Non solo Gigio: per il dopo Buffon siamo in buone mani

Non solo Gigio: per il dopo Buffon siamo in buone mani

Dopo tanti anni in cui Gigi Buffon ha tenuto al sicuro la porta della Nazionale italiana, da settembre 2018 probabilmente bisognerà trovare un nuovo numero uno che possa assolvere a questo compito. È assai probabile infatti che il miglior portiere al mondo degli ultimi trent’anni, se non di sempre, al termine dei prossimi mondiali in Russia decida di lasciare la Nazionale e forse appendere definitivamente gli scarpini al chiodo. Se fino a pochi anni fa, per mancanza di valide alternative, una tale eventualità avrebbe fatto raggelare il sangue, oggi possiamo affermare con assoluta certezza che l’eredità di Gigi sarà presa in carico da ragazzi di assoluto valore.

Il predestinato per eccellenza è senza ombra di dubbio Gianluigi Donnarumma, portiere classe ’99 del Milan che ha già ampiamente dimostrato di possedere tutte le doti del campione. Possente fisicamente e dotato di riflessi fuori dal comune, quello che stupisce maggiormente di questo autentico talento è la calma e la tranquillità con cui difende una delle porte più ‘’calde’’ d’Italia, denotando di possedere già una testa e una personalità da portiere esperto e navigato.

Se Donnarumma può essere considerato il naturale erede di Buffon sotto tanti di punti di vista, al momento il portiere che unisce enormi doti tecniche ad una discreta esperienza è Mattia Perin. Il numero uno del Genoa, nonostante i due sfortunati infortuni al ginocchio di cui è stato vittima, è da considerarsi a tutti gli effetti il ragazzo più esperto affidabile tra tutti i giovani talenti in rampa di lancio. Con il ruolo di titolare e di vice sulla carta già assegnati, al momento è lotta aperta per il ruolo di terzo portiere, ovvero quell’outsider pronto ad approfittare di una situazione favorevole per scalare le gerarchie. Senza dimenticarsi di portieri dal rendimento assicurato come i vari Consigli, Sirigu e Viviano, i ragazzi che al momento stanno rubando la scena e che hanno nelle loro corde il poter sognare la maglia azzurra sono altri.

Iniziando dall’Udinese, la quale tra le sue fila può contare ben due gioiellini come Meret e Scuffet, altri nomi caldi per il nuovo corso azzurro rispondono al nome di Guerrieri, Provedel e Cragno. Scuffet e Guerrieri sono quelli che attualmente partono in leggero ritardo per colpa di un paio di stagioni ben al di sotto delle loro possibilità, ma considerando la giovanissima età e il talento dei ragazzi in questione la partita è ancora tutta da giocare. L’attuale stagione ha fatto salire alla ribalta sia Cragno, portiere del Benevento che dopo diverse stagioni di apprendistato nella serie cadetta sembra aver imboccato la strada della consacrazione, che Meret. Proprio il talento scuola Udinese, al momento in prestito alla Spal, è il giovane che ha impressionato maggiormente durante il corso del campionato. Reattivo, concentrato e sicuro come un veterano, il gioiellino friulano sembra aver stregato addirittura la Juventus, la quale potrebbe affidargli le chiavi della porta bianconera a partire dalla stagione 2018/2019.

L’ultimo nome, probabilmente il meno pubblicizzato, è quello di Ivan Provedel. Portiere classe ’94 attualmente in prestito alla Pro Vercelli ma di proprietà del Chievo, dopo aver difeso egregiamente le porte di Perugia, Modena e Pro Vercelli, appare pronto per il grande salto nella massima serie, dove potrà dimostrare al grande pubblico tutte le sue doti. Con una lista così ricca e con altri talenti pronti a sbocciare da qui ai mondiali in terra russa dell’estate 2018, l’unica certezza che abbiamo è che chiunque sarà a prendere il posto dell’attuale capitano azzurro avrà tutte le carte in regola per chiudere a doppia mandata la porta della nostra Nazionale.

 

La miglior difesa è la Difesa: la guerra al guardiolismo e la Lazio

La miglior difesa è la Difesa: la guerra al guardiolismo e la Lazio

Negli ultimi anni abbiamo assistito all’avvento di nuove filosofie, capaci di creare correnti di pensiero innovative e di ribaltare teoremi tattici che per alcuni apparivano obsoleti. L’ultimo decennio ha visto salire alla ribalta impianti di gioco costruiti su pensieri e ideologie tattiche palesemente in contrasto con alcune regole da sempre considerate inattaccabili. I nuovi astri nascenti delle panchine europee, dopo l’avvento del ‘’Guardiolismo’’, hanno cercato di ribaltare svariati capisaldi del calcio. Possesso palla ossessivo, inizio della manovra palla a terra fin dal portiere, gioco offensivo in ogni occasione, integralismo: queste le nuove idee di calcio che hanno preso piede negli ultimi anni, abbagliando platee convinte di assistere alla svolta epocale del gioco del calcio.

Dopo i primi successi, raggiunti più per la bravura dei calciatori che per le nuove impostazioni tattiche, queste filosofie rivoluzionarie però hanno iniziato a scricchiolare, lasciando intravedere tutti i propri limiti. Se è assolutamente condivisibile cercare con costanza nuove soluzioni e idee innovative per migliorare risultati e prestazioni, bisogna anche avere l’umiltà e l’intelligenza di riconoscere eterne alcune ‘’leggi’’ del calcio. Una di queste riguarda gli equilibri e le fondamenta per costruire una squadra vincente: qualunque sia la categoria e chiunque sia al timone della squadra, il primo passo per creare una compagine che possa puntare in alto è sistemare con cura la difesa. A meno di una netta supremazia tecnica, nessuna compagine può basare le proprie fortune solo sul reparto offensivo, preoccupandosi semplicemente di segnare una rete in più dell’avversario.

Il motto ‘’prima non prenderle’’, per certi versi anacronistico e fuori moda, contiene però un fondo di verità: meno saranno le reti subite, più facile sarà vincere l’incontro. Non essendo sempre possibile, per svariati fattori, attuare il proprio gioco, ecco che il saper soffrire e l’essere in grado di difendersi col coltello tra i denti diventa fondamentale per raggiungere determinati risultati. L’esempio lampante di quanto un reparto difensivo di livello possa cambiare l’andamento di una stagione è la Lazio di Simone Inzaghi. Squadra a cui piace giocare a calcio e che non si risparmia in fatto di gioco offensivo, ha però nella linea arretrata il suo vero punto di forza. Dopo la disastrosa annata precedente, in cui al centro della difesa si alternavano onesti mestieranti come Bisevac e Gentiletti, in questa stagione i biancocelesti hanno blindato la retroguardia grazie ad innesti di assoluto valore. Oltre al fondamentale recupero fisico di De Vrij, quello che ha blindato a doppia mandata la difesa laziale è l’avere non uno, ma ben quattro centrali di buon valore, con la conseguente possibilità di rotazione da parte di mister Inzaghi. Grazie agli acquisti azzeccati di Wallace e Bastos e alla crescita esponenziale dell’olandese Hoedt, in ogni partita finora disputata la Lazio ha sempre potuto contare su centrali di assoluto affidamento, chiudendo a doppia mandata la porta biancoceleste.

Con la poca concretezza del reparto avanzato a creare talvolta qualche problema di troppo alla banda di Inzaghi, il maggior merito per una stagione sinora altamente positiva è da ricercare nel reparto arretrato, capace di far sentire al sicuro l’intera squadra e consentendo agli attaccanti di sbagliare anche qualche occasione di troppo. In ottica futura, la Lazio può considerarsi discretamente coperta nel ruolo in questione e in grado di sopperire anche ad una probabile cessione dell’olandese De Vrij durante il prossimo calciomercato, a patto che i soldi incassati vengano poi reinvestiti negli altri ruoli per creare, finalmente, una Lazio in grado di assestarsi con continuità nelle zone nobili della classifica. Perché costruire una buona difesa è assolutamente fondamentale, ma è solo il primo passo verso il successo.

Inzaghi e la rivincita della tattica italiana

Inzaghi e la rivincita della tattica italiana

La vittoria della Lazio contro la Roma in Coppa Italia ha un significato particolare, diverso dal solito. Vincere un derby a Roma ha sempre un sapore più dolce rispetto a qualsiasi altro match, ma questa volta la differenza l’ha fatta Simone Inzaghi e il suo ‘’rispolverare’’ la cara vecchia tattica italiana a dispetto del nuovo che avanza. Da quando il Barcellona di Guardiola ha incantato le platee di tutto il mondo con il suo tiki taka, soprattutto tra i tecnici emergenti abbiamo assistito troppe volte ad un pericoloso spirito emulativo.

Dall’iniziare la manovra sempre palla a terra fin dal rinvio del portiere, fino ad arrivare alla classica ed estenuante ricerca del palleggio a centrocampo, negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferarsi di tattiche e gestioni delle fasi di gioco molto ‘’barcelloniane’’ anche in quelle squadre che, oggettivamente, non avevano i requisiti per intraprendere questa strada. Tutti amiamo il bel gioco, il vincere dominando l’avversario e il mantenere lungamente il possesso della sfera, ma non sempre è possibile farlo. Il rimanere fermi sulle proprie convinzioni e il giocare sempre allo stesso modo contro qualunque avversario non è sinonimo di superiorità, ma di arroganza. La ‘’moda’’ del tiki taka, unita ad una voglia sempre maggiore di stupire da parte di giovani tecnici in rampa di lancio, ha fatto in modo che si andasse contro il buonsenso, cercando di trapiantare con la forza un sistema di gioco palesemente singolare e di difficile adattabilità in innumerevoli contesti poco inclini a questa sperimentazione.

L’intelligenza di un allenatore sta invece nel saper variare, adattandosi con umiltà all’avversario quando questo è oggettivamente superiore. Tolte Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco e pochissime altre squadre, nessun club al mondo può avere la presunzione di pensare solo a se stesso senza curarsi delle caratteristiche tecnico tattiche dell’avversario di turno. In un’epoca dove molti allenatori emergenti cercano, spesso invano, di emulare i Guardiola o i Klopp di turno, Simone Inzaghi contro la Roma ha invece dimostrato ancora una volta come la scuola italiana, per quanto riguarda gli allenatori, sia ancora una spanna superiore alle altre. Partendo dal presupposto che al giorno d’oggi nel calcio non c’è più nulla da inventare e che alcune regole sono sempre attuali, il mister biancoceleste ha rispolverato il vecchio e tanto caro ‘’difesa e contropiede’’, da sempre la miglior arma da usare quando si affrontano le grandi squadre. Varando un 3-5-2 compatto, con difesa bassa e poco spazio tra le linee, Inzaghi ha solamente adottato la tattica più semplice: coprirsi per poi ripartire in contropiede con rapide verticalizzazioni. Senza andare alla ricerca dell’invenzione geniale o della scelta cervellotica, l’allenatore della Lazio ha semplicemente usato la logica e l’intelligenza, riuscendo con umiltà ad ingabbiare alla perfezione l’avversario. In un mondo del calcio dove l’estetica sembra spesso farla da padrone, ancora una volta un tecnico di scuola italiana ha dato una splendida lezione di tattica a svariati colleghi, perché alla fine, nonostante le mode passeggere e le nuove correnti di pensiero,  quello che conta è sempre e solo il risultato.

Lazio: è l’ora di Jordan

Lazio: è l’ora di Jordan

Jordan Lukaku finora non ha vissuto una prima stagione facile nel nostro campionato. Arrivato la scorsa estate per 5,5 milioni dall’Ostenda, il terzino sinistro belga doveva giocarsi il posto con l’esperto Radu sull’out mancino per poi diventare il legittimo titolare di quella zona di campo dopo un periodo di ambientamento.  Dopo un promettente avvio, condito dalla buona prestazione alla seconda giornata contro la Juventus, per Lukaku è però iniziato un periodo assai complicato. Infortunatosi alla caviglia i primi di ottobre, in sua assenza Radu si è reso protagonista di ottime prestazioni, conquistando di fatto il ruolo di titolare sulla corsia sinistra. Rientrato tra i disponibili dopo circa due mesi, il più giovane dei fratelli Lukaku si è così dovuto accomodare in panchina e ricominciare dalle retrovie, accontentandosi di fugaci apparizioni e minutaggi di breve durata.

Dotato di ottima corsa e di un discreto sinistro, Jordan deve però migliorare dal punto di vista difensivo. Giovane e abile nella fase offensiva, finora l’ex terzino dell’Ostenda ha faticato parecchio a calarsi nella complessa tattica italiana, secondo la quale un terzino deve essere prima di tutto impeccabile nelle diagonali difensive. Complice un Radu in stato di grazia, Inzaghi non se l’è quasi mai sentita di dare fiducia dal primo minuto al difensore belga, il quale però non si è mai scoraggiato continuando ad allenarsi con impegno e abnegazione. Con le contemporanee squalifiche di Radu, Lulic e Patric, ecco che nel derby di mercoledì prossimo valevole per la semifinale di andata della Coppa Italia, l’arduo compito di limitare le accelerazioni di Salah sarà tutto sulle spalle di Jordan Lukaku. Se da un lato il terzino belga non sembra poter dare ancora garanzie di completa affidabilità, non bisogna però dimenticarsi di come il giovane Jordan si sia disimpegnato in modo più che autorevole durante la sfida contro la Juventus, in quello che può essere considerato un e vero e proprio battesimo di fuoco. Durante il proseguo della stagione sono poi venute a galla alcune lacune difensive dell’ex Ostenda, la maggior parte delle quali riconducibili più a cali di concentrazione piuttosto che a veri e propri limiti tecnico tattici. Con un Inzaghi che per l’occasione potrebbe ‘’aiutare’’ il proprio terzino varando una difesa a tre, dal punto di vista atletico l’apporto di Lukaku potrebbe invece risultare assolutamente fondamentale, essendo uno dei pochi capace di tener testa alla rapidità dell’esterno giallorosso. Guardando poi al futuro, la crescita e la maturazione di Jordan è una condizione fondamentale per il futuro del club biancoceleste, a cui da anni manca un riferimento affidabile sull’out mancino della linea difensiva.

Lazio, chi per il dopo Marchetti?

Lazio, chi per il dopo Marchetti?

Dopo sei splendidi anni, conditi da tante parate e da prestazioni a volte eccezionali, il matrimonio tra Federico Marchetti e la Lazio appare giunto ai titoli di coda. Professionista, uomo spogliatoio e guida per i più giovani, Federico in questi anni ha rappresentato una vera e propria certezza tra i pali biancocelesti. Mai una parola fuori posto o un gesto di insofferenza, con la fragilità fisica come unico limite riscontrato in questi sei lunghi anni di permanenza sotto il cielo di Roma.

A 34 anni Federico ha però iniziato quella parabola discendente che tutti i calciatori attraversano superata la soglia dei fatidici 30 anni. Se fino ad un paio di stagioni fa il numero uno di Bassano del Grappa era considerato a pieno diritto il secondo miglior portiere italiano dopo Buffon, ad oggi il calo di rendimento dell’ex portiere del Cagliari appare un processo ormai irreversibile. Con un fisico che con il passare degli anni diventa sempre più fragile e con le recenti prestazioni ben al di sotto delle sue potenzialità, pensare ad un cambio tra i pali in vista della prossima stagione per la Lazio diventa praticamente un obbligo e non una semplice idea. Sostituire un grande portiere come Federico Marchetti non è semplice e andare a prendere ‘’scommesse’’ straniere in stile Muslera non sarebbe certamente la scelta più saggia per la sempre esigente piazza romana. Con una scuola di portieri italiana finalmente tornata ai fasti di un tempo, l’idea più lineare e concreta è quella di acquistare un numero uno pronto e affidabile o, in alternativa, un giovane ragazzo con una riserva esperta ad affiancarlo. La soluzione più economica Lotito ce l’ha già in casa e si chiama Thomas Strakosha.

Il portierino albanese, che tanto bene ha fatto in questa stagione quando è stato chiamato in causa, gode della stima del Ds Tare ed è un’opzione che farebbe felice il patron biancoceleste, il quale in questo caso non dovrebbe spendere neanche un euro per sistemare la questione portiere. Ragionando però sulla delicatezza del ruolo da ricoprire e sulla poca esperienza accumulata finora dal giovane albanese, appare evidente come l’ideale per Strakosha sia andare a giocare in un club minore per crescere e maturare senza troppe pressioni attorno. Se proprio si volesse puntare su un portiere giovane, italiano e sicuramente più pronto di Thomas Strakosha, l’identikit perfetto sarebbe Ivan Provedel, attuale numero uno della Pro Vercelli ma di proprietà del Chievo. Il quasi ventiquattrenne originario di Pordenone è un vero e proprio talento, acquistabile per cifre non elevate e pronto per il grande salto nella massima serie dopo svariate ottime stagioni in Serie B che hanno fatto maturare il ragazzo. Se da un lato la linea giovane attrae, non possiamo non considerare però come una squadra come la Lazio debba poter ambire a posizioni di prestigio ogni anno e per fare ciò è indispensabile avere in porta un elemento di sicuro affidamento. In questo caso le strade portano a due nomi: Consigli del Sassuolo e Perin del Genoa. Il primo, portiere ormai maturo e affidabile, è un discreto numero uno, para il parabile e limita al massimo gli errori. Non un fenomeno, non un portiere salva risultato, semplicemente un buon estremo difensore per una squadra da Europa League.

Il vero colpaccio sarebbe invece Mattia Perin: talento purissimo e presenza fissa in Nazionale, l’attuale stato di infortunato potrebbe essere un valido alleato per Lotito qualora decidesse di chiedere il ragazzo al suo amico Preziosi. Con un prezzo sicuramente sostenibile dalle casse biancocelesti, l’acquisto del classe ’92 rappresenterebbe il chiaro segnale di voler continuare a lottare per le posizioni che contano, avvalendosi di uno dei portieri più talentuosi dell’intero panorama europeo. Qualunque sarà la decisione della dirigenza biancoceleste, sarà bene però che venga studiata e ponderata con la massima attenzione, perché la frase ‘’il portiere vale mezza squadra’’ non è solo una leggenda tramandata di generazione in generazione, ma un vero e proprio caposaldo del gioco del calcio.