L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

L’incredibile storia di Manè Garrincha, dalla Selecao al Sacrofano

di Mattia Zucchiatti

E’ l’estate del 1973 e mentre Edson Arantes Do Nascimiento meglio noto come Pelè inizia a ricevere il corteggiamento ed offerte miliardarie dagli Stati Uniti, nella tranquilla cittadina di Sacrofano, 7.000 abitanti, in provincia di Roma fa la sua comparsa un uomo di 43 anni con 4 figli al seguito. E’ affetto da un leggero strabismo, la sua gamba destra è più corta di sei centimetri rispetto alla sinistra, il bacino è sbilanciato, la spina dorsale è curva e un ginocchio, il sinistro, è affetto da valgismo mentre il destro da varismo e fa della sua gamba un arco perfetto.

Nessuno si sognerebbe di dire che quel bizzarro personaggio pochi anni prima alzò assieme a Pelè due Coppe del mondo ed è considerato l’ala destra più forte di tutti i tempi. Già, perché se in Brasile quasi all’unanimità viene considerato O’Rey come il più forte giocatore della storia, a sud di Rio de Janeiro nel Bairro di Botafogo gli abitanti di uno dei quartieri più popolosi della capitale non avrebbero dubbi a chi dare la corona del migliore di sempre: Manoel Francisco Dos Santos anche detto Garrincha, l’alegria do Povo (la gioia del popolo, questo il soprannome).

Ma come ci è finito Garrincha al Sacrofano? Bisogna fare un passo indietro per arrivare alle radici di questa affascinante storia. E’ il 6 luglio del 1955 e la Roma, appena eliminata dal Vojvodina in Coppa delle Coppe, cerca fuoriclasse per rinforzare l’organico. Viene così organizzata una amichevole in Brasile contro il Botafogo che vede nelle sue file Vinicius, Garrincha e Dino Da Costa. La gara finisce 3-2 per i brasiliani e Garrincha lascia il suo nome sul tabellino dei marcatori come riporta il Corriere dello Sport nel resoconto della gara:

Tessari blocca un tiro di Vinicius ma non può nulla sulla fucilata di rara potenza di Garrincha al minuto 44

La dirigenza giallorossa è folgorata dall’ala destra brasiliana ma, soprattutto per ragioni economiche, la scelta cade sul meno dispendioso Da Costa. Quest’ultimo rispetterà le attese e diventerà presto uno dei beniamini della tifoseria romanista entrando nella storia per essere il più prolifico marcatore nel derby della capitale con 12 reti (record ancora oggi imbattuto) e mettendo a segno in totale 71 reti in 149 gare. Dopo aver vestito anche la maglia della Juventus e una volta appesi gli scarpini al chiodo, Da Costa inizia a dedicarsi alla carriera di allenatore presso le giovanili bianconere fino al 1970, anno in cui la dirigenza del Sacrofano gli offre un lauto ingaggio per dirigere la squadra che al tempo militava in promozione e riuscirà due anni dopo grazie al tecnico brasiliano ad imporsi anche in Coppa Italia dilettanti restando l’unica squadra laziale ancora in corsa nella competizione.

Fu allora che Da Costa, venuto a sapere della situazione degradante in cui versava Garrincha ormai dedito all’alcool, lo convince a venire in Italia per giocare proprio nella sua squadra. “Venne a Sacrofano da solo, con 4 dei 14 figli che aveva sparso nel mondo, non aveva un soldo e l’alcool aveva già iniziato a rovinarlo, il presidente gli offrì 80.000 lire a partita e lui accettò“ racconta Vinicio Bruno, compagno di squadra di Garrincha al Sacrofano e allenatore nel panorama del calcio dilettantistico laziale. Dalla finale di Stoccolma del Mondiale del ’58 dove si impose, grazie al suo formidabile dribbling, come rivelazione del torneo alla polvere dei campi di terra della provincia laziale.

13077320_10209449505097150_1790496556_n

Era la celebrità, l’attrazione del posto, la gente veniva solo per vedere lui e Da Costa che oltre a fare l’allenatore non rinunciava a scendere in campo e una volta ci fece vincere la partita segnando tre reti” continua Vinicio. “Noi restavamo incantati a guardarlo, aveva ormai una certa età e nonostante facesse la stessa finta sfuggiva sempre al suo diretto marcatore, non lo prendevi mai”.

Due volte campione del mondo, secondo marcatore della storia del Botafogo e una fama incredibile in tutto il pianeta che si chiedeva dove fosse finito quel funambolo che aveva fatto impazzire la Svezia di Liedholm ma anche un’umiltà conservata tra i dilettanti italiani. “Aveva un carattere chiuso, stava per conto suo, parlava poco italiano ma riusciva comunque a farsi capire”. Venne a ricrearsi a Sacrofano con Da Costa quel dualismo di personalità che già si era riproposto in Nazionale con Pelè, quest’ultimo disponibile con la stampa e pienamente immerso nella figura della celebrità sportiva mentre Garrincha non riuscì mai ad allontanare l’ombra del ragazzino che tra le strade di Pau Grande conosceva alcool e fumo.

Erano grandi amici ma tra i due Da Costa era il signore, Garrincha era lo zingaro”.

Abbandona Sacrofano prima della fine della stagione, vari testimoni ne annotano la presenza in campi anonimi in diverse parti del globo dalla Colombia passando per l’Uruguay. Il calciatore brasiliano più amato dal popolo chiude definitivamente gli occhi il 21 gennaio del 1983 in un ospedale di Rio de Janeiro dove era stato ricoverato dopo l’ennesima notte passata a bere. Il fantasma dell’alcolismo lo perseguitò fino alla fine, l’unico che non riuscì mai a dribblare.

Mattia Zucchiatti

FOTO: www.diegoalvera.it

Enrique Guaita, la guardia carceraria campione del Mondo e la sua fuga avvolta nel mistero

Enrique Guaita, la guardia carceraria campione del Mondo e la sua fuga avvolta nel mistero

Vittorio Pozzo, storico CT della Nazionale italiana, non ha mai abbandonato un suo pupillo. Lo ha dimostrato nel 1934 al mediano Attilio Ferraris IV, ormai fuori forma da mesi, presentandosi nella bisca dove il giocatore era solito giocare d’azzardo convincendolo ad abbandonare fumo e alcool per tornare ad allenarsi in vista del Mondiale poi vinto. E lo ha dimostrato nuovamente questa volta non in un bar di Montecatini ma in Sudamerica, a Buenos Aires per la precisione, cercando di mettersi in contatto con un suo ex giocatore in nazionale che stava lavorando come direttore del carcere di Bahia Blanca. E’ Enrique Guaita il calciatore in questione che a Bahia Blanca ci morì, pochi anni dopo essere licenziato, in povertà e abbandonato da tutti ma non dall’allenatore che gli permise di vincere la coppa del mondo del ’34.

Il gol contro l’Austria: Meazza è finito in fondo alla rete, Guaita anticipando Platzer infila.

Enrique Guaita nasce calcisticamente nell’Estudiantes e nella squadra argentina conquista la convocazione nella selezione del suo paese. Dai tifosi viene soprannominato “Gentleman” per via di una sua confessione all’arbitro di aver segnato di mano in una gara contro il San Lorenzo. Le prestazioni di questa ala velocissima e possente non passano inosservate e il “Banchiere di Testaccio”, Renato Sacerdoti, presidente della Roma, lo acquista nel 1933 insieme agli altri due gioielli, Stagnaro e Scopelli. L’approccio al campionato italiano è ottimo: 14 reti in 32 gare la prima stagione, 28 reti in 29 partite la seconda che gli valgono il titolo di capocannoniere. Una volta ottenuta la cittadinanza italiana, Vittorio Pozzo non può ignorarlo e lo convoca per la prima volta in occasione della gara Svizzera-Italia 0-2: Guaita segna due gol e mostra al pubblico italiano le sue qualità straordinarie. Il pubblico giallorosso di Testaccio è pazzo di lui e lo ribattezza “Il Corsaro Nero” per via della maglia scura che caratterizzava la squadra capitolina in quell’anno.

Il CT Pozzo sempre più innamorato calcisticamente dell’Ex Estudiantes decide di convocarlo per il Mondiale del ’34, Guaita segna il gol decisivo nella gara della semifinale contro l’Austria finita 1-0 e permette all’Italia di accedere alla finale che sarà vinta contro la Cecoslovacchia. Nulla sembra poter scalfire quella che si preannuncia una luminosa carriera nelle fila della Nazionale e della Roma. Ma alla vigilia della stagione 1935-36, una telefonata anonima alla sede della As Roma sconvolge la dirigenza romanista e il calcio italiano sotto il regime fascista: i tre oriundi Guaita, Stagnaro e Scopelli sono fuggiti a Marsiglia dove si sono imbarcati per Buenos Aires per paura di essere arruolati nella prossima guerra in Etiopia. La situazione va fuori controllo: qualcuno accusa Guaita di traffico illecito di valuta per via del suo ricco contratto appena rinnovato con il nuovo presidente Scialoja (Sacerdoti, ebreo, fu costretto alle dimissioni), qualcuno vede le società rivali della Roma responsabili di aver messo all’orecchio dei tre campioni voci false sull’arruolamento in guerra.

Il littoriale che una settimana prima aveva descritto Guaita come un “fuoriclasse”, ora tuona con un titolo a caratteri cubitali: “SCHIFO”, continuando così: “Di pecore travestite da leoni non abbiamo bisogno. Non erano italiani, la vigliaccheria non può aver diritto di cittadinanza nel nostro paese. Siamo contenti di questo gesto come di una purificazione”. I tre fuggiaschi, tornati in patria, giocano alcune stagioni al Racing club. Guaita segna a valanga nella squadra biancoazzurra e nella stagione 1938, sommerso dalle critiche, decide di chiudere la sua carriera, a soli 29 anni, dove era iniziata, all’Estudiantes. Una carriera bruciata seguita da una fine ancor più triste. “Io faccio i gol, non la guerra” pare disse ai giornalisti. Per seguire le malelingue, non fece né l’uno né l’altro.

Sergio Santarini ricorda Giuliano Taccola e la Sua Roma

Sergio Santarini ricorda Giuliano Taccola e la Sua Roma

Sergio Santarini per la Roma è stata una bandiera, un campione e uno dei simboli di una Roma che ha costruito le fondamenta di una squadra che arriverà a vincere lo scudetto e a sfiorare la Coppa dei Campioni. Liedholm minacciò le dimissioni al Presidente Anzalone nel caso di una sua cessione. Di lui Paulo Roberto Falcao disse: Se oggi abbiamo vinto lo dobbiamo anche a tutti quelli che hanno iniziato il lavoro con noi tre anni fa. Mi riferisco innanzitutto a Santarini.

In un’intervista rilasciata in esclusiva a Io gioco pulito, lo stesso Sergio Santarini ricorda il compagno di squadra Giuliano Taccola, il cui compleanno ricorre oggi, scomparso tragicamente a soli 25 anni, la sua esperienza all’Inter e soprattutto nella squadra giallorossa.

Sergio Santarini, dal Rimini all’Inter prima di finire alla Roma. Come è avvenuto il trasferimento?

Io giocavo al Rimini ma durante l’estate il Venezia mi prese in prestito per giocare una amichevole contro il Santos. Nel Santos giocava Pelè e io dovevo marcarlo. Ero giovanissimo ma non lo feci segnare e feci una grandissima prestazione, tutto andò bene. In tribuna c’era Italo Allodi che rimase incantato e l’Inter spese 90 milioni per acquistarmi poche settimane dopo-

E poi il passaggio alla Roma. Come mai lasciò l’Inter?

Fu Herrera a volermi fortemente. Lui nel ’68 firmò per la Roma e mi volle con sé. Ero un suo pupillo, diciamo.

Come descriverebbe la sua esperienza con la Roma quell’anno?

Un’ esperienza un po’ vaga direi (ride n.d.r), sembrava dovessimo prendere il volo da un momento all’altro ma poi non riuscivamo mai a fare quel salto di qualità che l’allenatore voleva. E secondo me, non era stata costruita la squadra che voleva Herrera, troppo difensiva per uno come lui.

Una squadra forte in ogni caso, oltre a lei, c’erano molti campioni

Sì, c’erano molti campioni: Losi, Cordova, Capello

E Giuliano Taccola

Sì e Giuliano, certo.

Che ricordo ha di Giuliano Taccola?

Un bravissimo ragazzo con un carattere estroverso. Gli volevamo bene tutti.

Se dovesse usare un aggettivo, come lo descriverebbe?

Furbo. Sia dentro che fuori dal campo. Come giocatore era l’incubo di ogni difensore, se c’era una palla vagante in area, i difensori dovevano stare all’erta perché Giuliano era letale. Non so a quale giocatore di oggi potrebbe somigliare ma era di una rapidità impressionante.

E poi quel giorno maledetto a Cagliari

Me lo ricordo benissimo, all’Amsicora c’ero anche io quel giorno. Avevamo pareggiato e Giuliano non aveva giocato perché stava male. Soffriva da tempo di tonsillite e aveva spesso delle febbri altissime, quindi aveva visto la partita dalla tribuna e poi scese negli spogliatoi.

E lì si consumò il fatto, giusto?

Morì davanti ai miei occhi. Entrò nello spogliatoio, io ero sdraiato sul lettino in attesa di un massaggio e lui mi disse: “Sergio, fammi fare un’iniezione, non mi sento bene”. Gliela fecero e dopo avergli iniettato il liquido, morì. Io ho sempre pensato ad uno choc anafilattico.

E’ vero che Herrera  disse le testuali parole: “Ragazzi, Taccola è morto, non possiamo farci nulla, noi dobbiamo pensare alla Coppa Italia”?

Sì, le disse ma allo stesso tempo io credo che lo fece per cercare di distogliere il dolore che provava.

Non riconosce quindi l’identikit che qualcuno ha disegnato di un Herrera estremamente freddo, cinico, distaccato e concentrato esclusivamente sul risultato?

No assolutamente.

Com’era il rapporto tra Giuliano ed Herrera?

Avevano un buonissimo rapporto. Herrera non vedeva l’ora che rientrasse perché lui quell’anno stava andando benissimo, aveva fatto una grande stagione. Ma tra i due correva buon sangue, assolutamente.

E infine, un ricordo sulla sua di esperienza romana, quella di Sergio Santarini che la maglia della Roma l’ha indossata per tredici stagioni, quattro delle quali con la fascia da capitano al braccio. Vittorie, sconfitte e molti allenatori. “Con Herrera e Liedholm un bellissimo rapporto, anche con Giagnoni che mi voleva un gran bene, quasi mi amava (ride n.d.r.), meno bene invece con Scopigno, non ci siamo mai capiti”. E sul rapporto con la Roma dice: “Andai via da Roma nel 1981 e giocai a Catanzaro ma quando la Roma vinse lo scudetto due anni dopo, tornai a Roma per partecipare alla festa scudetto al Circo Massimo, ero felicissimo…”.

Da giorni la Roma sul suo sito ufficiale ha aperto la votazione sulla Hall of fame. Sergio Santarini è presente nella lista dei grandi della Roma, quest’anno potrebbe essere la volta di Giuliano Taccola e sarebbe il giusto ricordo per un ragazzo sfortunato mai dimenticato dai tifosi.

Simboli, colori e soprannomi: le storie e gli aneddoti più affascinanti della Bundesliga

Simboli, colori e soprannomi: le storie e gli aneddoti più affascinanti della Bundesliga

Il rischio di far arrabbiare i tifosi avversari con una esultanza dopo un gol è abbastanza alto, fare lo stesso con i propri invece è più difficile. Ci riuscì il nigeriano del Colonia Anthony Ujah che dopo il gol al Francoforte nel settembre del 2015 pensò bene di prendere per le corna un caprone a bordo campo. Si trattava di Hennes VIII, mascotte ufficiale del club del land Nordrhein-Westfalen da cui proviene il soprannome alla squadra (Die Geißböcke, i caproni). Alle puntuali proteste degli animalisti si aggiunsero quelle dei tifosi più fedeli alle tradizioni del club e per cucire lo strappo, Ujah fu costretto a chiedere scusa su twitter (“Hennes non volevo farti del male, sei il mio migliore amico”) e a presenziare al compleanno dell’animale una settimana dopo.

Hennes è la mascotte più longeva del calcio. Nel 1951, Harry Williams , direttore di un circo, regalò al neonato club una capra come portafortuna e le fu affibbiato il nome di Hennes dall’allenatore Franz Kremer. E’ l’inizio della dinastia che oggi vede Hennes VIII, come ultimo erede. La capra più famosa della Germania dispone di una pagina facebook ufficiale mentre i tifosi possono seguire la sua vita con una web cam installata nella sua stalla tranne ovviamente la domenica quando lei è sempre presente a bordo campo per seguire le vicende della sua squadra del cuore.

Quella che lega il Colonia al suo soprannome è una storia affascinante ma non unica in Bundesliga. Sarà sicuramente capitato di sentire usare lo pseudonimo di ‘minatori’ riferito allo Schalke 04. Il motivo è semplice: molti giocatori e tifosi del club di Gelsenkirchen provenivano dalle file proletarie, in particolare dalle miniere di carbone della Ruhr. Di diversa estrazione è il Borussia Dortmund che proprio con i vicini dello Schalke dà vita ad una delle rivalità più accese della Germania. Il nome del club deriva da una birreria di Dortmund mentre il soprannome ‘vespe’ riprende i colori ufficiali della società e della città, il giallo e il nero appunto. Diversa invece la storia che vede attribuire al Friburgo il soprannome di ‘brasiliani’: tutto ha inizio nel 1993 quando la squadra allenata da Volker Finke raggiunge il terzo posto grazie ad uno stile di gioco spumeggiante e divertente al punto da spingere i sostenitori ad associarlo a quello della Seleção. Motivi simili quelli che sono dietro al nome di ‘puledri’ affibbiato ai giocatori del Borussia Mönchengladbach nei gloriosi anni ‘70 per via di una squadra composta da giovani fuoriclasse e dallo stile di gioco spiccatamente offensivo.

amburgo

La storiografia concorda nel far iniziare la storia del Bayer Leverkusen al 27 novembre 1903 quando un impiegato della omonima fabbrica della città scrisse una lettera al proprio datore di lavoro invitandolo a finanziare la creazione di una polisportiva, una “squadra della fabbrica” e proprio quest’ultimo è il soprannome che ha accompagnato per tutta la sua storia il club. Una bandiera blu con all’interno un quadrato bianco richiama la tradizione marinara e portuale della città di Amburgo, la cui società di calcio è la più antica di Germania.  Al Volksparkstadion è presente un orologio che indica gli anni, i mesi, i minuti e i secondi passati dal club in Bundesliga. L’Amburgo è infatti l’unico club tedesco a non essere mai retrocesso e questo motivo di vanto per i tifosi ha rischiato di infrangersi nel 2015 quando solo un gol in pieno recupero nel play out di Nicolaj Muller ha permesso ai ‘dinosauri’ di conservare lo storico primato. Una settimana dopo la società propose di smantellare l’orologio al grido di “superiamo il provincialismo” ma i tifosi non la presero bene e il simbolo del club, assieme alla mascotte Hermann, un dinosauro blu, è ancora al suo posto. Spostandoci ad est, troviamo anche nel calcio tedesco una Vecchia Signora dal passato tuttavia meno prestigioso della nostra Juventus. Si tratta dell’Hertha Berlino, una delle squadre fondatrici del campionato tedesco, il cui nome proviene da una nave a vapore su cui il fondatore del club Fritz Linder aveva viaggiato da bambino. Fu proprio il battello a vapore, tra l’altro ancora in attività, a dare vita ad una coreografia spettacolare della tifoseria berlinese a testimonianza dell’importanza che rivestono storia e tradizione nel tifo tedesco.

forsberg-cropped_7f21mvvv2peu1qu7tjfptzcrg-620x400

Sono da inserirsi in questo contesto le proteste, civili o meno, contro il RB Lipsia, società fondata nel 2009 dalla multinazionale Red Bull. Le tifoserie non hanno perdonato all’imprenditore austriaco Dietrich Mateschitz di fare shopping sulla Bundesliga e hanno intrapreso una battaglia contro il ‘calcio in lattina’ che è costata a parecchie società, come il Borussia Dortmund, multe e chiusura dello stadio. Ma aldilà degli episodi spiacevoli, il movimento contro la Red Bull nel calcio ha saputo registrare vere e proprie azioni eclatanti. I tifosi del Sachsen preferirono il fallimento del club pur di non vederne stravolti i colori, il nome e il simbolo mentre gli ultras dell’Austria Salisburgo dopo aver trovato degli occhialini con tanto di lenti viola come risposta alla loro richiesta di ristabilire il viola come colore sociale, decisero di rifondare il loro club del cuore partendo dai dilettanti. “Ora siamo in Regionalliga West, la vostra serie C. Non giochiamo in Coppa, ma siamo più felici”, disse un tifoso ai microfoni de ‘La Stampa’ nel 2010.

Sabato 1 aprile, il Darmstadt ha fatto visita al Lipsia. Sul tabellone della Red Bull Arena erano contrapposti gli stemmi delle due società: il giglio simboleggiante la purezza della chiesa della città dedicata alla Vergine Maria e i due tori rossi della famosa azienda di bevande sportive. Sacro contro profano, un evidente scontro tra due modi di vedere il calcio che sul campo ha visto il Lipsia avere la meglio per 4-0 sugli avversari. Il rischio che questo modello di calcio ‘metta le ali’ in futuro è sempre più alto. Che le tifoserie ci salvino.

 

 

Neve, Black out e colpi di pistola: i 5 episodi del Derby di Roma che (forse) non conoscete

Neve, Black out e colpi di pistola: i 5 episodi del Derby di Roma che (forse) non conoscete

Dimenticate il 29 aprile 2007. In questa data si gioca uno dei derby della Capitale più brutti di tutti i tempi che vede Roma e Lazio spartirsi uno 0-0 sotto un sole cocente in una partita noiosa e caratterizzata anche da un innaturale silenzio delle due curve, entrambe in protesta contro le decisioni dell’allora prefetto Achille Serra. A parte qualche incidente di percorso, però, la stracittadina di Roma ha sempre saputo offrire uno spettacolo formidabile al punto da consentirle di sbarcare nelle case di oltre 170 paesi in tutto il mondo. Il derby di Roma è infatti per natura distante da quell’assolato pomeriggio di aprile che deluse le tifoserie di entrambe le sponde. L’imprevedibilità fa da padrona e in effetti non sono pochi gli episodi bizzarri che hanno segnato questa partita in quasi 90 anni di storia. Ne abbiamo selezionati cinque, li conoscevate tutti?

La scazzottata del 1931

Squalifica del campo per Roma e Lazio, multa di 3.000 lire ad entrambe le società, quattro gare di squalifica al romanista De Micheli e tre a Bernardini (Roma) e Ziroli (Lazio). Un bottino niente male quello del derby di Roma giocato il 24 maggio 1931 e tutto per colpa di una rimessa laterale. Sul risultato di 2-2, la notizia del vantaggio della Juventus scuote i giallorossi che iniziano ad accelerare per trovare la via del gol vittoria. Nei minuti finali la palla esce dal rettangolo di gioco, il terzino giallorosso De Micheli si affretta per riprendere il gioco ma il presidente della Lazio Giorgio Vaccaro scaglia la sfera lontano. E’ la miccia che rompe un già fragile equilibrio: De Micheli si avventa contro il generale e gli rifila un pugno che innesca una rissa sul campo e sugli spalti. Sarà necessario l’intervento della polizia a cavallo per sedare gli animi, è il primo episodio di violenza della storia del derby di Roma.

Il doppio voltafaccia

Nell’estate del 1934 lo storico capitano della Roma Attilio Ferraris IV fu ceduto alla Lazio con la clausola di non giocare il derby pena il pagamento di una multa di 25.000 lire. Un salvataggio in corner della società per tentare di rimediare al danno ma un’ulteriore beffa è in arrivo. Il 18 novembre del 1934, data del derby di andata, la Lazio decide all’ultimo minuto di pagare la multa e di far scendere in campo Ferraris. All’ingresso in campo, i tifosi giallorossi accolgono l’ex beniamino con il coro “Venduto, venduto” mentre i laziali rispondono con un beffardo “Comprato, comprato”. Ma i tifosi di entrambi gli schieramenti non possono immaginare un retroscena: pare che alcuni giocatori si fossero radunati prima della gara per truccare il risultato: 1-1, come da copione.

La Lazio paga il buio

Non da una rete o da una parata, il derby della fase a gironi di Coppa Italia del 7 novembre del 1969 viene deciso in tribunale. Eppure un gol la Roma lo aveva fatto e il marcatore di quella (inutile) rete fu Peirò al 35’ con un grande gesto tecnico. A convincere l’arbitro Di Bello a sospendere la partita a soli 6’ dalla fine è un black out che lascia completamente al buio lo Stadio Olimpico. Nei giorni successivi, il giudice sportivo applica il principio della responsabilità oggettiva nei confronti del club biancoceleste che perde così la partita a tavolino per 2-0.

tavolino

La nevicata del secolo

Nel mese di marzo del 1956 l’Europa e in particolare l’Italia vengono investite da una ondata di gelo e da quella che sarà ribattezzata la “nevicata del secolo”. Il 4 marzo dello stesso anno allo Stadio Olimpico Roma e Lazio sono pronte a darsi battaglia in un derby che vale una buona fetta di stagione. A frenare il fischio d’inizio è proprio una furiosa nevicata che si abbatte sulla Capitale costringendo i giocatori a darsi appuntamento al mese successivo. Nell’insolito freddo polare, la Roma sudamericana di Ghiggia e Da Costa non si trova a suo agio come i biancocelesti guidati dagli scandinavi Selmosson e Præst che si imporranno nella gara di recupero per 1-0 con il gol di Muccinelli.

File: [11mar56neve.jpg] | Wed, 01 Mar 2017 00:05:34 GMT LazioWiki: progetto enciclopedico sulla S.S. Lazio  www.laziowiki.org

Gli spari dell’ex Petrelli

Il legame tra la Lazio degli anni ’70 e le armi è stata spesso confermata dagli stessi protagonisti. Una passione quella per le armi introdotta da alcuni giocatori, su tutti Sergio Petrelli, ex giallorosso, che alla vigilia di un derby del ’74 si rende protagonista di un episodio bizzarro quanto pericoloso. Sotto l’albergo che ospita i calciatori biancocelesti, un gruppo di tifosi romanisti si raduna per dare fastidio e rovinare il sonno ai giocatori laziali. A prendere in mano drasticamente la situazione è lo stesso Petrelli che spara due colpi per spaventare il gruppetto di disturbatori colpendo un lampione nelle vicinanze. Il gesto convince i tifosi giallorossi a lasciare l’albergo, non era decisamente aria.