Mondiali 1966: quando la Pantera Nera Eusébio sbranò la Corea del Nord

Mondiali 1966: quando la Pantera Nera Eusébio sbranò la Corea del Nord

I Mondiali inglesi del 1966 sono entrati negli annali della storia del calcio nostrano per la vergognosa eliminazione della Nazionale contro la Corea del Nord, sconfitta per 1-0 tra le risate dei 18.000 spettatori dell’Ayresome Park di Middlesbrough. Decisivo il diagonale angolato di Pak Doo Ik al 42’. Valcareggi, allenatore in seconda, prima dell’incontro definisce i nordcoreani “una banda di Ridolini” e, si sa, le sconfitte sono ancora più umilianti quando si deride l’avversario che ci sconfiggerà.

Così i coreani superano il girone e gli azzurri tornano in Italia accolti dal lancio di pomodori della folla inferocita presente all’aeroporto di Genova. Ma non tutti sanno che anche la successiva partita del torneo tra gli sconosciuti coreani e i giovani portoghesi è entrata nelle antologie. Esattamente come una delle rimonte più straordinarie della storia dei mondiali. Nel segno della Pantera Nera, Eusébio.

Ore 15 del 23 luglio 1966 ha inizio al Goodison Park di Liverpool dinanzi agli oltre quarantamila spettatori il quarto di finale tra Portogallo e Corea del Nord. Atmosfera festante e grande curiosità verso le due squadre. Il Portogallo viene da tre vittorie nel gruppo eliminatorio contro l’Ungheria (3-1), la Bulgaria (3-0) e il Brasile di Pelé e Garrincha (3-1). Gioco offensivo e spettacolo. La Corea del Nord è la grande sorpresa ed incognita, in grado di attirare le simpatie del pubblico di Liverpool e di Middlesbrough che, ancora in preda al giubilo post figuraccia italiana, segue la nazionale dell’Estremo Oriente per fornirle sostegno anche a duecento chilometri di distanza.
L’incontro è spettacolare fin da subito. Al fischio d’inizio i coreani recuperano immediatamente palla, si portano in avanti e già al primo minuto il sinistro dal limite dell’area del centrocampista Pak Seung-Zin si piazza all’incrocio dei pali. 1-0, coreani in festa e pubblico in visibilio. Il Portogallo del commissario tecnico Otto Glória, ideologo del calcio offensivista al di là di ogni prudenza tattica, incomincia ad attaccare in maniera sconclusionata, lasciando grandi vuoti in difesa per i contrattacchi dei coreani. La partita si fa ancora più appassionante e i ribaltamenti sono continui.Tante le occasioni sprecate dai lusitani, mentre i coreani mostrano una efficacia cinica e al 22’ raddoppiano con il tap-in vincente di Lee Dong-Woon. Neanche il tempo di rifiatare ed ecco che al 25’ il destro di Yang Seung-Kook gonfia incredibilmente di nuovo la rete. 0-3, il Portogallo piomba all’inferno e le risate sugli spalti sono grasse e rumorose.

Ma ancora non si sono fatti i conti con il 24enne portoghese, nato in Mozambico e Pallone d’oro del 1965, Eusébio da Silva Ferreira. Da fenomeno prende sulle proprie spalle la nazionale e batte la carica per la rimonta. Con un guizzo felino segna il primo goal due minuti più tardi, al 27’. Va a recuperare la palla dal fondo della rete e la porta a centrocampo. È solo l’inizio del suo capolavoro. Prima della fine del tempo, altro attacco lusitano e rigore. Eusébio dal dischetto non perdona. Doppietta. Si va negli spogliatoi sul 3-2 ed i coreani discutono con la Pantera Nera. Un certo timore inizia a serpeggiare tra le maglie bianche degli asiatici. All’undicesimo minuto del secondo tempo altro passaggio filtrante per Eusébio che con una staffilata di destro manda la palla all’incrocio dei pali. Pareggio, 3-3. Il pubblico applaude il campione ma ha perso il sorriso. Il Portogallo è ora in totale controllo del match.
La Pantera Nera fa quello che vuole sul terreno di gioco. Solo una manciata di minuti dopo si invola sulla sinistra. È inarrestabile. Supera un avversario in velocità, poi ne dribbla un altro prima di essere falciato in area di rigore. Di nuovo penalty. Eusébio si rialza un po’ acciaccato, va sul dischetto e segna il suo quarto goal. È il 59’, 4-3, la rimonta è compiuta ed il pubblico è ammutolito.
La formazione coreana si disunisce mentre i lusitani gestiscono il match e al 80’ José Augusto insacca il quinto goal, su calcio d’angolo sempre di Eusébio. Il triplice fischio dell’arbitro israeliano Ashkenazi arriva a sancire la conclusione della storica rimonta.

Il Portogallo conquista così la semifinale di Wembley contro i padroni di casa dell’Inghilterra, che perderà poi 2-1, con doppietta di Bobby Charlton e altra rete di Eusébio vincitore della classifica marcatori del torneo, con 9 reti all’attivo. La Corea del Nord lascia il mondiale con un piazzamento storico e una prestazione memorabile. Ma quel Portogallo–Corea del Nord 5-3 rimarrà per sempre un match da antologia del calcio, uno dei capolavori più maestosi della Pantera Nera, fuoriclasse in grado di vincere le partite da solo.

Silvio Piola, il più grande marcatore italiano che non vinse mai lo scudetto

Silvio Piola, il più grande marcatore italiano che non vinse mai lo scudetto

Le pagine della storia del football, si sa, sono ricche di increspature, di grandi nomi che non sono riusciti a porre la propria firma sui trofei più ambiti. Silvio Piola è uno di questi. Massimo marcatore del calcio italiano di ogni tempo, 274 reti in Serie A (290 contando le 16 reti in Divisione Nazionale 1945-1946) e detentore di diversi record, non ebbe mai la gioia di vincere uno scudetto.

Nato a Robbio nel 1913, esordì in Seria A a 16 anni con la Pro Vercelli, il 16 febbraio 1930, contro il Bologna. La partita finì 2-2 e fu autore di un assist. In estate, segnò le prime due reti in amichevole contro il Red Star FC di Parigi. Tra i titolari per la stagione 1930-1931, siglò il suo primo goal ufficiale il 2 novembre 1930, contro la Lazio. Concluse la sua prima stagione con 13 reti all’attivo.

Nel 1931 stabilì tre record tuttora imbattuti, realizzando una doppietta e una tripletta a 17 anni e poi un poker a 18 anni, precisamente il 22 novembre 1931, in Alessandria-Pro Vercelli 4- 5. Questa partita gli valse l’onore delle cronache in quanto era la prima volta che un giocatore segnava 4 reti in un’unica gara fuori casa.

Nei campionati 1931-1932 e 1932-1933 mise a referto rispettivamente 12 e 11 reti, ottenendo le prime convocazioni in Nazionale B (esordio con doppietta a Novara il 2 aprile 1933 in Italia B- Svizzera B 5-0) e l’interessamento di diverse squadre di alta classifica. Nell’estate del 1933 la Pro Vercelli, oramai non più compagine di vertice, rifiutò di cederlo, arrivando allo scontro con il calciatore. Il compromesso si ottenne solo garantendo a Piola la cessione per l’anno successivo all’Ambrosiana-Inter, dove avrebbe fatto coppia con Meazza.

Il 29 ottobre 1933 segnò 6 reti nella vittoria della Pro contro la Fiorentina (7-2), concludendo quella stagione con 15 centri totali. Lasciata la società piemontese, l’attaccante andò alla Lazio per oltre 200mila lire, nonostante fosse fortemente restio ad accettare tale destinazione. La trattativa fu fortemente condizionata dai gerarchi del regime fascista che ne influenzarono l’esito scoraggiando le altre pretendenti, tra cui Ambrosiana-Inter, Torino e Napoli.

Esordì il 30 settembre con un goal in Lazio-Livorno 6-1. Nelle prime due stagioni l’ambiziosa Lazio deluse le aspettative, ottenendo solo un quinto e un settimo posto, nonostante le 21 reti (1934-1935) e le 19 reti (1935-1936) di Piola, che non fu convocato per i Mondiali del 1934. Il debutto in Nazionale maggiore avvenne nella partita valevole per la Coppa Internazionale 1933- 1935 del 24 marzo 1935 al Prater di Vienna contro il Wunderteam austriaco. Chiamato all’ultimo per sostituire l’infortunato Meazza, siglò le due reti decisive per la prima vittoria italiana in Austria.

Grazie ad ulteriori innesti di rilievo (Riccardi, Busani, Camolese e Costa) la Lazio entrò nel novero delle candidate allo scudetto 1936-1937. Pur laureandosi campione d’inverno chiuse il campionato seconda, dietro al Bologna. Piola, capitano della formazione capitolina, vinse per la prima volta il titolo di capocannoniere con 21 reti. Contribuì inoltre con 10 goal al secondo posto dei biancocelesti in Coppa dell’Europa Centrale, sconfitti in finale dagli ungheresi del Ferencvárosi TC sia a Budapest (4-2) sia a Roma (4-5).

Dalla stagione 1937-1938 la Lazio perse competitività e Piola, uno dei migliori giocatori nel vincente Mondiale del 1938 (5 reti) con la Nazionale italiana, andò incontro ad un drastico calo di rendimento in Seria A dovuto anche al suo arretramento a mezzala. L’attaccante passò così dai 15 goal della stagione 1937-1938 alle 9 reti sia nel campionato 1938-1939 che nel 1939-1940.

Il disastroso andamento del campionato 1940-1941 vide i biancocelesti invischiati in piena lotta retrocessione. L’apporto di Piola, con le sue 10 reti, tra cui la doppietta nell’epico derby del 16 marzo 1941 finito 2-0, fu decisivo ai fini della salvezza. Ripresa la vena realizzativa con 18 centri nella stagione 1941-1942, concluse la sua esperienza capitolina vincendo la classifica cannonieri per la seconda volta nel 1942-1943 (21 reti in 22 incontri).

Durante gli anni bui della Seconda guerra mondiale Piola tornò in Piemonte tra le file del Torino FIAT disputando il Campionato Alta Italia. Giocò insieme a Gabetto, Loik e Mazzola, con all’attivo 27 reti in 23 partite. Tuttavia, il titolo andò a sorpresa ai VV.FF. Spezia che vinsero lo scontro diretto 2-1. Chiesta alla Lazio la cessione definitiva, l’attaccante venne acquistato dalla Juventus con la quale disputò la Divisione Nazionale 1945-1946 e la Seria A 1946-1947. I bianconeri ottennero un terzo e un secondo posto dietro al Grande Torino e Piola perse le sue ultime possibilità di vincere il campionato.

Nel 1947 l’ormai trentaquattrenne attaccante si trasferì al Novara in Serie B, portando immediatamente la squadra alla promozione. Militò negli azzurri piemontesi per altre sei stagioni in Serie A, segnando complessivamente 70 reti. L’ultimo goal risale al 7 febbraio 1954, contro il Milan, mentre l’ultima partita disputata è Novara-Atalanta 0-4 del 7 marzo 1954.

Fu la fine della lunga carriera di un giocatore straordinario in grado di segnare con costanza disarmante in ogni modo, di destro, di sinistro, di testa, in fantastiche acrobazie, ma che ebbe sempre quel grande rimpianto di non aver mai vinto il tanto desiderato scudetto.

Lettonia-Lituania: quando i Titani Baltici del Basket si facevano la guerra per il dominio d’Europa

Lettonia-Lituania: quando i Titani Baltici del Basket si facevano la guerra per il dominio d’Europa

Le terre baltiche sono da sempre una delle patrie europee della pallacanestro. Questa è la storia di una delle più grandi rivalità del basket delle origini: Lettonia – Lituania, ovvero le nazionali campioni delle prime tre edizioni (1935, 1937, 1939) dell’EuroBasket.

Entrambe le nazionali hanno origine negli anni ‘20. Il 26 novembre 1923 viene fondata la Latvijas Basketbola Savienība, Federazione cestistica della Lettonia, e il 29 aprile del 1924 la nazionale di pallacanestro lettone (Latvijas basketbola izlase) disputa la prima partita internazionale: vittoria contro l’Estonia per 20-16. La Lettonia, fornita delle conoscenze d’oltreoceano da parte degli allenatori statunitensi della YMCA, risulta essere fin da subito una delle squadre più forti d’Europa, soprattutto rispetto ai rivali lituani. La nazionale lituana di basket (Lietuvos nacionalinė vyrų krepšinio rinktinė) disputa la partita d’esordio internazionale il 13 dicembre 1925 proprio contro i lettoni a Riga subendo una sonora sconfitta (20-41). È l’inizio del decennio di assoluto dominio lettone. Una serie ripetuta di vittorie contro i lituani nei diversi incontri (41-29,47-12 e addirittura l’umiliante 123-10).

Tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30 la pallacanestro in Lettonia risulta di gran lunga meglio organizzata che in Lituania. Difatti, nel 1932, la Lettonia è uno degli otto paesi firmatari dell’atto fondativo della FIBA, mentre la Lituania muove i primi passi nel percorso di miglioramento che ha una svolta decisiva nel 1934 con l’apertura del Palazzo della Cultura Fisica di Kaunas. Così, mentre nel 1935 la Lettonia partecipa al primo Campionato Europeo di basket, la Lituania promuove un congresso mondiale invitando i lituani da ogni parte del mondo a contribuire allo sviluppo culturale del Paese di origine nei diversi settori, anche a livello sportivo. Il Campionato Europeo FIBA 1935 viene organizzato a Ginevra, in Svizzera, come evento di prova per il primo torneo olimpico di basket che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Prendono parte dieci nazionali. La Lettonia lo vince sconfiggendo l’Ungheria nel turno eliminatorio (46-12), la Svizzera in semifinale (28-19) e la Spagna in finale (24-18). Nel 1936 la Lettonia partecipa ai Giochi Olimpici di Berlino. Considerata alla vigilia una delle favorite, esordisce nel torneo con una vittoria sull’Uruguay (20-17). Poi le sconfitte contro Canada (23-34) e Polonia (23-28) le precludono la strada alla fase a eliminazione diretta. Il fallimento berlinese segna l’inizio della sua parabola discendente.

Intanto nello stesso anno la Lituania diventa membro della FIBA e una delegazione di atleti lituano-americani arriva nel Paese dagli USA per partecipare al congresso mondiale di Kaunas. Juozas Zukas, Konstantinas Savickus e in seguito anche Frank Lubin (Pranas Lubinas), capitano di origine lituana della nazionale statunitense medaglia d’oro alle Olimpiadi, giungono per insegnare i segreti del basket e far parte della nazionale. Grazie soprattutto al lavoro di Lubinas e Zukas i lituani battono i lettoni per la prima volta, 35-27, nel novembre del 1936. Il 1937, anno della seconda edizione dell’EuroBasket, organizzato dai campioni in carica della Lettonia a Riga, si apre con una nuova sconfitta della Lituania in un match amichevole contro i vicini a febbraio. Un mese prima dell’inizio del Campionato Europeo, la stampa lettone pubblica un ampio articolo sull’ormai prossimo torneo considerando la Lituania la più debole di tutte ed otto le partecipanti. Il direttore del Palazzo della Cultura Fisica di Kaunas, Vytautas Augustauskas, su richiesta di Leonas Baltrūnas e del giornalista Jonas Narbutas, convoca dagli USA due ulteriori giocatori lituano-americani: Pranas Talzūnas e Feliksas Kriaučiūnas, quest’ultimo scelto anche come allenatore. Per mantenere segreto il processo di rafforzamento della squadra da parte degli atleti statunitensi, vengono annullati tutti i match di preparazione e si programmano lunghe sedute di allenamento a porte chiuse. La nazionale viene preparata tatticamente e fisicamente dalla scuola americana.

E gli sforzi ripagano: i lituani diventano Campioni d’Europa per la prima volta, sconfiggendo tutti i loro avversari e con Talzūnas MVP del torneo. Vittorie nel girone di qualificazione contro Italia (22-20), Estonia (20-15) e Egitto (21- 7), poi in semifinale contro la Polonia (31-25) e infine in finale nuovamente contro l’Italia per un punto (24-23). Campionato deludente, invece, per la Lettonia in piena fase calante, eliminata nel girone di qualificazione dove giunge terza alle spalle di Francia e Polonia. Conclude l’Europeo al sesto posto perdendo inoltre contro l’Estonia (19-41) l’incontro per la quinta posizione. L’apoteosi della rivalità arriva però nella terza edizione dell’EuroBasket, tenutasi nella prima arena dedicata alla pallacanestro in Europa, la Kaunas Sports Hall, in Lituania nel 1939. Girone unico da otto squadre. La Lituania, guidata da Lubinas giocatore-allenatore, vince tutti e sette gli incontri chiudendo il torneo con 14 punti e laureandosi ancora una volta Campione d’Europa. Secondo posto per la Lettonia con 12 punti e due sconfitte, entrambe per una sola
lunghezza contro la Lituania all’esordio (36-37, buzzer beater di Lubinas) e l’Estonia (25-26). Le proteste per l’andamento del finale di partita del match decisivo contro i lituani e lo sdegno provocato in Lettonia dal fatto che il team vincitore sia composto principalmente da lituanoamericani, con cinque giocatori nati in USA, portano all’interruzione delle relazioni sportive tra Lettonia e Lituania, con il successivo annullamento del torneo di calcio della Coppa del Baltico del 1939.
Ma di lì a poco purtroppo l’occupazione sovietica metterà fine all’indipendenza delle nazioni baltiche e ad una delle più accese rivalità della pallacanestro, unendo forzatamente sotto la stessa bandiera lettoni e lituani.

C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

C’era una volta l’U.S. Milanese, la terza forza di Milano

Questa è la storia dell’U.S. Milanese. Essa affiora dalle fotografie ingiallite del calcio italiano, quando la passione di audaci gentiluomini portò nel Bel Paese il gioco del football.

L’U.S. Milanese conobbe momenti di gloria e cocenti sconfitte nella sua breve ma intensa vita. Fu la prima squadra italiana a battere una formazione elvetica in trasferta (il Saint Gilloise), ma non vinse mai un campionato con la propria denominazione, sfiorando solo la grande impresa.

Fondata il 16 gennaio 1902 da Ambrogio Ferrario, Romolo Buni, Gilbert Marley con altri amici della loro compagnia al Caffè Verdi di Porta Nuova, a Milano, l’Unione Sportiva Milanese nacque come società polisportiva per competere in diverse discipline, in particolar modo nel ciclismo, nel quale Buni e Marley erano stati campioni, e nella ginnastica.

Nella primavera del 1904 venne istituita la sezione calcio su iniziativa di alcuni footballers fuoriusciti dalla Mediolanum, tra cui Umberto Meazza, e di alcuni calciatori del Milan, compresi Angeloni e Recalcati, campioni d’Italia con i rossoneri nel 1901.

La maglia era a scacchi bianconeri, con pantaloncini neri e calzettoni bianchi. In trasferta gli scacchi erano biancorossi. In virtù di questa scelta, controcorrente rispetto alla norma delle altre squadre, vennero chiamati gli scacchi.

L’affiliazione alla Federazione Italiana del Football (FIF), antesignana della FIGC, avvenne nel 1905. Nella prima categoria di quell’anno l’U.S.M. partecipò annoverando tra le sue fila diversi giocatori della ormai defunta SEF Mediolanum. All’esordio assoluto eliminò nel girone lombardo il Milan. Pareggio in trasferta (3-3) e vittoria storica in casa (7-6), sul campo di quella che era via Comasina 6, all’epoca nel comune di Affori. Garantitasi così la partecipazione al triangolare del girone nazionale con Juventus e Genoa, non andò oltre il terzo e ultimo posto con un pareggio e tre sconfitte nelle quattro gare disputate.

Nel 1906 e nel 1907 venne eliminata nel girone lombardo dal Milan in entrambe le occasioni. Ma quelli erano anni di grandi cambiamenti per il calcio italiano. Nel 1908 furono organizzati due campionati: uno Federale (aperto anche agli stranieri) e uno Italiano (riservato esclusivamente ai calciatori italiani). L’U.S. Milanese prese parte a quello Italiano, l’unico che fu poi ritenuto valido per l’assegnazione dello scudetto, partecipando al triangolare del girone nazionale con Pro Vercelli e Andrea Doria. Battuta la formazione ligure dell’Andrea Doria sia all’andata (5-1) sia al ritorno (2-1), risultò decisivo e fatale lo scontro diretto di ritorno contro la Pro Vercelli, dopo una andata conclusasi per 0-0. Nonostante l’U.S.M. giocasse in casa, perse 2-1, chiudendo il girone al secondo posto con 5 punti, ad una sola lunghezza dai piemontesi che si fregiarono del titolo di Campioni d’Italia per la prima volta.

Nel 1909 il parallelismo dei due Campionati Federale e Italiano fu mantenuto. L’U.S. Milanese partecipò ad entrambi. Il Campionato Federale 1909 (ritenuto successivamente l’unico valido per lo scudetto) si aprì per la prima volta alle formazioni del Veneto. Le vincitrici dei gironi regionali di Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto si affrontarono in una fase nazionale con semifinali e finale. La U.S. Milanese eliminò nel girone lombardo sia il Milan (3-1) che l’Inter (2-0). In semifinale non diede scampo al Venezia, battendolo 7-1 in trasferta e 11-2 a Milano. Lo scontro decisivo, e finale del campionato, fu ancora una volta contro la Pro Vercelli. L’epilogo fu lo stesso: la sconfitta. Perdendo 2-0 a Vercelli e pareggiando 2-2 in casa, permise alla Pro di laurearsi Campione d’Italia per la seconda volta consecutiva.

Nel Campionato Italiano dello stesso anno, poi disconosciuto dalla FIGC, gli scacchi sconfissero l’ACIVI di Vicenza battendolo 2-1 fuori casa e 8-0 in casa. Nella finale contro la Juventus, dopo il pareggio (1-1) a Torino, perse tra le mura amiche 2-1, lasciando ai bianconeri la Coppa Romolo Buni. Negli anni successivi tra alti e bassi restò costantemente la terza forza di Milano, dopo Milan e Inter, fino alla retrocessione in Seconda Divisione alla fine del campionato 1922-1923. La stagione seguente lottò per evitare l’infamia della Terza Divisione, salvandosi dopo una serie vittoriosa in tre spareggi salvezza contro Saronno (2-1), G.Grion (3-1) e infine Prato (2-2 a oltranza e partita ripetuta per sopraggiunta oscurità finita poi 4-0).

Al termine del campionato 1927-1928 la U.S. Milanese fu promossa d’ufficio in Divisione Nazionale con l’obiettivo di fonderla, per volontà del regime fascista, con l’Inter nella nuova Società Sportiva Ambrosiana, dalla maglia bianca con una croce rossa, simbolo di Milano.

Nella stagione 1929-1930 arrivò il primo scudetto dell’Ambrosiana (il terzo per l’Inter) e si tornò alla maglia nerazzurra. Però sul petto campeggiava uno stemma circolare a scacchi bianconeri, in ricordo della U.S.M. Con la vittoria del campionato e la presenza dello scudetto, sparì lo stemma circolare e gli scacchi vennero posti sul colletto della divisa. Il 1932 vide il cambio di denominazione della nuova società in Ambrosiana-Inter dopo la ricostituzione dell’U.S. Milanese, che rinacque solo come polisportiva senza la sezione calcistica, sciogliendo così la fusione forzata con l’Inter.

Nel 1945 l’U.S. Milanese, rinata anche calcisticamente, rifiutò l’invito a prendere parte al campionato misto di Serie B e riprese l’attività solo a livello locale (campionato milanese) ma alla fine della stagione 1945-1946 terminò l’attività ufficiale, sancendo il tramonto di una gloriosa, sfortunata e dimenticata società degli albori del calcio italiano

CSKA, Storia, Disciplina e Onore: viaggio nel mondo sportivo dell’Armata Rossa

CSKA, Storia, Disciplina e Onore: viaggio nel mondo sportivo dell’Armata Rossa

Čita, città di circa 340mila abitanti nella Siberia meridionale, in Russia. Capoluogo del territorio della Transbajkalia. Condizioni climatiche estreme con forti variazioni stagionali che oscillano dai -25°C ai -35°C a gennaio e salgono intono ai +30°C, con punte anche oltre i +35°C, a luglio. A circa 3km dal centro cittadino di “piazza Lenin” (площадь Ленина) sorge il centro sportivo del CSKA.

Il CSKA, “Club sportivo centrale dell’esercito” (ЦСКА Центральный Спортивный Клуб Армии), è una delle società polisportive più importanti e conosciute della Federazione Russa.

La società è stata creata nel febbraio del 1923, come “Campo sportivo militare sperimentale dimostrativo di Vsevobuch” (OPPV, ОППВ Опытно-показательной военно-спортивной площадке всевобуча) dall’amministrazione centrale di addestramento militare per i lavoratori, presso il Parco Sokolniki di Mosca. Basata sulla “Società amatoriale sciatori” (OLLS, ОЛЛС Общество любителей лыжного спорта) del 1901, la fondazione ufficiale viene fatta risalire al 29 aprile 1923, allorquando la squadra di calcio del club ha giocato la sua prima partita nel campionato della città di Mosca. Nel febbraio 1928 la società è stata inclusa nel “Club sportivo del comando centrale dell’Armata rossa” (CDKA, ЦДКА Спортивный клуб Центрального дома Красной Армии), come dipartimento di cultura fisica e sportiva. Nell’ottobre del 1953 tutti i centri sportivi del CDKA e dell’aviazione del distretto militare di Mosca vengono fatti transitare nel “Club sportivo centrale del Ministero della Difesa” (CSK MO, ЦСК МО Центральный спортивный клуб Министерства обороны). Nell’aprile del 1960 esso viene rinominato in modo definitivo in CSKA. Con la dissoluzione dell’URSS, il club ha assunto lo status di istituzione federale autonoma alle dipendenze del Ministero della Difesa russo, sebbene alcune delle divisioni sportive siano oggi private.

Il CSKA è storicamente attivo in numerosi sport. Ben 463 campioni olimpici per l’URSS prima e la Russia dopo, circa 11.000 campioni nei vari campionati sovietici e russi e 2.629 medaglie d’oro nei campionati europei e mondiali sono stati o sono tuttora suoi affiliati. Il club copre attualmente 56 sport, di cui 40 Olimpici, 9 non olimpici e 7 militari. Tra le sezioni della polisportiva più vincenti e note internazionalmente vi sono il PFK CSKA Mosca (calcio; 7 Campionati sovietici, 6 Campionati russi, 1 Coppa UEFA), il PHK CSKA Mosca (hockey su ghiaccio; 32 titoli dell’URSS, 20 Coppe dei Campioni), il PBK CSKA Mosca (basket; 24 Campionati sovietici, 23 Campionati russi, 4 Coppe dei Campioni, 3 Euroleghe) e il VK CSKA Mosca (pallavolo maschile; 25 campionati sovietici, 3 campionati russi, 13 Coppe dei Campioni). Dal 2011, dopo la riorganizzazione dell’esercito, la società ha ulteriormente ampliato la sua capillarità sul territorio. Con sede centrale a Mosca, conta altri 27 distaccamenti presenti in tutta la Russia, da Gelendžik, sul mar Nero, a Viljučinsk, in Kamčatka sull’Oceano Pacifico. Uno di questi centri si trova proprio a Čita. Qui, nel maggio del 1950, la Direzione dello Stato Maggiore dell’esercito ha costituito il “Club sportivo dell’esercito del distretto militare della Transbajkalia”. Quattro anni dopo, nell’ottobre del 1954, è stato inaugurato lo stadio ZabVO (ЗабВО), oggi SibVO (СибВО), dove il CSKA di Čita, ha sede fin da allora.

L’ingresso del centro sportivo è di chiara impronta sovietica, installazione a rappresentare il progresso militare nella strada antistante e colonnato con due statue laterali, un pugile e un discobolo, simboli ideali della forza e della storia della cultura sportiva. All’interno, i diversi percorsi conducono agli edifici principali del complesso. Poco spazio alle decorazioni, si bada alla sostanza. Si percorre la via in onore dei gradi sportivi della regione e si giunge allo stadio SibVO. Esso è destinato principalmente al calcio, ma in inverno viene adibito a pista di pattinaggio e campo di bandy. Attorno, piste di atletica, una postazione per il tiro con l’arco, un campo da calcio di riserva e il campo da tennis. Diversi, poi, gli impianti sportivi indoor: piscina, sala per le arti marziali, palestra e campo di futsal. Sul perimetro del centro sorge un edificio di quattro piani, un tempo caserma, ora sede degli uffici del centro sportivo.

Un luogo a poca distanza dalla foresta siberiana dove lavoro e fatica sono le uniche parole d’ordine, il sudore l’unico ornamento. Poco importa se si è a -35°C o a +40°C, nei centri del CSKA si temprano atleti. In Russia, dove la competizione sportiva scorre nelle vene del popolo.