Olimpiadi a picco: se il CIO deve scendere a patti per rifilare i Giochi a qualcuno

Olimpiadi a picco: se il CIO deve scendere a patti per rifilare i Giochi a qualcuno

I dirigenti della città di Los Angeles hanno annunciato un accordo con il Comitato Olimpico Internazionale per ospitare le Olimpiadi del 2028, lasciando così i Giochi 2024 a Parigi. Una vera e propria trattativa, quella che è andata avanti in questi mesi e che ha portato a questo accordo a dir poco sorprendente.

Il sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti, ha commentato in maniera positiva la notizia:  “Sappiamo che dovremo onorare l’eredità olimpica e dovremo farlo nel migliore dei modi”. In tutti i modi si tratta di una procedura piuttosto inusuale per quanto riguarda il comitato olimpico. Una trattativa con Los Angeles e Parigi che mette fine quindi alla corsa ai Giochi olimpici per i prossimi 10 anni. Una vittoria per tutti: per Parigi che avrà quindi i suoi giochi nel 2024 e per Los Angeles che, temendo di perdere il confronto con la capitale francese, ha preferito differire l’impegno olimpico di 4 anni per provare a riproporre il modello, vincente, dei Giochi del 1984. Un successo anche per il Cio che stava avendo non poche difficoltà a trovare città disponibili a candidarsi per ospitare i giochi. Una questione che stava diventando sempre più annosa, e che per il momento, l’accordo Parigi-Los Angeles-Cio, ha risolto in maniera positiva. Dopo i ritiri di Roma, Budapest e Amburgo, il Cio aveva paura di non avere più città pronte ad ospitare i Giochi. Con questa duplice soluzione, invece, si risolve il problema e si da ossigeno alle casse del Cio sempre più in difficoltà. In America sono convinti che questi altri 4 anni di preparazione ai Giochi possano essere solamente positivi, per permettere alla città degli Angeli di prepararsi al meglio, consentendo una maggiore espansione del sistema metropolitano della città.

I Dettagli dell’accordo- Secondo l’accordo, il CIO darà almeno 1,8 miliardi di dollari alla commissione organizzatrice di Los Angeles ed effettuerà un pagamento anticipato di 180 milioni di dollari per compensare il comitato locale per i quattro anni supplementari che deve lavorare oltre che a 160 milioni di dollari per i programmi per i giovani sportivi.

Thomas Bach, il presidente del CIO, aveva in un primo momento smentito questa soluzione, dichiarando che i Giochi stessi erano un dono, salvo poi rivedere la sua posizione. Come parte dell’operazione, il CIO ha anche accettato di perdere la sua consueta quota del 20 per cento di qualsiasi potenziale eccedente relativamente alle entrate dall’evento al comitato organizzatore locale. Il consiglio urbano di Los Angeles e il comitato olimpico degli Stati Uniti voteranno l’accordo in agosto e, se approvato, lo invieranno al CIO per il suo voto a settembre. Il CIO, a sua volta, dovrebbe annunciare formalmente l’assegnazione dei Giochi in una riunione a Lima, in Perù, il 13 settembre.

Rischio d’Impresa e Polemiche – Le stime di costo e logistica che Los Angeles si è preparata ad affrontare sono probabilmente superiori a quelli se i giochi si fossero tenuti nel 2024. Il piano di Los Angeles dipende dal suo sistema di stadi e arene, alcune rimaste dalle Olimpiadi del 1984, e appartenenti a grandi squadre sportive e a campus universitari, che in teoria dovrebbero sensibilmente ridurre i costi di costruzione. Il costo stimato è di 5,3 miliardi di dollari, anche se i funzionari della città prevedono che il finanziamento possa venire da fonti private e vendite di biglietti. Si pensa quindi che l’organizzazione dei giochi si possa praticamente autofinanziare. Negli Usa comunque la candidatura di Los Angeles ha destato non poche polemiche: in primis perché Il Comitato Olimpico statunitense aveva in un primo momento scelto Boston come città da candidare. Candidatura poi decaduta, come quella di Roma, a causa di una fortissima pressione dei cittadini di Boston. Proteste che stanno montando anche a Los Angeles dove è sorto anche un comitato chiamato proprio “No Olympics La”: Nel sito ufficiale del comitato si leggono tutte le motivazioni supportate anche da profonde analisi: “Se LA dovesse ospitare le Olimpiadi, vedremo violati i diritti umani di vasta portata e la perdita della nostra città agli interessi dei contraenti, degli sviluppatori, delle società di media e degli interessi speciali che hanno progettato l’offerta.  C’è un motivo per cui Roma, Boston, Amburgo, Budapest, Cracovia, Oslo, Stoccolma e altre “città intelligenti” hanno recentemente abbandonato la corsa olimpica; Ascoltarono la pressione di base – vale a dire le voci effettive nelle loro città – e alla fine fecero la cosa giusta”. Una presa di posizione netta che rende comunque più tortuosa la strada verso il 2028 perché gli organizzatori sono pronti a dare battaglia per impedire quello che secondo loro potrebbe essere un vero e proprio scempio.

 

Di certo le cifre che verranno stanziate per le Olimpiadi del 2024 e del 2028, potrebbero lasciare un po’ l’amaro in bocca per la rinuncia da parte di Roma alla corsa olimpica. Tanti soldi che in una città così bisognosa di rinnovamento e manutenzione, sarebbero stati una vera e propria manna dal cielo. Di certo poi c’è il rovesciamento della medaglia: Roma sarebbe stata un città pronta ad altri anni di lavori, disagi e quant’altro? La disquisizione in merito sarebbe lunga e, a questo punto, praticamente inutile. Solo dopo le prossime olimpiadi sapremo chi avrà avuto ragione e chi no, per ora parola ai cantieri.

Dalla Champions a “Ultimo” della Premier: ascesa e caduta di Rafa Benitez

Dalla Champions a “Ultimo” della Premier: ascesa e caduta di Rafa Benitez

25 Maggio 2005, con una rimonta al limite dell’impossibile ai danni del Milan, il Liverpool di Rafa Benitez diventa campione d’Europa. Si avete letto bene l’allenatore dei Reds era proprio Rafa Benitez. Lo stesso allenatore che oggi i bookmakers inglesi danno come favorito ad essere il primo allenatore ad essere esonerato dal proprio club, il Newcastle, in Premier League. Un primato tutt’altro che lusinghiero per un manager che ha centrato al primo colpo la promozione in Premier con i geordies. Allora, cosa è successo in questi 12 anni per far diventare Benitez un allenatore così poco stimato?

Eppure, tralasciando il suo palmarés prima del 2005, la bacheca di Benitez anche dopo il trionfo di Istanbul e a dir poco di tutto rispetto: Fa Cup e Supercoppa Europea con il Liverpool, Supercoppa Italiana e Mondiale per club con l’Inter, Europa League con il Chelsea e Coppa Italia con il Napoli. Insomma non proprio lo score di uno sprovveduto. Allora perché ad oggi il mondo calcio non reputa più Benitez un allenatore di rango e a cui portare rispetto come prima? Una domanda che forse va ricercata in come lo spagnolo ha sempre lasciato i propri club, quando è andato via. Sempre molto male. Con l’Inter trovò una vera e propria polveriera. Lo spogliatoio dopo il triplete con Mourinho non sopportava i metodi di Benitez che voleva cancellare il tecnico portoghese. Nulla di più sbagliato. L’avventura di Benitez durò tre mesi giusto il tempo d vincere il Mondiale per Club e rimpolpare così la propria bacheca personale.

Dopo l’esperienza meneghina, lo spagnolo va al Chelsea dove non esploderà mai l’amore, nonostante riesca a portare i blues terzi in classifica e a vincere l’Europa League, dopo che la stagione si era messa malissimo con l’esonero di Roberto Di Matteo fresco campione d’Europa in carica proprio con il club londinese. Anche qui una breve avventura, osteggiata anche dai tifosi che non amavano affatto Benitez. Nell’estate 2013 Benitez firma con il Napoli dando vita ad un progetto ambizioso che avrebbe dovuto portare il club partenopeo al titolo in pochi anni. La prima stagione si chiude con un deludente terzo posto ad anni luce della Juve, ma con la vittoria della Coppa Italia. Ad essere da dimenticare è invece la stagione successiva: fuori dai preliminari di Champions per mano dell’Atlethic Bilbao, il Napoli in campionato non trova mai la quadratura del cerchio e crolla nel finale di stagione quando viene battuto per 2-4 al San Paolo dalla Lazio si Pioli. Una sconfitta che fa chiudere gli azzurri addirittura al quinto posto e fuori dall’Europa che conta. La separazione dal Napoli è inevitabile ed arriva puntuale nel Maggio 2015. Subito dopo però Benitez firma con il Real Madrid, la squadra della sua città. Qui ci sarebbero tutti gli ingredienti per rimanere a lungo e vincere tanto, invece quella sulla panchina della Casa Blanca si rivelerà la più deludente e fallimentare della carriera di Benitez. A Gennaio il Real lo esonera, dopo che i blancos erano stati eliminati dalla Coppa del Re per l’indebito impiego da parte di Denis Cherysyhev, che venne schierato in campo da squalificato. Un errore di Benitez e del suo staff di proporzioni dilettantesche che non fece altro che aumentare la pressione sull’ex tecnico del Valencia che da lì a poco sarebbe stato cacciato. A quel punto il Real era lontano dalla vetta e in piena crisi. Dopo pochi mesi con Zidane in panchina, alzava l’undicesima Coppa dei Campioni. Dopo la brutta esperienza in Spagna il ritorno in Inghilterra sulla panchina del Newcastle che Benitez riesce a riportare immediatamente in Premier League e ora, nonostante tutto, il non invidiabile primato di allenatore favorito ad essere esonerato per primo tra tutti i tecnici della premier. Probabilmente quello con il Real rimane il punto più basso di tutta la sua carriera di cui però non va dimenticato il passato e le tante vittorie in realtà grandi ma non grandissime come fu quella di Valencia. Questa di Newcastle rappresenta quindi per l’allenatore spagnolo, la possibilità di poter tornare a far parte di quella ristretta cerchia di Top tecnici e di crearsi nuovamente quel rispetto che prima tutti gli portavano e che ora sembrano aver dimenticato.

De Carolis sorpreso da Polyakov. Al Foro Italico a vincere è comunque la boxe

De Carolis sorpreso da Polyakov. Al Foro Italico a vincere è comunque la boxe

Serviva vincere ieri a Giovanni De Carolis per riprendere la strada verso il titolo mondiale dei supermedi, versione WBA, perso il 5 novembre scorso contro Tyron Zeuge, ed invece il pugile romano non è riuscito a scardinare il solido e tenace pugile ucraino Viktor Polyakov che si è portato  a casa la corona Intercontinentale dopo 14 combattute riprese.

Per De Carolis è l’ottava sconfitta in carriera, mentre per Polyakov si tratta della 13a vittoria in carriera (una sconfitta e un pari) dopo che per ben 5 anni l’ucraino era completamente inattivo. Un match che ha regalato una bella battaglia al pubblico del Foro Italico, accorso in buon numero (circa 3 mila i biglietti staccati) per sostenere il pugile di casa, ma che alla fine è tornata a casa delusa per la sconfitta dell’atleta romano. Un match che ha visto subito Polyakov prendere il centro del Ring e portarsi a casa le prime due riprese. Probabilmente De Carolis non si aspettava un atteggiamento così aggressivo dell’ucraino e si è lasciato irretire, andando a cercare sempre il corpo a corpo, terreno più favorevole a Polyakov, e senza sfruttare il superiore allungo e la maggiore mobilità di gambe. Nella fase centrale De Carolis sembrava poter trovare il ritmo giusto e avvicinava Polyakov fino ad arrivare alla nona ripresa dopo il pugile di casa riusciva ad assestare un bel gancio destro che l’ucraino accusava. Sembrava la svolta dell’incontro ma nelle ultime tre riprese l’ucraino riprendeva il controllo delle operazioni e impedire a De Carolis di buttarsi all’arrembaggio per cambiare le sorti del match ormai nella mani di Polyakov.  Alla fine, i cartellini dicono 118-110, 117-111 e 118-112 per lo sfidante dell’Est che riesce in una storica impresa mentre lascia De Carolis con l’amaro in bocca e con tanti punti interrogativi.

Nonostante la sconfitta nel match principale, la riunione di ieri è stata una bella occasione per cercare di riavvicinare il pubblico di Roma alla grande boxe, dove da tanto tempo mancava un evento del genere. Prima di De Carolis sono andati in scena ben 7 match che hanno coinvolto il pubblico della Capitale, che mano a mano riempiva il centrale del Foro Italico, con un ottimo livello di boxe. Incontri che hanno alternato giovani pugili come il romano Damiano Falcinelli che avuto la meglio su Amedeo Maurizio, ad altri molto più esperti come Mattia Faraoni che ha vinto per KOT sul ceco Gesman. Peccato per il finale amaro ma l’importante è che a vincere sia stata la boxe.

L’Argentina, il Doping e quei sospetti di un sistema compiacente

L’Argentina, il Doping e quei sospetti di un sistema compiacente

Il calcio argentino sembra non avere mai pace. Dopo i problemi a livello di ordine pubblico (purtroppo sempre all’ordine del giorno a quelle latitudini), quelli riguardanti la governance della Federazione e la fine del programma Futobol Para Todos, che ha scombinato totalmente il sistema dei diritti Tv, adesso è il turno dello scandalo doping. Infatti nelle scorse settimane due giocatori del River Plate, Lucas Martinez Quarta e Camilo Mayada, sono risultati positivi a dei controlli compiuti dopo le partite di Copa Libertadores. A questi si aggiungerebbe un terzo calciatore, Sebastian Driussi, per il quale però non è mai arrivata la conferma ufficiale e che, tra l’altro, è volato notte giorno in Russia per trasferirsi allo Zenit di Roberto Mancini.

Cosa è successo – Il primo episodio della vicenda doping in cui è coinvolto il River Plate risale al 10 maggio, data in cui los millonarios hanno giocato contro l’Emelec in Copa Libertadores e dopo la quale Lucas Martínez Quarta non ha superato un controllo antidoping per via dell’assunzione eccessiva di un farmaco diuretico. Dopo la notifica del risultato del test, il River aveva annunciato che avrebbe effettuato le controanalisi ma la situazione è notevolmente peggiorata per via della comunicazione della CONMEBOL di un altro caso analogo che coinvolge Camilo Mayada, risultato positivo in un controllo tenuto dopo l’incontro fra River e Independiente Medellin del 25 maggio. Incontro sempre valido per la Copa Libertadores. Anche in questo caso ad essere incriminata è l’eccessiva assunzione di un diuretico con base di caffeina. La caffeina in sè per sè non è vietata, ma il suo abuso può portare a sanzioni pesanti dato che può essere utilizzata proprio per nascondere l’assunzione di sostanze dopanti. Ricordiamo che i diuretici, dal 1988 sono vietati dalla Wada per tutti gli sportivi. Il River Plate si è difeso indicendo una conferenza stampa dove il mister Gallardo e il medico del club, Pedro Hansing,  sostenevano che le positività dei loro giocatori fossero dovute ad una partita di integratori multivitaminici risultata contaminata.

La Difesa – Come detto prima il River si è difeso e lo ha fatto tramite un’indagine interna al club i cui risultati sono stati portati davanti alla Conmebol nell’audizione che il massimo organo del calcio Sudamericano ha concesso al club di Buenos Aires. Pedro Hansing, ha spiegato nel dettaglio di quali sostanze sono composti gli integratori che prendono i giocatori. Il Medico del River ha quindi concluso la sua difesa dicendo che il motivo della positività dei due calciatori sta nella contaminazione dei alcune pillole di integratoti di caffeina. La sostanza vietata che avrebbe contaminato questi diuretici è la idroclorotiazide. L’idroclorotiazide agisce a livello renale inibendo la capacità di quest’organo nel ritenere sodio ed acqua. Questa sostanza quindi inibisce la capacità dell’atleta di rimuovere l’acqua dal corpo può causare una rapida perdita di peso oppure  per mascherare la somministrazione di altri agenti dopanti riducendone la concentrazione nell’urina a causa dell’aumento di volume. Dunque, secondo il River, si tratterebbe di un incidente o peggio di un sabotaggio.

L’Attacco – Ovviamente due casi di doping in pochi giorni e la spiegazione del club argentino non propriamente convincente, non hanno lasciato indifferente il resto del calcio sudamericano. Il Guaranì, avversario del River negli ottavi di finale di Copa Libertadores, attraverso la voce del proprio presidente Juan Alberto Acosta ha chiesto di “Giocare le partite. Non vogliamo battere il River dietro una scrivania, ma in campo. Vogliamo però che i regolamenti vengano rispettati e che i calciatori vengano sospesi”. Acosta fa riferimento alla decisione della Conmebol di non sospendere momentaneamente Lucas Martinez Quarta e Camilo Mayada e dunque permettere ai due di essere disponibili nelle sfide contro i paraguayani. Va detto che comunque in Argentina danno praticamente per scontata la squalifica dei due giocatori per un periodo da 3 a 6 mesi e che nella gara di andata vinta dal River per 0-2 sul campo del Guaranì, gli argentini non hanno schierato nessuno dei due giocatori “beccati”. In ogni caso la decisione della Federazione sudamericana ha mandato su tutte le furie uno dei giocatori più importanti del continente e uomo simbolo del calcio paraguayano, Josè Chilavert. Chilavert è da sempre un accanito accusatore della Conmebol e in un’intervista a radio de La Red non le ha mandato certo a dire:“Il River Plate deve essere escluso dalla Copa Libertadores. Il presidente del River già sapeva tutto questo dodici giorni prima e dato che ha un ottimo rapporto con Alejandro Domínguez , presidente della CONMEBOL, insieme hanno cercato di coprire tutto. Veramente pensano che la gente si faccia convincere che si tratti di una semplice contaminazione? Perché si prende questa pasticca? E poi perché Driussi è stato venduto così velocemente allo Zenit?” Chilavert poi denuncia una situazione di corruzione dilagante all’interno della Conmebol “E’ un caso che Donato Villano, membro della Conmebol, sia anche socio di Pedro Hansing e hanno una clinica a Buenos Aires chiamato ‘Physical Therapy? La verità è che se fosse successo al Guaranì o ad un altra squadra sarebbero tutti squalificati”. Parole pesantissime che non fanno altro che alimentare un clima già incandescente. Insomma in Argentina il calcio sembra non conoscere pace e anche questo caso doping sembra più una bomba pronta ad esplodere nelle prossime settimane più che un’occasione per fare pulizia in maniera definitiva in un movimento che fatica a conoscere la parola trasparenza.

Evani e la giovane Italia: “Finalmente più spazio ai ragazzi. Bisogna lavorare sull’aspetto umano”

Evani e la giovane Italia: “Finalmente più spazio ai ragazzi. Bisogna lavorare sull’aspetto umano”

Mai l’Italia under 20 era riuscita ad arrivare sul podio del Mondiale di categoria. Alberigo Evani, con la sua squadra, è riuscito a conquistare un terzo posto tra mille difficoltà e tante partite tiratissime che hanno trasformato l’avventura in Corea in una vera e propria impresa. Oggi Evani ci racconta questo grande traguardo, ma anche tutto il percorso e il lavoro che c’è stato per raggiungere questo straordinario obiettivo.

Mister, non possiamo non partire dallo splendido terzo posto raggiungo dall’Italia al Mondiale Under 20. Le sue considerazioni?

I ragazzi sono stati fantastici perché hanno fatto delle cose straordinarie date le tante difficoltà di organico. Le date del Mondiale coincidevano con la parte finale della stagione di Serie A e Serie B e quindi molti ragazzi era normale potessero pensare a i loro interessi. Abbiamo avuto anche giocatori importanti come Locatelli e Chiesa che sono stati aggregati con l’Under 21 e quindi non sono potuti partire con noi in Corea. C’era quindi il rischio di non riuscire a fare le cose per bene. I ragazzi invece hanno recepito e proposto in campo le indicazioni tattiche, mostrando anche uno spirito di squadra fantastico.

C’è più rammarico per non aver centrato la finale oppure più soddisfazione per aver centrato un risultato storico per l’Italia, che mai nei mondiali Under 20, era arrivata sul podio?

Prima di tutto c’è soddisfazione per aver fatto qualcosa che prima nessuno era riuscito a fare. Anche il modo in cui siamo arrivati a questo traguardo ci ha riempito d’orgoglio. Certo con l’Inghilterra vincevamo 1-0 a 20’ dalla fine e la Finale sembrava essere a portata di mano. Va detto però che nel secondo tempo gli inglesi ci sono stati superiori, anche perché nel turno prima abbiamo dovuto consumare tanta energia. Non credo però sia solo quello perché nella ripresa ci è venuto il classico “braccino”, ma tutto questo fa parte del percorso di crescita dei ragazzi.

Probabilmente in questa avventura la partita più bella ed emozionante è stata quella con lo Zambia. Quale è stato il momento più bello ed intenso di questo Mondiale?

Sì, è stato il momento più emozionante perché si vedevano i ragazzi che in campo gettavano il cuore oltre l’ostacolo. E’ stata una partita veramente emozionante anche perché gli episodi erano girati tutti contro di noi e siamo riusciti a portarli dalla nostra parte. In genere io sono uno che contiene sempre le mie emozioni, soprattutto nei momenti di entusiasmo, ma in questa situazione mi sono fatto trasportare e i ragazzi mi hanno fatto fare cose che non ho mai fatto.

Escludendo ovviamente l’Italia e i suoi ragazzi, quale nazionale l’ha più impressionata durante questa competizione?

La squadra che reputavo più forte era la Francia. In quell’occasione siamo stati bravissimi nell’imbrigliarli riuscendo a limitare la loro maggiore forza fisica. Anche l’Inghilterra, che alla fine ha vinto il Mondiale, ha dimostrato di essere di una categoria superiore e di essere una squadra già pronta rispetto a noi. Sono di un’altra cilindrata. Anche l’Uruguay ha messo in evidenza alcune individualità come Bentancur, Valverde e De la Cruz che giocano in realtà importanti e sono abituati a palcoscenici importanti.

L’Italia storicamente ha sempre fatto fatica in questa competizione, pur essendo una Nazionale di grande tradizione. Come si spiega questo?

Me lo spiego che a livello fisico e caratteriale a nelle squadre giovanili siamo un po’ più in ritardo rispetto alle altre nazioni. Ci arriviamo un pochino dopo, tant’è che poi a livello di Under 21 e Nazionali A siamo sempre al top. A livello fisico soprattutto paghiamo molto rispetto alle altre nazionali ma poi crescendo diventiamo superiori. Lo dico sempre ai miei ragazzi che quando ci mettiamo a fare le cose per bene, con le giuste motivazioni, siamo sempre superiori. Non sempre però ce ne ricordiamo, ma questo fa parte del percorso di crescita. Non si può nascere già pronti.

A margine della partita, Maurizio Viscidi e Giorgio Bottaro hanno voluto sottolineare come questo risultato parta da molto lontano. Tranne Orsolini, questi ragazzi hanno giocato 30-40 partite insieme. Quanto è stato importante questo?

Da sette anni con l’arrivo mio, di Mister Sacchi e Maurizio Viscidi c’è stato un cambiamento di strategia. Ogni squadra è collegata all’altra. Partendo dall’Under 15 arrivando all’Under 21 ogni allenatore trova la strada spianata. Ogni allenatore ci mette del suo ma non cambiamo i principi tattici, la filosofia. Anche la selezione dei ragazzi e dei calciatori viene fatta in funzione di questo. Un lavoro indispensabile, perché ogni anno ci si troverebbe a ricominciare da capo. Facendo così i ragazzi ogni stagione, acquisiscono nuove conoscenze e crescono con noi.

Un percorso lungo quindi anche a livello Federale. Come si svolge questo lavoro?

In primo luogo scegliamo giocatori adatti al tipo di calcio che vogliamo fare. Come dice Sacchi va bene il talento, purché sia in funzione della squadra. Prima vediamo la persona, il ragazzo e poi il calciatore. Vogliamo ragazzi che sappiano cosa voglia dire venire in Nazionale e dare tutto per la maglia azzurra. Dopo si cerca di dare un gioco alla squadra. Ogni allenatore cerca di metterci del proprio ma in sostanza ogni Ct chiede le stesse cose ai ragazzi. Mi ricordo i primi anni delle sfide impossibili contro Francia, Inghilterra e Spagna. Con questo lavoro, invece, le distanze a livello giovanile si sono accorciate. Anche a livello individuale i calciatori sono cresciuti molto: Rispetto a prima parecchi giocatori dell’Under 21 sono titolari nelle loro squadre, cosa che prima era molto difficile. Molti sarebbero anche pronti per il salto tra i grandi. Se andiamo a vedere è cambiata anche la funzione del Ct. Ora non siamo più semplici selezionatori ma siamo allenatori a tutti gli effetti, che cercano di dare un gioco alle loro squadre.

Lei si è specializzato nel calcio giovanile. Uno Scudetto con gli Allievi del Milan e poi tutta la trafila delle Nazionali fino ad arrivare all’Under 20. Quali sono le maggiori difficoltà che un allenatore di giovani calciatori può incontrare o che a Lei è capitato di incontrare?

Sono stato 10 anni al Milan e ho fatto tutte le categorie. Ogni categoria ha le sue problematiche e le sue difficoltà. Ai ragazzi ho sempre provato a trasferire la passione per questo sport e la voglia di migliorarsi in ogni allenamento. Tra le difficoltà c’è senza dubbio la comunicazione. Una volta era più facile poter comunicare con i ragazzi perché c’era solo il pallone, mentre ora hanno molti più interessi e distrazioni. Alla fine conta molto l’educazione che hanno avuto dalla famiglia. Delle volte affronti delle problematiche particolari famigliari e li devi essere bravo ad essere d’aiuto ai ragazzi.

E’ nei suoi programmi in futuro il salto nel calcio dei “grandi” oppure vorrebbe seguire l’esempio di un tecnico come Alberto De Rossi che non ha mai voluto passare nel mondo delle prime squadre?

Non chiudo la porta a nulla. Non so uno che dice voglio fare solo questo. In passato ho già allenato una squadra di “grandi” a San Marino, un’esperienza che mi è servita molto. In ogni caso dovranno essere i “grandi” a chiamarmi per allenarli, di certo non posso dirlo io.

Per ciò che riguarda il calcio giovanile si discute sempre sul ruolo che deve avere un allenatore: Il mister deve essere più un istruttore oppure soprattutto un educatore ?

Per come sono fatto io, prima di fare richieste a livello tecnico cerco di lavorare sul livello umano. Io per i ragazzi cerco di essere come un padre, un punto di riferimento sempre pronto ad aiutarli. Ho sempre detto ai miei ragazzi che se mi dovessero giudicare per quanto li faccio giocare potrei rischiare di essere un asino per alcuni e un grande per altri. Purtroppo in campo ci si va in undici. Io cerco sempre di dare spazio a tutti quelli che lo meritano, tant’è che nel Mondiale, tranne il terzo portiere, tutti hanno avuto una chance. Il gruppo viene sempre prima di tutto perché tutti si lavora nella stessa direzione e tutti devono avere un riconoscimento seppur minimo.

Un importante dirigente come Sabatini, circa un anno fa, disse che tranne Bernardeschi e Romagnoli, non ci sono giovani calciatori italiani di valore. Il Mondiale Under 20 e la Rosa a disposizione di Gigi Di Biagio negli Europei Under 21 sembrano però dire il contrario. Cosa ne pensa?

Negli ultimi anni i nostri ragazzi sono cambiati, basta vedere il minutaggio che hanno avuto nelle loro società. Proprio questa crescita fa diventare le società più coraggiose e concedono più spazio ai giovani. Piano piano vengono fuori i reali lavori. Se un anno fa c’ erano solo Bernardeschi e Romagnoli, credo che questa lista debba essere notevolmente allungata ed il mercato dimostra quanta attenzione ci sia sui giovani italiani.

Pensa che gli allenatori italiani dovrebbero avere un po’ più di coraggio e buttare più spesso i giovani nella mischia, oppure reputa il loro impiego giusto?

Come ho detto prima le cose sono nettamente migliorate rispetto a prima. I ragazzi stranieri a 17-18 anni sono già pronti, mentre i nostri vanno un po’ più aspettati ma poi diventano più forti. Non dobbiamo avere fretta con loro perché poi ci danno grandi soddisfazioni.

Lei è un uomo di campo. Nel corso della prima partita contro l’Uruguay, l’Italia ha subito un calcio di rigore grazie alla VAR. Cosa pensa di questa novità avendola ,suo malgrado, vissuta sulla sua pelle?

Con la Var non siamo stati molto fortunati, sinceramente. Abbiamo subito un rigore e un’espulsione ingiusta. Nonostante questo sono favorevole a questa nuova tecnologia perché può limitare l’errore umano. Quello che dico io è che bisogna solo trovare una giusta applicazione ed essere chiari di quando viene usata la Var. Con l’Uruguay eravamo già dalla parte opposta e si è tornati indietro di parecchio. Cosi facendo però si rischia che la gente allo stadio non capisca quello che stia succedendo. Durante le partite giovanili non accade nulla, ma non oso immaginare cosa possa succedere durante una partita di campionato molto tirata. L’ importante è che vengano anche educati ed informati i tifosi di come verrà applicata la Var.

Archiviata questa bella avventura conclusasi con questo splendido risultato, quali sono ora i progetti futuri per quanto riguarda le nazionali giovanili?

Tutte le nostre nazionali hanno ottenuto ottimi risultati contribuendo alla crescita dei calciatori. Molti finiranno il biennio Under 21 mentre ad Agosto partirà il biennio 96-97. I 97 che hanno partecipato ai Mondiali hanno dimostrato di poter già essere pronti per l’Under 21 mentre altri come Cerri e Pellegrini possono continuare tranquillamente, magari affacciandosi in prima squadra come ha già fatto Lorenzo. Le prospettive sono ottime e la strada imboccata è sicuramente quella giusta.