Gazza è tornato, nel migliore dei modi

Gazza è tornato, nel migliore dei modi

Se pensiamo a Paul Gascoigne non possiamo dimenticare le sue mitiche gag dentro e fuori dal campo quando ancora il calcio era la sua vetrina più importante. La sua seconda vita, invece, ci ha raccontato un Gazza in eterno conflitto con la dipendenza dall’alcol con la quale ha combattuto, è caduto, si è rialzato e continua a combattere. Fin troppo esasperata la sua situazione dai tabloid inglesi famelici di notizie che chiamarle tali sembrerebbe un insulto, l’hanno ritratto nel baratro più volte, in condizioni che fanno male agli occhi delle persone che non hanno dimenticato quel suo sorriso pazzo e quell’aria di chi il calcio lo giocava senza quella tensione figlia di questi tempi.

L’abbiamo visto seminudo con la bottiglia in mano vagabondare senza lucidità e oltremanica non sono mancate le accuse verso quei giornalisti che organizzavano la linea editoriale sulle cadute di Paul, sugli squarci della sua precaria esistenza. La sorella accusò addirittura il Sun di aver messo delle bottiglie di liquore davanti casa dell’ex Lazio così da indurlo a bere e rimediare l’ennesima notizia pruriginosa che faceva vendere tante copie sulle spalle di una persona malata.



Di recente, però, è riapparso grazie ai social. In forma, mentre beve un cappuccino, sembra essere rigenerato. Uno sguardo più vivo e un barlume di quel sorriso indimenticabile ci hanno riportato indietro nel tempo. A quando ammoniva l’arbitro o gli odorava l’ascella. Un giocatore che manca davvero al calcio di oggi fatto di bambini troppo uomini per la carta d’identità che possiedono, capaci di ridere a comando solo davanti ad una telecamera. Ma, come si dice, non è quello che sei ma quello che fai che ti qualifica. E a qualificare Gazza questa volta non sono stati gli scatti ossessivi di un fotografo in cerca di scoop ma il gesto di solidarietà che l’ex leone inglese ha fatto nei confronti di una bambina.

Dopo aver letto su Twitter l’annuncio di un padre disperato in quanto la sua famiglia era stata derubata di un costoso macchinario che permetteva alla figlia disabile di poter comunicare con i suoi genitori, Paul ha deciso di donare 1000 sterline alla campagna di crowdfunding messa in piedi per poter riacquistare l’apparecchio. Una richiesta d’aiuto che in poche ore è diventata virale coinvolgendo 2000 persone che hanno condiviso il post. Oltre a Gazza la questione ha colpito al cuore altre celebrità dello sport come la leggenda Alan Shearer e il tennista Andy Murray che stanno supportando l’appello del padre.

Il futuro di Gascoigne è ancora incerto e anche in passato altre volte ci eravamo illusi che la sua battaglia fosse definitivamente vinta ma non era stato così. Oggi vediamo un uomo di 50 anni segnato dalla dipendenza, ma che non si arrende. Che combatte, per lui e, in questo caso, anche per gli altri. Perché duellare con i propri demoni in un mondo in cui altri demoni hanno una tastiera sempre pronta a sfornare condanne preventive e scoop succhiasangue per dovere di trend (e non certamente di cronaca) è davvero difficile. Ma oggi anche i demoni stanno a guardare, perché Gazza is Back e l’ha fatto nel migliore dei modi.

 

 

 

“C’è del Marcio in Danimarca”. E l’Italia scoprì il sospetto di combine in Serie A

“C’è del Marcio in Danimarca”. E l’Italia scoprì il sospetto di combine in Serie A

C’è del marcio in Danimarca. Non è una citazione di Shakespeare. Ma la bomba lanciata dal giornalista Renato Farminelli sul giornale il Tifone nel 1927. Con questo titolo l’autore sconvolgeva il calcio italiano, facendo scoprire al popolo di appassionati del football una pratica che sa molto di calcio moderno ma che, nei fatti, apparteneva anche al tanto rimpianto pallone ancora solo radiofonico: la combine per pilotare il risultato di una partita, di un campionato.

Stagione 1926-27. Fase finale di una Serie A che si apprestava ad essere unita sotto un unico girone. A contendersi il titolo, Torino e Bologna con la Juventus attardata, ormai fuori dai giochi.

Il presidente granata Marone voleva fortemente quello scudetto e l’ultimo scoglio da superare per una sfilata comoda verso il successo finale era rappresentato dall’altra sponda di Torino, la Juve di Edoardo Agnelli. 5 giugno 1927. Al Filadelfia le squadre si contendono il risultato che rimane in bilico fino al decisivo 2 a 1 a sfavore della Vecchia Signora. All’epoca il Torino non era ancora Grande e quella vittoria l’avrebbe portato a raggiungere il primo tricolore della sua storia. Fin qui nulla di strano.

Ma la faccenda si complica: Farminelli vive nella Pensione Madonna degli Angeli di Via Lagrange e, nello stesso stabile, è situata anche l’abitazione del terzino sinistro bianconero Luigi Allemandi. Nei giorni successivi il Derby della Mole, Farminelli ascolta inavvertitamente (?) un’accesa discussione tra il giocatore della Juventus e un giovane studente siciliano, tale Francesco Gaudioso. I toni sono forti e tra le frasi pronunciate dai due esce fuori che i motivi della litigata sono riconducibili al mancato pagamento di una somma di denaro da parte di un dirigente del Torino, il dottor Nani. Ma cosa c’entra un giocatore della Juventus, un dirigente del Torino e un ragazzo venuto dalla lontana Sicilia? La risposta è sconvolgente e potrebbe benissimo calzare in un film di intrighi internazionali. Pare, infatti, che Nani, volenteroso di esaudire il sogno tricolore del suo Presidente, avesse preso contatti con Allemandi, tramite Gaudioso, anche lui residente nella Pensione, per proporgli una combine in cambio del pagamento di 50 mila lire (che rappresentavano circa 125 volte lo stipendio mensile del giocatore), di cui 25 prima della partita (il derby in questione) e il restante a risultato acquisito, chiaramente in favore del Torino. La cosa strana, a posteriori, è rappresentata dall’insistenza con cui il calciatore avesse richiesto il resto della “mazzetta”, essendo stato, nel corso della stracittadina in questione, uno dei migliori in campo sponda bianconera, cercando in tutti i modi di arginare le avanzate di un Toro più motivato.


Il vaso di Pandora scoperchiato a fine campionato da Farminelli, che non aveva mai avuto buoni rapporti con il Torino per via di una mancata consegna della tessera per l’accesso allo Stadio Filadelfia, mette in allarme la Federcalcio. Nella persona del Presidente Arpinati, fascista convinto, viene aperta un’inchiesta. Dopo attenta analisi e ricerche all’interno dell’appartamento di Allemandi viene a galla la scomoda verità: in un cestino, l’ispettore Zanetti, il vice di Arpinati, rinviene un biglietto strappato in molti pezzi che, dopo 18 ore di minuziose ricostruzioni, porta alla luce un messaggio contenente la richiesta da parte di Allemandi del restante 50 per cento promesso dal Nani.

Il dirigente crolla così come Gaudioso di fronte alle domande degli inquirenti. Le conseguenze sono immediate e asprissime: revoca della scudetto e squalifica a vita per il calciatore. Nell’inchiesta vengono coinvolti altri due giocatori juventini: Federico Munerati per aver ricevuto dei “doni” da una società non specificata e Piero Pastore, reo di aver scommesso contro la sua squadra in occasione del derby, nel quale, guarda caso, venne anche espulso per reazione. Per i due, però, solo un avvertimento a non ripetere quanto fatto. Per la Juve, nessuna pena, essendo estranea ad un’iniziativa del tutto personale del giocatore. Ma non è finita: infatti, a margine del derby della discordia, un altro episodio turbò, quasi un mese prima, il campionato italiano: in occasione della partita di andata tra Torino e Bologna, l’arbitro Pinasco aveva annullato un gol-no gol dei felsinei sul risultato di uno a zero per i granata che valse i 2 punti alla squadra piemontese. Una settimana dopo la partita Torino-Juve, era giunto un telegramma in cui si diceva che Pinasco aveva fatto un dietrofront sulla decisione, richiamando il CITA (un comitato dell’epoca simile al giudice sportivo) il quale dichiarava che la partita andava rigiocata. Anche in quel caso la sfida venne vinta dal Torino. L’arbitro Dani, giacchetta nera che nella gara della fase iniziale del campionato, Torino-Bologna, aveva fischiato un contestatissimo rigore ai piemontesi per il 2 a 1 finale, si rese di nuovo protagonista assegnando un penalty dubbio ai granata che fissò il risultato sull’1 a zero. In questo caso, le proteste furono quasi nulle.

Allemandi, dopo solo un anno di squalifica, ottenne l’amnistia anche grazie alla medaglia di bronzo dell’Italia durante le Olimpiadi del 1928.

Il dibattito non si è mai placato. Perché non assegnare lo scudetto del 1927 alla seconda classificata Bologna? E perché, soprattutto, Luigi Allemandi giocò così bene quel derby per il quale era stato “pagato” per comprometterlo?

Si dice che fosse stato il Regime fascista a non voler assegnare lo scudetto al Bologna per non alimentare i sospetti di un favoreggiamento nei confronti della squadra emiliana di cui Arpinati, bolognese, era sostenitore e anche il rigore a favore del Toro nella partita rigiocata sembra essere stato un modo raffazzonato di riportare le cose nell’ordine prestabilito.

Per quanto riguarda Allemandi, per molti, tra cui il grande Gianni Brera, pur avendo accettato il compenso, il giocatore juventino pare fosse solo un intermediario e una “pedina da sacrificare” per nascondere il vero colpevole, o i veri colpevoli. Tra i nomi che spuntarono all’epoca anche quello di Virginio Rosetta, grande terzino destro bianconero, simbolo di integrità, che nel corso di quella partita maledetta era stato artefice di un errore grossolano, facendo passare la palla sotto le gambe in occasione della punizione dell’uno a uno del Torino. Le prove a conforto di questa tesi non ci sono e la verità non si saprà mai.

Ad ogni modo, molte cose rimasero irrisolte in quel campionato del 1926-27. Bolognesi e Torinesi ancora si battono per la restituzione o l’assegnazione dello Scudetto. Il Presidente Cairo, sta combattendo affinché il Toro possa riavere il titolo.

Corsi e ricorsi storici. Lo sport più bello del mondo. E quel lato oscuro insito nella sua natura che non appartiene solo al nostro tanto bistrattato presente.

NeuroDoping: quando l’Elettroshock è la nuova frontiera delle prestazioni sportive

NeuroDoping: quando l’Elettroshock è la nuova frontiera delle prestazioni sportive

Dimenticatevi flebo, siringhe e pasticche. L’ultima trovata per migliorare le prestazioni sportive di un’atleta riguarda direttamente il motore dei nostri movimenti: il cervello. Stimolazione cerebrale o Neurodoping per l’appunto. Una metodologia molto semplice che prende spunto dalla fortunatamente abbandonata pratica dell’elettroshock nei lontani anni ’50. In sintesi, la prassi è molto simile anche se il voltaggio è 500/1000 volte più basso: si posizionano due elettrodi ai lati della scatola cranica e si scarica corrente elettrica con l’intento di cambiare i livelli di eccitabilità dei neuroni da essa colpiti.

A portare all’attenzione questa nuova pratica è stata la partnership siglata tra la squadra di ciclismo Bahrain Merida, per la quale corre il nostro Vincenzo Nibali, con il gruppo Cidimu dell’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino. Ugo Riba è il Professore che presiede il gruppo ed è convinto che attraverso questa metodologia sia possibile intervenire sulla fatica ma anche sulla rapidità di esecuzione sportiva e recupero da affaticamento post gara.

La tecnica, nota come stimolazione transcranica a corrente continua (tDcs) era stata pensata per il recupero di alcune lesioni al cervello o al midollo spinale. Oggi, trova applicazione per stimolare quei centri neuronali che, già degli anni ’90, si era pensato fossero i responsabili dell’affaticamento e del movimento muscolare. A sperimentare la tDcs è stata la squadra di sci e snowboard statunitense (Ussa) per quanto riguarda il salto con gli sci e le prestazioni dopo 4 applicazioni per due settimane hanno mostrato un aumento della forza e della coordinazione.  Soprattutto per quel che concerne la fatica, e il ciclismo può essere considerato lo sport che più ne sente l’impatto, la stimolazione andrebbe ad intervenire sulla corteccia motoria che è responsabile di inviare segnali di affaticamento. Aumentando l’eccitabilità di quest’ultima, si ottiene una minore percezione cerebrale di sforzo, consentendo al corpo di ottenere performance atletiche più durature. E come ha detto Samuele Marcora, scienziato dell’Università del Kent al FattoQuotidiano.itoltre al reale impatto della pratica si aggiunge anche l’effetto placebo con risultati ancora più incoraggianti.


La stimolazione transcranica può trovare terreno fertile in molti settori anche non sportivi come i videogiochi dal momento che aumenta la concentrazione e la velocità di reazione. Non a caso l’azienda Halo vende già delle cuffie da collegare allo smartphone per un utilizzo fai-da-te. Le evidenze per adesso analizzate, però, non hanno portato a reali conclusioni definitive e, come dice sempre Marcora, non sempre gli esperimenti hanno dato risultati confortanti e ha anche messo in guardia circa i rischi di un utilizzo continuativo della stimolazione, non essendoci ancora studi conclusivi sugli effetti a lungo termine. E se proprio dovesse essere utilizzato, consiglierebbe un uso solo pre-gara e non in fase di allenamento.

Altro discorso sul quale si dovrà ragionare se tale pratica dovesse prendere definitivamente piede, è relativo al concetto di Doping. Ad oggi la stimolazione transcranica è assolutamente legale ma non è escluso che, agendo sulle performance dell’atleta, possa essere considerato alla stregua dei farmaci proibiti in quanto strumento di alterazione del corretto svolgimento di una gara. Ma al riguardo sembrerebbe difficile riuscire a dimostrare un suo utilizzo prima di una evento sportivo. Senza contare che già vengono assunte alcune sostanze, come la caffeina che in certi dosaggi è permessa, che di fatto influiscono a livello cerebrale.

Ma su questo sarà la Wada a dire l’ultima parola. Nel frattempo teniamoci forte, che il futuro è oggi. E non sembra un granché.

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Johann Kastenberger: il maratoneta che scappava dalla polizia

Johann Kastenberger: il maratoneta che scappava dalla polizia

Corri, Forrest, Corri!” La celebre frase del Film Forrest Gump, interpretato da Tom Hanks nel 1994, potrebbe, in sintesi, ben calzare, raccontando la storia del maratoneta Johann Kastenberger. Ma così non è.

Se da una parte la pellicola di Zemeckis ha come protagonista il puro e genuino Forrest, nel nostro caso parliamo di uno dei personaggi che dello sport e delle sue doti atletiche ne ha fatto un pretesto per avere un vantaggio nell’esecuzione di atti criminali e sanguinosi.

Ma chi è Johann Kastenberger?

Nato nel 1958 a Sankt Leonhard am Forst, un piccolo paesino di 3000 anime nel nord est dell’Austria, Johann, che ha cambiato il suo cognome da box Berger a Kastenberger, prendendo quello della madre, è stato un talentuoso corridore di maratone che, soprattutto negli anni 80, ha ottenuto molti successi in diverse gare austriache. E’ divenuto famoso agli onori della cronaca, però, non tanto per le sue gesta sportive, ma perché, dai tempi del dopo guerra fino ai giorni nostri, rappresenta, in Austria, il caso criminoso che ha coinvolto il maggior numero di agenti di polizia impiegati nella sua ricerca: 450 totali, senza contare cani, elicotteri e macchine delle forze dell’ordine.

Come racconta lo scrittore Martin Prinz, autore della biografia dell’atleta, ripresa, in seguito, dal regista Benjamin Heisenberg nel film “Il rapinatore” del 2009, Johann Kastenberger, la cui infanzia e gioventù fu influenzata dall’abbandono del padre e dall’esasperazione della madre che doveva crescere 6 figli, aveva nel suo intimo un desiderio parallelo alla sete di vittoria nelle gare a cui partecipava. Come una dipendenza vera e propria, il maratoneta veniva spinto dal desiderio di commettere rapine in banca, assuefatto dall’adrenalina e dalla tensione che un atto del genere sprigionava in lui.

Ma veniamo ai fatti: nel 1977 e, precisamente il 25 ottobre, Kastenberger, che nel frattempo aveva lasciato gli studi di ingegneria, commette il primo colpo in banca presso la Volksbank in località Pressbaum, Austria. In occasione di quella rapina, Johann riesce ad appropriarsi di una somma intorno ai 70000 scellini (attuali 5 mila euro).

In seguito all’accaduto, l’atleta viene arrestato dalla polizia su un treno, presso la stazione ovest di Vienna, grazie alla descrizione fornita agli agenti da un impiegato di banca. Viene condannato a 7 anni di prigione. La curiosità, nel suo periodo di detenzione in carcere, è che a Johann viene concessa la possibilità di continuare i suoi allenamenti da maratoneta, grazie all’installazione, all’interno della sua cella, di un tapis roulant. Rilasciato con la condizionale dopo 6 anni, viene iscritto all’ufficio di collocamento per i programmi di recupero. In questa occasione, viene in contatto con un’impiegata con la quale inizia una storia d’amore e, conseguentemente, decide di trasferirsi nell’abitazione di lei a Vienna.


Ma la sua “fame” non si è placata. Anzi.

Kastenberger, quasi divorato dal suo impulso a delinquere, si spinge oltre: il 13 Agosto del 1985, tenta l’assalto alla Raiffeisen Bank ad Hafnerbach. In questa occasione, per evitare di essere incastrato dagli impiegati, come nella prima rapina, decide di indossare una maschera rappresentante il volto del Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan. Essendo dotato di un fucile a pompa, Johann viene, da quel momento in poi, denominato “Pump-gun Ronnie”. A causa dell’arrivo delle volanti, però, Kastenberger non porta a termine il colpo ed è costretto a fuggire. Malgrado il travestimento, la polizia punta l’indagine, sin da subito, su di lui, il quale, però, viene protetto dalla sua fidanzata, grazie ad un falso alibi.

Nello stesso giorno, Johann, da rapinatore si era, però, già trasformato in assassino, a seguito dell’omicidio di un uomo, come lui iscritto al programma di recupero, Ewald Pollhammer, solo per aver fumato durante un corso per imparare il mestiere di fabbro. Negli anni che vanno dal 1986 al 1988, Pump-gun Ronnie, mette a segno svariati colpi in banca e rapine ad esercizi commerciali, riuscendo sempre a farla franca grazie alle sue, già citate, doti atletiche.

Infatti, in molte occasioni, Kastenberger riesce ad eludere la polizia e gli inseguimenti, scappando a piedi, di corsa, per chilometri e chilometri fino a far disperdere le sue tracce. Parallelamente, sempre sfruttando la sua facilità di corsa e il suo fisico da incredibile atleta, riesce a vincere un’importante maratona di montagna in Austria, la Kainach Mountain Marathon, con arrivo a 2000 metri, ottenendo il record mondiale indiscusso di 3:16:07.

Nel 1988, la corsa di Kastenberger arriva al capolinea: dopo che il Presidente della Polizia viennese aveva dato incarico ai suoi sottoposti di diramare un identikit del maratoneta e un’offerta di ricompensa per chi lo avesse trovato, viene arrestato in seguito al riconoscimento da parte di un poliziotto in un video del sistema di sorveglianza di una banca “visitata” da Johann. Contestualmente, viene arrestata anche la fidanzata, rea di averlo coperto in occasione della prima rapina, dopo il suo rilascio nel 1985.

In occasione dell’interrogatorio, Kastenberger stupisce tutti di nuovo: scappa dalla caserma, buttandosi dalla finestra, atterrando sul tetto di una macchina parcheggiata e fuggendo come un forsennato per tutta la città. Nei giorni a seguire, riesce ad eludere un tentativo di arresto, scappando di nuovo, nascondendosi nella foresta circostante.

La sua storia termina quando, dopo aver rubato un’auto, il maratoneta, tentando di forzare un posto di blocco, a St. Polten, sentitosi ormai braccato dalla polizia, che aveva cominciato a fare fuoco sulla macchina, imbraccia il suo fucile, “il pump – gun “che lo aveva reso famoso, e fa la cosa che gli è sempre riuscita meglio: sfugge all’arresto, suicidandosi con un colpo alla testa.

Finisce, così, la corsa di Johann “Pump gun Ronnie” Kastenberger. Un  grande maratoneta che non ha saputo fermarsi e che, metro dopo metro, si è avvicinato inesorabilmente al suo triste finale, scappando, questa volta, da un futuro costellato di successi sportivi.

 

Calcio Moderno e Diritti Tv, Ciampi ci aveva avvertito sulla crisi del Pallone

Calcio Moderno e Diritti Tv, Ciampi ci aveva avvertito sulla crisi del Pallone

Il 16 settembre 2016, a 95 anni, moriva l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. E oggi avrebbe compiuto 97 anni. Un uomo che nel corso del suo mandato riportò in auge lo spirito patriottico italiano con la reintroduzione della parata per la Festa della Repubblica del 2 giugno e la valorizzazione dell’inno di Mameli come simbolo di una nazione fiera ed orgogliosa. Durante il suo incarico, tutti impararono quel “Fratelli d’Italia” (o Canto degli Italiani), compresi i calciatori che ricominciarono a cantarlo in ogni occasione in cui la Nazionale calcava un rettangolo verde.

Un Presidente intervenuto più volte anche in questioni lontane dalla politica e dal governo come lo sport. Rimane famoso il suo discorso durante il saluto alla spedizione azzurra in procinto di partire per Atene in occasione dei Giochi Olimpici del 2004.  Per lui, l’attività sportiva, specialmente quella contornata da sponsor e flussi pubblicitari aveva “il dovere di guardare agli effetti dei propri comportamenti sui cittadini”. Soprattutto  per quanto riguarda il calcio, Ciampi fu “tremendamente” profetico. Dodici anni fa, infatti, ammonì il mondo pallonaro sui rischi che questo sport poteva correre, diventando sempre più dipendente dei flussi di moneta provenienti dai diritti tv. Un tema oggi caldissimo che ha allargato la fettuccia tra campionati/club ricchi e appetibili  e quelli poveri.  Parlava di “rigenerazione morale, economica e organizzativa” senza la quale “i danari dei diritti televisivi rischiano di essere una droga che uccide il calcio italiano”.

Elogiò, invece lo sforzo di quegli italiani attraverso i quali “sport nobili e difficili in cui stentavamo si sono affermati, senza sponsorizzazioni né diritti televisivi grazie all’impegno di tante famiglie e di numerose associazioni e società sportive e hanno continuato ad attirare i giovani e a educarli ai principi della vita sana, del rispetto delle regole, della disciplina del corpo e dello spirito”. In quest’ottica, lanciava un appello al Governo e agli enti locali di supportare economicamente queste situazioni, dove il rispetto non era sufficiente a mandare avanti progetti del genere. Sul calcio invece, un altro punto di vista: “Anche lo Sport ricco – pur non avendo bisogno di soldi – , ha la responsabilità di non generare sconcerto e distacco“.

Altro tema caldeggiato da Ciampi, precursore anche in questo, fu l’aspetto legato al calcio giovanile e alla forte necessità di puntare i maggiori sforzi alla crescita dei vivai.

 “Non c’è dubbio che il calcio italiano deve tornare a investire nei giovani, nei vivai, a dare occasione ai ragazzi nati sui ‘campetti’ della nostra provincia. E’ nei vivai che giovani tuttora trovano esempi che danno speranza in questo sport così amato e così pieno di problemi. Non si può finanziare tutto a costi crescenti senza una prospettiva economica di lungo periodo che coinvolga le comunità con le quali e per le quali si pratica lo sport”.


All’epoca le sue parole furono accolte da reazioni positive e propositive. L’allora Presidente della Federcalcio Franco Carraro le definì “una grande verità che deve far meditare tutti. Mi è piaciuto l’accenno sulla valorizzazione dei giovani”. Anche Sky sostenne la tesi di Ciampi. “Condividiamo e rispettiamo il giudizio del Presidente Ciampi, che pone un problema sul quale tutti siamo chiamati a riflettere.

Il presente ci regala invece uno scenario del tutto diverso. Una situazione dove i giovani italiani stentano a decollare e i diritti tv sono i veri padroni del pallone. Dal 2004 ad oggi il calcio è cambiato. In peggio. E Ciampi ci aveva avvertito.

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