Fulvio Bernardini: il maestro di sport troppo forte per tutti

Fulvio Bernardini: il maestro di sport troppo forte per tutti

Calciatore, allenatore di club, ct della Nazionale italiana, dirigente sportivo, Presidente della Assoallenatori e giornalista. Fulvio Bernardini ha vissuto il calcio a 360°, in tutte le sue sfaccettature, ne ha apprezzato le contraddizioni e ha contribuito ad elevarlo come opera d’arte.

Non posso convocarla, lei ha una concezione troppo superiore del calcio rispetto ai suoi compagni. Dovrei chiederle di giocare meno bene”, così il Ct della Nazionale italiana Vittorio Pozzo gli giustifica l’esclusione, al tempo clamorosa, dalla rosa dei convocati nel Mondiale del 1934. Un campione, un esteta del football che ha vestito senza imbarazzo le maglie di Lazio e Roma con la parentesi Inter e Mater. Inizia da portiere nella squadra biancoceleste, per poi trasformarsi in attaccante e consacrarsi, alla fine, come centromediano, una duttilità di gioco che non fa che confermare la sua totale simbiosi con il gioco e un’intelligenza calcistica che raramente ha conosciuto eguali. Dino Viola, presidente giallorosso, gli intitola il centro sportivo di Trigoria, sempre a Roma è protagonista di un sorpasso folle all’automobile di Benito Mussolini, bravata che gli costa la patente. Fuffo, così era soprannominato dai tifosi di Testaccio, fu quindi costretto a giocare una memorabile partita di tennis contro il Duce, vinse Mussolini ma le malelingue narrano che Bernardini lasciò vincere di proposito il suo avversario per poter tornare a guidare nuovamente.


Ma non solo talento calcistico e un pizzico di spregiudicatezza tipica del campione nel fior della giovinezza che non teme le conseguenze delle sue azioni. “Se vi mettete d’accordo, io non gioco”, questa la frase rivolta ai compagni di squadra della Roma dopo che un dirigente del Brescia aveva proposto di lasciar vincere la Roma in cambio di denaro. La Roma pareggiò quella partita e perse lo scudetto ma l’onestà viene prima di tutto. Fu il primo italiano ad intuire le potenzialità del ”Metodo inglese” o WM prima e della zona poi. Vince due scudetti alla guida di Bologna e Fiorentina. Dopo un 7-1 ai danni del Modena afferma: “Come gioca il mio Bologna, solo in Paradiso”, una frase che rimase il simbolo di quel tricolore.

Autentico inventore di stratagemmi come il walkie talkie in tribuna per dare le indicazioni al vice in caso di squalifica. Come ct della Nazionale decide di ristrutturare la Nazionale e si assume il coraggioso compito di mettere da parte Gianni Rivera, Roberto Boninsegna, Gigi Riva e Sandro Mazzola. Fa esordire in maglia azzurra Giancarlo Antognoni, Claudio Gentile, Roberto Bettega e Francesco Rocca. Ma l’esperienza dura poco e, bersagliato dalle critiche, lascia la panchina ad Enzo Bearzot suo vice e allievo. Da giornalista, esibisce un lessico elegante come il suo stile di gioco, sfrutta la sua laurea in scienze politiche che gli vale il soprannome di “Dottore del calcio” e conia espressioni come “centrocampista dai piedi buoni” ancora oggi in voga nella stampa nazionale. Fu innovatore in tutti i campi che ha percorso, campione con la palla tra i piedi e con la penna. Si spense nel 1984 a Roma quando la sclerosi laterale amiotrofica se lo portò via, fu uno dei primi ex calciatori a morire di SLA. Pioniere in vita, purtroppo anche in punto di morte.

Neve, Black out e colpi di pistola: i 5 episodi del Derby di Roma che (forse) non conoscete

Neve, Black out e colpi di pistola: i 5 episodi del Derby di Roma che (forse) non conoscete

Dimenticate il 29 aprile 2007. In questa data si gioca uno dei derby della Capitale più brutti di tutti i tempi che vede Roma e Lazio spartirsi uno 0-0 sotto un sole cocente in una partita noiosa e caratterizzata anche da un innaturale silenzio delle due curve, entrambe in protesta contro le decisioni dell’allora prefetto Achille Serra. A parte qualche incidente di percorso, però, la stracittadina di Roma ha sempre saputo offrire uno spettacolo formidabile al punto da consentirle di sbarcare nelle case di oltre 170 paesi in tutto il mondo. Il derby di Roma è infatti per natura distante da quell’assolato pomeriggio di aprile che deluse le tifoserie di entrambe le sponde. L’imprevedibilità fa da padrona e in effetti non sono pochi gli episodi bizzarri che hanno segnato questa partita in quasi 90 anni di storia. Ne abbiamo selezionati cinque, li conoscevate tutti?

La scazzottata del 1931

Squalifica del campo per Roma e Lazio, multa di 3.000 lire ad entrambe le società, quattro gare di squalifica al romanista De Micheli e tre a Bernardini (Roma) e Ziroli (Lazio). Un bottino niente male quello del derby di Roma giocato il 24 maggio 1931 e tutto per colpa di una rimessa laterale. Sul risultato di 2-2, la notizia del vantaggio della Juventus scuote i giallorossi che iniziano ad accelerare per trovare la via del gol vittoria. Nei minuti finali la palla esce dal rettangolo di gioco, il terzino giallorosso De Micheli si affretta per riprendere il gioco ma il presidente della Lazio Giorgio Vaccaro scaglia la sfera lontano. E’ la miccia che rompe un già fragile equilibrio: De Micheli si avventa contro il generale e gli rifila un pugno che innesca una rissa sul campo e sugli spalti. Sarà necessario l’intervento della polizia a cavallo per sedare gli animi, è il primo episodio di violenza della storia del derby di Roma.

Il doppio voltafaccia

Nell’estate del 1934 lo storico capitano della Roma Attilio Ferraris IV fu ceduto alla Lazio con la clausola di non giocare il derby pena il pagamento di una multa di 25.000 lire. Un salvataggio in corner della società per tentare di rimediare al danno ma un’ulteriore beffa è in arrivo. Il 18 novembre del 1934, data del derby di andata, la Lazio decide all’ultimo minuto di pagare la multa e di far scendere in campo Ferraris. All’ingresso in campo, i tifosi giallorossi accolgono l’ex beniamino con il coro “Venduto, venduto” mentre i laziali rispondono con un beffardo “Comprato, comprato”. Ma i tifosi di entrambi gli schieramenti non possono immaginare un retroscena: pare che alcuni giocatori si fossero radunati prima della gara per truccare il risultato: 1-1, come da copione.



La Lazio paga il buio

Non da una rete o da una parata, il derby della fase a gironi di Coppa Italia del 7 novembre del 1969 viene deciso in tribunale. Eppure un gol la Roma lo aveva fatto e il marcatore di quella (inutile) rete fu Peirò al 35’ con un grande gesto tecnico. A convincere l’arbitro Di Bello a sospendere la partita a soli 6’ dalla fine è un black out che lascia completamente al buio lo Stadio Olimpico. Nei giorni successivi, il giudice sportivo applica il principio della responsabilità oggettiva nei confronti del club biancoceleste che perde così la partita a tavolino per 2-0.

 

La nevicata del secolo

Nel mese di marzo del 1956 l’Europa e in particolare l’Italia vengono investite da una ondata di gelo e da quella che sarà ribattezzata la “nevicata del secolo”. Il 4 marzo dello stesso anno allo Stadio Olimpico Roma e Lazio sono pronte a darsi battaglia in un derby che vale una buona fetta di stagione. A frenare il fischio d’inizio è proprio una furiosa nevicata che si abbatte sulla Capitale costringendo i giocatori a darsi appuntamento al mese successivo. Nell’insolito freddo polare, la Roma sudamericana di Ghiggia e Da Costa non si trova a suo agio come i biancocelesti guidati dagli scandinavi Selmosson e Præst che si imporranno nella gara di recupero per 1-0 con il gol di Muccinelli.

Gli spari dell’ex Petrelli

Il legame tra la Lazio degli anni ’70 e le armi è stata spesso confermata dagli stessi protagonisti. Una passione quella per le armi introdotta da alcuni giocatori, su tutti Sergio Petrelli, ex giallorosso, che alla vigilia di un derby del ’74 si rende protagonista di un episodio bizzarro quanto pericoloso. Sotto l’albergo che ospita i calciatori biancocelesti, un gruppo di tifosi romanisti si raduna per dare fastidio e rovinare il sonno ai giocatori laziali. A prendere in mano drasticamente la situazione è lo stesso Petrelli che spara due colpi per spaventare il gruppetto di disturbatori colpendo un lampione nelle vicinanze. Il gesto convince i tifosi giallorossi a lasciare l’albergo, non era decisamente aria.

Quando Roma e Lazio giocarono con la stessa maglia in ricordo di Paparelli

Quando Roma e Lazio giocarono con la stessa maglia in ricordo di Paparelli

Il 28 Ottobre 1979, durante il derby Roma – Lazio, moriva Vincenzo Paparelli, il tifoso biancoazzurro colpito da un razzo lanciato dalla Curva Sud. Per l’occasione venne organizzato il Derby dell’Amicizia in cui Roma e Lazio giocarono incredibilmente con la stessa maglia

Il derby, la madre di tutte le partite, gara che spesso può cambiare il verso di una stagione negativa. Ma non sempre Roma e Lazio sono scese in campo insieme per darsi battaglia. Nella storia infatti non sono stati rari i momenti in cui per motivi diversi le due compagini capitoline sono state chiamate ad unirsi per formare un’unica rappresentativa dell’Urbe. Roma e Lazio con la stessa divisa, gli stessi colori e la stessa porta da difendere, quella che sembra una storia assurda è in realtà quanto accaduto soprattutto nella prima metà del novecento a scopo propagandistico.

Tuttavia, la partita a ranghi unificati più celebre è quella del 18 novembre 1979 data in cui fu organizzata una amichevole mista Roma e Lazio in occasione della tragica morte del tifoso biancoceleste Vincenzo Paparelli. L’evento ribattezzato “Derby dell’amicizia” fu organizzato dalle due società con l’intento di raccogliere fondi per la famiglia dello sfortunato tifoso laziale. Agli ingressi dello stadio furono distribuiti migliaia di garofani con un cartellino che riportava una scritta: “Se proprio vuoi, lancia un fiore”. I giocatori si divisero nella squadra dei romani e del resto d’Italia allenate rispettivamente dai tecnici Lovati e Liedholm e con i simboli dell’aquila e del lupetto stilizzato cuciti nella stessa divisa. La gara terminò 2-1 con doppietta di Pruzzo ma ai circa 19.000 spettatori presenti del risultato importò poco o niente.

RICORSI STORICI

Maggiore competitività fu registrata in occasione della prima sfida mista della storia che ebbe luogo nel 1928 allo Stadio Nazionale davanti a circa 20.000 spettatori. La selezione romana affrontò l’allora corazzata del calcio ceco, il Viktoria Zizkov in una gara terminata 4-2 per i capitolini grazie ai gol di Volk (doppietta), Fasanelli e Pardini. Il successo dall’alto valore propagandistico per il regime mussoliniano spinse gli organizzatori a replicare l’iniziativa anche l’anno successivo. Così nel 1929 nel contesto di una tournée di squadre straniere in Italia che interessò anche Milano, Bologna e Genoa la Rappresentativa di Roma sfidò sempre allo Stadio Nazionale l’Hungaria perdendo 4-3.

Dopo altre sfide simili tra cui una contro i militari dell’English Army, romanisti e laziali scesero di nuovo in campo insieme nel 1973 quando Giorgio Chinaglia e Pierino Prati, accantonata la rivalità che li vedeva bestie nere delle rispettive avversarie, sfidarono l’Armata Rossa del Cska Mosca. Il risultato fu ancora deludente: 1-0 per i sovietici di fronte a 50.000 spettatori amareggiati dalla prestazione sotto tono fornita dall’attacco capitolino. Fu di fatto la penultima occasione di assistere ad una gara a ranghi unificati, prima del derby dell’amicizia di sei anni dopo, e fornì un esito assai insoddisfacente. Con buona pace del boss dei procuratori Mino Raiola che nel 2013 suggerì la fusione di giallorossi e biancocelestiper creare una squadra forte al posto di due deboli”. Una provocazione o un consiglio serio da prendere in considerazione? Una via di mezzo, sta di fatto che le reazioni delle due tifoserie alla proposta di un esperimento spesso proposto e sempre abbandonato sono state tutt’altro che gradevoli. Roma e Lazio non sono adatte per stare insieme, la storia ce lo ha dimostrato.

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

E’ l’estate del 1973 e mentre Edson Arantes Do Nascimiento meglio noto come Pelè inizia a ricevere il corteggiamento ed offerte miliardarie dagli Stati Uniti, nella tranquilla cittadina di Sacrofano, 7.000 abitanti, in provincia di Roma fa la sua comparsa un uomo di 43 anni con 4 figli al seguito. E’ affetto da un leggero strabismo, la sua gamba destra è più corta di sei centimetri rispetto alla sinistra, il bacino è sbilanciato, la spina dorsale è curva e un ginocchio, il sinistro, è affetto da valgismo mentre il destro da varismo e fa della sua gamba un arco perfetto.

Nessuno si sognerebbe di dire che quel bizzarro personaggio pochi anni prima alzò assieme a Pelè due Coppe del mondo ed è considerato l’ala destra più forte di tutti i tempi. Già, perché se in Brasile quasi all’unanimità viene considerato O’Rey come il più forte giocatore della storia, a sud di Rio de Janeiro nel Bairro di Botafogo gli abitanti di uno dei quartieri più popolosi della capitale non avrebbero dubbi a chi dare la corona del migliore di sempre: Manoel Francisco Dos Santos anche detto Garrincha, l’alegria do Povo (la gioia del popolo, questo il soprannome).

Ma come ci è finito Garrincha al Sacrofano? Bisogna fare un passo indietro per arrivare alle radici di questa affascinante storia. E’ il 6 luglio del 1955 e la Roma, appena eliminata dal Vojvodina in Coppa delle Coppe, cerca fuoriclasse per rinforzare l’organico. Viene così organizzata una amichevole in Brasile contro il Botafogo che vede nelle sue file Vinicius, Garrincha e Dino Da Costa. La gara finisce 3-2 per i brasiliani e Garrincha lascia il suo nome sul tabellino dei marcatori come riporta il Corriere dello Sport nel resoconto della gara:

Tessari blocca un tiro di Vinicius ma non può nulla sulla fucilata di rara potenza di Garrincha al minuto 44

La dirigenza giallorossa è folgorata dall’ala destra brasiliana ma, soprattutto per ragioni economiche, la scelta cade sul meno dispendioso Da Costa. Quest’ultimo rispetterà le attese e diventerà presto uno dei beniamini della tifoseria romanista entrando nella storia per essere il più prolifico marcatore nel derby della capitale con 12 reti (record ancora oggi imbattuto) e mettendo a segno in totale 71 reti in 149 gare. Dopo aver vestito anche la maglia della Juventus e una volta appesi gli scarpini al chiodo, Da Costa inizia a dedicarsi alla carriera di allenatore presso le giovanili bianconere fino al 1970, anno in cui la dirigenza del Sacrofano gli offre un lauto ingaggio per dirigere la squadra che al tempo militava in promozione e riuscirà due anni dopo grazie al tecnico brasiliano ad imporsi anche in Coppa Italia dilettanti restando l’unica squadra laziale ancora in corsa nella competizione.

Fu allora che Da Costa, venuto a sapere della situazione degradante in cui versava Garrincha ormai dedito all’alcool, lo convince a venire in Italia per giocare proprio nella sua squadra. “Venne a Sacrofano da solo, con 4 dei 14 figli che aveva sparso nel mondo, non aveva un soldo e l’alcool aveva già iniziato a rovinarlo, il presidente gli offrì 80.000 lire a partita e lui accettò“ racconta Vinicio Bruno, compagno di squadra di Garrincha al Sacrofano e allenatore nel panorama del calcio dilettantistico laziale. Dalla finale di Stoccolma del Mondiale del ’58 dove si impose, grazie al suo formidabile dribbling, come rivelazione del torneo alla polvere dei campi di terra della provincia laziale.

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Era la celebrità, l’attrazione del posto, la gente veniva solo per vedere lui e Da Costa che oltre a fare l’allenatore non rinunciava a scendere in campo e una volta ci fece vincere la partita segnando tre reti” continua Vinicio. “Noi restavamo incantati a guardarlo, aveva ormai una certa età e nonostante facesse la stessa finta sfuggiva sempre al suo diretto marcatore, non lo prendevi mai”.

Due volte campione del mondo, secondo marcatore della storia del Botafogo e una fama incredibile in tutto il pianeta che si chiedeva dove fosse finito quel funambolo che aveva fatto impazzire la Svezia di Liedholm ma anche un’umiltà conservata tra i dilettanti italiani. “Aveva un carattere chiuso, stava per conto suo, parlava poco italiano ma riusciva comunque a farsi capire”. Venne a ricrearsi a Sacrofano con Da Costa quel dualismo di personalità che già si era riproposto in Nazionale con Pelè, quest’ultimo disponibile con la stampa e pienamente immerso nella figura della celebrità sportiva mentre Garrincha non riuscì mai ad allontanare l’ombra del ragazzino che tra le strade di Pau Grande conosceva alcool e fumo.

Erano grandi amici ma tra i due Da Costa era il signore, Garrincha era lo zingaro”.

Abbandona Sacrofano prima della fine della stagione, vari testimoni ne annotano la presenza in campi anonimi in diverse parti del globo dalla Colombia passando per l’Uruguay. Il calciatore brasiliano più amato dal popolo chiude definitivamente gli occhi il 21 gennaio del 1983 in un ospedale di Rio de Janeiro dove era stato ricoverato dopo l’ennesima notte passata a bere. Il fantasma dell’alcolismo lo perseguitò fino alla fine, l’unico che non riuscì mai a dribblare.

Primo Carnera e il cinema: tre Film da vedere assolutamente

Primo Carnera e il cinema: tre Film da vedere assolutamente

Mendicante, carpentiere, attrazione da circo, pugile e infine anche attore. Non si può certo dire che il gigante di Sequal, Primo Carnera, non abbia provato molte esperienze nella sua vita. Eppure, se molto sappiamo della sua carriera pugilistica, delle vittorie, sconfitte e drammi personali, meno conosciuto è l’aspetto che lo lega al grande schermo. Quello tra il cinema e Primo Carnera è stato un rapporto nato nel bel mezzo della sua carriera sportiva, al culmine della sua popolarità, pochi mesi dopo il match leggendario contro lo spagnolo Paulino Uzcudun davanti a 60.000 spettatori, tra cui Benito Mussolini. Fu il regista statunitense statunitense Woodbridge Strong Van Dyke a proporgli un ruolo nel film “L’Idolo delle donne” che vide la partecipazione dell’altro pugile, che a dodici mesi di distanza dal film sfilerà a Carnera il titolo mondiale, Max Baer. Il pugile friulano cederà altre sedici volte alle avances dei produttori cinematografici, l’ultima apparizione sul grande schermo sarà in occasione del film del 1959 “Ercole e la regina di Lidia” diretto da Pietro Francisci. In quell’occasione Carnera, nel ruolo di Anteo, mostrò i primi segni di invecchiamento, anche a causa della malattia che otto anni dopo lo porterà alla morte.

Ecco i tre film in cui Primo Carnera ha recitato che Io gioco pulito vi consiglia di vedere per conoscere ancora più in profondità la storica figura dello sport italiano:

Domani splenderà il sole, 1955
In questo film diretto da Carol Reed il ring non abbandona Carnera nemmeno davanti le telecamere. Nella periferia est di Londra, il piccolo Joe vive con sua madre in un appartamento vicino ad una sartoria dove fa la conoscenza di Sam (Joe Robinson), un povero garzone di bottega con la passione per il pugilato. Un giorno Joe ascolta il padrone della sartoria raccontare la storia di un piccolo unicorno che se catturato avrebbe esaudito ogni suo desiderio. Proprio l’unicorno diventa l’ossessione del bambino che vorrebbe aiutare l’amico Sam a realizzare i suoi sogni di pugile e a sposare la donna che ama. Perciò Joe spende tutti i suoi soldi per acquistare una capretta con una piccola protuberanza sulla testa che convince il bambino di avere a che fare proprio con il fantastico animale. L’ingresso in scena di Primo Carnera è, come in tutti i suoi film, monumentale. Il suo personaggio, Python Macklin, un lottatore di wrestling famoso per la sua enorme stazza, è costretto ad inginocchiarsi per entrare dalla porta della palestra dove sbeffeggia Sam e lo batte in un incontro improvvisato. Quest’ultimo, ferito nell’orgoglio, gli promette di batterlo in futuro e il film ruota attorno alla preparazione del match finale che alla fine Sam vincerà riuscendo a sposare la donna che ama e a cambiare vita. Carnera, che nel film è il nemico del protagonista, non riesce fino in fondo a farsi odiare dallo spettatore per via del suo aspetto bonario aldilà del fisico imponente e questo è il fattore che limita la memorabilità del match finale. Un film che in ogni caso, pur avendo riscontrato meno successo di quanto meritasse, costituisce un grande classico del genere e capace di ispirare capolavori futuri.

Due cuori fra le belve, 1943
Due fuoriclasse nei rispettivi campi si incontrano per dare vita ad una pellicola diretta da Giorgio Simoncelli. Antonio De Curtis meglio noto come Totò interpreta una maestro di danza perdutamente innamorato di Laura, una ragazza che assieme all’esploratore Smith intraprende un pericoloso viaggio in Africa per trovare suo padre misteriosamente scomparso, il professor Berti che era in Africa per uno studio sull’anello mancante nella catena evolutiva. Totò decide quindi di partecipare alla spedizione e si propone come guardia del corpo della ragazza ma viene catturato da un gruppo di indigeni. Il maestro di danza viene condannato a morte ma la regina convince il Grande Capo (Primo Carnera) ad avere pietà di lui. Quest’ultimo accetta a patto che Totò lo sfidi a duello. La comicità del momento è tutta racchiusa nel contrasto tra la grandezza di Carnera confrontata con la gracilità di Totò che riesce a fuggire insieme a Laura e suo padre, finalmente ritrovato nella giungla.

L’idolo delle donne, 1933
Primo Carnera interpreta se stesso in questo film del 1933 diretto da Van Dyke. Insieme a lui, debutta nel grande schermo anche l’altro pugile di fama internazionale, Max Baer. Quest’ultimo interpreta Steve, proprietario di un bar, che accetta la proposta di un agente di diventare un pugile professionista. Un giorno, durante un allenamento per strada, una macchina sparata a tutta velocità rischia di investirlo e termina la sua corsa in un fossato. A bordo c’è la famosa cantante Belle Marcer, Steve la soccorre e si innamora di lei. I due presto si sposano e la relazione permette a Steve di acquistare fama e popolarità tra una vittoria e un’altra sul ring. Tuttavia, Belle, stanca dell’attenzione che Steve riserva alle altre donne, decide di lasciarlo per tornare dal suo ex fidanzato e la depressione colpisce il pugile che tra pochi giorni dovrà affrontare Primo Carnera per l’incontro decisivo. Il match termina in pareggio e Carnera mantiene il titolo di campione ma Steve riesce a abbracciare di nuovo la sua amata Belle. Un epilogo poco profetico di quello che accadrà nella realtà un anno dopo con Max Baer che batterà Primo Carnera scippandogli il titolo di campione del mondo dei pesi massimi.

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