Calcio Balilla: quando lo sport è vintage

Calcio Balilla: quando lo sport è vintage

Il gioco è una delle fonti principali di intrattenimento. Ne esistono di varie tipologie. Ce ne sono alcuni che richiedono un maggior dispendio fisico e altri che richiedono capacità mentali complesse. Un’attività ricreativa che può essere intrapresa semplicemente come momento di puro divertimento e di svago oppure  a livello competitivo, con regole e obiettivi ben definiti.

Nella storia, il gioco ha avuto un’evoluzione esponenziale. In passato la natura era il compagno di gioco principale: alberi, sassi, terra e acqua erano parte integrante del divertimento. Con l’avanzamento e la crescita tecnologica ha preso sempre più campo la dimensione virtuale, che ha portato a staccare sempre di più la connessione con la realtà terrena, tanto bella quanto vitale.

Tutto cambia e anche i giochi passano. Alcuni rimangono, altri dopo il periodo “di moda” lasciano una flebile traccia mentre altri non tramontano e non tramonteranno mai. Il calcio balilla è uno di questi.

Il “calcetto” è un gioco che è conosciuto in tutto il mondo. Negli oratori e nelle sale giochi non fa mia mancare la sua presenza. È un gioco che soprattutto per chi ama il calcio, fa sognare: si simula una partita di calcio, in cui i giocatori manovrano, in un tavolo da gioco apposito con sponde laterali e  tramite barre, le sagome di piccoli giocatori cercando di colpire con essi una pallina per spingerla nella porta avversaria.

Le origini del calcio balilla risalgono al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale in Europa, ma non si conosce con certezza l’autore. Tra i possibili inventori sono citati in Germania il tedesco Broto Watcher e in Francia un operaio della Citroen, in Inghilterra Harold Sea Thornton registrò il brevetto di un “apparato per giocare un gioco di footbal” nel 1922, ma comunque nei primi anni del XIX secolo sono stati registrati numerosi brevetti per giochi di questo tipo, con piccoli miglioramenti e differenze, rendendo difficile riuscire a stabilire con precisione l’inventore originale.

In Spagna l’invenzione viene accreditata a Alejandro Finisterre,  che ha registrato un brevetto per il futbalìn solo nel 1937. Il primo calcetto italiano sarebbe stato costruito artigianalmente da un artigiano di Poggibonsi nel 1937. La produzione industriale dei calcio balilla è iniziata in Francia nel 1947 grazie al marsigliese Marcel Zosso che creò i primi biliardini in serie, simili a quelli che conosciamo oggi. Il successo è stato immediato, tanto che Zosso ha iniziato a esportare all’estero la propria attività. Nel 1949 Zosso è arrivato in Italia. La famiglia Garlando è stata tra le prime a produrre calcetti: nel 1950 è stato realizzato il primo di una lunghissima serie, visto che oggi Garlando è diventato leader mondiale del settore.

Negli anni cinquanta il calcetto si è diffuso anche negli Stati Uniti d’America. Qualche anno dopo ci fu in vero boom negli States: i soldati americani che avevano combattuto in guerra in Europa ritornarono a casa e lo fecero conoscere a parenti e amici. Dagli anni ’50 la disciplina ha iniziato ad assumere le caratteristiche di sport, con tanto di federazioni, associazioni, tornei e campionati. A Parigi si è svolta la prima Coppa del Mondo nel 1998.

Nei vari paesi del mondo il calcio balilla ha avuto una propria evoluzione: esistono differenze di tavoli da gioco, regole e discipline. Quello che li accomuna è la voglia di divertirsi e sfogare il proprio istinto. Un’espressione del proprio istinto e della propria creatività sempre più bloccata e repressa dai giochi da salotto che da alcuni anni hanno preso campo nelle case degli italiani. Computer, Playstation, Nintendo, Wii, Xbox eccetera, ipnotizzano e incollano i giovani davanti ad uno schermo senza però spingerli a socializzare e a “buttare fuori” la loro energia, potente, giovane e bella.

Per ovviare a questi e tanti altri inconvenienti c’è chi vuole portare i tavoli da calcetto nei salotti degli italiani e in quelli di tutto il mondo. Un passo che porta a guardare avanti “guardando indietro”, ricordandosi che molto di quello che è stato costruito (fisicamente e mentalmente) non va abbandonato o distrutto forse, si procede con più chiarezza.

Per questo a Ivrea l’azienda che fornisce i tavoli alla federazione (Roberto Sport di Lessolo) ha deciso di creare dei modelli appositi da poter posizionare nei salotti, magari riempiendo uno spazio vuoto oppure come sostituzione di un armadio. Una decisione che vuole essere una vera e propria sfida ai videogame. Questa sfida, al giorno d’oggi forse invincibile, è sicuramente una proposta che può essere apprezzata da molti, soprattutto da quelli che considerano il gioco come fonte di crescita e socializzazione.

Pensare, conoscere, socializzare, ridere, scherzare, faticare, esultare, consolare: c’entrano qualcosa con la vita? Se lasciamo troppo spazio al virtuale rischiamo di non cercare, di non conoscerci e di non trovarci più e tutto ciò può diventare davvero un errore mortale.

Yannick Hanfmann, il laureato

Yannick Hanfmann, il laureato

Il mondo del professionismo è spietato e spesso non perdona. Se perdi il treno giusto poi, difficilmente riesci a risalire e raggiungere quel famigerato sogno di confrontarti con i migliori al mondo. Yannick Hanfmann, smentisce questa teoria e dimostra che con costanza e impegno l’olimpo dei grandi non rimane un’utopia.

Il giovane tedesco, domenica è stato sconfitto in finale da Fabio Fognini (6-4 7-5) al torneo svizzero di Gstaad. Nonostante la sconfitta (che forse aveva messo in preventivo visto la differenza di posizioni in classifica tra i due) ha disputato un ottimo torneo battendo giocatori quotati. A causa della sua bassa posizione in classifica – 170 – è dovuto partire dalle qualificazioni. Dopo averle superate, nel tabellone principale ha sconfitto Bagnis, Lopez, Sousa, e Haase, per poi fermarsi contro Fognini. Con i punti racimolati dalla finale disputata – 150 – farà un bel salto in classifica: da 170 a 117.

Il 25enne, dopo una carriera tra i tornei Futures e Challenger, sembra aver trovato la via maestra che lo conduce tra i Pro del tennis. In carriera a livello Challenger ha conquistato un titolo in Kazakistan, mentre a livello Futures ha vinto 5 titoli, facendo registrate il suo best ranking alla posizione 165. Ora dopo la finale di domenica, tutto sembra prendere una piega diversa.

Il tedesco, dopo aver terminato la scuola, per continuare la sua passione tennistica e proseguire gli studi, ha intrapreso la strada del College, frequentando l’USC (University of Southern California). Un’esperienza stimolante che lui stesso definisce così: “Qui puoi unire un buon livello di uno sport Pro con un buon livello di educazione accademica perciò è una situazione assolutamente vantaggiosa. Non ci sono lati negativi, se non per il fatto di essere sempre impegnato, e quindi di doverti organizzare bene, perché hai tantissime cose da fare”.

Dopo essersi laureato in Relazioni Internazionali, ha deciso di dare il tutto per tutto per entrare tra i Pro del tennis. Pochi lo conoscono e lui, tennisticamente parlando, si presenta così: “Ho un buon servizio e un rovescio molto solido, mentre il mio dritto è rischioso ma potente. Gioco bene a rete ma essendo ancora agli inizi della mia carriera da tennista, ammetto di dover migliorare tutto nel mio gioco”. Le idee chiare le ha e questo può essere sicuramente un ottimo punto di partenza: “Voglio raggiungere il massimo potenziale ed essere felice per lo sforzo profuso quando tornerò a pensarci in futuro. Non so cosa il futuro avrà per me ma ho diversi obiettivi che vorrei realizzare nella mia vita”.

Il Ping Pong impossibile di Ibrahim Hamato

Il Ping Pong impossibile di Ibrahim Hamato

Ricordate la famosa pubblicità dell’Adidas che vedeva vari campioni raccontare in pochi minuti la loro storia, terminando con un imperativo, diventato lo slogan pubblicitario del marchio tedesco, Impossible is Nothing?. Una pubblicità che, senza dubbio, ha trasmesso tanto. La scelta di puntare sulle emozioni avrà sicuramente attirato l’attenzione della popolazione.

Conoscendo la storia dell’egiziano Ibrahim Hamato, viene automatico collegarlo a quella schiera di atleti che nella loro vita non hanno mai mollato e hanno sofferto per raggiungere e coronare i loro sogni. Al tempo, forse, avrebbe potuto rappresentare al meglio lo slogan, diventato un mantra per molti.

Ibrahim Hamato, 41 anni, è un giocatore di ping pong egiziano. A soli 10 anni ha avuto un grave incidente in cui ha perso le braccia, ma la passione per il tennistavolo no. Anzi, proprio lo sport e la sua forte passione per questo gioco gli ha permesso di riscoprirsi e continuare a dilettarsi con amici e avversari. Ha studiato tutte le strategie che gli potessero permettere, anche senza braccia, che apparentemente sembrano essenziali per praticare questo sport, di esprimersi e divertirsi. In un primo momento ha provato a posizionare la racchetta al di sotto di una spalla, ma l’esperimento non ha funzionato. Troppo difficoltoso e poco economico. La seconda strategia si è rivelata quella più adeguata: ha deciso di provare a sorreggere la racchetta con la bocca, lanciando la pallina con il piede quanto deve effettuare la battuta. Dopo tanto esercizio ed allenamento è riuscito a trovare la via per colpire la pallina senza troppa fatica.

Su internet si possono vedere numerosi video dove lo stesso Ibrahim gioca e racconta la sua storia. Una storia che ha fatto il giro del mondo e che ha colpito anche la federazione mondiale di Ping Pong (International Table Tennis Federation) che infatti gli ha dato la possibilità di esibirsi con i maggiori esponenti mondiali di questo sport. Una soddisfazione che per Hamato non ha prezzo. Proprio ai microfoni della federazione dichiara che «nulla è impossibile, se lavori duro». Senz’altro una dichiarazione che ha messo in luce la sua fonte di ispirazione maggiore, la forza mentale che gli ha permesso di rialzarsi, di ripensarsi e di continuare a praticare ciò che più lo appassiona e diverte.

Dopo tutto, di conquiste Ibrahim Hamato ne ha ottenute parecchie, ma sono due, in particolare, quelle a cui non riesce a fare a meno: «Mia moglie, che per me è tutto, e il tennistavolo, nel quale ogni punto conquistato è una gioia». Due “gioie” che gli permettono di continuare ad esprimersi e ad essere se stesso, indipendentemente da tutto. Forse, tenere dentro di sé sempre e comunque una fonte gioiosa, può rendere tutto incredibilmente piacevole.

GUARDA IL VIDEO DI IBRAHIM HAMATO

FOTO: www.albawaba.com

Arthur Ashe: il campione più forte dell’Apartheid

Arthur Ashe: il campione più forte dell’Apartheid

Ognuno di noi, che ne sia conscio o meno, ha una missione, un obiettivo che diventa il fulcro su cui ruota, negli anni, la vita. Alcuni riescono ad arrivarci direttamente, senza “perdersi” o senza imboccare vie più o meno distorte. Altri invece ci arrivano con il tempo, magari affrontando sfide e ostacoli insidiosi che, però, non offuscano la vista dal vero obiettivo, che è sempre lì, pronto a rivelare la sua autenticità. In quel momento, se si riesce davvero a capirlo appieno, la vita diventa ogni giorno una vera e propria realizzazione del proprio sé, unico e inimitabile.

Arthur Ashe, nacque il 10 luglio del 1943 a Richmond. All’età di 7 anni perse la madre, deceduta per un intervento chirurgico mal riuscito. Il padre, poliziotto, faceva il custode di un impianto sportivo riservato ai neri dove c’erano quattro campi da tennis. Arthur iniziò proprio lì a prendere confidenza con il gioco del tennis. Nella sua giovinezza provò vari sport, dal basket al football americano. Il suo fisico mingherlino non lo aiutava per niente negli sport dove la fisicità è tutto. Grazie anche a Ron Charity, maestro locale che nota sin da subito il talento, Arthur cominciò a praticare definitivamente il tennis. Da quel momento ebbe inizio la scalata verso l’olimpo dei grandi.

Nel 1957 è il primo nero a giocare un campionato juniores, nel Maryland. Cominciò ad attirare seriamente l’attenzione degli appassionati di tennis dopo che vinse un premio tennistico a Ucla (Los Angeles), nel 1963. Nel medesimo anno, a 20 anni,  diventò il primo afroamericano ad essere selezionato per giocare nella squadra statunitense in Coppa Davis. Nel 1968 vinse la prima edizione dell’era open degli US Open. Nel 1969 cominciò a venir considerato tra i migliori tennisti del mondo. Ashe contribuì in quegli anni a fondare l’Association of Tennis Professionals (ATP).

Sin dalla giovinezza dovette convivere con la difficoltà di vivere in America, dove in quegli anni per i neri tutto era reso difficile, quasi invivibile. Eclatante fu quando nel 1968 ricevette, da parte del governo sudafricano, l’esclusione dal torneo Open di Johannesburg. Ashe con grande determinazione decise di avviare una campagna di denuncia nei confronti dell’Apartheid e arrivò a chiedere l’espulsione della federazione sudafricana dal circuito tennistico professionale. Nel 1970 aggiunge il secondo titolo dello Slam alla sua carriera vincendo gli Australian Open. Nel 1975 giocherà la sua stagione migliore. A Wimbledon sconfigge a sorpresa il connazionale-rivale Connors (10 anni più giovane) in quattro set. Quel 5 luglio 1975 Arthur riscrisse la storia del torneo e soprattutto della storia del tennis. Con questa vittoria si accaparrò il terzo Slam, che contribuì ancora di più a renderlo simbolo della lotta all’Apartheid, un’icona dei diritti civili.

Ashe giocò per altri anni, ma dopo essere stato colpito da un infarto nel 1979, si ritirò nel 1980. Rimane attualmente il solo giocatore di colore ad aver vinto tre titoli del Grande Slam e uno dei due tennisti di colore ad aver vinto un torneo singolare maschile del Grande Slam insieme a Yannick Noah (vinse il Roland Garros nel 1983).

Dopo il suo ritiro, Ashe assunse tanti altri compiti: giornalista (Time) e commentatore (ABC Sport). Fondò la National Junior Tennis League e fu capitano della squadra statunitense di Coppa Davis. Nel 1983, Ashe subì un secondo attacco di cuore. Nel 1985 fu nominato nella Tennis Hall of Fame. Nel 1988 scoprì di essere affetto dall’Hiv, trasmessagli da una trasfusione di sangue fattagli durante un intervento chirurgico al cuore. Nonostante decise, insieme alla moglie, di tenerla nascosta, la notizia cominciò a diffondersi e nel 1992 rese pubblico il suo stato di salute deficitario.

Anche durante la malattia, Ashe non smise di fare del bene: due mesi prima di morire fondò la Arthur Ashe Institute for Urban Health per venire incontro alle persone con un’assistenza medica insufficiente. Gli ultimi anni della sua vita li passò scrivendo un libro che finì una settimana prima di morire. Il 6 febbraio 1993 a causa delle complicanze della malattia morì.

Per Ashe il tennis era il mezzo, non il fine. In campo sapeva esprimersi alla perfezione, tanto che venne soprannominato, per la sua eleganza e sportività, il “Principe nero”. Era fuori dal campo però che, da quanto raccontato da chi ha potuto ammirarlo e conoscerlo, sapeva esprimere il proprio essere, la propria umanità di “messaggero” come ebbe splendidamente il coraggio di dire di sé. Arthur era riflessivo, pacato e con una voglia matta di conoscere, di imparare (ha conseguito la laurea in Scienze della finanza) per trasmettere a sé stesso e agli altri amore, serenità e pace, tre sensazioni vitali. Nelle innumerevoli esperienze di vita che ha vissuto con i suoi connazionali neri, non ha mai smesso di dare loro speranza, per poter permetter loro di avere ancora il coraggio di sognare. Martina Navratilova ha voluto ricordarlo cosi: “Ha combattuto per la sua vita e per quella degli altri. Un uomo meraviglioso che ha saputo andare oltre il tennis,  la sua razza, la sua nazionalità, la sua religione per cambiare e migliorare il mondo”.

Nel 1990 Arthur ebbe l’onore di incontrare Nelson Mandela. Fu proprio il futuro presidente del Sudafrica a voler incontrare, come prima persona dopo essere uscito dal carcere, Arthur Ashe. Avrà voluto ringraziarlo per quanto è riuscito a fare e a dare per migliorare il mondo.

Una sua celebre citazione rispecchia pienamente il suo spirito: L’autentico eroismo è sobrio, non drammatico. Non è il  bisogno di superare gli altri a qualunque costo  ma il bisogno di servire gli altri a qualunque costo”. Servire, non superare. Forse era proprio questo la missione di Arthur, campione di autentica umanità.

Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato

Il “Problem Solving” Made in Agassi

Il “Problem Solving” Made in Agassi

André in campo di problemi ha saputo risolverne. Sia fuori che dentro il rettangolo di gioco, ha dimostrato di saper trovare, grazie alle sue immense doti fisiche e mentali, le strategie giuste per vincere, risollevarsi e tornare a dominare dopo periodi assai bui. Ora, visto quanto lui stesso ha vissuto e toccato con mano, ha deciso di aiutare, per quanto può, a risolvere i problemi di un altro grande del tennis che “sembra” aver smarrito la retta via, Novak Djokovic.

Nelle ultime dichiarazioni dell’americano, traspare il vero ruolo (che già aveva accennato) per cui ha deciso di prendersi cura del serbo. Al quotidiano Guardian ha dichiarato: “Migliorare e avere fiducia di vincere, questo è sempre il nostro obiettivo. La possibilità di vincere c’è. Quando vedi qualcuno che ha realizzato così tanto e poi all’improvviso vediamo che cambia da un giorno all’altro, non è un problema legato al tennis, ma all’ispirazione, alla ricerca di qualcosa che ti motivi”. Il compito è intrigante e complesso ma Agassi non ha timori: “È un problem solving e mi sto divertendo a imparare, a dare consigli, e sono sicuro che sarà di nuovo al meglio delle sue possibilità”. Sa di avere davanti un giocatore ed una persona che non lascia nulla al caso e che mette al centro della sua filosofia di vita impegno e costanza: “Novak è intelligente, molto persuasivo e sta lavorando nel modo giusto, ora ha un paio di persone intorno a lui che lo sostengono e penso che farà tanto con poco. La fiducia che l’americano ha nei confronti dell’ex numero uno è la chiave del rapporto tra i due che, nonostante la distanza, cresce giorno dopo giorno. Il focus su cui pone l’attenzione il coach, in questo momento non è affatto la prestazione: “Non sono molto interessato alle prestazioni a breve termine. Ciò che mi interessa è fargli avere tutto ciò di cui ha bisogno per essere un tennista, quindi innescare nella sua mente degli input”. Conclude: “Ho tanta fiducia e non mi preoccupo delle soluzioni”.

Comunque vada, per Nole non sarà una semplice parentesi ma una stupenda esperienza di vita.