La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e infine all’età adulta è lastricato di difficoltà, incomprensioni e giri a vuoto. La differenza tra una strada spianata verso la felicità e un cammino tumultuoso dall’incerto epilogo spesso è frutto di situazioni circostanziali, dinamiche sociali, educazione e frequentazioni.

Molti sono i casi di cronaca che tappezzano le prime pagine dei giornali e riempiono i palinsesti televisivi raccontandoci come la transizione verso la maturità di un ragazzo è spesso caratterizzata da storie di violenza, di droga, di problemi familiari e di abbandono.

E, purtroppo, sono agli occhi di tutti, giorno dopo giorno.

Senza voler puntare il dito contro nessuno, negli ultimi anni i media internazionali ci hanno mostrato, a più riprese, come la situazione all’interno delle scuole e delle Università degli Stati Uniti d’America sia spesso caratterizzata da casi di delinquenza e disagio: la criminalità, compresa quella minorile, è parte integrante di un sistema che, nel tempo, ha dovuto fronteggiare momenti di altissima tensione e tragedia. Spaccio e possesso di armi sono, purtroppo troppo di frequente, sinonimo di morte e galera.

E gli artefici sono, al tempo stesso, vittime insanguinate di un contesto che ti mostra la vita in una dimensione irreale, senza rinunce e sacrifici. Dove non si dice mai di no, altrimenti potresti essere escluso, lasciato solo e deriso da chi non sa aspettare e, forse, non saprà mai fermarsi.

Per questo, il governo a stelle e strisce ha messo in moto la macchina istituzionale, organizzando programmi mirati alla prevenzione e la piena conoscenza, attraverso l’educazione approfondita di tutte quelle tematiche che possano indirizzare il giovane verso un approccio alla vita consapevole e rispettoso di sé stessi e degli altri.

Per quanto riguarda l’aspetto dello spaccio e del consumo di droga all’interno degli ambienti scolastici e universitari, è stato creato il D.A.R.E. (acronimo di Drug Abuse Resistance Education) con l’intento di mostrare agli adolescenti gli effetti delle sostanze stupefacenti sulla loro vita e i risvolti che l’ignoranza in merito a questo tema può causare.
Per di più, è stata varata una legge che sancisce la piena responsabilità dello spacciatore nei casi in cui la vendita di droga abbia portato alla morte del compratore, così come i danni ad essa correlati: la legge Len Bias.

Ma chi è Len Bias?
Nato a Landover, nel Maryland, il 18 Novembre 1963, Leonard Kevin Bias, per tutti conosciuto come Len, è considerato da molti addetti ai lavori dell’epoca una delle migliori stelle inespresse del Basket americano. “Frosty” come lo chiamavano gli amici per via di un nomignolo affibbiatogli dal parroco della sua città per sottolineare il suo carattere serio e umile, è un ragazzone afroamericano di oltre 2 metri e quasi 100 chili. Amante sin da piccolo del Football Americano, comincia la sua carriera cestistica con il passaggio dalle superiori al college, presso la University of Maryland. Il suo ruolo, Ala Piccola.

La sua storia è stata riportata alla luce da Kirk Frasier, con il documentario “Without Bias” nel 2009, vincitore di svariati premi.

Da ragazzo grezzo e poco disciplinato, il monumento del college basket Lefty Driesell, coach dell’università, lo trasforma negli anni in un lungo dal rimbalzo facile, dalle splendide mani, con i movimenti di una guardia.
Len è un atleta fantastico, alla continua ricerca della perfezione: decide di allenarsi anche con la squadra di football e in poco tempo si trasforma in un colosso dalle grandi spalle e le braccia possenti.

Sono gli ultimi anni di Michael Jordan in NCAA con North Carolina, e Len vede crescere le sue statistiche e le prestazioni in modo esponenziale. Dopo il passaggio di MJ nella NBA direzione Chicago Bulls, Bias diventa in assoluto la stella del college basket americano, vincendo per due stagioni consecutive il premio di miglior giocatore del campionato.

Con la fama e i fotografi arrivano anche le donne e le amicizie di comodo. Ma Len è un ragazzo serio. Certo, si diverte. Ma come farebbe qualsiasi altro ragazzo che sta per entrare in un mondo più grande di lui. Sul campo, però, è un’autentica furia. Statistiche e percentuali clamorose portano i maggiori talent scout sulle tracce di questo Horse – cavallo, come veniva definito per la potenza abbinata all’eleganza dei movimenti – dal sorriso fresco e spontaneo.

Finita la stagione universitaria, arriva il momento più bello ed emozionante per un adolescente che sta per realizzare il sogno della sua vita: il Draft. L’anno è il 1986 e il giorno è 17 giugno.

In quell’occasione, il volere del general manager Red Auerbach, fresco vincitore del titolo Nba con i Boston Celtics dell’ultimo Larry Bird, ricade sul ragazzo di Maryland che viene scelto dalla franchigia più titolata della storia del Basket a stelle e strisce. Con lui sarebbe continuata la dinastia vincente. Sulle spalle il numero 30.
Il volto di Len si illumina e la felicità traspare chiaramente quando sale sul palco con il cappellino della squadra verde-bianca ad accogliere i meritati applausi e attestati di stima tra cui proprio quelli da parte di Bird, entusiasta all’idea di poter avere un talento del genere come compagno.

L’euforia che ne consegue è massima: dopo la firma con la squadra di Boston, Bias va a festeggiare con un suo nuovo collega. Il giorno dopo si reca presso la sede della Reebok, tornando in Maryland con un contratto milionario in mano e tante scarpe per sé, per i suoi fratelli e i suoi amici.

Finiti i convenevoli, è tempo di festeggiare: Len chiama il suo compagno di squadra Brian Tribble per organizzare una serata celebrativa per l’avvenimento più importante della sua vita: due mesi dopo, avrebbe calcato quei campi che aveva sempre sognato, affianco a stelle NBA a cui si era da sempre ispirato.

Ma l’eccitazione, si sa, a volte, ti porta a superare limiti che non dovresti oltrepassare. Figuriamoci per Len, il ragazzo serio e umile del Maryland, che tanto aveva faticato per raggiungere la vetta della gloria.
Lui e Tribble fanno scorta di alcol: birra e cognac a fiumi.

Ma non basta: Tribble rimedia anche la cocaina.

L’appuntamento è nella stanza di Terry Long, giocatore di football americano, portandosi dietro David Gregg, cestista anche lui. Bussano alla camera 1103.

Alle 6.30 del mattino, dopo un’infinita serata a base di droga e alcol è la voce di Brian Tribble a rompere il silenzio dell’alba.

Dovete riportarlo in vita, non può morire. E’ Len Bias!!”. Queste le parole urlate al 911.

Len Bias giaceva a terra in preda alle convulsioni. Il corpo reagiva ad una dose eccessiva di cocaina.
All’arrivo dell’ambulanza, Bias fu trovato privo di conoscenza e senza respiro. Viene portato d’urgenza presso l’ospedale Leland Memorial Hospital, dove i medici fanno di tutto per rianimarlo. Lui non può morire.
Gli viene impiantato un pacemaker per ristabilire il battito cardiaco. Lui non può morire. E’ Len Bias, nuova stella dell’Nba.

Invece Leonard Kevin Bias, detto Len, detto Frosty, detto Horse, muore alle 8.55 del 19 giugno 1986. A soli 22 anni. A solo pochi passi dalla storia. Il cuore non ha retto. Causa del decesso: arresto cardiaco causato da overdose di cocaina.
Più di 11.000 persone si presentano alla Cole Field House, centro ricreativo dell’Università, per dare l’ultimo saluto a Len. Tutti per te Frosty. Al Garden di Boston sarebbero stati 14 mila per la prima dei Celtics. Qui, invece, più di 11 mila. Solo per te. Pensa cosa sarebbe successo alla tua prima schiacciata. Tra la folla anche Red Auerbach.

Nel suo volto la tristezza di chi sa cosa il basket americano ha perso.

Len viene sepolto al Lincoln Memorial di Suitland, il 30 giugno 1986. La maglia n.30 dei Celtics viene donata dalla franchigia alla mamma Lonise Bias.

Quello che ne scaturisce è un tornado mediatico fatto di falsità e testimonianze mai confermate. I compagni della serata asseriscono che Bias aveva già fatto uso di cocaina altre volte. La famiglia dichiara il contrario. Inoltre, nell’autopsia viene rilevato un alto tasso di cocaina all’interno dello stomaco del giocatore. La verità non è mai stata svelata. Le accuse verso coloro che parteciparono a quella maledetta notte decaddero anche se, anni più tardi, Tribble fu accusato di spaccio e rinchiuso in carcere per 10 anni.

In seguito ai fatti accaduti nella stanza 1103 della Maryland University, gli Stati Uniti intensificarono i controlli all’interno degli atenei e inasprirono le pene nei confronti di chi vendeva la droga: la legge Len Bias, per l’appunto. Un ragazzo dal sorriso sincero e i numeri da superstar. Un atleta che ha fatto la scelta sbagliata, nel momento più bello della sua vita.

Le parole del suo coach ai tempi dell’High School risultano essere tragicamente profetiche: Se circondi Len di stronzi diventa lo stronzo peggiore… se lo circondi di brave persone, diventa la migliore”.

Nel corso della storia dell’NBA andiamo cercando e, forse lo faremo all’infinito, l’erede di Michael Jordan. Quello che sappiamo è che nello stesso anno in cui è nato MJ, veniva al mondo proprio Len Bias. E i paragoni con il 23 più famoso del mondo si sprecano. Poteva essere Len Bias il primo rivale di sua maestà 6 anelli? Chi lo sa. Ma, a detta di molti, forse lo era.

 

“C’è del Marcio in Danimarca”. E l’Italia scoprì il sospetto di combine in Serie A

“C’è del Marcio in Danimarca”. E l’Italia scoprì il sospetto di combine in Serie A

C’è del marcio in Danimarca. Non è una citazione di Shakespeare. Ma la bomba lanciata dal giornalista Renato Farminelli sul giornale il Tifone nel 1927. Con questo titolo l’autore sconvolgeva il calcio italiano, facendo scoprire al popolo di appassionati del football una pratica che sa molto di calcio moderno ma che, nei fatti, apparteneva anche al tanto rimpianto pallone ancora solo radiofonico: la combine per pilotare il risultato di una partita, di un campionato.

Stagione 1926-27. Fase finale di una Serie A che si apprestava ad essere unita sotto un unico girone. A contendersi il titolo, Torino e Bologna con la Juventus attardata, ormai fuori dai giochi.

Il presidente granata Marone voleva fortemente quello scudetto e l’ultimo scoglio da superare per una sfilata comoda verso il successo finale era rappresentato dall’altra sponda di Torino, la Juve di Edoardo Agnelli. 5 giugno 1927. Al Filadelfia le squadre si contendono il risultato che rimane in bilico fino al decisivo 2 a 1 a sfavore della Vecchia Signora. All’epoca il Torino non era ancora Grande e quella vittoria l’avrebbe portato a raggiungere il primo tricolore della sua storia. Fin qui nulla di strano.

Ma la faccenda si complica: Farminelli vive nella Pensione Madonna degli Angeli di Via Lagrange e, nello stesso stabile, è situata anche l’abitazione del terzino sinistro bianconero Luigi Allemandi. Nei giorni successivi il Derby della Mole, Farminelli ascolta inavvertitamente (?) un’accesa discussione tra il giocatore della Juventus e un giovane studente siciliano, tale Francesco Gaudioso. I toni sono forti e tra le frasi pronunciate dai due esce fuori che i motivi della litigata sono riconducibili al mancato pagamento di una somma di denaro da parte di un dirigente del Torino, il dottor Nani. Ma cosa c’entra un giocatore della Juventus, un dirigente del Torino e un ragazzo venuto dalla lontana Sicilia? La risposta è sconvolgente e potrebbe benissimo calzare in un film di intrighi internazionali. Pare, infatti, che Nani, volenteroso di esaudire il sogno tricolore del suo Presidente, avesse preso contatti con Allemandi, tramite Gaudioso, anche lui residente nella Pensione, per proporgli una combine in cambio del pagamento di 50 mila lire (che rappresentavano circa 125 volte lo stipendio mensile del giocatore), di cui 25 prima della partita (il derby in questione) e il restante a risultato acquisito, chiaramente in favore del Torino. La cosa strana, a posteriori, è rappresentata dall’insistenza con cui il calciatore avesse richiesto il resto della “mazzetta”, essendo stato, nel corso della stracittadina in questione, uno dei migliori in campo sponda bianconera, cercando in tutti i modi di arginare le avanzate di un Toro più motivato.

Il vaso di Pandora scoperchiato a fine campionato da Farminelli, che non aveva mai avuto buoni rapporti con il Torino per via di una mancata consegna della tessera per l’accesso allo Stadio Filadelfia, mette in allarme la Federcalcio. Nella persona del Presidente Arpinati, fascista convinto, viene aperta un’inchiesta. Dopo attenta analisi e ricerche all’interno dell’appartamento di Allemandi viene a galla la scomoda verità: in un cestino, l’ispettore Zanetti, il vice di Arpinati, rinviene un biglietto strappato in molti pezzi che, dopo 18 ore di minuziose ricostruzioni, porta alla luce un messaggio contenente la richiesta da parte di Allemandi del restante 50 per cento promesso dal Nani.

Il dirigente crolla così come Gaudioso di fronte alle domande degli inquirenti. Le conseguenze sono immediate e asprissime: revoca della scudetto e squalifica a vita per il calciatore. Nell’inchiesta vengono coinvolti altri due giocatori juventini: Federico Munerati per aver ricevuto dei “doni” da una società non specificata e Piero Pastore, reo di aver scommesso contro la sua squadra in occasione del derby, nel quale, guarda caso, venne anche espulso per reazione. Per i due, però, solo un avvertimento a non ripetere quanto fatto. Per la Juve, nessuna pena, essendo estranea ad un’iniziativa del tutto personale del giocatore. Ma non è finita: infatti, a margine del derby della discordia, un altro episodio turbò, quasi un mese prima, il campionato italiano: in occasione della partita di andata tra Torino e Bologna, l’arbitro Pinasco aveva annullato un gol-no gol dei felsinei sul risultato di uno a zero per i granata che valse i 2 punti alla squadra piemontese. Una settimana dopo la partita Torino-Juve, era giunto un telegramma in cui si diceva che Pinasco aveva fatto un dietrofront sulla decisione, richiamando il CITA (un comitato dell’epoca simile al giudice sportivo) il quale dichiarava che la partita andava rigiocata. Anche in quel caso la sfida venne vinta dal Torino. L’arbitro Dani, giacchetta nera che nella gara della fase iniziale del campionato, Torino-Bologna, aveva fischiato un contestatissimo rigore ai piemontesi per il 2 a 1 finale, si rese di nuovo protagonista assegnando un penalty dubbio ai granata che fissò il risultato sull’1 a zero. In questo caso, le proteste furono quasi nulle.

Allemandi, dopo solo un anno di squalifica, ottenne l’amnistia anche grazie alla medaglia di bronzo dell’Italia durante le Olimpiadi del 1928.

Il dibattito non si è mai placato. Perché non assegnare lo scudetto del 1927 alla seconda classificata Bologna? E perché, soprattutto, Luigi Allemandi giocò così bene quel derby per il quale era stato “pagato” per comprometterlo?

Si dice che fosse stato il Regime fascista a non voler assegnare lo scudetto al Bologna per non alimentare i sospetti di un favoreggiamento nei confronti della squadra emiliana di cui Arpinati, bolognese, era sostenitore e anche il rigore a favore del Toro nella partita rigiocata sembra essere stato un modo raffazzonato di riportare le cose nell’ordine prestabilito.

Per quanto riguarda Allemandi, per molti, tra cui il grande Gianni Brera, pur avendo accettato il compenso, il giocatore juventino pare fosse solo un intermediario e una “pedina da sacrificare” per nascondere il vero colpevole, o i veri colpevoli. Tra i nomi che spuntarono all’epoca anche quello di Virginio Rosetta, grande terzino destro bianconero, simbolo di integrità, che nel corso di quella partita maledetta era stato artefice di un errore grossolano, facendo passare la palla sotto le gambe in occasione della punizione dell’uno a uno del Torino. Le prove a conforto di questa tesi non ci sono e la verità non si saprà mai.

Ad ogni modo, molte cose rimasero irrisolte in quel campionato del 1926-27. Bolognesi e Torinesi ancora si battono per la restituzione o l’assegnazione dello Scudetto. Il Presidente Cairo, sta combattendo affinché il Toro possa riavere il titolo.

Corsi e ricorsi storici. Lo sport più bello del mondo. E quel lato oscuro insito nella sua natura che non appartiene solo al nostro tanto bistrattato presente.

Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

Sarnano, 1 Aprile 1944: Partigiani contro Nazisti 1 a 1

In occasione della Festa della Liberazione, proponiamo una storia di guerra e di sport. Un aneddoto calcistico lontano settantatre anni che si mescola tra mito e realtà, ricordato come “La Leggenda di Sarnano”, dall’omonimo, e davvero bello, documentario di Umberto Nigri. Nel 1944, in centro Italia, si sarebbe giocata una partita di calcio tra nazisti e una squadra di italiani, composta anche da un gruppo di partigiani. Non esistono documenti scritti che avvalorano la presenza di esponenti della Resistenza nella contesa, ma il carattere orale con cui si è tramandata la storia rende anche questa tesi parte di una Leggenda che ben si cala nella situazione che il nostro Paese viveva durante l’occupazione tedesca. 

Quando, dopo una  vigorosa bussata, Mario Maurelli aprì la porta, non poteva credere ai suoi occhi: di fronte a lui due tedeschi in divisa, e una domanda: “E’ lei l’arbitro Maurelli?”. Era il 1944 e l’Italia era sotto il tallone dell’invasione nazista.

Ma cosa voleva la Wehrmacht da un ex arbitro di Serie A?

La risposta fu incredibile quanto, per certi versi, scontata: giocare al calcio.

Già perché la guerra imperversava in Europa e il morale dei soldati al fronte, da anni lontani da casa e dalle famiglie, era sempre più basso. Una depressione che non era la più indicata per un esercito che già sentiva l’odore inconfondibile della sconfitta. E l’unico tentativo di “normalizzare” la situazione poteva essere il calcio. Questo avrà pensato il sergente tedesco, che con i suoi uomini presidiava Sarnano, paesino arrampicato sulle colline del Maceratese occupate dal Reich. Appassionato di calcio, aveva fatto interpellare l’arbitro Maurelli, conosciuto anche in Germania, per mettere su una squadra che potesse sfidare l’undici tedesco. Unica regola: tutti italiani e tutti coetanei dei loro avversari.

Sfida non facile da accettare per chi i tedeschi li vedeva solo come spietati oppressori. Come si poteva giocare con loro come se niente fosse?

La risposta a una richiesta tanto sconcertante non fu immediata. Per Maurelli, persona stimata da tutti, accordarsi con i nazisti, sia pure intorno a un pallone, significava mancare di rispetto a coloro che, ogni giorno  combattevano, e morivano, per cacciare gli occupanti.

Dopo che la notizia si sparse in paese, la cosa non piacque affatto, e a Maurelli fu chiesto di rinunciare. Per di più, della squadra degli italiani, avrebbero fatto parte alcuni partigiani appostati sulle colline, oltre a disertori dell’esercito regio. Il che significava, in poche parole, darsi in pasto al nemico.

Ma la partita si doveva fare e il sergente, dopo aver minacciato altri morti e rastrellamenti, promise sul suo onore di soldato che ai giocatori italiani, partigiani e non, sarebbe stata evitata la deportazione. In più, al termine della gara, sarebbe stato offerto loro un rinfresco, a spese, s’intende, del Reich. Da non credere.

Crebbe la paura. Era una trappola? I tedeschi avrebbero rispettato i patti? E se ci rifiutiamo?

Quindi, tra minacce e promesse, la partita venne organizzata. Maurelli si fece aiutare da suo fratello Mimmo, partigiano, in grado di reclutare la squadra che avrebbe sfidato gli occupanti e il destino.

Sarnano, 1 aprile 1944: Italia contro Germania. Comincia la partita che passerà alla storia come la “Leggenda di Sarnano“, raccontata dal documentario storico di Umberto Nigri, attraverso le voci dei due protagonisti: Mario Maurelli e Libero Lucarini.

Si parte: la squadra tedesca non sembra granchè, molta fisicità ma poca tecnica. Più preparati e organizzati gli italiani. Ai bordi del campo, soldati in divisa pronti a sparare. L’atmosfera ideale per giocare al calcio.

Che dobbiamo fare? Vinciamo? Perdiamo? E se vinciamo cosa ci succede? Questi ci fanno secchi, non vedono l’ora. La decisione negli spogliatoi è unanime: non si vince e si salva la pelle.

Infatti, i partigiani cercano di fare l’impossibile pur di non segnare. Ma non possono neppure esagerare troppo nella finzione, per non irritare i tedeschi che chissà come possono reagire. Il tempo non passa mai e mantenere il pareggio non sarà semplice.

All’undicesimo minuto del primo tempo, Lucarelli fa partire un cross dalla fascia. Un lancio senza pretese, ma in area spunta Grattini che,  forse in un impeto di nazionalismo e di vendetta contro gli invasori,  insacca di testa alle spalle del portiere della Wehrmacht.

Partigiani 1, Nazisti 0. Palla al centro. Lo sguardo dell’arbitro Maurelli dice tutto.

Ma cosa ha fatto? Ci vuol fare ammazzare? Anche Grattini ha capito di averla fatta grossa, non esulta e assume un’aria contrita.

Si arriva all’intervallo: silenzio di tomba, è proprio il caso di dire, tra gli italiani.

Nel secondo tempo la musica non cambia: i tedeschi non riescono a segnare, sebbene gli italiani facciano di tutto per collaborare. Il tempo, questa volta, scorre veloce verso un epilogo che si annuncia drammatico. Anche l’arbitro ce la mette tutta ma non sa come riportare il punteggio in parità. Mancano cinque minuti alla fine e Maurelli incrocia lo sguardo del terzino Libero Lucarini, che aveva tolto gli abiti dell’esercito per arruolarsi con la Resistenza. Lucarini capisce che non si può più scherzare. L’ala sinistra della Germania avanza veloce e Lucarini è abilissimo nel farsi scartare. Il tedesco, galvanizzato dalla bella giocata, calcia con forza e la palla supera il portiere italiano. Rete! La soddisfazione tedesca è quasi pari alla gioia trattenuta dell’arbitro, che conduce gli ultimi minuti in assoluta tranquillità fino al triplice fischio. Partigiani 1 Nazisti 1. Tutti contenti.

Al rinfresco, si presentarono solo i tedeschi. I partigiani erano già lontani, scappati quasi di corsa verso i loro accampamenti. Al sicuro nella boscaglia dei Monti Sibillini, nel caso i tedeschi, non si sa mai, ci avessero ripensato. Ma il patto non fu violato.

Dopo quegli incredibili 90 minuti, ricominciava la vera partita, quella della vita e della morte, quella dove i nazisti non avrebbero mai accettato un pareggio per uno ad uno. Perché quell’uno, per loro, equivaleva a dieci.

FOTO: www.cnj.it

social banner

Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Succede che siamo Campioni del Mondo di Calcio a 5 e nessuno ce l’ha detto

Mentre tutti, stampa in primis, si interrogano su vita morte e miracoli dell’arbitro Kassai e di quanto sia stato antisportivo il Barcellona a non restituire un pallone, succede che l’Italia zitta zitta si è portata a casa il Mondiale di Calcio a 5. Così, a bruciapelo. Colpiti dolcemente al cuore da una grande notizia per il nostro sport, quello azzurro, che di grande vede poco, e se lo vede, lo fa solo per gli altri, sottolineandolo a più riprese, consumando tastiere, libido e bile su notizie che poco interessano ma che tanto infiammano l’etere, unico sherpa spirituale dell’informazione che ben si districa tra quello che piacevolmente tira e condivisibilmente divide. E succede che in questo giustificabilissimo Bar di cui tutti noi facciamo parte, quelli che dovrebbero darti da bere si comportano esattamente come coloro che bevono e chiacchierano (giustamente, loro), offrendoti il solito drink annacquato fatto di moviole e tweet al veleno. E succede, anche, che i ragazzi della nazionale di calcio a 5 della Fisdir (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale) conquistano il Mondiale di Futsal in Portogallo e vengono relegati, se gli dice proprio bene, nelle brevi a fondo pagina.

E che ci vuoi fare, siamo il Paese dell’Estero è bello, della polemica su ogni cosa, della vittoria a corrente alternata dove l’interruttore lo pigia il virus della viralità. Succede. E allora chissenefrega se il tricolore sventola alto grazie a questi sconosciuti ragazzi che sconosciuti resteranno. Chi avrà voglia di leggere di Francesco Leocata, Marco Fasanella, Luca Magagna, Davide Vignando, Cristian Palaia, Simone Di Giovanni, Carmelo Messina, Marco Sfreddo, Matteo Simoni, Riccardo Piggio, Amedeo Alessi e Luca Casciotti che, partiti l’8 aprile da favoriti alla volta di Viseu, cittadina lusitana, si sono imposti sui padroni di casa in finale per 4 a 1, conquistando il primo mondiale FIFDS dedicato a giocatori con disabilità intellettive e relazionali? Chi vorrà parlare del miglior portiere del torneo Francesco Leocata e del capocannoniere Luca Magagna?

Troppo impegnati a scrivere (male) dell’Italia e raccontare (bene) fino allo sfinimento le imprese degli altri, ci siamo dimenticati dei dimenticabili, di persone considerate diverse ma più normali di noi, incapaci di godere anche quando vinciamo, distratti dagli ultrasuoni asfissianti dell’informazione standardizzata che ci vengono proposti a scadenza fissa e quotidiana, come un medicinale per appiattirci. E in questo limbo emozionale, ci facciamo scappare i nostri successi, ce li nascondono, li ignorano, non se ne parla. Troppo poco salati, eventi del genere. Non richiamano, e quindi non servono. Succede oggi come succede in tante altre situazioni, vedi sport minori e paralimpici. Vittorie di Serie B, trionfi senza fotografi ma con campioni veri, perché essere eroi sotto i riflettori è sempre più semplice che farlo nell’ombra soprattutto quando, pur illuminato dal successo, ti si preferisce in prima pagina un fuorigioco non fischiato o una litigata tra calciatori a mezzo social. E quando tra questi sfortunati vincenti la mano meccanica del Signore dei trend pesca il tuo nome mettendo finalmente la tua faccia nel ristretto (mica tanto) circolo degli sportivi che “contano”, succede che vieni fagocitato, sfruttando questa inattesa notorietà, facendoti credere importante perché porti un messaggio positivo quando di positivo, per loro, c’è solo la tua immagine che regala una stretta al cuore di chi ti vede e un allargata al portafoglio di chi ti usa, firmando contratti illusori in cambio della messa in mostra della tua debolezza fattasi forza, della tua rivincita. E il finale, seppur insperato e insperabile, è sempre lo stesso: sedotto e abbandonato da lustrini dal pollice alzato. Avanti il prossimo, avanti una nuova storia da svuotare.

“Che bello vederli giocare a calcio! Una soddisfazione per tutto lo staff vedere come i ragazzi sono stati in grado di mettere in campo quello che è stato fatto negli allenamenti! Vincere il mondiale è stata la classica ciliegina sulla torta, un’emozione immensa ma, soprattutto, un evento che garantirà l’ulteriore sviluppo del nostro calcistico riservato ad atleti con sindrome di Down”. Queste le parole di Roberto Signoretto, il referente tecnico che insieme a Gianluca Oldani e Edoardo Scopigno ha guidato la nazionale a questo trionfo.

Hanno cantato i ragazzi della Fisdir negli spogliatoi dopo aver festeggiato in campo. Come succede quando si vince una Coppa del Mondo. Arrivati all’apice del successo, dopo sacrifici e costanza, hanno esultato e gridato, almeno loro. E allora gridate più forte, magari succede che qualcuno la prossima volta se ne accorge.

La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

La Brexit e il divieto per Messi e Neymar di giocare una finale di Champions

Manca una settimana al ritorno degli ottavi di Champions League e a tenere banco sono le dichiarazioni del numero uno della UEFA, Aleksander Ceferin, che nel corso di un’intervista rilasciata al New York Times fa tremare i tifosi del Barcellona con una dichiarazione che ha spiazzato tutto il mondo calciofilo. Stando a quanto riferito dal quotidiano a stelle e strisce, Ceferin avrebbe paventato l’ipotesi secondo la quale anche in caso di raggiungimento della finale di Cardiff (Galles) il club catalano, che l’8 di marzo tenterà l’impresa di ribaltare il passivo di 4 reti subito dal PSG al Parco dei Principi, dovrà rinunciare a due terzi della MSN, trio d’attacco tutto sudamericano composto da Messi, Suarez e Neymar, e nello specifico all’argentino e al brasiliano. Il motivo di tale scenario è riconducibile ad un divieto che impedirebbe l’accesso nel Regno Unito per coloro che hanno procedimenti penali aperti. In tale disposizione rientrerebbero quindi anche la Pulce e l’asso brasiliano entrambi finiti nel mirino del fisco che ha aperto un processo a loro carico per evasione.

Ceferin, al riguardo, si è detto perplesso e ha sottolineato come, in caso venga confermata questa ipotesi, la UEFA in futuro potrebbe decidere di non disputare partite europee su quei territori. Ha continuato poi evidenziando come potrebbe sorgere un problema serio dovuto alla disparità di trattamento tra giocatori inglesi, liberi di viaggiare verso ogni latitudine del mondo, e gli altri che invece rischiano di essere rimbalzati alla frontiera britannica. Il numero uno del calcio europeo ha poi concluso che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente con l’effettività della Brexit. Partendo da questo, ha poi allargato il discorso alla politica di immigrazione di Trump negli Stati Uniti, assimilando le due situazioni e le conseguenze ad esse legate come ad esempio l’impossibilità di poter organizzare gli Europei nel Regno Unito o i Mondiali in America.

Per adesso si tratta solo di ipotesi ma esiste un precedente che potrebbe non far dormire sonni tranquilli ai supporter blaugrana: Serge Aurier, giocatore del PSG, non partì alla volta di Londra per la sfida contro l’Arsenal, avendo un procedimento penale aperto per aggressione ad un poliziotto.

Certo è che il Barcellona quest’anno ha già varcato il confine del Regno Unito in occasione della partita del girone di Champions contro il Manchester City vinta dagli inglesi per 3 a 1, ed entrambi i giocatori scesero regolarmente in campo. Stesso discorso varrebbe nel caso in cui, ribaltato il risultato dell’andata degli ottavi, i catalani dovessero incontrare nuovamente una squadra inglese come appunto il City, l’Arsenal (con un 5 a 1 da recuperare contro il Bayern Monaco) e il Leicester sconfitto 2 a 1 in terra spagnola dal Siviglia. Le parole di Ceferin quindi sembrano essere solo una provocazione.

Staremo a vedere.