Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

In occasione della Festa della Liberazione, proponiamo una storia di guerra e di sport. Un aneddoto calcistico lontano settantatre anni che si mescola tra mito e realtà, ricordato come “La Leggenda di Sarnano”, dall’omonimo, e davvero bello, documentario di Umberto Nigri. Nel 1944, in centro Italia, si sarebbe giocata una partita di calcio tra nazisti e una squadra di italiani, composta anche da un gruppo di partigiani. Non esistono documenti scritti che avvalorano la presenza di esponenti della Resistenza nella contesa, ma il carattere orale con cui si è tramandata la storia rende anche questa tesi parte di una Leggenda che ben si cala nella situazione che il nostro Paese viveva durante l’occupazione tedesca. 

Quando, dopo una  vigorosa bussata, Mario Maurelli aprì la porta, non poteva credere ai suoi occhi: di fronte a lui due tedeschi in divisa, e una domanda: “E’ lei l’arbitro Maurelli?”. Era il 1944 e l’Italia era sotto il tallone dell’invasione nazista.

Ma cosa voleva la Wehrmacht da un ex arbitro di Serie A?

La risposta fu incredibile quanto, per certi versi, scontata: giocare al calcio.

Già perché la guerra imperversava in Europa e il morale dei soldati al fronte, da anni lontani da casa e dalle famiglie, era sempre più basso. Una depressione che non era la più indicata per un esercito che già sentiva l’odore inconfondibile della sconfitta. E l’unico tentativo di “normalizzare” la situazione poteva essere il calcio. Questo avrà pensato il sergente tedesco, che con i suoi uomini presidiava Sarnano, paesino arrampicato sulle colline del Maceratese occupate dal Reich. Appassionato di calcio, aveva fatto interpellare l’arbitro Maurelli, conosciuto anche in Germania, per mettere su una squadra che potesse sfidare l’undici tedesco. Unica regola: tutti italiani e tutti coetanei dei loro avversari.

Sfida non facile da accettare per chi i tedeschi li vedeva solo come spietati oppressori. Come si poteva giocare con loro come se niente fosse?

La risposta a una richiesta tanto sconcertante non fu immediata. Per Maurelli, persona stimata da tutti, accordarsi con i nazisti, sia pure intorno a un pallone, significava mancare di rispetto a coloro che, ogni giorno  combattevano, e morivano, per cacciare gli occupanti.

Dopo che la notizia si sparse in paese, la cosa non piacque affatto, e a Maurelli fu chiesto di rinunciare. Per di più, della squadra degli italiani, avrebbero fatto parte alcuni partigiani appostati sulle colline, oltre a disertori dell’esercito regio. Il che significava, in poche parole, darsi in pasto al nemico.

Ma la partita si doveva fare e il sergente, dopo aver minacciato altri morti e rastrellamenti, promise sul suo onore di soldato che ai giocatori italiani, partigiani e non, sarebbe stata evitata la deportazione. In più, al termine della gara, sarebbe stato offerto loro un rinfresco, a spese, s’intende, del Reich. Da non credere.

Crebbe la paura. Era una trappola? I tedeschi avrebbero rispettato i patti? E se ci rifiutiamo?

Quindi, tra minacce e promesse, la partita venne organizzata. Maurelli si fece aiutare da suo fratello Mimmo, partigiano, in grado di reclutare la squadra che avrebbe sfidato gli occupanti e il destino.

Sarnano, 1 aprile 1944: Italia contro Germania. Comincia la partita che passerà alla storia come la “Leggenda di Sarnano“, raccontata dal documentario storico di Umberto Nigri, attraverso le voci dei due protagonisti: Mario Maurelli e Libero Lucarini.

Si parte: la squadra tedesca non sembra granchè, molta fisicità ma poca tecnica. Più preparati e organizzati gli italiani. Ai bordi del campo, soldati in divisa pronti a sparare. L’atmosfera ideale per giocare al calcio.

Che dobbiamo fare? Vinciamo? Perdiamo? E se vinciamo cosa ci succede? Questi ci fanno secchi, non vedono l’ora. La decisione negli spogliatoi è unanime: non si vince e si salva la pelle.

Infatti, i partigiani cercano di fare l’impossibile pur di non segnare. Ma non possono neppure esagerare troppo nella finzione, per non irritare i tedeschi che chissà come possono reagire. Il tempo non passa mai e mantenere il pareggio non sarà semplice.

All’undicesimo minuto del primo tempo, Lucarelli fa partire un cross dalla fascia. Un lancio senza pretese, ma in area spunta Grattini che,  forse in un impeto di nazionalismo e di vendetta contro gli invasori,  insacca di testa alle spalle del portiere della Wehrmacht.

Partigiani 1, Nazisti 0. Palla al centro. Lo sguardo dell’arbitro Maurelli dice tutto.

Ma cosa ha fatto? Ci vuol fare ammazzare? Anche Grattini ha capito di averla fatta grossa, non esulta e assume un’aria contrita.

Si arriva all’intervallo: silenzio di tomba, è proprio il caso di dire, tra gli italiani.

Nel secondo tempo la musica non cambia: i tedeschi non riescono a segnare, sebbene gli italiani facciano di tutto per collaborare. Il tempo, questa volta, scorre veloce verso un epilogo che si annuncia drammatico. Anche l’arbitro ce la mette tutta ma non sa come riportare il punteggio in parità. Mancano cinque minuti alla fine e Maurelli incrocia lo sguardo del terzino Libero Lucarini, che aveva tolto gli abiti dell’esercito per arruolarsi con la Resistenza. Lucarini capisce che non si può più scherzare. L’ala sinistra della Germania avanza veloce e Lucarini è abilissimo nel farsi scartare. Il tedesco, galvanizzato dalla bella giocata, calcia con forza e la palla supera il portiere italiano. Rete! La soddisfazione tedesca è quasi pari alla gioia trattenuta dell’arbitro, che conduce gli ultimi minuti in assoluta tranquillità fino al triplice fischio. Partigiani 1 Nazisti 1. Tutti contenti.

Al rinfresco, si presentarono solo i tedeschi. I partigiani erano già lontani, scappati quasi di corsa verso i loro accampamenti. Al sicuro nella boscaglia dei Monti Sibillini, nel caso i tedeschi, non si sa mai, ci avessero ripensato. Ma il patto non fu violato.

Dopo quegli incredibili 90 minuti, ricominciava la vera partita, quella della vita e della morte, quella dove i nazisti non avrebbero mai accettato un pareggio per uno ad uno. Perché quell’uno, per loro, equivaleva a dieci.

FOTO: www.cnj.it

social banner

Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Mentre tutti, stampa in primis, si interrogano su vita morte e miracoli dell’arbitro Kassai e di quanto sia stato antisportivo il Barcellona a non restituire un pallone, succede che l’Italia zitta zitta si è portata a casa il Mondiale di Calcio a 5. Così, a bruciapelo. Colpiti dolcemente al cuore da una grande notizia per il nostro sport, quello azzurro, che di grande vede poco, e se lo vede, lo fa solo per gli altri, sottolineandolo a più riprese, consumando tastiere, libido e bile su notizie che poco interessano ma che tanto infiammano l’etere, unico sherpa spirituale dell’informazione che ben si districa tra quello che piacevolmente tira e condivisibilmente divide. E succede che in questo giustificabilissimo Bar di cui tutti noi facciamo parte, quelli che dovrebbero darti da bere si comportano esattamente come coloro che bevono e chiacchierano (giustamente, loro), offrendoti il solito drink annacquato fatto di moviole e tweet al veleno. E succede, anche, che i ragazzi della nazionale di calcio a 5 della Fisdir (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale) conquistano il Mondiale di Futsal in Portogallo e vengono relegati, se gli dice proprio bene, nelle brevi a fondo pagina.

E che ci vuoi fare, siamo il Paese dell’Estero è bello, della polemica su ogni cosa, della vittoria a corrente alternata dove l’interruttore lo pigia il virus della viralità. Succede. E allora chissenefrega se il tricolore sventola alto grazie a questi sconosciuti ragazzi che sconosciuti resteranno. Chi avrà voglia di leggere di Francesco Leocata, Marco Fasanella, Luca Magagna, Davide Vignando, Cristian Palaia, Simone Di Giovanni, Carmelo Messina, Marco Sfreddo, Matteo Simoni, Riccardo Piggio, Amedeo Alessi e Luca Casciotti che, partiti l’8 aprile da favoriti alla volta di Viseu, cittadina lusitana, si sono imposti sui padroni di casa in finale per 4 a 1, conquistando il primo mondiale FIFDS dedicato a giocatori con disabilità intellettive e relazionali? Chi vorrà parlare del miglior portiere del torneo Francesco Leocata e del capocannoniere Luca Magagna?

Troppo impegnati a scrivere (male) dell’Italia e raccontare (bene) fino allo sfinimento le imprese degli altri, ci siamo dimenticati dei dimenticabili, di persone considerate diverse ma più normali di noi, incapaci di godere anche quando vinciamo, distratti dagli ultrasuoni asfissianti dell’informazione standardizzata che ci vengono proposti a scadenza fissa e quotidiana, come un medicinale per appiattirci. E in questo limbo emozionale, ci facciamo scappare i nostri successi, ce li nascondono, li ignorano, non se ne parla. Troppo poco salati, eventi del genere. Non richiamano, e quindi non servono. Succede oggi come succede in tante altre situazioni, vedi sport minori e paralimpici. Vittorie di Serie B, trionfi senza fotografi ma con campioni veri, perché essere eroi sotto i riflettori è sempre più semplice che farlo nell’ombra soprattutto quando, pur illuminato dal successo, ti si preferisce in prima pagina un fuorigioco non fischiato o una litigata tra calciatori a mezzo social. E quando tra questi sfortunati vincenti la mano meccanica del Signore dei trend pesca il tuo nome mettendo finalmente la tua faccia nel ristretto (mica tanto) circolo degli sportivi che “contano”, succede che vieni fagocitato, sfruttando questa inattesa notorietà, facendoti credere importante perché porti un messaggio positivo quando di positivo, per loro, c’è solo la tua immagine che regala una stretta al cuore di chi ti vede e un allargata al portafoglio di chi ti usa, firmando contratti illusori in cambio della messa in mostra della tua debolezza fattasi forza, della tua rivincita. E il finale, seppur insperato e insperabile, è sempre lo stesso: sedotto e abbandonato da lustrini dal pollice alzato. Avanti il prossimo, avanti una nuova storia da svuotare.

“Che bello vederli giocare a calcio! Una soddisfazione per tutto lo staff vedere come i ragazzi sono stati in grado di mettere in campo quello che è stato fatto negli allenamenti! Vincere il mondiale è stata la classica ciliegina sulla torta, un’emozione immensa ma, soprattutto, un evento che garantirà l’ulteriore sviluppo del nostro calcistico riservato ad atleti con sindrome di Down”. Queste le parole di Roberto Signoretto, il referente tecnico che insieme a Gianluca Oldani e Edoardo Scopigno ha guidato la nazionale a questo trionfo.

Hanno cantato i ragazzi della Fisdir negli spogliatoi dopo aver festeggiato in campo. Come succede quando si vince una Coppa del Mondo. Arrivati all’apice del successo, dopo sacrifici e costanza, hanno esultato e gridato, almeno loro. E allora gridate più forte, magari succede che qualcuno la prossima volta se ne accorge.

La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

Manca una settimana al ritorno degli ottavi di Champions League e a tenere banco sono le dichiarazioni del numero uno della UEFA, Aleksander Ceferin, che nel corso di un’intervista rilasciata al New York Times fa tremare i tifosi del Barcellona con una dichiarazione che ha spiazzato tutto il mondo calciofilo. Stando a quanto riferito dal quotidiano a stelle e strisce, Ceferin avrebbe paventato l’ipotesi secondo la quale anche in caso di raggiungimento della finale di Cardiff (Galles) il club catalano, che l’8 di marzo tenterà l’impresa di ribaltare il passivo di 4 reti subito dal PSG al Parco dei Principi, dovrà rinunciare a due terzi della MSN, trio d’attacco tutto sudamericano composto da Messi, Suarez e Neymar, e nello specifico all’argentino e al brasiliano. Il motivo di tale scenario è riconducibile ad un divieto che impedirebbe l’accesso nel Regno Unito per coloro che hanno procedimenti penali aperti. In tale disposizione rientrerebbero quindi anche la Pulce e l’asso brasiliano entrambi finiti nel mirino del fisco che ha aperto un processo a loro carico per evasione.

Ceferin, al riguardo, si è detto perplesso e ha sottolineato come, in caso venga confermata questa ipotesi, la UEFA in futuro potrebbe decidere di non disputare partite europee su quei territori. Ha continuato poi evidenziando come potrebbe sorgere un problema serio dovuto alla disparità di trattamento tra giocatori inglesi, liberi di viaggiare verso ogni latitudine del mondo, e gli altri che invece rischiano di essere rimbalzati alla frontiera britannica. Il numero uno del calcio europeo ha poi concluso che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente con l’effettività della Brexit. Partendo da questo, ha poi allargato il discorso alla politica di immigrazione di Trump negli Stati Uniti, assimilando le due situazioni e le conseguenze ad esse legate come ad esempio l’impossibilità di poter organizzare gli Europei nel Regno Unito o i Mondiali in America.

Per adesso si tratta solo di ipotesi ma esiste un precedente che potrebbe non far dormire sonni tranquilli ai supporter blaugrana: Serge Aurier, giocatore del PSG, non partì alla volta di Londra per la sfida contro l’Arsenal, avendo un procedimento penale aperto per aggressione ad un poliziotto.

Certo è che il Barcellona quest’anno ha già varcato il confine del Regno Unito in occasione della partita del girone di Champions contro il Manchester City vinta dagli inglesi per 3 a 1, ed entrambi i giocatori scesero regolarmente in campo. Stesso discorso varrebbe nel caso in cui, ribaltato il risultato dell’andata degli ottavi, i catalani dovessero incontrare nuovamente una squadra inglese come appunto il City, l’Arsenal (con un 5 a 1 da recuperare contro il Bayern Monaco) e il Leicester sconfitto 2 a 1 in terra spagnola dal Siviglia. Le parole di Ceferin quindi sembrano essere solo una provocazione.

Staremo a vedere.

Johann Trollmann, il pugile che sfidò il Nazismo

Johann Trollmann, il pugile che sfidò il Nazismo

Adolf Hitler amava la boxe. Per lui la nobile arte rappresentava il massimo esempio di forza e supremazia sotto forma di prestanza fisica, disciplina e velocità di decisione, in barba a coloro che la volevano relegare ad attività volgare lontana dall’eleganza della scherma. Johann Trollmann era un pugile. Diverso dallo stereotipo del Fuhrer.

Nato nel 1907 in Bassa Sassonia da una famiglia sinti, in mezzo ad otto fratelli, cominciò a tirare a 8 anni, seguito da un allenatore ebreo. Cresce di età e di fisico diventando, incontro dopo incontro, uno dei pugili più richiesti del panorama tedesco. Fisico asciutto e scultoreo, chioma riccia e mora lo trasformano in “Rukelie”, l’albero, e a bordo ring le ragazze fanno a gara per accaparrarsi un sorriso, uno sguardo di quel rom che è già un divo e un rubacuori. Ma la sua diversità con il perfetto boxeur hitleriano non è solo nell’aspetto, così lontano dalle caratteristiche estetiche tanto amate dal dittatore. Trollmann è un pugile moderno, assimilabile per stile a Muhammad Ali. Veloce, leggero nei movimenti, Johann saltella intorno all’avversario, lo sfianca, lo irride per poi sferrare il colpo decisivo, quello della vittoria.

Nella categoria dei pesi medi è uno degli atleti più temuti. L’apice della sua carriera lo tocca in occasione dell’incontro valevole per il titolo contro il tedesco Adolf Witt, il 9 giugno 1933. In quella occasione, quello “zingaro” (per rimanere in tema attuale) sconfigge l’avversario, sfruttando, appunto, le sue caratteristiche che lo hanno reso famoso. Caratteristiche vincenti ma che non piacevano all’ambiente nazista. Per questo, Georg Radamm, presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi non vuole convalidare la vittoria, ma la rivolta del pubblico presente mette fine a questa ingiustizia, portandolo letteralmente in trionfo e obbligando la commissione a confermare il titolo. Le lacrime di Trollmann, in quell’occasione, sono il ricordo più vivo.

Ricordo che rimase vivo anche nella mente della Federazione che, una settimana dopo, per squallidi motivi legati al suo stile di combattimento (effeminato) e alle lacrime (non consone ad uno sport così virile), annullano il match, “concedendogli” la possibilità di rifarsi in occasione di un incontro organizzato contro Gustav Eder. Ma con delle limitazioni: niente balletti e giravolte, si boxa alla maniera nazista, maschia, al centro del ring.

La reazione di Trollmann vale il prezzo del biglietto e i fatti raccontati si mescolano con la leggenda: pare che l’atleta si sia presentato con i capelli ossigenati, biondo. Sul corpo un velo di farina che lo ricopriva completamente. La perfetta maschera dell’ariano perfetto. I cinque round che si susseguono sono una rivolta silenziosa: Johann fermo in mezzo al “quadratoincassa a ripetizione fino a perdere la sfida. Da quel giorno, Trollmann non fu più pugile, fatte salve alcune apparizioni in match secondari o fiere di Paese.

A partire dal 1938, fu costretto alla sterilizzazione, in quanto sinti, secondo le leggi razziali introdotte dal nazismo. Per evitare problemi alla sua famiglia, divorziò dalla moglie Olga, separandosi anche dalla figlia Rita, che cambiarono cognome.

Partito per il fronte con la divisa della Wermacht al confine russo, fa ritorno con licenza nel 1942. La situazione è drasticamente cambiata. La sterilizzazione non era più sufficiente. Un po’ di carcere ad Hannover e, più tardi, deportato nei campi di concentramento insieme ad altri 500.000 innocenti di etnia rom e sinti.

A Neuengamme, vicino ad Amburgo, torna ad essere pugile. Nel campo di lavoro è costretto, pur di avere una doppia razione di cibo, a combattere come “sparring partner“, più che altro come punching ball, negli incontri organizzati dalle guardie naziste. Vittima sacrificale, umiliato e deriso pur di mangiare, di resistere. Si è spenta la luce che incantava le ragazze negli occhi di Johann. L’ironia, quella danza intorno all’avversario, il non prendersi sul serio hanno lasciato spazio a disperazione e rabbia.

Viene trasferito al campo adiacente di Wittenberge. Anche qui, riconosciuto da un ex arbitro, non sfugge al suo amaro destino.

Ennesima nottata, ennesimo incontro. Di fronte a lui, il kapò Emil Cornelius. Solo il nome incute terrore. Trollmann è stremato e pelle ossa. Malgrado questo, lo spirito dell’uomo che fu rivive nei guantoni del pugile che, con l’ultimo sforzo, sconfigge il suo aguzzino, urlando metaforicamente la sua anima libera. L’umiliato che umilia l’umiliante. Inaccettabile per un devoto nazista: giorni dopo, mentre era a lavoro, Cornelius raggiunge Trollmann e si prende la sua vendetta. Lo uccide. C’è chi dice con una pallottola in testa, chi massacrato a badilate. E’ il 9 Febbraio 1943. Si parla di morte accidentale. Ma nessuno ci crede. Robert Landsberger, un testimone, racconterà la verità, a conflitto terminato.

Il ricordo di Trollmann è vivo nel popolo tedesco: nel 2003 viene consegnata alla famiglia la cintura di campione dei pesi medi (quella che gli avevano negato) e nel 2010 nel Viktoria Park, quartiere di Kreuzberg a Berlino gli viene dedicato un monumento a forma di ring. Molti autori hanno trattato la sua storia: ricordiamo il nostro Dario Fo, con il libro “Razza di Zingaro.

Ennesima vittima innocente di un folle ideale, Trollmann non si è mai piegato. Come un Rukelie, un albero, ha accettato la sua condizione, la privazione della libertà e della gioia di essere atleta, colpito nel corpo ma con l’anima di chi ha provato a resistere, oltre l’umiliazione di essere considerato inferiore dai veri inferiori. Non fu la resa a spegnere il sorriso di Trollmann, ma il livore di chi, incapace di batterti sul “campo”, con una pallottola o una pala, poco conta, ti ha lasciato steso nella terra.

LEGGI LA STORIA DI MATTHIAS SINDELAR, IL PATRIOTA ANTI HITLER

FOTO: www.hottiesfromhistory.tumblr.com

social banner

Matthias Sindelar, il patriota anti Hitler

Matthias Sindelar, il patriota anti Hitler

Quando parliamo di calcio del passato, i primi anni del 1900, non possiamo non menzionare quella che veniva definita come una delle migliori nazionali dell’epoca, per questo soprannominata la Wunderteam, squadra delle meraviglie o, più semplicemente, l’Austria. Difficile oggi pensare che il piccolo Stato confinante con l’Italia potesse vantare una compagine così forte, ma i meriti maggiori di questo strapotere sono riconducibili quasi esclusivamente alla figura del suo capitano storico: Matthias Sindelar.

Nato il 10 Febbraio 1903 in Moravia, territorio sotto il dominio austro-ungarico, attuale Repubblica Ceca, Sindelar deve affrontare un’infanzia fatta di sacrifici e povertà, in una famiglia costretta ad emigrare a Vienna per cercare fortuna e un padre morto prematuramente sul fronte italiano durante la Grande Guerra.

Centrocampista e attaccante, fin da giovane le sue doti palla al piede sono sotto gli occhi di tutti. La sua agilità e velocità, che gli varranno il soprannome di “Carta Velina” per il suo fisico esile, unite alla qualità dei dribbling, tanto da scomodare un’icona nazionale come Mozart con cui veniva paragonato, lo portano all’attenzione dell’insegnante Karl Weimann che lo fa esordire con la squadra locale dell’ Herta ASV Vienna. La vita di Matthias si divide tra scuola, campo di calcio e il lavoro presso un’officina meccanica per guadagnare il denaro che serviva ad aiutare la madre nel mantenere una famiglia in cui l’unico maschio era proprio lui, circondato da tre sorelle.

Un infortunio al menisco rischia di compromettere la sua carriera in ascesa, tenendolo lontano dal pallone per un anno e mezzo. Ristabilitosi completamente, si trasferisce, a causa delle difficoltà economiche dell’Herta, nella squadra che oggi è conosciuta come l’Austria Vienna, all’epoca Amateure Vienna, fresca vincitrice del campionato.
Sindelar è il giocatore che mancava al team viennese, già composto da grandi atleti. Grazie alle sue giocate l’Amateure Vienna vince titoli a ripetizione, andando anche oltre i confini nazionali, conquistando due Mitropa Cup, antenata dell’attuale Champions League. I successi personali e della squadra lo hanno portato, più avanti, ad essere nominato come miglior calciatore austriaco del ventesimo secolo. In quel periodo divenne uno dei giocatori più famosi del mondo nonché uno dei primi a sfruttare la sua immagine per campagne pubblicitarie.

Partecipò anche ai Mondiali del 1934 in Italia, in cui la sua nazionale uscì sconfitta in semifinale proprio dagli azzurri che avrebbero conquistato il gradino più alto del podio.

La sua carriera in nazionale fu caratterizzata, in particolar modo, per un gesto che rimase nella memoria storica dello sport: siamo in pieno clima nazista, il 1938, e Hitler ha appena annesso l’Austria al suo Impero per formare la Grande Germania. Le conseguenze di questa unificazione furono la cancellazione della nazionale austriaca e il trasferimento di tutti i migliori talenti verso la compagine teutonica, e relativa esclusione dell’Austria ai Mondiali del 1938 in Francia.

Per l’occasione viene organizzata una partita tra le due squadre, Germania e Austria, a suggellare l’annessione in una match che verrà ricordato come la Partita della Riunificazione.

Sindelar, ovviamente scontento del nuovo corso della sua nazionale, di cui era capitano, non fa nulla per nascondere il suo dissenso. Anzi: al settantesimo minuto, è proprio lui a siglare la rete del vantaggio e quella corsa con esultanza finale sotto la tribuna riservata ai gerarchi nazisti, vale più di mille parole.

Al termine della gara, conclusasi per due reti a zero grazie alla segnatura di Karl Sesta, le squadre si dispongono in fila a centrocampo per omaggiare le autorità tedesche con il consueto saluto nazista. Ma il braccio di Sindelar rimase lungo il corpo e, insieme a Sesta, fu l’unico a non fare quel macabro gesto. Quel 3 aprile 1938 fu l’ultima gara di Matthias con la nazionale e, da quel giorno, rifiutò per sempre di vestire la maglia del Terzo Reich.

Nel 1939, viene trovato senza vita nel suo appartamento. Era in compagnia della fidanzata italiana Camilla Castagnola, ebrea di Milano. Entrambi morti per soffocamento da esalazioni di monossido di carbonio, fuoriuscito da una stufa difettosa. Le cause della sua scomparsa non sono ancora del tutto chiare. Si parlava di suicidio. O di fatalità. C’è chi addossa anche la colpa alla Gestapo, rea di aver materialmente ucciso Sindelar per l’origine ebraica della sua famiglia (supposizione non confermata in quanto i genitori erano cattolici) e per essersi rifiutato di giocare con la Germania così come non aver aderito al Partito Nazista. La tesi dell’omicidio non trova riscontri certi ma sicura è stata la rapidità con cui sono stati fatti seppellire i cadaveri dei due.

La verità non verrà mai svelata. Di sicuro il gesto di Sindelar rimase impresso nella memoria austriaca e non solo: lo scrittore nazionale Torberg gli dedicò una poesia e l’italiano Nello Governato un romanzo biografico (La partita dell’addio. Matthias Sindelar, il campione che non si piegò a Hitler, collana Omnibus, Arnoldo Mondadori Editore).

Un calciatore, un patriota, un uomo libero che non si nascose dietro l’ignavia ma che, con i mezzi a disposizione, un pallone da calcio, dimostrò ad Hitler e al mondo intero il suo disprezzo per l’avanzata quasi indisturbata del germe nazista.

social banner