Dubbi e incomprensioni: Perchè in Italia c’è bisogno dell’Allenatore Manager

Dubbi e incomprensioni: Perchè in Italia c’è bisogno dell’Allenatore Manager

La finestra di calciomercato è quel periodo dell’anno dove i tifosi sognano, i dirigenti non dormono la notte e i calciatori vivono nell’incertezza più totale. Mesi caldi, dove si costruisce il destino della stagione che verrà e dove tutti i club cercano di sbagliare il meno possibile. Se le modalità di acquisto e cessioni dei calciatori sono per lo più identiche ad ogni latitudine, l’Inghilterra ha una figura diversa rispetto agli altri paesi europei, un personaggio che nelle altre nazioni ancora fatica a prendere quota: l’allenatore manager.

Diventare un ‘’manager all’inglese’’ è forse il sogno di qualunque giovane allenatore all’inizio della propria carriera tra i polverosi campi delle serie minori. Autorità, potere decisionale in sede di mercato, controllo dei costi e delle risorse, massima condivisione di tutti gli aspetti relativi al club: questi sono i capisaldi che ruotano intorno alla figura del manager inglese, il quale ha la possibilità di plasmare la propria creatura come meglio crede fin dalle fondamenta. In Italia, come nel resto d’Europa, invece non funziona così. Qui la figura del direttore sportivo la fa da padrone, con l’allenatore relegato ad un ruolo marginale, a cui spesso non è neanche concesso mettere bocca in sede di mercato e a cui viene chiesto semplicemente di allenare i calciatori acquistati dalla società. I risultati sono spesso una mancanza di comunicazione e troppe differenze di vedute tra mister e dirigenza, con l’esonero a fare troppo spesso da triste epilogo alla vicenda. Gli allenatori, da sempre i primi a pagare quando le cose vanno male e ad essere messi immediatamente sulla graticola dopo un paio di sconfitte, meriterebbero di avere la possibilità di poter costruire una squadra a loro immagine e somiglianza, per poi essere giudicati complessivamente sul loro operato.

Purtroppo nel nostro paese questo ancora non avviene, venendosi spesso a creare situazioni anche grottesche, come accaduto all’Inter la scorsa estate. In una situazione di caos più totale, Mancini lasciò infatti l’Inter a pochi giorni dall’inizio della stagione per ‘’divergenze di vedute’’, con la società che corse in fretta e furia a i ripari sostituendolo con l’olandese De Boer, a cui però affidò una squadra costruita senza capo né coda, con risultati finali a dir poco terrificanti. Neanche è terminato il campionato ed ecco che un’altra situazione simile si staglia già all’orizzonte, stavolta in casa Lazio. Simone Inzaghi, autore di una stagione straordinaria, ha una visione molto chiara della situazione attuale e del possibile futuro dei biancocelesti: per competere in Europa bisogna trattenere i migliori, o al limite sostituirli con gente di pari valore e, nel contempo, allungare la rosa che giocatori già pronti e affidabili, questo è il suo pensiero. Purtroppo però qui si scontra con la filosofia societaria, la quale per mano del Ds Tare che appare intenzionata a gettarsi come al solito nell’ennesimo mercato fatto di scommesse, ragazzi giovani e qualche parametro zero da rilanciare. Una differenza di vedute che, se non risolta per tempo, potrebbe portare a clamorose scelte come già avvenuto nel recente passato in altre piazze.

In un clima di totale incertezza, fatto di allenatori scontenti e di direttori che non trovano il bandolo della matassa, ecco allora che l’importare dalla Premier la figura dell’allenatore manager potrebbe essere la classica panacea per tutti i mali. Dovendo lavorare tutti i giorni sul campo con i calciatori, appare decisamente più meritocratico dare al mister la possibilità di scegliere quei ragazzi che ritiene più congeniali al suo tipo di gioco, senza tener conto poi del risparmio di tempo che si avrebbe nella focalizzazione degli obiettivi senza i ‘’diverbi’’ tra direttore sportivo e allenatore a fare da contorno. Una figura manageriale di campo sarebbe l’ideale anche per evolvere finalmente la figura del mister, oggi inteso come semplice allenatore di campo: se nelle categorie minori il lavoro si svolge prevalentemente sul rettangolo verde, a certi livelli sarebbe auspicabile un salto di qualità, un cambio di passo che renda l’allenatore di calcio un vero e proprio dirigente capace di curare a 360 gradi tutte le questioni relative ai propri ragazzi, proprio come avviene da svariati anni nella patria del calcio.

 

 

Non tutti possono permettersi un Buffon, eppure giovani talenti crescono

Non tutti possono permettersi un Buffon, eppure giovani talenti crescono

Nel calcio i giocatori più famosi, più invidiati e, spesso, più pagati, sono gli attaccanti. Chi fa gol è da sempre il personaggio più in vista, più amato dalla folla divenendo simbolo e bandiera di un determinato club. Se è anche vero che una squadra vincente si costruisce innanzitutto dalla difesa e che il centrocampo è la zona nevralgica del campo, troppo spesso ci si dimentica invece del ruolo cardine di qualsiasi compagine: il portiere.

Il numero uno è, fin dagli albori del gioco del calcio, il ruolo più delicato e per certi versi affascinante del calcio. Il portiere non ha compagni di reparto, è solo contro tutti. Se un attaccante sbaglia dieci gol, queste occasioni mancate verranno magicamente dimenticate non appena il suddetto giocatore realizzerà una rete. Ma per il portiere non è così, per lui è tutto diverso. L’estremo difensore deve essere sempre concentrato, non può avere cali, non si può permettere di avere incertezze: il portiere può essere perfetto per un intero match, ma basta un suo piccolo errore per cambiare le sorti della contesa, trasformando di fatto una piccola incertezza in uno sbaglio dall’enorme peso specifico. Decidere di diventare un estremo difensore, l’ultimo baluardo a difesa della porta, non è una scelta facile, implica sacrificio, forza mentale e tanto coraggio. Qualunque club, sia che esso punti a traguardi ambiziosi che ad una semplice salvezza, ha nella sicurezza del proprio portiere il pass per raggiungere i propri obiettivi.

La Lazio, che il prossimo anno avrà anche l’impegno europeo oltre a quelli nazionali, è una di quelle squadre che al momento devono ancora decidere a chi affidare le chiavi della propria porta in vista della prossima, fondamentale, stagione. Questo campionato ha regalato due certezze in casa biancoceleste: Marchetti non è più in grado di fare il titolare in un club ambizioso, mentre Strakosha sembra essere definitivamente esploso e può essere preso seriamente in considerazione per gli anni a venire. Sono tante le soluzioni che stanno vagliando Tare e la società, ma per una squadra che deve puntare con decisione a rimanere nel giro europeo alcune scelte appaiono obbligate. Considerando Marchetti un sicuro partente e con Vargic che non sembra aver ancora convinto Inzaghi, se la Lazio decidesse di puntare su un portiere già pronto potrebbe comunque scegliere una linea interna, ovvero Berisha. L’albanese, reduce da un’ottima stagione all’Atalanta, ha dimostrato di essere un estremo difensore affidabile, finalmente maturo, che para il parabile senza avere però nelle proprie corde colpi da campione. Dopo una stagione altamente positiva, un portiere come Berisha potrebbe però avere diverse offerte sia in Italia che all’estero e la sua cessione diverrebbe piuttosto utile per rimpinguare le sempre poco floride casse biancocelesti. Gli altri nomi che in questo periodo girano intorno al mondo Lazio sono quelli di Sirigu, Neto e Consigli, ma nessuno di questi sembra regalerebbe alla porta biancoceleste quella tranquillità necessaria per affrontare con serenità gli anni a venire.

L’unico nome veramente interessante è quello di Mattia Perin, l’estremo difensore genoano che potrebbe essere acquistato in saldo a causa del suo recente problema al ginocchio. Le qualità del portiere rossoblu non si discutono e, se non ci fossero problemi di recupero fisico dall’infortunio, potrebbe rappresentare una soluzione di altissimo livello per blindare a doppia mandata la porta laziale per svariate stagioni. C’è però anche un’altra possibilità, decisamente low cost, che dalle parti di Formello stanno seriamente prendendo in considerazione: dare fiducia al talentuoso Strakosha, affiancandogli magari un secondo esperto. Questa soluzione, auspicata dalla piazza, sembra convincere anche mister Inzaghi, da sempre fiducioso sulle qualità del giovane albanese che quest’anno ha dimostrato di poter difendere una porta così impegnativa. Ovviamente, vista l’età e la poca esperienza del ragazzo, in questo caso la scelta del dodicesimo diventerebbe fondamentale: gente come Sorrentino e Storari potrebbero fare da chioccia al giovane talento, aiutandolo nei momenti difficili grazie alla loro infinita esperienza. Tra soluzioni interne e possibili acquisti la Lazio ha quindi ampia scelta per programmare al meglio la difesa della propria porta nelle prossime stagioni, ma una cosa è certa: la scelta del portiere non si può sbagliare perché, come affermavano gli esperti già negli anni ’50, il portiere vale mezza squadra e questo è un caposaldo del gioco del calcio che, anche col passare degli anni e col cambiare delle epoche, mai muterà.

La grande Lazio di oggi e la solita incognita di domani

La grande Lazio di oggi e la solita incognita di domani

Da sempre, nel mondo del calcio, quando si avvicina la stagione del calciomercato le aspettative più alte sono rivolte ai nomi in entrata. Tutti i tifosi sognano il grande colpo, l’acquisto dell’anno, l’arrivo di un calciatore capace di fare la differenza. Nella mente dei tifosi, sono gli acquisti a far diventare grande una squadra, ma il mercato in entrata è solo una faccia della medaglia. L’altra metà della mela è rappresentata dalle cessioni, fondamentali per reperire i fondi necessari a puntellare la rosa. Se comprare, avendo disponibilità economica, è relativamente semplice, cedere è tutt’altra faccenda.

Un aspetto molto importante relativo al mercato in uscita è la richiesta che un determinato calciatore ha sul mercato. Avere in rosa un ragazzo bravo tecnicamente e che magari ha disputato un’ottima stagione è una buona base di partenza, ma da sola non basta. L’altro aspetto di fondamentale importanza è il contratto: se il suddetto calciatore ha un contratto in scadenza a breve, il valore economico del ragazzo sarà per forza di cose ridimensionato, se non addirittura sballato in relazione al suo reale valore sul campo. L’esempio perfetto di quanto affermato lo abbiamo in casa Lazio, dove due ottimi calciatori come Keita e De Vrij, a causa del loro contratto in scadenza nel 2018, non pongono la Lazio in una posizione di forza in vista della prossima sessione di calciomercato. Il senegalese ha disputato una stagione da assoluto protagonista, è un classe ’95, ha dimostrato di avere ampi margini di miglioramento e, una volta sentitosi coinvolto al 100% dal tecnico Inzaghi, ha letteralmente trascinato i biancocelesti alla qualificazione europea. In condizioni normali, ovvero con un contratto blindato, la valutazione di Keita potrebbe tranquillamente oscillare tra i 25 e i 35 milioni, ovvero cifre che fanno ormai parte della normalità quando si parla di un giovane talentuoso.

Stesso discorso per il difensore olandese il quale, nonostante qualche acciacco fisico, in questi anni in Italia ha dimostrato di essere uno dei migliori centrali a livello europeo. Entrambi hanno però la questione rinnovo da risolvere, essendo legati alla Lazio da un contratto con scadenza tra dodici mesi. Avere potere in sede di trattativa è fondamentale per la buona riuscita di un affare, cosa che in questo momento appare difficile pronosticare dalle parti di Formello. Tolti i top club europei, tutte le squadre hanno necessità di vendere bene per poi rinforzarsi e la Lazio non fa eccezione. Ecco allora che una o due cessioni eccellenti possono dare linfa vitale per compiere quel salto di qualità troppe volte rimandato e cercare di restare nelle posizioni che contano in maniera costante e prolungata. Ad oggi la situazione non è delle più semplici, con ambedue i calciatori che rischiano seriamente di lasciare Roma a fronte di offerte ‘’al ribasso’’ da parte dei club interessati ai ragazzi. Se rinnovare a Stefan De Vrij appare ormai assai complicato, al momento la questione Keita sembra invece ancora possibile da sanare e questo soprattutto grazie al tecnico Inzaghi. Il mister biancoceleste ha lavorato sin da inizio ritiro sulla testa del senegalese, facendolo sentire importante e responsabilizzandolo, aprendogli gli occhi e facendogli comprendere quale sia la strada giusta per diventare un calciatore di valore internazionale. Il ragazzo ha apprezzato, si è messo sotto e ha lavorato duramente, smussando anche alcuni lati un po’ spigolosi del proprio carattere e ad oggi le possibilità di rinnovo sembrano essersi incredibilmente alzate. Con poche partite ancora da giocare e una finestra di mercato che aprirà ufficialmente il 1 luglio, la Lazio ha quindi l’assoluto bisogno di fare chiarezza e programmare con lucidità rinnovi e cessioni estive per poi gettarsi a capofitto nell’opera di rafforzamento per la prossima stagione cercando, se possibile, di non ripetere gli orrori che hanno contraddistinto troppe sessioni di calciomercato del passato.

Nobili decadute: dall’Aston Villa al Magdeburgo, quando il blasone non basta

Nobili decadute: dall’Aston Villa al Magdeburgo, quando il blasone non basta

Dopo un solo anno di purgatorio, il Newcastle grazie al successo contro il Preston ha conquistato la matematica promozione in Premier League. Notizia questa che può solamente far piacere a tutti gli appassionati di calcio, i quali rimasero abbastanza sbalorditi la scorsa stagione alla notizia della retrocessione del glorioso club bianconero. Se l’ex squadra di Alan Shearer è riuscita a ‘’limitare i danni’’ tornando nella massima serie dopo un solo anno di assenza, ci sono svariate compagini, una volta gloriose e dal grande seguito, che oggi veleggiano in serie minori quasi nell’anonimato più totale.

Restando in Inghilterra, ne sono l’esempio due club che per motivi diversi adesso militano in Premiership, ovvero la serie cadetta inglese: l’Aston Villa e il Nottingham Forest. I primi sono retrocessi  lo scorso anno insieme ai Magpies ma, al contrario della truppa di Benitez, in questa stagione hanno trovato molti ostacoli sul loro cammino non riuscendo ad entrare mai nella lotta per la promozione. I vincitori di due Coppe dei Campioni consecutive sul finire degli anni ’70, non vedono invece la massima serie dall’ormai lontano 1999: da allora i sostenitori del glorioso Forest sono costretti a girare i campi di seconda e talvolta terza serie, con modesti piazzamenti finali che nemmeno l’avvento dell’imprenditore Al-Hasawi è riuscito a migliorare. Se in Italia possiamo ritenerci relativamente fortunati, con piazze importanti come Torino e Genova che sembrano aver ritrovato la giusta continuità di presenze nel massimo campionato, in Germania la situazione è totalmente opposta. Monaco 1860, Dinamo Dresda, Magdeburgo e Hansa Rostock sono solo alcune delle squadre storiche tedesche cadute ormai da tanto tempo nel dimenticatoio delle serie inferiori.

La più antica squadra di Monaco sta forse vivendo uno dei momenti più difficili della propria storia, non vedendo la massima serie da oltre dieci anni e rischiando per il secondo anno consecutivo una clamorosa retrocessione in terza divisione. Terza divisione che è la casa sia del Magdeburgo, una delle squadre più vincenti della ex Germania orientale, che dell’Hansa Rostock. Se i primi, dopo anni di militanza nelle serie regionali, sembrano aver imboccato la strada giusta e sono tuttora in lotta per la promozione nella serie cadetta tedesca, lo stesso non si può dire per l’Hansa Rostock, club che è al quarto posto come numero di sostenitori in tutta la nazione. I biancoblu, pur non essendo mai stati una compagine particolarmente vincente, negli anni ’90 riuscirono a rimanere con costanza in Bundesliga, regalando qualche soddisfazione ai suoi quasi 4 milioni di fans. Oggi la realtà è un’altra e vede i ragazzi di Rostock sudarsi quasi ogni stagione la permanenza nel poco nobile campionato di terza divisione. Un piccolo passo in avanti lo ha compiuto la Dinamo Dresda, anch’essa ex gloria della vecchia Germania dell’est, che lo scorso anno ha conquistato la promozione nella serie cadetta e che quest’anno è andata vicino a giocarsi il grande salto nella massima serie.

Non solo in Europa però le grandi storiche a volte faticano a rimanere tali, anche oltre oceano in questi ultimissimi anni abbiamo assistito a vere e proprie cadute degli Dei. Impossibile infatti non menzionare la straziante retrocessione del River Plate, avvenuta nel 2011 tra le lacrime delle 70 mila persone che affollavano il Monumental. Fu la prima retrocessione dei Millonarios in 110 anni di storia e per gente che ‘’vive di calcio’’ come in Sudamerica il colpo fu terribile, mitigato solamente dal pronto ritorno nella massima serie e dalla conquista del titolo avvenuto nel 2014. Se in Argentina la retrocessione dei biancorossi può essere considerata un autentico evento, non fu da meno la storica caduta del Palmeiras. L’ex club di Cafu infatti, tra il 2002 e il 2012 dovette subire l’onta di ben due retrocessioni nella serie cadetta brasiliana, avvenimenti che dalle parti di San Paolo vennero vissuti come vere e proprie disgrazie divine. Ma, come un’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri e seguendo l’esempio del sopracitato River, anche i Verdi in breve tempo riuscirono a risalire la china e a far brillare di nuovo la propria stella, la quale nel 2016 emise un bagliore accecante per festeggiare il nono titolo della loro gloriosa storia.

Lazio, tra imborghesimento e sindrome da pancia piena

Lazio, tra imborghesimento e sindrome da pancia piena

Da sempre il derby nella città di Roma ha un sapore particolare e regala emozioni impossibili da trovare nelle altre stracittadine italiane. Se il valore intrinseco della partita non è cambiato e si può tuttora affermare con assoluta certezza che il match tra Roma e Lazio è e probabilmente rimarrà ancora per molto tempo ‘’la partita’’ per eccellenza, qualcosa sembra essere invece mutato nel popolo laziale.  Appassionato e mai domo, negli anni ’80 il laziale era un tifoso dotato di un grandissimo senso di appartenenza e in possesso di un animo fiero e gagliardo. Nonostante i problemi e le vicissitudini dell’epoca, era impensabile immaginare un Olimpico semivuoto ad una qualsiasi partita del campionato cadetto, figurarsi in un derby. Con l’avvento di Cragnotti e il conseguente ciclo di vittorie da parte del team biancoceleste però, questo spirito fiero è scemato poco a poco. Con una squadra vincente il pubblico ha iniziato ad avere il palato fine, aumentando il volume delle critiche e allontanandosi sempre più dagli spalti. Emblematico fu il numero di abbonati registrato dai capitolini per la stagione successiva al secondo scudetto, che si assestò ad un misero 26 mila, numero tutt’altro che positivo. Da allora la strada si è fatta sempre più impervia, con svariati fattori che hanno allontanato anno dopo anno il tifoso della Lazio dallo stadio Olimpico.

Le battaglie contro Lotito, i parcheggi, la scomodità dell’impianto e il momento non positivo dal punto di vista economico sono solo alcuni dei motivi che hanno contribuito a svuotare lo stadio. Ma non c’è solo questo. Sarebbe infatti illusorio convincersi che, ad esempio, in Europa League la Lazio faccia registrare da anni il record negativo di presenze (in media poco meno di 10 mila a match) di tutta la competizione, solo per questioni ‘’esterne’’. Se il calo delle presenze negli impianti è un problema ormai radicalizzato in tutta la nostra penisola, quello che sta accadendo alla Lazio è qualcosa che va oltre. Il tifoso biancoceleste più passa il tempo e più continua la sua inesorabile trasformazione in tifoso ‘’del terzo millennio’, ovvero pantofolaio e a cui piace criticare (spesso esagerando) da lontano. L’amore per la squadra e verso i propri colori non sono in discussione, dato che nell’etere radiofonico e nel web il pubblico di fede laziale è uno dei più attivi, ma ormai la questione sta diventando prettamente di pigrizia. L’esempio principe di quanto si sta affermando è il derby che si disputerà domenica prossima. Sino agli inizi degli anni 2000 era impensabile trovare un posto libero a due giorni da un match tanto atteso, mentre adesso siamo arrivati al paradosso di fare appelli e dover quasi pregare la gente di andare a sostenere i propri ragazzi nella stracittadina.

A pochi giorni dall’evento infatti, sono solo poche migliaia i biglietti acquistati dai tifosi biancocelesti, i quali stanno dimostrando di avere la cosiddetta ‘’pancia piena’’ dopo il successo nel derby di Coppa. Se è assolutamente inaccettabile snobbare un importante match di campionato solo per aver eliminato i cugini da un’altra competizione, un altro motivo di disinteresse verso la stracittadina di domenica è l’avvicinarsi della finale di Coppa Italia. Anche qui però la motivazione non regge dato che, tanto per rimanere in ambito campionato e coppa, il Napoli poco tempo fa ha dovuto incontrare due volte la Juventus nel giro di tre giorni e in entrambe le occasioni il San Paolo era comunque pieno in ogni ordine di posto. Ecco quindi che il ‘’preferire’’ la finale al derby, o il sentirsi ormai ‘’sazi’’ dopo aver eliminato la Roma in semifinale non possono essere ritenuti motivi validi per disertare un match che, a meno di clamorose impennate dell’ultima ora, vedrà i ragazzi di Inzaghi scendere in campo con sole poche migliaia di persone al proprio fianco. E di questo, c’è solo da vergognarsi.