Dalla Steppe infinite alla Città senza Sole: Viaggio nel Calcio delle terre della Mongolia

Dalla Steppe infinite alla Città senza Sole: Viaggio nel Calcio delle terre della Mongolia

Mongolia (Монгол улс), Asia orientale. Cuore di quell’immenso territorio che fu l’Impero mongolo forgiato con la spada da Gengis Khan e arricchito da Kublai Khan. Terre che affondano le radici in una storia millenaria popolata da guerrieri invincibili, luoghi misteriosi e lande infinite. L’impenetrabile deserto del Gobi a meridione e i massicci del settentrione occidentale fanno da corona a una distesa interminabile di steppe in cui l’occhio smarrisce l’orizzonte e la terra si unisce al cielo senza un confine preciso. Per secoli i popoli nomadi hanno solcato queste praterie con le loro yurte, seguendo l’alternarsi delle stagioni e la direzione dei venti tra estati roventi a+40°C e inverni rigidi a −40°C. Un luogo dove sopravvivere è la prima regola, dove natura e umanità vivono in una simbiosi ancestrale di sofferenza e attesa.

Centro principale è la capitale Ulan Bator (Улаанбаатар). Nome che rimanda al liberatore nazionale Damdin Sùhbaatar, Eroe Rosso. Città di oltre 1.3 milioni di abitanti, sorge a 1.350 m d’altitudine nella zona centro-settentrionale del Paese, nella valle del fiume Tuul ai piedi del monte Bogd Khan Uul. È il centro nevralgico della poco sviluppata rete stradale e soprattutto di quella ferroviaria, la Transmongolica, che si collega a nord alla ferrovia Transiberiana (a Ulan-Udė, in Russia) e a sud alla rete centrale cinese (a Jining, in Cina).


Polo unico di riferimento a livello culturale e finanziario, nonché governativo, è di gran lunga il maggior centro industriale dello Stato. La capitale ha assistito a un consistente fenomeno di urbanizzazione negli ultimi decenni a causa dell’industrializzazione a volte indiscriminata che ha portato alla creazione di numerosi distretti extraurbani dove risiede gran parte della popolazione. Una periferia di case in legno e yurte caratterizzata da povertà diffusa. All’esterno le steppe, all’interno una delle città più inquinate al mondo per la combustione del carbone e della legna, che ne fanno un luogo dall’atmosfera infernale soprattutto nei mesi invernali. Una nebbia perenne e un pungente odore di smog invadono le strade, oscurando la luce del sole.
È qui che sorge uno stadio unico nel suo genere. L’impianto della squadra più importante e vincente della Mongolia: l’Erchim FC. Fondata nel 1948 da un gruppo di ingegneri della principale centrale elettrica di Ulan Bator, è entrata nel calcio professionistico nel 1994, come club di proprietà della TES4 (Centrale Termica n.4). Ha vinto dieci volte la Premier League della Mongolia e nel 2017 è stato il primo club mongolo a qualificarsi per la AFC Cup.

Lo stadio è situato a poche centinaia di metri da quella che è la più grande centrale a carbone in Mongolia, in cui si sono verificati frequenti malfunzionamenti ed incidenti. Inoltre, l’impianto genera tuttora altissimi livelli di inquinamento. Ciò che si presenta agli occhi è un’immagine da film post apocalittico. Un campo di calcio in sintetico con una capienza di 2000 spettatori, circondato da basse gradinate in legno e delimitato da spoglie mura di cemento armato. Sullo sfondo le montagne e la gigantesca centrale che sputa fumo in continuazione. Si è immersi nella desolazione totale, tra la polvere delle strade non asfaltate e uno smog che avvinghia.
Simbolo inequivocabile della Mongolia che tra le contraddizioni cerca la via per la modernità e il progresso. A livello economico-sociale come in quello calcistico.

A livello di club, la Premier League mongola (Монголын Үндэсний Дээд Лиг) è stata istituita nel 1996 per riformare la competizione creata nel 1955. Il campionato si svolge solamente da maggio a ottobre a causa del clima rigido. Dal 2014 la Federazione calcistica mongola (МХБХ, Монголын хөлбөмбөгийн холбоо) ha dato il via anche a due serie professionistiche minori per tentare un allargamento delle squadre partecipanti. Nella stessa ottica, dal 2016 il numero di squadre della Premier League è stato portato a 10. Sono state disposte poi associazioni nelle 21 province e attuati diversi programmi nelle scuole a favore del calcio giovanile e anche di quello femminile, sia per sviluppare il movimento in modo diffuso e globale, sia per ottenere un campionato di più largo respiro nazionale e meno basato sull’apporto della capitale.
Sono stati infine siglati accordi a livello commerciale come quello che dal 2015 lega la massima serie alla birra Khurkhree. Un accordo che ha portato il calcio mongolo in televisione, su NTV. Risulta, in ogni caso, difficile incrementare la diffusione del calcio in un Paese in cui, ad eccezione del confine russo a nord, la fanno da padroni gli sport individuali: la lotta, il sumo, il tiro con l’arco e l’equitazione.

Per quanto concerne la nazionale di calcio della Mongolia (Монголын хөлбөмбөгийн үндэсний шигшээ баг) i risultati sono storicamente bassi. Creata nel 1959, non ha mai disputato un incontro internazionale dal 1960 al 1998 e tuttora occupa la 198ª posizione del Ranking FIFA. La giovane nazionale dei Lupi Azzurri è stata immediatamente eliminata da Timor Est al primo turno per i Mondiali di Russia 2018.
I problemi sono ancora tanti. Innanzitutto, gli inverni lunghi e freddi e la cronica mancanza di infrastrutture risultano essere ostacoli colossali per lo sviluppo del movimento. L’esiguo numero di partite ufficiali a livello internazionale non permette poi il fondamentale scambio di conoscenze. Inoltre, il tasso di corruzione resta molto alto con circa l’80% dei fondi per lo sviluppo del calcio provenienti dalla FIFA che non prende la strada giusta.
Ma i fattori di crescita ci sono e fanno ben sperare. Non resta che attendere il giorno in cui un figlio di quelle generazioni guerriere, affamate dal crollo dell’Unione Sovietica, che gioca tra le strade polverose di Ulan Bator o nelle terre infinite delle steppe mongole, sognando di raggiungere sui vagoni della Transmongolica gli stadi di Russia e Cina, diventi un campione di fama mondiale

Bruno Arcari, la concretezza del Campione riservato di una Boxe che non esiste più

Bruno Arcari, la concretezza del Campione riservato di una Boxe che non esiste più

In un’epoca in cui la spettacolarizzazione dello sport è all’ordine del giorno, in cui si assiste ad una miriade di ostentazioni esibizionistiche da parte di sportivi, o presunti tali, stride enormemente la storia di un campione schivo, un antidivo. Un uomo semplice, che picchiava forte, fatto di un’altra pasta in altri tempi, un vero pugile: Bruno Arcari.

Nasce ad Atina il 1º gennaio del 1942. L’anno dopo la famiglia si trasferisce a Genova, che diventerà la sua città adottiva. Da ragazzino gioca a calcio come ala sinistra, temperamento combattivo ma poca tecnica. Su quel campo Bruno usa più le mani che i piedi.

Gli consigliano di darsi al pugilato. Ed è quello che fa. L’ingresso alla palestra Mameli nel 1957 è all’insegna dello sberleffo. I due maestri di boxe, Alfonso Speranza e Armando Causa, lo prendono in giro per via delle sue gambe grosse e lo rimandano al giorno successivo. In realtà mettono alla prova la sua decisione. Vogliono solo duri in quell’ambiente. E il giorno dopo Bruno ritorna. Serve ben altro per farlo desistere. Il ragazzo ha stoffa. Lavora come garzone in un negozio di frutta e verdura a Nervi e quando combatte Duilio Loi a Milano si mette nel bagagliaio della giardinetta degli amici più grandi e va a vederlo. Sogna di salire sul ring e diventare come il suo idolo. La palestra è un mondo dove si sente a suo agio, sempre pronto a dimostrare di essere il migliore.

Passa dilettante e diventa campione italiano (1962 e 1963). Nel 1963 conquista anche il bronzo ai Campionati europei e vince il torneo preolimpico di Tokyo. Parte favorito per le Olimpiadi del 1964 dove è però costretto a ritirarsi per ferita durante l’incontro di apertura. L’avversario, il keniano Alex Oundo, gli rifila una testata e Bruno deve abbandonare così un match in completo controllo.

Il suo punto debole sono quelle arcate sopraccigliari fragili come uova, che colpite sanguinano copiosamente. L’unico modo per arginare la furia agonistica dell’italiano è picchiare su quella parte usando ogni mezzo, lecito o meno.

Esordisce tra i professionisti, pesi superleggeri, l’11 dicembre 1964 a Roma. Una sconfitta inattesa contro Franco Colella, il quale si rende protagonista di un atto sleale: ancora una volta una testata al sopracciglio. Il combattimento viene interrotto al 5º round e Arcari, nonostante sia indubbiamente in vantaggio ai punti, esce battuto.

La seconda sconfitta arriva dopo una serie di dieci vittorie consecutive, il 10 agosto 1966 a Senigallia, durante il dodicesimo match da professionista contro Massimo Consolati, valido per il titolo italiano. L’arbitro ferma l’incontro per ferita al 10º round, sempre con il pugile di Atina in palese vantaggio.

Bruno è un pugile pragmatico e concreto. Boxare è il suo lavoro. Migliora la guardia destra per difendere il suo unico punto debole e continua a menare con il sinistro devastante. Un mix esplosivo che lo rende invincibile. Quelle rimarranno le uniche due sconfitte di una carriera incredibile, da imbattuto quasi assoluto (record di 70-2-1). 73 incontri e 70 vittorie, di cui 38 per KO. Non perderà più un incontro dei successivi 61 disputati, vincendone 57 consecutivamente e pareggiando in modo controverso solo il suo quartultimo match, nel 1976 contro Rocky Mattioli a Milano. Il 7 dicembre 1966 a Genova, Arcari ha la meritata rivincita contro Consolati. Un match sporcato dai reiterati tentavi di colpi proibiti dell’avversario, che viene squalificato al 7º round. Bruno diventa così campione italiano dei welter junior.

Difeso il titolo italiano in tre occasioni, il 7 maggio 1968 sfida alla Stadthalle di Vienna l’idolo locale, il campione europeo Johann “Hans” Orsolics. Incontro epico, l’arcigno italiano di 165 cm contro l’austriaco oltre il metro e settanta. Atmosfera infuocata e assordante di fronte a 15 mila spettatori che per tutto il combattimento battono i piedi e fanno letteralmente tremare il palazzetto. Pur essendo considerato sfavorito, Arcari non mostra minimamente timore. Domina il match e picchia duro. L’arbitro è costretto a fermare l’incontro al 12º round per KOT, prima che Orsolics vada definitivamente al tappeto. Titolo europeo conquistato. È il combattimento della consacrazione, che lo rende un mito per i ragazzi italiani. Difende poi la cintura in quattro occasioni, vincendo sempre per KO.

Il 31 gennaio 1970 al Palazzetto dello Sport di Roma, Arcari combatte per il titolo mondiale contro il campione in carica, il filippino Pedro “the rugged” Adigue Jr, uno di quelli che colpisce senza remore, non curante dei regolamenti. L’incontro comincia male, alla terza ripresa Arcari incassa un gancio destro alla mascella e piega le gambe rischiando il KO. Una sassata che si fa sentire, ma da lì sembra scuotersi ed inizia ad affondare i colpi. Il match è arduo, tirato, di una cattiveria quasi brutale. Un’autentica battaglia. Al termine della dodicesima ripresa tutto è ancora in gioco. Così Arcari decide di chiudere la partita e dà il via a tre riprese leggendarie. Attacca mantenendo l’iniziativa in continuazione, ma Adigue non molla. Al quindicesimo round l’italiano assesta un preciso gancio sinistro al filippino, che però rimane ancora in piedi. Entrambi finiscono il match esausti, ma il verdetto è unanime: Arcari vince ai punti ed è il nuovo campione del mondo WBC.

Nei quattro anni seguenti difende il titolo per nove volte. Il suo avversario più tenace sarà un boxeur dal talento cristallino, il brasiliano Joao Henrique, contro il quale combatte in due occasioni.

Il 6 marzo 1971 a Roma si assiste al loro primo match. Un combattimento ad armi pari in cui Arcari vince ai punti. La rivincita arriva il 10 giugno 1972, al Palazzo dello Sport di Genova. Un evento attesissimo, seguito da 200 milioni di spettatori in mondovisione e che fa registrare uno share dell’87% in Italia. Un match duro tra due grandi pugili. Il brasiliano è sicuro di vincere, ma Bruno si è preparato al massimo. Tira le prime due riprese a tutta, carico oltremisura. Continua a sferrare pugni micidiali negli altri round fino a rompere la mascella a Joao, che oppone una stoica resistenza alla furia dell’italiano. Alla dodicesima ripresa Bruno gli rifila un colpo allo stomaco. Joao Henrique va giù, si rialza, ma fa segno di non voler proseguire. Arcari è ancora campione del mondo.

Lascia volontariamente il titolo da imbattuto la sera del 2 settembre 1974. Prosegue ancora tra i welter prima di abbandonare la carriera agonistica nel 1978. Si ritira a vita privata in Liguria, nella Riviera di Levante.

Un pugile concreto, senza alcuna concessione allo spettacolo e agli eccessi. Mancino spaccasassi, preciso nel portare i colpi alla figura. Intelligente nello studio minuzioso dell’avversario e con una inesauribile velocità dei movimenti. Per anni ha evitato la popolarità preferendo alle copertine patinate dei rotocalchi il sudore della palestra e il suono sordo dei sacchi scazzottati da due mani pesanti come macigni. Ha onorato l’antica e nobile disciplina del pugilato nei suoi valori di agonismo, forza e rispetto dell’avversario. Ha fatto della boxe la sua professione senza distrazioni, consapevole della fugacità dei successi e del valore del coraggio e del sacrificio.

Un uomo che ha fatto dell’umiltà la sua firma, dei pugni la sua vita. L’ultimo imbattibile del pugilato italiano: Bruno Arcari.

Gimondi contro Merckx, la rivincita dell’Eterno Secondo nell’Inferno del Montjuïc

Gimondi contro Merckx, la rivincita dell’Eterno Secondo nell’Inferno del Montjuïc

La bellezza dello sport risiede spesso nell’imprevidibilità del risultato. Più l’esito è sorprendente, più l’impresa è degna di essere ricordata. Ed è esattamente quello che accadde il 2 settembre 1973 a Barcellona, 46a edizione del Campionato del mondo di ciclismo su strada. Circuito del Montjuïc, 14,6 km da percorrere diciassette volte, per un totale di 248,6 km. La più incredibile vittoria di Felice Gimondi. Un grande campione che ebbe la sfortuna di incontrare sul percorso della sua carriera e sull’asfalto delle tappe il più forte ciclista di tutti i tempi, il Cannibale, Eddy Merckx.

Per tutti Gimondi era diventato l’eterno secondo. Tanti, troppi quei piazzamenti alle spalle del belga per un campione come lui. Sia nelle grandi corse a tappe (terzo al Giro d’Italia nel 1968, secondo nell’edizione del 1970 e secondo al Tour de France del 1972), sia nelle classiche (secondo alla Milano-Sanremo del 1971, secondo al Giro delle Fiandre del 1969, terzo al Giro di Lombardia nel 1972) e poi il secondo posto ai Mondiali del 1971. Un soprannome difficile da digerire per uno come Gimondi, già vincitore del Giro d’Italia nel 1967 e 1969, del Tour de France nel 1965 e della Vuelta a España nel 1968. Tuttavia, il 1973 sembrava scritto seguendo lo stesso, scontato copione. Giro d’Italia al belga e secondo posto per il nostro Felix de Mondi.

Rimaneva solo il Mondiale per il riscatto. Belgio, Italia e Spagna partono con il favore dei pronostici. Caldo torrido e 200.000 spettatori disseminati sul percorso. Al 4° giro, in discesa, una pietra scaraventata dall’attrito della ruota di un corridore colpisce il ginocchio sinistro di Merckx, che ricorre alle cure per medicare la piccola ferita. Nel frattempo scattano Martos e Agostinho con Polidori a ruota. Guadagnano 1’20’’ ma vengono poi recuperati al 6° giro. Così fino al 10° giro la situazione rimane stazionaria. Al 150° km, 11° giro, Merckx decide di rompere gli indugi e tenta la fuga. Immediatamente gli vanno dietro il connazionale Maertens, gli italiani Gimondi e Battaglin, gli spagnoli Perurena e Ocaña e l’olandese Zoetemelk. I sette fuggitivi transitano con 41’’ al traguardo e al passaggio successivo incrementano il vantaggio: 1’45’’ sul gruppo. Al 15° giro si registrano due attacchi del Cannibale. Attacchi che si fanno sentire e che fanno selezione tra i battistrada, dove rimangono solamente Gimondi, Ocaña e Maertens a tenere testa. I quattro accumulano un vantaggio di 1’43’’ su Perurena, Zoetemelk e Torres e di 2’34’’ su Battaglin, prossimo ad essere riassorbito dal gruppo. All’inizio dell’ultimo giro i fuggitivi sono ormai irraggiungibili. Ocaña tenta un ultimo allungo in salita. Viene ripreso. Si giocheranno la vittoria allo sprint finale.

Tutto sembra deciso. Il Cannibale, seppur appaia stanco, è il favorito d’obbligo, insieme al giovane velocista Maertens. Facile immaginare gioco di squadra e doppietta belga. Ocaña è esausto dopo l’ultimo scatto e Gimondi non è certo avvantaggiato da quell’arrivo e quei 31 anni che iniziano a pesare sulle gambe. La memoria va al Mondiale del 1971 a Mendrisio dove Merckx e Gimondi arrivarono al traguardo da soli e il belga ebbe nettamente la meglio in volata. Cronisti, spettatori e ascoltatori italiani sono in preda allo sconforto. Non c’è spazio per le illusioni, si spera nel bronzo. Gimondi però non si dà per vinto. Non tenta alcun allungo. Studia il Cannibale, che è più affaticato del solito. Occorre astuzia. Così Felice rimane lì, deciso a giocarsi il tutto per tutto allo sprint, con intelligenza tattica e una immensa forza di volontà. Una scelta coraggiosa, che ripagherà. Sul rettilineo finale Maertens anticipa lo scatto, partendo con troppo impeto per tirare la volata a Merckx, che però non riesce ad ingranare. Così Gimondi coglie l’attimo e si inserisce. Il traguardo sembra non giungere mai, ma il ciclista bergamasco resiste e mantiene la testa. Tardivo ed inutile il tentativo di Maertens di contrastarlo.

L’eterno secondo taglia il traguardo per primo. Alza il braccio a confermare che questa volta il campione è lui. Un’azione straordinaria. I tifosi italiani rimangono meravigliati, non credono alle proprie orecchie e ai propri occhi. Un’esultanza spontanea e una gioia carica di orgoglio percorrono tutta la Penisola. Fu la 103a vittoria della sua carriera, una rivincita immensa, il successo più inaspettato. La vittoria di un campione straordinario che trovò nelle difficoltà non una scusante ma l’occasione di scrivere imprese memorabili.

Mario Corso, il poeta maledetto del calcio italiano

Mario Corso, il poeta maledetto del calcio italiano

Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Pier Paolo Pasolini

La storia del calcio è come un grande dipinto su un campo d’erba, ricco di migliaia di personaggi. Alcuni riconoscibili, altri meno; ognuno con le proprie caratteristiche. Solcato da una caterva di atleti, podisti o poco più, battuto da una moltitudine di agonisti senza fantasia, si intravede nella miriade di calciatori buoni e di giocatori mediocri la luce dei veri artisti del pallone. Tra questi spunta un ragazzo un po’ così, svagato e dall’aria sorniona, pochi capelli, orecchie a sventola e voce roca. Non si fa fatica a definirlo poeta: Mariolino Corso.

Talento cristallino ed incompreso, genio assoluto sempre in discussione, insolente fino a far saltare i nervi, affinatore delle sue opere nei minimi dettagli, Mariolino, il poeta maledetto, ha scritto pagine di pura bellezza calcistica.

Nasce a San Michele Extra, quartiere di Verona, il 25 agosto 1941. Esordisce nell’Azzurra Verona, società del rione di San Giovanni in Valle, e ben presto passa tra le file dell’Audace. Il ragazzino non è che corra poi tanto ma ha una classe sublime e un piede sinistro divino. Su quei campetti di periferia il suo primo allenatore, Nereo Marini, ne intuisce il dono e lo costringe ad esercitarsi ogni giorno per ore sui calci piazzati alla fine delle sessioni di allenamento.

Nel 1957 l’Inter lo preleva nell’ambito dell’operazione da 9 milioni di lire che porta anche Guglielmoni, il giocatore ritenuto di maggior talento, e da Pozzo alla società meneghina. Per Corso primo contratto da professionista da 70 mila lire al mese.

Debutta in maglia nerazzurra a 16 anni e 322 giorni, siglando la seconda marcatura di Como Inter 0-3 di Coppa Italia, il 12 luglio 1958. Il 23 novembre dello stesso anno esordisce in Serie A in Inter-Sampdoria 5-1 e la settimana successiva segna in Bologna-Inter 2-2 la sua prima rete nel massimo campionato.

Lega indissolubilmente il suo nome ai colori nerazzurri dove milita dal 1957 al 1973. 502 presenze e 94 reti, quattro Scudetti (1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971), due Coppe dei Campioni (1963-1964, 1964-1965) e due Coppe Intercontinentali (1964, 1965), oltre a tre stagioni da capitano (1967-1970). È uno dei leggendari interpreti della Grande Inter di Helenio Herrera, dove gioca svariando tra il centrocampo e l’attacco, senza collocazione fissa. Lo si chiamerebbe poeta errante sebbene sovente lo si veda aspettare il pallone sul lato del campo come fosse in contemplazione. Porta il numero 11 sulle spalle ma non è un’ala, predilige accentrarsi partendo dalla destra per calciare con l’unico piede che utilizza: il sinistro. L’essenza di Corso è tutta nel suo piede sinistro, più precisamente è il piede sinistro di Dio, come dirà di lui la sera del 15 ottobre 1961 il CT avversario Mándi, dopo una doppietta (87’ e 90’) e una prestazione sontuosa in Israele-Italia 2-4. “Meglio un piede solo che due scarsi” afferma Mariolino durante le interviste.

Sua prerogativa sono quei calzettoni abbassati fino alle caviglie, in omaggio al suo idolo, Omar Sivori, al quale il talento di San Michele Extra fa tunnel non appena se lo trova davanti. Ma Corso è fatto così, irriverente, dal carattere forte e anarchico fuori e in campo, dove si aggira indisciplinato a scompaginare gli schemi di gioco. Definirlo risulta difficile, uno sforzo impossibile. Tutto e niente, attaccante esterno non proprio velocissimo, centrocampista di manovra a volte eccessivamente compassato e con scarsa propensione difensiva. Brera lo chiama participio passato del verbo correre per quel dinamismo a corrente alternata in cui a progressioni esaltanti fanno seguito lunghe camminate. E lui risponde a modo suo, con giocate imprevedibili, dribbling che spiazzano gli avversari e passaggi risolutivi per i compagni. Espressioni di un genio assoluto, in quanto libero da ogni limite o ruolo. È la palla che deve correre, non lui. Lui crea, ammalia, stupisce ne la Scala del calcio. Non è un calciatore da lavagna e posizione, lui è sregolatezza ed intuizione. Tanto indisciplinato nella tattica quanto ligio agli allenamenti dove affina le doti, primo ad arrivare, ultimo ad andarsene, perché il dono non basta. Occorre dedizione e lavoro.

Herrera, il comandante, dal carattere autoritario, non ama di certo quel ragazzo discontinuo e riservato ma carismatico, che nello spogliatoio ruggisce, permettendosi di interrompe le sue arringhe estatiche, e che si aggira in modo irritante nelle zone d’ombra del campo quando il sole è particolarmente forte. Alla fine di ogni campionato mette puntualmente il nome di Corso in cima alla sua lista di proscrizione. E Angelo Moratti puntualmente se lo tiene stretto, innamorato del suo genio, tutto estro e imprevidibilità.

Nella macchina perfetta della Grande Inter, Corso è Mandrake mago e illusionista, in grado di tirare fuori dal suo piede azioni impossibili. È il tocco di imprevidibilità capace di risolvere le situazioni di stallo. Come a Madrid il 26 settembre 1964 nello spareggio della Coppa Intercontinentale contro l’Independiente. Sotto il diluvio e in un Santiago Bernabeu totalmente a favore degli argentini, l’Inter resiste stoicamente agli assalti e alla superiorità fisica degli avversari. Mandrake gioca una gara incredibile, di grande sacrificio. Poi, ai supplementari al 110’, controlla la palla di petto su cross dal fondo di Peiró e la colpisce al volo di collo esterno, ovviamente, sinistro. Rete e prima Coppa Intercontinentale per l’Inter.

Il 12 maggio 1965, in un San Siro gremito in ogni ordine di posto per la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni, una delle sue magistrali punizioni a foglia morta, dalla proverbiale traiettoria ad effetto, la quale si alza sopra la barriera e scende in maniera imprevedibile e improvvisa, apre all’8’ la storica rimonta contro il Liverpool. Al 62’ esegue un passaggio filtrante di prima con l’esterno del sinistro per l’inserimento di Facchetti che sigla il 3-0. Beneamata in finale verso il secondo trionfo continentale consecutivo.

Il pezzo più pregiato della sua carriera è l’annata 1970-71 quando, partito Suarez, diviene il regista della squadra. Una stagione straordinaria, nella quale la continuità e la tecnica di Mariolino guidano l’Inter ad una entusiasmante rimonta sul Milan da -7 alla conquista dello scudetto. Prestazione da antologia nel decisivo derby di ritorno del 7 marzo 1971, di cui è l’assoluto protagonista. Al 12’ segna l’1-0 con una punizione dai 18 metri battuta a sorpresa ad aggirare la barriera che si insacca a fil di palo alla destra di Cudicini. Alla mezz’ora, vinto il contrasto con Rivera tra l’ovazione del pubblico, dà il via al contropiede per il definitivo 2-0 di Sandro Mazzola.

Una qualità sopraffina quella di Corso che purtroppo non si è potuta ammirare abbastanza in Nazionale. Solo 23 presenze e nessuna convocazione a Mondiali o Europei. Il 16 maggio 1962, dopo essere stato escluso per il Mondiale in Cile dal CT Giovanni Ferrari a seguito di un confronto a muso duro, durante un’amichevole di preparazione tra l’Inter e la selezione cecoslovacca, Mandrake è autore di un goal capolavoro. Tra l’applauso degli avversari e l’ammirazione del pubblico, Corso cerca con lo sguardo il CT nella tribuna di San Siro e gli dedica platealmente un inequivocabile gesto dell’ombrello. Scalpore, indignazione e addio alla maglia azzurra che da allora in poi diventerà sempre più irraggiungibile.

Un ostracismo favorito comunque dallo spirito ribelle del talento veronese, spesso in contrasto con i suoi allenatori, da Edmondo Fabbri a Heriberto Herrera.

Anche sul campo la sua grinta e il suo carattere forte sono sempre presenti, come nella famosa partita della lattina del  20 ottobre 1971 contro il Borussia Mönchengladbach, nella quale prende a calci l’arbitro Jef Dorpmans nel finale concitato. Riceve una squalifica di sei turni nonostante l’annullamento della gara.

L’esperienza da calciatore nerazzurro termina nel 1973, quando l’allora presidente della società milanese, Ivanoe Fraizzoli, richiama in panchina Helenio Herrera. Senza più la protezione di Moratti, Corso viene ceduto al Genoa. Ma i grandi artisti, è risaputo, non escono mai di scena in sordina, così nella partita contro l’Inter a Marassi, Mariolino mette a referto un goal di testa, un colpo di genio del poeta nei confronti del suo eterno amore nel modo più imprevedibile. Il tutto sotto gli occhi di Herrera.

Il periodo genovese ha storia breve a causa di un grave infortunio alla tibia che lo porta a ritirarsi nel 1975.

È la fine della carriera calcistica del poeta maledetto, di un artista del pallone senza eguali, libero e geniale come le sue giocate, in grado di estasiare con il suo estro intere generazioni: Mariolino Corso.

Gelindo Bordin e l’impresa impossibile di Seul 1988

Gelindo Bordin e l’impresa impossibile di Seul 1988

Ci sono imprese che rimangono indelebili nella memoria. Imprese che hanno fatto la storia dello sport. Una di queste è la prima medaglia d’oro olimpica italiana nella maratona. La maratona è tradizionalmente l’evento più atteso e sentito delle Olimpiadi. Gara podistica martoriante di 42,195 km pensata per rievocare la leggendaria corsa di Fidippide, che nel 490 a.C. si recò da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui Persiani. Ed ogni maratona moderna mantiene in fondo quella epicità, un’aura quasi sacrale, espressione di tutta la potenzialità della resistenza umana.

Prova sportiva della perenne battaglia contro i propri limiti al di là della percezione del dolore. Come per tutte le imprese epiche, in questa storia c’è il nome dell’eroe, il luogo e la data: Gelindo Bordin, Seul 1988. Bordin nasce a Longare (Vicenza) il 2 aprile 1959, si forma tra il sudore e il fango delle corse campestri. Nell’ottobre del 1984 esordisce nella maratona di Milano vincendola con il tempo di 2h13’20”. Dal 1985 viene allenato da Luciano Gigliotti. A Stoccarda, nel 1986, si laurea campione d’Europa battendo il favorito Orlando Pizzolato in una entusiasmante volata finale e conclude terzo i Mondiali di Roma del 1987, dopo aver raggiunto il gruppo dei battistrada al traguardo del 35° km. Imposta la preparazione atletica per le Olimpiadi del 1988 su ritmi di allenamento estenuanti, con carichi di lavoro che prevedono oltre 200 km a settimana. L’asfalto è il suo cibo quotidiano.

Poi arriva il grande giorno: domenica 2 ottobre 1988. Seul, Corea del Sud, atto conclusivo dei Giochi della XXIV Olimpiade. 118 atleti al via, caldo e umidità, pettorina 579 per Bordin che è tra i primi fin da subito. Dopo una momentanea crisi al 15° km Gelindo si rifà sotto, riportandosi nel gruppo di testa, e al 31° km inizia la selezione. A 7 km dall’arrivo sono rimasti in quattro. Il gibutiano Hussein Ahmed Salah e il keniano Douglas Wakiihuri aumentano l’andatura. Salah detta il passo ma Bordin è lì, si accoda seguendolo come un’ombra. Dalla sua espressione marmorea non traspare alcuna emozione, nessun timore. A 5 km dalla fine perde terreno il giapponese Takeyuki Nakayama, vincitore su quel percorso in due occasioni nel 1985 e 1986. Rimangono così in tre, il podio dei Mondiali di Roma dell’anno precedente: Bordin (bronzo e con un record personale di 2h10’54’’), Salah (argento e con un incredibile record di 2h07’07’’, ad appena 17 secondi dal primato mondiale) e Wakiihuri (oro e record di 2h11’48’’). Il sogno di vittoria per il corridore italiano sembra svanire al 38° km, quando gli africani lo staccano, accumulando qualche secondo di vantaggio. Ma allo scoccare del 40° km Bordin reagisce in maniera incredibile. Cambia passo e con uno scatto poderoso recupera Wakiihuri e si porta all’inseguimento di Salah. Stringe i denti e dà fondo ad ogni singola goccia di energia.

A 1,5 km dal traguardo Bordin bracca Salah che, esterrefatto ed impaurito, si volta in continuazione a controllare il proprio inseguitore. Gelindo lo supera e si invola verso il traguardo. Una rimonta incredibile, durata lo spazio di seicento metri, che lo consegnerà alla storia. All’entrata dello stadio il maratoneta vicentino sorride, sa di avere la vittoria in pugno. Negli ultimi cento metri saluta il pubblico e, tagliato il traguardo, si inginocchia e bacia la pista. Dopo 2h10’32’’ Fidippide è arrivato ad Atene ancora una volta e Bordin ne è la sua nuova incarnazione. Una vittoria indimenticabile, l’evento sportivo più importante della sua vita. 42 km di speranza, gioia ed orgoglio che hanno emozionato ed esaltato milioni di italiani in fervida attesa, a soffrire ed esultare insieme. Un sogno diventato realtà nella carriera di un atleta straordinario, uomo umile e agonista incredibile in grado di vincere, dopo quella meravigliosa Olimpiade, un secondo titolo europeo a Spalato e la maratona di Boston, entrambi nel 1990.