Volgograd: il Calcio ai piedi della Madre Russia nella vecchia Stalingrado

Volgograd: il Calcio ai piedi della Madre Russia nella vecchia Stalingrado

“I tedeschi non avrebbero mai potuto vincere quella battaglia neanche con mille anni d’assedio. La resistenza a Stalingrado era l’incarnazione stessa dello spirito russo”.

Con queste parole inizia il viaggio a Volgograd (Волгоград), città manifatturiera di poco più di un milione di abitanti nella Russia europea meridionale, lungo il Volga. Un tempo nota come Stalingrado (Сталинград), luogo della eroica resistenza dei soldati dell’Armata Rossa e della popolazione locale all’offensiva della Wehrmacht e delle altre forze dell’Asse nella seconda guerra mondiale. Per cinque mesi, una settimana e tre giorni, dal 17 luglio 1942 al 2 febbraio 1943, la morte ineluttabile, il freddo atrofizzante, la fame dilaniante e le macerie della civiltà furono gli indiscutibili padroni di queste terre. Una aberrante macchia di sangue nella storia dell’umanità: 1,7 milioni di vittime.

Città eroina, simbolo del valore nazionale, è una tappa imprescindibile del prossimo Mondiale. Verranno difatti ospitate qui tra il 18 e il 28 giugno quattro partite della fase a gironi.

A circa 4 km a nord della piazza principale della città, Защитникам Красного Царицына, si innalza la collina sepolcrale di Mamaev Kurgan (Мамаев курган), tomba a tumulo tartara in cui, secondo la leggenda, riposa Mamaj, khan dell’Orda d’Oro. Nel 1959 per commemorare la battaglia di Stalingrado si decise di costruire un memoriale che, terminato nel 1967, è diventato un celebre luogo di pellegrinaggio. Salendo in cima, superata la Sala della gloria militare, ove arde la fiamma eterna della Patria, si giunge dinanzi alla statua femminile più alta del mondo: La Madre Patria Chiama (Родина-мать зовёт!), allegoria della Madre Russia.

Pressapoco ai piedi della collina, lungo la scoscesa sponda occidentale del Volga, tra la zona settentrionale industriale e l’adiacente parco centrale, sorge la Volgograd Arena. Il progetto dello stadio, frutto della collaborazione tra l’azienda facente capo al Ministero dello Sport della Federazione Russa FSUE Sport-In (project management) e la società tedesca GMP Architekten (design), è stato modificato più volte ed è affidato all’impresa appaltatrice JSC Stroytransgaz. A dicembre 2016 il costo totale dell’impianto, comprensivo di elaborazione, edificazione e dei necessari collegamenti, si aggirava attorno ai 16,37 miliardi di rubli.

L’aspetto esteriore dell’arena è quello di un tronco di cono di 49,5m di altezza e di circa 303m di diametro. Ha sempre mantenuto intatta la caratteristica estetica principale, ovvero la facciata a griglia aperta, che conferisce all’intero edificio compattezza e monumentalità. Il motivo ad intreccio, ispirato alla tradizione locale, rievoca i fuochi d’artificio della Giornata della vittoria (festa nazionale del 9 maggio in cui si celebra la vittoria nella grande guerra patriottica del 1941– 1945). Il tetto è contraddistinto da un motivo a “ruota di bicicletta”, costituito da cavi di acciaio ad alta resistenza con elementi diagonali incrociati a forme romboidali ad alleggerire l’intera struttura. La capacità totale dello stadio sarà di 45.568 posti, di cui 2.280 per la stampa, 640 nelle VIP lounge e 460 riservati alle persone a mobilità limitata.

L’impianto è stato edificato sul sito del vecchio Stadio Centrale del 1962, la cui demolizione è avvenuta alla fine del 2014. La costruzione della nuova arena è iniziata nella primavera del 2015. I lavori si dovrebbero concludere alla fine di novembre; ultimati proprio in questi giorni la copertura e il cavalcavia pedonale di accesso alla via principale, Проспект имени В.И. Ленина.


La Volgograd Arena sarà il più grande impianto sportivo della regione, tuttavia, la capienza dello stadio verrà ridotta a 35.000 posti dopo il Mondiale, quando lo stadio diventerà la nuova casa del FK Rotor Volgograd, club locale di calcio. Si intende inoltre utilizzare l’impianto per eventi culturali, concerti, esposizioni e verrà anche aperta una clinica all’interno dei locali. Il quartiere circostante è stato riqualificato con interventi a livello paesaggistico e il terreno adiacente verrà lasciato libero dopo lo smantellamento delle strutture temporanee. Grande attenzione è stata data alla viabilità con miglioramenti della arteria stradale primaria e della linea metrotranviaria. Potenziato, infine, il trasporto fluviale.

Un gran bel colpo d’occhio. Al di là dell’orizzonte la sempre visibile statua de La Madre Patria Chiama in quello splendore che ispira timore e reverenza. Di qua, sulle terre dove più di sette decenni fa le tenebre lambivano il baratro, risplende il nuovo diamante del Volga.

Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo il Chinlone

Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo il Chinlone

Myanmar, Paese dell’Indocina, dalle condizioni di vita tra le più difficili al mondo. Sotto dittatura militare dal 1962 al 2015, la stagnazione economica, l’isolamento internazionale e i disastri naturali acuiscono i problemi che derivano dalla povertà diffusa e dai conflitti etnici che storicamente affliggono queste terre, tra i quali la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, per cui la nazione è tornata all’onore delle cronache nell’ultimo periodo.

A Yangon, città di oltre 5 milioni di abitanti e capitale fino al 2005, tra Anawrahta Road e Maha Bandula Road, strade del quartiere commerciale d’epoca coloniale che si diramano attorno alla Sule Pagoda, stupa birmana di oltre 2000 anni, simbolo inequivocabile della bellezza e della storia di questo Paese, i ragazzi vestiti di stracci palleggiano con piroette incredibili in una sorta di danza. Giocano a chinlone, sport tradizionale e nazionale del Myanmar. Uno dei tanti sport simili presenti nel Sudest asiatico: kator (Laos), sipa (Filippine), cầu mây (Vietnam), sepak raga (Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore) e il più famoso di tutti a livello internazionale, ovvero il sepak takraw (Thailandia). Giravolte e acrobazie incredibili tra l’umidità asfissiante, il frastuono incessante del traffico e i mille odori del mercato.

Il chinlone è praticato ovunque e da chiunque: uomini, donne e bambini, spesso insieme. Le esibizioni più rilevanti avvengono tra la folla, accompagnate dalla musica tradizionale in un’atmosfera mistica, dove movimenti e note si fondono in una simbiosi inestricabile veloce e fluida. Contraddistinto da regole rigorose per quanto concerne il posizionamento e l’orientamento di ciascuna parte del corpo in ogni specifica mossa, da eseguirsi in totale armonia con le altre, l’esibizione vede cinque o, più frequentemente, sei giocatori in cerchio. Senza l’uso di mani o braccia si passano una palla di fasce di rattan, bambù o canna che emette un tipico suono sordo quando colpita. Durante i passaggi i giocatori effettuano un movimento circolare intorno al giocatore posizionato al centro che si esibisce nelle diverse mosse. L’obiettivo è non far cadere la palla per più tempo possibile, realizzando contemporaneamente il maggior numero di movimenti perfetti.

Le origini del chinlone risalgono a circa 1500 anni fa. Il suo stile caratteristico deriva dalle esibizioni, influenzate dalle arti marziali e dalle danze tradizionali, ideate per intrattenere la corte reale birmana. Nel corso dei secoli sono state fatte diverse variazioni, soprattutto riguardo alle centinaia di movimenti da effettuare nel palleggio. Storicamente snobbato dagli europei che lo consideravano alla stregua di un semplice gioco indigeno più che un vero e proprio sport, ha tuttavia registrato un aumento di interesse internazionale nel primo Novecento, quando si sono tenute alcune dimostrazioni in diverse parti d’Europa e Asia. Nel 1953 il capo dell’Associazione Atletica Birmana, U Ah Yein, ricevette l’incarico dal governo di redigere un regolamento ufficiale. Queste regole fecero del chinlone uno sport a tutti gli effetti nel Myanmar e lo stesso anno si tenne a Yangon la prima competizione riconosciuta. Altra tappa fondamentale nella storia del chinlone è stato il 2013, durante i XXVII Giochi del Sud-est asiatico (SEA Games) svoltisi in casa, a Naypyidaw. In occasione di tale evento, è stato incluso come sport separato e le regole sono state aggiornate in modo da avere due squadre che si sfidano in campi circolari distinti. Il punteggio dipende dal livello della performance nello stesso lasso di tempo a disposizione.



La cerimonia di chiusura ha inoltre sottolineato l’importanza e la centralità del chinlone nella cultura birmana. Agli ultimi SEA Games di agosto 2017 a Kuala Lumpur in Malaysia il chinlone è entrato stabilmente tra gli sport della manifestazione, nella disciplina del sepak takraw, con quattro specialità: “senza ripetizione (primo livello)”, “stesso tocco”, “collegamento” e “senza ripetizione (secondo livello)”. Uno sport unico, capace di far risaltare la magnificenza delle tradizioni e della storia della Birmania, al di là dei suoi templi millenari e della sua incantevole natura. Una magnificenza che purtroppo viene tuttora eclissata dalle piaghe della povertà, della fame e dei conflitti armati.

Ashgabat Olympic Complex, la bellezza fredda del marmo nel deserto del Turkmenistan

Ashgabat Olympic Complex, la bellezza fredda del marmo nel deserto del Turkmenistan

Ashgabat, capitale del Turkmenistan, situata tra il deserto del Karakum e i monti del Kopet Dag. Città dalla storia millenaria che sorge lungo la via della seta, distrutta e ricostruita più volte nel susseguirsi del tempo. Nell’ottobre del 1948, durante il periodo sovietico, venne rasa al suolo da un terremoto devastante che uccise più di 110.000 persone. Per cinque anni rimase una città fantasma. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la dichiarazione di indipendenza del Turkmenistan nel 1991, Saparmyrat Nyýazow, leader del partito comunista locale, instaurò una dittatura durata fino al 2006, anno della sua morte. Il governo dispotico, caratterizzato dal culto della personalità del presidente e da una forte impronta conservatrice in ogni ambito polito-sociale, ha contribuito in modo decisivo all’isolamento internazionale del Paese.

Solo nel dicembre 2013 si sono tenute le prime elezioni parlamentari, ma tuttora si registrano violazioni dei diritti umani, oltre a una sistematica censura della stampa. L’economia è soprattutto agricola con estese coltivazioni di cotone. Ingenti sono le riserve di gas naturale, il cui utilizzo è però limitato dall’assenza di adeguate vie di comunicazione. Nei diversi settori le privatizzazioni sono state poche e, nonostante una discreta crescita, rimangono numerosi problemi. Il tasso di disoccupazione è tra i più alti al mondo e metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Le disuguaglianze sociali si sono acuite negli anni, soprattutto nella capitale: a nord i fatiscenti quartieri popolari; a sud la ricca zona moderna dove le grandi opere, finanziate a scopo propagandistico, si alternano a parchi e statue d’oro in lunghe vie costeggiate da edifici in marmo bianco. Hotel di lusso, sfarzosi centri commerciali e edifici governativi off limits per la maggior parte della popolazione. Tutto è nuovo e appariscente, soprattutto di notte, in cui i giochi di luce colorano le facciate.

È qui che sorge il Complesso Olimpico di Ashgabat (Aşgabat Olimpiýa Şäherçesi), uno dei più imponenti d’Asia, che dal 17 al 27 settembre ha ospitato i 2017 Asian Indoor and Martial Arts Games, manifestazione sportiva quadriennale di 339 eventi in 21 sport: cinque sport olimpici (ciclismo, equitazione, sollevamento pesi, lotta e taekwondo), cinque sport olimpici disputati solo nelle varianti non olimpiche (atletica, basket, calcio, nuoto e tennis) e undici sport non olimpici (biliardo, bowling, danza sportiva, scacchi, Ju-jitsu, Kurash, Muay thai, Sambo, kickboxing, belt wrestling e lotta tradizionale). Oltre 4.012 atleti provenienti da 63 Paesi d’Asia e Oceania e un flusso stimato di 150.000 turisti stranieri. Una manifestazione fortemente voluta dal presidente Gurbanguly Berdimuhamedow, nella quale gli atleti turkmeni hanno spadroneggiato in modo inaspettato, alimentando qualche dubbio al riguardo: 245 medaglie, di cui 89 ori, e il primato sulla Cina ferma a 97 medaglie (42 ori).

I lavori per l’Ashgabat Olympic Complex sono iniziati in seguito alla nomina del 2010 da parte del Consiglio Olimpico d’Asia (OCA). Nel 2013 è stato demolito il recente stadio presente nella zona, dopo appena 10 anni di attività, per costruire il nuovo Stadio Olimpico, denominato in tal modo nonostante non abbia alcun riconoscimento ufficiale da parte del CIO. Impianto imponente da 45.000 posti, sormontato sulla copertura da una gigantesca ricostruzione di una testa di cavallo Akhal-Teke, simbolo del Paese, è stato rivestito di bianco, in parte marmo, per volontà presidenziale ed è abbellito da decorazioni d’oro e di brillanti. Il complesso di oltre 147 ettari possiede 30 strutture, compresi 15 impianti per le competizioni (4 arene indoor, un velodromo indoor, 2 campi esterni e 2 centri acquatici, indoor e outdoor), un villaggio sportivo per gli atleti, un centro medico di riabilitazione paralimpica, un Business Center e un Media Center.


Poi, centri culturali e commerciali, due alberghi a 5 stelle, ristoranti e negozi. L’intera zona è servita da nuovi passaggi pedonali e da una monorotaia interna di 5,2 km con 8 stazioni. Il costo totale del progetto della società di costruzioni turca Polimeks è stato di 5 miliardi di dollari, record di spesa per qualsiasi torneo AIMAG. Una spesa indubbiamente eccessiva e controversa soprattutto quando si vede che la carenza di denaro pubblico ha necessitato l’aumento della tassazione dell’ordine anche del 15-20% sui salari dei lavoratori turkmeni per finanziare l’opera faraonica. Inoltre, il tutto viene acuito dalle gravi accuse mosse al governo di aver eliminato per la stessa ragione i sussidi pubblici di acqua, gas ed elettricità e di aver sfollato migliaia di persone da diverse parti della città per migliorarne il decoro. A conclusione dell’evento tutto è tornato alla sua fredda immobilità. Le strade e gli impianti sono praticamente vuoti, il marmo risplende tra l’aria grigia di smog e il vento carico di sabbia. Una sensazione persa tra la tristezza e la meraviglia coglie lo spettatore dinanzi alla bellezza cristallizzata nel cuore del nulla. Decisamente un manifesto di propaganda in marmo bianco.

Outback Rugby League, Sport e Vita ai confini del mondo

Outback Rugby League, Sport e Vita ai confini del mondo

Broken Hill, Australia. Città di confine nell’estremo ovest del New South Wales di poco più di 18mila abitanti. Da una parte la civiltà, dall’altra il deserto, il vasto e remoto Outback. The NeverNever, il mai-mai, terra sconfinata nella quale si gioca d’azzardo con la propria fortuna. Terra impregnata di rosso e cielo pennellato di blu in una scissione manichea dell’orizzonte che, ondeggiando tra invisibili fiamme d’aria, si perde al di là di ogni comprensibile definizione dell’oltre e del limite.

A circa 1.100 km da Sydney, dopo quasi 14 ore a bordo del NSW TrainLink Outback Xplorer, servizio ferroviario di collegamento a cadenza settimanale, si arriva alla stazione. Pochi passi e si è in Argent St, via centrale dal sapore tipico degli avamposti minerari del Down Under. Strade parallele aperte sul deserto, qualche negozio e il vento che sferza il volto con la sabbia. Due km più in là e si è in Williams St, al Memorial Oval. Campo d’erba rada bruciata dal sole e polvere. Sulla cima della collina antistante la tribuna centrale l’obelisco dedicato ai caduti in guerra, con alle spalle i cinque alberi discendenti del Lone Pine dell’ANZAC Cove a rappresentare tutti i grandi conflitti dalla prima guerra mondiale alla guerra del Vietnam. È il luogo della Grand Final dell’Outback Rugby League, la più remota delle competizioni di rugby league del New South Wales, organizzate dalla Country Rugby League (CRL), dal 1934 organo direttivo nelle aree al di fuori della zona metropolitana di Sydney.

Nel 1980 viene creato il Group 12, con 6 squadre provenienti da Broken Hill (Geebungs, Saints, United) e dai distretti limitrofi di Menindee (Yabbies) e di Wilcannia (Boomerangs, Tigers). Continua fino al 1997, poi lo scioglimento e la lunga assenza. Viene riformato nel 2007 sotto la denominazione attuale. La stagione inaugurale vede la partecipazione di 266 giocatori di tutte le età. I tifosi accolgono positivamente il ritorno della manifestazione che, unita alla sponsorizzazione da parte delle attività locali, registra una crescita nel corso degli anni. Attualmente annovera la partecipazione di 7 squadre: Broken Hill Geebungs RLC, Broken Hill United, Broken Hill Saints RLFC, Menindee Yabbies RLFC, Menindee Wedge-Tail Eagles, Parntu Warriors e Wilcannia Boomerangs RLC. La stagione si tiene tra aprile e settembre ed è composta da 14 giornate. Le prime 4 classificate accedono alle semifinali: prima contro seconda per un posto diretto in finale; terza contro quarta per lo spareggio contro la perdente dell’altra sfida. Poi la Grand Final, evento conclusivo. L’ultima ORL Premiership è stata vinta dai Broken Hill Saints che si sono imposti 24-22 sui Wilcannia Boomerangs.

Una competizione che va oltre lo sport, in una terra di contraddizioni ed estremi. È un fattore aggregativo fondamentale per queste comunità isolate, dove tuttora l’insegnamento viene spesso dispensato tramite la School of the Air: progetto mediante cui si impartisce la formazione primaria e secondaria a bambini e ragazzi nelle zone dell’Outback attraverso classi una volta via radio, oggi via internet, con il supporto di visite programmate degli insegnanti. Inoltre, è un fattore di sensibilizzazione verso temi importanti. La competizione si è fatta nel corso del tempo portatrice di messaggi positivi, dalla lotta alla violenza domestica alla prevenzione dell’alcolismo, dal sostegno per la salute mentale alla necessità di controlli sanitari, in una comunità, a maggioranza aborigena, dove l’asprezza del clima, l’alto tasso di disoccupazione e il basso grado di istruzione inaspriscono e amplificano i problemi a livello personale e sociale. L’aspettativa media di vita per un uomo aborigeno di queste zone è intorno ai 40 anni. Troppo pochi per una nazione evoluta come l’Australia.

Per tale ragione le istituzioni hanno messo in campo una serie di progetti che fanno dello sport, e del rugby league in particolare, un momento di condivisione e di crescita. Proprio in tale ottica durante l’ultima stagione dell’Outback Rugby League le squadre locali hanno utilizzato parte dei ricavi delle sponsorizzazioni per incoraggiare controlli sanitari gratuiti. Lo sport si fa speranza e intervento sociale in favore di un popolo troppo spesso dimenticato dal mondo moderno nella terra del mai, dove pochi sarebbero in grado sopravvivere.

FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

FK Qarabağ: fuga da Ağdam, l’Hiroshima del Caucaso

Sfogliando la lista delle partecipanti alla Champions League ci si imbatte nel nome del FK Qarabağ nel Gruppo C con Chelsea, Roma e Atlético Madrid. Squadra semisconosciuta al grande calcio, nasconde una storia straordinaria, fatta di sofferenza e desiderio di riscatto.

Il Futbol Klubu Qarabağ Ağdam è, infatti, la società calcistica di Ağdam, città fantasma distrutta e depredata nel corso della guerra del Nagorno Karabakh. È il 1991, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, il 30 agosto l’Azerbaigian dichiara l’indipendenza. Il 2 settembre l’Oblast’ di Nagorno Karabakh, regione del Caucaso meridionale, in cui fin dal 1988 sono in corso violenze interetniche tra la maggioranza armena e la popolazione azera, vota per la costituzione di una nuova entità autonoma. Il 6 gennaio 1992 viene proclamata la Repubblica di Nagorno Karabakh e a fine mese cominciano le offensive azere nella regione per riaffermare il principio di integrità territoriale.

I conflitti e le brutalità perpetrate nel tempo sfociano in una guerra aperta che porta a più di 30mila vittime e a circa mezzo milione di sfollati. Durante il conflitto Ağdam, data la sua posizione nella pianura ai piedi delle montagne del Karabakh, assume una posizione strategica di fondamentale importanza. Da qui partono le offensive azere contro la capitale degli indipendentisti armeni, Step’anakert, a 26 km distanza, sui rilievi del Caucaso.

Per tutto il 1992 la città di Ağdam viene sottoposta a un massiccio bombardamento da parte delle forze armene. Molti dei giocatori del FK Qarabağ, alla prima stagione nel campionato dell’Azerbaigian indipendente, la Premyer Liqası, si ritirano per combattere. L’İmarət stadionu continua ad ospitare gli incontri in casa nonostante il fragore delle bombe a pochi chilometri di distanza. Una notte dello stesso anno, il centro di allenamento del club viene colpito. I giocatori ripuliscono il campo dai detriti ed effettuano la loro seduta giornaliera. La volontà di resistere ad ogni costo è forte e questo spirito si incarna nella figura dell’allenatore ed ex giocatore del Qarabağ, Allahverdi Bagirov, che si arruola nell’esercito azero, diventando comandante di battaglione. Muore nel giugno del 1992, quando il suo fuoristrada passa su una mina anticarro. Proclamato eroe nazionale dell’Azerbaigian, il suo ricordo riecheggia tuttora negli striscioni dei tifosi. Nel 1993 l’offensiva armena si fa incessante. La squadra continua a giocare ad Ağdam fino a due mesi prima della resa definitiva, che arriva il 23 luglio 1993, dopo una pioggia di fuoco durata per settimane. I soldati armeni entrano in una città deserta, già abbandonata dai circa 60mila abitanti. Distruggono e depredano tutto. Ağdam diventa l’Hiroshima del Caucaso, un cumulo di macerie presidiato dai cecchini. Nei bombardamenti viene distrutto anche l’İmarət stadionu, impianto storico e tempio del FK Qarabağ sin dal 1952. Dieci giorni dopo la caduta della città, la squadra si laurea campione d’Azerbaigian, battendo 1-0 il Xəzər Sumqayıt in finale. Nessun festeggiamento, i giocatori si recano subito a cercare amici, compagni e familiari tra le vittime e le migliaia di rifugiati. Inizia l’esilio del club.

La società, fondata nel 1951 come Qarabağ, esordisce tra i professionisti con un quarto posto nel 1966 sotto il nome di Mehsul. Dopo il 1968 si ritira per bancarotta fino alla rinascita del 1977 con la denominazione di Shafaq, dal 1982 unica squadra di Ağdam. Nel 1988 il Qarabağ, ripreso il nome attuale, vince il campionato della Repubblica Socialista Sovietica Azera. Il club è contraddistinto fin dalle origini da una fortissima identità regionale. Prima della guerra tessera solo giocatori locali, diventando simbolo di unità a livello comunitario. Con il crollo della città, il Qarabağ si trasferisce nella capitale azera di Baku. Per anni i profughi dei centri al confine con il Nagorno Karabakh partono sui bus per seguire quella squadra ormai lontana che ancora sentono propria. Nel 1996-1997 il Qarabağ fa il suo esordio nelle competizioni europee, eliminato nel turno preliminare di Coppa delle Coppe dalla formazione finlandese del MyPa. Nel 2001, il club viene acquistato dalla Azersun Holding dei fratelli Abdolbari e Hassan Gozal, con l’approvazione dall’ex presidente dell’Azerbaigian, Heydər Əliyev. Per un periodo gioca al Guzanli Olympic Complex Stadium, a sei chilometri da Ağdam. Edifici fatiscenti a poca distanza da distruzione e radici, ma che non sono più all’altezza delle nuove ambizioni di un club in costante crescita. Si sposta così allo stadio Tofiq Bahramov di Baku. Vince per quattro volte consecutive il titolo di Campione d’Azerbaigian dal 2013-2014 al 2016- 2017 e disputa i gironi di Europa League nel 2014-15, 2015-2016 e 2016-2017. Poi quest’anno arriva l’impresa. Battuti i georgiani del Samt’redia e i moldavi dello Sheriff Tiraspol, sconfigge agli spareggi di Champions League i danesi del Copenaghen.

L’andata a Baku è in un’atmosfera infuocata, vittoria per 1-0 tra il tripudio di 31.250 spettatori. Per le partite del girone, la squadra cambia sede ancora una volta. Gioca nel moderno impianto del Baku Olimpiya Stadionu, nel quale esordisce contro la Roma dinanzi a 67.200 spettatori il 27 settembre 2017. Il Qarabağ è molto più che una semplice società di calcio per le migliaia di sfollati da Ağdam e per tutto il popolo azero. È memoria e orgoglio di una terra perduta, tuttora militarizzata in una condizione di guerra perenne.

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