Calcio e Guerra Fredda: i Mondiali ’74, Sparwasser e la vittoria della Germania dell’Est

Calcio e Guerra Fredda: i Mondiali ’74, Sparwasser e la vittoria della Germania dell’Est

Il mondiale del 1974 può essere considerato, a ragione, uno dei momenti cruciali e più alti dello scontro calcistico e sportivo in generale fra occidente capitalista ed oriente socialista. L’Unione Sovietica aveva già assestato duri colpi all’economia di mercato facendo sì che il sistema socialista potesse primeggiare nei campi della sanità, dell’istruzione e della ricerca scientifica: Juri Gagarin e Valentina Vladimirovna Tereshkova sono ancora oggi due icone che sanno scaldare i cuori dei russi, anche a Muro crollato da tempo. Così come un furioso Kennedy, negli anni della crisi missilistica cubana, prima del fallimento dello sbarco alla Baia dei porci, arrivò a dire pubblicamente: «abbiamo finito per apparire come i difensori dello status quo, mentre i comunisti si presentano come forza d’avanguardia, che indica la via per un modo di vita migliore». Il campo socialista, in ogni caso, era realtà contrapposta al capitalismo anche in una porzione d’Europa che niente aveva a che vedere col Patto di Varsavia: in Germania, la DDR, era il baluardo del socialismo in pieno Patto Atlantico verrebbe da dire. Nonostante anche Berlino si fosse parzialmente rifugiata sotto il patto di Varsavia per cercare un piano quinquennale / la stabilità sociale, come urlavano i CCCP-Fedeli alla Linea per mezzo delle corde vocali di Giovanni Lindo Ferretti, uno dei personaggi più iconizzati, controversi e discussi della scena punk e alternativa italiana (quando divennero C.S.I.).

Sparwasser, ai tempi, era un centravanti del Magdeburg, adattabile anche a mezz’ala qualora la situazione lo richiedesse. I ruoli, volendo usare un’iperbole, nella Germania Est, non avevano così tanta importanza come per i più quotati occidentali Beckenbauer, Breitner, Müller. Il calcio tedesco della DDR era praticato a livello dilettantistico, infatti, non professionistico e la quasi totalità dei calciatori della piccola nazione socialista tedesca erano seconde fila dell’atletica leggera.

Gli sport, nei paesi del campo socialista, non erano professionistici, bensì dilettantistici: tutti, nessuno escluso. Compreso il calcio, che da quel mondiale iniziava la lunga scalata delle sponsorizzazioni, dato che quella fu la competizione con le intromissioni degli sponsor sulle maglie dei calciatori (oltre che del golpe in Cile). Le squadre tedesche orientali, in ogni caso, stavano già da tempo iniziando a togliersi dei sassolini in ambito europeo, dato che la Coppa delle Coppe del ’73/’74 la vinse proprio il Magdeburg di Sparwasser, contro una ben più quotata squadra come il Milan.

De Agostini, difensore juventino che ha più volte incontrato sul campo giocatori della Germania Orientale,  se li ricorda con quella che i partenopei classificherebbero come cazzimma: erano certo maggiormente determinati dei più quotati tedeschi occidentali, non mollavano mai neanche quando tutto sembrava perduto. Tanto che, molti anni dopo del prima citato 1974, De Agostini e la sua pur fortissima Juventus (con Schillaci e Casiraghi nell’organico, tanto per citare due nomi) per poco non risultavano sconfitti in casa dal Karl Marx Stadt, che all’andata si portò in vantaggio al Delle Alpi con Weinhold, lasciando di sale gli avversari e i convenuti allo stadio.


Il mondiale del ’74, in ogni caso, ha una serie di particolarità e di vicende politiche ad esso collegate che sarebbe impossibile enumerare e trattare in modo tale da non risultare eccessivamente schematico o superficiale. Quel che più importa è che al Volksparkstadion di Amburgo, le prime parole (come il resto dell’inno) della DDR, erano cantate da milioni di tedeschi orientali che urlavano a squarciagola quelle espressioni che rimarcavano una differenza tutta a vantaggio degli appartenenti alla Germania Socialista: «Auferstanden aus Ruinen / Und der Zukunft zugewandt», «Risorti dalle rovine / e rivolti al futuro».

Il caso, infatti, volle che nella fase a gruppi vennero inserite proprio le due Germanie nello stesso girone e poco importa che quel mondiale lo vinsero i tedeschi occidentali. Quella partita, Beckenbauer e soci, se la ricorderanno per tutta la vita, così come per coloro i quali esultavano aprioristicamente (ed esultano tuttora guardando la registrazione della partita) per i successi della Germania Est. Era uno scontro che ne racchiudeva una miriade: non c’era solo la politica e il modello di sviluppo a dividere le due germanie ma anche il modo di intendere lo sport. La situazione assumeva realmente i contorni di uno scontro epocale, nonostante fosse una semplice fase a gruppi, come detto prima.

La partita può sembrare già segnata, al lettore che non ha vissuto quell’epoca e che non ha visto coi propri occhi quel confronto che da modelli politici contrapposti si traduceva in lotta calcistica: la Germania Ovest, in fondo, possedeva più mezzi e, certamente, più talenti per poter superare con facilità la Repubblica Democratica Tedesca. Molti dei giocatori tedeschi orientali, infatti, non andarono oltre la DDR-Oberliga e interruppero la loro carriera calcistica con la fine del socialismo in Germania, come Schnuphase (capocannoniere dell’Oberliga nella stagione ’81/’82 e una carriera divisa fra Rot-Weisse Erfurt e Carl Zeiss Jena) o Strässer (anche lui capocannoniere nei primi anni del socialismo e una sola stagione dopo la fine della DDR, con la Glaswerk Jena) ad eccezione di Voegl (che detiene il record delle 400 presenze nel massimo campionato) e Kurbjuweit (che proseguì come allenatore nel VfB Pössneck).

La DDR non può competere coi cugini orientali e la partita non regala grandi emozioni ai presenti, nonostante qualche gol divorato dalla rappresentativa della Germania Occidentale. I primi quarantacinque minuti scivolano via a reti bianche e quasi sembrerebbe che il pareggio, verso cui pare indirizzarsi anche la ripresa, fosse il risultato più ambito in quello scontro politico/calcistico che animava i tedeschi sugli spalti. Tedeschi che brandivano bandiere identiche, se non fosse per un piccolo emblema al centro di esse che faceva cambiare la prospettiva e l’interpretazione di quegli stessi colori. Il settantasettesimo della seconda frazione di gioco, però, è il momento di svolta della partita: dopo un’azione della Repubblica Federale di Germania, Hamman gira il pallone a Kurbjuweit il quale, immediatamente, lancia Sparwasser. Il centravanti supera Höttges e Vogts, controllando il pallone con la faccia (!) e sviando i difensori occidentali col destro: arriva fin sotto la porta, batte Maier e insacca quando il portiere è steso a terra.

Lo stadio di Amburgo esplode, Sparwasser corre alzando un pugno al cielo e rigirandosi in una capriola mentre correva verso la pista d’atletica che abbracciava il verde rettangolo di gioco, prima d’essere letteralmente sopraffatto da tutti i compagni di squadra.

La partita terminò così, con gli ossis dilettanti che riuscirono a battere quello che ora verrebbe definito calcio moderno, quello degli sponsor e di società che tesserano “campioni” (che si rivelano tutt’altro in corso di campionato) pagandoli fior di quattrini dimenticandosi delle tifoserie.

Sparwasser, infatti, divenne un mito per tutta la DDR, andando a scardinare il luogo comune: stavolta era davvero il comunismo ad aver sconfitto il capitalismo.

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La Lazio e lo Scudetto della Grande Guerra

La Lazio e lo Scudetto della Grande Guerra

Il terzo scudetto per la SS Lazio potrebbe diventare realtà nei primi giorni di Agosto, quando si riunirà, nuovamente, il Consiglio Federale della FIGC.
Non si sta parlando di uno scudetto recente, ovviamente, dato che il Campionato 2015/2016 è stato vinto (di nuovo) dalla Juventus allenata da Allegri. Si sta facendo menzione dello scudetto della Grande Guerra, quello del 1914-1915, alla sua assegnazione ai biancazzurri ex-aequo col Genoa data la prematura interruzione del Campionato a causa della Guerra.

La rivendicazione

La rivendicazione dello scudetto, ormai in dirittura d’arrivo e ‘pronto’ per essere formalmente assegnato, è stata portata avanti da un avvocato romano, Gian Luca Mignogna che, nel maggio 2015, scriveva un lungo articolo pubblicato dal Nuovo Corriere Laziale in cui faceva il punto della situazione calcistica che aveva portato all’interruzione del campionato arrivato alle battute finali.
A quei tempi la massima serie del calcio italiano era organizzata su base territoriale e non v’era abbondanza di società come oggigiorno: la Prima Categoria era l’odierna Serie A e l’organizzazione era articolata in sei Gironi Interregionali, composti a loro volta da sei squadre ognuno. Le prime due e le quattro migliori terze di ciascun girone si qualificavano per i quattro Gironi di Semifinale composti ognuno di quattro squadre, le prime classificate di ogni singolo Girone di Semifinale si qualificavano per il Girone Finale, che a sua volta assegnava il titolo di Campione dell’Italia Settentrionale ed il diritto a giocare la finalissima scudetto con la squadra Campione dell’Italia Centro-Meridionale. «Le squadre dell’Italia Centrale erano ripartite in un Girone Toscano composto di sette squadre ed un Girone Laziale composto di sei squadre, le prime due di ciascun girone si qualificavano per l’unico Girone di Semifinale che assegnava il primato territoriale ed il diritto a disputare la finale per il titolo di Campione dell’Italia Centro-Meridionale, la cui vincente si sarebbe contestualmente conquistata il diritto a giocarsi la finalissima scudetto con la squadra Campione dell’Italia Settentrionale».

L’Italia, però, entrò in Guerra e la FIGC adottò la sospensione ad libitum delle attività sportive: l’inettitudine dei Generali del Regio Esercito e la (errata) convinzione che il conflitto si risolvesse entro breve tempo, fece saltare i piani alla Federazione sportiva che, forse, riteneva possibile disputare le fasi finali del campionato a Guerra conclusa.
La Lazio, al momento della sospensione del campionato, era la prima del girone a 8 punti, superando di due lunghezze il Roman (6 punti) e il Pisa (6 punti) e di otto il Lucca (0 punti). Le cose andarono diversamente e i campionati ripresero nel 1919: stagione calcistica 19/20.
L’Avvocato Mignogna, dunque, nell’articolo del maggio 2015 sopracitato, scriveva: «Come definire l’interrotto campionato anteguerra del 1914-1915? Non c’è dubbio che tra le tante opzioni a propria disposizione la FIGC adottò quella che si rivelò assolutamente più ingiusta, più iniqua e più invisa ai colori biancazzurri: assegnare d’ufficio con una deliberazione postbellica lo scudetto al Genoa e dichiarare la Lazio meramente Campione dell’Italia Centro-Meridionale, con l’aggravante dell’ex aequo con i principianti dell’Internazionale Napoli che sino alla sospensione avevano disputato e vinto il solo derby d’andata giocato in casa contro il Naples! Senza dubbio alcuno tale decisione fu palesemente immeritoria, perché lo scudetto 1914-1915 fu assegnato a tavolino” senza le opportune e necessarie motivazioni sportive».

Ma se qualche lettore potrà storcere la bocca a riguardo, vista la complessità della materia trattata e la questione stessa tutt’altro che lineare, basterà fare riferimento allo scudetto della stagione calcistica 1921/1922 assegnato sia alla Novese che alla Pro Vercelli.

Il precedente tedesco

La questione di uno scudetto assegnato ex post non deve meravigliare: nel 2007, infatti, la federazione calcistica tedesca (DFB) deliberò di far disputare centotredici anni dopo (!) lo spareggio fra Viktoria Berlino ed Hanau valevole per l’assegnazione definitiva del titolo di Campione di Germania per l’anno 1894. Scriveva Fabio Belli sul Nuovo Corriere Laziale del 22/6/2015: «La Federcalcio Tedesca ha infatti stabilito uno spareggio tra il Viktoria Berlino e l’Hanau, riconoscendo l’illegittimità della sospensione del titolo del 1894, quando ancora in Germania il calcio era separato in divisioni regionali. Il 21 luglio del 2007 è stata dunque indetta una gara di spareggio, la cui cronaca viene dettagliatamente illustrata sul blog “L’uomo nel pallone” di Simone Cola. Il 21 luglio il Viktoria Berlino, nonostante una partenza veemente degli avversari, sconfigge l’Hanau per 3 a 0, legittimando la vittoria ed il titolo con un pareggio per 1 a 1 nella gara di ritorno. Entrambe le partite vengono giocate con palloni uguali a quelli dell’epoca, pesanti e cuciti a mano. Lo ha voluto il presidente della DFB di allora, Theo Zwanziger, ideatore e principale fautore della doppia finale.” L’impossibilità dello svolgimento della finale nel 1894 fu procurato dal fatto che l’Hanau non poteva percorrere i 400 chilometri che lo separavano dalla sede della finale. Una motivazione ben più opinabile rispetto alla sospensione d’imperio decisa a causa dello scoppio della Grande Guerra. A livello giuridico, il fatto che la DFB abbia riaperto un caso di oltre cento anni prima, in cui la mancata disputa della partita era stata peraltro causata non da forza maggiore, ma dal forfait di una delle due squadre, potrebbe essere un precedente decisivo per rendere il dovuto omaggio a una squadra come la Lazio del 1915, che più di ogni altra ha versato un tributo in termini di caduti e feriti alla causa bellica».

La petizione

L’avvocato Mignogna, insomma, dopo l’articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale, non rimane con le mani in mano e anzi promuove una petizione in collaborazione col settimanale, «indirizzata alla  Presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio», sulla piattaforma change.org chiamando all’unità tutti i network laziali: è la Vocatio ad unitatem, così come riporta la pagina stessa della petizione online.

L’oggetto, in sostanza, è quello di nominare «una commissione straordinaria ad hoc per riesaminare oggettivamente il contesto storico, sociale e sportivo in cui sarebbe stata adottata la delibera postbellica con cui d’ufficio risulta assegnato lo scudetto 1914/1915 al Genoa, irreperibile presso gli archivi della Federcalcio».
La petizione arriva a 32.000 firme e l’iniziativa viene ripresa da più parti fino ad avere riverbero nazionale con tanto di articolo in risposta del Secolo XIX di Genova da parte di Piero Campodonico: «Lotito sta chiedendo una cosa assurda, in quella stagione la Lazio doveva ancora affrontare la vincente del Girone Sud per poi potersi confrontare con il Genoa nella finalissima. Quello di Lotito è un palese conflitto d’interessi dato che la decisione finale spetta al Consiglio Federale di cui lui fa parte».
Nessuno, infatti, nega che la popolarità di Lotito sia – attualmente e non al momento della petizione presentata su Change – ai minimi storici, tuttavia menzionarlo come lo scudetto di Lotito è fare del massimalismo, ignorando (come se non ci fossero mai state) le trentaduemila sottoscrizioni per la richiesta della commissione straordinaria per l’assegnazione ex aequo del Titolo.

Il dossier emerotecario

La ricerca prodotta dal proponente la petizione attraverso giornali e riviste dell’epoca ha redatto un vero e proprio dossier delle cui conclusioni, articolate in sette punti, è bene riportarne alcune:

  • «come chiaramente riportato dai giornali dell’epoca la Lazio fu inconfutabilmente la squadra Campione dell’Italia Centrale, il cui girone finale risultò del tutto definito per effetto dei risultati conseguiti sul campo e/o a tavolino;
  • in forza dell’annullamento dello spareggio tra Internazionale di Napoli e Naples, così come disposto dalla Figc per acclarate irregolarità di tesseramento, la Lazio si aggiudicò puranche il titolo di squadra Campione dell’Italia Centro-Meridionale; ciò comportò che la squadra capitolina fu l’unica ad essersi effettivamente qualificata per la finalissima nazionale valida per l’assegnazione del titolo tricolore 1914/15, prevista con la vincente del girone finale dell’Italia Settentrionale, poiché tale girone fu interrotto ad una giornata dal termine per l’improvvisa insorgenza bellica senza determinare un’effettiva vincitrice;
  • il girone finale dell’Alta Italia rimase incompiuto in forza della delibera adottata dalla Figc il 23.05.1915, che di fatto consacrò la seguente classifica provvisoria: Genoa pt. 7, Internazionale pt. 5, Torino pt. 5 e Milan pt. 3;
  • come è noto con successiva delibera post bellica la Figc dell’epoca assegnò d’ufficio il titolo di Campione d’Italia al Genoa, senza tenere in nessuna considerazione il primato sportivo conseguito dalla Lazio nella stagione calcistica 1914/15».

Qui il dossier emerotecario completo e scaricabile.

Nel frattempo gli articoli sull’assegnazione dello scudetto ex aequo col Genoa si moltiplicano e – addirittura – oltrepassano l’oceano. Oggi il New York Times, infatti, pubblica un articolo titolando «Lazio Inches Closer to a Title … From 1915» e dando conto della notizia per cui la squadra biancazzurra «sarebbe vicina a vincere il campionato italiano di calcio. Il campionato del 1915» («Lazio is closing in on the Italian soccer championship. The championship of 1915»).

Il quotidiano newyorkese riporta, dunque, la spinta delle trentamila firme come condizione primaria per far sì che si insediasse la commissione della FIGC: «Prompted by a petition signed by 30,000 Lazio fans, a committee of the Italian Football Federation is set to recommend that Lazio be declared co-champions of a tournament that concluded more than 100 years ago».

La BBC, poi, nella giornata del 21 Luglio, cita la questione dell’assegnazione del terzo Titolo: «Lazio could win their third league championship after the Italian Football Federation (FIGC) set up a commission to look at the outcome of the 1914-15 season following a fans’ petition».

Zesco Stars, la squadra del progetto Hopeball per portare l’istruzione in Zambia

Zesco Stars, la squadra del progetto Hopeball per portare l’istruzione in Zambia

«Se vai a chiedere agli abitanti di Monze per che squadra tifino, il 50% ti risponderà Manchester United e l’altro 50% Chelsea».
Ma questo non perché chi vive a Monze, villaggio urbanizzato nel sud est dello Zambia, conosca a fondo il calcio europeo, solamente «perché la Premier League, è arrivata – attraverso il meccanismo dei diritti TV – fino in Africa e le uniche partite trasmesse dalle emittenti televisive locali sono quelle del calcio inglese: il capitalismo è arrivato fin qui. Tutto come merce, anche, e soprattutto, lo sport».

Gianmarco Duina, ragazzo milanese classe 94, smette di fare sport a causa di un brutto infortunio, tuttavia la voglia di praticare attività fisica non lo ferma: «mi sono trasferito a Londra per un anno e l’idea di andare in Zambia è nata lì: dalla mia volontà di continuare a vivere lo sport, ovvero, in funzione educativa».
Gianmarco, dunque, arriva fino a Monze, nello Zambia, organizza una squadra di calcio, la ‘Zesco Stars’, trasmettendo i valori positivi dello sport e dell’aggregazione con un suo progetto: ‘Hopeball’.
Non è legato ad organizzazioni umanitarie, preliminarmente ha preso qualche contatto con una onlus ma l’iniziativa è totalmente ‘farina del suo sacco’ e ‘Hopeball’, proprio per questo, viene definito da Duina stesso un progetto individuale.
Valori positivi, dunque, che non possono che entrare in contrasto diretto e frontale, come prima accennato, con quelli del cosiddetto ‘calcio moderno’. Il calcio dei capitali stranieri, lontano dalle tifoserie e dalle comunità cittadine.

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«Sono sempre stato un tifosissimo del calcio nonostante praticassi sci di fondo prima d’infortunarmi, tuttavia ho avuto un disaffezionamento – racconta Duina – nei confronti del cosiddetto calcio moderno, un calcio in cui non mi ci ritrovo: il calcio dei milioni. Volevo dimostrare, dunque, che i valori dello sport esistono ancora: non gira tutto solo al denaro e ai business milionari».

Utilizzare lo sport, in questo caso il calcio, come strumento educativo, in sostanza, «per persone che non avessero la possibilità di accedere all’istruzione».
Certo è che, comunemente, si pensa all’Africa, e al volontariato nel continente africano, in relazione alle organizzazioni umanitarie come Emergency, Medici senza Frontiere o affini.
«Quando uno pensa al volontariato in Africa, infatti, pensa ad altre cose», afferma Duina, «ma io medico non sono, un ingegnere neanche… ho valorizzato quello che sapevo fare, in sostanza, unendo la passione per lo sport all’aspetto educativo/scolastico. Quello che dico sempre è che il progetto Hopeball, e la Zesco Stars, non ha la pretesa di insegnare a giocare a calcio, anche perché non ne ho le capacità: non c’è, infatti, una pretesa agonistica, c’è una pretesa educativa. E’ importante che i ragazzi vengano a contatto con dei valori trasmessi dal calcio: il rispetto, il lavoro di squadra, l’emancipazione e la conoscenza del proprio corpo al di là del risultato. Queste sono le fondamenta del progetto».

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Partire da Londra e finire nello Zambia, però, non è cosa da tutti i giorni: «il mio obiettivo era fare attività con dei ragazzi e, invece, la cosa s’è sviluppata in modo diverso, migliore, ovvero un campionato. A Monze ho incontrato un ragazzo del posto (Gift) che nel passato ha allenato una squadra, a tutti gli effetti, ma non aveva le capacità anche economiche, molto banalmente, per continuare a far sì che quel club si iscrivesse».
La Zesco Stars nasce così, dall’incontro fra uno zambiese ed un italiano, trasferitosi a Londra ed accorso a Monze «villaggio, sì, ma non piccolo, anzi: è uno dei più grandi del Sud dello Zambia, c’è anche un Ospedale molto grande».

Il Campionato e il calcio in Zambia

La Zesco Stars partecipa ad un campionato amatoriale ed è riuscita ad accedere ai play-off per far sì che si potesse giocare la promozione nella lega calcistica zambiese. «Non ci sono tutte le categorie che sono presenti da noi», dice Duina «c’è il campionato amatoriale e poi c’è subito il professionismo».

«La squadra è aperta a tutti. Abbiamo creato una sorta di doppio livello: una di bambini e la ‘prima squadra’. Il raggruppamento di bambini, di ragazzini, non ha la possibilità di partecipare ad un campionato, dal momento che non esistono categorie ‘giovanili’» così come vengono intese in Occidente. Capita, infatti, che le prime squadre siano eccessivamente eterogenee ed abbiano giovanissimi e trentacinquenni.
La Zesco Stars, prima in classifica al campionato è, sì, eterogenea, ma «il più giovane ha 24 anni: l’età media è 18 anni. Quello che sarebbe il nostro sogno/progetto è creare un campionato anche per i più piccoli, che al momento è impossibile».

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«La mentalità sportiva zambiese tralascia completamente la considerazione dei giovani: anche le ‘grandi società’ al vertice del calcio zambiese non hanno minimamente la ‘cultura del vivaio’. C’era un giocatore che giocava nella nostra squadra, ad esempio, che è stato chiamato da un club della Division One, la nostra Serie B: l’hanno chiamato a 23 anni perché ‘era giovane’. A 23 anni, però, non sei ‘così’ giovane per il mondo del calcio, o meglio: lo sei se hai alle spalle un lavoro e una ‘storia calcistica’, se cominci ad allenarti a 23 anni non si riesce a sfruttare al massimo la potenzialità dell’atleta». Una delle domande che gli vengono rivolte, pourparler, è se in Zambia ci sono ‘campioni’: «No, non ce ne sono», è il commento di Gianmarco, «o meglio, ci sono in potenza, in atto non ce ne sono perché non c’è nessuno che li segue».

A proposito degli aspetti educativi del progetto, infatti, il creatore di ‘Hopeball’ non ha dubbi: «Uno tra gli aspetti fondamentali che io ho visto nella crescita della squadra è quello della responsabilità. Il calcio è uno sport di gruppo e noi [occidentali nda] siamo abituati a vivere tale dinamica quotidianamente coi colleghi di lavoro, a scuola, con la famiglia: la questione, però, è che questi ragazzi del ‘gruppo’ non sapevano nulla perché magari orfani, perché non vanno a scuola o perché non lavorano. Non sono mai in gruppo ed è capitato che se ci doveva essere una partita, non raggiungevamo il numero necessario per partecipare. La partita cominciava alle 15:00? Alle 15:30 eravamo in 8. Pensavano “ma anche se arrivo alle 4 cosa cambia?”, proprio perché non sono mai stati abituati a ragionare in un’ottica di gruppo, collettiva, di responsabilità. Non avevano in testa che se uno non veniva non giocava non solo lui, ma neanche tutta la squadra (perdendo anche la gara, peraltro!)». Questo è il fulcro di ‘Hopeball’.

Infine, una curiosità: il nome della squadra. Zesco, in realtà, è l’equivalente zambiese dell’ACEA o dell’ENEL.
«Il nome l’hanno scelto loro, io ho spinto per aggiungere ‘Stars’: in una riunione con Gift e i ragazzi, mentre parlavano il loro dialetto tonga, è venuta fuori l’idea del nome Zesco perché “quando diventeremo forti lo sponsor ci darà i soldi”(ride nda). Io ho chiesto di aggiungere Stars perché le stelle illuminano. E illuminano solo se stanno assieme».

‘Questione Venezia’: i pareri di Giuseppe Ruzza (CR Veneto) e Antonio Cosentino (LND)

‘Questione Venezia’: i pareri di Giuseppe Ruzza (CR Veneto) e Antonio Cosentino (LND)

Come anticipato nello scorso articolo sulla questione Venezia (qui), Iogiocopulito ha interpellato il Presidente del Comitato Regionale Veneto su due questioni: la prima riguardo all’articolo 17 delle NOIF (Le Norme organizzative interne della FIGC) e, più in particolare, circa l’articolo 17 che recita: «la denominazione sociale risultante dall’atto di affiliazione è tutelata dalla FIGC secondo i principi della priorità e dell’ordinato andamento delle attività sportive». Il secondo quesito, invece, era sulla questione della denominazione Venezia, sostanzialmente identica per entrambe le squadre.

Questa, dunque, la risposta del Presidente del CR Veneto Giuseppe Ruzza:

«A riscontro della sua richiesta queste le considerazioni che, quale presidente del CRV LND FIGC, ritengo di svolgere: in ordine ai quesiti posti, questo Comitato non può che richiamare quanto già evidenziato dalla FC nel settembre dello scorso anno; quest’ultima aveva avuto modo di chiarire che: «la denominazione del nuovo sodalizio Venezia FC non è in contrasto con i principi di priorità e dell’ordinato andamento della attività sportiva, in quanto l’unico elemento che accomuna le ragioni sociali in argomento è il riferimento alla città di Venezia, il cui utilizzo, va da se, non è di pertinenza esclusiva di una società».

Questa è la posizione più volte ribadita dalla FIGC e dalla Lega Nazionale Dilettanti. Personalmente ritengo che l’esistenza delle due realtà sportive non sia foriero di confusione e che entrambe legittimamente possano svolgere la loro attività considerate anche le categorie diverse in cui operano (e anche Leghe diverse). La lega nazionale dilettanti ha inoltre specificato l’assoluta regolarità delle modalità in cui le affiliazioni dei due sodalizi sono avvenute.

Peraltro l’affiliazione del Venezia FC è avvenuta nell’ambito della più complessa e articolata procedura prevista dall’art 52 delle NOIF [qui]. Tale procedura prevede che sia il Sindaco della città ad indicare alla Lega Nazionale Dilettanti una società, esistente o di nuova affiliazione, che abbia l’affidabilità economica e progettuale a rappresentare la città stessa. Il Sindaco di Venezia dott Luigi Brugnaro nel luglio 2015 ha indicato il Venezia Fc come società idonea a rappresentare la città di Venezia».

Dello stesso parere, circa l’utilizzo del nome Venezia da parte di più società, è stato il presidente della LND Antonio Cosentino ribadendo che: «il riferimento alla città di Venezia non è di pertinenza esclusiva di una società».

Nel frattempo le due società continuano a muovere i propri passi nelle categorie d’appartenenza: il Venezia FC, promosso in Lega Pro, ha assunto Filippo Inzaghi come allenatore in vista della prossima stagione, mentre il Venezia 1907 ha confermato il tecnico dello scorso finale di stagione, Marco Omancini.

Entrambe le compagini, in ogni caso, non staranno a guardare nella propria categoria, Inzaghi, infatti, ha così dichiarato in conferenza stampa: «In questi giorni ho ricevuto tante proposte, anche dalla Cina, ma non ho avuto dubbi nel scegliere Venezia perché non si sposa una categoria ma un progetto vincente. Abbiamo un presidente da Champions League e questa per me è la serie A. Darò tutto me stesso, sono entusiasta come il primo giorno di scuola, emozionato come quando dovevo allenare il Milan».

Dall’altra parte, in Terza Categoria, Omancini dichiara: «Il Venezia è speciale e non avrei mai allenato un’altra squadra. Io e il mio staff siamo pronti a ripagare la fiducia di chi ci ha dato nuovamente questa opportunità con l’impegno di sempre, anzi mettendoci qualcosa di più. Per me questa non è soltanto una società di calcio, ma una squadra alla quale sono fortemente legato sia dai sentimenti sia dal fatto di essere veneziano».

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Scarpa Basteri: «Il Venezia siamo noi»

Scarpa Basteri: «Il Venezia siamo noi»

Tempo fa s’era dato conto, benché non approfonditamente, di una vicenda che, nonostante esposta a fine campionato, stava continuando a far sentire la propria eco in Laguna: due-Venezia affollano il mondo del dilettantismo nazionale e, più in particolare, di quello veneto.
Ma è bene fare un passo indietro rispetto a quanto detto, pur mantenendo qualche punto fermo tra quelli già citati nel precedente articolo: il Venezia FC, sorto dalle ceneri dell’FBC Unione Venezia, s’è riscritto al Girone C della Serie D e ora – vincitore del campionato – salirà in Lega Pro, tornando tra i professionisti. Il Venezia 1907, invece, ha preso parte al campionato di Terza Categoria. Il Venezia FC ha visto l’ingresso del noto Joe Tacopina in laguna il quale, «with a long term project», vorrebbe rifondare la squadra arancioneroverde e mettere in piedi un nuovo stadio, proseguendo nella tradizione degli investitori stranieri degli ultimi anni che tendono al quadrante di Tessera per la costruzione dell’impianto, (ipotesi mai concretizzatasi neanche nell’era Zamparini). Il Venezia 1907 si sta facendo largo da ora nell’immaginario collettivo lagunare ma anche Scarpa Basteri ha un progetto a lungo termine.
Un altro dato da tenere a mente è che il Venezia FC è arancioneroverde, così come – formalmente – lo è anche il Venezia 1907. Pur tuttavia, la squadra di Scarpa Basteri si rifà alla tradizione neroverde del Venezia, quella originaria prima della fusione ai tempi di Zamparini col Mestre. Per i lettori non veneti questa può sembrare una minuzia da nulla, una cosa di poco conto e magari neanche da menzionare, tuttavia, rappresenta una più che significativa, doverosa, precisazione per i lettori della Regione e della Serenissima in particolare.

Alfa e Omega del dilettantismo, verrebbe da pensare, e invece c’è molto di più di una semplice constatazione fatta dopo aver osservato i due campionati d’appartenenza delle due squadre.

In principio fu il marchio

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Il Presidente del Venezia 1907, Scarpa Basteri, venuto a sapere dell’asta a rilancio per l’acquisto del simbolo dell’SSC Venezia nell’estate dello scorso anno, si aggiudica dopo varie offerte il logo del calcio Venezia che fu dei Fratelli Poletti e che ereditava la dell’AC Venezia (marchio compreso), già fallito in precedenza. Quello della gestione Zamparini, di Recoba e Maniero, dell’Intertoto sfiorato, insomma. I possibili compratori di quel simbolo, in sostanza, erano due: Scarpa Basteri e i dirigenti dell’allora FBC Unione Venezia, società non reiscrittasi  al campionato di Lega Pro e quindi fallita.

Succede, in ogni caso, un qualcosa che i dirigenti arancioneroverdi non si aspettavano: Scarpa Basteri rilancia fino ad arrivare cifre importanti (quasi trentamila euro) e si aggiudica il marchio del centenario del Venezia. Con quel logo, infatti, l’SSC Venezia di Poggi, Lotti, del tecnico Michele Serena ma anche dei meno noti Grighini e Drascek, festeggiò il centenario dalla fondazione del Calcio Venezia, per l’appunto, 1907.

La questione matricola

Scarpa Basteri, ovviamente, non rimane con le mani in mano e fonda una squadra iscrivendola in fretta e furia al campionato della Terza Categoria di Venezia, numero di matricola: 943473. Un pugno di giorni dopo, però, Tacopina rende noto il matrimonio lagunare con l’ex dirigenza arancioneroverde dell’FBC Unione Venezia e fonda una nuova squadra che riparte dalla Serie D, il Venezia FC, numero di matricola: 943476.

Perché soffermarsi sulle matricole? E’ presto detto: perché le NOIF (Norme organizzative interne della FIGC) all’articolo 17 riportano testualmente: «la denominazione sociale risultante dall’atto di affiliazione è tutelata dalla FIGC secondo i principi della priorità e dell’ordinato andamento delle attività sportive». Priorità, dunque, che avrebbe il Venezia 1907, avendo ottenuto un numero di matricola precedente rispetto a quello del Venezia FC.

Ci può essere un Venezia solamente? Non c’è stata una presa di posizione ufficiale della FIGC a riguardo ma Iogiocopulito ha già contattato il Presidente del CR Veneto Giuseppe Ruzza per un suo parere a riguardo. Quel che conta è che, al momento, il Venezia 1907 (e non il Venezia FC) ha un diretto rimando col passato della storia del calcio lagunare, dato che ne ha preso il simbolo del centenario. La situazione, dunque, è in fieri tanto per il Venezia FC di Tacopina, quanto per il Venezia 1907 di Scarpa Basteri che, almeno per un altro anno, dovrà rimanere nel gorgo della Terza Categoria.

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