Brescia, coccolato da Carletto Mazzone, che Baggio torna in pace con il calcio, lasciandolo nel 2004 dispensando ancora giocate e gol al servizio di una squadra che non ha mai visto, né più vedrà, una luce più limpida di quella irradiata dal Divin Codino.

Il dietrofront di Buffon può essere un problema?

Il dietrofront di Buffon può essere un problema?

In una fredda mattina di febbraio, i media nazionali fanno circolare convinti l’indiscrezione per cui Gigi Buffon difenderà la porta della nazionale italiana nelle prossime amichevoli di marzo in Inghilterra. Dopo le lacrime amare versate dal capitano bianconero nella finale di Cardiff e al termine della disgraziata eliminazione dell’Italia dai mondiali 2018, quella corrente avrebbe dovuto essere l’ultima stagione agonistica disputata dal più forte portiere degli ultimi trent’anni. Condizionale d’obbligo, a quanto pare, dal momento che, a fronte di esplicite sollecitazioni, Buffon sembra voler tornare sulla sua decisione. Una valutazione dettata, ove confermata dagli eventi futuri, più dai sentimenti che dalla ragione. Quella ragione che, evidentemente, era stata alla base della scelta del portierone azzurro di ritirarsi.



Una scelta che poggiava su valutazioni legate all’età, che da poco ha varcato la soglia dei quaranta, e alla conseguente tenuta fisica che, anche di recente, ha costretto Buffon a saltare diverse partite. Scelta che aveva messo in preventivo un addio consumato sul palcoscenico più prestigioso per un calciatore: quello del mondiale, al quale Gigi auspicava ragionevolmente di presenziare per la sesta volta, aggiungendo un altro record assoluto al suo già ricchissimo palmarés. Un piano probabilmente condiviso anche con i suoi stakeholders: famiglia, sponsor, amici. E, soprattutto, la Juventus che, per organizzare al meglio la successione in un ruolo così delicato in una squadra così competitiva, aveva individuato in Wojciech Szczesny l’erede da addestrare per un anno proprio all’ombra del grande Buffon prima di promuoverlo titolare nella prossima stagione. Una pianificazione perfetta che ora, stando ai si dice più informati, viene messa in discussione. Almeno dalla scelte che i sentimenti sembrano voler dettare al Gigi nazionale. Quali? Lasciando spazio all’immaginazione (perché, se del caso, sarà lui stesso, se vorrà, a marcare i tratti delle sue decisioni) viene spontaneamente da pensare alla voglia di rivincita che un campionissimo come Buffon può provare dopo le due brucianti sconfitte maturate sul campo nel 2017 senza alibi o recriminazioni. Riprovare a dare l’assalto alla Champions League e, soprattutto, ritentare l’avventura azzurra avendo l’obiettivo degli europei del 2020 potrebbero essere già di per sé motivazioni sufficienti, per uno sportivo disabituato alle delusioni, a prolungare l’attività. Alimentate dall’altra grande emozione che, come l’amore e l’odio, può spingere l’essere umano ai gesti più estremi: la paura. Quella paura alla quale nessuno sportivo è immune: quella dell’addio all’attività agonistica.

Un addio che, tenuta fisica e circostanze esterne permettendo, ogni calciatore cerca di allontanare da sé il più possibile, procrastinando il tempo di cimentarsi in altre situazioni che, per quanto ottimali, sono sempre vissute come un ripiego, se non come un vero e proprio lutto.  Nessuna esagerazione interpretativa se anche un campionissimo del passato come Zico, che il suo post carriera ha saputo gestirlo al meglio, ha sostenuto che “Un calciatore muore sempre due volte: la prima è quando smette di giocare”. Buffon, alieno tra i pali, è umano tra gli umani dinanzi alle sue paure ed è più che probabile che queste possano giocare un ruolo determinante in una sua eventuale decisione di sottrarsi alle pene di un ritiro dato da lui stesso per scontato fino a poche settimane fa.
Senso di rivincita e paure dovranno in ogni caso fare i conti con la realtà in cui Buffon si cala ogni giorno. E mentre sembra essere proprio la nazionale ad aver bisogno di lui, è tutto da verificare l’atteggiamento della Juventus che, come detto in precedenza, ha già pianificato un futuro nel quale Gigi, almeno tra i pali, non è contemplato. Anche i bianconeri saranno disponibili a rivedere le loro strategie oppure diranno a Buffon che, se vuole continuare a giocare, dovrà trovarsi un’altra squadra? Staremo a vedere. Rimane una considerazione da fare che, al netto delle valutazioni dei soggetti in causa, ripropone un parallelo appropriato tra le vicende della nazionale e quelle del resto del paese, purtroppo già testato nel nefasto doppio scontro con la Svezia dello scorso novembre. Entrambi incapaci, in questa fase storica, a trovare quel pizzico di coraggio necessario per dare fiducia a giovani talenti che, per crescere, hanno bisogno di opportunità per mettersi alla prova e costruirsi il futuro. Buffon è una sicurezza ma chi gli sta dietro quando lo potrà diventare?

Rod Stewart ama il Calcio alla follia

Rod Stewart ama il Calcio alla follia

Da ya think I’m… Viola? È la domanda che si saranno posti i tifosi della Fiorentina dopo aver visto sul web le immagini di un inossidabile Rod Stewart lo scorso 31 gennaio nel concerto tenuto a Milano quando, nell’esecuzione del pezzo di maggior successo della sua lunghissima carriera, ha indossato una sciarpa della Viola. In realtà, come tutti probabilmente già sanno, il vecchio Sir Roderick David è un tifoso del Glasgow Celtic e chi era presente al Forum di Assago racconta di un fan, sulla cui fede calcistica evidentemente non possono sorgere dubbi, che dal pubblico ha lanciato la sciarpa viola all’indirizzo del rocker scozzese.

Episodio non casuale, dal momento che Rod Stewart è da sempre un acceso appassionato di football e, stando alle cronache, doveva anche cavarsela abbastanza bene con la palla tra i piedi dal momento che, prima di dedicarsi completamente alla musica, sfiorò un contratto da professionista. Una passione rimarcata a più riprese: nel 1978, ad accompagnare la nazionale delle Highlands nel viaggio verso l’Argentina, c’era il singolo Ole Ola, inno appositamente composto da Rod per sostenere la Scozia in un mondiale nel quale sembrava dovesse compiere sfracelli. “Ole ola, ole ola, we’re gonna bring that World Cup back from over there”, recitava il ritornello che auspicava il ritorno in patria da campioni del mondo di Joe Jordan, Kenny Dalglish e compagni. La storia andò diversamente ma quell’inno, schernito dalla stampa inglese, era la testimonianza di una passione che non aveva timore di esporsi, nonostante la fama che l’autore di Da Ya Think I’m Sexy godeva già da tempo in quel periodo.

Tra donne e alcol, il pallone ha sempre trovato il suo spazio nella vita divertita di questa star che madre natura ha dotato di una voce inimitabile. Ogni concerto è l’occasione per ribadirlo, quando decine di palloni invadono il palco e lui, con movenze ormai un po’ sgraziate dall’età, li calcia con entusiasmo al suo pubblico. Come, peraltro, testimonia anche la sua autobiografia, nella quale confessa, almeno fino a qualche anno fa, di essere ancora in grado di calcare il prato verde in sfide settimanali tra amici che finiscono sempre con delle rigeneranti bevute. Momento del libro che lascia spazio anche alla riflessione preoccupata e malinconica sul momento in cui il tempo, sovrano inappellabile, lo condannerà a doverne fare a meno. Ma l’immagine più intensa dell’ex calciatore di livello e, soprattutto, tifoso ci venne concessa dalle cronache il 7 novembre 2012 quando, sistemato di tutto punto in tribuna per la celebrazione dei 125 anni di storia del suo club, il Celtic, Rod non riuscì a frenare la commozione per la splendida vittoria ottenuta dalla sua squadra contro i marziani del Barcellona di Messi in uno scontro della fase a gironi della Champions League. Il viso contratto dall’emozione e l’abbraccio affettuoso del vicino di posto, scovati dall’occhio crudele delle telecamere, furono la certificazione più evidente di una passione candida come il fazzoletto che asciugava le lacrime di un uomo ancora innamorato del calcio.


 

 

Julio Velasco, lo Sport è una questione di Leadership. Ma non solo

Julio Velasco, lo Sport è una questione di Leadership. Ma non solo

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Julio Velasco, che sarà presente al Leadership Day organizzato da Performance & Strategies a Milano il prossimo 17 febbraio per raccontare ai partecipanti le sue esperienze di manager e uomo di sport. Ne è emersa una conversazione a 360 gradi, nella quale l’ex tecnico della nazionale di pallavolo ha espresso il suo punto di vista su gioco di squadra, leadership, amore per il calcio e per gli altri sport, numerosi, che ha praticato.

Julio Velasco quando ha deciso di mettere a disposizione degli altri le esperienze maturate come coach di successo?

Le prime volte è stato alla fine degli anni ottanta: all’epoca allenavo la Panini e mi venne chiesto di parlare con un manager dell’azienda, che poi andò a lavorare altrove. L’esperienza gli era piaciuta e così mi presentò ai suoi nuovi responsabili. E così via fino a diventare un secondo lavoro. Voglio precisare che io non faccio formazione per manager perché non ho mai lavorato in un’azienda e a me non piacciono le persone che insegnano cose che non hanno mai fatto. Quello che io propongo è una riflessione sullo sport, sul gioco di squadra, sulla motivazione, in base a quella che è stata la mia esperienza. Non mi permetterei mai di dare dei giudizi assoluti su come vanno fatte le cose.

Come è possibile mettere a frutto nel mondo delle aziende le esperienze vissute come allenatore sportivo?

Questo è qualcosa a cui devono pensare i manager che lavorano nelle aziende. Questa è la prima cosa che io chiarisco a chi mi ingaggia: (ridendo) se quello che dico non c’entra niente con la vostra vita, non è una mia responsabilità! Chi mi ha invitato, che sia un amministratore delegato, un direttore generale o del personale, prenderà spunto dalla mia testimonianza e vedrà come declinarla al meglio nel suo contesto lavorativo. Io credo molto nella specificità delle cose, nell’esperienza e, soprattutto, nel lavoro quotidiano. Non possiamo pensare che una sola conferenza possa cambiare le cose: come dicevo prima, è uno spunto sul quale poi andare a lavorare ogni giorno. Amo dire sempre che il gioco di squadra è un metodo: si può anche scegliere di non attuarlo ma se lo si sceglie ha delle regole che tutti gli sport hanno sviluppato in modo quasi inconsapevole. Il mondo delle aziende a volte confonde, credendo che il gioco di squadra sia volersi bene e tirare tutti dalla stessa parte. In realtà non è così. Lo sport non vive né di gente che si ama né che tira dalla stessa parte ma solo di persone che giocano in un certo modo: giocano di squadra. Si fa confusione anche quando si dice che si vince perché si gioca di squadra: anche chi perde gioca di squadra, solo che lo fa meno bene.



Per far funzionare una squadra c’è bisogno di un leader. Quali sono le difficoltà maggiori che un leader può incontrare per essere ascoltato dalla sua squadra?

La prima cosa che un leader deve possedere è sapere dove deve guidare, dove vuole andare, al di là delle doti carismatiche che può avere in maniera più o meno spontanea. La seconda è come intende raggiungere il suo obiettivo, pertanto deve sapere molto di ciò di cui parla: questa è la prima cosa che chi risponde a un capo osserva, vuole capire se sa. Sapere non vuol dire, poi, avere molte informazioni. Io amo citare una frase di Borges che diceva: la cultura è quello che rimane dopo aver dimenticato tutte le informazioni. La conoscenza è un po’ questo. Se io mi devo relazionare con dei giocatori di pallavolo, devo sapere molto di pallavolo. La gente se ne accorge, capisce se uno “la sa lunga”… Secondo me queste cose vengono prima di tutto: sapere dove andare, come farlo e quindi sapere molto di ciò di cui si parla.

Quanto conta l’ambizione in un leader? Possono esistere leader poco ambiziosi?

Secondo me ci possono essere leader di tutti i tipi, non esiste un paradigma del leader. La leadership deriva da tante cose: personalità, ambizione, modo in cui si fanno le cose. Nello sport come in altri campi ci sono leader di ogni tipo per cui io non credo che le persone debbano puntare a seguire un modello predefinito di leadership. La cosa importante è essere se stessi, rispettare le proprie caratteristiche personali e sulla base di queste sviluppare una leadership che tenga conto di certi principi senza andare a violentare le proprie caratteristiche.

Mi piacerebbe adesso passare a trattare temi più strettamente sportivi. Lei non è stato solo l’allenatore della nazionale di pallavolo italiana più forte di sempre ma ha lavorato come dirigente anche nel mondo del calcio. Che differenze ci sono tra i due ambienti, al netto del diverso giro d’affari?

In realtà è proprio il giro d’affari che fa la differenza e, come conseguenza, porta un’attenzione al mondo del calcio che è ovunque e che determina una pressione che è completamente diversa da qualunque altro sport. Non ci sono persone diverse dagli altri sport nel mondo del calcio: c’è una situazione che è diversa. Si può avere l’impressione che i calciatori siano personaggi inarrivabili: in realtà sono solo dei ragazzi che fanno quella professione semplicemente perché gli piace giocare a calcio. Guadagnano cifre importanti perché il mondo si è sviluppato in questo modo ma sono convinto che se il calcio comportasse gli stipendi che si guadagnano giocando a pallamano o a pallavolo, continuerebbero a giocare a calcio lo stesso. I calciatori, rispetto ad altri professionisti dello sport, devono gestire situazioni molto più complesse: alta esposizione mediatica, contratti, fama. Tutto questo determina la necessità di affrontare delle circostanze che non sono affatto semplici. Il mondo del calcio è un ambiente che io rispetto molto perché sono pienamente consapevole delle difficoltà che comporta gestirlo, che tu sia un presidente, un dirigente, un allenatore o un calciatore.

Come venne accolto lei da un mondo, quello del calcio, che sembra essere piuttosto impermeabile alle contaminazioni di esperienze provenienti dal suo esterno?

Non è vero che il mondo del calcio sia impermeabile alle contaminazioni provenienti dall’esterno, anzi, credo che negli ultimi anni si sia aperto moltissimo. Penso che sia normale che chi nel calcio non ha mai lavorato non possa essere accolto come qualcuno che c’è sempre stato. Ma è la stessa cosa che avviene nella pallavolo o in un altro ambiente di lavoro. Se un manager proveniente dalla Apple o dalla Sony arriva in un giornale, credo che sia normale che chi sta da tempo in quel giornale si chieda se il manager è capace di fare qualcosa. Questo è del tutto naturale. Credo che ogni ambiente nutra delle perplessità nei confronti di persone che provengono dal suo esterno. Il calcio, in realtà, è un ambiente che si adatta moltissimo sia per incorporare gente a lavorare che per confrontarsi.

Le sarebbe piaciuto allenare una squadra di calcio?

A me sarebbe piaciuto giocare col numero dieci nell’Estudiantes de la Plata! Come dico sempre, siamo al novantotto per cento calciatori frustrati: volevamo giocare a calcio e non ci siamo riusciti e quindi ci siamo orientati verso un altro sport. A dire il vero, comunque, non invidio gli allenatori di calcio: credo che sia un mestiere difficilissimo. 

E’ inutile quindi che le chieda se è meglio giocare o allenare…

Non c’è dubbio. Io credo che tutto sia inversamente proporzionale alla distanza dal campo: la cosa migliore è giocare, poi viene allenare, stare nello staff tecnico e fare il dirigente. Il più distante dal campo è il tifoso. Il tifoso soffre e io lo so perché sono tifoso della mia squadra: quando ero bambino e perdevamo il derby, il lunedì non volevo andare a scuola. Il tifoso durante la partita soffre perché non può fare niente se non, quando è allo stadio, urlare. Se vede la partita in televisione è ancora peggio. L’allenatore può fare qualcosa: decidere un cambio, dare un’indicazione. Se sono un giocatore posso influire ancora di più. Se sono il presidente posso influire con la strategia societaria ma il giorno della partita non posso fare nulla e soffro anche io.   

Come nacque la sua passione per lo sport?

In modo naturale. Io prima giocavo a calcio dalla mattina alla sera, poi ho fatto altri sport. Spesso si arriva a decidere più per il gruppo nel quale ci si trova meglio che per lo sport in sé, almeno quando si è molto giovani. Mi piace l’atletica, mi piace ovviamente il calcio, il rugby. Mi piace vederli ma mi piaceva anche giocarli. 

Lo sport viene vissuto solo come un lavoro ben remunerato o la passione che suscita nel momento in cui ci si avvicina ad esso rimane viva anche nei momenti in cui si è arrivati al top?  

No, la passione non si dimentica. Sicuramente nel mio caso ma credo che sia un discorso che vale per chiunque. Certo, quando lo sport diventa un lavoro subentrano i problemi legati al lavoro ma questo succede anche a un musicista quando diventa professionista e deve fare i contratti, litigare per le commissioni, succede allo scrittore quando deve trattare con la casa editrice. Però credo che lo sport, come la musica e l’arte, sono attività privilegiate che ti permettono di vivere di una cosa che ti piaceva da giovane. Semmai il problema grosso è per i giocatori che adesso, grazie alla medicina e alle metodiche di allenamento, smettono di giocare molto tardi, tra i trentacinque e i quaranta anni: si è molto avanti per cominciare una nuova attività ma si è troppo giovani per non fare niente, al di là della situazione economica. La gente a volte questo non lo capisce, dice: eh ma Cristiano Ronaldo guadagna un sacco di soldi… ma poi Cristiano Ronaldo cosa fa quando smette di giocare? Nel primo anno potrà godersi i soldi, poi cosa farà nei successivi quarant’anni della sua vita? Se non ci si riesce ad inserire nello sport che si è fatto, se non si diventa allenatori o dirigenti, avendo quindi la possibilità di rimanere nel proprio ambiente, è molto difficile questa fase per un giocatore, anche se è arrivato ai massimi livelli. Per gli allenatori è diverso, perché più o meno si smette di allenare nell’età in cui tutti vanno in pensione.         

E’ stato il problema che ha vissuto in maniera evidente Totti l’anno scorso.

In realtà io credo che Totti questo problema lo debba ancora affrontare. Gli piace fare il dirigente? Sa come studiare per fare il dirigente? E’ un problema di gestione delle abitudini. Uno come lui, che è sempre stato un fenomeno, si trova a dover fare un’attività per la quale non è un fenomeno, perché io credo che una persona possa essere un fenomeno in una sola attività, è difficile che si sia fenomeni in più di una. Certo, a Roma Totti qualunque cosa faccia sarà sempre Totti, sarà sempre venerato. Ma in generale io vedo che più grandi si è stati come campioni e peggio è. È la differenza che passa, per tornare agli esempi di prima, con un musicista, che finchè può stare in piedi o seduto può continuare a suonare.   

C’è un giocatore di pallavolo che le ha dato più soddisfazione allenare?

Io ho avuto un gruppo che mi ha dato grandi soddisfazioni, nominarne solo uno sarebbe un’ingiustizia. E’ stato un gruppo allargato, che si è aggiornato e ha avuto degli innesti che hanno garantito un lungo periodo di vittorie all’Italia.

E un giocatore di calcio che le avrebbe fatto piacere allenare?

Tanti! Considerando che il calcio è uno sport molto popolare, chi arriva in serie A, o nella massima divisione di un campionato straniero, è davvero l’elite dell’elite di quello sport. Senza stare a scomodare i migliori in assoluto come Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona, Pelè, Cruijff o Di Stefano, mi sarebbe stato sufficiente allenare un qualunque buon giocatore arrivato a vestire la maglia della nazionale. Comunque non ho mai sognato di allenare i giocatori di calcio, sono contento di aver allenato i giocatori della pallavolo. Di certo mi è piaciuto, quando sono stato dirigente, vedere da vicino gli allenamenti dei calciatori: è stata un’esperienza davvero molto bella.    

 

 

C’era una volta un Leone con un Mitra: Batigol

C’era una volta un Leone con un Mitra: Batigol

Se non fosse per l’intensità dello sguardo, caratterizzato da profondi occhi chiari, sarebbe difficile per chiunque dire che il bell’uomo di mezza età che oggi compie quarantanove anni è l’evoluzione scolpita dal tempo del ragazzo di Reconquista (pardon, Avellaneda: a Reconquista andò ad abitarci all’età di sei anni) che nell’estate del 1991 arrivò a Firenze fresco vincitore della Coppa America con la nazionale argentina. Nella città dei Medici Gabriel Omar Batistuta non arrivò preannunciato da squilli di fanfara: il vero crack della campagna acquisti di quell’anno doveva essere il connazionale Diego Latorre, suo compagno di squadra già ai tempi del Boca Juniors, del cui passaggio nel nostro campionato sono rimaste tracce assai flebili.


 

I primi mesi nel capoluogo toscano non furono facili nemmeno per Gabriel, che nel periodo di ambientamento ebbe anche qualche dissapore coi compagni di squadra. Batistuta svestì definitivamente la sua crisalide nel mese di febbraio del 1992, quando nel giro di pochi giorni sbloccò la sua mitragliatrice segnando la sua prima tripletta in serie A al Foggia zemaniano e marchiando con una doppietta una prestazione super contro la Roma all’Olimpico. Chissà: forse il premio di cinquanta milioni di lire promesso da Cecchi Gori al traguardo dei dieci gol o, più semplicemente, il compimento del processo di adattamento in un ambiente nuovo, fatto sta che da quel momento Batigol, come lo appellarono affettuosamente i tifosi viola, non si fermò più, instaurando con Firenze un rapporto viscerale che solo le esigenze economiche della società e la sua necessità di raggiungere un successo importante porteranno a chiudere otto anni dopo. Tredici gol al termine della prima stagione, sedici in quella successiva, ventisei nel 1995 e ventitrè nell’anno dell’addio a Firenze. In nove anni di permanenza in viola Gabriel frantumò ogni record, chiudendo la sua lunga storia con la Fiorentina con 207 gol complessivi. Inutile raccontare quanto sia stato amato dalla tifoseria, alla quale seppe regalare momenti di pura esaltazione. Dal gol al Barcellona nella semifinale di Coppa delle Coppe del 10 aprile 1997, a seguito del quale Bati zittì con mimica eloquente il pubblico del Camp Nou, a quello segnato contro l’Arsenal a Wembley il 27 ottobre 1999: un gesto di rara forza fisica e precisione di tiro, sintesi delle qualità migliori del bomber di Reconquista. Lanciato sulla destra all’ingresso dell’area di rigore, Batistuta, dopo aver dettato il passaggio, si portò la palla avanti col sinistro superando il proprio marcatore in velocità, prima di esplodere col destro un tiro che andò in diagonale all’incrocio dei pali opposto.

Capelli lunghi al vento, barba spesso non rasata, con indosso le maglie larghe degli anni novanta Batistuta, per movenze e coraggio atletico, sembrava la proiezione sui campi di calcio di Sandokan, il personaggio dei romanzi di Emilio Salgari noto al grande pubblico per la sua indomita voglia di libertà, ben celebrata nella metà degli anni settanta da una riuscita serie televisiva che i cinquantenni di oggi ancora ricordano. Batistuta, senza volerlo, quasi senza accorgersene, divenne l’emblema di una città, il vanto di un Comune che con la famiglia Cecchi Gori, dopo lo sfortunato tentativo dei Pontello, provò a inserirsi nelle lotte di vertice del campionato italiano. Ma i Toldo, i Rui Costa, gli Edmundo, i Mijatovic, i Chiesa, oltre allo stesso Batistuta, non furono sufficienti per raggiungere il massimo traguardo. Gabriel lo capì con l’arrivo del nuovo millennio, complice anche una situazione finanziaria che cominciava a farsi sempre più difficile da sostenere per Cecchi Gori. Nell’estate del 2000 Bati lasciò Firenze: servirono settanta miliardi di lire per convincere i viola a cederlo alla Roma di Franco Sensi, deciso a tutto pur di vincere quello scudetto che il dirimpettaio Sergio Cragnotti aveva appena riportato nella Capitale dopo diciassette anni ma dalla parte opposta del Tevere. Dalla curva Fiesole alla curva Sud il passo non è breve ma le scene furono le stesse: il 6 giugno 2000 Batigol si presentò davanti a 13.000 tifosi incantati al solo fatto di vederlo all’Olimpico non da avversario, animati dalla stessa voglia di vittoria che spinse il centravanti argentino ad abbandonare i suoi affetti per seguire il sentiero di una nuova avventura.

L’impatto sui colori giallorossi fu devastante: doppietta alla seconda di campionato in trasferta a Lecce, gol contro il Vicenza, tripletta a Brescia. A fine novembre arrivò la partita contro la Fiorentina, quella che non avrebbe voluto mai giocare, quella che gli obblighi professionali gli imposero di affrontare come se fosse la Juventus quando la Juventus non era. Era tutto il suo passato, la costruzione del suo mito, il ragazzo che si era fatto uomo. E quando, a otto minuti dalla fine, lo zero a zero sembrava inchiodato sui tabelloni dell’Olimpico, ci pensò lui, col più classico dei suoi gol, ad affondare il pugnale nel ventre di Toldo e dei suoi vecchi compagni, rimanendo a galla nell’impossibile equilibrio tra le esigenze del presente e l’uccisione del suo passato. I tifosi della Roma lo adoravano come un dio pagano, assumendo la sua capigliatura bionda come elemento di congiunzione con le figure celesti, quando non il Messia stesso. Gabriel aveva ormai trentuno anni e stava cominciando a portare la croce dei suoi problemi alle cartilagini che, seppur limitandone il rendimento nella seconda parte della stagione, non gli impedirono comunque di arrivare a fine campionato alla “solita”, ragguardevole cifra di venti gol.

Dalla statua che i tifosi viola eressero in suo nome ai cori ebbri di gioia che i tifosi della Roma gli tributarono nei baccanali popolari seguenti alla vittoria dello scudetto, Batistuta si presentava come elemento carismatico portatore di una leadership difficile da definire, capace di splendere di luce propria nonostante la vicinanza di stelle di prima grandezza come Rui Costa a Firenze e Totti a Roma. Lo scudetto coi giallorossi fu il vertice di una carriera che, all’improvviso, imboccò il tunnel della fine. Fece ancora un anno e mezzo nella capitale, con pochi gol e tanti problemi fisici che ne limitarono quella lucidità sotto porta che non gli era mai mancata. Il presidente Sensi lo scaricò all’Inter con poca grazia, definendo la sua cessione ai nerazzurri come “un’operazione rara di paraculaggine acuta”. Nel mezzo ci fu l’ultimo mondiale disputato con l’Albiceleste, che per un attimo dette a lui e ai suoi tifosi la speranza di vederlo tornare ai suoi soliti livelli: fu solo un abbaglio, il canto del cigno di un grande campione che visse la sua storia tra amore e ambizione.

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