6 anni senza il Sic

6 anni senza il Sic

23 ottobre 2011. Sei anni fa, si interrompe la corsa di Marco Simoncelli. Sepang, Malesia. Marco vuole vincere e ha il consueto approccio da guerriero alla corsa. Secondo giro: Sic, in piena bagarre, nel tentativo di non lasciare cadere la moto, scivola a terra, tradito dalla perdita di aderenza dell’anteriore e taglia in due la pista. Da dietro arrivano Edwards e Rossi. Impatto inevitabile. Simoncelli perde il casco e resta immobile, sull’asfalto. Alle 11.07 la comunicazione del decesso. La MotoGP perde un campione. Gli appassionati, un idolo.

Già, perché Sic, era un motociclista “sui generis”: alto, lungo, dinoccolato, piedi e mani troppo grandi per domare una 800 cilindri a 4 tempi capace di sviluppare 240 cavalli di potenza. Eppure, Simoncelli, correva. Correva, rideva, vinceva. E rideva. Un po’ fumetto, un po’ eroe. Anche per quella “zazzera”, che lo identificava. “Per favore, non mi chiedere dei capelli eh? Non so perché li porto così. Ma non li taglio: sono più famosi di me”.

Sic, abnegazione e coraggio. Sic, pilota vecchio stampo. Sic, centauro “pane e salame”: quelli che abbassano la visiera, entrano in pista e corrono. Quelli che, in curva, aggrappati alla moto, aprono il gas per primi e frenano per ultimi. La staccata al limite unico “state of mind”: il vero pericolo è ritrovarsi dietro, e non davanti, agli avversari in rettilineo. Nessuna alternativa per un bambino che aveva un sogno: “andare forte sulle moto grosse”.

Sic andava forte. Giudicato eccessivo, irruento dagli avversari. Marco, a sentirli, gli scappava da ridere. Perché lui, con buonumore, se ne fregava. “Diobò parlan così, perché han preso la paga”. Il  suo accento e modo di fare, irresistibilmente romagnolo, irritava specialmente gli spagnoli. Sic, ci godeva da matti a batterli e punzecchiarli. Memorabile un commento tranchant.Devono farsi un esame di coscienza, e pensare che se sono dietro, non è per colpa mia per il sorpasso che ho fatto lì, ma perché magari devono fare un po’ meno pugnette e darci un po’ più di gas“.

Sic et simpliciter: semplice. Come il modo di intendere la vita: pochi fronzoli. “Quando andiamo a far spesa al supermercato e compriamo quello che ci piace, senza guardare il prezzo. Quello è già essere ricchi”. Babbo Paolo sempre al seguito,  la sorellina come mascotte, la fidanzata a bordo pista. Intorno a lui gli amici di sempre. Prima della gara, una piadina e un saluto alla fidanzata. “Le ombrelline? Ho rinnovato il contratto alla Kate”. Lei dava sempre un bacio al casco del Sic prima della partenza, si salutavano così. L’ultima volta sei anni fa. Nel rivederle quelle immagini, si prova ancora un profondo senso di ingiustizia. Paolo Simoncelli ha trovato la forza di spiegarselo. “Sono incazzato con Dio, ma  d’accordo con mia moglie quando dice che se Marco fosse stato un muratore, quel giorno sarebbe caduto dall’impalcatura”.

Invece è caduto in pista. Succede perchè “Diobò son le corse”. Quattro parole ripetute spesso da chi affrontava la gara come una sfida innanzitutto con sé stesso. Sempre più forte, sempre più coraggioso. Sic non era un campione, lo è diventato partendo da lontano, sgasando su e giù per i colli romagnoli. Il sogno, diventare campione del mondo. Coronato in 250. A modo suo, di prepotenza. E di prepotenza, così come in pista, è entrato nel cuore della gente.

Sic non ha fatto in tempo a vincere un titolo in MotoGP. Però il suo nome corre ancora: nel 2017 la “Sic58” la scuderia intitolata a Marco per aiutare i bambini che altrimenti non avrebbero mai potuto correre, è scesa in pista nel motomondiale della Moto3. Che peccato, non vederlo in griglia. Immaginiamo la risposta scanzonata del Sic. Diobò, son le corse.

Tifare il Napoli anche a costo della Libertà: Fatto

Tifare il Napoli anche a costo della Libertà: Fatto

La passione è passione. E al cuor non si comanda. Anche a costo di rimetterci la libertà. Storie di calcio, pistole e latitanza. La sceneggiatura è a Napoli, il protagonista è Emanuele Niola, uno degli esponenti più pericolosi del clan Di Lauro, nonchè controllore dello spaccio nella piazza del rione Fiori di Secondigliano. Arrestato per aver acquistato un biglietto della partita Napoli-Inter.

Un biglietto galeotto

Come ogni storia d’amore, anche questa inizia con un biglietto. Inteso come tagliando. Emanuele Niola ha acquistato un biglietto per Napoli-Inter, match clou del campionato di serie A. Oh, il Napoli è primo e l’Inter seconda. Se gli azzurri dovessero vincerebbe, Sarri compierebbe un passo importante nella corsa verso il terzo scudetto della storia partenopea. Insomma, una partita val bene il rischio? Sì. Emanuele incarica uno dei suoi fiduciari di acquistare il biglietto e ne viene tradito. Infatti l’acquisto del tagliando è nominale, data di nascita compresa. Basta e avanza, alla polizia, per giungere facilmente a dama. Niola è bloccato in un autolavaggio e consegnato alla giustizia. E Napoli – Inter se la vedrà dal carcere.

Eppure il dubbio resta

Un errore troppo grande per non destare qualche sospetto. Emanuele Niola, anni 33, è vissuto da criminale latitante per gli ultimi sei anni. Perché rischiare così tanto? Le notizie che rimbalzano da Napoli parlano di un arresto senza alcuna resistenza. Niola non è fuggito, anzi, ha chiesto agli agenti di iniziare una nuova vita senza spaccio. Intanto dovrò scontare 6 anni e 7 mesi di reclusione per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Poi avrà una seconda occasione. Una storia troppo assurda per non destare qualche sospetto. E se Niola questa occasione se l’è “cercata”? A volte è più sicuro il carcere della strada? L’unica certezza è che per una volta, il biglietto nominativo è servito a qualcosa.

Roma – Napoli: una storia di calcio, cinema, musica e passione

Roma – Napoli: una storia di calcio, cinema, musica e passione

Roma e Napoli, così diverse, così simili. Il minimo comune denominatore di due città, e di due tifoserie, è la passione. Roma è bella che ammalia: ha la mano calda. Basta una carezza, ti possiede e ti fa suo. Napoli ha un fascino diverso. Ti avvolge struggente, crea un legame più profondo, viscerale. All’ombra del Colosseo, calore, cinismo, fede e un pizzico di disincanto. In riva al Golfo, creatività, scaltrezza, religiosità e superstizione. Due universi paralleli che spesso si sfiorano sul campo di calcio, del cinema, della musica.

IL CALCIO –  Napoli e Roma si legano a due numeri dieci. Oh, mica due qualsiasi. Totti e Maradona.  A Roma, se pronunci il nome di Francesco, si pensa prima a Totti e poi al papa. Già,  basta la parola, anzi due: “il capitano”. Simbolo di una città, profeta (scudettato e Campione del Mondo) in patria. Erede dell’impero, protagonista di una storia che seppur arrivata all’epilogo è ancora vivissima. A Napoli, Diego Armando Maradona è una pietra miliare. L’avamposto del trascendente. Il Semidivino: c’è una Napoli, e un Napoli, Avanti e dopo Diego Armando Maradona. L’argentino è il messia, il dio del calcio, il salvifico che ha schiuso le porte della gloria calcistica.

IL CINEMA – Roma e Napoli hanno prodotto due fuoriclasse anche nel cinema: Antonio De Curtis e Alberto Sordi. Architravi, esportatori della commedia all’italiana. Entrambi, protagonisti di film legati al mondo del calcio. Un Totò avanti negli anni, ma ancora eccezionale è protagonista de “Le Gambe d’oro” (1958). Interpreta il Barone Fontana, presidente-padrone di una squadra alle prese con mille problemi di spogliatoio, calciomercato e amori che condizionano il rendimento di calciatori e dirigenti. Beh, la figura del presidente-padrone non può che essere familiare…

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Alberto Sordi, invece, è il presidente della squadra del Borogorosso FC (1970). Non è un “ricco scemo”. Piuttosto è poco competente. Il calcio non è la sua passione. Non ne capisce molto e nonostante si dedichi alla squadra con impegno spesso si affida all’intuito e manca di programmazione. Ne conseguono campagne acquisti sbagliate, ingaggi di calciatori puntualmente deludenti, azzeramento dei vertici tecnici e un continuo ricominciare da zero…ricorda qualcuno?

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LA MUSICA – Roma, come Napoli, ha il cantante tifoso. Antonello Venditti scrive (1975), “Roma, Roma Roma”. Tre parole, una trasposizione di sentimenti. Cosa rappresenta la Roma? L’Unico Grande Amore di tanta e tanta gente. É bella, gialla come il sole, rossa come il cuore. Sintesi d’amore e senso di appartenenza. Il tifoso la sente sua. Il presidente Dino Viola, sebbene non amasse Venditti per questioni politiche, si arrende e la “sdogana” come inno ufficiale. Nel 1983, i giallorossi vincono lo scudetto e Antonello concede il bis. “Grazie Roma/che ci fai piangere e abbracciarci ancora” è la colonna sonora del tricolore. E, ancora oggi, accompagna il triplice fischio finale delle partite terminate con una vittoria.

A proposito di scudetti…

Nel 1987 tocca, finalmente, anche al Napoli. Gli azzurri di Diego Maradona si arrampicano lassù dove non erano mai arrivati. Campioni d’Italia. Mai successo prima. Nino D’Angelo fotografa quella stagione irripetibile in un film musicale. Il titolo è “Quel ragazzo della curva B”. L’inno, quel “Forza Napoli”, ripetuto quasi ossessivamente, echeggia per le vie della città e resta una pietra miliare del tifo. Il ragazzo che trova nello scudetto, nella vittoria, il riscatto morale e anche sociale, della “sua” Napoli. Una Napoli finalmente prima in qualcosa. E nella festa, gli occhi trovano nel calcio pulito un contenitore di sogni che gli permettono di sopportare e crescere con valori sani in un quartiere difficile. Può essere la storia di qualsiasi “scugnizzo”.

E poi, i cori divenuti tormentoni. Questa volta “scritti” dai tifosi. Dai ragazzi che hanno ancora forza e voglia di cantare e divertirsi allo stadio, a dispetto di multe, barriere e trasferte vietate. “Un giorno all’improvviso” sulle note di “l’estate sta finendo” è il tormentone delle curve A e B. 

Alla stregua di “voglia di stringersi un po’ ” coro creato nel 2010 dalla Curva Sud, ricavato da “Maledetta Primavera”.

Genialità, passione, amore. E si riparte da dove si era iniziato. Napoli e Roma, Roma e Napoli, cosi diverse, cosi simili.

Roma Sport Experience: nella Capitale un weekend che ha fatto il pieno di Sport e Passione

Roma Sport Experience: nella Capitale un weekend che ha fatto il pieno di Sport e Passione

Un trionfo. 5000 ingressi in tre giorni. Il weekend di Roma Sport Experience, l’evento organizzato da O.P.E.S. – Organizzazione per l’Educazione allo Sport – è andato oltre ogni rosea aspettativa. Migliaia di partecipanti entusiasti, per una tre giorni che ha regalato momenti indimenticabili. Dalla gioia degli studenti – che hanno allietato la cerimonia d’apertura del venerdì – sino al sudore e all’impegno degli “eroici” partecipanti della WAS Obstacle Race, vero motore di una iniziativa che ha avvicinato i cittadini alla scoperta degli sport meno praticati. Quelli che, per capirci, finiscono in prima pagina ed emozionano gli italiani solo in occasione delle Olimpiadi.

I numeri dell’evento e il palinsesto

Il successo di questa iniziativa si basa sull’aver messo in piedi un programma ricco e variegato: un progetto che ha risposto alle esigenze di tutti i portatori di interessi del mondo dello sport.  Roma Sport Experience ha alternato attività sportive aperte a tutti (fornendo così a spettatori, sportivi e curiosi l’occasione di avvicinarsi a discipline che non conoscevano) ad appuntamenti formativi per i professionisti del settore, esibizioni e vere e proprie competizioni. Un successo testimoniato dai numeri: 5000 ingressi, 24 attività sportive, 10 Federazioni e Discipline Sportive Associate, 50 tra esponenti del mondo dello sport e relatori.

Roma Sport Experience: una sfida vinta

Pienamente soddisfatto il presidente di OPES Marco Perissa: “Un’esperienza straordinaria. Portare lo sport insieme al CONI e alle Federazioni in un parco divertimenti è stata una scommessa coraggiosa, ma vinta. La miglior dimostrazione è la risposta del pubblico. Stiamo già lavorando alle prossime due edizioni, che si terranno ancora a Cinecittà World. L’obiettivo è quello di creare un appuntamento fisso per il mondo dello sport nella Capitale”.

Il Calcio in Cambogia tra ONG, lavoro a basso costo e combattimento tra galli

Il Calcio in Cambogia tra ONG, lavoro a basso costo e combattimento tra galli

Ultimi? Quasi. La Cambogia è una delle squadre più deboli del pianeta. Il viaggio fra i “desperados” del calcio, parte da questa nazionale. La federazione è nata nel 1933, si è affiliata FIFA dal 1954 ed attualmente è 172esima nel ranking. Tutto sommato, neanche troppo male. Vissuti momenti anche peggiori con il 189esimo posto del 2013. Per completezza d’informazione, l’apice si assesta nel 1998, quando la Cambogia occupa la casella numero 162. Attualmente la selezione è allenata da Lee-Tae-Hoon che si disimpegna, fra alterne fortune, nella Suzuki Cup, un torneo dove la selezione asiatica riesce, qualche volta, persino a fare la voce grossa: 3-0 al Brunei.

Eppur si vince. L’ultimo biennio è stato caratterizzato da un piccolo record: la nazionale ha raggiunto il secondo turno nelle qualificazioni di coppa del Mondo. Il momento di gloria si consuma nella primavera del 2015: eliminato il temibilissimo Macao (3-0 in casa, 1-1 in trasferta).

Nel secondo turno, però, i nodi sono venuti al pettine e i cambogiani ci hanno lasciato lo scalpo. Inseriti nel girone E di qualificazione con Giappone, Siria, Singapore ed Afghanistan, hanno perso tutto il perdibile; 8 partite, altrettante sconfitte, appena un gol realizzato a fronte di 27 reti subite.

Stella, capocannoniere, capitano, mozzo e nostromo è Khoun Laborawy, classe 1988, 39 presenze e otto reti in nazionale. Gioca nello Svay Rieng, un club (oddio, più che squadra di calcio, dei dopolavoristi) che occupa il quarto posto della Cambodian League.

Eh già. In Cambogia c’è anche un campionato. Ma chi gioca a calcio? Premessa: lo sport nazionale più seguito, da queste parti, è il combattimento fra galli

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Il panorama calcistico è ristretto a pochissime realtà neanche trainate dall’economia. Cosa aspettarsi? Il paese ha un reddito medio pro capite di 926 dollari annui. Lo sport, in generale, non prevede professionismo, né assicurazioni mediche. Fra l’altro  giocare a calcio in Cambogia (come molte altre cose…) non è sicurissimo. Nel 2008, durante la stagione dei monsoni, tre calciatori ci hanno lasciato la vita: fulminati in campo.

Chi si avventura da quelle parti è spinto da diverse motivazioni, spesso non economiche: più che il pallone, si insegue la libertà. Il calcio è legato a rappresentative ONG o a gruppi di espatriati. Chi ci guadagna, dunque, con il pallone? Beh, qualcuno c’è. Specificatamente, le multinazionali di abbigliamento: le maggiori case produttrici soffrono la crescita degli stipendi annuali medi e minimi in Cina. La nuova delocalizzazione “premia” la Cambogia identificata come nuovo lido dove non far rispettare orari e salari minimi di lavoro. Stupisce chi si stupisce: la Cambogia ha qualcosa come 330 tra ministri e sottosegretari frutto della compravendita delle cariche. Ma questa è un’altra storia…

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