Odissea Argentina

Odissea Argentina

Tutto in una notte, dal dramma alla speranza. Una partita in cui l’epica ha trovato una sintesi perfetta con la razionalità: da un lato il caldo della pasión alla Bombonera, dall’altra la razionalità che adesso spinge ogni tifoso albiceleste a freddi calcoli sul futuro prossimo. Una partita in cui avevamo tutto, un juego donde teníamos todo.

Teníamos un il piccolo eroe contro l’apparentemente inarrivabile avversario. Quel Perù di Ricardo Gareca che rischia di guadagnarsi l’accesso ad un Mondiale per la prima volta dal 1982 e che, ormai otto anni fa, si trovava proprio tra l’Argentina di Diego Armando Maradona e il Mondiale. Una sfida vitale in cui si è erto ad eroe Martín Palermo, allora trentacinquenne bomber storico del Boca Juniors. Capace di far dimenticare quei tre rigori sbagliati nel 1999 in una sola partita, facendo esplodere un Paese intero. Ironia della sorte al Monumental, impianto degli “odiati” cugini del River Plate.

Teníamos un eroe al come Leo Messi, sospeso tra lo status di campione e lo status di leggenda. Tra lo status di giocatore troppo superiore per questa nazionale e lo status di “terrestre” con la casacca albiceleste. Il suo legno a porta sguarnita grida quasi vendetta, come gridano vendetta le sue occasioni create ma gettate al vento dai compagni di squadra. Un giocatore capace di vincere tutto il vincibile con il suo club, il Barcellona, ma capace di perdere in finale il Mondiale di Brasile 2014 e due Copas Américatra il 2015 ed il 2016 contro la sua bestia nera, il Cile. Duecentosettanta minuti che rappresentano forse il confine tra il campione e la leggenda a tutto tondo.

 

Teníamos il confronto tra il popolo e la borghesia. Da un lato Leo Messi, che mai ha giocato in Argentina e che una parte del popolo albiceleste non percepisce come simbolo in quanto “imborghesito” in Europa. Dall’altro abbiamo Juan Román Riquelme e Gabriel Omar Batistuta, due giocatori che invece hanno rappresentato a pieno l’anima popolare di un Paese intero. Il primo idolo indiscusso della Boca, addirittura votato dagli Xeneizes come simbolo indiscusso della loro storia a dispetto di un certo Diego Maradona. Il secondo, ex capocannoniere storico dell’Argentina, superato da Messi come quantitativo di reti ma ancora sopra come media realizzativa, nonché inneggiato negli ultimi dieci minuti della sfida con l’Uruguay.

Teníamos l’eroe del popolo che invece fallisce. Votato sul quotidiano Olé come giocatore da utilizzare preferibilmente in nazionale al centro dell’attacco, Darío Benedetto è il delantero del «dame una que la meto», ovvero del «mi basta una palla per segnare». Ieri, su servizio di Messi, il boquense ha invece fallito di testa un’occasione davanti al portiere che in campionato avrebbe invece cannibalizzato, con tanto di conseguente disperazione. Perché forse, in questo caso, la camiseta argentina pesava più di quella Azul y Oro.

 

Teníamos l’eroe a cui il fato riserva un terribile destino. Trattasi di Fernando Gago, anch’egli idolo della Doce e reduce da due terribili infortuni in due diversi Superclásicos. Entra, passano pochi giri di orologio e il suo crociato fa crack, impedendo così a Jorge Sampaoli di operare in seguito un terzo cambio. Subito la disperazione nei suoi occhi, poi l’orgogliosa rabbia contro i medici, a cui urla ¡Déjame jugar! con tutta la voce che gli rimane in corpo. Da lì a poche ore il responso medico, drammatico.

 

Teníamos un eroe venuto da lontano, che ha dovuto sudare per avere la gloria. Alejandro Darío Gómez, detto “Papu”, capace di condurre l’Atalanta in Europa dopo 26 anni sotto la sapiente gestione di Gian Piero Gasperini, brillando fin qui nella competizione europea. Un eroe che era sul punto di accettare la chiamata della nazionale italiana, ma che Jorge Sampaoli ha deciso di portare con sé, venendo ripagato. E c’era chi gli contestava scarsa attitudine in questi palcoscenici. Ad un giocatore che ha trionfato nel Mondiale U20 di Canada 2007 e nella Copa Sudamericana con il suo amato Arsenal Sarandí, segnando la decisiva rete del 3-2 nella finale d’andata.

Teníamos un duello epico. Per tutti e novanta i minuti si sono infatti fronteggiati l’argentino Nicolás Otamendi e l’attaccante peruviano Paolo Guerrero, soprannominato “Depredador”. Da un lato il roccioso difensore del Manchester City, dall’altra il bomber all time della nazionale peruviana, capaci di fronteggiarsi in maniera spesso dura dal punto di vista fisico, senza esclusione di colpi.

Teníamos il desiderio di vendetta di un amico diventato nemico. La vendetta di quel Ricardo Gareca che oggi allena la Blanquirroja ma che nel 1985 regalò la qualificazione ai Mondiali in Messico alla sua Argentina con una rete proprio contro il Perù. Tuttavia, il CT Carlos Bilardo non lo convocherà per la Coppa del Mondo che, ironia della sorte, sarà proprio sollevata dall’Albiceleste di Diego Armando Maradona.

Teníamos il conflitto tra l’eroe ed il suo più diretto erede. Ovvero il “conflitto” tra Leo Messi e Paulo Dybala, che recentemente ha proprio dichiarato che Messi «juega in mi posición», guadagnandosi la prima pagina di Olé con il titolo «Sincericidio», in riferimento alla sincerità dell’attaccante della Juventus, che contro i peruviani non ha visto il campo.

Teníamos l’eroe per una sera, che difende la sua patria in maniera strenua ed orgogliosa. Si sta parlando di Pedro Gallese, estremo difensore peruviano del Veracruz, che ieri ha difeso con le unghie e con i denti la parta della sua nazionale, evidenziando una volta per tutte la sua garra tra i pali.

Teníamos l’eterna contrapposizione tra pasión y racionalidad. La racionalidad di un tecnico geniale e rivoluzionario come Sampaoli, capace di presentarsi contro l’Indonesia con un visionario 2-3-4-1. Una CT, tuttavia, che forse poco c’entra con una panchina come quella albiceleste, che necessita forse più di un passionario, di una guida quasi psicologica, capace di trasformare una generazione di campioni in una generazione di vincenti con la loro Selección. Un allenatore che forse in casi come questi ragioni più di “pancia”, gettando nella mischia il buon Mauro Icardi dall’inizio.

Infine, teníamos l’eterno contrasto tra Boca Juniors e River Plate. Un Messi alla sua prima volta alla Bombonera, della cui atmosfera gode poco prima della partita, senza proferire parola. Un Perù che si ritrova a giocare nella casa del Boca Juniors con una casacca che ricorda quella del River Plate, il cui stadio aveva ospitato la leggendaria sfida del 2009, risolta a sua volta da un idolo Xeneize come Palermo. Todo gira, todo vuelve.

Adesso spazio agli ultimi novanta minuti di questo splendido componimento epico. Per sapere finalmente, sì cosa teníamos, ma anche cosa tendremos ai prossimi Mondiali.

Quando un Aereo consegna lo Sport alla storia

Quando un Aereo consegna lo Sport alla storia

La tragica caduta dell’ormai noto velivolo a 50 km dalla città colombiana di Medellín ha consegnato alla storia una rosa di ragazzi straordinari che erano pronti a giocarsi con tutte le loro forze la Copa Sudamericana contro l’Atlético Nacional. Si sta parlando della Chapecoense, la cui drammatica storia ha commosso il mondo, così come ha commosso il gesto degli avversari, i quali hanno richiesto ed ottenuto che il trofeo venisse comunque assegnato ai brasiliani. Un gesto meraviglioso che la CONMEBOL ha poi concretizzato. Quella dei brasiliani, tuttavia, rimane solo l’ultima delle tragedie aeree avvenute nella storia dello sport. Una serie di eventi molto variegata, sia dal punto di vista degli sport sia dal punto di vista delle dinamiche.

Non solo tragedie in cui hanno perso la vita numerosi giocatori di un team. Nella storia ci sono stati incidenti che hanno coinvolto anche singoli atleti, allenatori ed addetti ai lavori del mondo dello sport. Il primo registrato fu quello di Giovanni Monti, bandiera del Padova per 11 stagioni ed inabissatosi nel Lago di Garda nel 1931 con il suo aereo. Poi fu il turno di due arbitri: Ermanno Silvano muore a causa di un incidente aereo mentre era diretto a Roma, mentre nel 2011 il fischietto russo Vladimir Pettay ci lasciò per un incidente causato dalla nebbia nei pressi dell’aeroporto di destinazione, ovvero quello della città russa di Petrozavodsk. Nel 1996 fu invece il vice presidente del Chelsea, Matthew Harding, a morire a causa di un incidente durante il rientro da una trasferta a Bolton, questa volta però in elicottero. E questi sono solo alcuni dei casi individuali.

Ha scosso l’opinione pubblica la storia di Cláudio Winck, difensore in forza alla Chapecoense reduce da una breve esperienza al Verona, in Serie A. Il calciatore di Portão non è rimasto coinvolto nell’incidente poiché non convocato a causa di un infortunio, e quindi ancora in vita. Un destino che ha accomunato parecchi atleti nella storia degli incidenti aerei in cui sono stati coinvolti uomini di sport. Nel 1950 si verificò un incidente nei pressi dell’odierna Ekaterinburg, in Russia, in cui persero la vita 11 tesserati della VVS Mosca, la polisportiva dell’aviazione militare russa. Furono in due a salvarsi: trattasi degli hockeysti e calciatori Viktor Shuvalov e Vsevolod Bobrov, rispettivamente infortunato ed in treno a causa di un suo ritardo all’aeroporto. Erik Birger Dyreborg si salvò invece nel 1960 dall’incidente in cui rimase coinvolta una rosa di giocatori danesi che si stava recando a fare un provino per le Olimpiadi di Roma 1960. L’attaccante danese si salvò lasciando spazio ai suoi bagagli, decidendo di imbarcarsi nel volo successivo.

Nel 1961 furono alcuni calciatori cileni a salvarsi da un imminente disastro aereo. La rosa del Green Cross, società calcistica di Santiago del Cile, fu suddivisa in due voli differenti in occasione del rientro da una trasferta ad Osorno in Copa Chile. La maggior parte dei giocatori si ritrovò sul secondo velivolo, schiantatosi sulle Ande, mentre gli altri si salvarono. Si salvarono così come si salvò il difensore peruviano Juan Reynoso Guzmán, futuro vincitore della Copa CONCACAF con il Cruz Azul nel 1996, graziato da un infortunio che gli impedì di partecipare ad una sfida di campionato del suo Allianz Lima a Pucallpa nel 1987. Al ritorno il velivolo su cui viaggiavano i suoi compagni di squadra precipitò nell’Oceano Pacifico nei pressi dell’aeroporto. Curioso come solo nel 2015 vennero ritrovati alcuni resti dell’aereo, situati a tremila metri d’altezza e trovati da un gruppo di alpinisti.

Anche gli uzbeki del Pakhtakor Tashkent si resero loro malgrado protagonisti di un incidente aereo che costò la vita a quasi tutta la rosa. Era il 1979 quando l’aereo su cui viaggiava la squadra si schiantò in altitudine con un secondo velivolo, nei pressi della città ucraina di Dneprodzeržins’k. Come riporta Damiano Benzoni su East Journal, alcuni giocatori si salvarono grazie ad infortuni ed anche l’allenatore Oleg Bazilevič evitò la tragedia grazie ad un permesso per andare a trovare i familiari in Crimea. Le altre società dell’allora campionato sovietico si strinsero intorno agli uzbeki, premendo perché ne fosse bloccata la retrocessione per tre stagioni e prestando gratuitamente alcuni giocatori. Secondo la stampa estera starebbe succedendo lo stesso con la Chapecoense, con alcuni giocatori che addirittura si sarebbero candidati gratuitamente per risollevare le sorti della società: si è parlato di due ipotesi suggestive come quelle di Ronaldinho Juan Román Riquelme, così come di una realistica come quella dell’attaccante islandese Eiður Guðjohnsen.

Merita uno spazio a sé la tragedia aerea che vide coinvolti 15 calciatori olandesi originari del Suriname, convocati per una partita benefica a Paramaribo, capitale dell’ex colonia orange. Il velivolo si schiantò nei pressi dell’aeroporto a causa di un urto contro un albero dovuto all’errore del pilota. Radjin de Haan, Edu Nandlal e Sigi Lens, tre atleti convocati nella suddetta squadra benefica Colourful 11, riuscirono miracolosamente a salvarsi nonostante l’impatto. Il Milan aveva impedito ai suoi Frank Rijkaard e Ruud Gullit di partecipare all’amichevole, mentre due giocatori dell’Ajax, Henny Meijer e Stanley Menzo, decisero di partire nonostante il veto della società, salvandosi grazie al viaggio su un altro volo di linea.

E come non citare la drammatica storia di Los Vejos Cristianos, compagine uruguayana di rugby che si schiantò sulle Ande ad oltre quattromila metri d’altitudine mentre era diretta da Montevideo a Santiago del Cile. Un gruppo di sedici ragazzi si salvò dall’impatto e fu costretto a sopravvivere in condizioni climatiche estreme, dovendo anche cibarsi della carne umana dei ragazzi che invece non ce l’avevano fatta, resistendo per 72 giorni prima di essere ritrovati. La storia è stata anche raccontata al cinema nel film Alive – Sopravvissuti, uscito nel 1993 e diretto dal regista americano Frank Marshall.

Nella storia dello sport c’è stato anche un caso di attentato terroristico. Trattasi del 1976, anno in cui un velivolo della Cubana de Aviación diretto in Giamaica esplose a causa di due ordigni piazzati al suo interno, riconducibili ad alcuni uomini esiliati da Fidel Castro. Morirono 73 persone, tra cui 24 atleti della nazionale giovanile di scherma cubana, di ritorno dai Campionati Centramericani e Caraibici. Due sono invece i misteri ancora irrisolti. In primis quello di Luigi Barbesino, campione d’Italia con il Casale nel 1913/14, scomparso nel 1941 durante un suo viaggio in aereo tra la Sicilia e Malta. In secundis non sono ancora chiare, a distanza di 48 anni, le cause del disastro aereo avvenuto nel 1979 in cui perse la vita la maggior parte degli atleti di The Strongest, compagine calcistica boliviana, vincitrice due anni prima della Liga de Fútbol Profesional Boliviano.

La distribuzione geografica di questi incidenti è molto varia, anche se la maggior parte di essi si è verificata nel continente americano. Il più grande incidente fu quello del 1970 in West Virginia, in cui furono coinvolti i giocatori della squadra di football americano Marshall University. Essa rappresenta la più grande tragedia aerea sportiva della storia americana, in cui persero la vita 71 tra giocatori, coach e tifosi. Il tutto ad un anno di distanza dall’incidente aereo in cui persero la vita 14 giocatori del Wichita State, diretti in Utah per una trasferta. L’incidente più famoso nel continente africano fu invece quello che vide coinvolta la nazionale dello Zambia nel 1993, quando l’aereo su cui viaggiava la maggior parte degli atleti zambiani si inabissò nell’Oceano Atlatico a largo di Libreville, capitale del Gabon, mentre la selezione era diretta a Dakar per una sfida contro il Senegal.

Molti anche gli altri sport coinvolti in questa tragica serie di incidenti. Nel 1966 fu la volta della Generazione d’Oro del nuoto italiano, che perse sette atleti a causa della famosa Tragedia di Brema, con il velivolo che era partito da Francoforte. Poi anche il football americano nei già citati casi, così come la pallacanestro nel 1977 con l’incidente che colpì la squadra universitaria di Evansville, in Indiana. Ma anche il pugilato, con il pugile francese Marcel Cerdan, campione del mondo dei pesi medi dal 1948 al 1949, rimasto coinvolto nella tragedia aerea nei pressi dell’isola São Miguel, nell’arcipelago delle Azzorre. Una tragedia di cui fu colpevole involontariamente la cantante transalpina Édith Piaf, fidanzata che lo invitò a raggiungerla in areo e non via nave per accelerare i tempi. Nel 2011 fu la volta dell’hockey con la tragedia della Lokomotiv Jaroslavl’, il cui aereo precipitò mentre era diretto a Minsk, città bielorussa nella quale la Loko avrebbe disputato la prima sfida stagionale di Kontinental Hockey League. Proseguendo poi con il già citato caso della scherma cubana, fino all’incidente in cui rimase coinvolta la nazionale americana di pattinaggio nel 1961, diretta verso i Mondiali di Praga in seguito annullati.

Infine, sono due i casi che hanno consegnato due squadre alla storia. Due casi che con il passare degli anni hanno assunto contorni epici e che hanno segnato per sempre la storia dei due club: trattasi di Torino e Manchester United. Nel 1949, di ritorno da un’amichevole contro il Benfica a Lisbona per aiutare economicamente il capitano lusitano Francisco Ferreira, il velivolo su cui viaggiavano i Granata si schiantò sulla collina di Superga, nella città della Mole Antonelliana. Quella squadra era reduce da cinque Scudetti consecutivi e costituiva quasi interamente la Nazionale italiana. Una tragedia che ancora oggi è viva tra i tifosi, tramandata di generazione in generazione, in onore di quello che fu il Grande Torino, celebrato dalla FIFA nel 2015 con l’istituzione della Giornata Mondiale del Gioco del Calcio nella ricorrenza della tragedia.

Nel 1958, invece, il Manchester United era di ritorno dalla trasferta a Belgrado contro la Stella Rossa in Coppa dei Campioni, il cui pareggio regalava ai Red Devils le semifinali. Dopo aver ritardato il volo di un’ora a causa dell’attaccante Johnny Berry, il quale non trovava il passaporto, la squadra ritardò di un’ora il rientro, facendo tappa a Monaco di Baviera per fare rifornimento di carburante. Quando l’aereo cercò di decollare in direzione Inghilterra ci furono dei problemi ed il velivolo si schiantò prima contro la recinzione e poi contro un’abitazione. Il pilota James Thain si salvò ed in seguito ammise le sue colpe, fu licenziato e morì per un attacco di cuore a 53 anni. Morirono otto giocatori dei Red Devils, mentre si salvarono in nove, tra cui Bobby Charlton, campione del mondo in seguito nel 1966 con l’Inghilterra e Pallone d’Oro nello stesso anno. Jimmy Murphy, secondo allenatore, era assente a causa di un impegno come selezionatore della nazionale gallese e quindi si salvò. L’allenatore, Matt Busby, ricevette invece in due occasioni l’estrema unzione per la gravità delle sue condizioni, ma alla fine si salvò. Quella squadra era soprannominata la squadra dei Busby Babes per via della giovane età della rosa, che impreziosisce a maggiora ragione i due campionati inglesi vinti nel 1966 e 1967, nonché le semifinali Coppa dei Campioni raggiunte contro i futuri vincitori del Real Madrid nel 1957.

Borghi, Callegari e Tacchinardi raccontano Riquelme, el ultimo Diez

Borghi, Callegari e Tacchinardi raccontano Riquelme, el ultimo Diez

Nella giornata di oggi ricorre il nono anniversario dell’ultima convocazione di Juan Román Riquelme con la Selección. Una convocazione arrivata da parte dell’allora commissario tecnico Alejandro Sabella, a due anni di distanza dall’addio di Román alla sua nazionale. Un doppio impegno con il Brasile a cui però il número diez non riuscì a partecipare a causa di un infortunio. Ogni ricorrenza speciale merita voci capaci di far contemplare il mito. Le voci in questione sono quelle di Stefano Borghi e Massimo Callegari, due esperti di calcio sudamericano che al momento ricoprono il ruolo di commentatori rispettivamente per Fox Sports e Mediaset Premium. Ma anche la voce di Alessio Tacchinardi, unico giocatore italiano che può vantare di essere stato un suo compagno di squadra. Erano i tempi del Villarreal di Manuel Pellegrini, arrivato in semifinale di Champions League contro l’Arsenal, fallendo però almeno l’approdo ai tempi supplementari a causa di un calcio di rigore sbagliato nei minuti finali, proprio dallo stesso Román.

«Una costante nella carriera di Riquelme», comincia Stefano, «è che nel bene o nel male ha deciso sempre tutto lui». «Obiettando le decisioni e prendendo posizioni anche abbastanza rigide», continua, «ma ha sempre deciso tutto lui». «Nei passaggi più importanti ci sono stati sicuramente all’inizio i successi con il Boca di Bianchi», prima di passare al Barcellona. «Al Barça il problema è stato il suo rapporto personale e tecnico con Louis van Gaal», sostiene invece Massimo, il quale praticamente gli espose la seguente tesi: «Se la palla ce l’hanno gli avversari con te giochiamo uno in meno». Un’esperienza, quella blaugrana, di cui ha parlato anche ad Alessio ai tempi del Villarreal. «Ricordo che quando parlavamo del suo ruolo di esterno nel tridente del Barcellona», afferma l’ex compagno di squadra, «mi diceva di aver sofferto perché era come se fosse incastrato». C’è spazio anche per un aneddoto riguardante l’Inter. «Quando Mancini e Mihajlović mi chiamarono all’Inter per avere informazioni su Riquelme», rivela Alessio, «io ne ho parlato benissimo». «Quando lui mi chiedeva del campionato italiano», però, «io gli dicevo che è un campionato “noioso” dal punto di vista tattico». Un campionato in cui «eri capace di fare cinque ore a settimana di movimento codificati», continua, «che però non era il suo calcio». «Se sei un cane che non ha mai avuto il guinzaglio», conclude il cremasco, «non puoi indossarlo dopo vent’anni».

«Román era un giocatore che se lasciato senza ruolo», prosegue Alessio, «non sapevi mai come prendere, ti cuciva il gioco e ti metteva il pallone in porta». Non è un caso, infatti, che Diego Forlán viaggiò con la media di 0.46 goal a partita. «Se trovi due attaccanti con il veleno addosso da mettergli davanti», sostiene l’ex Juventus, «Riquelme ti fa fare sessanta goal all’anno». Una formazione, quella del Villarreal di Pellegrini, che arrivò ad un passo dalla finale di Parigi. «Durante quella stagione davanti c’erano José Mari e Forlán», ricorda, «poi in mezzo c’era un centrocampo composto da me, Senna e Sorín». «Pellegrini era intelligente perché gli costruiva la squadra intorno», afferma Alessio. «Riquelme al Villarreal ha fatto cose straordinarie», continua Massimo sulla stessa scia, ricordando «la leadership che ha dimostrato in momenti cruciali», per esempio «nel duello psicologico stravinto contro Verón nella sfida contro l’Inter in Champions League». «Purtroppo il passaggio fondamentale della sua carriera è il rigore sbagliato contro l’Arsenal in semifinale», sostiene invece Stefano, affermando che «se avesse segnato quel rigore ci sarebbe state tante storie diverse e forse anche lui avrebbe avuto un riconoscimento più globale», non rimanendo «purtroppo praticamente un calciatore di nicchia». Il rigore è stato «una delle sliding doors della sua carriera internazionale», sentenzia Massimo, così come «i Mondiali del 2006 ed il palo che lo ha fermato della finale di Copa America con il Brasile nel 2007».

«Ma non si è fermato lì», ricorda Stefano, in quanto va ricordato «il suo ritorno e come ha preso per mano il Boca». Poi arrivò infine il suo definitivo addio agli Xeneizes dopo la finale di Copa Libertadores persa nel 2012 contro il Corinthians, dichiarando di non aver più nulla da dare a quella società. Poi un’ultima parentesi all’Argentinos Juniors, società in cui era cresciuto, per poi ritirarsi dal calcio giocato. «Secondo me tutto sommato ha fatto bene», sostiene il commentatore di Fox, perché «se non si sentiva più di poter essere Riquelme, è bello non averne visto una versione polverosa». «Con il suo addio al calcio abbiamo perso forse l’ultimo vero e antico número diez», conclude, «ma secondo me ha detto basta al momento giusto», anche se «sono stati giorni molto tristi».

«Io penso di aver giocato con grandissimi giocatori», esordisce l’ex centrocampista di Juve e Villareal, «ma ho visto pochi giocatori giocare come nel cortile di casa loro e pochi giocatori in grado di farti vincere le partita come lui». Román era uno di quelli, «un anarchico totale», continua, «ma un anarchico sano». Arriva dunque il momento dei paragoni, e quelli scelti da Alessio sono di quelli importanti. «Lo dico da tanto tempo anche se molti mi danno del matto», afferma il cremasco: «Dal punto di vista tecnico Román è solo un piccolo gradino sotto Zidane». «Magari Zidane raccordava di più la squadra», ammette, «ma Riquelme calciava meglio». La sua ammirazione nei confronti dell’ex compagno di squadra  si evince ancor di più quando si parla di quello che definisce il suo «ultimo passaggio». «L’ultimo passaggio di Riquelme lo paragono all’ultimo passaggio di Totti», afferma, «quegli ultimi passaggi che ti ammazzano perché illuminano il gioco». Nessun dubbio anche sulla sua tenuta atletica. «L’unico difetto che posso riscontrare», sostiene Alessio, «è che si gestiva in allenamento un po’ come a volte faceva Totti». «Sono giocatori talmente forti che finiscono per gestirsi al di fuori delle partite», continua l’ex giocatore, ricordando però che «in occasione dei test atletici ti ammazzava letteralmente perché era un grandissimo atleta». Ama definirlo come un «falso lento», ricordando di averlo visto rincorso da gente come Verón, Materazzi ed Adriano.

Stefano, invece, ne elogia una caratteristica rimasta secondo lui «unica nel suo tempo», ovvero la sua difesa del pallone. «Quando prendeva la palla non gliela portavi mai via anche se lui stava fermo», afferma Stefano, «in quanto puntava i piedi e ti teneva lontano con il posteriore». Senza dimenticare però «i suoi piedi, i suoi goal e le sue geometrie». «C’è un aggettivo che ho usato e mi tengo solo per Riquelme ed il suo calcio», continua il pavese: «Riquelme è il giocatore più lirico che abbiamo mai visto giocare dal vivo». «Un giocatore fuori dalle mode e dallo sviluppo del tempo», insiste, «ma ad un livello in un qualche modo superiore». Una partita su tutte lo emoziona se ripensa alla sua carriera. Era una sfida tra la sua Argentina ed il Cile, ad un mese dal suo ritorno al Boca e valida per le Qualificazioni ai Mondiali in Sudafrica nel 2010. Pur essendo fuori rosa al Villarreal, Alfio Basile decise di convocarlo e lui ripagò la fiducia con gli interessi. «Ricordo quella partita», afferma il pavese, «due goal pazzeschi su punizione che ho ancora negli occhi». Ironia della sorte proprio al Monumental, la casa dei rivali di sempre del River Plate. Quale invece la giocata che più lo emoziona? Per rispondere a questa domanda bisogna ritornare al torneo di Apertura del 2008, in una sfida a La Bombonera tra il Boca di Carlos Ischia ed il Racing di Avellaneda. Il risultato è ancora di parità quando Riquelme serve tra le linee un Luciano Figueroa che si fa travolgere dal portiere, conquistando così un calcio di rigore che Román realizzerà. «La mia sensazione chiara nel momento in cui parte il passaggio era che la palla fosse troppo lungo per l’attaccante», ricorda Stefano, «ma ad un certo punto la palla si ferma». «Quella è una giocata per la quale io non sapevo più cosa dire e che mi rimarrà per sempre», conclude.

Ma lasciamo spazio anche alla fantasia. Se Borghi dovesse scegliere due aggettivi con cui descrivere la storia di Riquelme con il Boca Juniors quali sceglierebbe? «Sicuramente passionale», esordisce Stefano, «in quanto la sua storia con il Boca è stata pervasa da un sentimento di profondissimo». «Poi direi vincente», continua il commentatore, «perché con Riquelme il Boca ha prodotto il ciclo più vincente della sua storia, soprattutto a livello internazionale». E come dargli torto? Cinque campionati argentini, tre Copas Libertadores ed una Recopa Sudamericana in un totale di tredici stagioni, considerando ambedue le sue avventure a Buenos Aires. E se Callegari dovesse paragonarlo ad un artista? «Sceglierei Juan José Campanella» afferma Massimo, ovvero il regista il cui film Il segreto dei suoi occhi è stato insignito del Premio Oscar come miglior film straniero nel 2010. «Anche Campanella ha vissuto a lungo all’estero», a New York per la precisione, «ma poi non ha saputo resistere al richiamo di Buenos Aires». Un legame indissolubile che l’ha portato a «trovare l’ispirazione per il meglio della sua carriera» proprio nella capitale argentina. Non solo. Il ferrarese non avrebbe dubbi neanche su un’eventuale assegnazione dell’Oscar di Riquelme come miglior attore protagonista. Il riferimento è alla Copa Libertadores del 2007, «vinta quasi da solo con due prestazioni memorabili contro il Grêmio». Ed è proprio qui che si chiude il cerchio. «In tribuna nella sfida d’andata a La Bombonera c’era Francis Ford Coppola», sottolinea Massimo, «uno dei modelli di ispirazione di Campanella».

«Il suo carattere era particolare», ricorda Alessio. Riquelme, infatti, era soprannominato el Mudo proprio per questo suo carattere introverso. «Un ragazzo molto chiuso ma che se eri in grado di aprire quella “porticina” nella sua testa», continua, «si dimostrava un ragazzo divertente e di grande compagnia». «Io ho dei grandissimi ricordi di Román in quanto è una persona meravigliosa», insiste Alessio lasciando trasparire profonda ammirazione per l’ex compagno di squadra. «È molto passionale con le amicizie e con gli affetti cari poiché è una persona di grande cuore», aspetto caratteriale che spesso lo portava rapidamente a passare «dai sorrisi più smaglianti alla momenti più bui», infatti «a volte sembrava che ce l’avesse con il mondo e veniva al campo di allenamento un po’ giù». «Un allenatore deve amarlo», sentenzia Alessio. «Pur facendogli capire due o tre atteggiamenti», continua, «se non lo ami non puoi avere il suo cuore». Quello con Carlos Bianchi, praticamente il suo secondo padre dopo quattro anni complessivi da suo allenatore agli Xeneizes, era un rapporto profondissimo. «Mi ricordo che mi parlava tantissimo di lui», sostiene l’ex Juventus, «un allenatore per cui aveva una predilezione». Tre sono invece gli aneddoti che menziona riguardo all’argentino. «Mi viene in mente sempre questa Coca Cola che beveva prima della partita», ricorda sorridendo, «la musica sempre a manetta e tanto carisma», grazie al quale costituiva un vero e proprio «accentratore di energie e leadership».

Fu difficile invece il rapporto con l’altro idolo de La Bombonera, ovvero quel Diego Armando Maradona che però sembra esser stato soppiantato dall’Ultimo Diez nei cuori dei tifosi. Infatti, prima in un sondaggio del 2008 il 33% dei boquensi hanno votato per Román mentre solo il 26% per Diego. In seguito, quando Maradona era CT della Selección, i tifosi lo hanno letteralmente scaricato a causa dei dissidi che hanno portato al momentaneo addio alla maglia albiceleste di Román. «Per quanto io abbia amato Riquelme», ammette Massimo, «non posso paragonarlo a Maradona, Pelé, Messi Cruijff e Di Stefano», ma neanche a «Cristiano Ronaldo e Ronaldo il Fenômeno». Il risultato dei sondaggi, invece, viene considerato dal ferrarese come un «risultato logico». «Prima di tutto perché questi sondaggi online sono condizionati dall’età di chi vota», continua, «poi perché Riquelme per il Boca ha giocato e vinto nettamente più di Maradona». Infine, una conclusione inequivocabile: «Tra il Riquelme giocatore ed il Maradona commissario tecnico, infine, anche io non avrei dubbi a scegliere il primo».

Come detto, il minimo comun denominatore di qualsiasi analisi sulla sua carriera è senz’altro il grandissimo “se” che l’ha colorata. Un velo ipotetico che, indipendentemente da tutto, purtroppo ha sempre offuscato, se non sminuito, la sua carriera nel senso stretto del termine. Ma un velo ipotetico che ha tuttavia anche alimentato l’epicità della sua figura. Un personaggio, quello di Román, che è stato largamente alimentato dalla gelosia con la quale il suo ricordo viene custodito dagli amanti del fútbol. Un personaggio che forse il mainstream avrebbe finito per inquinare, sbiadendo gli odierni connotati. Connotati preziosi, la cui polvere viene soffiata di tanto in tanto da coloro che l’hanno amato e che l’hanno potuto contemplare.

Juan Román Riquelme da San Fernando. In altre parole: el Ultimo Diez.

Calcio e Birra: il fascino della bionda che ha stregato il pallone

Calcio e Birra: il fascino della bionda che ha stregato il pallone

Ha generato stupore e simpatia la scelta del Viktoria Plzen di dotare lo stadio Doosan Arena di due panchine a forma di lattina di birra in accordo con lo sponsor Gambrinus che proprio nella città ceca ha il suo stabilimento di produzione. Ma non è la prima volta che il calcio incrocia il suo destino con la tanto amata bevanda alcolica. Ripercorriamo la storia di questa coppia vincente.

Alzi la mano chi non ha mai visto una partita di calcio sorseggiando una birra fresca. Quello che nel corso degli anni ha assunto le sembianze di un autentico rito è il risultato di un rapporto solido. Un rapporto, quello tra calcio e birra, che si è cementato attraverso sponsorizzazioni, aneddoti storici, manifestazioni sportive e perfino rivalità. Tutto sotto il segno di quel colore dorato impreziosito dalle tradizionali ″bollicine″.

Lo scorso anno, in Spagna, la Barcelona Beer Company, azienda catalana produttrice di birra, avrebbe lanciato una nuova bevanda alcolica denominata Piquenbauer. Chiaro riferimento al leader della difesa del Barcellona? Non solo. «Siamo fan di Piqué e questo è il nostro tributo nei suoi confronti», spiegava Oriol Cenart, uno dei creatori della nuova bevanda. «È una birra preparata con i migliori malti ed il miglior frumento tedeschi, unito alla migliore acqua della Catalogna», chiude il responsabile come riportato da Marca. Nel nome, così come nella composizione, è chiaro il riferimento al tedesco Franz Beckenbauer, libero della Nationalmannschaft ed attuale presidente onorario del Bayern Monaco.

Nell’epoca del calcio globale, anche dal punto di vista e societario e commerciale, potevano le squadre di Serie A esimersi dal produrre la loro birra ufficiale? Questa fu la cornice concettuale in cui presero vita per esempio la Birra Atalantina nel 2011 e la Birra Fiorentina nel 2013, a cui va aggiunta anche la AS Roma 1927 Official Beer e la birra ufficiale del Genoa, realizzata tuttavia dal birrificio piemontese Kamun. Al di sotto della massima serie si sono mosse per esempio anche la Reggiana ed il Pescara, rispettivamente con la Birra Granata e con il birrificio Almond ’22. Cambiano i contenenti, rimane la passione. Infatti, nel Brasileirão furono addirittura i brasiliani della Brahma ad elaborare nel 2012 la cerveja del tifoso personalizzata con i colori sociali delle due compagini di Porto Alegre: il Grêmio e l’Internacional.

Curiosa anche la storia del Pratello FC. Società calcistica che nel settembre 2013 si apprestava a partecipare al Campionato UISP d’Eccellenza a Bologna. Francesco Vieceli, bomber della compagine felsinea soprannominato Kaiser″, elaborò la ricetta di una birra della società che fece ″debuttare″ prima dell’inizio del campionato. Le credenziali erano importanti, in quanto il ragazzo all’epoca era un ricercatore nel campo della biochimica nonché appassionato di birra fatta in casa. Denominata ovviamente Birra Pratello, essa aveva lo scopo di sostenere economicamente l’iscrizione della squadra all’imminente campionato. «Invece che cercare uno sponsor», dichiarò Vieceli a La Repubblica Bologna, «abbiamo deciso di essere gli sponsor di noi stessi».

Indiretto, seppur da raccontare, il rapporto tra i belgi del Gent e le Buffalo Beers del birraio Arthur Van Den Bossche. Il soprannome riservato a questa compagine della Serie A belga è Buffalo’s in onore del Wild West Show inscenato nel 1907 in Belgio da William Frederick Cody, in arte Buffalo Bill. Lo stemma societario ricorda proprio questo evento e, secondo alcune fonti, l’attuale Ghelamco Arena sarebbe stata costruita proprio nell’area in cui erano stati montati i tendoni per lo spettacolo. Lo stesso evento in cui Van Den Bossche lasciò andare i suoi operai lasciando, secondo i racconti, una sola persona in fabbrica che, noncurante del lavoro, non rispettò i tempi di preparazione. Tuttavia, una volta testata, il birraio decise comunque di imbottigliarla denominandola Buffalo Beer.

Spesso importanti brand di birra hanno deciso di investire in importanti sponsorizzazioni. Una su tutte in questi anni è sicuramente l’olandese Heineken, sponsor della UEFA Champions League dal 2005. Gli spagnoli dell’Estrella Galicia, per esempio, avevano elaborato una maglia da gioco per le amichevoli estive del Deportivo Lugo, attualmente in Segunda División spagnola, la cui fantasia raffigurava proprio il colore dorato di una birra con le bollicine. Poi ci sono casi in cui uno sponsor ″birraio″ diventa storico per un club, come i danesi della Carlsberg per diciotto anni al Liverpool. Aziende produttrici di birra locali che diventano partner commerciali delle società, come la tarantina Raffo con il Taranto. Ma anche casi in cui si verificano ambedue le situazioni: si ricordi il caso della Newcastle Brown Ale sulla maglia del Newcastle per nove anni, dal 1991 al 2000, indossata anche dal campione inglese Alan Shearer. Oppure situazioni in cui alcune singole aziende produttrici di birra monopolizzano un derby come l’Old Fim, il derby di Glasgow, come il caso degli scozzesi della Tennent’s. Infine, nel 2014 l’azienda tedesca di abbigliamento sportivo Uhlspor produsse una divisa da gioco per il Monaco 1860 dedicata all’Oktoberfest.

Tornado infine nel Bel Paese, come dimenticare il mitico Trofeo Birra Moretti? Inaugurata nel 1997 allo Stadio Friuli di Udine, questa manifestazione sportiva era organizzata ad estate inoltrata dalla Heineken per sponsorizzare la Birra Moretti, fondata nel 1859 proprio in terra udinese ed acquistata dal marchio olandese nel 1996. Spostatosi prima allo Stadio San Nicola di Bari, poi allo Stadio San Paolo di Napoli, il trofeo ha visto partecipare la Juventus in tutte e dodici le edizioni, seguita dall’Inter con undici presenze. Bianconeri primatisti con sei vittorie complessive, seguiti dai Nerazzurri con tre. Oltre alle varie Udinese, Parma, Bari, Lazio, Sampdoria, Palermo, Napoli e Milan, nel 2002 vi prese parte perfino il Chelsea di mister Claudio Ranieri, del portiere Carlo Cudicini e del fantasista Gianfranco Zola. Il capocannoniere storico della manifestazione è Christian Vieri con le sue sei reti. Dopo l’ultima edizione del 2008, portata a casa dalla Juve, il trofeo fu sospeso inizialmente per un anno. Tuttavia, l’Heineken ad oggi non ha più organizzato alcuna edizione di quello che era uno dei primi assaggi di calcio tra sabbia ed ombrelloni.

Calcio e birra. Un binomio che funziona.

Luigi Burlando, il “ragazzo del ’99” che meravigliò l’Italia

Luigi Burlando, il “ragazzo del ’99” che meravigliò l’Italia

L’attuale generazione gode della fortuna di poter contemplare da vicino atleti di livello straordinario. Si pensi per esempio ai vari Michael Phelps nel nuoto, Lionel Messi nel calcio, Usain Bolt della corsa e Roger Federer nel tennis. Tutti atleti magnifici e dall’impatto mediatico pazzesco nella loro disciplina di competenza. Tuttavia, nella storia dello sport c’è stato un caso italiano di eclettismo più unico che raro. Si sta parlando di Luigi Burlando, atleta genovese che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 riscrisse la storia dello sport nostrano.

Nato a Genova nel 1899, Luigi Burlando fu costretto ad affrontare un’infanzia difficile. La morte della madre quando ancora era poco più che un bambino lo costrinse a badare ai suoi fratelli. Forse fu proprio la ricerca della leggerezza perduta che, dopo aver trovato lavoro nel porto, lo spinse prima a frequentare i campi da calcio dell’Audace Genova e poi ad accettare la proposta dell’Andrea Doria, una delle due società calcistiche più prestigiose nella Genova di allora. Due campionati in cui il mediano si fa le ossa, togliendosi anche la soddisfazione di un giovane esordio all’età di 16 anni mentre il mondo intorno a lui stava cambiando. Infatti, una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale venne chiamato alle armi in quanto ″ragazzo del ’99″, precisamente nel reparto di artiglieria sul Piave.

Luigin, come veniva soprannominato dagli amici, tornato sano e salvo all’Andrea Doria, fece il suo esordio in Nazionale di calcio alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma non solo. Infatti, negli anni precedenti l’atleta genovese si era contraddistinto a livello nazionale anche per le sue doti da pallanuotista, venendo così convocato in terra belga in entrambe le selezioni italiane. Un caso più unico che raro nello sport nostrano, ma anche uno dei più particolari della storia dello sport. Sì, lo statunitense Johnny Weissmuller (come molti altri) partecipò per esempio alle Olimpiadi sia come nuotatore che come pallanuotista, conquistando anche delle medaglie. Ma si trattava comunque di due sport in primis non così differenti, in secundis non entrambi di squadra. Il buon Burlando si trovò così costretto a partecipare a sfide di differente natura anche ad una distanza di poche ore. Tuttavia questo record non gli bastava. Due anni dopo, durante la vittoria per 4-2 contro i campioni olimpici del Belgio a Milano, infatti entrò di diritto nella storia del calcio grazie ad un goal di testa da oltre 40 metri di prima su rilancio di un colpevole Jean De Bie.

Dopo l’esperienza olimpica, Burlando ricevette la chiamata che gli cambiò la vita intera: quella del Genoa del leggendario William Garbutt. La sua esperienza in Rossoblù fu caratterizzata da 11 stagioni, 234 presenze e 9 goal, per un totale di due Scudetti consecutivi nelle stagioni 1922/23 e 1923/24 e di una finale persa durante in occasione delle ″interminabili″ (ed oscure) sfide con il Bologna in epoca fascista. Se con Ottavio Barbieri ed Ettore Leale formava il leggendario terzetto della mediana rossoblù sui campi di calcio, nelle piscine continuava a dominare con la calottina dell’Andrea Doria, conquistando cinque Scudetti tra il 1921 ed il 1926. Un albo d’oro che nelle precedenti annate era stato monopolizzato, ironia della sorte, proprio dalla sezione pallanuotistica del Genoa, inaugurata nel 1911 dal presidente rossoblù Edoardo Pasteur e scioltasi nel 1922.

Ma non solo calcio e pallanuoto. Burlando, oltre ad essere un amante della ginnastica pura, riuscì a competere a livello nazionale anche nella scherma con il bastone e nella savate, sport di combattimento meglio conosciuto come boxe francese. Per quanto riguarda questa disciplina, nata a Marsiglia nel XVIII secolo, l’atleta genovese si laureò perfino campione italiano nel 1921 e 1922, biennio nel quale divenne anche campione italiano di pallanuoto con l’Andrea Doria.

Terminata la sua carriera agonistica, come poteva fermarsi un uomo che aveva fatto dello sport la sua vita? Il buon Luigin non ci mise molto a decidere di rimanere nell’ambiente. Già sul finire della carriera divenne consigliere ed osservatore del Genoa, nonché responsabile del settore giovanile rossoblù nella stagione 1930/31. Il suo carisma nello spogliatoio e la sua esperienza sotto la Lanterna portarono la società ad eleggerlo perfino allenatore-giocatore nella stagione successiva, affiancato dal campione argentino Guillermo Stábile nel suo periodo di degenza in seguito al suo grave infortunio alla gamba destra, subito durante una amichevole contro l’Alessandria. Questa prima esperienza con il Grifone terminò a gennaio, mese nel quale la società lo sollevò dall’incarico di allenatore (rimanendo comunque in rosa come giocatore) per far posto all’austriaco Karl Rumbold.

In seguito rientrò nell’ambiente della Nazionale divenendo uno stretto collaboratore di Vittorio Pozzo, commissario tecnico azzurro che conquistò due Mondiali consecutivi tra il 1934 ed il 1938, rispettivamente in Italia e Francia. Anche se non più da giocatore, Burlando divenne così campione del mondo per la prima volta nel 1938 allo Stade Olympique de Colombes di Parigi, grazie alla vittoria in finale contro l’Ungheria. L’ex commissario tecnico della Nazionale, durante un’intervista rilasciata negli anni Sessanta, lo dipinse così: «È l’immagine della schiettezza, della lealtà e della sincerità». «Mai avuto un aiutante simile in vita mia», continuò l’amico e collega, «mi capisce, mi interpreta e mi aiuta a creare nella squadra quell’ambiente di comprensione, di intesa, di fraternità che sta alla base dei nostri successi».

Nella stagione 1940/41 divenne nuovamente (anche se temporaneamente) allenatore della squadra di cui era diventato una bandiera: il Genoa. Chiamato dalla società per subentrare sulla panchina Rossoblù al suo ex capitano e compagno di mille avventure Ottavio Barbieri, Burlando condusse il Genoa ad un tranquillo decimo posto in Serie A. Questa fu la sua ultima esperienza sportiva degna di nota nella sua lunghissima carriera. Morì nella sua Genova nel 1967, a causa di un male incurabile.

Aldo Merlo, famoso giornalista genovese e genoano, lo dipinse con le seguenti parole: «Forse l’unico personaggio sportivo effettivamente decoubertiniano. Ed aveva vinto tutte le sue battaglie». Il corrispondente genovese de La Stampa, invece, lo descrisse in occasione della sua morte come «una delle figure più significative dello sport genovese di tutti i tempi».

Un unicum della storia dello sport italiano. Un unicum la cui leggenda si perde nella notte dei tempi.

 

 

 

 

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