Juventus: ma era proprio necessario richiamare Riccardo Agricola?

Juventus: ma era proprio necessario richiamare Riccardo Agricola?

Riccardo Agricola, ex medico sociale della Juventus, sta per tornare nell’organigramma bianconero. Il suo compito:direttore sanitario all’interno della J Medical, la struttura privata gestita totalmente dalla società di Corso Ferraris. Riccardo Agricola. Chi era costui? Ah, già. Ritorna in mente, non esattamente bella, una storia di calcio e farmaci. Riavvolgiamo il nastro alla fine degli anni 90, quando una Juventus fortissima domina in Italia e in Europa. Senza paura. Alle macchie, ci pensa Raffaele Guariniello. Il pm di Torino apre un’inchiesta sull’abuso dei farmaci.

Riccardo Agricola, è pienamente coinvolto in quel processo. Juve centrifugata, processo in ammollo. Poi tutto finisce in prescrizione. Tutto inizia alla metà del 2000. Quando il GUP accoglie le richiese della Procura: Riccardo Agricola (medico sociale della Juventus) e Antonio Giraudo (amministratore delegato bianconero) sono rinviati a giudizio. L’accusa? “pluralità di atti fraudolenti consistenti al fine di raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento di competizioni sportive organizzate dalla FIGC”. La sentenza giunge il 26 novembre 2004: condanna Riccardo Agricola a un anno e 10 mesi. Giraudo è assolto perché non esistono elementi che potessero confermare la responsabilità della società. Il ricorso però stravolge la sentenza: il 14 dicembre 2005 è confermata l’assoluzione di Giraudo ed anche Agricola è prosciolto perchè “il fatto non sussiste” in quanto “nessun giocatore della Juve risultò positivo a sostanze dopanti e nessun elemento processuale fece intendere l’acquisto di Epo da parte della società”. In sostanza l’accusa si ridusse in abuso di farmaci leciti. Guariniello è sconfitto su tutti i fronti. La vicenda si trascina ancora e trova la parola fine il 29 marzo 2007.

La sentenza della Seconda Sezione Penale dichiara la prescrizione del reato di frode sportiva nei confronti dell’ex amministratore delegato della Juventus Antonio Giraudo e del medico sociale bianconero Riccardo Agricola. Storia finita? Neanche per sogno. Preso atto della possibilità di un ritorno di Agricola, Guariniello, si è affrettato a ricordare, urbi et orbi, che “prescritto non significa innocente”. E vabbè, evviva la scoperta dell’acqua calda. Non serviva una lezione di diritto. Piuttosto una presa di coscienza, di fronte a una questione ormai puramente etica. In questo senso, ognuno ha la sua misura. Anche Agricola e la Juventus. Evidentemente diversa, non per questo condannabile.

Confederations Cup: tra soldi (tanti), proteste e paura inizia la competizione più inutile del mondo

Confederations Cup: tra soldi (tanti), proteste e paura inizia la competizione più inutile del mondo

Confederations Cup. Se proprio non potete scendere, allacciate le cinture e salite sulla giostra del torneo che celebra la sua decima e probabilmente ultima edizione. Si parte oggi, si chiude il 2 luglio: settimane di grande (?) calcio.  Si inizia con Russia (63esima nel ranking)-Nuova Zelanda (95esima) sotto l’occhio inflessibile della VAR.

Perché si gioca? E chi? Le stelle stanno a guardare. L’Argentina è riuscita a perdere due Cope America in tre anni. Tocca al Cile. L’Africa presenta il Camerun. L’America Centrale il Messico. Asia e Oceania le temibilissime Nuova Zelanda e Australia. L’Europa assalta la diligenza con Portogallo, Russia e Germania che però è in veste sperimentale. Risultato: assenti tutti i big tranne Ronaldo, che al Portogallo ci tiene. Non gli capita di vincere spesso in nazionale e un bis dopo l’Europeo sarebbe gradito anche in ottica Pallone d’Oro. Unico ostacolo: Draxler. Ecco, appunto. La corsa ad un trofeo infimo dal punto di vista tecnico è segnata.

La coppa, però, vale tantissimo sul piano economico. La FIFA è stata generosa, o forse vuole solo farsi perdonare il disturbo: ogni federazione riceverà un premio di partecipazione di 1,5 milione di euro. Il resto del montepremi invece è cosi suddiviso: 3,6 milioni di euro per il vincitore. 3,2 milioni di euro per l’altra finalista. Gloria (e soldi) anche per la “finalina” che assegna il terzo posto che vale  2,7 milioni di euro. Chi scende dal podio si consola con 2,2 milioni di euro.

Tanti soldi. Gli sponsor, del resto, non mancano: così come l’attore protagonista. É vero, prenderà un sacco di calci, ma è indispensabile.

Ecco “Krasava” il nuovo pallone prodotto dall’Adidas. Si presenta con un bel rosso, raffigurante un rubino. Ah, per la cronaca “Krasava” è intraducibile. Racchiude un concetto: l’elogio dettato dallo stupore. Quindi se siete in Russia e ci state leggendo, in primis, grazie. Poi se qualcuno vi dirà “Krasava” non prendetevela. Non vi hanno scambiato per un pallone. Anzi, probabilmente gli piacete.

I turisti saranno, del resto, in buona compagnia: i biglietti per i residenti in Russia hanno un prezzo minimo agevolato di 13 euro. Se il vostro tagliando “low cost” oscilla fra i 40 e i 60, consolatevi. Ai Mondiali costeranno il doppio. Oh, del resto, gli stadi andavano riempiti.

Ah, a proposito: ecco lo stadio Stadio Krestovskij, per gli amici più pigri, Zenit Arena. Ospiterà la gara inaugurale e la finale.

É uno degli impianti più costosi mai costruiti. Il preventivo di spese aggirava i 111 milioni, ma si sa, fra imprevisti e probabilità spesso il costo lievita. In questo caso ha sforato i nove zeri. Più di un miliardo di lire per uno stadio rivisto, corretto e corrotto. Una gestione discutibile: fra l’altro il comitato organizzatore ha dimenticato le distanze siderali fra le varie città che ospiteranno l’evento. E così, fra Confederations e Mondiali 2018, sono andati in fumo miliardi di euro per i trasporti che rischiano di costare il default alle città meno ricche che ospitano la kermesse. San Pietroburgo, Mosca, Kazan e Sochi sono salve. Il resto? Abbandonate a se stesse, anche perché il Governo ha cassato il piano di riforma della Alta Velocità sui Monti Urali.

Capitolo sicurezza: sembra che gli hooligans russi siano mooolto più mansueti fra le loro mura. Vuoi per le drastiche misure locali, vuoi perché impegnati a difenderle, quelle mura: la Russia è spesso scesa in piazza contro la demolizione delle case popolari.

Alle tensioni interne si aggiunge anche il rischio terrorismo: in campo 170 mila volontari pronti (più o meno) a tutto. Insomma, nonostante questa competizione abbia bisogno di un tasso alcolico superiore a quello tecnico dei protagonisti in campo per poter essere apprezzata, si gioca. E Madre Russia indosserà il vestito migliore. Putin non ama il calcio, ma ha parecchio a cuore la vetrina internazionale, E, sopratutto nello sport, la Russia ha bisogno di ritrovare credibilità e rifarsi il look, piuttosto rovinato dagli insuccessi negli sport di squadra e lo scandalo doping.

L’urlo di Monchi

L’urlo di Monchi

Roma-Boston andata e ritorno. Conclave concluso. La dirigenza della Roma torna in Italia per tuffarsi nella sessione del calciomercato. Tutti per uno, uno per tutti. E, però, tranne uno. E non uno qualsiasi. Che fine ha fatto Frederic Massara? Perché non ha partecipato alla spedizione americana? Interrogativo legittimo. Risposta: ha il contratto in scadenza. E tutto lascia credere non rinnoverà. Il suo futuro? Con ogni probabilità a Milano, sponda Inter. In compagnia di Luciano Spalletti e del suo mentore Walter Sabatini. “Tutti per uno, uno per tutti” sì, ma da un’altra parte. E con il sogno, neanche troppo celato, di scavalcare la Roma.

E Monchi? Come l’ha presa? Beh, “El director” ha il suo bel da fare: in primis, ufficializzare il nuovo tecnico. Quindi, mantenere l’ossatura di una squadra che, tecnicamente, ha perso più con l’addio di Spalletti che di Totti. Poi, ripianare i debiti: i “pagherò” a scadenza giugno 2017 (Perotti, Fazio, Peres, Juan Jesus, Mario Rui e Palmieri) ammontano a 40 milioni (già proprio quanto il premio garantito dall’ingresso ai gironi di Champions). Infine, evitare la scure dal Fair Play Finanziario: altri 40 milioni da pagare alla UEFA. Concilia? Sì certo. Al solito: cedendo un big. Salah un piacere… In sintesi: il mercato della Roma somiglia un padrenostro. Rimettere ai debitori e resistere alle tentazioni.

In un contesto così complicato, sicuri che Massara non sarebbe servito? É un “database” di calciatori vivente. Ha conoscenza e cultura necessaria per intavolare trattative transoceaniche. É già in grado di destreggiarsi a Roma, dedalo popolato da flora e fauna affamate di vittoria e suscettibili, anzi, incazzosissime, di fronte ai termini “cessioni” “plusvalenze” “scommesse”. Insomma, Massara sarebbe stato il “Virgilio” ideale per Monchi, catapultato nei gironi danteschi della capitale e del calciomercato, entrambi popolati da anime più o meno nere. Invece no. Ramón Rodríguez Verdejo è rimasto solo. E probabilmente anche contrariato. Franco Baldini, l’uomo di fiducia della società, ama l’arte: ecco, appunto. Intervenga, che c’è il rischio di ritrovarsi faccia a faccia con un’opera inedita: l’urlo di Monchi...

C’Mon Guys: la storia di Gazza raccontata senza le solite banalizzazioni

C’Mon Guys: la storia di Gazza raccontata senza le solite banalizzazioni

Abbiamo intervistato Fabio Argentini, autore insieme a Luca Aleandri del libro “C’mon Guys” dedicato a Paul Gascoigne e alla sua vita troppo spesso raccontata con banalizzazioni di comodo.

“C’mon guys” è un libro su un personaggio controverso. Quanta differenza corre fra Gascoigne calciatore e Paul uomo? Poteva evitare il tunnel dell’acool?

«In realtà, oltre le apparenze, non corre alcuna differenza, anche secondo i pareri di quanti abbiamo intervistato tra compagni di squadra, allenatori e dirigenti dell’epoca. Tutti concordano nel sottolineare le caratteristiche che Gascoigne manteneva inalterate dal campo alla vita privata. Una su tutte la generosità che è stata per lui un limite decisivo per la carriera. Gazza era generoso all’eccesso. Non si poteva dirgli “bella questa cinta” che se la toglieva e te la regalava. A Di Vaio, ancora Primavera, regalò un cellulare perché lo aveva sorpreso ad ammirarlo in vetrina. Così faceva con i compagni di squadra, con gli amici e con i semplici tifosi. Racconta un ragazzo che incontrò Gascoigne in uno studio di fisioterapia. Era inverno e la giornata era particolarmente fredda. Questo tifoso strabuzzò gli occhi nel vedere il suo idolo e parlando, prima della terapia, ebbe modo di commentare la bellezza del giaccone sociale che Gazza gli fece trovare all’uscita andando via in maglietta».

Ma questa generosità ha generato, per la troppa irruenza, l’infortunio – era il 18 maggio del 1991 – nella finale di FA Cup tra Tottenham e il Nottingham Forest. Poi la rottura dello zigomo e l’altro gravissimo infortunio in allenamento quando già indossava la maglia della Lazio per un intervento sempre scomposto sul giovane Primavera Alessandro Nesta. A proposito di generosità: Gazza regalò a Nesta un campionario di scarpe di marca, molte nuove di zecca, dicendo “tanto a me non servono”. Era una scusa per tranquillizzarlo.  

“Oltre alla generosità Gazza era anche vittima della sua sensibilità e fragilità: fin da ragazzino segnava gol a grappoli trovando in campo una leggerezza che nessuno si aspettava vedendolo arrivare al campo grassottello, così goloso di cioccolata, affamato di dolci e di affetto. Sin da piccolo faceva scherzi di ogni genere schermandosi dietro un sorriso disarmante. Dietro a quegli scherzi, però, si nascondeva una fragilità infinita. Soffriva di tic, fissazioni, odiava il buio. L’allegria sfrenata faceva da contraltare a una irrequietezza profonda. Il calcio lo tranquillizzava e lo ripagava. Ma dopo tanti infortuni e sfortune l’ultima partita è stata vinta dalla bottiglia”.

Gazza, senza i suoi vizi, avrebbe avuto lo stesso fascino? Quanto ha influenzato, nell’immaginario collettivo, il suo essere “maledetto”? 

 «Gazza ha sempre conquistato l’attenzione dei tifosi e della terribile stampa d’oltremanica, in ogni epoca vissuta. Bianca o nera, con tutti i toni di grigio in mezzo. Sembrava che, dopo il Mondiale del 1990, non si parlasse d’altro che di lui. Paul era l’icona pop art, espressiva di un’era come poteva esserlo un’opera di Andy Warhol. Quando era al top ogni suo gesto veniva esaltato, apprezzato, imitato. E finiva sulle prime pagine dei tabloid e delle riviste che facevano a gara per acquistare una foto esclusiva. Nell’ottobre del 1990 una vecchia Hit del 1971 venne rielaborata in un video musicale cantato ed interpretato dal giocatore e il brano (“Fog on the Tyne”) raggiunse il secondo posto nella top ten dei singoli nel Regno Unito. Gazza cantava, uscivano videogames con il suo nome, statuine, action figures, video con lezioni di calcio o di pesca – il suo hobby – e i sondaggi lo vedevano più popolare della Teacher. L’asso inglese partecipò allo show televisivo satirico Spitting Image, nel quale veniva preparato un fantoccio in lattice del protagonista di puntata: oggi quella maschera è  in mostra al National Football Museum di Preston. Gazza ha anche il primato di ben due statue di cera a lui dedicate, la prima al Madame Tussauds di Londra e la seconda ancora al National Football Museum.  E, quando venne preparato, nel giardino roccioso gigante in Inghilterra, il Mount Rush-Score (una versione in miniatura del Monte Rushmore), Gazza venne inserito tra i quattro volti dei giocatori più importanti del calcio inglese.

Gazza approdò a Roma con questo alone a circondarlo. Nell’estate del 1991, venne accolto da una folla impazzita.

 L’essere – poi – “diventato” maledetto gli ha dato solo una veste altrettanto appetibile dell’altra agli occhi della stampa soprattutto inglese. A un certo punto, da eroe Gazza faceva più notizia da maledetto e i fotografi sono arrivati a lasciargli le bottiglie sull’uscio di casa.

Gazza, pur vittima del demone dell’alcool ha sempre cercato di combattere l’etichetta alla Best, il purosangue di Belfast che ha lasciato anche lui ricordi indelebili tra giocate e slogan che hanno fatto la storia come “Ho speso montagne di soldi tra macchine e donne, gli altri lo ho sperperati” o anche “Non so se sia più difficile andare a letto con Miss Mondo o fare gol al Liverpool da centrocampo. Nel dubbio, ho fatto ambedue le cose”. Ma, rispetto al quinto Beatles (l’unico che avrebbe potuto attraversare le strisce pedonali di Abbey Road con gli altri quattro), Gazza ha sempre detto che non sarebbe finito mai come lui…

Anche durante l’Europeo inglese del 1996, Gazza tentò di dare una spallata alla nomea che stava per circondarlo e soffocarlo. Dopo, però, l’ennesima bravata…

Questa la cronaca. Gascoigne, dopo un gol alla Scozia, viene festeggiato dai compagni (Teddy Sheringham e Gary Neville). Gazza si sdraia per ricevere la “sedia del dentista” con l’acqua della borraccia a sostituire l’alcool di Hong Kong, sede del ritiro dell’Inghilterra dove, nel corso di una serata libera, alcuni giocatori si erano ubriacati. Le immagini della notte brava avevano fatto il giro del mondo e mostrato il modo di far trangugiare alcolici a un bevitore quasi passivo. Il ritorno in patria è accompagnato dalle polemiche. Ma, Paul e soci, risponderanno sul campo. L’esultanza dopo il gol diventerà famosa e segno di riscossa».

 Gascoigne ha giocato 43 partite in maglia biancoceleste, eppure è nei cuori dei tifosi. Come lo spieghi a chi non lo ha vissuto?

 «Perché ha rappresentato l’inizio di un ciclo per una Lazio proveniente dalla serie cadetta. Perché ha proiettato la Lazio sulle prime pagine dei giornali di tutta Europa. Perché Gazza ha saputo capire e intercettare le esigenze dei tifosi biancocelesti entrando con loro in empatia. Perché era un fuoriclasse.

 Ma anche perché la tifoseria biancoceleste guardava all’Inghilterra patria non solo del calcio ma anche del tifo e che adottò e reinterpretò. Il neonato gruppo “Irriducibili”, aveva come simbolo Mr Enrich, un personaggio tratto proprio da un fumetto inglese. Proponeva uno stile improntato all’esempio anglosassone nella scelta dei cori da cantare in curva, nella fattura delle bandiere, nelle sciarpe e nei propri simboli. Il modello di sciarpa a cui ricorrono, ad esempio, era il cosiddetto “popular”, caratterizzato da righe verticali con all’interno un banda di spessore inferiore. Ben presto arrivarono gli “hat”, cioè scoppole biancocelesti a rendere anche a livello estetico il tifoso laziale sempre più simile ai propri omologhi albionici.  

Ecco… In un contesto come quello della tifoseria laziale, che da anni prendeva il tifo inglese come riferimento, pur con tutte le eccezioni e le specifiche del caso, arriva Paul Gascoigne, come benzina gettata violentemente su un incendio.

Si, benzina sul fuoco, perché Gazza è l’uomo che, più di ogni altro, rappresenta, il calcio inglese. Lo rappresenta non solo perché è il giocatore più talentuoso della Nazionale di Sua Maestà, ma piuttosto in quanto autentico simbolo per i tifosi. Irriverente all’eccesso, insofferente all’autorità, ha un campionario di stranezze; annusa le ascelle ad arbitri seriosi, tocca il sedere agli avversari, riempie di “boccacce” le telecamere. Ha origini popolari che non ha dimenticato. Atteggiamenti da clown dietro celebri, solenni sbronze. Il tutto condito da un talento straordinario. A volerlo tratteggiare, non potrebbe esserci per la Curva Nord un idolo più appropriato, più simile ai suoi fans di lui. È questa identità di vedute, e un amore sconfinato per le storie sfortunate, che ha creato un legame fortissimo, inossidabile, tra i tifosi laziali e Gazza».

 Perché il titolo C’mon guys?

«Va di scena il derby il 6 marzo del 1994, in notturna. Sono gli orari che comincia ad imporre il nuovo, esigente, partner televisivo. La tifoseria laziale prepara per l’occasione una scenografia capace di stupire per l’effetto ma anche per l’originalità, sfruttando le straordinarie qualità artistiche di alcuni ragazzi. Si decide di realizzare un bandierone, ma molto più grande, capace di ricoprire una buona parte della curva. Su di esso viene riportata l’immagine di due braccia, perfettamente raffigurate, stringono una sciarpa a bande verticali bianche, blu e azzurre. Al riparo da occhi indiscreti, viene invitato Gazza. E lui non si fa pregare. Pennello in mano vuole che un suo pensiero, la domenica sera, sia sugli spalti con i “suoi” ultras. Su un pezzo di stoffa bianco scrive “C’mon Guys” (andiamo ragazzi), firmato Gazza. Lo slogan, in un amen, manco a dirlo, viene adottato dalla curva ed eccolo lì, a campeggiare nella scenografia, sotto la sciarpa».

 Il libro, che ha realizzato insieme con Luca Aleandri, esalta il legame fa la Lazio e l’Inghilterra. Come nasce questa unione?

 «ll football è nato globale. Sono stati i mercanti inglesi, i marinai, perfino i seminaristi a diffonderlo, dalle prue dei navigli commerciali, al servizio del Grande Impero di Sua Maestà Vittoria. Le prime partite, al di fuori della Gran Bretagna, sono spesso internazionali, con il contributo fondamentale della locale comunità britannica, prima che ogni città riesca a partorire squadre, tornei e campionati per poter competere in modo autonomo.

Nel calcio delle origini, dunque, i pionieri erano inglesi. Anche Roma non ha fatto eccezione. Ed ecco che, quando il pallone ha fatto la sua comparsa all’alba del 1900, la Lazio giocava alcune delle sue prime partite contro squadre di seminaristi inglesi o scozzesi. Con i bulli d’osteria che se la ridevano a vedere un manipolo di strani personaggi inseguire una palla…

 Dalle origini il filo non si è mai interrotto.

Il capitano della nazionale Campione del Mondo che sfidò i campioni inglesi (passarono alla storia come in Leoni di Highbury) vestiva la maglia biancoceleste. La prima volta che l’Italia vinse a Wembley il grande protagonista fu Chinaglia a pochi giorni dalla drammatica sfida della Lazio, finita in rissa, contro l’Ipswich Town che costo ai biancocelesti la partecipazione alla Coppa dei Campioni.

La Lazio ha vinto la prima coppa europea della sua storia a Birmingham e battuto il Manchester Utd nella finale di Supercoppa Europea. Di quella partita, nel corso della sua conferenza stampa di addio, Sir Alex Ferguson dirà: “Tra i pochi rimpianti della mia carriera, c’è quello di non aver vinto la Supercoppa contro la Lazio, la squadra allora più forte del mondo”. Ed ancora: “Avrei voluto allenare giocatori come Di Canio e Paul Gascoigne”. Parole al miele per tutti i tifosi laziali».

 

Un ricordo in particolare: cosa ti manca e cosa ti lega a Gazza? E chi, tecnicamente, potrebbe ricordarlo? 

 «Manca l’empatia che Gazza aveva con la gente laziale che faceva emozionare. Ricordo nitidamente quell’elettricità che si percepiva in quell’amichevole con il Real Madrid con Gazza sotto la curva a salutare i suoi nuovi tifosi.

Tecnicamente l’allenatore Dino Zoff dice oggi di lui: “In carriera ho giocato con diversi giocatori di grande classe e fantasia: Sivori, su tutti, e poi Platini e Haller. Ma, in tanti anni di carriera, non ho mai trovato nessuno con le potenzialità di Paul”.

Chi tecnicamente potrebbe ricordarlo? Wayne Rooney. Ruolo diverso ma caratteristiche simili. Scatto, potenza e senso del gol. Caparbietà anche nelle azioni a percussione. Forse Dele Alli, calciatore inglese centrocampista del Tottenham e della nazionale. Tecnico e imprevedibile come lui. Anche abbastanza rissoso. E poi Eden Hazard del Chelsea.  Letale nel dribbling secco, buona progressione e grande senso del gol. E nel gruppo si potrebbe aggiungere Ramsey dell’Arsenal. Non segna mai gol banali».

Se dovessi sintetizzare Gazza in una frase?

«Utilizzerei quella di Nick Hornby, scrittore inglese autore del libro divenuto poi un film di successo, “Febbre a 90”, interpretato da Colin Firth nel 1997: “Paul Gascoigne possiede intelligenza calcistica a palate ed un’intelligenza abbagliante, che comporta, tra le altre doti, una sorprendente coordinazione e la capacità di sfruttare all’istante una situazione che nel giro di due secondi non sarà più la stessa. Tuttavia, è evidente e leggendaria la sua assoluta mancanza del benché minimo buonsenso”. Penso che renda l’idea».

Libro Paul John Gascoigne detto “Gazza”

Titolo: C’mon guys

Autori: Fabio Argentini, Luca Aleandri

Distribuzione: in edicola con il Corriere dello Sport-Stadio

Prezzo: 10,99

Pagine: 160 + copertine

 

Per cucire il filo di una memoria basta un Ago: l’ultimo saluto di Agostino Di Bartolomei

Per cucire il filo di una memoria basta un Ago: l’ultimo saluto di Agostino Di Bartolomei

Agostino di Bartolomei. Una storia difficile da capire. La fine ha un inizio: 30 maggio 1984. Stadio Olimpico. Finale di Coppa dei Campioni. Roma-Liverpool finisce 1-1. Si va ai calci di rigore. Il primo è degli inglesi. Sbagliato. Ora serve coraggio. Tutti aspettano il “divino” ma Falcao, sul dischetto non si presenterà mai. E allora ci va Agostino Di Bartolomei. Il capitano non si tira indietro: il destro è violentissimo. Gol. 2-1. La Roma, in quel preciso e unico momento, è in vantaggio. L’epilogo è noto. Un finale che cambia storia e vita. Agostino Di Bartolomei vince la Coppa Italia e poi lascia fascia di capitano e città, destinazione Milano. Motivo? Incomprensioni con la società.

Il 14 ottobre 1984 gioca e segna a San Siro. Con la squadra “sbagliata”. Ed esulta con la rabbia di un amante tradito. Il 24 febbraio del 1985 torna a Roma. Fischiato. Un ultimo strappo. Lacerante. A Roma lascia il cuore. E non ci tornerà più. Va a Cesena, chiude a Salerno dove sceglie di vivere. Appesi gli scarpini al chiodo, ha due progetti: una “scuola calcio” nel senso pieno del termine, e tornare a Roma. Entrambi sono difficili da concretizzare. Castellabbate è una realtà complicata e i progetti stentano a decollare. Il silenzio assordante ferisce e tormenta.

Di Bartolomei è dimenticato. L’errore è di chi non lo capisce, o di chi non si adegua? Il calcio lo ama, ma non lo comprende. Lo stima, ma non lo accetta. Del resto Di Bartolomei è silenzioso, riflessivo, profondo, colto. Ama politica, arte e filosofia. É lontanissimo dallo “status quo” del calciatore. É però un raro esempio di lealtà e correttezza. Una pietra miliare dell’idea di gioco pulito. Rispettoso di avversari, arbitri, disciplina e regole. In una parola: educato. Vuole trasmettere ai giovani serietà, senso del dovere, responsabilità. Insegnare che è meglio cercare i lati buoni, piuttosto che odiare. L’idea e i valori sono espressi attraverso disegni, scritti, progetti. Il figlio Luca li racchiude in un libro: Il Manuale del calcio”. Bellissimo. Leggerlo aiuta a capire chi sia Agostino Di Bartolomei.

Più difficile, invece, cogliere il senso di quel giorno. Quel 30 maggio del 1994 si toglie la vita. Nel giorno in cui il rimpianto si mescola al dolore. Un colpo secco. Un rumore sordo. Un tonfo. Qualcosa non ha funzionato. Cosa? Inutile cercare risposte che nessuno è in grado di fornire. Meglio cercare i lati buoni. Ed è significativo che il ricordo di Agostino sia vivido in chi non ha avuto tempo e fortuna di viverlo. La sua parabola abbraccia e lega Roma e la Roma. Di Bartolomei il Capitano. Un eroe tragico. Forse per questo, destinato a non  invecchiare mai. Ha ragione, Luca, suo figlio. Per cucire il filo di una memoria, basta un Ago.

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