Johann Kastenberger: il maratoneta che scappava dalla polizia

Johann Kastenberger: il maratoneta che scappava dalla polizia

Corri, Forrest, Corri!” La celebre frase del Film Forrest Gump, interpretato da Tom Hanks nel 1994, potrebbe, in sintesi, ben calzare, raccontando la storia del maratoneta Johann Kastenberger. Ma così non è.

Se da una parte la pellicola di Zemeckis ha come protagonista il puro e genuino Forrest, nel nostro caso parliamo di uno dei personaggi che dello sport e delle sue doti atletiche ne ha fatto un pretesto per avere un vantaggio nell’esecuzione di atti criminali e sanguinosi.

Ma chi è Johann Kastenberger?

Nato nel 1958 a Sankt Leonhard am Forst, un piccolo paesino di 3000 anime nel nord est dell’Austria, Johann, che ha cambiato il suo cognome da box Berger a Kastenberger, prendendo quello della madre, è stato un talentuoso corridore di maratone che, soprattutto negli anni 80, ha ottenuto molti successi in diverse gare austriache. E’ divenuto famoso agli onori della cronaca, però, non tanto per le sue gesta sportive, ma perché, dai tempi del dopo guerra fino ai giorni nostri, rappresenta, in Austria, il caso criminoso che ha coinvolto il maggior numero di agenti di polizia impiegati nella sua ricerca: 450 totali, senza contare cani, elicotteri e macchine delle forze dell’ordine.

Come racconta lo scrittore Martin Prinz, autore della biografia dell’atleta, ripresa, in seguito, dal regista Benjamin Heisenberg nel film “Il rapinatore” del 2009, Johann Kastenberger, la cui infanzia e gioventù fu influenzata dall’abbandono del padre e dall’esasperazione della madre che doveva crescere 6 figli, aveva nel suo intimo un desiderio parallelo alla sete di vittoria nelle gare a cui partecipava. Come una dipendenza vera e propria, il maratoneta veniva spinto dal desiderio di commettere rapine in banca, assuefatto dall’adrenalina e dalla tensione che un atto del genere sprigionava in lui.

Ma veniamo ai fatti: nel 1977 e, precisamente il 25 ottobre, Kastenberger, che nel frattempo aveva lasciato gli studi di ingegneria, commette il primo colpo in banca presso la Volksbank in località Pressbaum, Austria. In occasione di quella rapina, Johann riesce ad appropriarsi di una somma intorno ai 70000 scellini (attuali 5 mila euro).

In seguito all’accaduto, l’atleta viene arrestato dalla polizia su un treno, presso la stazione ovest di Vienna, grazie alla descrizione fornita agli agenti da un impiegato di banca. Viene condannato a 7 anni di prigione. La curiosità, nel suo periodo di detenzione in carcere, è che a Johann viene concessa la possibilità di continuare i suoi allenamenti da maratoneta, grazie all’installazione, all’interno della sua cella, di un tapis roulant. Rilasciato con la condizionale dopo 6 anni, viene iscritto all’ufficio di collocamento per i programmi di recupero. In questa occasione, viene in contatto con un’impiegata con la quale inizia una storia d’amore e, conseguentemente, decide di trasferirsi nell’abitazione di lei a Vienna.


Ma la sua “fame” non si è placata. Anzi.

Kastenberger, quasi divorato dal suo impulso a delinquere, si spinge oltre: il 13 Agosto del 1985, tenta l’assalto alla Raiffeisen Bank ad Hafnerbach. In questa occasione, per evitare di essere incastrato dagli impiegati, come nella prima rapina, decide di indossare una maschera rappresentante il volto del Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan. Essendo dotato di un fucile a pompa, Johann viene, da quel momento in poi, denominato “Pump-gun Ronnie”. A causa dell’arrivo delle volanti, però, Kastenberger non porta a termine il colpo ed è costretto a fuggire. Malgrado il travestimento, la polizia punta l’indagine, sin da subito, su di lui, il quale, però, viene protetto dalla sua fidanzata, grazie ad un falso alibi.

Nello stesso giorno, Johann, da rapinatore si era, però, già trasformato in assassino, a seguito dell’omicidio di un uomo, come lui iscritto al programma di recupero, Ewald Pollhammer, solo per aver fumato durante un corso per imparare il mestiere di fabbro. Negli anni che vanno dal 1986 al 1988, Pump-gun Ronnie, mette a segno svariati colpi in banca e rapine ad esercizi commerciali, riuscendo sempre a farla franca grazie alle sue, già citate, doti atletiche.

Infatti, in molte occasioni, Kastenberger riesce ad eludere la polizia e gli inseguimenti, scappando a piedi, di corsa, per chilometri e chilometri fino a far disperdere le sue tracce. Parallelamente, sempre sfruttando la sua facilità di corsa e il suo fisico da incredibile atleta, riesce a vincere un’importante maratona di montagna in Austria, la Kainach Mountain Marathon, con arrivo a 2000 metri, ottenendo il record mondiale indiscusso di 3:16:07.

Nel 1988, la corsa di Kastenberger arriva al capolinea: dopo che il Presidente della Polizia viennese aveva dato incarico ai suoi sottoposti di diramare un identikit del maratoneta e un’offerta di ricompensa per chi lo avesse trovato, viene arrestato in seguito al riconoscimento da parte di un poliziotto in un video del sistema di sorveglianza di una banca “visitata” da Johann. Contestualmente, viene arrestata anche la fidanzata, rea di averlo coperto in occasione della prima rapina, dopo il suo rilascio nel 1985.

In occasione dell’interrogatorio, Kastenberger stupisce tutti di nuovo: scappa dalla caserma, buttandosi dalla finestra, atterrando sul tetto di una macchina parcheggiata e fuggendo come un forsennato per tutta la città. Nei giorni a seguire, riesce ad eludere un tentativo di arresto, scappando di nuovo, nascondendosi nella foresta circostante.

La sua storia termina quando, dopo aver rubato un’auto, il maratoneta, tentando di forzare un posto di blocco, a St. Polten, sentitosi ormai braccato dalla polizia, che aveva cominciato a fare fuoco sulla macchina, imbraccia il suo fucile, “il pump – gun “che lo aveva reso famoso, e fa la cosa che gli è sempre riuscita meglio: sfugge all’arresto, suicidandosi con un colpo alla testa.

Finisce, così, la corsa di Johann “Pump gun Ronnie” Kastenberger. Un  grande maratoneta che non ha saputo fermarsi e che, metro dopo metro, si è avvicinato inesorabilmente al suo triste finale, scappando, questa volta, da un futuro costellato di successi sportivi.

 

Calcio Moderno e Diritti Tv, Ciampi ci aveva avvertito sulla crisi del Pallone

Calcio Moderno e Diritti Tv, Ciampi ci aveva avvertito sulla crisi del Pallone

Il 16 settembre 2016, a 95 anni, moriva l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. E oggi avrebbe compiuto 97 anni. Un uomo che nel corso del suo mandato riportò in auge lo spirito patriottico italiano con la reintroduzione della parata per la Festa della Repubblica del 2 giugno e la valorizzazione dell’inno di Mameli come simbolo di una nazione fiera ed orgogliosa. Durante il suo incarico, tutti impararono quel “Fratelli d’Italia” (o Canto degli Italiani), compresi i calciatori che ricominciarono a cantarlo in ogni occasione in cui la Nazionale calcava un rettangolo verde.

Un Presidente intervenuto più volte anche in questioni lontane dalla politica e dal governo come lo sport. Rimane famoso il suo discorso durante il saluto alla spedizione azzurra in procinto di partire per Atene in occasione dei Giochi Olimpici del 2004.  Per lui, l’attività sportiva, specialmente quella contornata da sponsor e flussi pubblicitari aveva “il dovere di guardare agli effetti dei propri comportamenti sui cittadini”. Soprattutto  per quanto riguarda il calcio, Ciampi fu “tremendamente” profetico. Dodici anni fa, infatti, ammonì il mondo pallonaro sui rischi che questo sport poteva correre, diventando sempre più dipendente dei flussi di moneta provenienti dai diritti tv. Un tema oggi caldissimo che ha allargato la fettuccia tra campionati/club ricchi e appetibili  e quelli poveri.  Parlava di “rigenerazione morale, economica e organizzativa” senza la quale “i danari dei diritti televisivi rischiano di essere una droga che uccide il calcio italiano”.

Elogiò, invece lo sforzo di quegli italiani attraverso i quali “sport nobili e difficili in cui stentavamo si sono affermati, senza sponsorizzazioni né diritti televisivi grazie all’impegno di tante famiglie e di numerose associazioni e società sportive e hanno continuato ad attirare i giovani e a educarli ai principi della vita sana, del rispetto delle regole, della disciplina del corpo e dello spirito”. In quest’ottica, lanciava un appello al Governo e agli enti locali di supportare economicamente queste situazioni, dove il rispetto non era sufficiente a mandare avanti progetti del genere. Sul calcio invece, un altro punto di vista: “Anche lo Sport ricco – pur non avendo bisogno di soldi – , ha la responsabilità di non generare sconcerto e distacco“.

Altro tema caldeggiato da Ciampi, precursore anche in questo, fu l’aspetto legato al calcio giovanile e alla forte necessità di puntare i maggiori sforzi alla crescita dei vivai.

 “Non c’è dubbio che il calcio italiano deve tornare a investire nei giovani, nei vivai, a dare occasione ai ragazzi nati sui ‘campetti’ della nostra provincia. E’ nei vivai che giovani tuttora trovano esempi che danno speranza in questo sport così amato e così pieno di problemi. Non si può finanziare tutto a costi crescenti senza una prospettiva economica di lungo periodo che coinvolga le comunità con le quali e per le quali si pratica lo sport”.


All’epoca le sue parole furono accolte da reazioni positive e propositive. L’allora Presidente della Federcalcio Franco Carraro le definì “una grande verità che deve far meditare tutti. Mi è piaciuto l’accenno sulla valorizzazione dei giovani”. Anche Sky sostenne la tesi di Ciampi. “Condividiamo e rispettiamo il giudizio del Presidente Ciampi, che pone un problema sul quale tutti siamo chiamati a riflettere.

Il presente ci regala invece uno scenario del tutto diverso. Una situazione dove i giovani italiani stentano a decollare e i diritti tv sono i veri padroni del pallone. Dal 2004 ad oggi il calcio è cambiato. In peggio. E Ciampi ci aveva avvertito.

Arbitri, Tifosi e Calciatori: una Storia di sangue che non smette di scorrere

Arbitri, Tifosi e Calciatori: una Storia di sangue che non smette di scorrere

Le immagini dello spogliatoio degli arbitri ricoperto di sangue sembrano uscite da un film dell’orrore. Ma è tutto vero. Quello che è accaduto in Argentina nel Campionato Federal B, la quarta serie del calcio albiceleste, è solo l’ultimo caso in cui un direttore sportivo viene aggredito. Questa volta sono stati i tifosi della Juventud, altre volte gli stessi calciatori.

Un episodio che ci riporta indietro di un anno quando il calciatore Ruben Rivera Vazquez colpì mortalmente l’arbitro Victor Trejo durante una partita di campionato amatoriale messicano. Dopo l’espulsione il giocatore andò su tutte le furie e sfogò la sua frustrazione sull’arbitro causandogli un’emorragia subaracnoidea che ha portato al decesso e alla conseguente fuga in automobile da parte del colpevole. Una vicenda che, come dicevamo, non rappresenta un caso isolato nella cronaca nera, sportivamente parlando.

L’arbitro è considerato diffusamente la persona più detestabile nel mondo del calcio e le sue decisioni scaturiscono spesso e volentieri in insulti e accuse. Se una volta il “cornuto” di turno era il massimo della violenza, nel corso degli anni e dei mutamenti sociali, la figura del direttore di gara si è trasformata in mostro da abbattere e unico colpevole delle disgrazie della squadra per cui si gioca o si fa il tifo. E l’esasperazione dei toni e delle reazioni è andata via via spostandosi su una dimensione che non appartiene più alla semplice manifestazione viscerale ma assume connotati davvero agli antipodi rispetto al gioco del calcio. Risse, insulti, rincorse, denunce sono il condimento tipico di una partita. La situazione è ancora più evidente quando si calcano le serie minori o giovanili, dove spesso i genitori sono “troppo allenatori” e i giocatori “troppo calciatori”. E allora i casi di aggressione si intensificano, vuoi perchè lontano dai riflettori, vuoi perchè in alcuni casi lo sperduto rettangolo verde (che poi è marrone di terra) è la sola valvola di sfogo dalla realtà personale di molti partecipanti.


A farne le spese soprattutto l’arbitro, capro espiatorio indifeso e senza supporters che in svariate situazioni laterali rispetto al calcio che conta è costretto a prestazioni di un velocista con la capacità di incassare degna di Jake LaMotta. In alcuni casi, però la situazione si ribalta e il “carnefice” diventa il direttore di gara e la “vittima” il calciatore. In altri, invece, la giacchetta nera (che nera non è più) è quello che ti salva la vita strappandoti ad un morte che ci riporta alla mente numerosi episodi di decesso in campo.

Spulciando su Internet molte sono le storie del burrascoso rapporto tra giudicante e giudicato. Il più recente, oltre a quello citato in apertura, riguarda la tentata aggressione da parte di un giocatore del Guaranì all’arbitro di una partita di terza serie brasiliana. La scintilla, come sempre, il cartellino rosso. La reazione, uno spintone che ha fatto crollare l’arbitro e quattro uomini per arginare la furia del compagno.

Ma il 2016 sembra essere stato l’annus horribilis per questo genere di situazioni. Sempre dall’America Latina precisamente dall’Argentina, il calciatore Leonardo Vera del Quilmes de Rafaela si è scagliato contro l’arbitro colpendolo ripetutamente al volto durante una partita di una serie minore. Per lui il ricovero in ospedale e prognosi di 10 giorni. Ancora peggio è andata a Sergio Castaneda, arbitro della terza categoria del Guatemala, che dopo aver estratto il cartellino rosso a Daniel Pedrosa, è stato raggiunto da una testata e un gancio e il rischio di perdere l’occhio. Per il giocatore sono scattate le manette. Tornando in Argentina, a Cordoba, l’uccisione del giudice di gara Cesar Flores, raggiunto da tre colpi di pistola al torace, al collo e alla testa per mano di Juan Marcelo Barrionuevo. Anche in questo caso, galeotto fu il cartellino rosso.

Il calcio sudamericano rappresenta spesso terreno fertile per questo tipo di “esternazioni”, tanto che l’arbitro Gabriel Murta in un partita di calcio dilettante brasiliano, dopo essere stato colpito da un calcio e uno schiaffo, reo di non aver fischiato un brutto fallo, ha estratto una pistola per calmare le acque. E così è stato, chiaramente.

Ma la situazione di certo non è migliora in Europa. Dalla Spagna arrivano le “botte” patite dall’arbitro Fernando Collados nella seconda divisione spagnola (la nostra Lega Pro). Al termine della gara i tifosi hanno cominciato a bersagliare la terna arbitrale con insulti, sputi, gavettoni e lancio di oggetti e conseguente trasporto in ospedale per un guardalinee. Suscita qualche risata, invece, il tentativo di aggressione da parte di una nonna 60enne di un calciatore in un campionato giovanile spagnolo. La signora non avendo gradito l’operato dell’arbitro, ha aspettato che uscisse dall’impianto sportivo per tagliargli la strada con la macchina e venire alle mani.

In Italia il caso dell’arbitro donna picchiato durante una partita di allievi a Merano. Dopo un rigore non concesso, i tafferugli sugli spalti tra i sostenitori delle due squadre si sono trasferiti a bordo campo. Il direttore di gara nel tentare di sedare gli animi anche dei giocatori intervenuti alla rissa, è stata colpita da un calciatore che ora rischia 3 anni di squalifica. Ruoli invertiti invece del Torneo Cavazzuoli Under 20 dove il giudice di gara, accerchiato a fine partita dai giocatori, dopo essere stato colpito da una manata, ha sferrato uno spintone verso un calciatore minorenne facendolo cadere e scatenando l’ira del pubblico, trattenuto dalle forze dell’ordine che hanno scortato l’arbitro nello spogliatoio.

Ma la vicenda più eclatante è sicuramente quella accaduta nel nord est del Brasile. Siamo nel 2013 e l’arbitro Otavio Jordao Da Silva, 20 anni, espelle il giocatore Josemir Santos Abreu, il quale comincia ad inveirgli contro e a tirare calci alla sua persona. A quel punto il fischietto ha estratto dalla cintura un coltello, colpendo a morte il calciatore. La furia dei sostenitori e dei familiari della vittima si è trasformata in ulteriore tragedia: l’arbitro è stato raggiunto dopo l’invasione di campo, è stato legato, lapidato e ucciso. Lo sfregio finale della decapitazione e l’apposizione della testa su un palo riassumono tremendamente quanto il limite venga spesso superato, non necessariamente traendo spunto dalla vicenda in questione.

Fortunatamente, esistono anche altre storie: come quelle di Daniel Garcia e Filippo Acamovic. Il primo, durante una partita di una divisione regionale spagnola, ha letteralmente salvato la vita ad un giocatore in preda a convulsioni che aveva perso i sensi dopo uno scontro aereo. Tempestivo il suo intervento con il quale ha evitato che la lingua lo soffocasse. Stessa situazione per il “nostro” Filippo Acamovic, arbitro di origini serbe,  che nel corso della partita tra i Giovanissimi Piacenza e Juve Club ha applicato la stessa manovra per respirare ad un ragazzino di 14 anni che aveva sbattuto contro il muro delimitante il campo da gioco. “Non chiamatemi eroe” queste le sue dichiarazioni.

C’è spazio quindi anche per il lieto fine in questo rapporto arbitro-giocatore. Una dicotomia lunga quanto la storia del calcio, e non solo. Una disputa che troppo spesso si è trasformata in battaglia vera e propria. Una storia di sangue.

 

 

Miracolo Italiano: Israele e Palestina unite (per la prima volta) contro il Giro d’Italia 2018

Miracolo Italiano: Israele e Palestina unite (per la prima volta) contro il Giro d’Italia 2018

Trovare la parola unità in una frase con Palestina e Israele è davvero impensabile. Ma a riuscire nell’impresa di far convergere gli sforzi di due comunità che si odiano da sempre, c’è riuscita l’Italia. La politica non c’entra niente, almeno non direttamente, perché la questione questa volta riguarda lo sport. E, in effetti, anche la parola unità in termini assoluti è qualcosa di sbagliato. Sarebbe più opportuno parlare di fuoco incrociato nei nostri confronti. La pietra dello scandalo, incredibilmente, il Giro d’Italia. Ma andiamo con ordine. La Corsa Rosa nella sua storia ha visto partire molte volte i ciclisti fuori dai confini nazionali, in Danimarca, Olanda, Irlanda del Nord e via dicendo. Per l’edizione 2018 si è optato per Gerusalemme che sarà la sede oltre che della partenza, anche delle due tappe successive. Le motivazioni sono riconducibili anche alla tappa finale del Giro che si terrà a Roma, con l’intento di unire e consolidare un messaggio di fratellanza e pace. E anche il fatto che il nostro Gino Bartali sia stato dichiarato ‘Giusto tra le nazioni’ dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto fondato nel 1953,che ha sede proprio a Gerusalemme, non può essere un caso. Ma la scelta di iniziare il Giro nella capitale dello Stato di Israele ha subito causato l’indignazione delle tante associazioni che si battono per i diritti del popolo Palestinese che hanno chiesto a gran voce l’accantonamento di tale soluzione. Nello scorso weekend nelle principali piazze italiane si sono riuniti centinaia di ciclisti per partecipare ad una manifestazione a pedali in cui si evidenziasse come la decisione di far iniziare un così grande evento a Gerusalemme fosse sbagliata, il tutto evidenziato con un percorso fatto di ostacoli e muri ad enfatizzare le difficoltà di movimento che hanno i palestinesi nel territorio israeliano. A condire la corsa, striscioni, bandiere, volantini e l’hashtag #cambiagiro.

E non è la prima volta che l’Intifada entra prepotentemente nel mondo dello Sport, ed è emblematica la situazione nell’universo calcio in cui la Fifa ancora deve risolvere la questione delle squadre israeliane che giocano nei territori occupati illegalmente della Cisgiordania, così come stabilito anche dall’ONU, che ha spinto la Federcalcio palestinese a richiederne l’espulsione dai campionati israeliani. Insomma, ogni scusa è buona pur di litigare. Eppure, questa volta, sembrano aver messo nel mirino lo stesso nemico. Infatti, è notizia di ieri che anche il Governo israeliano se l’è presa col Giro. I ministri dello Sport, Miri Regev, e del Turismo, Yariv Levin hanno esplicitamente minacciato l’organizzazione della Corsa di sospendere i vitali finanziamenti alla manifestazione a causa della dicitura “West Jerusalem” apparsa nella presentazione ufficiale di ieri. Quell’Ovest accanto a Gerusalemme ha indispettito non poco i vertici israeliani perché ci riporta indietro di 50 anni quando, in una città ancora divisa in due in cui l’Est era arabo e l’Ovest israeliano, proprio lo Stato di Israele si appropriò della parte orientale alla fine della Guerra dei Sei Giorni, occupandone i territori così come stabilito dalla risoluzione 242 dell’Onu. Una zona che è ritenuta di fatto dal popolo Palestinese la capitale della loro Nazione. Ma che il rapporto tra Israele e le grandi istituzioni mondiali ultimamente non fosse idilliaco, ancora meno del passato, era chiaro già da quando l’Unesco si è riferita alla zona denominata Monte del Tempio dagli ebrei solo con la dicitura araba Spianata delle Moschee tanto da spingere Stati Uniti prima e Israele poi ad uscire dell’organizzazione perché “troppo filo-palestinese”.



“Gerusalemme è una città unita, è la Capitale di Israele, non vi sono Est e Ovest, e quelle pubblicazioni sono un’infrazione delle intese. Se ciò non sarà cambiato Israele non parteciperà all’evento”.

Queste le dichiarazioni del Governo che hanno messo subito paura ai vertici del Giro D’Italia, tanto da spingerli all’immediata correzione e a diramare un comunicato in cui si sottolineava che la scelta di apporre Ovest era solo relativa alla zona di Gerusalemme in cui in effetti sarebbe partita la prima tappa della Corsa, anche perché si parla di 12 milioni di euro, di cui 4 milioni andrebbero direttamente a Rcs Sport per i diritti di hosting. “Nel presentare il percorso di gara è stato utilizzato materiale tecnico contenente la dicitura ‘Gerusalemme Ovest’, imputabile al fatto che la corsa si svilupperà logisticamente in quell’area della città. Si sottolinea che tale dicitura, priva di alcuna valenza politica, è stata comunque subito rimossa da ogni materiale legato al Giro d’Italia”Allarme rientrato e pace suggellata da quanto dichiarato dai prima citati ministri: “Ci rallegriamo dell’accordo raggiunto dal direttore generale del ministero della cultura e dello sport, Yossi Sharabi, con la direzione del Giro. In base ad esso la direzione del Giro e i suoi organizzatori verranno in Israele nei prossimi giorni per coordinare il tracciato e garantire che la gara si svolgerà come progettato dalla Torre di Davide e la Porta di Jaffa, e quindi da là attraverso Gerusalemme”. Per i soldi, questo ed altro.

Ma la questione della Città Santa per le tre religioni monoteiste va ben oltre una dicitura di un comunicato stampa. Infatti, sebbene nel 1980 il parlamento israeliano abbia emanato una legge fondamentale che proclamava Gerusalemme «unita ed indivisa» capitale di Israele, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu attraverso la risoluzione 478 ha giudicato questa decisione contraria alle leggi internazionali, ritenendola “inammissibile acquisizione di territorio con la forza” e giudicando tale legge come “nulla e priva di validità” oltre che da “rescindere”. Quindi di fatto, riferirsi ad una Gerusalemme Est e una Gerusalemme Ovest, avrebbe avallato e supportato la tesi delle Nazioni Unite che tanto non piace al Paese che ci ospiterà e foraggerà per tre giorni. Ma, in questo caso, è bastata un mano di bianco per risolvere una questione che, da anni, è indiscutibilmente a tinte grigie.

Italia a Russia 2018? L’ultimo tentativo di salvare (a tutti i costi) un morto annegato nel fallimento

Italia a Russia 2018? L’ultimo tentativo di salvare (a tutti i costi) un morto annegato nel fallimento

Come diceva l’aforisma? La speranza è l’ultima a morire. E anche se calcisticamente siamo annegati nell’oblio di quelle Nazionali che per almeno un anno finiranno nel dimenticatoio, annaspiamo nel miraggio di poter clamorosamente volare in Russia il prossimo giugno. E se prima l’Eldorado era raggiungibile sognando una guerra nei paesi qualificati così da poterci appellare all’articolo 7 del regolamento FIFA (che mai ci saremmo sognati di sfogliare in vita nostra) è arrivato nelle ultime ore un dispaccio via Sudamerica che ci fa ribattere quel cuore azzurro che si era rattrappito dopo l’inutile 0 a 0 contro la Svezia.

Il giornale peruviano Libero ha infatti aperto la giornata con una prima pagina che ha incendiato gli animi di coloro che ancora non si sono arresi all’amara verità. Secondo la testata andina, la nazionale blanquirroja che si è conquista la qualificazione grazie alla vittoria nello spareggio contro la Nuova Zelanda, potrebbe rischiare di essere esclusa da Russia 2018 per motivi che non hanno direttamente a che fare con il calcio. La deputata fujimorista Paloma Noceda, che presiede la Commissione Istruzione, Gioventù e Sport del Parlamento ha presentato una proposta che vuole portare la Federcalcio peruviana sotto controllo diretto del Governo attraverso l’Istituto dello Sport. Ci viene subito in mente che a motivare questa voglia di cambiamento potrebbe essere stato il coinvolgimento, e relativo arresto risalente al 2015, dell’ormai ex presidente della Federcalcio Manuel Burga al Fifa Gate nell’ambito del sistema di corruzione portato alla luce due anni fa dove l’intera Conmebol e la Concacaf sono finite nel mirino della procura statunitense. E le ultime confessioni dell’argentino Burzaco non fanno che peggiorarne la situazione, tanto che, come dichiarato dai pubblici ministeri, Burga pare abbia mimato il gesto di “tagliare la gola” verso Burzaco nelle scorse giornate di processo. Se fosse questo il motivo della proposta Nocedo sarebbe nobile ed apprezzabile tentativo di voler dare un ripulita ad un ambiente soffocato da questioni poco chiare. E andrebbe applaudito in quanto tale (anche se la statalizzazione di per se non è garanzia di nulla), senza troppe macchinazioni. Ma siccome, come si dice, mors tua vita mea, si riapre magicamente uno spiraglio che ci vedrebbe approdare a Mosca.


Per farlo, dobbiamo riprendere mano al regolamento FIFA (sempre lui) che vieta espressamente che una Federcalcio sia sotto il controllo statale così da evitare ingerenze governative. Il tutto quindi potrebbe portare all’esclusione del Perù dai tanto sognati Mondiali che mancano dal 1982 e, per questo, la FIFA ha chiesto chiarimenti alla Federcalcio peruviana che a sua volta ha allarmato il Governo sulla possibile Apocalisse, a tavolino la loro, in salsa inca. Vedremo come andrà a finire, anche se la notizia si sta già sgonfiando in quanto l’eventuale accettazione della proposta e  esecuzione del provvedimento avverrà in un tempo tale da non coinvolgere la partecipazione di Guerrero&co. alla manifestazione mondiale.

Quello che è evidente in tutta questa storia è che, malgrado il disastro sportivo, malgrado il disastro politico (del calcio) e malgrado il caos che vive il nostro pallone tra commissari straordinari, ex presidenti rispolverati, e dimissioni in differita, ancora non riusciamo ad ammettere dentro di noi che siamo fuori. Ed è tutto vero. Anzi diamo per scontato che, nel caso impossibile che una Nazionale qualificata possa essere esclusa, noi saremmo subito richiamati senza tenere conto delle altre non partecipanti, alcune delle quali hanno anche un ranking migliore del nostro. Continuiamo a sentirci belli anche se siamo bruttissimi. Ci attacchiamo a cavilli presi da codici che non ci siamo mai preoccupati che esistessero, invochiamo guerre e finiamo addirittura per approfondire la politica interna di un paese che dista 16 ore di volo, quando basterebbe ammettere che siamo scarsi su tutti i livelli e provare a guardare avanti, al futuro, anche se il domani sembra peggiore di ieri. E invece siamo ancora qui, a 10 giorni di distanza ad appellarci a una qualunque mano immaginaria che possa farci emergere dalle torbide acque del fallimento, che sia in grado di essere più forte del macigno che ci spinge in fondo. Basterebbe questo, chiudere il cassetto del sogno Russia 2018 (uno dei primi casi di realtà diventata sogno e non viceversa) e silenziosamente glissare. Invece usciamo (ci fanno uscire) dalla porta e proviamo ad entrare dalla finestra, come sempre.

Close