Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Il 4 Agosto 1936 a Berlino durante le Olimpiadi del Fuhrer va in scena una delle gare più colme di leggenda della storia a cinque cerchi. La nascita del mito di Jesse Owens, il fenomeno afroamericano nella terra del Nazismo. Una giornata che ancora oggi è molto dibattuta per le varie versioni che riguardarono Adolf Hitler. E una scomoda verità.

Quando nel 1931 il Comitato Olimpico Internazionale individuò nella Germania il paese organizzatore dei Giochi del 1936, non avrebbe mai immaginato che, a distanza di due anni, proprio in terra teutonica, potesse salire al potere un ometto di piccole dimensioni e ancor più piccole ideologie, divenuto famoso per essere stato l’impersonificazione del male assoluto di tutta la storia del’umanità. Al secolo, Adolf Hitler.

Come non si poteva neanche minimamente ipotizzare lo sfavillio di svastiche, aquile inquisitrici e 120 mila braccia tese il giorno della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino, 1 agosto 1936. Ma cosa sarebbe, anche nell’immaginario collettivo, una nazi olimpiade senza i suoi simboli e i significati ad essi associati?

I presupposti per una manifestazione organizzata seguendo i dettami del movimento del Führer sembravano cosa banale e scontata. E infatti così fu: per ordine di Hitler, all’interno della delegazione tedesca non furono selezionati atleti di origine ebraica.

E che ti aspettavi? L’elite sportiva della razza ariana, rappresentata da “omuncoli torvi e dal naso adunco“? Fosse mai. Peccato, però, che tra questi “non meritevoli” atleti ci fossero i migliori nelle loro discipline, compresa Gretel Bergmann, record di salto in alto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Torniamo alle Olimpiadi e torniamo agli interrogativi. Come è possibile che venisse organizzato un evento mondiale ispirato da De Coubertin con i valori dell’integrazione, della lealtà e della libertà, nel Paese che aveva voluto come proprio leader colui che rappresentava in tutto l’opposto dell’essenza stessa dei Giochi?
La domanda, oltre a noi, se la saranno posta anche gli Stati che, nel 1933, chiesero al CIO lo spostamento della sede in un’altra città. La risposta del Comitato olimpico fu semplice quanto sorprendente. No.

Come non servì a nulla la visita da parte di Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico a stelle strisce, mandato in Germania prima delle Olimpiadi dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, per monitorare la situazione e decidere se boicottare o meno la partecipazione, come fece la Spagna in lotta con Franco. Quello che Roosevelt, forse, non sapeva è che Brundage era fan sfegatato di Hitler, e non ravvisò particolari motivi per non far partire gli atleti americani alla volta di Berlino. La cosa curiosa è che, come nella Germania, anche all’interno della delegazione USA gli unici due atleti di origine ebraica, furono sostituiti all’ultimo. Alle volte, il caso.

Anche il Führer, a dir la verità, non faceva salti di gioia all’idea di dover organizzare una manifestazione del genere. Fu il suo uomo dietro le quinte, Joseph Goebbels, ministro della propaganda, a spingere affinché fossero fatte a Berlino. Il gerarca nazista, sì era  terribilmente diabolico, ma non per questo stupido: aveva individuato nella manifestazione iridata, il mezzo ideale per allargare il consenso del partito, usando lo stesso strumento, le Olimpiadi appunto, per veicolare, però, non i valori decoubertiniani ma, bensì, la grandezza della Germania.

E grandezza fu. I giochi del 1936 vennero ricordati come una delle edizioni meglio organizzate nella storia delle Olimpiadi. Per la prima volta furono trasmesse in televisione e vennero adibiti dei teatri per consentire la visione anche a coloro che non disponevano del piccolo schermo. Vennero costruiti impianti e nuovi stadi. Ristrutturati quelli vecchi e portati a termine importanti lavori di urbanistica. La cerimonia di apertura, tolte le svastiche di cui sopra, fu solenne e precisa. L’apoteosi al momento dell’ingresso della fiaccola, dopo oltre 3 mila chilometri percorsi in giro per il mondo, fu un momento da ricordare. Anche questa fu una pratica che iniziò ad essere di routine a partire dal 1936.

Come è semplice immaginare, l’idea di una Germania potente e fiera doveva trasmettersi anche sul campo, attraverso le vittorie sportive. E, anche in questo caso, così fu: il medagliere ci racconta un podio in cui a primeggiare è proprio la nazione del Führer con 89 medaglie totali, seguita da Stati Uniti e Ungheria.

In questo clima di orgoglio ed identità nazionale, tra festeggiamenti e marce trionfali, cosa mai sarebbe potuto andare storto? La risposta è Jesse Owens.

James Cleveland Owens, nasce ad Oakville, Alabama, nel 1913. Jesse, soprannome dato dal suo insegnante per via della sua pronuncia “slangata” di J.C., è il settimo di dieci figli di una famiglia che definire povera è un complimento. All’epoca della sua infanzia, l’America viveva la Grande Depressione e gli Stati del Sud erano la fotografia esatta della situazione in cui versava la gente di colore all’epoca. A nove anni si trasferì in Ohio e cominciò a praticare la corsa e il salto in lungo. Gli allenamenti, tra le pause del suo lavoro in un negozio di scarpe, presso l’Università dell’Ohio.

Ma cosa c’entra questo ragazzo del sud, figlio di un contadino, con la magnificenza di Berlino?

C’entra perché Jesse Owens, in quelle Olimpiadi, a 23 anni compiuti, si portò a casa 4 medaglie d’oro rispettivamente dei 100 metri, i 200, la staffetta 4×100 e il salto in lungo. Un afroamericano sul tetto mondiale di fronte al Führer sotto al cielo svasti-stellato. Incredibile.

Ancora più incredibile fu, però, la reazione del Leader tedesco. E qui la storia si mescola con il mito. O meglio dire, la politica si mescola con lo sport. Perché esistono due versioni diverse circa l’episodio.

Siamo in occasione della finale di salto in lungo, 4 agosto 1936. Jesse Owens ha ottenuto l’ingresso all’ultima gara per la medaglia d’oro, in extremis, grazie, anche, ai consigli del suo primo rivale per il podio Luz Long. L’atleta in questione, è un tedescone slanciato dalla chioma bionda, in pieno stile “ariano è meglio”. Ebbene questo simbolo del Reich cosa fa? Aiuta il suo avversario, americano, nero, ad andare in finale? I due, in realtà, nel corso della manifestazione iridata sono diventati buoni amici ed è lo stesso Long a congratularsi per l’oro ottenuto da Owens a suo discapito.

Ma la cosa più sorprendente è che un nero abbia sbattuto in faccia la vittoria al primo sostenitore della superiorità della razza.

Hitler al momento del podio, è una maschera. Lo sguardo fermo non fa presagire niente di buono. Lascia il balcone della tribuna autorità e evita di vedere la premiazione finale. C’era da aspettarselo: la Grande Germania nazista che si inchina ad un “inferiore uomo nero dai tratti primitivi”? Impossibile. I giornali e i media ci mettono poco a trasmettere la notizia del mancato riconoscimento del valore di Owens da parte del leader nazista. E l’opinione pubblica ci mette ancora meno a confermare quanto dietro a quei comici baffetti austriaci si celi il male assoluto da combattere e annientare.

Che Hitler fosse il male, non doveva mica confermarcelo con un gesto del genere. Si sapeva. Ma quello che non si sapeva era che, come in Germania, allo stesso modo negli Stati Uniti, la propaganda svolgeva un ruolo fondamentale nella politica nazionale.

Tanto che quanto appena raccontato è semplicemente falso.

Infatti, come dice lo stesso Jesse Owens nella sua autobiografia, al termine della premiazione in occasione del salto in lungo, al momento di rientrare negli spogliatoi, passando sotto la tribuna riservata ai gerarchi nazisti, il suo sguardo e quello di Hitler si incrociarono per qualche secondo. A rompere l’indugio, fu lo stesso Führer, il quale, alzatosi dalla sua poltrona, agitando la mano per salutare Jesse, riconosceva nei fatti il valore dell’atleta afroamericano.

E’ qui il miracolo: l’impresa di Owens nel vincere quattro ori in terra nazista è qualcosa di incredibile, un gesto che potrebbe rientrare benissimo all’interno di una favola dove c’è un buono e un cattivo e il buono vince.  Questo è sicuro. Un’impresa.

Ma quello che è successo, se è successo, il 4 Agosto 1936 è un altro tipo di miracolo, uno vero. L’uomo senza anima che scopre la sua umanità perché non può fare altrimenti. La  luce della vittoria che penetra nel muro dell’ignoranza e dell’oscuro ideale, palesandosi nella più semplice e spontanea delle manifestazioni: salutare il campione che lascia il campo da vincitore. E allora Hitler diventa il bambino che va allo stadio a vedere i suoi idoli e si innamora dell’uomo nero venuto da lontano. La razza inferiore che fa vacillare i pensieri del leader superiore.

Stiamo esagerando. Sicuramente le idee del Führer non cambiarono: tre anni dopo, infatti, cominciò la sua campagna in terra Europea e gli schifosi rastrellamenti razziali ben noti a tutti. Quello che è sicuro è che in quel giorno il Führer non poté fare altro che complimentarsi con colui che aveva battuto i suoi atleti.

Ad avvalorare questa sensazione impensabile per un Leader senza cuore e coscienza, le parole del giornalista sportivo Siegfried Mischner che ci racconta come Hitler avesse inviato, ad Olimpiadi terminate, una foto autografata da lui a Jesse Owens. Continua, poi, dicendo che l’atleta dell’Alabama tenesse la foto del Führer nel portafoglio.

Il giornalista conclude rilevando un episodio non confermato: dietro il palco sembrerebbe che ci sia stato un incontro tra  Owens e Adolf Hitler in persona e una stretta di mano suggellata da una foto, fatta prontamente sparire.

E’ la verità? Chi lo sa. Di sicuro, quello che traspare in modo netto e chiaro nelle parole di Owens è che durante le Olimpiadi il colore della sua pelle non portò a nessun comportamento discriminatorio nei suoi confronti come la stampa americana voleva fortemente raccontare.

Al suo ritorno in patria, Jesse provò a più riprese a difendere la sua verità in merito ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 ma le sue parole vennero ignorate dai giornalisti che invece volevano convincere la gente del contrario.

“Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il Presidente degli Stati Uniti.”

Questa la sua batosta al Presidente Roosevelt. Che si tradurrà  più avanti nel supportare il Partito Repubblicano nella corsa alla elezioni.

Il Presidente, per impegni legati alla campagna elettorale, non aveva potuto, o voluto, organizzare un incontro con il campione dell’atletica per magnificare le sue gesta alla Casa Bianca, cosa che era già accaduta in passato e regolarmente per gli altri atleti. Si diceva, infatti, che il leader democratico avesse portato a termine qualche buona iniziativa in merito alle condizioni della popolazione nera in America ma, nei fatti, aveva chiuso l’occhio di fronte ai molti trattamenti inumani subiti dagli afroamericani, come la quasi assenza di diritti sul lavoro. Anche il New Deal aveva avuto effetti benefici soprattutto per i bianchi.

Da qui nasce il paradosso di Jesse Owens: un nero trattato meglio dai nazisti che dai suoi fratelli americani?

Bastava anche una telefonata. Ma il telefono di Jesse non squillò mai. O un telegramma. Niente.

Dopo le Olimpiadi, Owens continuò a gareggiare e a vincere per poi divenire allenatore.

Muore a 66 anni, in povertà, abbandonato, portato via da un tumore ai polmoni a Tucson nel 1980. E’ sepolto a Chicago.

 Nel 1976 riceve la massima onorificenza per un civile, la “Medaglia Presidenziale della Libertà“. Berlino gli ha dedicato una via nel 1984 nel 1990, Bush padre gli conferisce la “Medaglia D’Oro al Congresso”.

Eppure, all’epoca, Jesse Owens non era considerato come oggi. Le sue parole contro Roosevelt avevano indispettito i giornalisti e l’opinione pubblica.

Ma come? Difende Hitler?

La verità è che per Jesse la situazione in Germania nei confronti degli ebrei non differiva molto dalla condizione che la sua gente sopportava ogni giorno in suolo a stelle e strisce. I neri vivevano in baracche, senza alcun diritto o quasi. I campi dove lavoravano più che “posti di lavoro” erano molto simili ai ben più noti e demonizzati “campi di lavoro” nazisti. E a lui non andò mai bene che, buttando fumo negli occhi della gente con il mostro del nazismo e delle leggi razziali, con la sua faccia a fare da testimonial, il popolo dimenticava le sofferenze patite dai propri connazionali.

Jesse Owens è due volte un simbolo di libertà. Da una parte il campione che si innalza sopra la riluttanza nazista di fronte al primo rappresentante della folle discriminazione razziale e dall’altra l’uomo che combatte affinché la sua verità, seppur scomoda, venga portata alla luce priva del servilismo monotematico della propaganda americana.

Perché in Germania c’era il razzismo. Ma negli Stati Uniti pure.

Da Campionesse a Escort: Suzy & Florica, atlete “d’alto bordo”

Da Campionesse a Escort: Suzy & Florica, atlete “d’alto bordo”

Il sogno di ogni atleta, qualunque disciplina egli pratichi, è quello di poter calcare i palcoscenici mondiali per rappresentare la propria Nazione e divenire una personalità da tutti rispettata. Tuttavia, esistono contesti e situazioni che ti portano ad odiare quello che hai fatto da tutta una vita, costellata di successi e soddisfazioni, e ti portano a valutare qualsiasi alternativa purché diametralmente opposta a quello che ti ha accompagnata da quando eri ancora un adolescente. Pur avendo un lavoro considerato da privilegiati, infatti, l’atleta è un essere umano come ogni normale lavoratore: viaggi estenuanti, la distanza dalla famiglia e dalla consueta quotidianità necessitano di una gestione dello stress spesso più determinante dell’allenamento e della fatica. Tanto più per le discipline ignorate dai media, dove la pratica è una questione personale e mentalmente snervante. Un esempio concreto è rappresentato dalle storie di Suzy Favor Hamilton e Florica Leonida e la loro trasformazione da Atlete a Escort di professione.

Suzy Favor Hamilton è stata una mezzofondista per la squadra di atletica leggera degli Stati Uniti. Nata in Winsconsin l’8 agosto 1968, già all’età di 9 anni indossava le sue scarpette e si allenava. Cresciuta a pane e corsa, in breve tempo venne considerata una delle atlete più promettenti della sua Università e, dopo il passaggio alla Pepperdine University di Malibù, si impone come una delle punte di diamante dell’atletica a stelle e strisce degli anni 90.

Le sue performance la portano alla partecipazione delle Olimpiadi del 1992 a Barcellona, del 1996 ad Atlanta e del 2000 a Sydney. La sua storia sembrerebbe la migliore delle favole di tipico stampo americano. Sposata dai tempi del college con un pitcher della squadra di baseball, Mark Hamilton, e madre di una figlia, Suzy vive la sua vita tra allenamenti e famiglia. Una vita normale. Con la fama arrivano soldi e sponsor illustri, tra cui la Nike e la Disney. Una bella vita.

Ma così non è. Suzy ha un segreto: è malata di sesso. I primi sintomi della sua dipendenza escono fuori in occasione dell’anniversario di 20 anni di matrimonio. L’atleta chiede a Mark di festeggiare in maniera insolita: propone un’avventura di una notte con un altro uomo, un menage a trois per intenderci. Il marito acconsente e da quel giorno cambia per sempre la vita dell’olimpionica.

Mi sono sentita sollevata ed euforica. Volevo farlo di nuovo. Queste le sue parole rilasciate al sito TheSmokingGun. Fin qui niente di così particolarmente assurdo. Ognuno, nel suo intimo fa quel che vuole, nei limiti legali, e la Hamilton non sarà stata né la prima né l’ultima a provare tali pratiche sessuali.

Il problema però è un altro: Suzy è bipolare, ma non lo sa, e assume regolarmente farmaci antidepressivi. A suo dire, queste sostanze avrebbero ridotto le sue inibizioni portandola a desiderare sesso in maniera irrefrenabile. Questo è quello che ha raccontato nella sua biografia, da lei stessa scritta, Fast Girl, dove descrive il cambiamento del suo stile di vita a partire dall’episodio dell’anniversario.

Da quel momento in poi si unisce ad un’agenzia di escort di Las Vegas e comincia la sua vita da prostituta parallelamente a quella di atleta. Sulla pista era Suzy Favor Hamilton, mezzofondista. La notte si trasformava in Kelly Lundy, una delle escort più pagate della capitale del Nevada.  Valanghe di soldi, regali, gioielli e vestiti alimentavano la sua irrefrenabile mania e il sesso era la sua “cura” contro l’infelicità. Ma, ai tempi, Suzy non sapeva della sua bipolarità.

Quando l’ha scoperto, ha voluto rendere pubblico il suo problema e la sua vita segreta: le conseguenze che ne sono scaturite sono state quelle che ci si poteva aspettare: indignazione, insulti e cattiverie, nonché perdita di sponsor e abbandono da parte della Federazione di atletica (al premio di Miglior Atleta dell’Anno, fino a quel momento intitolato a lei, fu cambiato il nome) .

Devi fare la fine di tuo fratello. Anche lui bipolare e morto suicida. Queste le reazioni. E per la serie “sbatti il mostro in prima pagina“, la Hamilton è stata abbandonata dall’opinione pubblica. Ma non dalla sua famiglia: oggi Suzy ha 47 anni, circondata dal marito e da sua figlia. Combatte la sua bipolarità con dei farmaci specifici che tengono a bada la sua inclinazione verso la perversione sessuale. La battaglia è lunga e faticosa ed è la stessa atleta a dichiarare quanto il confine tra la sua lucidità e il suo latente vizio sia molto sottile. D’altra parte, però, ha sempre considerato la prostituzione, tra adulti consenzienti, una pratica che non dovrebbe essere illegale.

La storia di Florica Leonida, seppur con connotati molto simili, ha delle motivazioni completamente opposte. Se per Suzy Hamilton il problema era dovuto ad un disagio mentale, per l’atleta in questione, le cause che l’hanno portata a diventare una escort sono riconducibili ad aspetti economici.
Nata a Bucarest il 13 Gennaio 1987, Florica Leonida è un ex ginnasta rumena, specialità la trave, allenata da un monumento della ginnastica artistica come Octavian Belu. Il suo talento la porta ad allenarsi negli Stati Uniti sin da giovane e a meritarsi una copertina, all’età di 12 anni, su International Gymnastics, per risaltarne il valore di atleta.

Gli anni che seguono sono costellati di vittorie e medaglie, tra cui l’oro agli Europei juniores a Patrasso nel 2002 e l’argento a squadre ai Mondiali di Anaheim, in California nel 2003.

Ma la ginnastica artistica non è il calcio. O il tennis. Gli sponsor che si trovano sono pochi e non così generosi come per gli atri sport. Le luci della ribalta non rendono giustizia ad atleti come Leonida, la cui vita è stata praticamente caratterizzata solo da allenamenti e fatica da quando era ancora una bambina. Per di più, la disciplina non è remunerativa: i soldi provenienti dalla Federazione sono pochi e Floarea, come la chiamano gli amici, decide di ritirarsi, a 20 anni, per intraprendere il lavoro di insegnante di ginnastica artistica. Non sarà più un’atleta ma di certo non vuole abbandonare il suo primo amore.

Ma le cose non cambiano: Florica non riesce ad arrivare a fine mese ed è sull’orlo della disperazione. Disperazione che la porta a prendere la più difficile delle decisioni per una donna: vendere il proprio corpo in cambio di una vita più dignitosa. A 27 anni l’atleta rumena, ammirata da tutti ,Florica Leonida si trasforma in Sascha Brown, escort di professione.

Si trasferisce in Germania e va a lavorare in un bordello. La sua vita cambia: dai pochi soldi che guadagnava al mese come ginnasta, adesso riesce ad intascarsi migliaia di euro al giorno. Somme importanti che servono a lei e alla sua famiglia a cui manda una parte mensilmente. I suoi genitori per molto tempo sono rimasti ignari riguardo al risvolto che la vita della figlia aveva preso, fin quando non è stata la stessa Florica a confessarlo.

In seguito al racconto della sua storia da parte dei giornali rumeni, dalla Germania si è trasferita in Austria, a Vienna e vive in un appartamento con una sua collega. Continua a prostituirsi e, per sua stessa ammissione, continuerà a farlo.
“E’ difficile cambiare vita. Devo sbarcare il lunario e faccio quello che devo

Il bagliore del successo e della fama di queste due atlete si è spento. A farle brillare, non più i flash dei fotografi ma la fioca luce, magari non di un lampione, ma di una stanza piena di sospiri sconosciuti. E di solitudine.

Sbatti il Gallo in prima pagina: beati voi che non sbagliate mai

Sbatti il Gallo in prima pagina: beati voi che non sbagliate mai

L’erba del vicino è sempre più verde. O meglio, l’erba nostra lo è sempre meno. E di questo se ne è accorto domenica sera anche Danilo Gallinari. Galeotto fu il pugno di reazione (sottolineato) sferrato dal neo giocatore dei Los Angeles Clippers ai danni di un olandese durante un torneo di preparazione ai prossimi Europei di Settembre. Una vera e propria scemenza da parte dell’ala NBA che ha compromesso la sua presenza alla competizione continentale a causa della frattura alla mano, pare conseguente al colpo inferto al suo avversario. Una scemenza che l’ex Milano ha subito riconosciuto. E subito, infatti, sono arrivate le scuse del Gallo alla squadra e all’Italia tutta. Un calo di concentrazione che gli costerà caro. Sicuramente più a lui che a noi. Questo è certo. Eppure nel meraviglioso (mettete la D mancante dove meglio credete) mondo dei social è partita l’offensiva del popolo degli infallibili, dei giustizieri senza macchia delle etere che non hanno perso neanche un attimo a spolverare la falce mietitrice (inquisitrice) nei confronti del giocatore e ad insultarlo con ruggiti digitali degni del compagno crinierato di Dorothy in viaggio verso la Città di Smeraldo.

E allora eruttano commenti di ogni tipo e di ogni forza possibile per quella che sì è una cazzata, ma rimane un gesto istintivo, sicuramente non premeditato, di un atleta che negli anni si è sempre distinto per correttezza e tranquillità. Uno sbrocco in piena regola. E invece no. Adesso il mostro da sbattere in prima pagina è lui, un giocatore di basket. In un paese dove il basket un altro po’ non lo mandano neanche in onda , per fare notizia è necessario che un ragazzo, perché di questo si tratta, di 28 anni perda le staffe un secondo nella sua carriera e compia un gesto, è bene ricordarlo ancora, che arreca nei fatti un danno a lui e non certamente a noi.

Questo perché si deve creare lo scandalo a tutti i costi ed è un attimo il divampare del flame di indignazione di persone che passano la vita guardando il mondo dalla serratura della porta altrui. E allora il Gallo diventa l’esempio da non seguire perchè “con tutti i milioni che guadagna non si può permettere un comportamento del genere”, come se i soldi ti trasformassero in un automa senza emozioni a cui non è concessa la possibilità di sbagliare. Come se noi con i suoi dollaroni ci tramutassimo in odierni Padre Pio o Gesù targati 2000. Il Gallo diventa la conversazione da salotto per chi non sa neanche come è fatta una palla a spicchi. Un gesto che assume giornalisticamente parlando connotati quasi terroristici in un paese in cui la stampa, in primis quella sportiva, spesso e volentieri pur non sventolando una bandiera nera, tratta la notizia, qualsiasi essa sia, come se fosse il Daily Jihadist. E allora quel pugno non è più un colpo all’avversario, ma un cazzotto dritto dritto alle generazioni future, al basket italiano, all’Italia, a tutto. Colpa sua se il movimento va male, colpa sua se i giovani sceglieranno altri sport. Sua eh. E neanche piove, Gallo ladro!

Ma la vera bellezza risiede nelle persone comuni. Le stesse che urlavano “Danilo step back” di tranquilliana memoria, ora sminuiscono Gallinari come l’ultimo degli sfigati, incapace di controllare i bollenti spiriti e reo di compromettere il buon esito dell’Europeo a causa della sua assenza. E sono sempre loro quelli che, all’epoca del preolimpico dello scorso anno, da “grandi conoscitori” di basket prima si sono esaltati (esagerando) per la Grande Italia già in profumo di medaglia (ancora prima di accedere ai Giochi) per poi rimarcare la mollezza degli azzurri (Gallinari compreso) e l’eccessiva dipendenza dai giocatori NBA. Quindi, dov’è la logica? La coerenza? Ma fosse solo questo il problema.

Perché, purtroppo, è la nostra storia. Capace di innalzarti ad aeterna (pro tempore) gloria e di affossarti un secondo dopo. Chiedere a Federica Pellegrini per conferme. Ma adesso questo non c’entra. Adesso sul carro del Gallo sono tutti scesi e tutti hanno preso le distanze. Leggere quanto scritto sotto il suo post di scuse è qualcosa che ti fa davvero cadere le braccia e gli articoli a lui dedicati sono anche peggio. Ripeto, quello che ha fatto Danilo Gallinari è, e rimane, una stronzata. Nessuno deve prenderlo ad esempio, ma questo è un problema nostro che cerchiamo a tutti i costi un esempio da seguire. Lo sappiamo noi, e soprattutto lo sa lui, che poi è l’unico che ne pagherà le conseguenze, a casa con la mano dolorante a guardare gli altri giocare. Il vero rammaricato è lui, noi infieriamo sulla ferita sanguinante. E la linea nera che stanno passando sopra il suo nome è completamente ingiustificata, soprattutto perché arriva da un popolo capace di prendersi a coltellate per un sorpasso a destra o un parcheggio rubato. Una Nazione che si divide tra coloro che godono delle vittorie altrui e quelli che sospettano delle proprie. Dove essere patriottici è una cosa di cui vergognarsi mentre esaltare l’extraconfine fa così moderno. Dove condannare vince sempre sul perdonare, o addirittura comprendere, soprattutto se sei un connazionale. Siamo fatti così, non si scappa. Sarebbe bastato in estrema analisi un “ben ti sta” visto l’esito dannoso (e fratturoso) del pugno, ma le lezioni di vita proprio no.

Il Gallo è un figlio dell’Italia che in giro per il mondo porta in alto il tricolore e ti rende orgoglioso quando piazza 30 punti oltreoceano. Ma sua madre è una Medea e i suoi fratelli i discendenti di Caino. E vieni abbondantemente masticato appena scendi anche solo una tacca sotto la loro inarrivabile morale. Di coloro che giudicano senza mai essersi giudicati, che si riempiono la bocca di competizione senza essersi mai messi in gioco, nemmeno nella loro vita da ignavi, figuriamoci in un campo, dove emozioni e adrenalina pesano più dei milioni su un conto in banca.

Ma è inutile parlare, provare a spiegare, e a limite giustificarsi se vivi in un paese errato che però non ammette errori. Beati voi che non sbagliate mai.

Save Gallo.

Sportivi da laboratorio: dammi il DNA, farò di te un campione

Sportivi da laboratorio: dammi il DNA, farò di te un campione

Vi ricordate Gattaca – La porta dell’Universo? Nel film di Niccol si ipotizzava un futuro dove era possibile programmare l’essere umano e predisporre la sua esistenza, ancor prima della nascita, sulla base di un corredo genetico appositamente impiantato nell’embrione. Fantascienza? Mica tanto.

Ogni giorno, infatti, nascono nuove società di biochimica che offrono al pubblico un servizio unico e, a quanto pare, strabiliante: la possibilità, attraverso lo studio del DNA, di individuare le peculiarità fisiche ed atletiche delle persone, già in tenera età. Basta un campione di saliva e il gioco è fatto. Vuoi un bambino bravo a giocare a pallone? Tranquillo, dacci il suo patrimonio genetico e ci pensiamo noi a dirti quello che devi fare per avere un piccolo Cristiano Ronaldo fatto in casa. Vuoi che tua figlia corra veloce come il vento? Nessun problema. Per la tua piccola Bolt con le trecce abbiamo le soluzioni più adatte a te. Allenamenti personalizzati, diete create ad hoc. Ti piace il tennis? Mangia questo e fai questo. Adori il calcio? Mi dispiace, al massimo, puoi provare il golf.

Avete presente la tipica scena che è facile ammirare sulle tribune dei campetti da calcio la domenica mattina? In campo, bambini che si divertono. Sugli spalti, la guerra. Genitori che si insultano, minacciano l’arbitro, intimidiscono i giovani avversari, botte, urla e chi più ne ha più ne metta. Problema risolto. Da oggi, grazie a questi miracolosi studi, saprai in anticipo se vale la pena farsi venire il sangue amaro ogni volta che andate a vedere vostro figlio giocare. Per di più, lo studio del DNA in ambito sportivo vi permetterà di evitare grosse figuracce nel caso la vostra prole non raggiunga i traguardi sperati. Addio ai vari “..questo è un campione”, “..questo arriva sicuramente in Serie A”. Con questo metodo, risparmierete tempo e pazienza. E’ nato così, che ci posso fare?”

Pensa che orgoglio per un genitore guardare il proprio pargolo negli occhi e immaginare che un giorno quel piccolo uomo, che non sa neanche ancora camminare, diventerà famoso e invincibile. Con una piccola spesa, si fa per dire, un team di esperti di genomica ti saprà dire se tuo figlio vale o meno. E se non vale che facciamo? Lo buttiamo? O gli neghiamo la gioia di divertirsi e fare lo sport che più ama pur non essendo portato a praticarlo? E se invece dovesse valere? Lo obblighiamo a intraprendere una disciplina solo per poter urlare ai quattro venti che lui, tuo figlio, è meglio degli altri?

Ti sei spaventato? E adesso che fai? Non ti rassegnare, amico mio. Fortunatamente, illustri studiosi dell’argomento hanno minimizzato l’efficacia di questi test, indicando che a nessun bambino o ragazzo in giovane età debba essere prelevato un campione di DNA, in quanto i risultati di questo servizio sono virtualmente inutili. In poche parole, ad oggi, non c’è nessun tipo di correlazione tra la prestazione sportiva e le capacità atletiche con la mappatura del DNA. E che i fini di tale servizio sono meramente a scopo di lucro.

Quindi, non essere triste. Puoi benissimo continuare a vedere nelle gesta del tuo bambino l’atleta che potevi essere tu. Puoi ricominciare ad accanirti con il padre del vicino su chi è più forte a tirare le punizioni tra il tuo Pelè e il suo Maradona.

Ma non ti preoccupare: arriveremo un giorno anche noi a sviluppare la tecnologia migliore per far sbocciare il tuo piccolo campione. Deciderai se è destro o sinistro, veloce o prestante. Come vuoi, quando vuoi. Per il momento, non essendoci ancora un Jurassic Park dedicato agli sportivi, compra un pallone, una racchetta o qualsiasi altra cosa a tuo figlio e lascialo giocare. Non competere. Giocare. E se dovesse essere una pippa, tanto meglio. Magari diventa un ingegnere.

 

 

Ciao Bud, insegna agli angeli come si mena..e come si nuota

Ciao Bud, insegna agli angeli come si mena..e come si nuota

Se penso a te, Bud, d’impatto, mi vengono in mente solo quei poveracci che ogni volta prendevano i tuoi schiaffi a due a due. Perchè io sono cresciuto anche così: con le scene comiche e grottesche delle famigerate risse da bar (e non solo) dei tuoi film. Quei balletti clowneschi scanditi nel tempo dal battere delle tue mani. Sulle loro facce o sulle loro teste. E quell’espressione sempre annoiata e stufa che nascondeva una bontà incredibile per un omone così grande com’eri tu. Perché quando alla tv passavano (e passano) le tue perle migliori, le vedevi e rivedevi anche se le sapevi a memoria. Perchè i tuoi film erano così: un inno all’allegria e alla positività, con botte da orbi senza una goccia di sangue, con i cattivi che erano più che altro persone sole e con protagonista un signore grande e grosso che non faceva paura anche se doveva farla. Un gigante di un metro e novantadue per ben oltre cento chili e un’invadente barba nera a fare da cornice ai tuoi occhi,  sempre semichiusi e confortanti. Accanto a te, il tuo compagno di sempre, il tuo opposto. Smilzo, biondo e belloccio. Terence. Colonna sonora, neanche a dirlo: Oliver Onions.

Ridurti solo ad un ricordo degli interminabili parapiglia, Bud – o dovrei chiamarti Carlo? – sarebbe come parlare solo in parte del tuo incredibile percorso. Io che sono arrivato a conoscerti come stella di un cinema che mi faceva tanto ridere, senza le forzature dei nostri giorni e la trivialità dalla sghignazzata facile (compresa la mia). Mio padre mi raccontò il campione che eri. Quando non eri panciuto come mi ricordo io, ma avevi un fisico asciutto e possente. Con le prime bracciate nella tua Napoli, lasciata neanche maggiorenne per andare a Roma per il lavoro di tuo padre, e le prime avvisaglie che una stella del nuoto stava nascendo. Il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 metri in vasca corta. Hai vinto 11 campionati italiani e partecipato alle Olimpiadi di Helsinki e Melbourne. Hai vinto l’oro ai Giochi del Mediterraneo a Barcellona nel ’55, da pallanuotista. Nel frattempo il viaggio in Brasile, il lavoro al consolato. Le prime esperienze sul grande schermo e il tuo esordio nel colossal americano Quo Vadis, come comparsa. Gli studi universitari in Chimica prima e Giurisprudenza poi, mai terminati.

Lo Sport e i viaggi come filo conduttore della tua vita. Sei stato seconda linea a Rugby. Sei tornato in Sudamerica dove, come hai raccontato, hai ritrovato te stesso. Alle dipendenze di un’impresa a stelle e strisce hai costruito la strada che unisce il continente latino con Panama. Hai lavorato alla Alfa Romeo venezuelana e con la loro squadra hai corso come pilota nella classica Caracas-Maracaibo. E nel frattempo hai continuato a nuotare per la squadra della Vinotinto. Sei tornato a Roma e hai scritto musica e testi di illustri cantanti come la Vanoni. Suonavi il pianoforte e il Sassofono.

Sulla pellicola, ancora lo Sport. Ancora i Viaggi. Nei tuoi film hai girato il mondo tra le tribù dell’Africa e le isole sperdute nell’oceano, sempre menando tutti, sempre facendo felici tutti gli altri. Sei stato giocatore di Football americano e Pugile. Pilota di bolidi del deserto, cowboy, poliziotto e genio della lampada. Hai il brevetto per guidare l’elicottero e l’aereo e puoi vantare migliaia di ore volo, oltre ad essere uno dei soci fondatori della Mistral Air. Sei diventato tecnico di nuoto e pallanuoto su concessione della Federazione Italiana. Hai lanciato una linea di jeans e hai scritto libri autobiografici e filosofici. Ti sei candidato come politico e quasi 4000 persone hanno scritto Carlo Pedersoli nella scheda. Bastava il tuo nome e ti potevi fidare. Come dargli torto.

Hai fatto tutto Bud. E ogni cosa che facevi, la facevi bene. Ma io ti ricordo per quelle pizze incredibili e le espressioni di quegli improbabili gaglioffi che miseramente provavano ad attaccarti. Quelle orde di bricconi che facevano, in alcuni casi letteralmente, la fila per farsele dare da te, con quella faccia seria e severa, che ispirava fiducia. Sembrava si divertissero. Come mi divertivo io.

Parlando della morte dicevi di essere curioso di scoprire cosa ci sarebbe stato dopo senza però avere fretta di scoprirlo. Tuo figlio Giuseppe ha detto che la tua ultima parola è stata “Grazie” come i grandi attori alla fine di una grande opera, quale la tua vita è stata. Ma, al diavolo le banalità, questa volta il Grazie te lo dico io. Grazie per essere stato il picchiatore più buono della storia del cinema. Grazie per essere stato Bud Spencer, Carlo.

Ciao Bud.