Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.


Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

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Cruijff e Kandinskij, Rivoluzionari tra geometria e colore

Cruijff e Kandinskij, Rivoluzionari tra geometria e colore

Avrebbe compiuto oggi 151 anni Vasilij Kandinskij, il padre dell’astrattismo. Il suo stile, la sua arte è riassumibile in un personaggio apparentemente agli antipodi, la Leggenda Johan Cruijff.

Sono circa tre ore e mezza di volo quelle che separano Amsterdam da Mosca. Una distanza che si annulla, che quasi si volatilizza, se da un capo all’altro stazionano due rivoluzionari come Johan Cruijff e Vasilij Kandinskij. Un calciatore ed un pittore. Un artista con i tacchetti ed un artista con il pennello. Due uomini che hanno saputo far voltare pagina ai loro rispettivi mondi. Due mondi così lontani che ciclicamente si avvicinano, come se fossero due pianeti in orbita. E quando ciò avviene nulla è come prima. Tutto ciò che sta intorno quasi si ferma, e lo spettatore può solo ammirare.

Una rivoluzione che convola a nozze con la geometria. Un punto ed un spazio, come indicato da Vasilij nel suo saggio ″Punto, linea nel piano″. Ovvero un ente inteso come estrema essenzialità, la cui traslazione nello spazio infinito può permettere di creare una linea. Un ente che è figlio legittimo del pittore che tocca la tela con il pennello, senza il quale non esisterebbe. Lo stesso rapporto necessario che intercorre tra un pallone su un campo da calcio e l’artista con i tacchetti. Quindi, un punto ed uno spazio come un pallone ed un campo da calcio, una linea come una giocata. Ma non tutte le linee sono uguali: il punto, così come il pallone, può partorire linee più sinuose o autentiche spezzate. Quale il rapporto? Abbiamo così l’antitesi tra la lietezza e la drammaticità. Lo stesso rapporto, per quanto riguarda Johan, che intercorre tra la sua celebre finta di cross con il tacco ed il suo famoso goal in spaccata all’Atlético Madrid dall’altro. Da un lato un’eleganza sopraffina che allieta gli occhi, dall’altro un gesto secco ed aggressivo nei confronti del concepibile.


Due luoghi e due momenti forse sintetizzano al meglio il ″prima″ ed il ″dopo″ nella storia della loro vita e del loro ambito artistico. Per Vasilij un tramonto mentre rientrava nel suo studio a Monaco. Per Johan la finale di Coppa dei Campioni del 1972 a Rotterdam. Da un lato l’artista russo, tornato nel suo luogo di lavoro, fu colto da un’intensa emozione vedendo un suo dipinto girato al contrario baciato dalla luce del tramonto, le cui forme non erano quindi riconoscibili. Da lì si convinse della dannosità dell’oggetto nei suoi dipinti se non in grado di veicolare le sue emozioni, decidendo definitivamente di spingere il suo modo di intendere l’arte nella direzione della geometria e dei colori. L’unico modo, secondo lui, per poter cogliere la bellezza. Una bellezza raggiunta dall’Ajax del tecnico rumeno Stefan Kovács: il cosiddetto ″calcio totale″ contro l’Inter di Giovanni Invernizzi, l’attore non protagonista che interpretava la parte del calcio che stava per essere superato. Il calcio della bellezza geometrica e dell’armonia tra i reparti, contro il calcio del ″catenaccio″ e della tattica. Una finale decisa proprio dallo stesso Johan con una doppietta che sapeva di spartiacque.

Sono feconde in questo contesto anche le impressioni sui colori dell’artista russo. Curioso come il verde dell’erba dei campi di calcio «non si muove in alcuna direzione e non ha alcuna nota di gioia, di tristezza, di passione, non desidera nulla, non aspira a nulla. È un elemento immobile, soddisfatto di sé, limitato in tutte le direzioni». Quasi come se aspettasse che qualcosa lo illumini, che qualcosa lo faccia risplendere. Un qualcosa come il genio rivoluzionario di Johan, ovvero un’aggressione allo status quo che invece si sposa con il giallo kandinskijano, «il colore più prossimo alla luce» al punto che «l’occhio ne viene allietato, l’animo si rasserena: un immediato calore ci prende». Un giocatore che ha saputo illuminare una nazionale intera, l’Olanda, di cui ha saputo essere la ciliegina sulla torta. Appunto, l’Olanda, da sempre identificata in maniera indissolubile con l’arancione, un colore energico e dinamico secondo Vasilij, diretto discendente del giallo. Quasi come se Johan sia riuscito ad irraggiare un intero panorama calcistico nazionale. Nutrendolo ed aiutandolo ad evolversi. Mutandolo per sempre.

Una ricerca della bellezza che da un lato culmina quindi nell’astrattismo e che dall’altro riesce a generare una reazione nelle papille gustative dei tifosi del Barcellona, dopo il suo arrivo dall’Ajax. Jorge Valdano, ex attaccante argentino nonché attaccante del Real Madrid, rivale romanticamente storico dei Blaugrana, ha affermato che «quello che ha lasciato nel Barcellona è una sorta di testamento ideologico», in quanto «ha influenzato il gusto del calcio degli spettatori e li ha educati a tal punto che oggi è impossibile pensare di poter vincere in questa squadra senza giocare bene».

Nel suo ″Punto, linea nel piano″, Vasilij afferma che «l’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro». In questo senso, entrambi hanno avviato una rivoluzione. Da ieri quella dell’olandese è divenuta immortale poiché Johan si è adagiato tra le braccia della storia dopo una lunga malattia. Circa settantadue anni dopo il suo ″collega″. Il tempo può solo restare a guardare.

Спасибо Василий. Dank Johan.

Addio a Fosco Becattini, storica “Palla di gomma” del Genoa

Addio a Fosco Becattini, storica “Palla di gomma” del Genoa

Dicembre è un mese triste per il popolo genovese, sponda rossoblù. Sarà sempre ricordato come il mese in cui il Genoa ha reso il suo ultimo omaggio ad una delle colonne portanti della sua storia. Trattasi di Fosco Becattini, storico terzino il cui nome rimarrà per sempre scolpito nella memoria della città, scomparso alla veneranda età di 91 anni, il 14 dicembre dello scorso anno.

La sua, più che una storia, costituisce un’autentica favola. Nato nel 1925 a Sestri Levante, comune ligure situato ad una cinquantina di km da Genova ed ancora oggi feudo di fede rossoblù, Becattini rientra nel ristretto cerchio di giocatori che hanno coronato il sogno di vestire per tutta la loro carriera la casacca della loro squadra del cuore. Cresciuto nelle giovanili del Sestri Levante, per l’appunto, nel primo Dopo Guerra viene ingaggiato dal Grifone, con il quale esordisce a 20 anni nella débâcle contro il Bologna dell’austriaco Alexander Popovic (4-0), alla sua ultima sfida sulla panchina dei Felsinei. Dopo un circa due stagioni di adattamento, il buon Fosco non lascerà più la casacca numero 3 fino alla fine della sua carriera nel 1961, dopo la bellezza di 15 anni in rossoblù.



Terzino, difensore centrale ed all’occorrenza anche centrocampista. Un atleta che ha fatto della sua solidità fisica una fortuna e che era soprannominato “Palla di Gomma” per le sue abilità acrobatiche nel gioco aereo ed in marcatura, la sua specialità. In un’intervista rilasciata a Il Secolo XIX affermò che tale peculiarità fosse «solo una necessità», in quanto «si giocava in linea e se ti saltavano era finita». Sandro Bocchio e Giovanni Tosco nel loro Dizionario Rossoblù lo definiscono come un «terzino classico dal fisico compatto, dedito quasi esclusivamente alla marcatura dell’avversario».

Una carriera che rimarrà scolpita nella storia rossoblù anche per quanto riguarda le statistiche. Fosco Becattini, infatti, rimase fino al 2002 il giocatore con più presenze nei campionati italiani con la maglia del Genoa grazie ai suoi 425 “gettoni”. Record superato da Gennaro Ruotolo, storico centrocampista protagonista del biennio d’oro del Genoa negli anni ’90. Quello del quarto posto e dell’avventura in Coppa UEFA, per intenderci. Il sestrese fu così superato dal campano per appena venti presenze, mantenendo tuttavia il terzo posto all time nella classifica dei giocatori rossoblù più presenti in assoluto. Una cosa va comunque considerata: all’epoca di Becattini non esistevano le sostituzioni e quindi una presenza coincideva con 90 minuti disputati.

Storica anche l’unica sua rete in carriera, segnata nel 1957 contro la Juventus di Ljubiša Broćić. Quella stagione portò i Bianconeri al trionfo in Serie A sotto la guida sapiente del presidente Umberto Agnelli e di campioni del calibro del bomber gallese John Charles, del fantasista italo-argentino Omar Sívori e dell’attaccante Giampiero Boniperti, futuro presidente onorario della Vecchia Signora. Il Genoa si ritrovò sul risultato di 0-2 allo Stadio Comunale di Torino proprio grazie ad una rete da circa 70 metri da parte del terzino rossoblù, realizzata grazie ad un rinvio lunghissimo dalla sua area il cui rimbalzo tradì Carlo Mattrel, estremo difensore bianconero. Inutile dire che la Vecchia Signora rimontò e vinse 3-2 grazie ad una rete a testa da parte del suo terzetto di campioni.

Per Becattini ci fu anche la soddisfazione di vestire in due occasioni la maglia della Nazionale. Era il 27 marzo del 1949, esattamente 11 giorni dopo il suo 24esimo compleanno, che “Palla di Gomma” esordì con gli Azzurri in una sfida amichevole vinta a Madrid contro la Spagna con il risultato di 1-3. Fu eroica, invece, la sfida del giugno successivo contro l’Ungheria del leggendario attaccante Ferenc Puskás a Budapest. Prima partita degli Azzurri dopo la Strage di Superga, avvenuta il mese prima, e dunque con una squadra completamente da rifondare. Una sfida, quella contro i Magiari, che terminò sul risultato di 1-1.

Dopo la sua carriera da calciatore Becattini ebbe tre parentesi in panchina: prima al Rapallo Ruentes, poi in due occasioni al suo Sestri Levante. Nell’ultima sfida casalinga del Genoa è stato omaggiato con un minuto di silenzio, con tanto di striscione in suo onore in Gradinata Nord, la culla del tifo rossoblù. Una cosa è certa: il popolo genoano non dimentica i suoi eroi.

 

Due squadre, uno stadio ed un arcipelago: le Isole Scilly ed il campionato più piccolo al mondo

Due squadre, uno stadio ed un arcipelago: le Isole Scilly ed il campionato più piccolo al mondo

Chiudete gli occhi ed immaginate di essere su un campo di calcio, pronti a darvi battaglia con gli avversari come ogni weekend. Nell’ultima giornata avete vinto la sfida con la vostra diretta concorrente per la vittoria del campionato, essendo quindi pronti per un’altra battaglia. Ora aprite gli occhi. Chi vi ritrovate davanti? Nuovamente la vostra rivale per la vittoria finale. Impossibile? Nient’affatto. Significa che vi trovate nelle Isole Scilly, arcipelago inglese nel quale si disputa il campionato più piccolo al mondo: quello conteso dai Woolpack Wanderers e dai Garrison Gunners.

Trattasi di Guinnes World Record. E come potrebbe essere altrimenti? Tutto è cominciato in questo arcipelago composto perlopiù da cinque isole principali situate a circa 50 km dalla Cornovaglia, la regione più a sud ovest dell’isola britannica. Un arcipelago di duemila abitanti la cui superficie complessiva si estende per circa 16 km quadrati. Una superficie, per intenderci, undici volte più piccola di quella che occupa l’intero comune di Milano ed un numero di abitanti diciassette volte inferiore di quello del comune di Aosta.

Erano gli anni ’20 quando venne ideata la prima competizione calcistica nell’arcipelago, la Lyonnesse Inter-Island Cupnella quale si sfidavano le rappresentative delle isole. Una competizione, quella “interinsulare”, che durò fino agli anni ’50, in cui rimasero solamente due squadre: Rangers e Rovers. Il 1984 fu l’anno della svolta per il calcio scilliano: vennero rinominate le due compagini rimaste, dando vita così alle odierne Woolpack Wanderers e dai Garrison Gunners, rispettivamente in maglia amaranto con maniche azzurre ed in maglia gialla con due strisce laterali blu.

Una competizione, il Lioness Shield, che vede sfidarsi le due eterne rivali per diciassette volte (talvolta tredici, stando a diverse fonti) ogni domenica mattina alle 10:30 da metà novembre fino a metà a marzo circa, fino a decretare una vincitrice di questo particolare “Scudetto”. Un campionato che negli ultimi vent’anni è stato spesso deciso all’ultima giornata. Nel 2010, per esempio, gli Wanderers godevano di un vantaggio di 18 punti sotto Natale, avendo teoricamente ipotecato la vittoria. Tuttavia, nelle restanti giornate i Gunners andarono vicini ad una storica rimonta, perdendo però il titolo all’ultima giornata a causa di una sconfitta per 2-1. Inutile dire, inoltre, che non esistano partite in casa e partite in trasferta. Entrambe le compagini disputano le loro sfide al Garrison Field di St Mary’s, l’isola più estesa contenente la capitale dell’arcipelago, ovvero Hugh Town con i suoi circa mille abitanti. È previsto anche un terzo tempo a fine partita, durante il quale tutti i giocatori si ritrovano allo Scillonian Pub a discutere sulla sfida tra birra e patatine.


Interessante anche il metodo attraverso il quale viene decisa la composizione delle due squadre ad inizio campionato, definito dai più come “metodo oratorio“. I due capitani, dopo essersi incontrati ed aver sorteggiato che sarà il primo a scegliere, cominciano a selezionare i giocatori uno ad uno, componendo così due squadre da venti giocatori. Inutile affermare che, quindi, un giocatore che fino all’anno prima indossava la casacca degli Wanderers si ritrovi nella stagione successiva a lottare per i Gunners e viceversa. Non è previsto calciomercato durante l’anno a meno che una delle due squadre non risulti decimata causa infortuni o problemi lavorativi. Un metodo di selezione, sostengono gli atleti, che mantiene equilibrato il Lioness Shield, nonostante attualmente gli Wanderers si trovino in vantaggio per quanto riguarda il numero di trofei nella propria bacheca.

Ma ci sono altri aspetti bizzarri, che trasudano però allo stesso tempo passione da tutti i pori. Uno su tutti? Poteva una “federazione” calcistica composta da due sole squadre limitarsi ad una singola competizione? La risposta è chiaramente negativa. Esistono infatti due coppe nazionali, chiamate rispettivamente Wholesalers Cup e Foredeck Cup, con la formula di andata e ritorno. Ma non è tutto. Infatti, la stagione viene aperta dal Charity Shield, ovvero la supercoppa di lega in cui teoricamente si sfiderebbero la vincitrice del campionato e la vincitrice di una delle due coppe nazionali, ma che in pratica viene contesa dalle stesse due squadre scilliane. Inoltre, annualmente viene allestita una rappresentativa composta dai migliori giocatori di Wanderers e Gunners per sfidare in casa una squadra di Truro ed occasionalmente contro una compagine di Newlyn, due città della Cornovaglia. Infine, nel Boxing Day viene organizzata la cosiddetta “Old Men versus the Youngsters“, partita in cui si sfidano i veterani del campionato contro i più giovani.

Ma quanto possono essere giovani i giocatori che partecipano al campionato scilliano? Nel 2011 il giocatore più anziano era Chas Wood, ex segretario della lega, alla veneranda età di 70 anni. Intervistato sul sito ufficiale della FIFA nel 2011, affermò che in cinque delle precedenti otto stagioni il campionato era stato deciso nell’ultima sfida. Inoltre, l’ex segretario ha anche simpaticamente affermato il seguente concetto: «Certamente sarebbe bello giocare contro altre squadre, ma giocare contro la stessa squadra ogni settimana è meglio che non poter giocare affatto a calcio». Attualmente il segretario è Andrew Hicks, il quale ha rivelato a Qui Livorno che «per i giocatori la lega è una grande parte della loro vita e dà loro la possibilità di svagarsi durante i weekend». Durante l’intervista ha parlato anche delle difficoltà, perlopiù logistiche in relazione al clima, a cui l’arcipelago andrebbe incontro cercando di iscriversi ad un campionato ufficiale inglese. «I trasporti sono molto difficili», ammise Hicks, aggiungendo che «non ci sarebbe un vero e proprio finanziamento per permettere tutto questo ai calciatori». Passionale, infine, la chiusura: «Così continuiamo a prendere parte a quello che per noi è il campionato migliore del mondo».

Quale il futuro della lega? Essendo l’età media discretamente alta, urgerebbe un ricambio generazionale verso cui però i veterano sono molto diffidenti. Infatti, a causa delle avverse condizioni climatiche e della crisi dal punto di vista lavorativo, comunque combattuta dal governo locale, i giovani spesso cercano fortuna all’estero per poi non tornare più. Dave Stonebank manager ed allora giocatore scilliano, intervistato da The Guardian nel 2006, affermò proprio che «i posti di lavoro sono limitati ed acquistare una casa è molto costoso», facendo riferimento per esempio a 300 mila sterline per un appartamento con due camere da letto. L’ex segretario Wood, nello stesso reportage di The Guardian, ammise che il numero dei giocatori fosse in calo e che l’età media fosse sui trent’anni, alzatasi ulteriormente durante le successive stagioni.

Un giocatore è invece balzato agli onori della cronaca scilliana per esser tornato a giocare nell’arcipelago. Trattasi di Andy Hicks, tornato a 22 anni per diventare un costruttore di navi nella sua terra natale. «Quanto giochi contro lo stesso avversario per più di una dozzina di volte», ha affermato a The Guardian, «conosce tutti i tuoi trucchi e tu tutti i suoi». «Sarebbe bello viaggiare ogni tanto», ha concluso il figliol prodigo. In questo caso, tuttavia, nel 2008 fu la montagna a raggiungere Maometto. Infatti, l’Adidas scelse l’arcipelago per la sua campagna pubblicitaria Dream Big, permettendo ai giocatori scilliani di passare del tempo con i campioni inglesi Steven Gerrard e David Beckham, all’epoca capitano del Liverpool e giocatore dei Los Angeles Galaxy. E c’è chi sostiene che abbiano anche sfigurato al cospetto dei “campioni” popolari dell’isola. Una multinazionale mastodontica in un ecosistema calcistico tanto minimale quanto passionale.

Il campionato più piccolo del mondo. Tratto da una storia vera.

Chapecoense, un anno dopo: quando un Aereo consegna lo Sport alla storia

Chapecoense, un anno dopo: quando un Aereo consegna lo Sport alla storia

A un anno esatto dal tragico incidente aereo che si è portato via la squadra brasiliana della Chapecoense, facciamo un passo indietro nella storia dello sport per ricordare tutte le altre vittime di un destino davvero infame.

La tragica caduta dell’ormai noto velivolo a 50 km dalla città colombiana di Medellín ha consegnato alla storia una rosa di ragazzi straordinari che erano pronti a giocarsi con tutte le loro forze la Copa Sudamericana contro l’Atlético Nacional. Si sta parlando della Chapecoense, la cui drammatica storia ha commosso il mondo, così come ha commosso il gesto degli avversari, i quali hanno richiesto ed ottenuto che il trofeo venisse comunque assegnato ai brasiliani. Un gesto meraviglioso che la CONMEBOL ha poi concretizzato. Quella dei brasiliani, tuttavia, rimane solo l’ultima delle tragedie aeree avvenute nella storia dello sport. Una serie di eventi molto variegata, sia dal punto di vista degli sport sia dal punto di vista delle dinamiche.

Non solo tragedie in cui hanno perso la vita numerosi giocatori di un team. Nella storia ci sono stati incidenti che hanno coinvolto anche singoli atleti, allenatori ed addetti ai lavori del mondo dello sport. Il primo registrato fu quello di Giovanni Monti, bandiera del Padova per 11 stagioni ed inabissatosi nel Lago di Garda nel 1931 con il suo aereo. Poi fu il turno di due arbitri: Ermanno Silvano muore a causa di un incidente aereo mentre era diretto a Roma, mentre nel 2011 il fischietto russo Vladimir Pettay ci lasciò per un incidente causato dalla nebbia nei pressi dell’aeroporto di destinazione, ovvero quello della città russa di Petrozavodsk. Nel 1996 fu invece il vice presidente del Chelsea, Matthew Harding, a morire a causa di un incidente durante il rientro da una trasferta a Bolton, questa volta però in elicottero. E questi sono solo alcuni dei casi individuali.

Ha scosso l’opinione pubblica la storia di Cláudio Winck, difensore in forza alla Chapecoense reduce da una breve esperienza al Verona, in Serie A. Il calciatore di Portão non è rimasto coinvolto nell’incidente poiché non convocato a causa di un infortunio, e quindi ancora in vita. Un destino che ha accomunato parecchi atleti nella storia degli incidenti aerei in cui sono stati coinvolti uomini di sport. Nel 1950 si verificò un incidente nei pressi dell’odierna Ekaterinburg, in Russia, in cui persero la vita 11 tesserati della VVS Mosca, la polisportiva dell’aviazione militare russa. Furono in due a salvarsi: trattasi degli hockeysti e calciatori Viktor Shuvalov e Vsevolod Bobrov, rispettivamente infortunato ed in treno a causa di un suo ritardo all’aeroporto. Erik Birger Dyreborg si salvò invece nel 1960 dall’incidente in cui rimase coinvolta una rosa di giocatori danesi che si stava recando a fare un provino per le Olimpiadi di Roma 1960. L’attaccante danese si salvò lasciando spazio ai suoi bagagli, decidendo di imbarcarsi nel volo successivo.

Nel 1961 furono alcuni calciatori cileni a salvarsi da un imminente disastro aereo. La rosa del Green Cross, società calcistica di Santiago del Cile, fu suddivisa in due voli differenti in occasione del rientro da una trasferta ad Osorno in Copa Chile. La maggior parte dei giocatori si ritrovò sul secondo velivolo, schiantatosi sulle Ande, mentre gli altri si salvarono. Si salvarono così come si salvò il difensore peruviano Juan Reynoso Guzmán, futuro vincitore della Copa CONCACAF con il Cruz Azul nel 1996, graziato da un infortunio che gli impedì di partecipare ad una sfida di campionato del suo Allianz Lima a Pucallpa nel 1987. Al ritorno il velivolo su cui viaggiavano i suoi compagni di squadra precipitò nell’Oceano Pacifico nei pressi dell’aeroporto. Curioso come solo nel 2015 vennero ritrovati alcuni resti dell’aereo, situati a tremila metri d’altezza e trovati da un gruppo di alpinisti.

Anche gli uzbeki del Pakhtakor Tashkent si resero loro malgrado protagonisti di un incidente aereo che costò la vita a quasi tutta la rosa. Era il 1979 quando l’aereo su cui viaggiava la squadra si schiantò in altitudine con un secondo velivolo, nei pressi della città ucraina di Dneprodzeržins’k. Come riporta Damiano Benzoni su East Journal, alcuni giocatori si salvarono grazie ad infortuni ed anche l’allenatore Oleg Bazilevič evitò la tragedia grazie ad un permesso per andare a trovare i familiari in Crimea. Le altre società dell’allora campionato sovietico si strinsero intorno agli uzbeki, premendo perché ne fosse bloccata la retrocessione per tre stagioni e prestando gratuitamente alcuni giocatori. Secondo la stampa estera starebbe succedendo lo stesso con la Chapecoense, con alcuni giocatori che addirittura si sarebbero candidati gratuitamente per risollevare le sorti della società: si è parlato di due ipotesi suggestive come quelle di Ronaldinho Juan Román Riquelme, così come di una realistica come quella dell’attaccante islandese Eiður Guðjohnsen.



Merita uno spazio a sé la tragedia aerea che vide coinvolti 15 calciatori olandesi originari del Suriname, convocati per una partita benefica a Paramaribo, capitale dell’ex colonia orange. Il velivolo si schiantò nei pressi dell’aeroporto a causa di un urto contro un albero dovuto all’errore del pilota. Radjin de Haan, Edu Nandlal e Sigi Lens, tre atleti convocati nella suddetta squadra benefica Colourful 11, riuscirono miracolosamente a salvarsi nonostante l’impatto. Il Milan aveva impedito ai suoi Frank Rijkaard e Ruud Gullit di partecipare all’amichevole, mentre due giocatori dell’Ajax, Henny Meijer e Stanley Menzo, decisero di partire nonostante il veto della società, salvandosi grazie al viaggio su un altro volo di linea.

E come non citare la drammatica storia di Los Vejos Cristianos, compagine uruguayana di rugby che si schiantò sulle Ande ad oltre quattromila metri d’altitudine mentre era diretta da Montevideo a Santiago del Cile. Un gruppo di sedici ragazzi si salvò dall’impatto e fu costretto a sopravvivere in condizioni climatiche estreme, dovendo anche cibarsi della carne umana dei ragazzi che invece non ce l’avevano fatta, resistendo per 72 giorni prima di essere ritrovati. La storia è stata anche raccontata al cinema nel film Alive – Sopravvissuti, uscito nel 1993 e diretto dal regista americano Frank Marshall.

Nella storia dello sport c’è stato anche un caso di attentato terroristico. Trattasi del 1976, anno in cui un velivolo della Cubana de Aviación diretto in Giamaica esplose a causa di due ordigni piazzati al suo interno, riconducibili ad alcuni uomini esiliati da Fidel Castro. Morirono 73 persone, tra cui 24 atleti della nazionale giovanile di scherma cubana, di ritorno dai Campionati Centramericani e Caraibici. Due sono invece i misteri ancora irrisolti. In primis quello di Luigi Barbesino, campione d’Italia con il Casale nel 1913/14, scomparso nel 1941 durante un suo viaggio in aereo tra la Sicilia e Malta. In secundis non sono ancora chiare, a distanza di 48 anni, le cause del disastro aereo avvenuto nel 1979 in cui perse la vita la maggior parte degli atleti di The Strongest, compagine calcistica boliviana, vincitrice due anni prima della Liga de Fútbol Profesional Boliviano.

La distribuzione geografica di questi incidenti è molto varia, anche se la maggior parte di essi si è verificata nel continente americano. Il più grande incidente fu quello del 1970 in West Virginia, in cui furono coinvolti i giocatori della squadra di football americano Marshall University. Essa rappresenta la più grande tragedia aerea sportiva della storia americana, in cui persero la vita 71 tra giocatori, coach e tifosi. Il tutto ad un anno di distanza dall’incidente aereo in cui persero la vita 14 giocatori del Wichita State, diretti in Utah per una trasferta. L’incidente più famoso nel continente africano fu invece quello che vide coinvolta la nazionale dello Zambia nel 1993, quando l’aereo su cui viaggiava la maggior parte degli atleti zambiani si inabissò nell’Oceano Atlatico a largo di Libreville, capitale del Gabon, mentre la selezione era diretta a Dakar per una sfida contro il Senegal.

Molti anche gli altri sport coinvolti in questa tragica serie di incidenti. Nel 1966 fu la volta della Generazione d’Oro del nuoto italiano, che perse sette atleti a causa della famosa Tragedia di Brema, con il velivolo che era partito da Francoforte. Poi anche il football americano nei già citati casi, così come la pallacanestro nel 1977 con l’incidente che colpì la squadra universitaria di Evansville, in Indiana. Ma anche il pugilato, con il pugile francese Marcel Cerdan, campione del mondo dei pesi medi dal 1948 al 1949, rimasto coinvolto nella tragedia aerea nei pressi dell’isola São Miguel, nell’arcipelago delle Azzorre. Una tragedia di cui fu colpevole involontariamente la cantante transalpina Édith Piaf, fidanzata che lo invitò a raggiungerla in areo e non via nave per accelerare i tempi. Nel 2011 fu la volta dell’hockey con la tragedia della Lokomotiv Jaroslavl’, il cui aereo precipitò mentre era diretto a Minsk, città bielorussa nella quale la Loko avrebbe disputato la prima sfida stagionale di Kontinental Hockey League. Proseguendo poi con il già citato caso della scherma cubana, fino all’incidente in cui rimase coinvolta la nazionale americana di pattinaggio nel 1961, diretta verso i Mondiali di Praga in seguito annullati.

Infine, sono due i casi che hanno consegnato due squadre alla storia. Due casi che con il passare degli anni hanno assunto contorni epici e che hanno segnato per sempre la storia dei due club: trattasi di Torino e Manchester United. Nel 1949, di ritorno da un’amichevole contro il Benfica a Lisbona per aiutare economicamente il capitano lusitano Francisco Ferreira, il velivolo su cui viaggiavano i Granata si schiantò sulla collina di Superga, nella città della Mole Antonelliana. Quella squadra era reduce da cinque Scudetti consecutivi e costituiva quasi interamente la Nazionale italiana. Una tragedia che ancora oggi è viva tra i tifosi, tramandata di generazione in generazione, in onore di quello che fu il Grande Torino, celebrato dalla FIFA nel 2015 con l’istituzione della Giornata Mondiale del Gioco del Calcio nella ricorrenza della tragedia.

Nel 1958, invece, il Manchester United era di ritorno dalla trasferta a Belgrado contro la Stella Rossa in Coppa dei Campioni, il cui pareggio regalava ai Red Devils le semifinali. Dopo aver ritardato il volo di un’ora a causa dell’attaccante Johnny Berry, il quale non trovava il passaporto, la squadra ritardò di un’ora il rientro, facendo tappa a Monaco di Baviera per fare rifornimento di carburante. Quando l’aereo cercò di decollare in direzione Inghilterra ci furono dei problemi ed il velivolo si schiantò prima contro la recinzione e poi contro un’abitazione. Il pilota James Thain si salvò ed in seguito ammise le sue colpe, fu licenziato e morì per un attacco di cuore a 53 anni. Morirono otto giocatori dei Red Devils, mentre si salvarono in nove, tra cui Bobby Charlton, campione del mondo in seguito nel 1966 con l’Inghilterra e Pallone d’Oro nello stesso anno. Jimmy Murphy, secondo allenatore, era assente a causa di un impegno come selezionatore della nazionale gallese e quindi si salvò. L’allenatore, Matt Busby, ricevette invece in due occasioni l’estrema unzione per la gravità delle sue condizioni, ma alla fine si salvò. Quella squadra era soprannominata la squadra dei Busby Babes per via della giovane età della rosa, che impreziosisce a maggiora ragione i due campionati inglesi vinti nel 1966 e 1967, nonché le semifinali Coppa dei Campioni raggiunte contro i futuri vincitori del Real Madrid nel 1957.

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