Calcio e Depressione: un problema sottovalutato

Calcio e Depressione: un problema sottovalutato

Come è possibile? Un calciatore come l’ala dell’Everton, ai margini della rosa ma molto noto a chi ama la Premier League, è caduto in depressione ed oggi si trova ricoverato in un ospedale psichiatrico. Si è fermato in autostrada a bordo della sua auto, con lui tutto il mondo del calcio. Non per il grigiore della Gran Bretagna, a quello penso sia ormai abituato, più probabilmente perché la vita del calciatore è meno semplice di quanto possa sembrare da lontano o da semplici appassionati.

“Sono stato terribilmente depresso, mi veniva spesso da piangere. Era un inferno, una storia che sembrava non finire mai […] Graeme Souness mi ha salvato, ha salvato la mia carriera. So cosa pensano i tifosi di lui, ma per me è stato grandioso” Kieron Dyer ammette, in un’intervista al Newcastle Chronicle, di aver passato momenti durissimi nel corso della carriera.

Ne sono una prova questi dati, diffusi dopo la notizia che ha fatto finire il nome di Aaron Lennon su tutti i quotidiani sportivi e non solo: lo scorso anno ben 160 calciatori – militanti nel campionato inglese o ex-professionisti oggi in pensione – hanno richiesto un aiuto al dipartimento dedicato alla risoluzione di problemi mentali.

Andy Johnson invece, e con lui molti altri, hanno lanciato messaggi di supporto nei confronti dei calciatori che oggi – proprio come Aaron – nascondono un problema che può rivelarsi letale.


Ne sono una prova il “caso Gary Speed” e la follia suicida di Robert Enke , così come il colpo di pistola che l’ex giallorosso Di Bartolomei si sparò alla testa ed il vuoto lasciato da una lettera firmata Justin Fashanu, lasciata vicino al corpo trovato senza vita.

“Non voglio dare altri motivi di imbarazzo ai miei amici ed alla mia famiglia. Spero che il Gesù che amo mi accolga e che io possa infine trovare la pace”.

Che sia per un problema reale o immaginario, per depressione o per paura, per una ricchezza smodata e mal gestita o per una stagione piena di fischi e contestazioni, la vita del calciatore deve essere protetta come quella di ogni lavoratore che si rispetti. Perché non tutti hanno personalità da vendere, decidono di comprare una macchina costosa ma si trovano molto presto invischiati nelle sabbie mobili di una vita da vivere quasi di nascosto. Non che i calciatori siano sfortunati, tutto il contrario, ma non tutti riescono a gestire il patrimonio che gli viene messo in mano da un giorno all’altro. Se a scelte sbagliate, scelte da accettare e scelte non volute si aggiunge la solitudine, il gioco è presto fatto. Tanti privilegi ma pochi amici veri, qualcuno potrebbe dire sottovoce.

“Solo perchè sto perdendo non significa che io sia perso” canta una nota band inglese. Aaron Lennon, se ci ascolti, ricordati di chi non ce l’ha fatta e sorridi. Sorridi, perché nella sfortuna hai trovato qualcuno felice di starti accanto ed aiutarti. Cosa che, nella vita così come nel calcio, non è per nulla scontata.

Paulo Sousa non lo sa

Paulo Sousa non lo sa

“Paulo non lo sa, chi governerà, sa soltanto che vuole un amore che gli scaldi l’anima ed il cuore, che gli dia la mano in riva al mare” Brunori Sas – Paolo

Beh, a giudicare dalla prima squadra che si è interessata al tecnico portoghese, nella Ruhr non troverebbe alcuna riva, né sabbia né sassi su cui sedersi per assaporare un bel tramonto con gabbiani e navi che partano per lunghi viaggi.

LA CHIAMAVANO LENINGRADO – Storia diversa quella di San Pietroburgo, che con i suoi colori sgargianti ed un lusso quasi impareggiabile potrebbe rappresentare la giusta via per ritrovare lo splendore.

Nel calcio però, è cosa risaputa, contano altri orizzonti ed è impossible negare che entrambe le squadre abbiano progetti molto ambiziosi ormai da anni: l’azzurro dello Zenit ed il cristallo dei talenti gialloneri firmati Borussia Dortmund possono risvegliare senza ombra di dubbio il talento di un allenatore che negli ultimi mesi ha perso quasi tutta la brillantezza con cui si era presentato al Franchi di Firenze.

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SOGNO BIANCONERO? – Se l’ipotesi di una permanenza in viola sembra ormai tramontata, ne sono una prova gli accordi verbali presi con Di Francesco ed i pranzi forse casuali con Luciano Spalletti, continua a parlarsi di una possible avventura bianconera: sicuri che si tratti di un’opzione tangibile? Plausibile? Premesso che difficilmente Massimiliano Allegri lascerà la panchina dello Juventus Stadium, una semifinalista di Champions potrebbe davvero puntare su un tecnico che sta faticando a portare la propria squadra in Europa League?

COME UNA MATRIOSKA – Se si ha avuto la fortuna ed il privilegio di stare, anche solo per un minuto, con Paulo Sousa, si è compresa fin da subito la voglia straripante di stupire, inventare e parlare che anima ogni giorno il portoghese. D’accordo, a volte non riuscire a frenare i sentimenti, parlare in maniera troppo diretta e talvolta poco comprensibile può farti passare dall’altra parte dello steccato, ma non bisogna dimenticarsi quanto di buono Sousa abbia fatto con la Fiorentina al suo primo anno in Serie A. Ricadendo uno sull’altro, i momenti migliori hanno fatto spazio a delusioni difficili da digerire. Si è partiti con un primo posto in 6 giornate ed oggi si rischia di terminare con un campionato anonimo; nel mezzo alcune vittorie esaltanti, quasi a separare proprio quei cattivi momenti e capaci di mantenere viva la speranza di Europa fino all’ultima giornata. Se non sarà con la Fiorentina probabilmente sarà con un’altra squadra, probabilmente molto ricca e senza dubbio molto ambiziosa. La speranza però è l’ultima a morire, e un amante delle massime come Paulo dovrebbe saperlo bene. Una speranza viola, ultima banderuola a cui aggrapparsi prima che cali il sipario.

 

Con-te vincerò: la frase che Antonio non ha mai detto

Con-te vincerò: la frase che Antonio non ha mai detto

Conferenza stampa in quel di Cobham. Antonio Conte non nomina la Juventus ma tutti parlano di una sua frase sulla squadra di Corso Galileo Ferraris, titolo che ha fatto inferocire molti tifosi bianconeri.

“Vincere la Premier League sarebbe un grande successo, probabilmente il più grande perché vincere questo campionato è complicatissimo”, tradotto per alcuni quotidiani sportivi nazionali: “Vincere la Premier sarebbe meglio dei tre scudetti con la Juventus”.

Eppure le parole di Conte erano state chiare e comprensibili, forse non troppo nel suo inglese ancora un po’ da rivedere ma sicuramente in maniera maggiore nell’intervento a FoxSports di qualche giorno fa, quando ha ribadito fermamente come “vincere il campionato inglese sarebbe un gran successo di questi tempi. La parola Juventus non si è sentita, né in conferenza stampa né tantomeno durante le interviste di fronte ai teleschermi, forse per paura o forse proprio perché il campionato inglese è un mondo a parte ed i paragoni con altre realtà sarebbero sprecati.

Antonio Conte nelle sue interviste settimanali a stampa e televisioni inglesi non ha mai sbagliato un colpo, tanto con John Terry quanto con la vicenda Hazard-Real Madrid, questa è l’unica verità da raccontare. Va bene, qualche volta non comprende le domande e si rifugia voltandosi verso l’addetto stampa Steve Atkins, una volta ha chiamato la musica da discoteca “boom-boom”, una volta ha chiesto un po’ di torta ad un giornalista che ne stava mangiando una fetta, ma non è mai andato oltre. Soprattutto, cosa più importante, non ha mai dettovincere la Premier sarebbe meglio dei tre scudetti con la Juventus”. Giusto ribadirlo, perché parafrasare è diverso da rivisitare.

Ad ogni modo ci sarebbe una bella domanda da porsi, in quanto sportivi ed appassionati di calcio italiano e internazionale: vincere la Premier sarebbe meglio dei tre scudetti con la Juventus?”

Prima di ogni discorso, prima di fasciarci la testa inutilmente o di fantasticare con dibattiti sul contismo e su quanto sia difficile trionfare al primo colpo nella reggia dei manager, assicuriamoci che il Chelsea di Antonio Conte alzi in cielo la Premier League. Un crogiolo di squadre che, a detta di tutti, fa di quello inglese il campionato più difficile del mondo.

Insomma, appurato il fatto che non si stia parlando di Juventus, vincere al primo anno quando tutti gridavano “Manchester” non sarebbe forse un successo impareggiabile?

 

A volte sembra che alcuni quotidiani, a torto o a ragione, non sappiano proprio a cosa aggrapparsi. Nemmeno quando tutto va bene, quando il Chelsea canta ‘volare’ ed in panchina c’è un allenatore italiano.

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Caso Izzo: squalificato 18 mesi, prosciolti tutti gli altri. Ma la legge è uguale per tutti?

Caso Izzo: squalificato 18 mesi, prosciolti tutti gli altri. Ma la legge è uguale per tutti?

E’ passata un settimana da quando Armando Izzo, il calciatore del Genoa, nato nel quartiere popolare napoletano di Scampia, che aveva coronato il sogno di tanti ragazzi di periferia raggiungendo la Serie A e la nazionale, è stato condannato per doppia omessa denuncia sulla tentata combine di due gare quando militava nell’Avellino. Reo di aver partecipato a due cene dalle quali gli altri giocatori avrebbero voluto estrometterlo, Izzo, che dopo la prematura scomparsa del padre sosteneva la famiglia economicamente sin da giovane, è stato squalificato per 18 mesi in primo grado. Parente di un fondatore del clan della Vanella Grassi, con il quale sostiene di non aver mai mantenuto contatti, il rossoblu finì nel registro degli indagati quando il pentito Antonio Accurso dichiarò: “un giocatore dell’Avellino, Armando Izzo, è nostro parente”. E da quel giorno la vita del difensore è cambiata per sempre.

Le domande da porsi sono molteplici, e come tali prevedono risposte differenti e piuttosto contrastanti. La squalifica inflitta ad Izzo è il casus belli, minimo comune denominatore di un calcio che, secondo alcuni, non riesce proprio ad usare la bilancia del retto comportamento come si dovrebbe.

“Prosciolti Walter Taccone, Luigi Castaldo, Mariano Arini, Raffaele Biancolino e Fabio Pisacane, tutti accusati di omessa denuncia da parte dalla Procura Federale. Diciotto mesi per Armando Izzo. Rigettata l’eccezione preliminare-procedurale sollevata dall’avvocato Eduardo Chiacchio sulla perentorietà dei termini”.

 La prima domanda è la più semplice: perché solo Izzo a pagare? Perché l’ignorante, così lo chiamavano, è stato condannato? “Oh, l’ignorante non deve sapere nulla perché Avellino-Reggina la fanno i senatori” ho letto recentemente in un’intervista. Chi sarebbero i senatori?

“Partivamo con un cadavere già nella bara chiusa con tanto di chiodi, ora abbiamo una persona che cammina” ha dichiarato il legale Antonio De Rensis in attesa delle motivazioni della sentenza di primo grado per il difensore del Genoa. Erano stati chiesti oltre 6 anni di squalifica, che sarebbero diventati la condanna più alta mai comminata per una vicenda legata al calcio-scommesse. Nel giorno della sentenza, le due accuse di combine per le gare contro Modena e Reggina sono state annullate, i 18 mesi di condanna sono riconducibili come dicevamo a una doppia omessa denuncia: fatte queste premesse, il ricorso che Izzo presenterà quante chance ha di essere accolto?

Lui sostiene di essere stato messo in mezzo da terzi, probabilmente per spostare l’attenzione su una sorta di capro espiatorio studiato a tavolino, sottolineando anche la presenza di molte incongruenze nei racconti del boss pentito Antonio Accurso.

Accurso che, in un passo delle sue confessioni, parla così di Izzo: “Gia’ quando militava nella Triestina, vi fu un abbozzo di combine in cui mio fratello Umberto, accompagnato da Mario Pacciarelli, andarono a Trieste sapendo che la società non pagava gli stipendi ai giocatori per vedere se si poteva far qualcosa, ma senza risultato”.

 La difesa ha portato 5 punti a favore di Izzo:

1) Il pentito Accurso dice di aver scommesso 400mila euro sul gol del Modena in Modena- Avellino, ma da registri sulle puntate richiesti dalla Procura risultano circa 44.609 euro.

2) Per Avellino-Reggina, non è stato ascoltato nessuno dei calciatori della squadra calabrese.

3) Izzo sarebbe il primo giocatore a essere condannato con quel capo d’imputazione senza aver messo piede in campo in nessuna delle due partite contestate.

4) Se Antonio Accurso avesse avuto la disponibilità di Izzo, in quanto suo parente e a lui vicino, perché coinvolgere altri giocatori?

5) Luca Pini, durante il suo interrogatorio, ha dichiarato come secondo lui non vi sia stato illecito ma una truffa da parte di Millesi nei confronti dei camorristi.

Proprio per Millesi sono arrivati 5 anni, secondo gli inquirenti il regista di tutto il teatrino, ma nessun provvedimento per Pisacane, Peccarisi e tanti altri calciatori finiti sul banco degli imputati e nominati dallo stesso boss, arrestato.

Insomma, secondo la giustizia questi sono stati gli unici artefici e si aspetterà la fine del processo per avere sentenza definitiva ma, a giudicare dalla foresta di persone coinvolte e di voci contrastanti a riguardo, molti sono invece usciti indenni da una situazione di cui forse si sono resi partecipi e, esattamente come gli altri, nominati nelle dichiarazioni del Mellisi al pari di Izzo. Ne sono una prova i presunti calciatori o tesserati della Reggina, che acconsentendo a perdere per 3 reti a 0 ebbero però la furbizia ed il privilegio di non esporsi alla luce del sole. I loro nomi non sono mai usciti, sebbene sulle carte si legga di come sempre Millesi fosse “intervenuto con quelli della Reggina per garantire la vittoria dell’Avellino”.

Armando Izzo è stato squalificato per 18 mesi in primo grado, in attesa dell’appello annunciato dal suo legale. Ma la legge deve essere uguale per tutti. Sebbene “l’ignorante” sostenga di essere innocente, la giustizia ha ritenuto di pronunciarsi in questo modo, condannando lui e prosciogliendo tutti gli altri. Ma come diceva Boskov ‘rigore è quando arbitro fischia’. Della questione, però, la gente comune discuterà per tutta la settimana, del resto le cose guardate da lontano hanno sempre un sapore un po’ diverso, soprattutto se non si leggono le carte, soprattutto se il soggetto in questione viene da Scampia ed è imparentato con boss oggi pentito, che di nomi ne ha fatti davvero tanti ammettendo persino che provarono a convincere Izzo già in passato ma “senza risultato”. Il risultato di questa sentenza, invece, è un boccone abbastanza amaro da digerire, un po’ come le “tre polpette” di cui si parla nelle intercettazioni.

 

 

Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sul quadrato con Roberto Camelia: “Affrontate le sconfitte con ironia, nello sport e nella vita”

Sarebbe troppo facile e forse più scaltro, mediaticamente parlando, farci raccontare dall’”arbitro con la protesi” come sia avvenuto l’incidente, farci raccontare una tragedia per lasciar salire un brivido sulla schiena, ma non lo abbiamo fatto per un motivo ben preciso. Perché per far salire un brivido sulla schiena bastano altre immagini, bastano alcune massime per capire la grandezza di saper ricominciare a vivere dopo una batosta del genere, conta il sorriso di un uomo a tutto campo: il sorriso di Roberto Camelia.

Premessa: divideremo l’intevista in round, necessario per porre alcune domande a un arbitro di pugilato.

Primo Round – L’esperienza da pugile: cosa ti ha portato a decidere di voler fare l’arbitro nel 2010?

 A dire il vero questa è una domanda che mi fanno spesso, perché in effetti quella dell’arbitro è una professione molto difficile; se ne parla poco e se ne parla male, per me è una passione, una scelta di vita che mi ha permesso di rimanere sotto un’etichetta differente, non quella dell’atleta ma di ufficiale di gara, che comunque respira e vive di adrenalina e trance agonistica attraverso l’azione degli altri.

Secondo Round – Osservare un sport da spettatore interessato, da attore non protagonista, sul ring ma non per combattere: cosa si prova?

 Il nostro compito? Essere imparziali, vivere la gara in terza persona come un normale evento sportivo, senza compromettere nulla e senza essere partecipe in maniera diretta delle emozioni di uno o dell’altro. Bisogna assisterli per assicurarsi che vengano rispettate le regole e tutelata l’integrità fisica. Il compito principale a cui noi aspiriamo è un servizio imparziale.

Terzo Round – L’episodio più divertente che ti sia accaduto da quando sei diventato per tutti ‘l’arbitro con la protesi’

Vi racconterò un episodio un po’ colorito. Mi ricordo che, subito dopo essere tornato sul quadrato, c’era molta attenzione nei miei confronti. Durante una riunione, non appena finì e tutti scendemmo dal ring per andare via, mi si avvicinò un bambino chiedendomi se fosse vero che io avessi una gamba Io mi ricordo di avergliela fatta toccare, tanto che lui fece una faccia esterrefatta e guardandomi negli occhi esclamò: ‘M******!’. Avrà avuto dieci anni, ma dalle nostre parti è un’espressione che si usa spesso.

 Il mondo della disabilità del resto è molto ironico, sai quante volte mi hanno detto “Mi raccomando, partiamo col piede giusto” oppure “Oggi non facciamo passi falsi”? Vi è un certo folklore e l’ironia è il modo vincente per parlare di certe cose. E’ la chiave vincente per sensibilizzare le persone, anche in maniera simpatica, parlando di un dramma. Vedere il rovescio della medaglia con un sorriso può avvicinare molta più gente, che è l’obiettivo di tutti quelli che si occupano di sport nella vita.

Quarto Round – Come è cambiata la tua vita, da arbitro, nel momento in cui hai scelto di tornare in campo?

 Vi è un’attenzione massima verso l’integrità degli atleti e una voglia ancora maggiore di cercare di essere un arbitro il più possibile vicino alla normalità. Cerco questo curando dettagli, allenandomi molto e cercando di pulire, affinare tecniche per fare in modo che non vi siano dubbi sulla mia professionalità e sul servizio che io come altri arbitri diamo sul ring.

Quinto Round – Se dovessi lanciare un messaggio agli appassionati di sport che faticano a riprendersi da infortuni o traumi, quale sceglieresti?

Il dolore si può raccontare in mille modi, ma la chiave più familiare credo sia quella dell’ironia, con cui puoi arrivare anche ai bambini. Il mio incidente è stata un’esperienza che fa parte della vita di tutti i giorni e pertanto non deve essere vissuta come una cosa che ti ha cambiato per sempre. A volte nella vita ci sono, come nello sport, dei risultati ingiusti che vanno accettati, metabolizzati per riuscire a fare meglio poi in futuro. Ci saranno sempre cose che non ci andranno bene, ma serviranno da stimolo e serviranno per il futuro. Le sconfitte aiutano a capire cosa fare e come fare a vincere, così come nella vita anche nello sport.