Lazio: risultati contro coerenza, la fine dell’onestà intellettuale

Lazio: risultati contro coerenza, la fine dell’onestà intellettuale

Nel calcio, si sa, alla fine contano i risultati. Il bel gioco, i complimenti, le chiacchiere, tutto passa in secondo piano di fronte al risultato del campo, l’unico giudice imparziale e contro cui è impossibile appellarsi. Se da un lato è corretto dare la massima importanza ai punti e ai traguardi raggiunti, non bisogna però mai perdere di vista l’obiettività e soprattutto la propria onestà intellettuale. Per avere un esempio perfetto di come il risultato di una o più partite possa far deragliare l’obiettività e la coerenza di pensiero, è sufficiente notare quanto accaduto in casa Lazio in questi ultimi giorni. I fatti in questione si riferiscono alle sfide contro la Roma in Coppa Italia e il Napoli in campionato.

In tutte e tre le sfide (quattro, contando l’andata al San Paolo in campionato) il tecnico della Lazio Inzaghi ha adottato lo stesso identico piano tattico, ovvero difendersi per poi ripartire in contropiede. Una scelta, quella del tecnico biancoceleste, assolutamente condivisibile vista la netta superiorità tecnica degli avversari in questione e che, in tre occasioni su quattro, ha dato i suoi frutti anche dal punto di vista del risultato finale. Ripercorriamo brevemente da dinamica dei fatti: a novembre la Lazio torna da Napoli con un punto, frutto di una partita assai sofferta e in cui anche la fortuna ha dato una mano alla compagine romana che rientra a Roma con un punto e tra gli applausi della propria gente. I due derby di coppa contro i cugini della Roma sono un vero e proprio trionfo, con la tattica attendista di scuola italiana che paga e con la Lazio che conquista meritatamente l’accesso alla finale. L’ultima sfida invece, quella contro i partenopei all’Olimpico, non va come le altre: l’atteggiamento adottato è lo stesso delle altre sfide ma, nonostante qualche buona occasione creata, ad andare sul doppio vantaggio sono gli ospiti con la Lazio che non riesce a recuperare perdendo così la sfida. Ed è, guarda caso, all’indomani della sconfitta contro il Napoli che iniziano a giungere ad Inzaghi svariate critiche, la maggior parte delle quali rivolte al suo atteggiamento tattico ritenuto troppo rinunciatario dalla stessa gente che poche ore prima ne aveva tessuto le lodi.

Analizzando i quattro match, si nota tra l’altro come la ‘’peggior’’ partita disputata dai biancocelesti, ovvero quella in cui hanno concesso maggiori occasioni agli avversari, sia senza ombra di dubbio la prima al San Paolo, dove solo una buona dose di fortuna permise ai romani di tornare a casa con un punto. Ma il risultato di un match spesso cancella le prestazioni e altera la percezione dei fatti, con troppe persone che finiscono per giudicare unicamente il punteggio finale anziché quanto visto in campo. Il calcio non è una scienza esatta e nessuno dispone di una sfera di cristallo con la quale prevedere il futuro, ma la scelta del tecnico Inzaghi di affrontare Roma e Napoli sempre con questo metodo (da sempre il più efficace) era e rimane corretta sotto tutti i punti di vista. Adottare la stessa tattica che ha consentito di vincere un match, non significa però automaticamente riuscire a portare a casa anche quello successivo, dato che le variabili e le dinamiche in gioco nell’arco di 90 minuti sono praticamente infinite.

L’Italia è un paese ‘’calciofilo’’, dove tutti si sentono in diritto di dire la propria sulle scelte di allenatori e dirigenti, ma quando questo porta ad analisi palesemente contraddittorie tutto ciò diventa un errore. Fermo restando che la diversità di opinione è alla base di una qualsiasi analisi volta al miglioramento costante, è inammissibile perdere obiettività e coerenza di fronte ad un misero risultato finale, il quale ancora oggi risulta purtroppo capace di cancellare l’onestà intellettuale dalle menti degli appassionati.

Derby di Roma: via le barriere, torna lo spettacolo…e la normalità

Derby di Roma: via le barriere, torna lo spettacolo…e la normalità

A Roma si torna a respirare aria di derby, quello vero. Martedì 4 aprile, dopo svariate stracittadine disputate in un clima surreale, avremo la possibilità di rivivere la vera atmosfera del derby capitolino come non accadeva da ormai troppo tempo. Sono infatti passati ben due anni e mezzo da quando, a cavallo tra l’agosto e il settembre del 2015, il Prefetto Gabrielli ebbe l’infelice idea di dividere entrambe le curve dello stadio Olimpico con un’inutile barriera. Sovraffollamento, maggior sicurezza, più ordine: queste furono le scuse poco credibili che i fautori di tale provvedimento diedero in pasto alla stampa, cercando di far passare come necessario un provvedimento in realtà totalmente inutile. Gli ultras, da ambo le parti, la presero malissimo, disertando praticamente per l’intera stagione lo stadio e rendendo le partite interne delle squadre romane uno spettacolo taciturno e desolante.

Dopo un anno di assenza i tifosi della Lazio, al contrario dei supporters giallorossi, decisero di tornare di modo da non lasciare sola la squadra per un’altra stagione, scelta che generò polemiche sia all’esterno che all’interno dello stesso popolo laziale. Nonostante il ritorno degli ultras biancocelesti in curva, nessun derby finora disputato è però mai riuscito a dare un senso di ‘’normalità’’ all’evento. Il derby è fatto di sfottò, cori, colore, entusiasmo e sana rivalità, tutte cose che se dall’altra parte manca l’avversario di sempre non ci sarà verso di ottenere. Ecco allora che per un anno e mezzo la città di Roma si è vista sottrarre l’evento sportivo più bello e invidiato, quel match che per quasi un secolo ha fatto sognare, gioire e piangere come se in palio ci fosse ben altro di una semplice partita di campionato. Ma finalmente la luce sembra essere tornata, la speranza di rivedere l’antica rivalità cittadina riaccendersi ha finalmente ripreso vita pochi giorni fa, quando sono iniziati ufficialmente i lavori per la rimozione delle tante discusse barriere divisorie all’interno delle due curve. Con i settori che torneranno a ruggire all’unisono entro il 4 aprile, ecco che in città si è subito ripreso ad assaporare una vecchia atmosfera, quella del grande evento. Caccia al biglietto con interminabili file nelle ricevitorie, fascino dell’orario notturno a fare da cornice, curve polverizzate e tanto entusiasmo da ambo le parti per una partita che potrebbe finalmente tornare a regalare un colpo d’occhio invidiabile.

Con le previsioni che parlano di almeno 50 mila persone sugli spalti, la palla adesso passa agli ultras: non saranno ammessi passi falsi ed errori dal punto di vista dell’ordine pubblico. Quello che chiedevano i tifosi più caldi, ovvero il ritorno alla normalità, è stato fatto, ma ora sta a loro dimostrare di “meritare” tale fiducia (persa non si sa quando), ricreando quel fantastico ed elettrizzante clima fatto di voce e colore tenendo però fuori tutti quegli atti totalmente sconsiderati che in passato hanno portato alla decisione di dividere il settore a loro più caro.

Non solo Gigio: per il dopo Buffon siamo in buone mani

Non solo Gigio: per il dopo Buffon siamo in buone mani

Dopo tanti anni in cui Gigi Buffon ha tenuto al sicuro la porta della Nazionale italiana, da settembre 2018 probabilmente bisognerà trovare un nuovo numero uno che possa assolvere a questo compito. È assai probabile infatti che il miglior portiere al mondo degli ultimi trent’anni, se non di sempre, al termine dei prossimi mondiali in Russia decida di lasciare la Nazionale e forse appendere definitivamente gli scarpini al chiodo. Se fino a pochi anni fa, per mancanza di valide alternative, una tale eventualità avrebbe fatto raggelare il sangue, oggi possiamo affermare con assoluta certezza che l’eredità di Gigi sarà presa in carico da ragazzi di assoluto valore.

Il predestinato per eccellenza è senza ombra di dubbio Gianluigi Donnarumma, portiere classe ’99 del Milan che ha già ampiamente dimostrato di possedere tutte le doti del campione. Possente fisicamente e dotato di riflessi fuori dal comune, quello che stupisce maggiormente di questo autentico talento è la calma e la tranquillità con cui difende una delle porte più ‘’calde’’ d’Italia, denotando di possedere già una testa e una personalità da portiere esperto e navigato.

Se Donnarumma può essere considerato il naturale erede di Buffon sotto tanti di punti di vista, al momento il portiere che unisce enormi doti tecniche ad una discreta esperienza è Mattia Perin. Il numero uno del Genoa, nonostante i due sfortunati infortuni al ginocchio di cui è stato vittima, è da considerarsi a tutti gli effetti il ragazzo più esperto affidabile tra tutti i giovani talenti in rampa di lancio. Con il ruolo di titolare e di vice sulla carta già assegnati, al momento è lotta aperta per il ruolo di terzo portiere, ovvero quell’outsider pronto ad approfittare di una situazione favorevole per scalare le gerarchie. Senza dimenticarsi di portieri dal rendimento assicurato come i vari Consigli, Sirigu e Viviano, i ragazzi che al momento stanno rubando la scena e che hanno nelle loro corde il poter sognare la maglia azzurra sono altri.

Iniziando dall’Udinese, la quale tra le sue fila può contare ben due gioiellini come Meret e Scuffet, altri nomi caldi per il nuovo corso azzurro rispondono al nome di Guerrieri, Provedel e Cragno. Scuffet e Guerrieri sono quelli che attualmente partono in leggero ritardo per colpa di un paio di stagioni ben al di sotto delle loro possibilità, ma considerando la giovanissima età e il talento dei ragazzi in questione la partita è ancora tutta da giocare. L’attuale stagione ha fatto salire alla ribalta sia Cragno, portiere del Benevento che dopo diverse stagioni di apprendistato nella serie cadetta sembra aver imboccato la strada della consacrazione, che Meret. Proprio il talento scuola Udinese, al momento in prestito alla Spal, è il giovane che ha impressionato maggiormente durante il corso del campionato. Reattivo, concentrato e sicuro come un veterano, il gioiellino friulano sembra aver stregato addirittura la Juventus, la quale potrebbe affidargli le chiavi della porta bianconera a partire dalla stagione 2018/2019.

L’ultimo nome, probabilmente il meno pubblicizzato, è quello di Ivan Provedel. Portiere classe ’94 attualmente in prestito alla Pro Vercelli ma di proprietà del Chievo, dopo aver difeso egregiamente le porte di Perugia, Modena e Pro Vercelli, appare pronto per il grande salto nella massima serie, dove potrà dimostrare al grande pubblico tutte le sue doti. Con una lista così ricca e con altri talenti pronti a sbocciare da qui ai mondiali in terra russa dell’estate 2018, l’unica certezza che abbiamo è che chiunque sarà a prendere il posto dell’attuale capitano azzurro avrà tutte le carte in regola per chiudere a doppia mandata la porta della nostra Nazionale.

 

La miglior difesa è la Difesa: la guerra al guardiolismo e la Lazio

La miglior difesa è la Difesa: la guerra al guardiolismo e la Lazio

Negli ultimi anni abbiamo assistito all’avvento di nuove filosofie, capaci di creare correnti di pensiero innovative e di ribaltare teoremi tattici che per alcuni apparivano obsoleti. L’ultimo decennio ha visto salire alla ribalta impianti di gioco costruiti su pensieri e ideologie tattiche palesemente in contrasto con alcune regole da sempre considerate inattaccabili. I nuovi astri nascenti delle panchine europee, dopo l’avvento del ‘’Guardiolismo’’, hanno cercato di ribaltare svariati capisaldi del calcio. Possesso palla ossessivo, inizio della manovra palla a terra fin dal portiere, gioco offensivo in ogni occasione, integralismo: queste le nuove idee di calcio che hanno preso piede negli ultimi anni, abbagliando platee convinte di assistere alla svolta epocale del gioco del calcio.

Dopo i primi successi, raggiunti più per la bravura dei calciatori che per le nuove impostazioni tattiche, queste filosofie rivoluzionarie però hanno iniziato a scricchiolare, lasciando intravedere tutti i propri limiti. Se è assolutamente condivisibile cercare con costanza nuove soluzioni e idee innovative per migliorare risultati e prestazioni, bisogna anche avere l’umiltà e l’intelligenza di riconoscere eterne alcune ‘’leggi’’ del calcio. Una di queste riguarda gli equilibri e le fondamenta per costruire una squadra vincente: qualunque sia la categoria e chiunque sia al timone della squadra, il primo passo per creare una compagine che possa puntare in alto è sistemare con cura la difesa. A meno di una netta supremazia tecnica, nessuna compagine può basare le proprie fortune solo sul reparto offensivo, preoccupandosi semplicemente di segnare una rete in più dell’avversario.

Il motto ‘’prima non prenderle’’, per certi versi anacronistico e fuori moda, contiene però un fondo di verità: meno saranno le reti subite, più facile sarà vincere l’incontro. Non essendo sempre possibile, per svariati fattori, attuare il proprio gioco, ecco che il saper soffrire e l’essere in grado di difendersi col coltello tra i denti diventa fondamentale per raggiungere determinati risultati. L’esempio lampante di quanto un reparto difensivo di livello possa cambiare l’andamento di una stagione è la Lazio di Simone Inzaghi. Squadra a cui piace giocare a calcio e che non si risparmia in fatto di gioco offensivo, ha però nella linea arretrata il suo vero punto di forza. Dopo la disastrosa annata precedente, in cui al centro della difesa si alternavano onesti mestieranti come Bisevac e Gentiletti, in questa stagione i biancocelesti hanno blindato la retroguardia grazie ad innesti di assoluto valore. Oltre al fondamentale recupero fisico di De Vrij, quello che ha blindato a doppia mandata la difesa laziale è l’avere non uno, ma ben quattro centrali di buon valore, con la conseguente possibilità di rotazione da parte di mister Inzaghi. Grazie agli acquisti azzeccati di Wallace e Bastos e alla crescita esponenziale dell’olandese Hoedt, in ogni partita finora disputata la Lazio ha sempre potuto contare su centrali di assoluto affidamento, chiudendo a doppia mandata la porta biancoceleste.

Con la poca concretezza del reparto avanzato a creare talvolta qualche problema di troppo alla banda di Inzaghi, il maggior merito per una stagione sinora altamente positiva è da ricercare nel reparto arretrato, capace di far sentire al sicuro l’intera squadra e consentendo agli attaccanti di sbagliare anche qualche occasione di troppo. In ottica futura, la Lazio può considerarsi discretamente coperta nel ruolo in questione e in grado di sopperire anche ad una probabile cessione dell’olandese De Vrij durante il prossimo calciomercato, a patto che i soldi incassati vengano poi reinvestiti negli altri ruoli per creare, finalmente, una Lazio in grado di assestarsi con continuità nelle zone nobili della classifica. Perché costruire una buona difesa è assolutamente fondamentale, ma è solo il primo passo verso il successo.

Inzaghi e la rivincita della tattica italiana

Inzaghi e la rivincita della tattica italiana

La vittoria della Lazio contro la Roma in Coppa Italia ha un significato particolare, diverso dal solito. Vincere un derby a Roma ha sempre un sapore più dolce rispetto a qualsiasi altro match, ma questa volta la differenza l’ha fatta Simone Inzaghi e il suo ‘’rispolverare’’ la cara vecchia tattica italiana a dispetto del nuovo che avanza. Da quando il Barcellona di Guardiola ha incantato le platee di tutto il mondo con il suo tiki taka, soprattutto tra i tecnici emergenti abbiamo assistito troppe volte ad un pericoloso spirito emulativo.

Dall’iniziare la manovra sempre palla a terra fin dal rinvio del portiere, fino ad arrivare alla classica ed estenuante ricerca del palleggio a centrocampo, negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferarsi di tattiche e gestioni delle fasi di gioco molto ‘’barcelloniane’’ anche in quelle squadre che, oggettivamente, non avevano i requisiti per intraprendere questa strada. Tutti amiamo il bel gioco, il vincere dominando l’avversario e il mantenere lungamente il possesso della sfera, ma non sempre è possibile farlo. Il rimanere fermi sulle proprie convinzioni e il giocare sempre allo stesso modo contro qualunque avversario non è sinonimo di superiorità, ma di arroganza. La ‘’moda’’ del tiki taka, unita ad una voglia sempre maggiore di stupire da parte di giovani tecnici in rampa di lancio, ha fatto in modo che si andasse contro il buonsenso, cercando di trapiantare con la forza un sistema di gioco palesemente singolare e di difficile adattabilità in innumerevoli contesti poco inclini a questa sperimentazione.

L’intelligenza di un allenatore sta invece nel saper variare, adattandosi con umiltà all’avversario quando questo è oggettivamente superiore. Tolte Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco e pochissime altre squadre, nessun club al mondo può avere la presunzione di pensare solo a se stesso senza curarsi delle caratteristiche tecnico tattiche dell’avversario di turno. In un’epoca dove molti allenatori emergenti cercano, spesso invano, di emulare i Guardiola o i Klopp di turno, Simone Inzaghi contro la Roma ha invece dimostrato ancora una volta come la scuola italiana, per quanto riguarda gli allenatori, sia ancora una spanna superiore alle altre. Partendo dal presupposto che al giorno d’oggi nel calcio non c’è più nulla da inventare e che alcune regole sono sempre attuali, il mister biancoceleste ha rispolverato il vecchio e tanto caro ‘’difesa e contropiede’’, da sempre la miglior arma da usare quando si affrontano le grandi squadre. Varando un 3-5-2 compatto, con difesa bassa e poco spazio tra le linee, Inzaghi ha solamente adottato la tattica più semplice: coprirsi per poi ripartire in contropiede con rapide verticalizzazioni. Senza andare alla ricerca dell’invenzione geniale o della scelta cervellotica, l’allenatore della Lazio ha semplicemente usato la logica e l’intelligenza, riuscendo con umiltà ad ingabbiare alla perfezione l’avversario. In un mondo del calcio dove l’estetica sembra spesso farla da padrone, ancora una volta un tecnico di scuola italiana ha dato una splendida lezione di tattica a svariati colleghi, perché alla fine, nonostante le mode passeggere e le nuove correnti di pensiero,  quello che conta è sempre e solo il risultato.