Dalle intercettazioni con Moggi al “Moviolone” divenuto realtà: Ciao Aldo

Dalle intercettazioni con Moggi al “Moviolone” divenuto realtà: Ciao Aldo

Ieri è passato a miglior vita Aldo Biscardi. Il giornalista, autore e conduttore televisivo deteneva il record della trasmissione sportiva più longeva: “Il processo di Biscardi”, in onda ininterrottamente dal 1980. Prima di chiamarsi in questo modo, in realtà, la trasmissione si chiamava “Il processo del lunedì”, cambiò nome nel passaggio da Rai 3 a Tele+ nel 1993. Nel 1996 trasferisce la trasmissione su Telemontecarlo che nel 2001 diventa La7 e Biscardi nel 2005 diventa direttore della testata giornalistica di La7. Una delle sue più importanti “battaglie” è stata la moviola in campo, tradotta nel suo programma con “Il Moviolone”, e introdotta sui campi italiani proprio quest’anno.

Fin qui questo è il curriculm di un giornalista di successo e anche di più, un giornalista che ha scritto un pezzo della televisione italiana. Però c’è un incidente di non poco conto nella carriera di Biscardi, un incidente che lo allontana dalla rete di Urbano Cairo e lo fa approdare sulle frequenze di 7 Gold, un’emittente dell’hinterland milanese che ha assunto carattere nazionale grazie alle acquisizioni di numerose tv locali. Quell’incidente si chiama “Calciopoli”.

Lo scandalo più grande del calcio italiano che costò due scudetti alla Juventus e la sua storica retrocessione in Serie B, nonché numerosi punti di penalizzazione a Milan, Lazio, Fiorentina e Reggina, ha toccato anche il popolare programma sportivo. Il “Processo”, contenitore televisivo che aveva il potere di incidere sul discorso calcistico italiano, era finito, proprio per questo, nella sfera di influenza del dirigente bianconero Luciano Moggi. Nel corso di un’intercettazione trapelata dalla Procura di Napoli si sente Moggi chiedere a Biscardi di “assolvere” Bertini, l’arbitro di Juventus vs Milan del 2004, gara terminata per 0 a 0. L’arbitro Bertini si rese protagonista di alcune decisioni poco chiare, come un fallo in piena area di Zebina ai danni di Kaladze non sanzionato o le intemperanze di Nedved lasciate passare come semplici scontri di gioco. “Però, guarda che bisogna far assolvere l’arbitro con formula ampia”, si sente dire da Moggi. A questa richiesta Biscardi rispose: “Bertini… sì sì…” ma a Moggi non basta e rincara la dose “Niente, no… niente, niente, niente Aldo. Taglia… taglia… taglia tutto… o dici che ha ragione l’arbitro oppure devi taglià la moviola”. Al riguardo in un’intervista rilasciata a Panorama tempo fa, il giornalista ammise che a chiamarlo non era solo Moggi, ma la sostanza ad ogni modo non cambia.  Ancora più esplicita un’intercettazione tra Moggi e Fabio Baldas, ex arbitro e opinionista sportivo addetto al “Moviolone”. Il 17 gennaio del 2005, dopo un incontro tra Juve e Cagliari, Moggi chiede a Baldas di “truccare” un fuorigioco di Trezeguet. “C’è il fuorigioco di Trezeguet sul gol”, dice Baldas, al quale Moggi risponde: “L’arbitro deve essere assolto alla grande!”, e poi la replica  dell’ex arbitro: “tutto quello che vuoi,ma sai, siccome è virtuale… si vede che ci sono 50 cm di fuorigioco” e Moggi:  “poi i 50 cm li accorci, devono diventà 20”Artifici dei quali il conduttore non poteva non essere al corrente.

Da più parti si sono alzate voci che hanno ricordato i record, positivi, del conduttore e giornalista che ha creato un format televisivo chiaramente di successo, strappandoci negli anni più di una risata. Ma per amore di verità non possiamo certo negare questi episodi, raccontandoli senza pregiudizio o voglia di giustizialismo ossessivo.

Da semplici osservatori, rileviamo l’ironia amara che ha accompagnato l’ultima fase della sua carriera: il giornalista che più di tutti si è battuto per l’introduzione della moviola in campo, che ha visto la luce quest’anno grazie al VAR, è inciampato proprio sul suo cavallo di battaglia, il Moviolone.

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Il 24 marzo di 41 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

Donnarumma, la Maturità e le (facili) lezioni di vita che non ci possiamo permettere

Donnarumma, la Maturità e le (facili) lezioni di vita che non ci possiamo permettere

Gigio Donnarumma non ha sostenuto gli esami di maturità, un anno prima dei suoi coetanei, ma ha preferito rimandare tutto al prossimo anno e andare in vacanza ad Ibiza. Atteggiamento comprensibile direbbero alcuni, soprattutto i maturandi. Atteggiamento deprecabile hanno detto tutti gli altri, dai commentatori sportivi ai presidi che lo aspettavano in commissione.

Tra quanti si sono interessati della vicenda spicca l’interessamento della signora ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli che ha creduto che fosse il caso di intervenire con una lettera aperta per chiedere al ragazzo di tornare sui suoi passi, di non abbandonare la scuola, di puntare sull’istruzione. Nel farlo la signora Ministro sottolinea le magnificenze della riforma La buona scuola che “ha avviato una sperimentazione didattica che viene incontro alle esigenze delle studentesse e degli studenti che sono anche atleti”. Affermazione alla quale segue qualche dato che dovrebbe testimoniare quanto possa essere virtuoso il connubio tra pratica sportiva di alto livello e istruzione media superiore. Curioso che tale appello all’attenzione per i titoli di studio arrivi da chi ai propri titoli non è stata troppo attenta, peccando quanto meno di pressappochismo. È curioso anche, e forse di più, che un collega della signora Ministro Fedeli abbia suggerito ad una platea di ragazzini di frequentare di più i contesti sociali, come le partite di calcetto, piuttosto che infarcire il cv di titoli. Per trovare lavoro serve più andare a giocare a calcetto che inviare cv, aveva detto solo qualche mese fa il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Evidentemente questo vale solo per chi un lavoro non ce l’ha e per chi non guadagna 6 milioni di euro all’anno.

Gigio Donnarumma era un bersaglio troppo facile da impallinare per aspettarsi che l’avrebbe passata liscia. Avere la sfacciataggine di pensare che ci si possa permettere di non vestire il ruolo da bravo ragazzo, studioso, atleta attaccato alla maglia e anche dalle richieste economiche modeste è troppo. È troppo per non finire bersagliati dal pensiero benpensante, disposto a perdonare ogni nefandezza purché lo si chieda per cortesia mentre è mortalmente allergico alla sfrontatezza e all’irrequietezza della giovinezza. È troppo anche per chi è abituato ad autoassolversi ma si dimostra intransigente con gli altri, per chi l’eccellenza non sa dove stia di casa e stenta a riconoscerla negli altri e per chi, come la prof.ssa Elda Frojo, non ha perso l’occasione per “sporgersi da ogni foglio”.

Ha fatto bene Donnarumma a non sostenere gli esami di maturità? Questo lo capirà lui con il passare degli anni. Quello che stupisce è il silenzio che proviene da Casa Milan su questa faccenda. Se si può ritenere comprensibile l’indulgenza genitoriale non si capisce perché un datore di lavoro, il Milan, consenta ad un suo dipendente di finire nell’occhio del ciclone in maniera così sciocca. E trascinare anche il brand nel ridicolo. C’era una volta la “famiglia Milan” quella in cui, di riffa o di raffa, queste vicende si risolvevano in casa. Il nuovo corso asiatico invece non ha lo stesso piglio e non solo non riesce a trattenere con l’affetto un ragazzo cresciuto con i colori rossoneri ma non è neanche in grado di convincerlo a non bigiare la scuola. I tifosi rossoneri stanno assistendo ad uno spettacolo poco edificante e, a quanto pare, dovranno farci l’abitudine.

 

Derby della Capitale: Roma contro Lazio, The Pills contro TheGiornalisti

Derby della Capitale: Roma contro Lazio, The Pills contro TheGiornalisti

Oggi c’è il derby della Capitale, forse la gara più sentita d’Italia. È il quarto di questa stagione ma non di certo il più sentito dopo l’eliminazione dei giallorossi dalla Coppa Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Luca Vecchi, frontman dei The Pills, sponda Roma e con Tommaso Paradiso voce dei TheGiornalisti, sponda Lazio.

Cominciamo con Luca Vecchi

Ciao Luca, oggi c’è il derby, potrebbe essere l’ultimo di Totti, che effetto fa? 

Epocale. Finisce obiettivamente un’era.

Si dice che il derby di Roma sia diverso da tutti gli altri e, ancora di più, che esista un particolare modo di essere romanisti o laziali, secondo te è vero o è ormai un mito?

Forse una battaglia che va avanti dall’inizio dei tempi. Credo ci fossero i dinosauri.

Il derby è anche sfottò calcistico, qual è quello che sopporti meno che ti venga riferito? E quale ti dà più gusto a indirizzare ai laziali?

La poesia e i componimenti che ruotano attorno la creazione di slogan e cori è veramente qualcosa che trascende la passione. Non scorderò mai quando lessi per la prima volta su un muro “noi al circo massimo, voi massimo al circo”. Memorabile.

Proviamo a parlare di un altro tipo di derby. Negli ultimi anni si è rinverdita la diatriba dell’asse Roma – Milano. Il capoluogo lombardo sembra marciare ad un altro passo rispetto alla Capitale eppure tutti i prodotti culturali più rilevanti degli ultimi anni arrivano da Roma, voi ne siete un esempio ma non l’unico, penso al successo di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, sintomo di una stagione vivace. Roma riesce ancora a creare immaginario, Milano meno. Tu come te lo spieghi?

Dalla scissione Boldi-De Sica è na caciara. C’è indubbiamente una disparità. Sogno la pace tra le fazioni. Hope for a better tomorrow. 

Passiamo ora a Tommaso Paradiso..

Ciao Tommaso, come si arriva al derby di oggi?

È un derby meno sentito da parte dei laziali perché siamo molto più rilassati e tranquilli dopo il doppio incontro di Coppa Italia. E poi diciamo che è una gara che a livello di classifica non sposta tanto. Noi lo viviamo molto meglio.

Che gara ti aspetti?

Innanzitutto è un po’ strano l’orario, le 12.30, è come se non avesse permesso alla tensione di caricarsi. C’è meno tempo per far salire l’adrenalina. Mi aspetto un derby molto giocato dalla Roma che cercherà di rispettarsi e fare bella figura. Questo tipo di atteggiamento potrebbe rivelarsi positivo per la Lazio perché è una squadra che gioca meglio quando può agire in contropiede.

Eri allo stadio nell’ultimo derby di Coppa Italia?

No, ero a commentarlo in una radio. Ero occupato nel vederlo.

E com’è stato?

É stata l’ennesima goduria che ci togliamo grazie ai cugini.

Tu hai un passato da “laziale militante”. Hai qualche avvenimento della tua vita personale legato alla Lazio?

Ce ne sono tanti. Dalle prime volte allo stadio con mio zio che mi ha fatto diventare laziale, poi c’è stata la fase nella quale scrivevo per “La voce della nord”, la fanzine distribuita in Curva Nord. Quindi sono stato proprio un laziale molto attivo. Da ragazzino andavo in radio quando c’era qualcuno da sostituire, sempre nelle trasmissioni della Lazio. Diciamo che non c’è una partita che salto della Lazio, anche se sono in tour ho il mio Ipad. Devo essere sempre connesso, sia con la Lazio che con il fantacalcio, la domenica viene consacrata al calcio.

Anche nel video di “Sold Out” avete inserito un richiamo alla Lazio? Perché l’abbiamo pensato tutti guardandolo.

No, in realtà assolutamente no. È stata un’idea del regista, lo stesso del videoclip di “Completamente”. Noi abbiamo semplicemente seguito quello che ha deciso il regista. E pensa che la scena dei tifosi, che sfilano con bandiere bianco, celesti e verdi, è stata girata il giorno dopo. Anzi ti dico che io ero anche un po’ scocciato dal fatto che apparisse molto verde, quasi un po’ padano però menomale nessuno l’ha percepito così.

Nell’ultimo anno si sono rinverdite le diatribe sull’asse Roma – Milano. Il capoluogo lombardo sembra un passo avanti rispetto alla Capitale da numerosi punti di vista. Eppure i prodotti culturali più importanti arrivano da Roma, voi ne siete un esempio, ma penso anche ai “The Pills” o a “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Come te lo spieghi?

Anche tutta la scena musicale romana è vivace. Proprio qualche giorno fa ho letto una provocazione, c’era qualcuno che si chiedeva se ormai fosse obbligatorio parlare romano nei film. C’è un’ondata di nuovo rinascimento romano che, però, ti devo dire la verità non rinverdisce l’astio sull’asse Roma – Milano. I milanesi e l’hinterland lombardo stanno molto apprezzando questa nuova ondata, tant’è che ai nostri concerti al Nord, ma come a quelli de “I cani” o “Calcutta”, ci sono sempre tante persone che apprezzano il nostro lavoro. Ora tocca a noi costruire le nostre carriere sfruttando la spinta di questa “moda” ma ricordandoci che, come tutte le mode, passerà. E poi dobbiamo dire che noi romani lavoriamo tantissimo con Milano. Lì abbiamo le nostre case discografiche, il nostro management, noi siamo un po’ trapiantati lì.  È come i politici del Nord che devono venire a fare politica a Roma.

Però Milano non si racconta, invece Roma si racconta molto.

Guarda, sto vedendo che si raccontano tante città nelle quali uno passa. Paradossalmente sono meno raccontate le grandi città è si entra molto di più nel dettaglio delle piccole città di provincia o di passaggio. Io, ad esempio, scrivo molto a Milano e di Milano. Ancora di più scrivo sul treno, proprio sull’asse Roma – Milano, che ormai è diventato la mia casa.

Che vinca il migliore…

 

 

Promozione Foggia, Pio&Amedeo: “Rivalsa sociale. Stiamo lavorando a un film sull’impresa”

Promozione Foggia, Pio&Amedeo: “Rivalsa sociale. Stiamo lavorando a un film sull’impresa”

Domenica scorsa il Foggia Calcio guidato da Giovanni Stroppa ha compiuto l’impresa. Dopo 19 lunghi anni vissuti nelle serie minori, dalla Serie D alla C1, ha finalmente conquistato la promozione in Serie B. Una città in festa ha accolto la squadra di ritorno da Fondi dove un pareggio è bastato per ottenere la matematica certezza che la prossima stagione si giocherà di sabato. A vivere e raccontare la festa, come sempre, c’erano anche Pio e Amedeo. Il duo di comici foggiani che ogni volta che possono rendono omaggio alla loro terra e declamano infinito amore per la propria squadra. Abbiamo sentito Amedeo che ci ha parlato del progetto che hanno in cantiere per celebrare questa storica promozione.

A Fondi s’è scritto un pezzo di storia rossonera.

Nessuno l’ha vissuta come noi. Siamo stati a Fondi, negli spogliatoi. L’unica telecamera che è entrata negli spogliatoi è stata la nostra perché stiamo lavorando ad un progetto importante che forse diventerà un film che racconterà questa promozione. Il calcio non è solo sport in Italia e soprattutto a Foggia. In questa promozione noi vediamo una rivalsa sociale, non è solo pallone.

Perché parli di rivalsa sociale?

Perché Foggia, come tanti centri del Meridione, è piena di problemi, piccoli e grandi. Non possiamo vantarci quasi più di nulla. Avere qualcosa di cui vantarsi, avere una squadra che va a giocare in palcoscenici importanti come Bari, Salerno, Perugia, Ascoli e tante altre piazze di Serie B è come dire “Ci siamo anche noi, siamo tornati”.

Raccontami com’è stato il rientro a Foggia.

Noi siamo tornati con i ragazzi in pullman da Fondi. Arrivati a Foggia abbiamo fatto il cambio con il pullman scoperto. Ci avevano detto che ci sarebbe stato il delirio ma mai ad immaginare una cosa del genere. Ci arrivavano in continuazione foto della festa, della piazza, della gente. I ragazzi si passavano le foto erano increduli.

I calciatori come l’hanno vissuta?

Tra di loro ce ne sono molti che hanno vissuto promozioni importanti in serie B come Sarno e Chiricò però tutti dicevano che un affetto del genere non l’avevano mai visto.

È prevista una festa a Foggia la prossima settimana?          

Sono sincero, se c’è non lo voglio sapere perché per lavoro sono fuori, siamo a Los Angeles, e non potrei esserci.  Ci perderemo parte della festa, magari più ordinata perché per quella spontanea, in piazza era impossibile mantenere una scaletta. Ci sarà una festa ordinata per celebrare i protagonisti di questa stagione. Ma la festa di pancia c’è già stata, quella di domenica scorsa.

Foggia ha già vissuto promozioni importanti, perché quella di domenica era diversa?

Io da adulto ho vissuto la promozione dalla C2 alla C1 con Pasquale Marino e poi la vittoria dei Mondiali. La festa di domenica scorsa però era un’altra cosa. Non solo perché c’era più gente, non c’era nemmeno lo spazio per circolare con le auto. Quello che c’era in più era la voglia di esserci, di partecipare ad un rito di comunità. C’era la voglia di poterlo raccontare. Questa squadra ha dato una lezione a tutti noi.

Che lezione ci ha dato?

La storia di questa stagione ci deve insegnare tanto. Io parlo alla comunità. Siamo partiti con un pregiudizio negativo generale. Dopo l’addio di Roberto (De Zerbi) e l’arrivo di Giovanni (Stroppa) partivamo sconfitti, l’allenatore e il DS sono stati bersagliati dalle critiche. Era difficilissimo lavorare in quel contesto. Loro si sono fatti scudo l’uno con l’altro. Quello che si è creato in quello spogliatoio è qualcosa di ineguagliabile, c’è un’alchimia incredibile che non si può raccontare. Nonostante tutte le critiche i ragazzi hanno saputo concentrarsi e rispondere con i fatti. Ecco questo è l’insegnamento più grande.

Che progetto avete in mente per celebrare questa promozione?

È ancora tutto in fase di definizione. La puntata di Emigratis si è conclusa con una profezia. Quando noi andammo nel tempio di Shiva il 4 novembre chiedemmo la grazia, la promozione del Foggia in Serie B. Gli ultimi 3 minuti saranno un tributo alla nostra squadra e al risultato raggiunto. Ci sarà una clip in cui si vedrà Foggia dall’alto con la piazza piena di gente. Mentre stavamo registrando ci siamo accorti che questa è una stagione che va raccontata e che va oltre la clip di tre minuti. Perché non creare un prodotto che riesca a tirare fuori le emozioni e le sensazioni dei protagonisti e di una città intera. Abbiamo in mente un progetto importante che diventerà un film e che oltrepasserà i confini della nostra città. Ma questo è un piano in divenire.

Insomma volete creare un “immaginario”.

Assolutamente. Quello che facciamo è rendere “simpatici” i personaggi antipatici che incontriamo nella nostra città. Noi mettiamo in scena il peggio facendolo sembrare simpatico. Certo non tocca noi migliorare le sorti di una comunità perché facciamo un altro mestiere. Però in questo film svestiremo i panni dei personaggi di Emigratis ma cercheremo di raccontare, con gli occhi di due ragazzi che appartengono a questa città, quanto non amore e affetto c’è. E quanto valga la pena dire di essere foggiani.

Lasciamoci con un’indiscrezione, l’anno prossimo torna Iemmello?

(Ride) Lui è uno che soffre la distanza. È ancora molto legato a Foggia e alla squadra. Se dovesse restare la gran parte di questo gruppo, come mi auguro e come credo che succederà, un pensierino ce lo farà. Ne sono sicuro.

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