La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

Fiancheggiando in questo periodo il Cremlino in piazza Manežnaja, a 5 minuti dalla celebre piazza Rossa, si percorre metaforicamente la strada dei prossimi Mondiali: una pedana che si snoda lungo le rappresentazioni delle diverse città ospitanti. Ma proprio qui, nel cuore della Russia, il calcio, che ora viene atteso con crescente entusiasmo, ha giocato una partita decisiva.

Il futbol russo ha una storia contrastata. In epoca zarista è uno sport elitario. Snobbato dai nobili e non accessibile ai poveri, è prerogativa dei giovani borghesi. Sarà la Rivoluzione a favorirne la diffusione. Gli impianti sportivi, un tempo circoli esclusivi, vengono nazionalizzati diventando pertanto associazioni aperte a tutti. Negli anni ’20 ci si inizia ad interrogare sul valore politico dello sport nell’ideologia socialista. Il calcio è ormai popolare tra la gente comune, ma non è particolarmente apprezzato dalla classe dirigente che lo reputa diseducativo, borghese e straniero. Dopo il vano tentativo di riformarlo, il successo inarrestabile degli anni ’30 richiede una soluzione definitiva. Così è Iosif Stalin in persona a dover deciderne le sorti.



È il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica. Introdotta nel 1931, consiste in una imponente serie di parate nelle maggiori città dell’URSS in cui le organizzazioni sportive danno prova di abilità e vigore. Una dimostrazione di forza e disciplina sovietica a livello nazionale e internazionale. La  cultura  fisica  va  ben  oltre  il  puro  esercizio, copre  questioni di  integrità e benessere  sociale,  spaziando  dalla  difesa  della  Patria  all’occupazione  lavorativa, dall’emancipazione al successo sportivo.

Sulla piazza Rossa di Mosca sfilano per rendere onore a Stalin, che osserva dall’alto del Mavzolej Lenina, i  più grandi atleti del Paese. Tra le associazioni presenti vi sono  anche  Spartak  e Dinamo. Società di calcio profondamente diverse, a partire dalle proprietà. Lo Spartak è la squadra del proletariato, finanziata dal sindacato Promkooperatsiia, mentre la Dinamo è controllata dal Commissariato del popolo per gli affari interni, il NKVD.

È il giorno in cui Stalin assisterà per la prima volta ad un incontro di calcio. L’audace idea è opera di Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol. Sostenitore di Nikolai Starostin, fondatore dello Spartak, è il patrono del club all’interno del Partito comunista sovietico. Lavrentij Berija, il presidente  onorario  della  Dinamo  e  capo  dei  servizi  segreti,  mosso  da  astio  personale  nei confronti dei fratelli Starostin,  si oppone. La Dinamo non  giocherà, come d’altronde le altre squadre. Troppo rischioso. Allora si opta per una soluzione alternativa: lo Spartak Mosca scenderà in campo in un match tra titolari e riserve.

Tutto è pronto. Kosarev prende posto vicino a Stalin, con un fazzoletto bianco che sventolerà al minimo cenno di noia del leader. La pavimentazione della piazza Rossa viene coperta da un gigantesco manto verde delle dimensioni di un campo da calcio, 12.000 m2  di feltro confezionato dagli operai tessili nei giorni precedenti. A bordo campo dieci mila persone. Un colpo d’occhio impressionante. Ai lati, le mura del Cremlino e la facciata del centro commerciale GUM decorata per l’occasione. Nelle curve, in lontananza, la magnificenza della Cattedrale di San Basilio e la maestosità del Museo statale di storia.

Partita di 30 minuti con due tempi da un quarto d’ora ciascuno. L’incontro è più una rappresentazione ideale della bellezza del calcio che una vera partita. Ci si gioca il futuro e non si può  rischiare di fallire.  L’intero evento viene supervisionato come un  avvincente spettacolo teatrale in una cornice unica. E Stalin apprezza, tanto da far protrarre il match per un totale di circa

43 minuti. Puro e sano agonismo, gioco entusiasmante e risultato combattuto: 4-3 per la prima squadra. Un autentico successo per il movimento calcistico in generale e per lo Spartak in modo particolare.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1936, la Dinamo ottiene però la sua vendetta sconfiggendo 1-0 lo Spartak nella scontro decisivo che le garantisce il titolo della группа «А» di primavera, prima edizione del massimo campionato sovietico.

Sono le origini della storica rivalità tra le due compagini, nata nel cuore della capitale lo stesso giorno della sopravvivenza del calcio in Russia.

Mikuni World Stadium Kitakyūshū: come l’Italia dovrebbe prendere esempio dal Giappone

Mikuni World Stadium Kitakyūshū: come l’Italia dovrebbe prendere esempio dal Giappone

Kitakyūshū (北九州市), città di quasi un milione di abitanti della prefettura di Fukuoka, nell’isola di Kyūshū, nel Giappone sud-occidentale. Ha ottenuto lo status di “città designata per ordinanza governativa” il 1º aprile 1963, accorpando le municipalità di Kokura, Moji, Tabata, Wakamatsu e Yahata.

La squadra di calcio locale, il Giravanz Kitakyūshū (ギラヴァンツ北九州), il cui nome è l’unione delle due parole italiane “girasole” e “avanzare”, milita nella J3 League, la terza divisione del campionato nipponico. Il club, fondato nel 1947, ha trascorso la sua storia tra l’anonimato delle leghe minori.

Il tutto farebbe pensare a una situazione irrilevante nel panorama calcistico, se non fosse per il nuovo stadio di questa sconosciuta società giapponese: il Mikuni World Stadium Kitakyūshū ( ミク ニワールドスタジアム北九州), fulgido esempio del piano di sviluppo degli impianti sportivi nel Paese del Sol Levante.

Collocato nella zona portuale del centro amministrativo di Kokurakita-ku accanto al Centro Conferenze Internazionale e a solo 2 km sia dall’incantevole Castello di Kokura degli inizi del XVII secolo, che dall’ultramoderno centro commerciale Riverwalk Kitakyūshū al di là del fiume Murasaki, è uno dei tasselli più importanti nella politica di rinnovamento cittadino incominciata nel 2003.

Il piano per un nuovo stadio risale al 2010, quando il Giravanz approda per la prima volta in J2 League. Il progetto iniziale prevede una capacità di 10.000 posti, incrementata successivamente agli attuali 15.066, con la possibilità di aggiungerne ulteriori 5.000 nel caso di un eventuale futuro in J1 League. Dopo aver vagliato tre possibili posizioni per l’impianto, si è deciso di costruire lo stadio sul sito di un ex parcheggio con lo scopo di riqualificare una zona portuale sostanzialmente vuota. Location scelta non solo per la sua particolarità scenica, essendo un tratto di lungomare, ma soprattutto in considerazione della accessibilità vantaggiosa e del valore aggiunto per l’intera città. È a 10 minuti dalla stazione centrale di Kokura, ampliata e rimodellata già alla fine degli anni ’90, punto di transito dell’alta velocità Sanyō Shinkansen e con un bacino di 120.000 utenti giornalieri. In virtù di ciò sono stati destinati solo un centinaio di posti per i veicoli all’esterno dello stadio.

Le tribune con gradinate strette e ripide, soprattutto nel livello superiore, e la limitata distanza dal rettangolo di gioco (8 metri) rendono l’impianto un catino accogliente e caloroso. Avendo la tribuna est molto bassa e a pochi metri dall’acqua, gli spettatori degli altri lati potranno anche ammirare il panorama dello stretto di Kanmon. I tifosi del Giravanz hanno poi una sezione completamente dedicata nel primo anello della tribuna sud. Gli accessi sono costituiti da un sistema di rampe: ingressi principali sui lati sud e ovest per i tifosi di casa e sul lato nord per i supporters in trasferta.

Un ampio tratto pedonale circonda l’impianto, compresa la particolare camminata nel lato est, talmente vicina alle acque che per la completa edificazione all’interno dell’area dell’ex parcheggio è stata modificata la carreggiata della strada sul lato opposto. Lo stadio, basato sugli ultimi ritrovati antisismici, è progettato inoltre per resistere a forti raffiche di vento. La copertura della tribuna ovest è dotata di pannelli fotovoltaici e l’utilizzo dell’illuminazione a LED consente una significativa riduzione del consumo energetico.

I lavori per la costruzione sono iniziati nell’aprile del 2015 e si sono conclusi a marzo 2017. Tre dei circa 11,5 miliardi di yen di budget sono arrivati dal “toto”, la lotteria sportiva giapponese gestita dal Japan Sport Council. Il restante finanziamento è stato in gran parte opera di numerose società private nell’area di Fukuoka. I diritti di denominazione appartengono a MIKUNI co., Ltd., società di compravendita e gestione immobiliare, sussidiaria di World Holdings Co., Ltd., che versa 30 milioni di yen all’anno.

Lo stadio viene inaugurato il 18 febbraio 2017, con il Japan Rugby Dream Match. Incontro di beneficenza tra i Sunwolves, franchigia giapponese del Super Rugby, e la Top League All Stars, formazione composta da alcuni dei migliori giocatori nipponici. Il primo incontro di calcio è del 12 marzo 2017, turno iniziale della stagione di terza divisione tra Giravanz e Blaublitz Akita.

Il 21 e 22 aprile 2018 il Mikuni World Stadium ospiterà le World Rugby Sevens Series femminili. Si prevede che sarà utilizzato come centro di allenamento durante la Coppa del Mondo di rugby 2019 e per le Olimpiadi di Tokyo 2020.

La J League sta attualmente incoraggiando i club professionistici di tutti i livelli e le amministrazioni locali a costruire sedi sempre migliori, consapevole del fatto che lo stadio non è solo un luogo di fruizione dello sport ma un vero e proprio strumento in grado di rivitalizzare la società.

Diverse città, tra cui Akita, Kōfu, Nagasaki, Nagoya, Sagamihara e Yokohama, stanno considerando la possibilità di edificare nuovi impianti, sulla falsariga di Kitakyūshū. Essi garantirebbero, nella visione della lega, benefici di ampia portata alle comunità: creazione di nuovi posti di lavoro, aumento dei consumi e incentivo all’uso dei trasporti pubblici. Inoltre, sarebbero un fattore aggregativo decisivo, in grado di unire la cittadinanza in spazi condivisi e di riqualificare i quartieri urbani.

Un piano a livello nazionale alla costante ricerca di soluzioni innovative e moderne per lo sviluppo sociale sostenibile con un solo obiettivo: la felicita del Giappone

Inter – Liverpool, quando l’epica rimonta si giocò anche sugli spalti

Inter – Liverpool, quando l’epica rimonta si giocò anche sugli spalti

L’etimo delle parole rivela l’essenza del significato. E il sostantivo “tifo” deriva dal greco phos, “febbre”. Indica una passione assoluta. Quella identificazione irrazionale con i colori, la storia e l’identità della propria squadra. Un distillato di fatalismo e fanatismo in novanta minuti tra amore e sofferenza, menzogna e gioia. Chiunque sia mai entrato in uno stadio conosce l’importanza del tifo, in quanto elemento costitutivo dello spettacolo del calcio.

Siamo nel maggio del 1965, semifinali di Coppa dei Campioni. La sorte ha messo di fronte il Liverpool, alla sua prima partecipazione, e i detentori del titolo dell’Inter. Andata il 4 maggio in Inghilterra, ritorno il 12 in Italia.



La città del Merseyside vive un lungo periodo di crisi. Fabbriche chiuse, porto in declino e disoccupazione dilagante. Solo due grandi passioni: musica e calcio, ovvero Beatles e Liverpool F.C., società che vive una rinascita dopo anni bui. L’allenatore scozzese Bill Shankly prende la squadra nel 1959. In tre stagioni riporta i Reds in Prima Divisione e nel 1963-1964, dopo diciassette anni, conquista il sesto titolo di campione d’Inghilterra. Il Primo maggio 1965 arriva la prima FA Cup, a Wembley, davanti a 100mila spettatori. 2-1 ai supplementari al Leeds United. I tifosi del Liverpool giunti fino a Londra intonano You’ll Never Walk Alone, a sottolineare una fedeltà assoluta, che dal 1964 riecheggia nella Kop, la curva del tifo più acceso di Anfield.

Dall’altra parte ad attenderli c’è la Grande Inter, guidata dal Mago Helenio Herrera, campione d’Europa e del mondo in carica. Semplicemente la squadra più forte.

È il 4 maggio, Anfield Road. Negli occhi dei supporters dei Reds è ancora viva l’impresa di tre giorni prima. Le cronache parlano di 54.082 spettatori in uno stadio gremito letteralmente in ogni ordine di posto. I cancelli aprono alle 15, ben 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita, fissato per le 19.30. Ma già alle 18 si registra il quasi del tutto esaurito. L’impressione è quella di una immensa marea umana pronta a riversarsi sul campo da un momento all’altro. Non ci sono protezioni o barriere, si gioca con le grida dei tifosi a distanza ravvicinata. I tifosi dell’Inter, giunti al seguito della squadra, rimangono attoniti di fronte a un tale spettacolo. Anche i giocatori nerazzurri, seppur campioni navigati, sentono una pressione mai provata. In quella che tuttora è considerata da molti supporters del Liverpool come la notte più bella della gloriosa storia di Anfield l’Inter, uscita dal tunnel, viene accolta con un ruggito tremendo dalla Kop. La partita è a senso unico. Al 4′ Hunt porta in vantaggio i Reds. Ad ogni singola azione il pubblico esplode in boati terrificanti. Un senso claustrofobico accerchia l’undici nerazzurro. Dopo l’illusorio 1-1 di Mazzola al 10′, il Liverpool domina e al 34′ arriva il 2-1 di Callaghan. Sugli spalti i cori sono senza sosta. Goal annullato ai Reds e tentativo di invasione sventato.

La pressione sul volto degli interisti si fa evidente. Nel secondo tempo dalle gradinate cresce l’invocazione del centravanti Ian St. John, The Saint, chiamato con il coro When the Saints go marching in. La risposta non si fa attendere molto, al 75′ arriva il suo definitivo 3-1. Sul finire della partita il pubblico scoppia in un fragoroso Go back to Italy. Insulti, derisione e disprezzo si riversano sugli italiani. I “suonatori di mandolino” devono tornarsene a casa: Anfield canta Go home Italians sulle note di Santa Lucia. Il grido di battaglia Ee-aye-addio, che aveva accompagnato il successo in FA Cup, segna la conclusione anche di questa storica impresa. I campioni del mondo sono stati sconfitti e umiliati. I tifosi della Beneamata escono dai cancelli a testa bassa, disciplinati e ordinati come lo sono stati per tutti i novanta minuti. In testa il frastuono e il desiderio di vendetta, non solo sul campo ma anche sugli spalti, dove il tifo della Kop si è rivelato un sostegno determinante per la squadra inglese.

Il ritorno sarà più di una partita di calcio tra Inter e Liverpool. È ormai una sfida tra città, capitali europee del tifo di quegli anni. È una battaglia tra popoli: gli inglesi, inventori del calcio, e gli italiani, dominatori del pallone.

Una settimana separa la disfatta dall’appuntamento con la storia. Herrera, rimasto impressionato in prima persona da Anfield, esorta i suoi tifosi ad una simile prova di fedeltà e fervore e chiama alle armi per la “partita dell’orgoglio”. Ha inizio la campagna “Grida per l’Inter” in cui ci si prepara ad un tifo ininterrotto, caloroso ed esplosivo. Lo scontro diventa totale e viene attuata una azione di discredito dell’immagine del Liverpool: i tifosi inglesi sono etichettati come dei “selvaggi ubriaconi” e i giocatori come dei “dopati”. La risata di reazione dei Reds all’arrivo a Linate nei confronti di una manifestazione di alcuni sostenitori dell’Inter non farà che caricare oltremisura l’ambiente, tanto da richiedere l’intervento del vicepresidente Peppino Prisco per calmare gli animi in vista del match.

Herrera è convinto di vincere, come Shankly è d’altronde sicuro di passare il turno. Il tecnico scozzese rincara però la dose screditando il gioco dell’Inter e sminuendo il tifo di San Siro. I Reds non saranno certo intimoriti dal tifo milanese avendo i supporters più caldi d’Inghilterra ed essendo usciti trionfatori dalla cathedral of football di Wembley. Ma la sera del 12 maggio la Scala del calcio è uno spettacolo di indicibile bellezza. Un catino che ribolle già da due ore prima del fischio di inizio.

Al momento dell’ispezione del campo, gli inesperti giocatori del Liverpool si presentano in abiti civili con le mani in tasca. Pochi secondi e ogni granello di sicurezza viene spazzato via dal rumore dello stadio. Alzato lo sguardo, la notte non ha più cielo. San Siro è una autentica bolgia tinta di nerazzurro. 90.000 spettatori, di cui 76.601 paganti per un incasso record di più di 162 milioni di lire, sembrano essere un’orda infinita di voci nascoste nelle tenebre della caligine creata dai fuochi d’artificio e dai razzi esplosi a intervalli regolari. Lo stadio è senza confini, il tifo è assordante. Gli unici volti visibili in quegli abissi sono carichi d’odio e ringhiano al di là delle inferiate a bordo campo. All’ingresso delle squadre le scintille dei fuochi d’artificio piovono sui giocatori. Razzi e fumogeni esplodono ovunque, sul campo come sulle gradinate. Enormi nuvole di fumo di diversi colori si sollevano e da ogni dove squillano trombe e sirene. I 90mila scandiscono a ritmo cadenzato “In-Ter, In-Ter”. È il segnale, sono le 21.15, si aprono le porte dell’inferno. Il Liverpool è disorientato e atterrito. Bastano nove minuti per annullare lo svantaggio iniziale. All’8′, una punizione “a foglia morta” di Mariolino Corso porta i nerazzurri in vantaggio e dopo solo un minuto Peiró sigla il 2-0 con un goal di rapina. I Reds provano a reagire ma i fischi ad ogni singolo pallone toccato sono incessanti.

Nel secondo tempo la Beneamata, spinta dai fragorosi cori di San Siro, riprende a giocare con più decisione. Al 62′, a conclusione di una azione da antologia, il tiro di Facchetti trafigge la rete: 3-0. Lo stadio scarica tutta la tensione accumulata in  uno spettacolo quasi terrificante che esplode in un tonante suono di urla, trombe e petardi. Al fischio finale si scatena il pandemonio e i falò sulle gradinate segnano l’approdo in finale in una esibizione di isteria di massa. L’impresa è compiuta, certo, ma bisogna ancora accompagnare gli inglesi verso la strada di casa nel modo giusto e così partono a sorpresa le note di When the Saints go marching in.

«Arrivati a San Siro consegnai allo speaker dello stadio un 33 giri: “When the Saints go marching in” di Louis Armstrong, l’avevamo nelle orecchie dall’andata. Gli dissi di farlo suonare alla fine, dopo la nostra vittoria. “Uè Mazzola, ma te se matt” mi rispose lui. Non ero matto, ci credevo. E non ho più rivisto quel disco». (Sandro Mazzola)

 

Mondiali 2018: Siberia, la Russia che (purtroppo) non vedremo

Mondiali 2018: Siberia, la Russia che (purtroppo) non vedremo

I Mondiali 2018 daranno alla Russia la grande opportunità di attrarre tifosi e turisti da tutto il mondo. Una vetrina unica e sfarzosa, in grado di mettere in mostra l’ospitalità del popolo russo e la fortissima passione calcistica che attraversa tutta la nazione. Un’opportunità anche per cancellare la macchia delle violenze di alcuni facinorosi agli ultimi Europei.

Purtroppo, vi sarà un’assenza di rilievo all’evento: la Siberia. La vasta regione, che occupa i tre quarti del territorio russo, infatti non ospiterà alcuna partita. Evento che avrebbe potuto aiutare a valorizzare l’immenso patrimonio di questa terra, fornendo nuove possibilità di crescita ad una regione in stagnazione economica da un lungo periodo. Un’occasione persa per diverse ragioni. È mancata una soluzione, nonostante i ripetuti tentativi statali di pubblicizzare e attrarre capitali, che sarebbero stati sicuramente favoriti dallo snellimento burocratico sul rilascio dei visti, predisposto per Confederations Cup e Coppa del Mondo.

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Saranno così 11 le città (12 gli stadi, 6 dei quali completamente nuovi) che ospiteranno le partite: Mosca, San Pietroburgo, Kaliningrad, Nižnij Novgorod, Kazan’, Samara, Volgograd, Saransk, Soči, Rostov sul Don e Ekaterinburg.

Tutte nella Russia europea, ad eccezione di Ekaterinburg, quarta città per abitanti, nel Circondario federale degli Urali, a 40 km dal confine tra Europa ed Asia. Per cultura e pronuncia, storica città di confine, non ancora Siberia, non più Europa.



Questi mondiali ci mostreranno la grandezza e la potenza di Mosca, la magnificenza di San Pietroburgo e la modernità nella bellezza della natura di Soči, ma mancheranno i migliaia di chilometri delle terre che si estendono ad est. Terre solcate dalla storia, dai passi di esploratori e prigionieri. Terre origine di quella Russia che immaginiamo ma che rimarranno fotografie senza realtà. Si è venuto incontro alle nazionali e ai tifosi, al fine di evitare lunghi spostamenti. La Russia copre 11 fusi orari e gran parte delle città siberiane sono collegate a Mosca tramite due sole tratte aeree giornaliere. Inoltre, ferrovie e autostrade sono sì capillari ma ancora a lenta percorrenza.

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Diverse le città siberiane che avrebbero potuto ospitare gli incontri: Novosibirsk, la più popolata della regione e la terza in Russia con quasi un milione e mezzo di abitanti, Vladivostok, trafficato porto affacciato sull’Oceano Pacifico, e poi Tomsk, Kemerovo e Krasnoyarsk.

Novosibirsk, Vladivostok e Tomsk sono anche in possesso di una, per quanto limitata, storia calcistica con squadre che hanno partecipato alla Prem’er-Liga, la massima divisione del campionato russo di calcio: rispettivamente con Futbol’nyj Klub Sibir’ (1 volta), Futbol’nyj Klub Luč-Ėnergija (4 volte) e Futbol’nyj Klub Tom’ (9 volte), dal 1992 ad oggi.

Città afflitte, tuttavia, da problemi di trasporto e mancanza di infrastrutture, collegate perlopiù dalla leggendaria Transiberiana e dalla parallela autostrada. Lo Spartak Stadium di Novosibirsk, il Trud Stadium di Tomsk e il Dinamo Stadium di Vladivostok hanno una bassa capienza di spettatori (10000 – 12500) e non vanno oltre la categoria 1B (due stelle Uefa per lo Spartak Stadium). Gli unici impianti con una discreta capienza (22500 – 30000 spettatori), e sui quali la Russia ha puntato per altri eventi sportivi, sono lo Stadio Centrale di Krasnoyarsk, in cui si sono disputati alcuni match della nazionale russa di rugby e dove si terranno le Universiadi invernali del 2019, e il Khimik Stadium di Kemerovo, utilizzato per il Campionato del mondo di bandy del 2007. Nessuna possibilità in ogni caso per la FIFA World Cup 2018.

Ciononostante, il movimento calcistico siberiano è attualmente in rapida crescita, limando anno dopo anno la popolarità dei tradizionali hockey e bandy. Oggi il futbol (Футбол) è il passatempo della maggior parte dei ragazzi ed è in forte ascesa anche tra le ragazze. Nei numerosi campetti di ghiaia, circondati da ghiaccio e neve per otto mesi all’anno e copertoni colorati, nei cortili delle zone residenziali al confine con la taiga o sui campi sintetici dei centri sportivi in inverno, migliaia di giovani calciatori indossano le magliette delle più famose squadre europee, che possono e potranno solo continuare a seguire in televisione su Match! TV.

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La passione dei siberiani non è stata sufficiente e i costi eccessivi uniti ad insormontabili problemi di logistica hanno presto spento le speranze di ospitare una partita di Coppa del Mondo nella loro terra. Una sconfitta per tutti, anche per noi, che non alzeremo lo sguardo al di là degli Urali: non vedremo Čita, la piccola San Pietroburgo, Irkutsk e lo splendore del Lago Bajkal o Tomsk, dalle tradizionali abitazioni in legno del XIX secolo, che fanno di molte città della Siberia un luogo nascosto ancora tutto da scoprire.

Una grande occasione persa per il calcio che conta di farsi veicolo di apertura per cultura e conoscenza.

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.



Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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