Dario Fo: il Premio Nobel che amava il calcio “vecchie maniere” e odiava i potenti del pallone

Dario Fo: il Premio Nobel che amava il calcio “vecchie maniere” e odiava i potenti del pallone

E’ passato un anno esatto della morte del premio nobel per la letteratura Dario Fo. Dopo giorni di ricovero all’ospedale Sacco di Milano, l’istrionico drammaturgo salutava il mondo, lasciando una traccia indelebile nel panorama artistico nazionale ed internazionale. Un uomo senza peli sulla lingua, in prima fila nelle battaglie contro i poteri forti. Logiche di potere che nel tempo hanno coinvolto tutti i livelli della società compreso lo sport, in particolare il calcio.

Dario Fo, che in un’intervista aveva dichiarato di aver praticato da dilettante il nuoto di fondo e la corsa di montagna, evidenziò il cambiamento radicale che l’universo sportivo ha vissuto nel corso del tempo, passando da una logica popolare verso una visione solo legata al business e al successo a tutti i costi. Lo sport come specchio di una collettività che stava perdendo la dignità e l’allontanamento dei valori di comunità che il popolo italiano, e non solo, stava vivendo e che, tragicamente, vive quotidianamente. “Quando ero giovane io, accadeva che fare dei viaggi, andare in un’altra città al seguito della tua squadra del cuore era costoso ed un privilegio che si concedeva ai gruppi di supporters ufficiali dell’équipe. Ora ci sono questi “faccendieri” che organizzano trasferte e chiamano chi vogliono loro, approfittando dei soldi che circolano in quantità maggiore nelle casse delle squadre. Questo mutamento radicale di sistema ha provocato la creazione di un clima più acuto, più esacerbato, aggressivo. Lo sport ora è diventato un affare da gestire, come in una lotta tra multinazionali, con conseguente perdita di valori, quelli genuini che nutrivano le discipline. Quello spirito della correttezza sportiva che caratterizzava i tempi miei non c’è più o c’è sempre meno: mi riferisco al motto del “Vinca il migliore”, non un modo di dire puro e semplice, piuttosto un sentire vero, profondo, che albergava nell’animo dei giocatori e degli atleti“. Accuse forti che risultano essere tremendamente profetiche visti i tempi moderni e la direzione che lo sport sta prendendo giorno dopo giorno, anche in tema di demonizzazione a tutti costi dei tifosi:Quando perdi le relazioni con il prossimo, perdi la dignità, la generosità verso il tuo compagno, verso il collega e il “diverso” diventa il tuo principale nemico, da aggredire, da mortificare“.

Forte e diretto come sempre, si scagliò contro il razzismo e i “poveri” del calcio: “I giocatori che vengono dall’Africa nei grandi club italiani sono pagati meno. E’ una guerra di poveri contro i ricchi. Diverso è per il Rugby, uno splendido sport non ancora macchiato dalle grandi logiche del guadagno e del potere. Tutto il contrario del football americano, che vive la sua giornata di gloria con la finale di Super Bowl“. Sempre il business al centro della critica e la guerra contro quei Presidenti di calcio spinti solo da mire affaristiche. Ed è stato proprio il calcio moderno ad allontanarlo dalla passione per il pallone, in particolare per la sua Inter di cui era tifoso: “Ero tifoso dell’Inter di Meazza, ma ho smesso di seguire da vicino questo sport quando sono iniziate le manfrine e lo si usava per fare politica. Certe cose non mi piacciono. Adesso mi appassiono soprattutto per la Nazionale che spero torni ad essere vincente come nel 2006“. Così diceva nel 2014 quando Thohir era a capo della squadra nerazzurra da poco più di un anno. E anche per il magnate indonesiano, l’artista varesino non lesinò bordate che, anche in questo caso, risultarono essere in linea con quanto sarebbe accaduto in tempi non sospetti con il passaggio di proprietà al gruppo cinese Suning: “Pensate che si senta a casa a Milano? Che abbia dentro lo spirito milanese? Oppure credete che sia venuto qua perché considera l’Inter un affare? Purtroppo non c’è più la dimensione greca dello sport, la voglia di confrontarsi che avevano tutte le Polis. Gli anni sono passati e i valori sono diversi“.

Ma non risparmiò neanche il Milan e la città in generale:”Lo sport è lo specchio della società e in questo caso della città. Io fingo di non interessarmene ma in realtà il calcio un po’ lo seguo e non posso non accorgermi che si sono perse la chiarezza, la pulizia e l’esempio che Milano ha dato per anni. Sfoglio i giornali e leggo solo di ‘business’, di ‘progetti’, di giocatori da comprare e vendere come se il mondo del pallone fosse diventato il mercato degli Obej Obej. Prima le due società milanesi non erano così“.

Dedicò anche un libro ad un pugile sinti, raccontando la storia di Johann Trollmann, deportato nei campi di concentramento nazisti.

Un personaggio scomodo che ha sempre detto quello che pensava, giusto o sbagliato che fosse, e che, per quel che concerne lo sport, aveva centrato in pieno le dinamiche che lo stanno lentamente portando al collasso.

Qatar 2022, Sarkozy e l’amico Al Thani: la cena all’Eliseo che cambiò tutto

Qatar 2022, Sarkozy e l’amico Al Thani: la cena all’Eliseo che cambiò tutto

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, è tornato a parlare l’ex numero 1 della FIFA, Joseph Blatter, tornando sui retroscena che portarono alla sua sospensione e soprattutto alla vicenda legata all’assegnazione dei Mondiali di Calcio in Qatar nel 2022. Ne avevamo parlato nell’estate 2015 e la nostra inchiesta di allora trova conferme nelle parole dello svizzero.

Tutti ci chiedevamo che fine avesse fatto Sepp Blatter, dopo che lo scandalo del FIFA GATE aveva investito la sua presidenza nell’estate del 2015. Quello che ne susseguì fu una devastante apertura di un Vaso di Pandora profondissimo dal quale uscirono tangenti, mail compromettenti e chi più ne ha più ne metta. A farne le spese proprio lui, il numero uno della FIFA e a cascata anche Michel Platini, presidente UEFA, per una consulenza un po’ troppo onerosa. Entrambi sospesi e al loro posto Infantino (delfino di Le Roi) e Ceferin, lo slovacco che vorrebbe la finale di Champions a New York. Nel calderone ardente dell’inchiesta spuntarono anche i Mondiali di calcio di Russia 2018 e Qatar 2022 e, nello specifico, la correttezza dei criteri di assegnazione della competizione mondiale. In particolare quelli del piccolo e supertecnologico emirato incastonato nella penisola arabica, grande poco più dell’Abruzzo con meno di 2 milioni di abitanti.

Ce lo siamo chiesti tutti: come è possibile che la FIFA abbia individuato nel Qatar il miglior candidato per i Mondiali?

Gli interrogativi sono tanti e spesso non trovano risposte plausibili o, quanto meno, credibili. In Qatar le temperature sono torride e l’idea di giocare in Estate, quando il caldo è ancora più pesante, hanno portato la Federazione mondiale ad uno spostamento nel periodo compreso tra novembre e dicembre con finale prevista per il 18. Un palliativo visto che anche in Inverno il clima qatariota è rovente.

Altra stranezza legata in questo caso a dinamiche organizzative è quella relativa alla costruzione degli stadi: è prevista la realizzazione di 11 nuovi impianti collocati in un’area a 30 chilometri circa dalla capitale Doha. Impianti che a guardarli lasciano a bocca aperta (almeno i progetti) ma che, a Mondiali terminati, verranno smantellati per la loro inutilità vista la risicatezza del movimento calcistico qatariota, per poi essere donati all’Africa, come ha fatto sapere il governo dell’emirato.

Ma la vera cosa triste (ma più che triste, allarmante e vergognosa) in questa faccenda, tralasciando l’aspetto pleonastico del costruire delle “cattedrali nel deserto“, riguarda la condizione di lavoro che gli operai devono soffrire ogni giorno: orari infiniti sotto il sole cocente, abitando in baracche fatiscenti, privati di qualsiasi diritto. Ricordiamoci, infatti, che il Qatar è uno stato in cui vige la legge islamica che, tra le altre cose, prevede la kafala, un sistema secondo il quale il lavoratore proveniente da un Paese estero, una volta accettato un lavoro, diviene, nei fatti, di proprietà del suo datore, al quale consegna il passaporto. Secondo un rapporto redatto da ITUC (International Trade Union Confederation), sono già 1300 gli operai morti e si prevede che il numero possa salire fino a 4000 entro il 2022, anno dei Mondiali. E questo aspetto era stato ampiamente approfondito su queste pagine da Valerio Curcio.

Ma la vera preoccupazione del momento è rappresentata dalla posizione geografica e dal suo ruolo poco chiaro nell’età del terrorismo: il Qatar è situato nel cuore del Medio Oriente, vicino di casa di quei territori che negli anni hanno visto crescere cellule integraliste e terroristiche che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero cogliere l’occasione per organizzare attentati e mostrare al mondo intero la propria potenza e supremazia. Ma questa paura è confutata paradossalmente da una paura ancora peggiore che vedrebbe, almeno secondo le recenti accuse globali, il Qatar come Stato finanziatore dell’ISIS o affini.

Per tutti questi motivi in fase di candidatura l’emirato sembrava essere il Paese meno indicato per ospitare i Mondiali di calcio, considerato quello a più “alto rischio” dalla stessa FIFA, visto anche l’elenco delle concorrenti tra cui i favoritissimi Stati Uniti e l’Australia.

E qui entra in scena il colonnello Sepp che rompe gli argini nell’intervista al Corriere della Sera, dicendo la sua senza mezzi termini: “Il comitato esecutivo aveva un’intesa: la Coppa del Mondo 2018 doveva andare alla Russia, quello dopo agli Usa. Era un ponte ideale: le nazioni che erano state in guerra fredda per anni venivano riunite dal calcio”

Ma come andarono le votazioni?

Oltre al consenso degli Stati mediorientali facenti parte della Commissione FIFA dell’epoca (Qatar, Turchia, Cipro ed Egitto), l’emirato ha ottenuto anche il voto di Giappone, Corea del Sud e Thailandia. Proprio quest’ultima pare che abbia appoggiato la candidatura come conseguenza di un accordo vantaggioso per la fornitura di gas, prima fonte di guadagno del Qatar, verso la PTT, società energetica pubblica del Paese del Sudest asiatico.

Poi ci sono stati i voti da parte delle Federazioni Sudamericane ed Europee, tra le quali spicca quella francese.

Ma come mai la Francia ha fortemente caldeggiato la candidatura del piccolo ed inadeguato emirato?

“Sepp, ho un problema e se ce l’ho io ce l’hai anche tu. Sarkozy mi ha chiesto di votare per il Qatar e mi ha detto che anche i miei amici devono andare in quella direzione”. Questo quanto dichiarato da Platini, secondo Blatter, in una telefona intercorsa tra i due.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine del 2010 e precisamente al 23 novembre: in quell’occasione ci fu una cena a Parigi, all’Eliseo, in cui parteciparono l’allora Presidente francese Sarkozy, il numero uno dell’UEFA Michel Platini, e il figlio di Hamad bin Khalifa Al Thani, Tamim, all’epoca dei fatti principe ereditario, oggi emiro. La telefonata di Platini a Blatter avvenne proprio quel giorno.

I temi trattati durante quella cena sono sconosciuti  ma, al contrario, sono ben noti gli avvenimenti che hanno fatto seguito. Dieci giorni dopo, il 2 dicembre, la FIFA si riunisce per decidere in merito all’assegnazione dei Mondiali del 2018, dove la spunterà la Russia e, congiuntamente, si decide sull’aggiudicazione di quelli del 2022, andati, appunto, al Qatar.

La curiosità, in merito a questa vicenda, sta nel fatto che la Francia nella figura di Sarkozy e Platini, per la manifestazione del 2022, concede l’appoggio al piccolo stato medio orientale. Più curiosa ancora, c’è l’acquisizione pochi mesi dopo, da parte del Qatar di Airbus francesi, ma non solo. L’emirato qatariota, rappresentato da Nasser Al-Khelaifi, acquista il club parigino del PSG versando a Colony Capital, colosso americano e proprietario della squadra, cento milioni di euro totali, attraverso il fondo di investimento Qatar Investment Authority, creato nel 2003, per l’appunto da Tamim bin Khalifa Al Thani, il partecipante alla cena all’Eliseo.

Il QIA, oltre al Paris Saint-German, detiene quote rilevanti all’interno di grandi multinazionali e in diversi settori: dalla Disney alla Volkswagen, fino ad arrivare al Credit Suisse e alla Agricultural Bank of China. La cosa insolita è che, tra gli asset del fondo sovrano, figura anche una partecipazione rilevante (quasi il 13%) della società Lagardère, gruppo francese, operante nei media e nell’industria aeronautica, da sempre vicino a Sarkozy.

I rapporti tra l’allora Presidente francese e il Qatar vanno ben oltre la mera conoscenza diplomatica: si tratta di vera e propria amicizia, tradotta nel tempo attraverso azioni significative da parte dell’emirato. Il supporto alla Francia per la guerra in Libia e in Siria, così come la promessa di ingenti investimenti (si parlava di 1 miliardo di euro) per la riqualificazione urbanistica e lavorativa delle Banlieue, i quartieri periferici e abbandonati della Francia. Impegno, poi, disatteso in occasione delle elezioni di Hollande del 2012, successore di Sarkozy. In seguito, però, Al Thani è riuscito a cucire fitte relazioni anche con il nuovo Presidente, rilanciando la quota di “aiuti” fino a 50 miliardi. E sempre Sarkò francese per poco non stava per diventare presidente del PSG, sempre per volere dell’emiro.

Ma non è finita : Al Jazeera, l’emittente araba leader nel mercato medio orientale, con la sua “figlia minore” Al Jazeera Sport, nel 2010, annuncia l’acquisto dei diritti di trasmissione in esclusiva di Champions League ed Europa League fino al 2015 e, nel 2012, approda nel mercato francese con il canale  beIN Sport, facendo concorrenza al monopolista Canal+, attraverso abbonamenti a prezzi stracciati.

Dulcis in fundo, il figlio dell’ormai ex numero uno dell’UEFA, Laurent Platini venne assunto dalla Qatar Sports Investments che, guarda caso, è la società organizzatrice dei Mondiali del 2022.

Ma se è vero che due indizi fanno una prova, è altrettanto credibile che la mancata assegnazione dei Mondiali 2022 agli Stati Uniti deve aver indispettito non poco gli alti vertici sportivi statunitensi che, di fatto, sono stati i principali aizzatori di tutto lo scandalo FIFA GATE e della dipartita di Blatter, il quale, però, ha sottolineato che a volere la sua testa furono principalmente gli inglesi, ancora offesi per i mancati Mondiali del 2018 in favore della Russia. “Abbiamo inventato noi il calcio”, così avrebbero risposto al colonnello.

Insomma siamo alle solite. Sull’invenzione del calcio si fa a botte tra chi può legittimarne la reale paternità. Su chi l’ha rovinato, invece, calma piatta e porte sbarrate. E come ti sbagli.

 Qatar 2022

Indipendenti a chi? Il Barcellona, il referendum e il matrimonio combinato

Indipendenti a chi? Il Barcellona, il referendum e il matrimonio combinato

Che i catalani non si sentano pienamente spagnoli lo sanno anche i sassi. E non c’è bisogno di essere conoscitori delle politiche interne al Regno di Filippo VI. Basterebbe accendere la televisione. Sono anni, infatti, che la massima espressione “pop” dell’indipendentismo, il Barcellona (e i suoi tifosi), fa di tutto per farcelo notare e televisioni, stampa e giornalisti fanno di tutto per non farcelo dimenticare. Con il referendum (“che non s’ha da fare”) fissato per oggi e tutto quello che sta succedendo tra arresti e disordini, la questione è finita al centro della cronaca perché potrebbe portare ad un cambiamento che in Catalogna è nell’aria da tempo immemore. Cambiamento che però non riguarderà certamente l’aspetto calcistico della vicenda, perché, in fondo in fondo, lo sanno anche loro che se indipendenza dalla Spagna sarà, indipendenza dalla Liga spagnola non sarà. Inimmaginabile vederla giocare in un campionato catalano composto da Espanyol, Girona e compagnia cantante e  una Liga one man show con il Real Madrid campione di Spagna in vestaglia e ciabatte, per tutti i secoli dei secoli a seguire.

Per non parlare poi del dover gestire la sopraggiunta condizione con la Fifa e la Uefa così da far partire l’iter per il riconoscimento della Federazione Calcio Catalana, cercando di ottenere il lascia passare per la partecipazione dei club alla Champions League e all’Europa League e a questo punto anche della Catalogna all’Europeo e alla contorta Nations League. Campa cavallo. Fa prima ad esordire il figlio di Leo Messi. E anche se il capo dello Sport Spagnolo così come quello della Federazione hanno intonato all’unisono l’anatema dell’esclusione del club dal Campionato in caso di Indipendenza, è davvero utopistico pensare che l’Estelada non possa continuare a sventolare in tutti gli stadi di Spagna.

Senza contare poi che all’interno della comunità (già) autonoma non tutti sono per la fuga, anzi, e a risentire del divorzio dovranno per forza di cose essere anche i club che pur difendendo la propria identità non hanno mai manifestato questa intolleranza alla corona reale, vedi Espanyol che è tutto tranne che indipendentista. La grande spinta per la salida viene sostanzialmente solo dal Barcellona e la sua tifoseria. E le manifestazioni sono sotto gli occhi di tutti sia allo stadio che non, trasformando il club di Bartomeu nel braccio armato (di pallone) della propaganda indipendentista in uno scenario condensabile con un “Barca contro tutti”.

La faccenda, però, è molto più intricata di quello che sembra. E anche se i rapporti tra il Governo centrale e la città è ai minimi storici e ogni volta che si incontrano Real e Barca succede l’impossibile, il tutto non si risolverà certamente con un Adiòs o un Adèu. Barcellona e Liga dovranno necessariamente abbracciarsi in una convivenza che è simile ai matrimoni combinati che quasi non si vedono più. La creazione di un campionato di Catalogna (che nessuno avrà voglia di guardare) e l’allontanamento di Messi e i suoi fratelli produrranno una reazione a catena da evitare esattamente come fa una coppia di sposi che non si può permettere il divorzio. Continuano ad odiarsi ma guardano la televisione insieme. E proprio come nei matrimoni combinati l’unico amore che li tiene uniti è quello per i soldi o la paura di perderli. L’uscita dalla Liga avrà un impatto degno di un asteroide lanciato a tutta velocità verso quello che è considerato uno dei, se non il, campionato migliore d’Europa. E se è vera questa definizione molta parte del merito è proprio del Barca, che insieme al Real Madrid spadroneggia da anni (anche in Europa), condendo egregiamente un bel buffet ricco di ingredienti che fanno tanto gola ai soliti diritti tv e sponsor, che poi sono quelli che pagano, quindi comandano. E il crollo dell’appeal della Liga è naturale conseguenza qualora gli azulgrana facessero il famoso passo di lato. Questo la Liga lo sa bene e altrettanto bene sa quanto peso economico ha la figura di Messi nel campionato, che con Cristiano Ronaldo e prima anche con Neymar ha monopolizzato completamente l’attenzione di tutti, dagli addetti ai lavori fino ai bambini in fila per una maglietta. Tanto che le dichiarazioni sull’eventuale espulsione sembrano più un tentativo per far desistere dal votare il nutrito popolo barcellonista piuttosto che un reale intenzione.

Ma se è vero che il campionato non può permettersi di salutare con lo Champagne il Barcellona, è altrettanto legittimo pensare che lo stesso club voglia far tutto tranne che preparare le valigie. E se non basta più neanche il blasone, vedi la questione Neymar, figuriamoci quanto sarà difficile trattenere, o anche semplicemente comprare, i campioni che avranno come prospettiva quella di andare a giocare nei campi sperduti della bellissima Catalogna e finire nelle brevi sport del giornale locale. In aggiunta verrebbe a mancare anche la ricca fetta degli introiti che simbioticamente la Liga riversa nella casse blaugrana. Che a loro volta foraggiano le casse cittadine (1,2% del Pil). Un ecosistema che andrebbe distrutto. Messi correrà all’aeroporto mezz’ora dopo la decisione e con lui gli altri giocatori, gli sponsor milionari, l’attenzione mediatica, la Champions e la fortuna del Barcellona. In pratica sparirebbe uno dei club più prestigiosi della storia del calcio, relegato a fare i 100 a 0 contro le povere squadre che dovranno portarsi l’abaco in trasferta. A meno che non si voglia fare come con Andorra, le cui squadre hanno garantita la possibilità di partecipare ai campionati spagnoli per decisione della Federazione. Ma questa è solo un’ipotesi e non è detto che venga applicata.

Altro discorso poi è la Nazionale. L’invincibile Armada che ha vinto tutto quello che poteva vincere era ed è composta da giocatori nativi della Catalogna che acquisiranno lo status di cittadino straniero e dovranno rinunciare per sempre alla Roja e la Roja a loro. E se è noto a tutti che nello spogliatoio si tirano i coltelli ogni volta che si riuniscono per una qualsiasi partita è altrettanto vero che difficilmente il gruppo catalano sia contento di dire no ad una cassa di risonanza tanto ampia come i Mondiali o gli Europei. Viceversa le Furie Rosse non vorranno privarsi dei loro big. La convivenza continuerà ad essere forzata così come continueranno le prese di posizione dei vari interpreti, primo fra tutti l’integralista Piquè che si spende quotidianamente a mostrare il suo lato più indipendentista, come il dito medio alzato durante l’inno che va di pari passo con le coppe alzate in maglia spagnola ma anche con quelle nazionali come la Copa del Rey, trofeo monarchico per eccellenza.

Insomma, se Maometto non va alla Montagna, la Montagna va da Maometto. E se pure la Montagna non vuole fare tutto quel tragitto si accorderanno per un incontro a metà strada. Referendum o meno, sì o no, il Barcellona e i suoi tifosi continueranno a rivendicare legittimamente il loro dissenso ma a finire nel prime time della Liga e quest’ultima continuerà legittimamente a lamentarsi e a contare i soldi dei diritti tv e sponsor derivanti da questa permanenza. Come nei matrimoni combinati. O di convenienza, per l’appunto. Tutti infelici e scontenti. Ma molto, molto ricchi.

Perché la Catalogna non sarà Spagna, ma di sicuro il Barcellona lo sarà per sempre.

Paralimpici “certificati”: il paradossale viaggio in treno di Philippe Croizon

Paralimpici “certificati”: il paradossale viaggio in treno di Philippe Croizon

Pensava di aver già pagato abbastanza il debito con la vita quando a 26 anni stava riparando l’antenna di casa e fu attraversato da una scarica elettrica di 20 mila volts che gli procurò l’amputazione di tutti e quattro gli arti. E invece sembrerebbe che ci sia mai fine al peggio per l’atleta paralimpico Philippe Croizon. Uno che se il destino infame l’ha voluto privare di braccia e gambe, sicuramente Madre Natura l’ha voluto dotare di gioielli di famiglia di adamantio. Perché per il francese che lavorava l’acciaio, divenuto nuotatore paralimpico dopo l’incidente, la vita è una sfida continua. Non tanto per le ovvie difficoltà che può avere una persona nelle sue condizioni, ma piuttosto perché Philippe è un eroe che prende la quotidianità di petto. Le sue imprese parlano chiaro ed è impossibile solo pensare che abbia potuto attraversare a nuoto il Canale della Manica ma anche lo Stretto di Bering e il Mar Rosso. Non contento ha voluto provare con i motori, mica facendo il giretto su pista che siamo capaci tutti (???), ma cimentandosi in quella che forse è la corsa più complicata e dura che esiste, la Parigi-Dakar, 9000 km di polvere e sudore.

Insomma Philippe pensava davvero di averle viste tutte. E invece, evidentemente, no. Sul suo profilo twitter ha postato un messaggio che è meglio ridere per non piangere a dirotto. In poche parole, mentre era su un treno in Francia, il controllore ha chiesto all’atleta il certificato di invalidità per verificarne la veridicità così da consentire alla madre, che era con lui, di poter viaggiare come previsto in questi casi gratuitamente. L’assurda richiesta ha lasciato l’atleta ovviamente interdetto. E vorrei vedere. Dopo aver dovuto sopportare quello che ha dovuto sopportare, trovarsi a dover confermare con un pezzo di carta la sua invalidità è paradossale. Nessuno vuole speculare sulla buona fede del controllore, ma almeno interroghiamoci sulla sua capacità di giudizio per non dire sulla sua intelligenza. Ma come? Non lo vedi che non ha le gambe e le braccia?

“..quando un controllore chiede il mio certificato di invalidità per verificare… cosa esattamente? E non è uno scherzo” 

La cosa non deve essere piaciuta ai passeggeri che viaggiavano nel vagone di Croizon, visto che si sono scagliati verbalmente contro il controllore e l’indignazione è chiaramente divampata anche sui social. Philippe ci ha tenuto a dire che il suo tweet era un modo ironico per commentare questa vicenda assurda e di certo il suo intento non era quello di far ricoprire di insulti un lavoratore che forse aveva avuto una giornata difficile, lunga e stancante. Caro Philippe, sei molto gentile. L’insulto, qui, è il minimo. Perché niente è peggio del danno se non la beffa, e questo è universalmente accettato. E se non lo si riesce a capire è un bel problema. Sappiamo tutti quanto sia duro, pur non vivendolo in prima persona, il mondo di un invalido, figuriamoci per uno che ha dovuto fare a meno sia delle gambe che delle braccia nel fiore della gioventù. Costretto ad accettare e superare la più piccola delle difficoltà, oltre agli sguardi pietosi mascherati da disinvolta nonchalanche, che inevitabilmente chi è abituato a vivere in determinate condizioni riconosce in un attimo. O peggio sopportare gli altri sguardi, quelli dello scherno, del ribrezzo. E allora fatemi capire: non ci accorgiamo dei finti ciechi che guidano le moto e dei paraplegici miracolosi che corrono come Bolt, ma facciamo i pignoli con chi è palesemente riconoscibile come invalido? Sarebbe bastato un minimo di attenzione maggiore alla realtà (nel senso: ma ce li hai gli occhi per vedere?) e uno zelo minore verso il protocollo per evitare figure di melma e il pubblico ludibrio/sdegno.

E allora me lo immagino il controllore assediato dai viaggiatori, rosso in faccia per la vergogna, che balbetta: “Scusate, lui è invalido, ma io sono coglione. Abbiate pietà”

 

Lukaku, il Razzismo e la Caccia alle Streghe (a tutti i costi) che non serve

Lukaku, il Razzismo e la Caccia alle Streghe (a tutti i costi) che non serve

“Quando ero piccolo tutti mi scherzavano per le dimensioni del mio pene e io non stavo bene”. Cominciava così John Holmes (Una vita per il cinema), brano del 1989, quando Elio e le Storie Tese erano meno mainstream e i loro pezzi troppo irriverenti per l’epoca. E quel John Holmes era proprio lui, l’icona del porno anni 70-80 che, oltre ai baffoni tipici dell’epoca, di spropositato aveva evidentemente anche altro. Sono passati quasi trent’anni e il testo di questa canzone riecheggia nella memoria di chi scrive, dovendo leggere che Romelu Lukaku, neo bomberone del Manchester di Josè, è stato argomento di grandi polemiche in Inghilterra, in quanto al centro di una disputa sul Razzismo e la discriminazione. E la notizia è rimbalzata anche qui, nell’indignazione generale.

Pensando alla discriminazione e a Lukaku verrebbe subito in mente la banalità razzista nel vedere un gigante nero di origini congolesi e considerarlo un essere inferiore in quanto tale. Ma poi leggi le statistiche e vedi che sta segnando praticamente un goal a partita ed è impossibile che i tifosi dello United, seppur molto esigenti, possano già affogare di insulti un nuovo arrivato che sta facendo bene in una squadra prima in classifica. Per di più con l’aggravante della discriminazione razziale, rischiando di rovinare per sempre un rapporto tra piazza e giocatore che è in piena fioritura. Impossibile. E infatti così è, perché la pietra dello scandalo riguarda tutt’altro ed è uno dei Grandi Classici più longevi della storia dell’uomo nel confronto tra bianchi e neri. La lunghezza del pene. E non è una barzelletta.

In Inghilterra stanno alzando un polverone su un coro riguardante l’attaccante belga e le sue presunte (e spropositate a questo punto) dimensioni del suo organo riproduttivo. In buona sostanza i tifosi del Manchester hanno dedicato una canzone a Lukaku dove tra le altre cose si fa esplicito riferimento alle doti nascoste del numero 9 sulle note di “Made of Stone” degli Stone Roses (chissà se il “fatto di pietra” del titolo sia un altro riferimento, puramente casuale, si intende). Un coro indiscutibilmente di sostegno visto che nella prima strofa è indicato come “genio che segna tutti i goal per la sua squadra”. E ad ogni modo sfido chiunque a sentirsi offeso perché additato come superdotato. Del resto i tifosi inglesi non sono nuovi a queste iniziative colorite e resta indimenticabile l’incitamento leggendario dedicato a Balotelli ai tempi della Premier. Ma evidentemente non va bene. Perché l’Associazione Kick It Out, che è sempre attenta a monitore e segnalare comportamenti discriminatori, producendosi quotidianamente in un lavoro lodevolissimo, nessuno lo mette in dubbio, ha fatto esplicita richiesta alla dirigenza Red Devils affinché la canzoncina incriminata non venga più intonata dai tifosi.

Gli stereotipi razzisti non sono mai accettabili – si legge in un comunicato – Abbiamo contattato lo United e lavoreremo a stretto contatto con la Football Association per assicurarci che questo problema sia affrontato rapidamente”.

Se dovessimo commentare in maniera superficiale diremmo che la richiesta dell’Associazione sfiora il ridicolo. Ma come? I neri, oppressi per il colore della pelle, per il fatto che “non fanno un cazzo tutto il giornoche rubano, che puzzano, che sono delle scimmie e mangiano le banane” adesso devono rinunciare anche all’unica piccola (che dico piccola, grande) soddisfazione che hanno sempre avuto e rivendicato come propria: vedersi riconosciuta indiscutibilmente una superiorità che anche la più becera stupidità razzista non può negare. E loro, Kick it Out, che fanno? Contestano perché è uno stereotipo razzista parlare delle acclarate “qualità”, evidentemente eccelse, di un giocatore (ma allargabile a tutti) di origine africane. Cara Kick it Out, io ti apprezzo e anche tanto. Ma stavolta hai preso un granchio. Si sta esagerando. Il Razzismo è una cosa seria e questo è solo un coro innocuo con un riferimento che non può che far sorridere, certamente non indignare. Andate a chiedere a qualsiasi persona di colore se si sia mai sentita discriminata per le dimensioni del suo pene. Me lo immagino Romelu (o chi per lui) finita la partita che si fa la doccia in mutande per la vergogna. Eh sì. Qui ci sarebbe da dire che, per assurdo, i veri discriminati siamo noi “bianchi”, a dover fare i conti con questo eterno complesso di inferiorità. Per non parlare di quella famosa rima in inglese sull’esperienza black che è bene non ripetere. Ma è meglio non inerpicarsi verso certi sentieri che, di questi tempi, molti confondono una battuta con una sentenza. E il razzista divento io a quel punto.

Se dovessimo, invece, commentare seriamente, senza doverci riflettere più del necessario, allora la questione si fa differente. Il Razzismo, dicevamo, è una cosa seria e in un mondo come quello che viviamo dove ci sanguinano gli occhi davanti ai quotidiani atti discriminatori, ci sarebbe bisogno di un clima distensivo che non esasperi un argomento così stupido (il coro in oggetto) ma che puntualmente finisce su tutte le prime pagine dei giornali, per esigenze di trend piuttosto che per una vera riflessione sul tema. C’è bisogno di sano realismo altrimenti si rischia di passare dalla parte del torto e ottenere per assurdo l’effetto contrario. Non si contrasta il razzismo vietando un coro in cui si scherza su una cosa talmente pop e talmente sdoganata che chiamarla stereotipo razziale sembra in tutto e per tutto una caccia alle streghe. I bu e i lanci di banane fanno schifo, questo fa ridere. Che tu sia bianco, nero o arcobaleno. E chiamarlo razzismo è offensivo per chi è discriminato veramente. Oltretutto qui si sta parlando unicamente di incitare un proprio giocatore e farsi due risate. Come si sarà fatto anche lui. C’è stereotipo e stereotipo. E, tanto per fare un esempio, come non è difficile incontrare un ebreo che ride della sua “tirchieria” di sicuro sarà impossibile trovarne uno che si sganascia sull’orribile battuta delle saponette. E’ la stessa distanza che c’è tra indicare un italiano come suonatore di mandolino e affiliarlo ad un cosca mafiosa. Bisogna capire la differenza e dare il giusto senso, e peso, alle cose per scongiurare di arrivare  un giorno all’iperbole per cui comprare una macchina bianca sia sinonimo di un malcelato suprematismo razziale. E in un mondo sociale che semina odio per una manciata di click tutto è possibile. Figuriamoci se si parla di sesso, calcio e razzismo. Hai fatto bingo.

Vorrei raccontarvi un esempio per me molto significativo. Tempo fa, quando Gatlin ha vinto ai Mondiali di Atletica di Londra, mi sono imbattuto in un dialogo stupendo nei commenti di un post tra due persone, un italiano e un senegalese mi pare, non ricordo bene. Ebbene l’italiano asseriva scherzosamente che nelle gare di corsa per gli atleti di origine africana era “più facile vincere perché dotati della terza gamba”. Lo stereotipo degli stereotipi. Al che il ragazzo africano prontamente rispondeva: “Basta con queste Leggende che noi neri ce l’abbiamo più lungo. Sarà al massimo 15 cm”. Stupore. Salvo poi concludere: “Da terra”. 92 minuti di applausi.

Credo che questo chiarisca tutto, semplicemente. Senza fare confusione, come accaduto sulle testate sportive italiane, tra ciò che fa veramente male e ciò che fa solamente ridere ed evitare, almeno una volta, questa voglia di sensazionalismo che oggi va così tanto di moda.

Altrimenti si rischia di dire solo “cazzate”. (Concedetemelo)

QUI IL CORO AL CENTRO DELLE POLEMICHE

 

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