Ronnie O’Sullivan: il profeta dello Snooker che tra vizi e guai vi ha portato il biliardo dentro casa

Ronnie O’Sullivan: il profeta dello Snooker che tra vizi e guai vi ha portato il biliardo dentro casa

Di campioni ogni sport ne ha tanti, ma sono pochi quelli in grado di farti innamorare di quello che fanno. Portare una disciplina ad un altro livello è impresa difficile, ma quando questa non è conosciuta e non è adatta allo spettacolo c’è bisogno di un vero e proprio profeta che vada a portare il verbo casa per casa: Ronnie O’Sullivan lo ha fatto per lo Snooker. Cinque volte campione del mondo, sul tavolo verde ha fatto vedere di tutto: far saltare le biglie, cambiare mano, tirare usando un braccio solo, parlare con il pubblico durante il gioco, fermare una partita per chiedere quale fosse il premio. Lo Snooker lo ha tenuto fuori dai guai e il campione inglese ha ricambiato la sua fede diffondendola in ogni angolo della Terra a suon di spettacoli. Quando scorrendo i canali sportivi delle Pay Tv trovate tanti tornei di biliardo, sempre di più, forse vi chiedete di chi è il merito (o la colpa). Bene, non abbiate dubbi: Ronald Antonio O’Sullivan, detto Ronnie.

Ronnie “The Rocket” O’Sullivan sarebbe potuto essere tranquillamente uno di quei personaggi paradossali di un film di Guy Ritchie sulla malavita inglese. Il Razzo, questo il suo soprannome, in una pellicola come The Snatch, o Lock & Stock- Pazzi scatenati- avrebbe fatto la sua figura. La faccia e l’espressività da attore ci sono, in più la sua storia nelle ambientazioni di Ritchie avrebbe fatto da padrona di casa. O’Sullivan cresce nell’Essex e suo padre Ronald ha già deciso per lui cosa sarà da grande: un fenomeno dello Snooker. Ronnie viene al mondo letteralmente con la stecca già in mano e resta ore ed ore chiuso in casa per imparare a conoscere ogni angolo del tavolo e ogni aspetto del gioco. L’inglese pochi anni fa ha rivelato: “Sono dannatamente timido! E grazie…quando avevo 10 anni stavo tutto il giorno a giocare a biliardo da solo”. L’allenamento comunque paga perché lui diventa rapidamente un prodigio: a 15 anni è già capace di siglare la sua prima serie perfetta da 147 punti (se non avete mai visto lo Snooker fidatevi: non è facile per niente). A 17 anni, però, suo padre Ronald finisce in galera per omicidio, sua madre Maria viene arrestata per evasione. Il diciottenne Ronnie è chiamato a badare alla sorellina piccola e a mandare avanti gli affari di famiglia: ovviamente non si poteva trattare di un forno o una farmacia, i signori O’Sullivan gestivano una catena di sexy shop a Soho. Il campioncino inglese era già un ragazzo molto ribelle, ma sostanzialmente lo Snooker lo teneva abbastanza fuori dai guai. L’incarcerazione della signora Maria è il colpo di grazia, tutte le responsabilità sono sulle sue spalle e lui si perde in un giro di vizi. Prima la dipendenza da alcol, poi l’abuso di droghe, alla fine l’ossessione per il cibo e il giovane O’Sullivan finisce in depressione costretto a seguire delle terapie.

I problemi di Ronnie non passano ma il suo talento è trasparente come il vetro: a 18 anni, vince il suo primo torneo, gli UK Championships, diventando così il più giovane ad aver mai vinto un torneo professionistico di questo sport. Nel 1997 infila la serie perfetta più veloce della storia, 5 minuti e 20 secondi per fare 147 punti, colleghi e pubblico sono assolutamente increduli (ora capite perché “The Rocket”). Ronnie gioca divinamente e rompe anche tanti tabù: la sua personalità vulcanica e impertinente modella poco a poco uno sport così elegante da essere inavvicinabile. Esce piano piano dalle sabbie mobili con qualche piccola ricaduta che è parte del personaggio, ma comunque il suo talento è talmente grande che la sua carriera non ne risente. Campione del mondo per cinque volte, il biliardo inglese non lo deve ringraziare per questo: se questa specialità è diventata spettacolare, appetibile per televisioni e sponsor, se è diventata praticata dai giovani, tanto è merito suo. Ha rotto tutti gli schemi possibili, ha giocato non per la gloria ma per amore di questo sport e del suo pubblico. Che ve ne siate accorti o meno, che se ne sia accorto o meno, è come se O’Sullivan avesso messo il biliardo inglese nella valigetta e fosse venuto a bussarvi mentre siete in pantofole: “Salve sono Ronnie, conoscete lo Snooker?


Il Calcio e l’Islam: Frederic Kanouté, la carriera non cambia i valori

Il Calcio e l’Islam: Frederic Kanouté, la carriera non cambia i valori

Parlando di gente passata dal Tottenham e di francesi che poi hanno dimostrato un entusiasmo contenuto verso il loro luogo di nascita, oltre a Benoit Assou-Ekotto viene in mente un altro personaggio del quale si potrebbe discutere a lungo. Quante persone dopo le due vittorie consecutive del Siviglia in Coppa UEFA, tra 2005 e 2007, iniziò ad affezionarsi alla squadra andalusa? Quanta gente cominciò ad utilizzare alla Playstation la formazione tipo, con Palop a difesa della porta, Dragutinovic detto “Drago” terzino, Enzo Maresca in cabina di regia e la mitica coppia Luis Fabiano-Kanouté in attacco? Io ne conosco uno, che tra l’altro dovrebbe ancora avere la maglia numero 12 nel cassetto.

Frederic Kanouté nasce nei sobborghi di Lione, a Sainte Foy-Lès-Lyon, nel 1977, da un padre maliano e una madre francese. A scoprire il suo talento è proprio il Lione, che lo inserisce volentieri nelle proprie giovanili. Kanouté viene notato anche dai selezionatori della federazione francese, che lo chiamano sia con l’Under 20 che con l’Under 21. Nel 1999 però il giocatore completa il processo di studio dell’Islam, decide di convertirsi e prende di conseguenza due scelte fondamentali per la sua carriera: trasferirsi in Inghilterra (prima West Ham e poi Tottenham) e abbandonare la nazionale francese per diventare una bandiera del Mali.

A Londra segna gol a ripetizione con gli Hammers, arrivato a White Hart Lane gli viene consegnata la maglia numero 9, che lui omaggia con reti da vero fuoriclasse (contro l’Everton quella più clamorosa). Si parla di un centravanti atipico, nessuno ha mai sostenuto che il maliano fosse un fenomeno, ma sicuramente si trattava di un attaccante sui generis per i primi anni 2000: la freddezza sotto porta non era sempre di casa, ma facevano parte del repertorio dribbling, visione di gioco e tanta tanta intelligenza tattica. Nell’estate del 2005 sboccia l’amore con il Siviglia, che all’epoca era alla ricerca di un sostituto di Julio Baptista, acquistato dal Real Madrid dopo due stagioni pazzesche.


La formazione andalusa compra Freddie Kanouté e gli affida il compito di affiancare il Conejo Saviola in attacco per tutto il campionato. Il maliano rimane a Siviglia per sette stagioni e, con la sua maglietta numero 12, diventa uno dei beniamini del Sànchez Pizjuàn (stadio della squadra). Segna in entrambe le finali di Coppa UEFA vinte (contro Middlesbrough e Espanyol) e contro Barcellona e Real Madrid in due edizioni diverse della Supercoppa di Spagna. Nell’estate 2006 il club firma un accordo pesante con lo sponsor 888.com, uno dei siti di scommesse più redditizi. Al suo approdo in Spagna Kanouté viveva già la fede in pieno, la sua conversione era stata l’esito di un lungo processo di studio ed apprendimento, ne era scaturita una relazione con l’Islam profonda e sincera. Il maliano, pur essendo timido e pur trovandosi nella cattolicissima Andalusia, non aveva problemi di nessun tipo a confermare il suo credo, pregare davanti a chi capitasse, astenersi dal mangiare e bere nelle ore di luce del Ramadan. Per questo motivo, Frederic cordialmente si rifiuta di vestire l’abbigliamento sponsorizzato da un sito di scommesse: “Questo è proibito dal Corano, quella maglia non la indosso”. Il gioco d’azzardo è contrario ai principi dell’Islam e all’attaccante viene inizialmente permesso di indossare materiale senza sponsor. Successivamente viene trovato un accordo in base al quale il calciatore è escluso dalle campagne pubblicitarie, ma veste l’abbigliamento con il logo dell’azienda (nel pieno rispetto dei suoi obblighi contrattuali).

Nel 2007 lo chiama direttamente uno dei vertici della comunità musulmana spagnola, per chiedergli di salvare una moschea di Siviglia arrivata a scadenza di contratto e sul punto di essere messa in vendita. Kanouté la compra, facendo uscire dalle proprie tasche più di 500.000 Euro. Nel 2009, il 7 gennaio, segna contro il Deportivo La Coruña in Copa del Rey, esulta mostrando una maglietta con scritto “Palestina” e indossando la maglietta come fosse un turbante arabo. La manifestazione di solidarietà nasceva per sollevare l’attenzione su quanto accadeva in quelle ore nella Striscia di Gaza, assediata dai bombardamenti israeliani nell’operazione Piombo Fuso.

Adesso Kanouté non gioca più, ma resta comunque uno degli idoli indiscussi del Siviglia (ancora oggi i tifosi ne parlano con gli occhi illuminati). La fede non è mai stata un ostacolo alla sua carriera, lui anzi temeva che la carriera potesse essere un limite alla sua fede. Invece ha giocato a calcio seguendo le sue regole, rispettando i propri valori e mettendoli sempre davanti a tutto il resto. Risultato: lo stimano tutti, dalla comunità islamica al tifo spagnolo, passando dal popolo africano e dagli appassionati di calcio europeo.

Un alieno nel mondo del calcio: le mille guerre di Benoit Assou-Ekotto

Un alieno nel mondo del calcio: le mille guerre di Benoit Assou-Ekotto

Ne ha fatte e dette di tutti i colori. In tante occasioni è stato francamente difficile stare dalla sua parte quando tutti gli davano del folle. Benoit Assou-Ekotto non è un grande terzino sinistro, ma è un personaggio che si ama o si odia e gli va riconosciuto un merito enorme nel calcio di oggi: non aver diviso il suo essere calciatore dalle altre parti di se stesso, non aver messo a tacere quelle componenti che quasi tutti i professionisti decidono di eliminare o non far vedere. Ha creato polemiche più o meno su tutto, dal modello di integrazione francese, al terrorismo fino alla società londinese. Non ha mai avuto paura a dire la sua in politica e in campo sociale. Strano? Non sarebbe strano, eppure è insolito da morire…

Benoit Assou-Ekotto nasce in Francia, in un posto dove si respira un’aria che forse ti invita ad interessarti alla vita degli altri. Il paesino dove viene alla luce è Arras, in pieno dipartimento Pas-de-Calais, una cittadina di circa 45.000 abitanti dove nel 1758 era venuto al mondo Robespierre, proprio quello lì. Da sempre un luogo d’incontro tra culture differenti, era così quando nasceva il protagonista della Rivoluzione Francese, è stato così quando è nato Assou-Ekotto. Il ragazzo è di origini camerunensi e la prima scelta che deve fare una volta entrato nel circolo del professionismo è scegliere la nazionale per cui giocare. Subito la prima polemica della sua carriera, il terzino sinistro opta per il Camerun e spiega perché senza nessun pelo sulla lingua: “Quando la Francia gioca male la gente se la prende sempre con i neri, con i musulmani, con gli immigrati. Non vedo il punto di giocare per una squadra del genere”. Anni dopo Assou-Ekotto ritornerà sul punto dichiarando che in Francia le persone si sentono algerine, egiziane, tunisine, mentre in Inghilterra tanti calciatori di origine africana si sentono a 360 gradi inglesi. Nel 2006, all’età di 22 anni, Assou-Ekotto sbarca al Tottenham e ci rimane fino al 2015. Otto stagioni nel Nord di Londra con la maglia degli Spurs, diventando un beniamino dei tifosi che lo iniziano a chiamare Disco Benny (basta vedere la foto per trovare il motivo).

È negli anni della Premier League che Benoit tira fuori il meglio di sé: gira per le strade di Tottenham a piedi, con un banalissimo abbonamento ai mezzi pubblici. Harry Redknapp, suo allenatore dal 2008 al 2012, non mette il ritiro prima delle partite in casa e Assou-Ekotto arriva a White Hart Lane in metro, insieme ai tifosi: lui entra negli spogliatoi e loro salgono in tribuna. La BBC non ci crede che un giocatore di Premier si muove senza macchina e allora lo va ad intervistare, la risposta che ricevono i giornalisti è abbastanza diretta: “Quando sei calciatore vai agli allenamenti e se devi andare in centro usi la macchina, stai sempre nello stesso mondo. Ti scordi la realtà della vita, invece quando stai tra la gente non puoi dimenticare di essere fortunato”.

In uno degli ultimi anni con gli Spurs, nel 2014, un altro francese finisce in mezzo alla bufera per via di un’esultanza controversa: si tratta di Nicolas Anelka, che dopo una rete con il West Bromwich Albion si esibisce in una “quenelle”. Il gesto, introdotto dal comico francese Dieudonné, è considerato razzista e antisemita. Anelka, pur avendo chiarito la natura non offensiva della sua esultanza, viene multato e sospeso per cinque partite, Assou-Ekotto non riesce a resistere: pubblica un post su Twitter in cui si congratula con l’attaccante per la sua “performance”. Ovviamente multa e sospensione anche per Disco Benny.

Nel 2015 Benoit torna in Francia per giocare con il Saint-Etienne. Il 13 novembre si verificano i tremendi attacchi terroristici di Parigi, che scuotono tutto il paese. Alla ripresa del campionato, la federazione francese decide di far indossare a tutti i calciatori il lutto al braccio, uno dei giocatori della Ligue 1 rifiuta: ovviamente è Assou-Ekotto. Queste le frasi con cui il difensore del Saint-Etienne motiva la sua scelta: “Poco prima c’era stato un attacco nel Nord del Camerun e mi hanno negato la possibilità di mettere la fascia nera in un match di Europa League. Conosco il principio dei morti al chilometro. Non vedo perché dovrei indossare il lutto per i morti di Parigi e non per quelli del Camerun. Non sono né bianco né nero, al di là del colore della pelle. Per me non esistono morti VIP”.

A marzo della stessa stagione, stupisce tutti gli appassionati di calcio (e probabilmente anche i suoi colleghi) rivelando che i suoi scarpini sono comprati su Ebay per la modica cifra di 30 Euro. Sembra un po’ senza senso, invece dietro c’è l’ennesima battaglia: “Preferisco essere libero piuttosto che prostituirmi a una marca; inoltre, in tutta onestà, un giocatore africano non è incentivato ad avere uno sponsor, mentre se sei europeo è diverso visto che i loro affari sono in Europa”.

Non lo ricorderemo per il numero di reti o per le doti tecniche, ma lo sport riveste un ruolo importante nella nostra società e lui sembra aver capito che la notorietà derivante dal calcio può essere usata per veicolare messaggi importanti. Alcuni messaggi che Assou-Ekotto ha inviato possono essere sbagliati, ma il principio è solo da applaudire.

La storia di Beñat Intxausti: Morto e risorto, sempre in bici

La storia di Beñat Intxausti: Morto e risorto, sempre in bici

Se vi piace il ciclismo, allora amate già questo personaggio. Se non siete appassionati di questo sport, la storia di questo ragazzo entrerà nel vostro cuore, conquistandovi dolcemente.

Ricordo quel giorno come fosse ieri, era una delle ultime tappe del Giro d’Italia 2013 e vidi un ciclista vincere di voglia, poi esultare disegnando una X nel cielo con le mani. Si fermò qualche metro più in là del traguardo e scoppiò in lacrime: un pianto vero che si intravedeva appena, tanto i compagni lo avevano circondato per consolarlo, per festeggiarlo, per dirgli: Animo, Beñat!”

Quel ragazzo era Beñat Intxausti, classe ’86, nativo di Mùgica, grande promessa del ciclismo, con il sangue basco che scorre e si agita nelle vene. Al limite del tracollo, Intxausti si è rialzato, si è scrollato di dosso le ansie e le paure che lo attanagliavano: è tornato a sorridere come sempre aveva fatto, mettendo da parte il passato, che, purtroppo per Beñat, non si può più cambiare.

Passa professionista nel 2007 ed esplode nel 2010, nella corsa di casa, la Vuelta al Pais Vasco, dove si piazza secondo battendo fenomeni come Joaquim Rodriguez, Samuel Sanchez e Robert Gesink.  L’anno successivo firma per tre stagioni con la Movistar, che ne vuole fare uno dei suoi corridori di riferimento per le grandi corse a tappe.

In preparazione del Tour, però, cambia la vita di Intxausti. Un evento squarcia la sua storia come un fulmine: era chiaro da subito che ci sarebbe stato un prima e un dopo, ma le due cose non si sarebbero somigliate. Beñat si reca in Sierra Nevada con il più esperto compagno Xavier Tondo, per un periodo di allenamento che lo avrebbe aiutato a raggiungere il top della forma. Il 23 maggio 2011, Tondo rimane intrappolato tra la sua macchina e la porta di un garage che si sta richiudendo: è morte sul colpo, mentre ad assistere allo spettacolo impotente c’è proprio Intxausti, che sedeva al posto del passeggero ma non può fare nulla per evitare l’impossibile, sfortunata tragedia che porta via la vita a Xavi Tondo. Il basco guarda la scena e non si toglierà mai più quell’immagine dalla mente, marchiata a fuoco nella sua memoria. Entra in un inevitabile stato di shock: due settimane chiuso a casa senza allenarsi. Intxausti diventa un fantasma, nessuno lo sente e nessuno lo vede, ma la squadra lo convince a tornare e dedicare tempo alla bici, se non altro almeno per distrarsi e poi…così avrebbe desiderato Tondo. Il Tour de France è comunque un fiasco e la stagione prosegue senza sorrisi, iniziano a circolare voci di una depressione. Il corridore della Movistar non è lo stesso di prima: da entusiasta e innamorato della vita è diventato silenzioso e impenetrabile.

Il destino, però, ha già pensato a come poterlo aiutare e, ancora una volta, è la bicicletta a segnare un passaggio chiave nella sua vita. Il Giro d’Italia 2013 è il momento della resurrezione di Intxausti. Nella tappa di Pescara, il basco conquista la maglia rosa e si libera da un’incubo. I suoi occhi lucidi davanti alle telecamere fanno intuire che per lui quella maglia non è solo un merito sportivo, ma un pretesto per cacciare fuori un urlo strozzato in gola da due anni. Beñat si è sbloccato definitivamente e nella tappa 16 con arrivo a Ivrea offre spettacolo: attacco senza coscienza in discesa e poi vittoria allo sprint. Primo successo in un grande giro. Può esultare con le braccia al cielo il basco, disegnare con le mani una grande X e mandare un bacio a chi non c’è più. Felice ed emozianato dichiara: “Questa è per Tondo. Oggi c’era, ha pedalato insieme a me da lassù!”

Non vincerà mai il Tour, ma merita tutto il tifo del mondo. Da quel giorno, ogni volta che lo inquadrano pedalare mi scappa sempre un enorme “Animo, Beñat!”.

Intervista al Chairman EBSA, Cassis: “Che lavoro ha fatto l’Italia! Serve coinvolgere i giovani, già a scuola”

Intervista al Chairman EBSA, Cassis: “Che lavoro ha fatto l’Italia! Serve coinvolgere i giovani, già a scuola”

Abbiamo sotto gli occhi lo sforzo fatto dai vertici dello snooker italiano per promuovere la disciplina, per portare il messaggio in più case possibili, per trasformare fans in players. Fuori dalle Alpi però c’è un mondo che si impegna, un movimento che si muove in tutta Europa, nel tentativo di accreditarsi e svilupparsi inseguendo il mito anglosassone.

La European Billiards and Snooker Association, l’autorità dello snooker europeo, è l’ente che tiene un po’ le fila degli sforzi e prova a coordinarli verso direzioni coerenti tra loro. Il Chairman EBSA, Maxime Cassis si concede per un’intervista con grandissima disponibilità: “Non mi disturbate, per lo snooker chiamatemi quando volete”.

I grandi miglioramenti ottenuti in Europa con relativa rapidità sono segno che c’è tanta voglia di snooker. Il Presidente Cassis ha già chiare le prossime mosse: “Next steps? Una cosa importante che stiamo facendo è organizzare meglio le competizioni sotto la nostra supervisione. Questo può portare ad una riduzione di budget e ad un impatto promozionale. L’idea è quella di raggruppare le 9 competizioni in due grandi eventi, che si terranno in due paesi membri EBSA, a rotazione. Quest’anno il primo è stato a Cipro con gli Europei, il secondo sarà in Albania, a partire dalla fine di maggio”.

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Proprio agli Europei di Cipro gli azzurri hanno fatto vedere che di strada ce n’è ancora tantissima, ma la strada è quella giusta e si vede: “A Cipro abbiamo visto il livello dell’Italia. Un paese giovane nello snooker che però sta facendo tantissimo, anche se agli europei ancora non c’erano junior o under 18. Ovviamente per arrivare ad avere un campione serve avere più giocatori, serve coinvolgere i giovani. Sono stato felice però di vedere Tonini e tutti gli altri: il livello sta salendo.

 Il Chairman Cassis applaude al lavoro svolto dalla federazione italiana: “Devo sottolineare i grandi passi intrapresi da Davide Coltro. Le sue scelte sono state importanti per lo snooker in Italia. Sottolineo prima di tutto la formazione di allenatori ed arbitri, non potevano esserci decisioni migliori per provare a garantire futuro a questa disciplina. Continuando in questa direzione si andrà lontano”.

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Dopo lo sbarco, adesso il biliardo inglese però deve crescere ed espandersi a macchia d’olio. Maxime Cassis traccia la direzione da seguire: “Mi piacerebbe vedere più accademie, anche in altre parti del paese. In questo modo si creerebbe competizione. Il segreto per il futuro dello snooker comunque sono i giovani, coinvolgerli vorrebbe dire poter aumentare il bacino di giocatori, aumentare progressivamente il livello e portare tutto il movimento verso l’alto”.

Per arrivare dai giovani l’EBSA sta mettendo in campo un progetto ambizioso e sano. L’idea è quella di far entrare il biliardo inglese nelle scuole, in una versione funzionale all’apprendimento e allo sviluppo delle facoltà matematiche e fisiche: “Già in alcuni paesi lo snooker è giocato dai ragazzi a scuola, anche in Cina. Sicuramente giocarlo può essere allenante per il cervello. Il ‘functional snooker’ si gioca su un tavolo di sei piedi e aiuta per la matematica, per la fisica. L’EBSA ha pensato di portare avanti questo progetto in cinque stati europei: Paesi Bassi, Francia, Bulgaria, Repubblica d’Irlanda e Italia.

 L’Italia è ancora una piccola realtà, ma i primi passi di un cammino che si spera lungo hanno raccolto l’approvazione e gli applausi dei vertici dell’EBSA. L’autorità continentale manifesta una concreta comunione di intenti con il nostro movimento: più snooker nell’Italia e più Italia nello snooker.

 

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