Conte e Mourinho: Must The Show Go On?

Conte e Mourinho: Must The Show Go On?

Non sempre il contrasto serve, non sempre porta vantaggi: non sarebbe forse meglio fare un passo indietro?

A caduta libera. Conte risponde a Mourinho, Mourinho risponde a Conte, in un groviglio di dichiarazioni spinte, forse nemmeno troppo volute, sicuramente evitabili. In mondovisione.

Tutto è cominciato con una freccia ardente dello Special One all’indirizzo degli allenatori che nell’area tecnica “si atteggiano come clown”, frase a cui hanno risposto – in maniera diametralmente opposta – tanto Conte quanto Klopp.

“Ognuno vive la partita in maniera diversa, io sono anche migliorato rispetto al passato” ha ammesso il tedesco dribblando alla perfezione le accuse, mentre Conte si è giocato una carta decisamente rischiosa, quella dell’affronto a gamba tesa: “Forse si dimentica quel che ha fatto nel passato” sono state le parole del tecnico italiano, che nel rincarare la dose ha poi fatto riferimento alla demenza senile. Risposta non gradita da molti, risposta a cui proprio Mourinho non è rimasto del tutto indifferente.



Il diritto e il dovere di cronaca imporrebbero di riportare fedelmente l’intreccio della vicenda, cosa che tuttavia non faremo. Sperando di non apparire eccessivamente buonisti, alla ricerca del lieto fine in ogni vicenda, poco cinici e troppo “innocenti” nei confronti del mondo, una domanda è comunque sorta spontanea: è davvero così complicato fare un passo indietro, magari accorgendosi di avere più cose in comune di quanto si potesse arditamente pensare? Entrambi allenatori, entrambi vincenti, il re dei rapporti umani da una parte e il mago della parola dall’altra. Dimentichiamoci per un attimo proprio delle parole, spesso maltrattate e valutate eccessivamente nel mondo del calcio che, ricordiamolo, corre imperterrito dietro ad un pallone da oltre cent’anni.

Come in ogni giudizio critico, anche in questa vicenda ci si trova di fronte ad un “cosa” ed un “come”, variabile che potrebbe ancora cambiare in bene. Magari con una stretta di mano, anche se la prima regola del vincente è non scendere mai e poi mai a compromessi. A dire il vero, proprio fare un’eccezione confermerebbe la regola. Conte o Mourinho? The Show Must Go On o Must The Show Go On? Queen o Pink Floyd? Forse sarebbe meglio smetterla di contrastarsi e prenderli entrambi.

 

Le insidie della nostra Europa League

Le insidie della nostra Europa League

Che sia verso Kiev o per Lione, Champions o Europa League, la storia non cambia. A partire dal 14 febbraio, le italiane si troveranno di fronte a 6 sfide dal sapore diverso, nella speranza che altrettante vittorie nel doppio incontro/scontro possano innaffiare con altre gocce di fiducia un calcio italiano che, fuori dal Belpaese, dopo la vittoria nerazzurra del Maggio 2010 si è colorato a forti tinte bianconere. Per fortuna. Proseguiamo il tour, analizzando le sfidanti delle nostre regine proprio in Europa League.



 FCSB – Vi avevamo raccontato già qualche mese fa, con l’aiuto di Enrico Nicolini, lo stato di salute precaria in cui versa il calcio rumeno, una realtà in cui proprio la Steaua Bucarest recita la parte scomoda di tedoforo, squadra più titolata del paese che non riesce a ravvivare la fiamma capace di renderla celebre nel passato. 26 campionati nazionali, una Coppa dei Campioni nel 1986, due partite decisive prima del doppio impegno contro la Lazio di Simone Inzaghi, nel mezzo del quale la squadra di Dică affronterà la Dinamo in un derby vietato ai cuori deboli. “Marele Derby”, la sfida eterna di Romania.

 Proprio la Lazio affronterà una squadra ricca di talenti fatti in casa, cresciuti in Italia come Denis Alibec o capitani già a 22 anni (con la maglia numero 10 sulle spalle) come il promettente Florin Tanase. Seconda miglior difesa del campionato, la forza della prossima avversaria dei biancocelesti sembra essere però l’attacco: con 45 reti in 22 partite, l’FCSB schiererà con tutta probabilità un 4-2-3-1 molto pretenzioso, in cui i punti deboli potrebbero essere proprio gli interni di centrocampo ed i centrali difensivi. Chissà che non si inventino qualche stratagemma, magari snaturando il proprio gioco in vista della doppia sfida contro una squadra che – almeno sulla carta – sembra ampiamente favorita?

RB LIPSIA – Non sempre chi ama digerisce senza problemi l’ascesa inesorabile della squadra fondata nel 2009 dai colossi Red Bull, attivi nel mondo del calcio anche in Austria, in Brasile e negli Stati Uniti. Fatto sta che oggi i “Tori” sono arrivati alle soglie della Champions League fermandosi al 3° posto proprio come il Napoli, squadra che troveranno invece nei Sedicesimi di Europa League. Colpa del ranking o volere del destino, la sfida tra gli azzurri e i biancorossi sarà anche un’ottima occasione per vedere all’opera due enormi e prospere fucine di talenti.

 Se tutti noi abbiamo imparato a conoscere le stelle in mano a Maurizio Sarri, tra i prossimi rivali del Napoli, agli occhi degli italiani, si è mostrato solamente Emil Forsberg, quel numero 10 della Svezia che ha fatto piangere la nazionale a San Siro. Le statistiche tuttavia, pur consacrando proprio Forsberg come il miglior assistman della passata stagione, portano in scena altri giocatori: Timo Werner, Naby Keita, Marcel Sabitzer ed il capitano Willi Orban sembrano essere tre pedine fondamentali. Con 8 vittorie, 4 pareggi e 5 sconfitte, la squadra guidata da Ralph Hasenhüttl avrà bisogno di equilibrio contro una squadra che adora imporre il proprio gioco. La carta vincente? In un 4-4-2 a trazione anteriore, gli esterni Bruma e Kampl giocano un ruolo chiave nelle ripartenze.

LUDOGORETS – I neolaureati campioni di Bulgaria affrontano uno fra i Milan più in difficoltà del recente passato ma, nonostante tutti i problemi in casa rossonera, la squadra di Dimitar Dimitrov non può e non deve rappresentare un ostacolo insormontabile. Le ragioni sono molteplici, a partire dalla tutto sommato poca solidità delle aquile di Razgrad per finire con la fame europea di una squadra che è costretta a puntare – e presumibilmente punterà – davvero tutto sulla coppa senza le orecchie.

Del Ludogorets va temuta l’esperienza, visto il 3° posto nella scorsa Champions League ai danni del più quotato Basiliea: certo, 3 pareggi e 3 sconfitte non rendono la squadra Bulgara un fortino inespugnabile, ma il cammino dell’anno passato ha portato fiducia e credibilità ad una squadra altrimenti troppo facilmente bistrattata. Anche il cammino in questa Europa League è stato piuttosto altalenante, sebbene in coppia con l’intramontabile Sporting Braga siano stati cacciati fuori tanto l’Istanbul Başakşehir di Erdogan e l’Hoffenheim del giovanissimo Nagelsmann. Chiamatela, se volete, esperienza.

BORUSSIA DORTMUND – L’avversario più forte, la sfida più dura, sono senza dubbio per l’Atalanta di Gasperini. Messi da parte i discorsi legati alla forza della Dea quando deve recitare la parte di Davide contro Golia, al Signal Iduna non ci sarà margine d’errore: con l’arrivo di Peter Stoger in panchina sono tornati i risultati, e con loro anche un certo Pierre-Emerick Aubameyang a guidare l’attacco. Archiviata la sconfitta in coppa contro il Bayern, i gialloneri avranno 5 partite di Bundesliga per trovare una quadratura del cerchio prima di affrontare proprio l’Atalanta in una sfida dal sapore dolciastro: se i tedeschi sono il miglior attacco del campionato, Gasperini sta facendo dell’equilibrio la forza per tirare avanti nella sua prima stagione europea da underdog. L’Atalanta sa colpire in tutti i modi, può ferire con Gomez o giocare la carta Ilicic, cercare la testa di Caldara o gli inserimenti di un ritrovato Cristante. Il Borussia pullula di talento e sprizza bel gioco da tutti i pori, ma ha dimostrato ampiamente di poter crollare in pochi minuti. Il derby contro lo Schalke 04 insegna: 0-4 all’intervallo, 4-4 al 90’. Riuscire a togliersi le catene ai polsi, potrebbe non essere mai stato così semplice.

 

Se il Campione è Politico: da Kaladze a Weah, “la gente sceglie loro, non il partito”

Se il Campione è Politico: da Kaladze a Weah, “la gente sceglie loro, non il partito”

Provando a fare una rapida e poco approfondita considerazione socio-psicologica, non suona poi così strano il fatto che molti elettori in giro per il mondo abbiano preferito dar fiducia ad un ex sportivo, una bandiera nel paese di appartenenza. Se oggi leader politici, fondatori di gruppi e partiti, si sono spesso affermati precedentemente nel mondo televisivo e dello spettacolo, va da sé come i calciatori – e gli sportivi in generale – abbiano una corsia preferenziale per trasformarsi da idolo sportivo a guida spirituale. “La gente sceglie lui, non il partito che sostiene”.


SETTE NOVEMBRE – Doveva essere la data del ballottaggio decisiva per George Weah, che stava seriamente insidiando l’ormai vice-presidente della Liberia Joseph Boakai alle elezioni presidenziali: 39% dei voti ottenuti dall’ex attaccante del Milan. Big George, forte di un 10% in più rispetto al rivale, con un vantaggio talmente ampio da generare una pioggia di congratulazioni anticipate, ha dovuto aspettare il 27 Dicembre per festeggiare la sua vittoria, anche se il suo avversario dice di voler aspettare il conteggio finale previsto per oggi. Manca solo l’ufficialità però, e il suo entourage ha parlato del 70% di preferenze.

CINQUANTUNO PER CENTO – Il risultato con cui Kakha Kaladze è stato eletto primo cittadino di Tbilisi. L’ex difensore rossonero e rossoblù ha promesso tanto, in un programma a metà fra bandiere gialloblu e il colore verde, vincendo critiche e promuovendo una bonifica della capitale georgiana che parte dall’edilizia, dai grattacieli, e finisce con un maggior controllo del traffico sulle strade di Tbilisi.

”Kaladze rappresenta ciò che tutti i georgiani sognano di diventare. – si legge in un’intervista riguardante proprio l’elezione dell’ex difensore – La gente sceglie lui, non necessariamente il partito che lo sostiene”.

 Molti ricorderanno anche Vitalij Klyčko, campione del mondo di pugilato per oltre 5 anni ed oggi sindaco di Kiev, punzecchiato sul web per un “non vedo, non sento, non parlo” ad un giornalista di Al Jazeera che gli chiedeva un parere su alcune milizie ucraine con simboli neo nazisti sugli elmetti.

 WANTED – Ricercato, Hakan Sukur, insieme al compagno di squadra Arif Erdem. Il motivo? Presunti legami con i fronti anti-Erdogan, presidente legato al mondo del calcio anche per la vicinanza con il neonato Başakşehir. La goccia che fece traboccare il vaso fu un Tweet proprio dell’ex attaccante di Inter, Parma e Torino, che ricevette un mandato d’arresto e un’accusa pesantissima, tale da costringerlo ad emigrare in California onde evitare ripercussioni da parte del durissimo regime turco. Un paese nel quale aveva cercato di governare, in Parlamento, affiliandosi al partito islamico-conservatore per un paio d’anni. Poi un’accusa di congiura e la conseguente epurazione dal sapore dolceamaro di sconfitta non meritata sul campo.

EL JARDINERO – Nella lunga lista di sportivi che si sono candidati per un posto in politica c’è anche lui, Julio Ricardo Cruz. L’attaccante argentino, nel 2014, cercò di vincere le elezioni a Lomas de Zamora, ma nella città del Tanque Denis l’aura della stella internazionale non ha fatto effetto.

Spostandoci in Brasile, i mattatori ad U.S.A ’94 Bebeto e Romario hanno ottenuto un posto nell’Assemblea Nazionale rispettivamente tra le file del partito democratico e socialista con oltre 180.000 voti totali, la metà degli spettatori presenti al Rose Bowl di Pasadena per la finale contro l’Italia di oltre vent’anni fa. Con loro anche Marques, Danrlei e Vampeta, che nonostante uno charme di tutto rispetto non superò la soglia dell’1%.

Dai risultati sul campo a quelli alle urne, dalle percentuali del possesso palla a quelle relative ai voti, dallo sport alla politica.

 

Champions League: Wembley e Kharkiv, terre da conquistare

Champions League: Wembley e Kharkiv, terre da conquistare

Che sia verso Kiev o per Lione, Champions o Europa League, la storia non cambia. A partire dal 14 febbraio, le italiane si troveranno di fronte a 6 sfide dal sapore diverso, nella speranza che altrettante vittorie nel doppio incontro/scontro possano innaffiare con altre gocce di fiducia un calcio italiano che, fuori dal Belpaese, dopo la vittoria nerazzurra del Maggio 2010 si è colorato a forti tinte bianconere. Per fortuna. Se il calcio italiano deve in qualche modo ringraziare la potenza della corazzata agli ordini di Massimilano Allegri, quest’anno anche il Sassuolo di turno – l’Atalanta di un Gasperini inappuntabile – ha sbaragliato la concorrenza rendendo ancor più dolce la presenza di un sestetto azzurro nei sorteggi delle fasi finali a Nyon.

La vera grande sconfitta, il Napoli, potrà rialzarsi in pochi istanti ma dovrà vedersela contro un avversario piuttosto scomodo, giovane e desideroso di emergere il prima possibile. A proposito di avversari, cerchiamo di analizzare nel dettaglio tutte le squadre che cercheranno di sbarazzarsi delle nostre “regine”. Cominciamo dalla Champions League, prima di ritrovarci fra qualche giorno con un’analisi delle sfidanti nell’altrettanto appassionante e variegata Europa League.



 

TOTTENHAM HOTSPUR – Impossibile e probabilmente ingeneroso non attribuire agli Spurs lo scettro di squadra più pericolosa e temibile fra quelle accoppiate con le italiane. Preventivabile, visto che si tratta dell’avversaria affibbiata alla Juventus in una gara “dove dovremo giocare da Juventus”. Un titolo del Telegraph di qualche settimana fa (al termine del pareggio casalingo contro il WBA) riassume alla perfezione la condizione attuale della squadra allenata da Pochettino: “Siamo fuori dalla corsa per il titolo”, ipse dixit.

Se White Hart Lane è sempre stato un fortino, la Fiorentina di Paulo Sousa e Inter di Roberto Mancini ne sanno qualcosa, non si può dire ancora lo stesso per Wembley, stadio di casa durante i mesi che occorrono per la costruzione di un nuovo e lussuoso impianto. La nuova casa degli Spurs ha generato sentimenti contrastanti, fra chi . Da questo punto di vista, giocare la seconda gara in trasferta potrebbe non essere uno svantaggio.

 GLI ATTORI – Se Paolo Di Canio, nel consueto Premier Show del weekend, sostiene che Pochettino stia un pizzico esagerando, soprattutto nelle posizioni di Eric Dier e Dele Alli, le ultime gare hanno confermato come il Tottenham Hotspur versione 2917/18 si affidi al 4-2-3-1 di stampo europeo. Lloris; Trippier, Sanchez, Vertonghen, Rose; Dier, Dembele, Alli, Eriksen, Son; Kane.

Le novità si chiamano Sissoko centrale di centrocampo, con Eric Dier ripristinato alla condizione di centrale difensivo, insieme al ritorno graditissimo di Erik Lamela, reduce dal lungo stop per la frattura dell’anca. Nella sfida contro il Watford (1-1 a Vicarage Road) del mese scorso, come ricordato da questa grafica di SkySports inglese, il Tottenham si è schierato con il trio Son-Alli-Eriksen a creare trambusto fra le linee. Squadra in crescita dopo un inizio poco confortante, molto ci dirà la prossima gara contro il Manchester City di Guardiola. Insomma, citando la prima pagina di Tuttosport di qualche giorno fa: “Sorteggio duro per la Juve? Un Pochettino”.

SHAKHTAR DONETSK – Sono stati citati in lungo e in largo i 4 precedenti fra la Roma e la squadra ucraina, vincente per 3 volte ad eccezione del 4-0 nella gara del 12 settembre 2006. Nel Febbraio del 2011 andarono a segno Jadson, Douglas Costa e Luiz Adriano, mentre Eduardo e Willian sancirono un pesantissimo 3-0 anche nella gara di ritorno. A quasi 7 anni di distanza, lo Shakhtar non ha cambiato poi molto la sua natura tendente alla folta truppa brasiliana continua a rendere i neroarancio temibili ed imprevedibili, sebbene Bernard, Marlos, Taison, Dentinho, Fred così come i terzini Ismaily ed Azevedo non abbiano ancora trovato la fortuna di cui hanno potuto godere proprio i vari Douglas Costa e Willian, arrivati ai Quarti di Finale con ben altre squadre. Meno talento? Colpa, forse, anche dello spostamento di interesse dal campionato russo ed ucraino a nazioni quali Belgio e Polonia. Meno interesse, meno titoli di giornale, maggiore necessità di dimostrare il proprio valore in gare di spessore come quella contro i giallorossi. Ne sono una prova le vittorie contro Napoli e Manchester City, passate quasi inosservate ad inizio e fine girone ma rivelatesi decisive al momento di fare i conti.

GLI ATTORI – Aggirato il problema stadio, al Metalist di Kharkiv servirà non subire reti, nella speranza di poter bucare una retroguardia – almeno sulla carta – di valore non eccelso. In Ucraina lo Shakhtar ha appena vinto il campionato con il miglior attacco del torneo, ma non si può dire altrettanto per la difesa: 18 reti in 19 partite, tradotto? Un gol, prima o poi, tende ad arrivare. Dunque, semplificando e riducendo ai minimi termini, l’importante sarà prima non prenderne.

I terzini, Ismaily e Srna, affiancano generalmente la coppia difensiva tutta ucraina formata da Rakitsky e Ordets, mentre gli altri nomi da segnare sono il mediano Stepanenko e il fantasista Kovalenko. La linea mediana nel 4-2-3-1 di Fonseca, formata proprio da Stepanenko e Fred, interpreta alla perfezione lo spirito della squadra di Donetsk, a metà fra il Brasile (non solo quello delle spiagge di Copacabana, anche calcio di sostanza) e la madrepatria ucraina. A metà è anche il passaporto del bomber Facundo Ferreyra, che sembra aver trovato finalmente l’anno della consacrazione. “Non vanno presi sotto gamba”, parola di Francesco Totti, che contro lo Shakhtar ha provato ben tre volte il sapore amaro della sconfitta.

 

La rivoluzione di Juric: dove ha perso e cosa lascia

La rivoluzione di Juric: dove ha perso e cosa lascia

Qualche settimana fa la redazione di Io Gioco Pulito ha dato il benvenuto a Davide Ballardini sulla panchina del Genoa, prima che proprio il tecnico ravennate raccogliesse 4 punti nelle prime 2 gare in cui è stato chiamato in causa. Equilibrio, conoscenza e lettura delle partite hanno riportato buonumore e consapevolezza in un ambiente che ne aveva davvero bisogno. Senza voler fare analisi unilaterali, toccare argomenti che non si conoscono o, più semplicemente, scrivere tanto per scrivere, proviamo tuttavia a dare anche un valore ai primi mesi di campionato del Genoa sotto la gestione di Ivan Juric. Un calcio che parla un po’ inglese, come in “Vieni con Me” di Paolo Conte.

DOVE HA PERSO – Facciamo un passo indietro. Stagione 2016/17, il Genoa affronta in casa il Palermo con un’immensa opportunità  per lanciarsi a quota 26 punti, in piena zona Europa League. Al Ferraris erano cadute Milan e Juventus, nessuno aveva ancora vinto, ma la squadra rosanero ruppe un record negativo di 9 sconfitte consecutive proprio nella trasferta a Genova. Quella sconfitta, con espulsione di Perin, spense in un solo attimo speranze, ambizioni e voglia di combattere, complici l’infortunio di Miguel Veloso e i continui “mal di schiena” accusati da Rincòn che tolsero forza e certezze proprio nel reparto più importante per il sistema del Pirata, per quel che si è visto fino ad oggi. Questo tempo grigio, quasi come una pioggerellina fitta che si abbatte sui vetri, è rimasto fino al giorno dell’esonero, poi del richiamo e del definitivo addio di inizio mese.

COSA LASCIA – Una squadra in forma, reduce da allenamenti in cui si andava a mille, squadra dove la figura di Adel Taarabt spicca per prestanza: il marocchino ha perso tanti chili, rimettendosi in forma smagliante, per merito di chi non importa. Si lavora da squadra e, di conseguenza, si vince o si perde da squadra. Juric lascia in eredità un Miguel Veloso abile a stoppare le iniziative avversarie, non solo a fare da metronomo in mezzo al campo. In coppia con Andrea Bertolacci non è andata come tutti speravano, e va ricordato come sotto la gestione Gasperini il centrocampista poi ceduto al Milan – via Roma – avesse a fianco mediani del calibro di Kucka e Rincòn.

Dall’Avellino sono poi arrivati Biraschi ed Omeonga, quest’ultimo svelatosi al grande pubblico con prestazioni spettacolari e sopra le righe: nel calcio dei Kanté e dei Torreira, un tuttofare del centrocampo può valere una miniera d’oro.



DOVE HA SBAGLIATO – Non sta a noi dirlo, soprattutto in un mondo privo di certezze come quello del pallone. Anche se “il calcio non è una scienza esatta”, citando Massimiliano Allegri, le poche occasioni concesse ad alcune riserve possono non aver aiutato: Beghetto e Morosini sono stati rispediti in Serie B dopo soli 6 mesi a Genova, sostituiti da scommesse altrettanto grandi e non sempre altrettanto giovani. Dopo un mercato in solitaria, l’età media si è alzata, ma con lei il Grifone non sembra avere acquisito maggiore esperienza. Tante sconfitte pur facendo la partita, troppi errori individuali, letture della partita non sempre fortunate ed anche un calendario quasi proibitivo: provare a far punti contro Lazio, Juventus, Milan ed Inter per poi perdere in casa dal Bologna o a Ferrara, non ha portato sorrisi né tanti punti.

ANCHE IL LOCO – Non è decisamente la stagione del calcio metal, ne sa qualcosa Marcelo Bielsa. Il tecnico al quale proprio Juric ha ribadito più volte di ispirarsi, è stato allontanato dal Lille pochi giorni fa, a 5 mesi dall’inizio del lavoro in Francia. Segno di un calcio che sta cambiando o che si sta appiattendo sui semplici risultati finali?

In Germania Peter Stoger è ancora in sella con 2 punti in classifica, ma del resto si tratta di scelte. Anche Zdenek Zeman, in maniera forse differente, sta faticando ad imporre il proprio credo a tutta la rosa del Pescara.

Forse è stato giusto, per molti senza ombra di dubbio, per altri non senza delusione, vedi Gianluca Lapadula che ha dedicato la prima rete con la maglia del Genoa proprio ad Ivan Juric e al suo staff. Difficile prevedere quale piega prenderà la carriera di una persona che ha ampiamente dimostrato, per chi ha potuto seguirla dal vivo, di essere un allenatore determinato e con voglia di farsi. Forse è arrivato così in alto troppo presto, ma nell’epoca dei Nagelsmann e dei Tedesco forse valeva la pena rischiare. Rischiare ed aspettare, cosa che il Genoa di Juric non ha saputo fare per troppa voglia di dimostrare. In eredità a Ballardini il Pirata lascia una squadra che ha voglia di fare, da responsabilizzare e salvare. “E al dio degli inglesi, non credere mai”.

 

 

 

 

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