CalcioMancato: quando Cristiano Ronaldo fu ad un passo dal Parma

CalcioMancato: quando Cristiano Ronaldo fu ad un passo dal Parma

Ieri sera il suo Real Madrid ha vinto la SuperCoppa di Spagna contro il Barcellona e per Cristiano Ronaldo è arrivato l’ennesimo trofeo (il ritorno non l’ha giocato per squalifica ma è stato protagonista dell’andata con un goal fantastico per il 2 a 1 dei blancos).

Un atleta bionico, oltre che un campione tra i più grandi che la storia del calcio ricordi. Tra Manchester United e Real Madrid, il fenomeno lusitano ha vinto tutto e anche in Nazionale è riuscito a mettersi in tasca l’Europeo in terra francese; non per questo, tuttavia, CR7 ha mai pensato di togliere il piede dall’acceleratore. Ogni anno il tentativo di migliorarsi e anche ora che le primavere sono trentadue, il suo fisico e la sua determinazione non sembrano averlo abbandonato.

Il grande peccato, però, da parte di noi italiani, è rappresentato senza dubbio dal fatto di non essere riusciti a poter ammirare CR7 nel nostro campionato; non tanto ora, che le casse delle nostre società languono paurosamente, quanto nei primi anni Duemila, quando i club della Serie A dettavano legge pure in Europa.

Proprio in quel momento, con il talento di Funchal poco più che ragazzino, la possibilità di avere Cristiano Ronaldo in Italia fu veramente ad un passo dal realizzarsi.

E’ l’inizio del 2003, lo scandalo inerente la Parmalat scoppierà soltanto sul finire dell’anno, ed il Parma si trova alla ricerca di un’ala di qualità, in grado di saltare l’uomo e creare superiorità numerica nei confronti degli avversari.

Le attenzioni di Tanzi & co. si posano su un diciottenne che milita nello Sporting Lisbona. Il cognome lascia ben sperare ma è, allo stesso tempo, pesante: Ronaldo. Proprio come il fenomeno ex Inter che sta facendo sfracelli con la maglia della nazionale brasiliana e del Real Madrid.

I dirigenti parmensi lo seguono costantemente e, alla fine, propongono alla società lusitana 11 milioni di euro per acquistare il giovane. I biancoverdi sono titubanti ma alla fine accettano l’offerta. Cristiano Ronaldo è virtualmente un calciatore del Parma.

Arriva, però, una maledetta (per gli emiliani) amichevole estiva a rovinare ogni piano.

Lo Sporting Lisbona disputa un incontro contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson ed il tecnico scozzese impazzisce immediatamente di fronte al talento del futuro CR7. Ferguson è alla disperata ricerca di un sostituto di David Beckham, che ha deciso di lasciare Manchester, casa sua, dopo che proprio l’allenatore dei Red Devils gli ha rifilato una scarpata in pieno volto al culmine dell’ennesimo litigio, per sposare il ben più glamour progetto dei Galacticos del Real Madrid. Sostituire lo Spice Boy con un ‘bimbo’ senza alcuna esperienza sembra una follia ai più. Se Alex Ferguson è stato insignito del titolo di Sir, tuttavia, dovrà pur esserci un motivo. Alla fine, infatti, avrà ragione lui. 17 milioni di euro sul tavolo dei dirigenti della squadra portoghese e Ferguson porta il ragazzo con sé ad Old Trafford. Il ‘Teatro dei Sogni’ sta per veder nascere una stella tra le più grandi di sempre.

Si tratta di una beffa clamorosa per il Parma, che dopo Figo (a metà degli anni Novanta) si vede sfilare sul più bello un altro campione proveniente dal Portogallo. Alla luce di quello che la storia del fenomeno di Funchal narrerà ad ogni appassionato di calcio, poi, i rimpianti non potranno che diventare disperazione (sportiva) per qualunque tifoso gialloblù.

La Leggenda di Pelé che ferma la Guerra Civile in Nigeria: verità o mito?

La Leggenda di Pelé che ferma la Guerra Civile in Nigeria: verità o mito?

“La stagione ufficiale ha inizio con il famoso (e, per molti versi, ancora misterioso) tour in Africa. Una visita così piena di avvenimenti che la commistione tra verità e leggenda tocca vette elevatissime”. Queste le parole del Professor Guilherme Nascimento, autore dell’almanacco ufficiale del Santos.

Siamo nel 1969 e la storia riporta che, grazie al club brasiliano e alla sua stella più lucente, Pelé, per 48 ore le due fazioni (Nigeria e Biafra) che stavano dando vita alla sanguinosa guerra civile nigeriana decisero di cessare il fuoco.

Il calcio per fermare la guerra. Sarebbe bellissimo ma…

Ma è davvero accaduto oppure è soltanto un racconto fantastico?

La certezza, intanto, riguarda il fatto che nel gennaio del 1969, effettivamente, Pelé e compagni intrapresero una tournee estiva nel ‘Continente Nero’ . L’itinerario comprese partite amichevoli in: Congo, Nigeria, Mozambico, Ghana e Algeria.

Pelé, all’epoca senza dubbio il miglior calciatore del globo, già due volte campione del mondo ed in grado di portare l’anno seguente, in Messico, la sua nazionale al successo probabilmente più celebrato è la vera attrazione per tutti coloro che affollano gli stadi africani.

L’arrivo in Nigeria, in particolare, è datato 26 gennaio 1969; una nuvolosa domenica mattina in cui il Santos tocca terra presso l’aeroporto di Lagos. Quello stesso pomeriggio, Pelé e compagni hanno in programma un match contro le ‘Aquile Verdi’, questo il soprannome della squadra nazionale nigeriana. Il Santos è reduce da una sconfitta per 3-2 ottenuta a Kinshasa contro il Congo. Poco importa, però; quel che interessa al Santos è principalmente l’aspetto economico del tour e, grazie a Pelé, da tale punto di vista tutto va a gonfie vele.

Non si può dire lo stesso per la federazione di calcio nigeriana, accusata dall’opinione pubblica di casa di aver speso troppo per una partita di calcio, in un momento storico così delicato a causa della guerra civile in corso.

La partita tra Santos e Nigeria, alla fine, viene disputata senza problemi e termina 2-2. Muyiwa Oshode e Baba Alli realizzano i gol per la selezione africana mentre Pelé, neppure a dirlo, realizza la personale doppietta in favore del Santos.

Lagos è pazza di Pelé.

L’amore, però, seppur intenso, è assai breve. La squadra brasiliana, infatti, il giorno seguente vola alla volta del Mozambico per un’altra partita.

Veniamo, dunque, al caso del ‘cessate il fuoco in nome di Pelé’.

Veramente il fenomeno verde-oro fermò il conflitto bellico grazie al suo talento oppure si tratta solo di leggenda metropolitana? E, qualora quest’ultimo fosse il caso, da dove verrebbe fuori l’incredibile storia?

Su internet, innanzitutto, è possibile riscontrare diverse versioni in merito a tale avvenimento. Una di esse afferma che la partita tra Santos e Nigeria sia avvenuta nel 1967 mentre un’altra data l’evento al 1969. Altri, inoltre, dubitano della sede di Lagos e narrano di una partita disputata, al contrario, in Benin.

La verità, però, è fedele a quanto riportato in precedenza: 1969 l’anno e Lagos la città.

La storia dello stop alla guerra, invece, è, con grande probabilità, un mito.

Nonostante sia possibile trovare ricostruzioni di tale evento presso importanti testate giornalistiche di tutto il mondo, come CNN, Times, The Guardian, The Telegraph, Goal.com o Globoesporte.com, non esistono news di questa vicenda fornite dalla stampa nigeriana.

Due importanti quotidiani nigeriani, Nigerian Daily Times e Observer, pur riportando la cronaca ed il grande successo, in termini di pubblico, riscossi dalla partita amichevole tra Santos e Nigeria, non fanno minimamente menzione ad un possibile ‘cessate il fuoco’.

Come mai, dunque, l’esistenza di questa leggenda?

Probabilmente, a causare ulteriore confusione è stato (involontariamente) anche lo stesso Pelé, che nella sua autobiografia del 1977, “My Life and the Beautiful Game”, afferma di aver visitato Lagos nel 1967 (a gennaio del quale, tuttavia, la guerra civile nigeriana non era ancora esplosa); un errore marchiano, poiché è documentato da diverse fonti che il viaggio in Africa del Santos avvenne nel 1969, effettivamente nel pieno del conflitto.

Pelé ha viaggiato in lungo ed in largo con la sua squadra negli anni Sessanta, quindi non sorprende che le date si mescolino nella sua testa. È interessante, ad ogni modo, che Pelé non abbia menzionato la supposta storia del temporaneo stop alle ostilità in quella circostanza.

Guilherme Guarche, vera ‘Bibbia umana’ sul Santos e coordinatore del Centro di memoria e statistica del club, all’inizio del 2015 ha dichiarato sul sito ufficiale della società sudamericana che la fonte originale della storia del completo cessate il fuoco del 1969 è da ricondurre ad un articolo del 1990, apparso sulla rivista ‘Placar’ a firma Michel Laurence, giornalista franco-brasiliano.

La vicenda è menzionata brevemente nell’articolo come uno degli eventi interessanti che si sono verificati durante la carriera di calcio di Pelé.

“Non sono sicuro che sia completamente vero”, ha successivamente spiegato Pelé nel suo libro del 2007; di una cosa, però, O’Rey è apparso certo: “I nigeriani ci assicurarono che i Biafrans almeno non avrebbero toccato Lagos mentre eravamo lì. Ricordo un’enorme presenza militare per le strade e grande protezione da parte dell’esercito e della polizia durante il nostro soggiorno in Nigeria. Il clima era molto pesante.”

Sempre all’interno del suo recente libro, Pelé spiega anche che fu uno dei massimi dirigenti del Santos ad assicurare ai giocatori (forse per mantenere una certa tranquillità nel gruppo, prima di un tour economicamente fondamentale per le casse societarie) che la guerra civile nigeriana sarebbe stata interrotta per il loro arrivo.

Pelé, infine, non solleva nuovamente i propri dubbi circa la storia durante una sua intervista del 2011 alla CNN. Anzi, appare proprio rinforzarne la veridicità in questa circostanza.

Eccone un breve estratto:

Pelé: Sì, è tutto vero e mi sento fiero di questo. Perché, sapete, con la mia squadra, il Santos, abbiamo fermato addirittura una guerra. La gente era così fuori di testa per il calcio da deporre le armi.

Giornalista CNN: Si sta riferendo al 1967 (errore della giornalista, come spiegato in precedenza ndr), quando accadde il famoso stop al conflitto civile nigeriano.

Pelé: Esattamente.

A quasi cinquant’anni di distanza da quella tournee africana del Santos, ancora resta un vasto alone di mistero sulla vicenda.

Probabilmente la bellezza ed il romanticismo di tale storia permetteranno di farla passare come vera anche in futuro; molti elementi, tuttavia, proprio non tornano.

 

Calciomancato:  quando Messi stava per andare al Como

Calciomancato: quando Messi stava per andare al Como

Oggi, insieme a Cristiano Ronaldo, è unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività. Qualcuno porta avanti anche paragoni con l’altro grande argentino della storia del football, ‘El Pibe de Oro’ Diego Armando Maradona, ritenendo che si tratti dell’unico talento in grado di raggiungere (superare?) i picchi del fenomeno che ha fatto sognare Napoli ad occhi aperti. Stiamo, ovviamente, parlando di Lionel Messi.

Il campione del Barcellona, a trent’anni compiuti da poco, ha vinto praticamente tutto il possibile a livello di club (sono ben noti, infatti, i ‘dolori’ di Messi nella nazionale albiceleste) e personale, con i Palloni d’Oro che in casa dell’argentino ormai verranno probabilmente utilizzati come i nani nei giardini di ogni comune mortale.

Eppure, la storia sarebbe potuta andare in modo molto diverso.

Siamo agli albori degli anni Duemila e l’imprenditore Enrico Preziosi è a capo del Como Calcio, società che, con tanti sforzi economici, il presidente sta tentando di far rientrare nel calcio che conta dopo anni bui. Ci riuscirà nel 2002, quando i lariani tornano nella massima serie in seguito ad un doppio salto di categoria in due anni partendo dalla Serie C.

Grande artefice del miracolo sportivo dei lombardi è il tecnico Loris Dominissini, che tuttavia dopo dodici giornate di Serie A viene esonerato. E’ l’inizio della fine per i biancoblù, che dopo un solo anno tornano immediatamente (e mestamente) in Serie B.

Il grande motivo di rammarico, però, a posteriori, può e deve essere considerato un altro.

Dalle giovanili dei Newell’s Old Boys, infatti, in quel periodo, in Lombardia giunge in prova un ragazzino dalla folta chioma castana. Si chiama Lionel Messi, per tutti semplicemente ‘Leo’. Il ragazzo non è affatto male. Ha numeri importanti ed una velocità con la palla al piede semplicemente eccezionale.

Il problema? ‘Leo’ è gracile, fin troppo pensa qualche ‘esperto’, per il ruvido calcio italiano. Alla fine non se ne fa nulla e Messi si accasa in Spagna poco dopo. E’ il rimpianto del secolo.

A confessare la vicenda, nel 2010, ormai da presidente del Genoa, fu Enrico Preziosi in prima persona. Tra i motivi della rinuncia anche dei problemi con la famiglia dell’argentino. “Quando si prende un ragazzo, c’è tutta una trafila anche per quanto riguarda i genitori, bisogna sistemarli in Italia. C’era tutta una situazione che impegnava la società a fare determinate cose, perché era minorenne.”

Il numero uno rossoblù ci tenne, inoltre, a specificare di non essersi occupato in prima persona della trattativa. “I fenomeni ci sono sempre, allora non ero io il fenomeno, era qualcun altro, però va bene così. Molto spesso sono i direttori sportivi che si occupano dei ragazzi giovani, che decidono di ingaggiarlo o no. Non è per scaricare la colpa, ma è stato così. Avevamo una persona che lo seguiva, avevamo parlato con la famiglia, era molto entusiasta di venire in Italia, però poi non se n’è fatto niente”.

Messi al Como. Sembra roba da Playstation o Football Manager ed invece poteva essere davvero realtà.

CalcioMancato: quando Diego Armando Maradona stava per andare alla Juventus

CalcioMancato: quando Diego Armando Maradona stava per andare alla Juventus

Quando lo scorso anno ‘El Pipita’ Higuain ‘tradì” Napoli ed i suoi tifosi per trasferirsi all’odiata Juventus, in molti hanno voluto sottolineare la diversità di comportamento tra l’ormai ex numero nove degli azzurri e l’argentino che Napoli ha amato e continua ad amare di più, talvolta trascendendo anche nell’ambito della blasfemia; tanto è l’affetto verso ‘El Pibe de Oro’, l’unico ‘Diez’: Diego Armando Maradona.

Anche i destini del fenomeno albiceleste e della Juventus, tuttavia, avrebbero potuto incontrarsi, seppure prima che Maradona si trasferisse a Napoli portando i partenopei a vette mai raggiunte prima (e dopo).

In merito alla faccenda, si possono riscontrare due versioni: una che potremmo definire ufficiale ed un’altra ufficiosa.

La prima proviene da Giampiero Boniperti, leggenda del club bianconero. Siamo a pochi mesi dal Mondiale di Spagna del 1982 (che vedrà poi trionfare l’Italia di Bearzot) e la Juventus sta tenendo sotto stretta osservazione quello che da tanti addetti ai lavori viene ritenuto il nuovo fenomeno del calcio mondiale. Gioca nel Boca Juniors, porta la maglia numero 10 sulle spalle e si chiama Diego Armando Maradona. La storica ‘Bombonera’ sogna ad ogni tocco di palla di Maradona, che interessa già a tanti club oltre Oceano.

Boniperti narra di aver tentato l’affondo per portare l’argentino all’ombra della Mole, subendo tuttavia un gran rifiuto da parte della società gialloblu proprietaria del cartellino. Maradona deve rimanere in Argentina, almeno fino alla fine dei Mondiali dell’estate seguente. Il rammarico del numero uno juventino, anni dopo, riguarderà anche gli sviluppi della vita privata di Maradona: “Diego è stato l’unico fuoriclasse che mi è mancato. Forse il più grande. Riguardo alla sua vita fuori dal campo, poi, sono sicuro che sarebbe stata del tutto diversa nel caso fosse arrivato a Torino.”

In realtà, esiste poi anche un’altra versione sul possibile matrimonio tra Maradona e la Juventus. Il periodo storico è più o meno il medesimo di cui parla Boniperti. A quest’ultimo viene riferito di un giovane dalle qualità quasi sovrannaturali. Il presidente bianconero vuole vedere di persona di chi si tratti. Le recensioni sono assolutamente positive ma Boniperti, forse anche condizionato da alcuni consiglieri fidati, si fa ingannare dal fisico di Maradona: tutt’altro che slanciato ed abbastanza grassottello. Il più grande calciatore della storia insieme a Pelé viene alla fine brutalmente scartato.

Dal 1984, come tutti sanno, invece, l’Italia per Maradona sarà soltanto a tinte azzurre; nascerà così una delle relazioni più forti e romantiche del nostro calcio.

L’Africa e i Mondiali del 1966, una storia dimenticata

L’Africa e i Mondiali del 1966, una storia dimenticata

Coppa del Mondo 1966: presente nell’immaginario collettivo per la vittoria dell’Inghilterra (rimasta l’unica fino ai giorni nostri), un gol controverso nella Finale, l’esplosione di Eusebio e la sorpresa rappresentata dalla Corea del Nord. Quasi nessuno ricorda, invece, che si è trattato dell’unica volta in cui un intero continente ha boicottato la Coppa del Mondo. Stiamo parlando dell’Africa e della sua clamorosa rinuncia a quella manifestazione sportiva.

Tra coloro che non poterono brillare durante tale appuntamento c’era il ghanese Osei Kofi, descritto una volta addirittura da Sua Maestà Gordon Banks come fenomeno pari al grande George Best. Un’affermazione che di certo lascia di stucco, visto il talento smisurato dell’ex numero sette del Manchester United che lo porta a tutt’oggi ad essere considerato uno dei più grandi calciatori mai esistiti.

La stranezza, però, risiede nel fatto di non aver mai sentito parlare prima di Kofi, che in occasione di due gare amichevoli trafisse il fenomeno Banks per ben quattro volte.

Purtroppo per lui, il “Wizard Dribbler” (il mago del dribbling) non ebbe modo di dimostrare tutto il suo talento imperversando sulle fasce laterali durante la Coppa del Mondo del 1966; gli fu tolta questa grande opportunità quando l’Africa decise sorprendentemente di boicottare la Fase Finale della manifestazione.

A quel tempo, le “Black Stars” ghanesi erano reduci da due successi consecutivi (1963 e 1965) nella Coppa d’Africa e si sarebbero presentati ai Mondiali da campioni in carica del proprio continente.

Penso che il soprannome di ‘Black Stars’ fosse perfetto per quel periodo,” dice Kofi, che oggi è diventato un sacerdote, alla BBC Sport. “Avevamo uomini intelligenti che erano pure calciatori eccezionali sul rettangolo verde. Credo che avremmo anche potuto vincere quella Coppa del Mondo”.

Nel momento più splendente della propria storia, però, le “Black Stars” caddero in un buco nero.

Durante il gennaio del 1964, la Fifa decise che le sedici contendenti alla Coppa del Mondo sarebbero state così suddivise: 10 team europei, inclusa l’Inghilterra che ospitava la rassegna, 4 selezioni provenienti dalla zona latino-americana ed una dall’America Centrale. Rimaneva soltanto un posto da conquistare e ben tre continenti a battagliare per esso: Africa, Asia e Oceania.

Poco dopo l’assurda decisione, il capo dello sport del Ghana, Ohene Djan, che era anche membro del Comitato Esecutivo della Fifa, gridò allo scandalo.

In un telegramma inviato alla Fifa da parte di Djan, la scelta fu definita “patetica e malsana”. “L’Africa avrebbe dovuto avere, nel peggiore dei casi, almeno un posto per una sua nazionale”, l’opinione di Djan.

I toni della lettera di Djan furono approvati da Kwame Nkrumah, il presidente del Ghana, che era diventato, nel 1957, il primo paese sub-Sahariano ad ottenere l’indipendenza.

Nkrumah voleva utilizzare il calcio come mezzo per unire l’Africa e disse a Djan di fare tutto il possibile per rendere il calcio africano importante nel mondo.

Ohene Djan era anche un membro della Confederation of African Football (Caf) ed emerse come figura principale per la lotta alla conquista di un posto nella Coppa del Mondo del 1966 insieme ad un membro etiope della Caf di nome Tessema Yidnekatchew.

La coppia portò argomenti convincenti a sostegno della tesi che vedeva ingiusto il trattamento riservato dalla Fifa alle nazionali africane; Tessema, in merito, parlò di “una presa in giro a livello economico, politico e geografico”.

In primo luogo, i due sostenevano che fosse giusto riservare almeno un posto all’Africa perché le nazionali del ‘continente nero’ erano migliorate in modo significativo nel corso degli ultimi anni. La seconda critica alla scelta della Fifa riguardava il fatto che i costi dell’organizzazione di un play-off tra una nazionale Africana ed un’altra proveniente da Asia o Oceania erano terribilmente alti. Infine, la politica; con una situazione molto complicata e tesa tra Caf e Fifa riguardo al tema dell’apartheid in Sudafrica.

Politica e campo

Successivamente alla sua fondazione, avvenuta nel 1957, la Caf era l’unica organizzazione panafricana esistente in quel momento; precedette, infatti, di sei anni la creazione di quella che oggi è l’African Union, assumendo dunque un ruolo geo-politico assolutamente fondamentale.

Con sede a Il Cairo, la Caf fu la prima organizzazione sportiva mondiale ad espellere il Sudafrica a causa della politica di apartheid nel 1960.

Non appena un paese africano diveniva indipendente, si univa alle Nazioni Unite e poi alla Caf: non c’erano altre organizzazioni,” ricorda Fikrou Kidane, a lungo fianco a fianco con Tessema, che morì nel 1987.

Lo storico del calcio Alan Tomlinson, in merito, afferma: “Sin dall’inizio, questa fu una storia che toccò le politiche culturali nel periodo post-coloniale”.

La Fifa inizialmente sospese il Sudafrica, comunque con un anno di ritardo rispetto a quanto fatto dalla Caf, per poi riammettere il paese nel 1963, parzialmente a causa della promessa, da parte della nazione Africana, di inviare un team di soli bianchi alla Coppa del Mondo del 1966 ed uno di soli neri nell’edizione di quattro anni dopo.

La prima volta che venni a conoscenza di questa fantomatica soluzione, iniziai a ridere” afferma Tomlinson, che attualmente sta lavorando alla biografia dell’allora presidente della Fifa Stanley Rous.

Per le qualificazioni alla Coppa del Mondo del 1966, la Fifa decise di inserire il Sudafrica, che potremmo definire uno ‘stato reietto’ nel suo continente allora, in un gruppo asiatico, così da evitare che avvenisse uno scontro con altre nazionali africane; ci pensò, tuttavia, la storia del play-off tra Africa, Asia e Oceania a riproporre il problema.

Era una cosa inaccettabile ed, oltretutto, logisticamente complessa,” afferma Kidane, delegato etiope che prese parte ai congressi della Fifa negli anni 60.

Si arrivò, così, alla decisione drastica: nel luglio del 1964, la Caf decise di boicottare la successiva Coppa del Mondo del 1966. L’unica condizione che avrebbe potuto far tornare sui propri passi la Caf riguardava il fatto che all’Africa venisse riservato un posto per una propria nazionale. Le reazioni furono tiepide, visto che l’unica nazionale africana a disputare una Coppa del Mondo in precedenza era stato l’Egitto nel 1934.

Non è un grosso problema’, insomma, pensò la Fifa.

Dal momento che le decisioni del Comitato Organizzativo sono finali, non credo che, per il prestigio della Fifa, sarebbe una buona soluzione alterare quanto già stabilito; tuttavia, qualche spunto proposto da Tassema appare ragionevole”. Questo quanto sostenuto dal Segretario Generale della Fifa Helmut Kaser nel 1964.

Il president Rous era d’accordo con tale idea, così nell’Ottobre del 1964 la Caf ufficializzò la decisione di non partecipare ai Mondiali del 1966.

Non fu una decisione difficile,” afferma Kidane, oggi consigliere dell’attuale presidente della Caf. “Si trattava di una questione di prestigio. La maggior parte del continente stava battagliando per la propria indipendenza e la Caf aveva l’obbligo di difendere gli interessi e la dignità dell’Africa”.

“Avremmo vinto quella coppa”

Nonostante quella che poteva essere l’occasione di una vita, Osei Kofi confessa di non serbare rancore. “Avremmo dovuto recriminare con la Caf per non poter disputare la Coppa del Mondo ma non sarebbe stato giusto perché avevano ragione loro. Era una truffa, c’era molto poco di chiaro in quella faccenda e la Fifa meritava tale comportamento”.

Tanti, però, la pensano diversamente.

Non conosco nessuno di noi che non sia amareggiato per non aver disputato quella competizione” dice, ai microfoni della BBC, Kofi Pare, altra stella di quel Ghana degli anni 60. “Dopo aver visto quel torneo, sapevamo che avremmo potuto fare meglio di chiunque altro. Penso che saremmo stati una delle squadre più forti. Saremmo andati in finale e probabilmente avremmo anche vinto”.

Al netto dei rimpianti, comunque, il boicottaggio funzionò: la Fifa finalmente reagì.

Nel 1968, infatti, fu votato all’unanimità di concedere un posto ad una nazionale africana ed un altro per l’Asia.

Penso che si trattò di un passo assolutamente fondamentale,” spiega lo storico Tomlinson. “Se la Fifa avesse continuato con il proprio ostruzionismo in merito, probabilmente il calcio sarebbe andato in un’altra direzione”.

Oggi, l’Africa detiene cinque posti dei trentadue totali di una Fase Finale di Coppa del Mondo; divennero addirittura sei quando il Sudafrica ospitò la competizione nel 2010. Ma non basta. L’Africa chiede ancora più spazio.

Nel frattempo, però, un grande obiettivo è stato raggiunto. A partire dall’edizione del 1970, infatti, l’Africa è sempre stata presente nelle varie edizioni della Coppa del Mondo.

L’eredità di Djan e Tessema ha continuato a vivere sui campi di calcio grazie a campioni come Roger Milla, Didier Drogba e Samuel Eto’o. Non c’è che dire, veramente un grande regalo per il calcio africano e non solo.