Una SuperCoppa Italiana d’oro. Soprattutto se non si gioca in Italia

Una SuperCoppa Italiana d’oro. Soprattutto se non si gioca in Italia

Poco più di un portaombrelli? Beh, comunque abbastanza capiente. La Supercoppa italiana è un affare. Basta leggere i bilanci delle squadre: la Juventus ha incassato, lo scorso anno, 1,237 milioni. Non male per giocare 90′ o al massimo 120′. E in ogni caso, conviene giocarla fuori dall’Italia

Da dove derivano gli introiti?

La scorsa edizione si è giocata in Qatar. La Lega ha ottenuto il 10% quantificabile in circa tre milioni di euro. I club invece si spartiscono il 45 per cento. In Italia c’è maggiore audience popolare, ma ai club interessa probabilmente poco. L’estero lascia intravedere prospettive commerciali molto più ampie. E sopratutto redditizie: un mercato da 30-40 milioni subito e potenzialmente illimitato per l vendita dei diritti televisivi all’estero. Fra l’altro giocare in Qatar permette un risparmio sui costi “vivi” alle società: vitto e alloggio? Tutto pagato dagli sceicchi.

E quest’anno come è andata?

La Supercoppa Italiana 2017, vale circa 3 milioni di euro. Somma che scaturisce da un incasso di 1,7 milioni di euro. Sommato alla commercializzazione dei diritti tv (1,5 milioni di euro). Tradotto in soldoni, perché di questo si tratta, Juventus e Lazio, a prescindere da chi ha alzato al cielo il trofeo, si sono divise circa 1,4 milioni di euro. Il restante 10%, pari a 300 mila euro, invece finiscono nelle casse della Lega.

Le prospettive futuribili

Una perdita secca di 700 mila euro a testa. Quanto basta per tornare ad esportare il calcio italiano all’estero? Beh, la Supercoppa è un trofeo storicamente…turistico. Una sorta di spot della Serie A, quanto mai necessario in un contesto storico in cui il nostro campionato non è più considerato da “prime time”. Ecco perché, con ogni probabilità, dalla prossima stagione il terzo trofeo italiano tornerà…itinerante. Specificatamente in Arabia o in Cina. Questione di necessità: i diritti tv venduti all’estero, magari anche in Pay Per View, generano incassi importanti spalmati su un mercato pressoché illimitato. Musica per le orecchie delle Big, interessate più al marchio e alla diffusione del brand che al…portaombrelli. Ah dimenticavamo i tifosi delle squadre impegnate nel trofeo, che magari hanno difficoltà a raggiungere Dubai o Pechino. Riposta con una domanda. Quanto pensate che interessi?

 

Monza 1988, l’incredibile doppietta rossa in ricordo di Enzo Ferrari

Monza 1988, l’incredibile doppietta rossa in ricordo di Enzo Ferrari

Monza, 11 settembre 1988. Dodicesima prova del Mondiale di F1. Un Gran Premio d’Italia molto particolare. Sulle tribune dell’Autodromo Nazionale, c’è un posto vacante. L’antefatto si consuma alle 7 del mattino del 14 agosto a Modena: a 90 anni, muore Enzo Ferrari, fondatore della “Scuderia Ferrari”, un marchio capace di imporsi sia in pista che nel mercato dell’automobile.

In quel periodo, però, si vince poco. Anzi. Il Mondiale è dominato dalle McLaren di Ayrton Senna e Alain Prost: due cannibali. Su 11 Gran Premi disputati, sette vittorie per il brasiliano, quattro per il francese. La Ferrari, lontana anni luce delle monoposto anglo-giapponesi, è affidata a Berger e Alboreto. I primi dei “normali”. I due piloti vivacchiano su e giù dal gradino più basso del podio. Poche soddisfazioni e tanta polvere. Monza, però, è la gara di casa…

Il weekend procede senza sorprese: le qualifiche premiano la scuderia di Woking. La prima fila, come prevedibile, è tutta Mc Laren. Prost e Senna. Berger e Alboreto in seconda fila. Si profila l’ennesima gara a senso unico. Prost e Senna, Senna e Prost. Uffa, che noia. I due piloti si giocano il titolo mondiale su una macchina che viaggia come un’astronave: staccano facilmente le due Ferrari che arrancano in terza e quarta posizione.

Al 35esimo giro, però, il primo colpo di scena. Prost rallenta, gira su tempi altissimi, la sua macchina produce un rumore sordo. Guasto elettrico. Berger lo attacca e lo supera senza difficoltà alle curva di Lesmo. Il cedimento del propulsore del compagno lascia via libera a Senna. Il brasiliano, primo e senza il suo avversario più pericoloso ha oltre 10 secondi di vantaggio sulle due Ferrari. Deve solo gestire la gara e portare la sua monoposto al traguardo per guadagnare punti preziosissimi in ottica mondiale.

A tre giri dalla fine, però, accade qualcosa di incredibile: Senna deve doppiare Schlesser, un pilota Williams che neanche doveva parteciparvi, a quel Gran Premio. Gareggia solo perché Nigel Mansell (che ha già firmato con la Ferrari per l’anno successivo) ha il più classico dei “mal di pancia”. Il pilota di riserva della monoposto inglese vede la sagoma di Senna ingrandirsi negli specchietti. Il brasiliano è sempre più vicino… quanto basta per far perdere la testa al pilota francese. Schlesser prima frena, poi inchioda, quindi taglia la curva al limite delle leggi della fisica e della logica. Senna non può evitarlo, il tocco è inevitabile. Testa coda. La gara di Ayrton, finisce lì, a pochi passi dal drappo del Cavallino…

Berger e Alboreto si ritrovano al comando. Restano due giri. É una lunga passerella: il pubblico in visibilio accompagna i due sino alla bandiera a scacchi. Le due rosse fra cori da stadio più che da autodromo, tagliano il traguardo praticamente insieme, a 512 millesimi l’uno dall’altra. Doppietta Ferrari. Evento che, da queste parti, non si verificava da 9 anni. Un successo maturato a metà fra l’imprevisto e l’imponderabile. Per la cronaca, le McLaren vinceranno le ultime quattro gare in calendario e chiuderanno il loro 1988 con 15 vittorie su 16 GP. Vinte tutte, insomma. Tranne a Monza. Non lì, non allora. Non si correre più veloci del destino. E l’11 settembre 1988, a Monza, vi era un avversario insuperabile: il ricordo del Drake. E cosa, se non il trionfo tutto Ferrari, per celebrarlo?

Barca-Real, Mas que Futbol: Storia, Calcio, Politica e Identità del Clasico

Barca-Real, Mas que Futbol: Storia, Calcio, Politica e Identità del Clasico

Barcellona-Real Madrid. Más Que Fútbol. Più che calcio. “El clasico” va oltre la rivalità sportiva. Madrid e Barcellona sono divise dalla storia, nel senso pieno del termine: ben 1100 anni da separate in casa.

Lo strappo ha radici profonde e si consuma nel IX secolo: tre contee (Girona, Leida e Terragona) si slegano dalla “morsa” Aragonese-Castigliana, accorpandosi intorno Barcellona, in una porzione di territorio situata fra i Pirenei e il Mediterraneo. Nasce la Cataluña, lontana geograficamente, politicamente e linguisticamente da Madrid. Seicento anni dopo nasce il Regno di Spagna. La formazione di uno stato unitario acuisce il dissapore. I catalano si dissociano politicamente dal concetto di nazionalismo e imperialismo spagnolo. É il punto di non ritorno. Il percorso della storia incanala Madrid e Barcellona su universi paralleli destinati a non incrociarsi. Anche perché, quando succede, il “big bang” è dietro l’angolo. Succede nel XIX secolo, età di rivoluzioni ed indipendentismo. Barcellona assorbe il concetto di “reinaxensa” e lo applica, nei decenni a seguire, alla geopolitica. Gli intellettuali locali smuovono le coscienze. Obiettivo: riscattare la letteratura catalana, oscurata dal predominio culturale di una lingua statale, ma non autoctona. Il “nemico” è individuato nel Castigliano. Protesta o pretesto? Madrid opta per la seconda soluzione. Dietro il “purismo linguistico” intravede una potenziale guerra civile. Perciò, taglia corto: nel 1931, concede il bilinguismo territoriale a Barcellona, capitale culturale della Cataluña.

La guerra civile del 1936-39 rimescola le carte: l’ascesa al potere di Francisco Franco cancella l’autonomia della regione. Il “caudillo” dichiara illegale il catalano. Nel 1978, dopo la morte del dittatore, la Cataluña vota a favore della neonata Costituzione che pone la condizione della indivisibilità della Spagna, ma riconosce autonomie alle regioni. La Cataluña torna ad essere comunità autonoma.

Il ripristino dello status quo prima di Franco non risana rancori e sentimenti antimonarchici: Barcellona ha una forte identità. Una larga parte della popolazione, ferita ed oppressa per oltre 40 anni, chiede un risarcimento, quantificabile nel riconoscimento come Stato, nel senso pieno del termine. Lo slogan si racchiude in cinque parole. “La Catalogna non è Spagna”.

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Richiesta difficile da accettare, politicamente ed economicamente anche per la stessa comunità  locale: Barcellona ha due anime che combattono. Vorrebbe l’indipendenza da Madrid ma è anche consapevole delle conseguenze. Uscire dalla Spagna, significa  allontanarsi dal mercato europeo e trovare, in autonomia, risorse per la sopravvivenza. Ipotesi che terrorizza istituti di credito e imprese, alla costante ricerca del compromesso. Quanto accade nel novembre del 2014 racchiude l’essenza del problema: il governo catalano indice una “consultazione non referendaria sull’indipendenza della Cataluña”. Il risultato è una netta affermazione del “sì” che produce un magnifico esercizio di cerchiobottismo. Madrid fa leva sulla Costituzione, ribadisce unitarietà e indivisibilità della Spagna e cataloga l’evento come “semplice consultazione”. In pratica prende atto della volontà di un popolo, senza riconoscerla.

In questo contesto, il calcio, come spesso accade, diviene cassa di risonanza di tensioni sociali. Il Real è la squadra della Corona, l’espressione piena della Castiglia, l’identificazione del Regno di Spagna. Il Barcellona è la capitale della Cataluña, regione di profonda connotazione indipendentistica. Ecco perché “El clasico” non è, né sarà mai, una partita come le altre. Vincerlo, è ribadire una supremazia sociale, territoriale, politica ed identitaria. Ecco perché, quando si incrociano Real Madrid e Barcellona,  è “Más Que Fútbol”.

Justin Fashanu, il fratello “sbagliato”

Justin Fashanu, il fratello “sbagliato”

I trentenni, o chi gli gira intorno, a quell’età, ricordando John Fashanu. “Idolo” della Gialappa’s e di “Mai dire gol”. Specialità della casa: errori tragicomici sotto porta. La storia di Justin, fratello di John, è invece, solo tragica.

Justin nasce nel 1961, nella zona est di Londra. A 17 anni è nel Norwich City. Un anno dopo, esordisce da professionista. Nel 1980 segna il “gol dell’anno” al Liverpool e si prende le prime pagine di tutti i giornali. 39 gol in 103 presenze. Quanto basta per vestire la maglia del Nottingham Forest. É il primo calciatore di colore che sfora il tetto della cifra a sei zeri di stipendio.

A Nottingham, però, le lotte per l’eguaglianza sociale e i pari diritti sono una leggenda. Già, come quella di Robin Hood. Favole da raccontare ai bambini. La realtà è ipocrita e intollerante. E mette all’angolo Justin. Colpevole di essere omosessuale. Difficile dichiararsi omosessuale oggi. Figurarsi nell’Inghilterra puritana e bigotta, anche un filino razzista, di fine anni ’80.

Il centravanti del Forest nero e omosessuale? Figuriamoci. Il tecnico Clough è un “duro”. E non accetta fottuti finocchi in squadra. “Fottuto finocchio”. Lo definisce così.

Justin, lo sanno anche se non lo dice, è “frocio”. E anche “negro”. Beh quello è evidente. Come il becerume, che abbonda negli stadi inglesi. Sin troppo facile, per tifosi, lanciare banane in campo. Fashanu è sensibile, giovane. Ne risente. Appena 3 gol, in 32 partite. É l’inizio della fine della sua carriera. Clough lo scarica: la carriera prosegue al Southampton. 9 partite 3 gol. Abbastanza per convincere il Nottingham County, l’altra squadra della città di Robin Hood. E questa volta il rendimento è come la favola: Justin “Robin Hood” Fashanu entusiasma la squadra povera. 64 partite e 20 reti. Poi un grave infortunio al ginocchio ne condiziona il rendimento. Nel 1985 Fashanu è costretto a lasciale il Brighton per curarsi negli USA. Guarisce. Ci riprova. Però non è più il “Fash” di inizio carriera.

Nel 1990, ha 29 anni, è allenatore-giocatore del Southall, ritiene sia il momento giusto: dichiara al mondo la propria omosessualità. Il 22 ottobre il “Sun” pubblica l’intervista esclusiva. Justin non è in cerca di pubblicità. Vuole squarciare il velo dell’ipocrisia.  Il proposito è lodevole. Il risultato devastante. Justin è lasciato solo. “Bollato”. La comunità nera lo rinnega pubblicamente. Compreso il fratello, John. Calciatore anche lui, sale, di corsa, sul carro dell’intolleranza e prende il treno diretto in Premier. Un affarone, per John, avere il fratello omosessuale. Scaricandolo, la sua carriera ne beneficia. Non fosse altro perché le società inglesi si litigano, per mettere in vetrina la loro “sobrietà” il “Fashanu normale”.

L’altro Fashanu, il “negro”, il “finocchio” il “diverso” continua a giocare, inseguito dai media a caccia di uno scandalo. Del resto, gli sciacalli sono pronti. Testimonianze pagate a peso d’oro dai tabloid. E poco importa se siano vere. Justin è uno strumento di massa. Può spostare equilibri sportivi e politici. La carriera di Fashanu è un flipper. Inghilterra, Canada, Svezia, Scozia, USA.

L’ultimo atto si consuma nel 1998,  oltreoceano nel Maryland: Ashton Woods il 25 marzo si presenta alla polizia. Dichiara di essersi svegliato nel letto d Justin Fashanu, dopo una serata spesa fra alcool e fumo. Il ragazzo lo accusa di averlo narcotizzato e di essersi svegliato mentre Justin gli praticava del sesso orale. Fashanu è interrogato dalla polizia: offre la massima collaborazione. Il 3 aprile è il giorno fissato per il test del DNA. Quando la polizia bussa a casa di Justin, l’appartamento è vuoto. Fashanu è in Inghilterra, impegnato a trovare un legale che lo difendesse. Nessuno si offre. Un mese dopo il suo corpo è trovato privo di vita. Appeso a un cappio del garage.

Accanto, un biglietto, in cui dichiara la propria innocenza, ammette il rapporto reciproco e precisa di aver subito un ricatto. Del denaro. Le ultime frasi racchiudono il dramma interiore:  “Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine”. Il suicidio chiude un processo penale che lo avrebbe comunque portato alla condanna: sino al 1998, nel Maryland, è stata in vigore la legge “anti-sodomia” che dichiarava punibile con il carcere i rapporti orali anche in assenza di stupro.

Nel 2016, a 18 anni dalla sua morte, qualcosa è cambiato. In questa settimana, il calcio riscrive i regolamenti:  chi userà parole come “finocchio” o “frocio” sarà punito come razzista, sino a 19 giornate di squalifica. Justin era “negro” e “frocio”. La società, i suoi compagni, la sua famiglia, lo hanno squalificato e rinnegato Il tempo, a differenza degli uomini, gli rende giustizia.

Bolt arriva terzo ma vince lo stesso. E l’atletica si scopre “rosicona”

Bolt arriva terzo ma vince lo stesso. E l’atletica si scopre “rosicona”

Si può vincere arrivando terzi? Certo che si può. Anche perché non ci crediamo, Usain, che la tua Ultima Corsa si chiuda con una sconfitta. La notte di Londra celebra l’ultimo lampo di Bolt, che risplende su una medaglia di.. bronzo Su una medaglia. Va bene, il cronometro non ha sentimenti. Premia Justin Gatlin (9.92) davanti a Christian Coleman (9.94). Il giamaicano, soltanto bronzo in 9.95. Ma ha vinto. Eccome. Il tributo è tutto per lui.

Justin il guastafeste. Come ti sei permesso?

Just in Time per rovinare la festa. Vince Gatlin e rimane l’amarezza. Forte. Una delusione enorme. Talmente intensa da spingere il civilissimo pubblico inglese a fischiare un trentacinquenne che, comunque, se la a va a cercare portandosi l’indice all’altezza della bocca. Reazione comprensibile. Paradossale. Campione del mondo senza onore. Ha vinto la medaglia d’oro nel momento più sbagliato possibile. E, oltre ai fiori, si becca anche fischi. Macchiatosi, proprio a Londra, del reato di lesa maestà. Come si è permesso di vincere? Perchè questo eccesso di confidenza? In un impeto di pancia che non appartiene al mondo della atletica, si consuma un momento di rara antisportività. La gente abbandona gli spalti. Roba che non succede mai. Sembra calcio. Non lo è. Semplicemente, si va via, perché non c’è nessuna festa.

Usain, però, non perde il buonumore

Quantificare la delusione in nove secondi e novantacinque centesimi non è facile. Specialmente se arrivi a tre centesimi di secondo dalla vittoria più importante. Un anelito. Un soffio di fiato. Un attimo. Sarebbe bastato azzeccare la partenza. Il giamaicano,come sempre, scatta dai blocchi senza scioltezza e mantiene un passo rigido, quasi bloccato, sino agli ultimi trenta. Poi quattro cinque falcate da Bolt. Quanto basta per entrare in zona medaglia. Non sufficiente a centrare il gradino più altro del podio. Usain si amareggia, ma non come il pubblico. Capisce che la gente ha bisogno comunque di lui, anche se non ha vinto. E allora, in un gesto d’amore, non rinuncia al suo Show. Grazie, arrivederci. Alla staffetta. Perché c’è ancora una medaglia: quella della 4X100. Lì non si scappa. Festa solo rimandata, ma non importa. Faccelo ancora, l’arciere. Una volta sola…non puoi lasciarci così…