La malavita in Curva Scirea? La storia in 3 punti

La malavita in Curva Scirea? La storia in 3 punti

La morte di Raffaele “Ciccio” Bucci, il capo ultras della Juventus suicidatosi a Fossano, scuote la tifoseria organizzata bianconera sin dalle fondamenta. Crepe in cui si insinuano storie poco chiare e ancor meno edificanti. Infiltrazioni malavitose. Storie che con il tifo hanno poco a che fare.

Chi era Raffaele Bucci? Quali erano  i suoi legami con la Juventus? Cosa lo ha spinto a togliersi la vita? E perchè si parla di criminalità organizzata? La ‘Ndrangheta è  arrivata in curva Scirea? Sembra un romanzo giallo. Proviamo a ricostruirlo in tre atti. Partendo da un presupposto necessario: la Juventus si dichiara non responsabile e non al corrente di nulla. E non ci sono indagati nella società bianconera. Restano alcuni dubbi: come è possibile, soprattutto in un apparato funzionale come quello juventino, che il nome del club più titolato e prestigioso d’Italia sia avvicinato a una delle associazioni criminali più pericolose del mondo?

PRIMO ATTO: BIGLIETTI E BOSS IN CURVA SCIREA

Tornelli e biglietti nominativi non bastano. Il percorso dei tagliandi “brevi manu” è difficilmente controllabile. Anche la Juventus, sebbene abbia uno stadio di proprietà, non è esente dal bagarinaggio. Il biglietto nominativo è, di base, cedibile, tranne che nei  big match o nelle partite considerate a rischio. Resta impossibile stabilire se chi cede il biglietto tragga guadagni o meno. Alla corte: potere e guadagni sono nelle mani di chi? Appare difficile, in ogni caso, acquisire tanti tagliandi senza i placet della società. Dunque non è insensato porsi una domanda: la Juventus è consapevole di cosa accade all’interno del proprio stadio?

Secondo le indagini condotte dal Tribunale di Torino, la malavita organizzata è presente all’interno degli spalti dello Stadium. E non certo spinta dalla passione sportiva. La vendita dei biglietti è un business che rende parecchio e, di conseguenza, un’attività appetibile dai criminali.

La procedura è semplice: la Juventus pratica il prezzo normale: poi chi acquista cede il biglietto con un “sovrapprezzo” e ottiene il proprio margine di guadagno.

I “Bravi Ragazzi”, gruppo ultrà bianconero, finiscono nel mirino della magistratura nel novembre del 2014: scattano le manette ai polsi di A. P.  37 anni, leader del gruppo. É di Torino, ma di origini siciliane. Dalla “sua” Agrigento partono carichi di droga che raggiungono una concessionaria di auto compiacente. I veicoli, ovviamente guidati da altri esponenti della organizzazione, raggiungono le mete. Subito dopo l’arresto del tifoso, la moglie, P.F., depone un dettagliatissimo verbale. I “Bravi Ragazzi” gestiscono gli abbonamenti: A.P. ne sottoscrive parecchi, anche utilizzando fotocopie di documenti, e poi li rivende con un sovrapprezzo. Un mercato lucrosissimo, secondo il GIP Stefano Vitelli: cifre da 4-5 mila euro a partita. Considerando una base di 22 impegni casalinghi della Juventus assolutamente “certi” (19 partite di campionato e tre del girone di Champions League) i conti  divengono interessanti: dai 90mila ai 120mila euro. Somme a cui si aggiungono i guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti. Un business troppo appetibile che non lascia indifferente la ‘Ndrangheta.

I calabresi decidono di entrare allo Stadium in grande stile: i margini dell’affare sono interessanti. Enormi. L’Italia è un feudo bianconero. Lo Stadium ha solo 40 mila posti a fronte di una domanda di milioni di tifosi.

Il 14 aprile del 2013 Giuseppe Sgrò, Saverio Dominello e Marcello Antonino partono da Rosarno. Sono legati alla famiglia Pesce, dei “Gotha” della ‘Ndrangheta. Il 21 aprile si gioca Juventus-Milan. É il momento decisivo: il clan “annuncia” il suo ingresso in Curva Scirea. Srotola lo stendardo “Gobbi”. Fabio Farina, secondo gli inquirenti,  è il primo (e debole) anello di congiunzione. Utile sopratutto per ottenere l’ok degli storici club ultras. Ai “Viking” è sufficiente la patente di “juventinità”. Dino Mocciola, invece, capo dei Drughi, vuole un incontro. Il dado è tratto. Il colloquio chiude l’intesa? Di certo, secondo gli inquirenti,  ‘Ndrangheta e boss iniziano ad entrare in possesso dei biglietti. Come?  Dino Mocciola non può entrare allo stadio. Chi era al suo posto, in quel periodo? Già, proprio Raffaele “Ciccio” Bucci

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SECONDO ATTO: L’NDRANGHETA TIFA JUVE?

Criminalità organizzata, calcio e ultras. La morte di Raffaele Bucci non convince la magistratura. “Ciccio” era un testimone prezioso per le inchieste. Sucidio o suicidato? L’unica certezza, secondo l’inchiesta, è che la Ndrangheta avesse messo piede nello Stadium.

Il gruppo finito nel mirino della magistratura è sostenuto da Rocco e Saverio Dominello appartenenti alla famiglia Pesce/Bellocco, uno dei clan più potenti della ‘Ndrangheta. Attualmente sono agli arresti,  dopo l’operazione che ha sgominato la cosca che operava in Piemonte.

Fra i vari “appalti”, della ‘Ndrina anche il calcio. E non da poco tempo. Il 14 aprile del 2013 Rocco e Saverio Dominello, con Giuseppe Sgrò, viaggiano verso Torino per concludere gli accordi in un bar di Montanaro con la curva e ottengono il “si”. Dino Mottola, il capo dei Drughi, dà l’ok. Il rererente dei drughi, all’epoca è Raffaele “Ciccio” Bucci.

I “calabresi” appaiono “ufficialmente” per la prima volta il 21 aprile 2013, in occasione della sfida di cartello Juventus – Milan. Si organizzano, srotolano lo strisicone “i gobbi”. Sono un gruppo di tifosi a tutti gli effetti. Riconosciuti dalla società e, come consuetudine, godono di alcuni benefit.

La Juventus è una passione. La curva, di più. É un affare. Il business è sempre più appetibile. La ‘Ndrangheta si infiltra e ha pieni poteri: Dominello gestisce gli affari con Fabio Germani, storico capo ultras bianconero. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera” organizzazione di tifosi. É il tramite che unisce i calabresi ad Alessandro D’Angelo. D’Angelo il security manager della Juventus. É proprio Germani a presentarlo a Dominello. D’Angelo non è indagato perchè secondo gli inquirenti non vi sono prove che conoscesse i legami fra Dominello e la malavita.

La cooperazione è fruttuosa per il clan: la malavita ottiene tagliandi che rivende a prezzo maggiorato. A volte, anche troppo: la chiave è in un mail inviata da un tifoso svizzero infuriato che paga 620 euro un biglietto che ne costava 140. Un incidente di percorso che suscita ulteriori riflessioni: chi e come lo ha permesso? Possibile che in un club cosi capillarmente organizzato quale è la Juventus nessuno sappia niente?

La rabbia, monta, poi scema. Infine si trasforma in quieto vivere. Stefano Merulla, responsabile della biglietteria Juventus, richiama D’Angelo che a sua volta si rivolge a Germani. Una sorta di summit. Nessuno vuole problemi. I pm disegnano il quadro. Procedura semplice, risultato immediato: concessione di biglietti, un occhio chiuso (anche due) sul bagarinaggio e guadagni per tutti: benefit per i tifosi, pace fra  i vari gruppi organizzati e nessuna guerra fra ultras e società.

Il clan a quanto emerge dalle inchieste, sa come tessere le fila: si rifornirsce di biglietti e li rivende. In occasione di un Juventus-Real Madrid, Germani si “rifornisce” direttamente da Marotta. Anche l’AD non è nel registro degli indagati. Ha avuto contatti con Dominello, ma dichiara di non sapeva chi fosse. Nei rapporti fra cosche e membri della società si inserisce persino un provino: il figlio di Umberto Bellocco, uno del clan legati ai Pesce di Rosarno, comunque scartato.

Mafia, calcio, spalti. Secondo le dichiarazioni, nessuno all’interno della Juventus sapeva chi fossero i Dominello. La società li ritiene tifosi come un altri, sebbene ne avesse colto l’influenza in curva Scirea. La pax, come conditio sine qua non, la garantivano loro. E tanto bastava. In Curva, però, le tensioni erano latenti. Bucci, che sino al 2014 controllava i controllori, si allontana da capo ultras e dalla Scirea, cui era inviso. Il suo suicidio arriva inaspettato dopo una convocazione della Procura come personaggio “informato dei fatti”. Ma chi era “Ciccio” Bucci?

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TERZO ATTO: IL VOLO DI “CICCIO”

Raffaele “Ciccio” Bucci, 41 anni, originario di San Severo, residente a Margarita, e una lunga militanza bianconera. Prima per passione, poi per  lavoro. Capo ultras dei “Drughi ma solo “in pectore”. Prende il posto di Geraldo “Dino” Mocciola, anni 52, leader storico e carismatico della curva bianconera. Di fatto, un re senza corona. L’impero è di Dino Mocciola, impossibilitato a frequentare gli spalti: sconta una condanna di 20 anni per l’omicidio di un carabiniere. Poi il Daspo. Lo “Stadium”, per lui è chiuso.

In sua assenza, “Ciccio” si distingue per capacità imprenditoriali e di aggregazione. É lui a gestire gli affari del gruppo più importante della Curva Scirea. Biglietti per gli ultras, merchandising con i simboli dei “Drughi”, tagliandi da rivendere a prezzi maggiorati per finanziare il gruppo. Il ragazzo si distingue. E convince la Juventus a puntare su di lui. Diviene il braccio destro di Alberto Pairetto. Un cognome familiare: Alberto è il figlio dell’arbitro ed ex designatore Pierluigi ed è anche “Head of Events” della FC Juventus: gestisce gli eventi. “Ciccio”, sebbene lavori come guardia giurata presso la Telecontrol, è una sorta di persona fidata. L’anello che congiunge tifoseria e società. Una investitura che non fa piacere alla “Scirea”. Che lo esclude.

Dal 2014 “Ciccio” sparisce dalla curva e smette di essere il referente dei “Drughi”. Dissidi con Mocciola, si dice. E non solo. C’è qualcosa di molto più serio: altri supporter lo accusano di non curare gli interessi della curva. E non sono tifosi qualsiasi. L’allontanamento di “Ciccio” dalla curva coincide con l’ingresso di un nuovo gruppo ultras che, si dice, sia sostenuto dalla criminalità organizzata calabrese. ‘Ndrangheta. I nuovi tifosi sono sostenuti da Rocco e Saverio Dominello e Fabio Germani. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera”. Attualmente questi tre personaggi sono in regime di custodia cautelare dopo l’operazione antimafia condotta dal gip Stefano Vitelli in Piemonte che ha sgominato la cosca dei Santhià, attiva nelle province di Torino, Biella, Vercelli e Novara.

L’inchiesta della Procura si lega, per certi versi, a quanto accade a Bucci: gli inquirenti hanno sospetti pesantissimi e non escludono che “Ciccio” possa aver ricevuto minacce. Il tifoso è convocato come “informato dei fatti”. Interrogato, non convince né il pm Monica Abbatecola, né il capo della Mobile di Torino, Marco Martino. Secondo alcune indiscrezioni, subito dopo la deposizione, è minacciato. Da chi? Domande senza risposta, interrogativi destinati a cadere nel vuoto. Lo stesso vuoto che ha scelto “Ciccio”. Chi lo conosceva bene, nel giorno dei funerali, sostiene che “ha preferito morire, piuttosto che parlare”. Bucci, dopo l’incontro in Procura, telefona alla ex moglie (i due si stavano separando). É la sua ultima telefonata: si getta dal cavalcavia della Torino – Savona, a Fassone. Un volo senza ritorno che porta con sé terribili segreti?

Piovve tanto che tuonò: L’ira di Malagò sulla Serie A

Piovve tanto che tuonò: L’ira di Malagò sulla Serie A

Ennesima fumata nera. La Lega Calcio è ancora senza una guida e rischia di non essere rappresentata alla prima riunione del consiglio FIGC del Tavecchio bis, fissata il prossimo 27 marzo. Anche l’ultima assemblea elettiva si è chiusa con un niente di fatto che ha irritato, e non poco, Giovanni Malagò. Il Presidente del Coni ha perso la pazienza e fissato l’ultimatum. Se la Lega non eleggerà Presidente e Commissari entro il 15 aprile, la soluzione sarà il commissariamento. Aleggia il commissario, dunque. Uno spettro che non spaventa i grandi club. Anzi, l’atteggiamento ostruzionistico delle “big” cela, neanche troppo velatamente, la scelta di un regno “ad interim” che apra le porte alla riforma dello statuto. In ballo, soldi e potere. Da spartirsi attraverso un progetto che vede alleate Juventus, Inter, Roma, Napoli e Fiorentina, unite nell’obiettivo comune: creare una nuova “Governance”. Un “triumvirato” composto da un presidente di rappresentanza e due delegati: uno che curi lo sviluppo economico del prodotto e l’altro la gestione sportiva.

E l’articolo 19? Argomento scottante, che riguarda la ridistribuzione dei diritti Tv fra le “venti sorelle”. Meglio lasciarlo raffreddare, anche perchè meno si maneggia, più alte sono le possibilità che le “piccole” siano costrette a scendere a miti consigli e accontentarsi delle briciole. A conti fatti, dunque, le posizioni sono delineate. Sarà guerra di logoramento, a tutto vantaggio di chi deve attendere. La prossima data utile per l’elezione è il 22 marzo. E se la Lega non eleggerà il presidente (come è presumibile accada)? Chi sarà il commissario? Tutto lascia credere che la scelta cadrà su Michele Uva, attuale direttore generale della FIGC. Una soluzione che sta benissimo alle grandi. Uva è apprezzatissimo da Andrea Agnelli, ideatore e trascinatore della riforma dello statuto. E non dispiace anche al resto delle “big”, appoggiate da alcuni esponenti della media borghesia come Torino, Sampdoria e Sassuolo. Del resto, non esistono alternative a Maurizio Beretta. Nè si ha, a questo punto, alcun interesse alla ricerca di un nome nuovo. A meno di clamorosi colpi di scena in queste ultime settimane, il percorso sembra segnato. L’unica certezza è che il presidente uscente è all’angolo. Ha goduto per anni dell’appoggio di Claudio Lotito, ma ne è rimasto incastrato: ormai in tanti lo considerano un clone. E se il suo principale “sponsor”, candidatosi alla Lega della Serie B, dovesse defilarsi, il suo destino è segnato.

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Inter mai stata in B? Sì, ma c’è un però

Negli ultimi giorni ha preso piede la polemica relativa al messaggio comparso sui profili ufficiali dell’Inter in occasione della festa dei 109 anni della squadra meneghina. A buttare benzina, secondo alcuni, sulla faida secolare tra Juventus e il club neroazzuro uno stralcio in particolare che si riferiva al Triplete e al riconoscimento dell’Inter come unica squadra di serie A a non aver mai fatto tappa nel campionato cadetto. Tra i tifosi delle due squadre è scattata la “guerra” sui social anche in risposta a quanto detto da Buffon recentemente, parlando degli strascichi della partita più contestata di questo campionato. Parole certamente non apprezzate dai tifosi di Icardi&co come dimostrato dallo striscione nella partita di ieri a San Siro.

Questo il messaggio intero:

La nostra è una storia diversa dalle altre. È la storia di un club con valori profondi stabiliti più di cento anni fa e che continuano a guidarci ancora oggi. Ogni giorno.Siamo nati dalla visione di intellettuali, studenti, stranieri e artisti riuniti al ristorante l’Orologio di Milano. Condividevano un’idea moderna e innovativa per quel tempo: che Milano meritasse un palcoscenico internazionale, e una squadra internazionale.E così il 9 marzo 1908 nacque l’F.C. Internazionale Milano. Una squadra che abbraccia la diversità, in cui tutti i giocatori si riconoscono sotto un’unica bandiera: quella del talento. In 109 anni di storia l’Inter è l’unica squadra italiana ad aver conquistato il Triplete e a non essere mai retrocessa. Da oltre un secolo i nostri valori – Unità, Integrità, e Passione – guidano ogni nostra azione e ci fanno riconoscere agli occhi del mondo. Giochiamo con unità – dalla nostra nascita abbiamo schierato giocatori di più di 47 nazionalità diverse e abbiamo tifosi appassionati in tutto il mondo. Siamo senza dubbio una famiglia del mondo che vince unita. Agiamo con integrità – onestà e correttezza ci guidano. Non conta solo vincere, ma soprattutto come si vince. Giochiamo con passione – con un sentimento profondo che alimenta la nostra anima indomita. I nostri valori nascono da un forte credo che ci ispira e scorre nelle nostre vene. Noi siamo davvero fratelli del mondo. Lottiamo con coraggio per ciò in cui crediamo a testa alta, e il nostro cuore batte forte. Noi siamo i nerazzurri”

Ma davvero l’Inter non è mai stata in B? Quasi. Più precisamente, non ci è andata. L’Inter e i suoi tifosi si fregiano della “immunità” alla serie cadetta. In realtà i neroazzurrri si “guadagnano” una potenziale retrocessione nel 1922. Poi, però, per una serie di imprevisti e probabilità, conservano la massima serie (ri)passando dal via…

Stagione 1921-22. Situazione complicata. Il precedente campionato si era giocato con 88 squadre. Troppe. Ai nastri di partenza della massima serie si presentano in 105. Troppe. Si consuma lo “scisma”. A Milano nasce la Confederazione Calcistica Italiana. Si giocano due tornei: quello della FIGC (47 squadre) e quello della CCI  (58 squadre). Vinceranno Pro Vercelli (CCI) e Novese (FIGC).

Tutto secondo pronostico, tranne la disastrosa stagione dell’Inter: 11 punti in 22 partite, 29 gol fatti e 66 subiti. Ultimo posto e condanna alla Serie B? Secondo il regolamento FIGC sì. L’Inter però gioca nella CCI. E allora?

Nel mare magnum della confusione arriva un’insperata scialuppa di salvataggio. FIGC e CCI accettano un confronto. Entra in scena Emilio Colombo: il direttore della Gazzetta dello Sport, chiamato a dirimere la questione, presenta il “Compromesso” che prevede lo sciolgimento della CCI e il ritorno dei “secessionisti” in FIGC. Il nuovo torneo prevede 36 squadre. 12 CCI, altrettante FIGC, sei per meriti sportivi. Restano sei posti da giocarsi, previo spareggi incrociati, fra dodici squadre: 6  CCI e 6 FIGC. É lecito chiedersi in base a quali criteri si possano ridurre i ranghi penalizzando società e squadre che meriterebbero sul campo, la massima serie. Beh, chi potrebbe spiegarcelo è definitivamente irraggiungibile. L’unica certezza è che siamo in Italia anche nel 1922: contano meriti sportivi, bacino d’utenza, titoli, trofei, amicizie e simpatie.

Diverse squadre che avrebbero diritto alla Prima Divisione sono estromesse. L’Inter  ha comunque diritto di provare a salvarsi: e torna in corsa. Il percorso prevede due spareggi. Il primo dei due match è contro lo “Sport Italia Milano”. Vittoria facile, a tavolino: la società è fallita. Resta l’ultimo ostacolo per l’agognata permanenza. I nerazzurri affrontano la Libertas Firenze. Anzi, quello che ne resta dopo la fine del campionato (a marzo) e l’imminente fusione con la Fiorentina. I toscani sono costretti a scendere in campo. Sfide andata e ritorno. L’andata si gioca a Milano, il 16 luglio 1922, a tre mesi dalla fine del campionato. La Libertas stenta a trovare undici uomini da mettere in campo. L’Inter ce li ha e se la cava: 3-0. Il ritorno è una formalità: 1-1 a Firenze. Tanta paura, ma tutto ok. Grazie al “compromesso”  l’Inter gioca e vince gli spareggi, mantiene serie A e “immunità”. Mai stata in B. Al massimo, per due mesi e senza giocarvi.

 

 

100 di questi…Cioni, mister Spalletti

100 di questi…Cioni, mister Spalletti

Luciano Spalletti, cinquantotto anni oggi, tanti auguri. Ultimo compleanno a Roma? Il contratto non è stato rinnovato. Dunque, è una possibilità. Oggettivamente da (non) prendere in considerazione. L’unica certezza è che il “carro”, sovraffollatosi dopo la vittoria di Milano, si è svuotato, complice il doppio passo falso con Lazio e Napoli. Quanto basta, evidentemente, per rimettere tutto in discussione, persino il valore del tecnico. L’imputato deve rispondere a varie accuse: una su tutte, quella di “toppare” le decisive.

Spalletti non ha bisogno di essere difeso, basta leggerne numeri e risultati. La Roma, sotto la sua guida, ha recuperato, ritrovato e valorizzato il capitale tecnico: Dzeko è in corsa per la scarpa d’oro. Nainggolan, spostato da mediano a incursore, ha segnato più gol in una stagione e mezzo che in tutta la sua carriera in serie A. Oggi è un top player inseguito da mezza Europa alla stregua di Rudiger e Manolas. Fazio è un calciatore ritrovato così come Juan Jesus. Palmieri, da oggetto misterioso, è uno degli esterni sinistri migliori del campionato.

Non basta. Roma (s) travolge la realtà delle cose. La squadra è seconda in classifica, in vantaggio negli scontri diretti con il Napoli, ha perso un punto dalla Juventus nonostante un filotto d’impegni niente male (Inter, Fiorentina, Napoli) ed è in piena corsa per l’Europa League. In Coppa Italia ha ancora la possibilità di ribaltare lo 0-2 subìto nel derby. Stagione tutt’altro che compromessa. Anzi.

Eppure, sono bastate due sconfitte per rimettere tutto in discussione e caricare a pallettoni il fuoco amico. Spalletti è tornato nel mirino. E sembra quasi sia divenuto un peso, o peggio, il principale responsabile di una crisi che peraltro aveva annunciato in tempi non sospetti. Basta spostare le lancette a metà gennaio, vigilia della sfida con il Cagliari. Spalletti lancia l’allarme “sin qui tutto bene, ma siamo pochi”. Un segnale sottovalutato nel mercato invernale? Non esattamente. La società è intervenuta acquistando Grenier. Poco? No, se si contava sul pieno recupero dei lungodegenti. Mario Rui, però, è lontano dalla forma migliore. Vermaelen, non si è mai ritrovato. Florenzi, sfortunatissimo. Fosse andato come ragionevolmente previsto, i conti sarebbero tornati. La sfortuna, però, ci si è messa in mezzo e i nodi di una rosa ritrovatasi corta sono venuti al pettine. Analizzato il tutto senza pregiudizi, è innegabile che Spalletti abbia cavato dalla rosa anche di più di quel che ha potuto. Chiedersi se il tecnico debba restare a Roma stride con la logica. In virtù di quello che ha dovuto sentire e sopportare, la domanda andrebbe riproposta: Luciano Spalletti vuole restare a Roma? Potrebbe essere un… Pochettino più lontano. Radio (mercato) Londra lo avvicina al Tottenham, dove non avrebbe le stesse pressioni mediatiche di Roma e una squadra comunque di livello. Voci tutte da verificare. Fossimo nei panni dei tifosi della Roma, il migliore augurio da rivolgere a Spalletti è che rimanga.

Elezioni Figc: è battaglia all’ultimo voto

Elezioni Figc: è battaglia all’ultimo voto

Hotel Hilton di Fiumicino, ore 11,30: il calcio sceglie il suo nuovo padrone. Sfida all’ultimo voto fra Andrea Abodi e Carlo Tavecchio. Leggermente favorito il presidente uscente ma occhio alle alleanze delle ultime ore. Alle urne, 279 delegati rappresentanti di 7 categorie: Lega Serie A (12%), Lega Serie B (5%), Lega Pro (17%), Lega Nazionale Dilettanti (34%), Sindacato Calciatori (20%), Assoallenatori (10%) e arbitri (2%).

SCHIERAMENTI – Si parte dalle certezze. Tavecchio conta su LND e Assollenatori: 44%. Abodi, che ha dalla sua gran parte della Lega Pro, Sindacato Calciatori e Serie B si assesta sul 42%. Come sempre, l’ago della bilancia sarà spostato dalle scelte degli “indecisi”. Marcello Nicchi (arbitri) potrebbe appoggiare Abodi. Se lo farà, lo sfidante impatta. In caso di probabile arrivo al fotofinish, occhio alla Serie A.

“A” COME AGO – La massima serie si presenta spaccata e senza un presidente di Lega. L’ultima fumata nera risale al 2 marzo. Un “non voto” che dice molto. Gli spifferi provenienti da Via Allegri hanno generato correnti di pensiero opposte. La prima: Beretta non sarebbe più “ostaggio” di Lotito. La seconda: è possibile che il “gelo” fra i due possa sciogliersi dopo le elezioni FIGC. Voci. Così come si vocifera che la Juventus si schieri pro Tavecchio. Ammesso e non concesso sia vero, quanto è “trainante” il “sì” di Andrea Agnelli? E che senso avrebbe? Domande legittimate da Abodi, dichiaratosi certo del voto di 8 società di Serie A. Fra queste Roma, Napoli e Fiorentina. E le milanesi? Alla finestra. Ecco, appunto. Proprio ciò che serviva per alimentare nuove incertezze: perchè le “grandi” (Juventus, Roma, Napoli, Milan, Inter, Fiorentina) alleatesi per riscrivere lo statuto in Lega dovrebbero dividersi alle urne in FIGC? Dubbi che si traducono in un’unica certezza. Sarà battaglia sino all’ultimo voto.