Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Kanter – Erdogan : una guerra senza esclusione di colpi

Per Enes Kanter si prospetta un periodo tutt’altro che facile. Già sul finire di maggio il lungo di Okc era incappato nella spiacevole disavventura di Bucarest,  quando era stato bloccato in aeroporto dalla polizia romena. Il tempestivo intervento dei Thunder e di alcuni senatori dell’Oklahoma aveva fortunatamente evitato il peggio, permettendo al giocatore di rientrare negli States. Ma in pochi avrebbero immaginato che quello era solo l’inizio dell’incubo.

Perché di lì a pochi giorni il governo turco ha ripreso la sua battaglia personale contro il centro dei Thunder. Come? Con un mandato internazionale di arresto ai suoi danni. E il motivo? L’accusa di far parte di un gruppo terroristico. Un’accusa dovuta all’adesione da parte di Kanter all’Hizmeth, il movimento sociale guidato da Fetullah Gulen, il quale, secondo le autorità turche, starebbe tra le file dei cospiratori che hanno ordito il tentato colpo di stato di giugno scorso.

Il mandato d’arresto sarebbe stato emesso sulla base di diverse prove, tra cui l’uso da parte del giocatore di Bylock, un’applicazione messaggistica che, stando al governo turco, sarebbe stata creata proprio per i seguaci dell’Hizmeth. Ma Kanter, di tutta risposta, non ha fatto altro che deridere su Twitter il tentativo da parte della Turchia di arrestarlo, rispedendo al mittente tutte le accuse.

Ma le autorità turche non si sono fermate qui. Neanche il tempo di riprendersi dalle accuse, e ecco un’altra agghiacciante notizia per Kanter: l’arresto di suo padre Mehmet da parte della polizia turca. Anche in questo caso il pivot dei Thunder ha sfruttato i social network per esprimere tutto il suo sgomento:

HEY WORLD
MY DAD HAS BEEN ARRESTED
by Turkish government and the Hitler of our century
He is potentially to get tortured as thousand others    

L’uomo è stato arrestato nella sua casa a Istanbul ed è stato portato nella provincia di Tekirdag, nel nord-ovest della Turchia, per essere interrogato, col sospetto che potesse ancora avere legami con suo figlio e, quindi, con un possibile terrorista. Già lo scorso anno il padre aveva disconosciuto Enes, così da evitare alla propria famiglia possibili rappresaglie dovute al legame del centro di Okc con Gulen. Una scelta che però non gli ha giovato più di tanto: non solo a Istanbul era stato più volte aggredito per strada da passanti solo per essere il padre di Enes, ma nell’ultimo periodo la polizia aveva intensificato le visite nella sua casa, fino al giorno dell’arresto.

Ma, per fortuna, pochi giorni fa è giunta la notizia della sua scarcerazione.  Per il momento, non sarebbero state trovate prove che lo colleghino al movimento di Gulen. Ma la polizia si è riservata ulteriori accertamenti e interrogatori, imponendo a Mehmet Kanter di presentarsi regolarmente nella stazione di polizia più vicina da casa sua. Una situazione molto difficile da sostenere, per un uomo che fino ad un paio di anni prima viveva tranquillamente con la sua famiglia, col suo lavoro di docente universitario.

 E intanto, dall’altra parte dell’Oceano, Enes non ha potuto far altro che commentare il trattamento ricevuto da suo padre, tramite il sito della sua Fondazione: “Mio padre è stato arrestato per colpa della mia voce di opposizione contro il partito che governa la Turchia. Potrebbe essere torturato soltanto perché è un mio parente. Fermatevi un attimo a riflettere su questo: se una situazione simile può accadere a un giocatore NBA, sempre sotto i riflettori e sotto gli occhi dei media, cosa staranno passando tutti coloro che non possono far sentire la loro voce?  Ci sono centinaia di migliaia di detenuti, di torturati o peggio ancora di omicidi di cui non sentiremo mai parlare.”.

 Parole molto forti, che rendono l’idea del profondo odio nei confronti di Erdogan e del suo governo. Una situazione difficile da gestire, che sta divorando un ragazzo che – ricordiamocelo – ha solo 25 anni. Noi, nel nostro piccolo, non possiamo far altro che sostenere e rispettare Kanter, reo soltanto di aver espresso le proprio idee. Sperando che la sua guerra personale abbia presto fine.

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Bjorn Borg, l’uomo di ghiaccio vissuto nell’eccesso

Quando la droga prende il sopravvento sulla razionalità.

Bjorn Borg. Sport e droga, due mondi che in teoria non dovrebbero avere nulla in comune. Da un lato i valori di competitività,  sportività  e rispetto reciproco, dall’altro offuscamento della ragione, dipendenza, straniamento dalla realtà esterna.  Eppure si sa, gli opposti si attraggono, e i casi di atleti dipendenti da droghe hanno falcidiato qualsiasi disciplina. Il caso di Borg.

Nel calcio l’esempio più illustre non può che essere il Pibe de Oro, che dopo essere risultato positivo alla cocaina nei controlli antidoping decise di fuggire all’estero, nel 1991.  Anche il basket non è da meno: lampante è la vicenda di Robert Swift,  promessa dei SuperSonics che nel 2009, dopo anni di abuso di droga, fu arrestato strafatto in possesso di un vero e proprio arsenale di armi; oppure la triste storia di Lamar Odom, ex stella dei Lakers, ritrovato neanche due mesi fa tra la vita e la morte in una camera di un albergo-bordello, a causa di un cocktail di cocaina, alcool e metanfetamina.

Cambiano gli sport, ma la musica non cambia: dall’arresto del centauro Walter Migliorini, colto nell’84 a trasportare quintali di hashish, alla condanna per possesso di cocaina per il pugile Ubaldo Sacchi fino alla squalifica del centometrista John Carlos per uso di droghe.

E anche il tennis non può non esimersi dall’entrare in questa lista tutt’altro che speciale.

Già negli anni ’20 si vociferava che la vincitrice di oltre 20 Slam Suzanne Lenglen facesse uso di un bicchierino di cognac nella pausa tra due set. Poi negli anni ’70 e ’80, con l’arrivo di nuove sostanze stupefacenti vennero sorpresi i vari Yannick NoahVitas Gerulaitis e Mats Wilander, per poi arrivare fino agli anni 2000:  Martina Hingis abbandonò il tennis per essere stata trovata positiva alla cocaina, Richard Gasquet cercò di mascherarne la sua positività giustificandola con un bacio dato ad una ragazza cocainomane, fino alla travagliata storia di Jennifer Capriati, andata in overdose nel 2010 e viva per miracolo.

Ma nel tennis il caso più eclatante è sicuramente quello che riguarda uno dei tennisti più vincenti di sempre, simbolo di un’epoca e idolo di migliaia di tifosi: Bjorn Borg. Proprio così, lo svedese vincitore di Wimbledon per  cinque volte di fila, l’Uomo di Ghiaccio per via del suo carattere, fuori dal campo non seppe resistere alle innumerevoli tentazioni che lo avrebbero portato sulla strada dannata di sesso & droga.

Eppure fino al 1980 Borg era stato il re incontrastato del tennis: benché neppure venticinquenne, aveva già vinto 10 titoli dello Slam e aveva spesso avuto la meglio sui suoi storici rivali, Jimmy Connors e John McEnroe.

Poi, nel 1981, qualcosa sembrò incrinarsi. Dopo aver vinto per la sesta volta l’Open di Francia, in finale a Wimbledon Borg incappò nella dolorosissima sconfitta contro McEnroe, la quale lo segnò profondamente. Nel 1982 decise di giocare solo il torneo di Montecarlo e l’anno successivo tornò in campo in condizioni fisiche pietose, rimediando roboanti sconfitte che lo indussero al ritiro, a soli 26 anni. Qualcosa era decisamente cambiato.

Come si spiega un calo di rendimento così repentino e inaspettato, una parabola discendente così improvvisa per un giocatore che fino a allora sembrava invincibile?

 Un risposta venne data da Loredana Bertè molti anni dopo. La stravagante cantante italiana fu dal 1989 al 1992 la moglie del campione svedese, con cui visse una relazione tanto intensa quanto drammatica. E, benché la Bertè ancora non fosse la compagna di Borg nel 1981, le sue rivelazioni, contenute nel libro intervista “Traslocando – E’ andata così”, scritto con Malcom Pagani e anticipate da Dagospia,  che non hanno avuto ancora la replica dell’interessato, non possono che far riflettere:Per la cocaina lasciò vincere McEnroe in finale a Wimbledon, con grande scorno della madre, che aveva preparato nella madia lo spazio per la sesta coppa”.

Sempre nell’autobiografia, la Bertè aggiunge, inoltre, che nella pausa tra un game e l’altro Borg avrebbe detto che dovevano sbrigarsi a finirla, perché doveva “farsi una striscia”. E’ inutile dire che tali parole destarono grande scalpore ma, nel contempo, sono a tutt’oggi da prendere con le pinze, visto che un personaggio sopra le righe come la Bertè potrebbe aver esagerato nel raccontare . Inoltre, Borg e McEnroe avevano dato vita ad una rivalità senza precedenti e pensare che Borg se ne fosse infischiato in questo modo resta difficile da credere.

Eppure, il cambiamento nello stile di vita del tennista svedese era palese. Il giovane ragazzo che si dedicava a tempo pieno allo sport iniziò ad abbandonare la semplice quotidianità e scoprì i piaceri del sesso, della vita notturna, dello sballo. Nel 1983 divorziò  con la moglie Mariana Simionescu, con cui aveva un figlio, e cominciò a tenersi in contatto con persone poco raccomandabili, che lo avvicinarono sempre di più alle droghe.

Nel 1988 incontrò Loredana Bertè, che aveva già conosciuto nel lontano 1973, quando ancora era la compagna di Adriano Panatta. Ed è la stessa Bertè che raccontò un altro triste episodio sulla dipendenza di Borg dalle droghe, nella sua autobiografia.

E’ il 7 febbraio 1989 e, a detta della cantante italiana, alle 7 di sera suonò il campanello della sua abitazione. Loredana apre la porta e si sarebbe trovata davanti un Bjorn Borg in uno stato pietoso: pallido come un cadavere, emaciato, con gli occhi di fuori. Non ha idea di cosa abbia fatto nelle ore precedenti, entra in casa e si chiude oltre mezz’ora al bagno, per poi uscirne mezz’ora dopo con una scatola di Roipnol in mano. Una scatola vuota.

Dopo poco, avrebbe avuto prima una crisi di pianto, poi iniziò a perdere i sensi, gli occhi cominciarono a roteare, la bava alla bocca. La Bertè ha la prontezza di chiamare un’ambulanza e Borg viene salvato per il rotto della cuffia. La lavanda gastrica sancirà che aveva fatto uso di cocaina, droga e dosi massicce di vari medicinali.

Nonostante la tragedia sfiorata, i due si sposarono nel settembre dello stesso anno, vivendo una vita sopra le righe, piena di eccessi e di spiacevoli figuracce. Come quando, durante un viaggio a Los Angeles, pernottarono in un lussuoso albergo a Beverly Hills e, al momento di saldare il conto, si venne a sapere che Bjorn e la moglie avevano visto lo stesso film pornografico per 24 volte di fila. Questo perché, a detta della Bertè, Borg era talmente strafatto da costringerla a compiere gli stessi identici gesti delle attrici pornografiche finchè non raggiungeva le movenze perfette.

Storie e aneddoti che fanno accapponare la pelle. Se solo si immagina all’incredibile talento di quel tennista biondo, amato e idolatrato da migliaia di fan, non si può non pensare a quanto spreco ci sia stato, a come la sua vita sia stata buttata.

Nel 1992 il matrimonio tra la Bertè e Borg ebbe fine, ma non sappiamo per certo se Borg chiuse i rapporti anche con la droga. Gli scoop dei giornali di gossip sul suo conto diminuirono di anno in anno, il successo e la fama attorno alla sua immagine si ridimensionarono, l’incedere degli anni prese il sopravvento. E, speriamo, anche il buonsenso.

Tennis Match Fixing: una piaga che seduce anche i più giovani

Tennis Match Fixing: una piaga che seduce anche i più giovani

Quella del Tennis Match Fixing è, da anni, una piaga profondamente radicata nel mondo dello Sport. Malgrado i tentativi di arginarlo da parte della Tennis Integrity Unit, il fenomeno continua a dilagare e i casi di incontri truccati sono sempre più frequenti. Stavolta a farne le spese è stato il tennis australiano, che ha subito un duro colpo a seguito del coinvolgimento di Oliver Anderson, tennista di spicco di casa, in un’inchiesta legata al match fixing.

E’ stato lo stesso Anderson ad ammetterlo in tribunale: nell’ottobre 2016 ha volutamente perso il primo set di un match nel Challenger di Traralgon. La vicenda ha avuto inizio quando Oliver è stato avvicinato da loschi personaggi, che gli hanno promesso un guadagno assicurato se solo avesse perso il primo set nel suo incontro di primo turno contro il connazionale Harrison Lombe. E lui, sicuro di poter battere comunque l’avversario – tra i due c’erano quasi mille posizioni di differenza nel ranking mondiale -, si è lasciato convincere. Risultato? Il match è finito 4-6 6-0 6-2, con un evidente cambio di passo tra il primo e gli altri due set.

Ma come funziona il Tennis Match Fixing? 

Il tentativo di combine è stato smascherato fin da subito. Infatti, pochi minuti prima del match uno scommettitore ha cercato di piazzare una puntata di 10000 dollari sulla vittoria di Lombe nel primo set. Visto il gap in classifica, era un risultato quotato a più di 5. Ma il bookmaker ha rifiutato il bet, per poi però accettarne un altro da 2000 dollari. Lo stesso scommettitore ha successivamente provato a piazzare un’altra puntata da 13000 dollari, ma il bookmaker anche stavolta ha rifiutato l’importo, per poi segnalare alle autorità dello stato del Victoria il possibile tentativo di combine.

Neil Patterson, Commissioner della polizia del Victoria, ha così dato il via alle indagini che hanno poi portato all’incriminazione di Anderson, che dapprima ha negato tutto, ma poi, durante le udienze processuali, ha ammesso le sue colpe. E in tutta questa vicenda il dato drammatico sta nella giovanissima età del tennista australiano: un classe ’98, di appena diciotto anni. Una vicenda che, ora come ora, rischia di minare profondamente la sua carriera. Una carriera che già lo proiettava tra i giovani più promettenti in ottica futura, soprattutto dopo la conquista dell’Australian Open juniores nel 2016. Ma allora perché lasciarsi coinvolgere in pratiche illegali?

Tennis Match Fixing

Perché dopo la vittoria agli Australian Open era subentrato un infortunio, che lo aveva costretto ad un lungo stop. Come da contratto, gli sponsor gli avevano sottratto parte del denaro che gli avevano garantito. Così, da un giorno all’altro, si era ritrovato in difficoltà economiche e con un infortunio da cui ancora doveva riprendersi. Da qui, la tentazione, sempre più seducente, di fare soldi facili che avrebbero dato nuova linfa alla sua carriera.

Ma adesso, quella stessa carriera sembra al capolinea. Perché al di là della condanna in sede penale, che gli è costata un lieve multa di 500 dollari, il giudice sportivo potrebbe bannarlo dai campi da gioco per molti anni, costringendolo ad abbandonare per sempre i suoi sogni di gloria.

Una storia davvero triste e una condanna davvero sciocca. Perché non solo la combine gli avrebbe reso poche migliaia di euro – lo stesso Anderson ha dichiarato di non aver ricevuto nemmeno un centesimo per quanto fatto – e non avrebbe rivitalizzato più di tanto il suo status finanziario, ma anche il modus operandi degli scommettitori, con cifre spropositate concentrate in un unico importo, avrebbe comportato un rischio altissimo di essere scoperti. Un rischio poi divenuto realtà, e una carriera gettata alle ortiche. E oltre al danno, la beffa: che fine hanno fatto i loschi personaggi che gli hanno proposto la combine? Di loro nessuna traccia.

Il dispiacere, in vicende simili, è tanto, soprattutto perché a cascarci è stato un giovanissimo talento, che avrebbe potuto regalare tanto.

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Enes Kanter contro Erdogan si ritrova bloccato e senza passaporto

Enes Kanter contro Erdogan si ritrova bloccato e senza passaporto

Che tra Enes Kanter e Recep Erdogan non corra buon sangue non è certo una novità. Il centro turco, in forza agli Oklahoma City Thunder, da sempre si è opposto al presidente in carica, criticando apertamente la sua politica autoritaria e liberticida e appoggiando con forza il suo più strenuo antagonista, Fethullah Gulen. E questo atteggiamento di dissenso non solo non gli ha permesso né di tornare in patria né di vestire la maglia turca, ma ha anche provocato la reazione della sua famiglia, che nell’agosto scorso lo ha ufficialmente diseredato – una scelta probabilmente obbligata, visto il clima teso con cui dover convivere in patria -.

Ma l’aperta contestazione da parte di uno degli sportivi più in vista in Turchia non deve essere proprio andata giù al premier turco. E così, mentre sabato scorso sbarcava a Bucarest da Singapore, Kanter si è ritrovato col passaporto cancellato. Subito è stato bloccato dalle autorità romene e per un attimo si è temuto il peggio: c’era il rischio, concreto, che venisse spedito in territorio turco, dove sarebbe stato arrestato e processato in quanto nemico di Erdogan. Eppure, in quei momenti di paura, il centro dei Thunder ha pensato subito di rendere nota a tutti la sua delicata situazione, e in quale modo migliore se non con un video su Twitter?

Nel video il lungo di Okc si è espresso in modo molto duro: prima ha dichiarato di essere bloccato in aeroporto da ore, trattato alla stregua di un detenuto, poi si è scagliato contro Erdogan, il responsabile di tutto, definito l’Hitler del nostro secolo.

 Appena appresa la vicenda, si è immediatamente mobilitato lo staff dei Thunder, supportato dall’NBPA ( il sindacato dei giocatori), con l’obiettivo di riportarlo al più presto negli States. Inoltre, sono intervenuti anche i senatori dell’Oklahoma Jim Inhofe e James Lankford, che insieme al Dipartimento di Stato americano sono riusciti a farlo imbarcare in un aereo per Londra, in territorio sicuro.

 Una volta raggiunti gli Stati Uniti, Enes ha tenuto una conferenza stampa presso la sede dell’NBPA, dove ha ringraziato coloro che hanno permesso il suo rientro e ha raccontato i retroscena della vicenda. Nelle sue parole la paura era palpabile: se fosse stato mandato in Turchia probabilmente si sarebbero perse le sue tracce per sempre, visto che in territorio turco è virtualmente una persona inesistente.

Durante la conferenze ha poi continuato ad attaccare il premier Erdogan, ribadendo il paragone con Hitler e sottolineando come in Turchia, ora come ora, ci sia un regime a tutti gli effetti dittatoriale. Inoltre, il giocatore ha espresso un suo grande desiderio: ottenere la cittadinanza americana. “Ho la green card, spero che il processo sia più breve rispetto ai cinque anni previsti. In questo momento non ho una cittadinanza, ma nell’Oklahoma mi sento come a casa”.  

E quanto avvenuto a Kanter non è una novità. Negli ultimi mesi infatti è successo più volte che le autorità turche segnalassero come smarriti o cancellati passaporti di dissidenti politici, così che venissero fermati alle dogane e spediti in Turchia. Una prassi ben congeniata, per riportare in patria gli oppositori al regime. E non è neanche la prima volta che uno sportivo turco riceve un trattamento simile. Emblematico è stato il caso di Hakan Sukur: in forza anche all’Inter e al Parma, l’attaccante turco era diventato un idolo in patria, dopo la conquista della Coppa Uefa del 2000 con la maglia del Galatasaray.  Un evento storico, ma che è passato in secondo piano da quando Sukur si è apertamente opposto ad Erdogan – da politico nelle file dell’AKP -, subendo un lento e progressivo oscuramento della sua immagine pubblica. Al punto da essere prima chiamato in giudizio per insulti rivolti a Erdogan su Twitter, poi accusato di aver preso parte al tentato colpo di stato del luglio scorso e quindi incriminato. E malgrado l’ex attaccante, emigrato negli States, si sia sempre dichiarato innocente e abbia aspramente condannato il fallito golpe, ora più nessuno in Turchia ricorda le sue magie in campo, ma viene ritenuto un nemico pubblico da arrestare e imbavagliare.

E adesso, privati dei loro passaporti, sia Sukur che Kanter non hanno neanche la possibilità di lasciare gli Stati Uniti. Il che danneggia molto il lungo dei Thunder, impossibilitato a promuovere in prima persona la sua Fondazione Kanter. Una fondazione che si occupa di fornire cibo e vestiti ai meno abbienti, per la quale il centro era in tour. Dopo la Romania, infatti, lo aspettava la Danimarca, la Norvegia e la Svizzera. Purtroppo, finchè non gli verrà concessa la cittadinanza americana, non potrà andare all’estero. Una situazione difficile da digerire, ma per come si era complicata la vicenda, Enes non può che ritenersi fortunato.

 

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Anche stavolta ci siamo cascati. Anche stavolta pensavamo fosse la volta buona per la definitiva consacrazione, e invece siamo stati smentiti. Anche stavolta il nostro Fabio Fognini ha “tradito” la nostra fiducia, dopo l’incredibile match con cui aveva estromesso Andy Murray, numero 1 al mondo.

E’ un vero peccato, ma dobbiamo prenderne atto: il “Fogna” è fuori dal torneo, battuto da un Alexander Zverev in ottimo stato, ormai diventato una certezza nel circuito. Ma al di là della sconfitta – un doppio 6-3 che non lascia spazio a molti alibi -, è stato come al solito l’atteggiamento del ligure a far storcere il naso. Non solo è mancata la cattiveria agonistica, messa in mostra più volte contro Murray, ma sono emersi il nervosismo e la tensione,  poi scaturiti nelle più classiche delle fogninate: un paio di racchette lanciate a terra, un calcio dato alla sedia di un giudice di linea, uno smash –sbagliato – tirato addosso al suo avversario, con tanto di fischi da parte del pubblico.

E poi, last but non least, il suo comportamento nei confronti del giudice di sedia. Secondo set, Fognini è già sotto di un break con ha una chance di contro-break, ma sulla prima di servizio chiamata out da un giudice di linea interviene Lahyani, affermando che la palla è buona e che Zverev deve ripetere la prima. Non l’avesse mai fatto: Fognini inizia il suo show, dando a Lahyani del quaquaraqua, del pagliaccio e, a fine match, del “fottuto arrogante”. Un atteggiamento inqualificabile e, per giunta, totalmente immotivato, visto che la chiamata era corretta, come ha poi dimostrato anche hawk eye.

Il “Fogna” ha continuato con le lamentele anche nel post-gara: se da un lato ha fatto i complimenti a Sasha, definendolo un “futuro numero 1”, dall’altro si è scagliato contro gli organizzatori del torneo, rei di avergli imposto di giocare a mezzogiorno – orario in cui le condizioni del campo gli erano sfavorevoli -, senza ascoltare le sue richieste.

Dispiace davvero che il torneo del sanremese sia finito in questo modo, tra polemiche e frasi al vetriolo. Un finale che ha letteralmente oscurato quanto visto di buono nel match contro Murray. Perché, sebbene lo scozzese da mesi non sia in forma smagliante, Fabio aveva giocato un tennis splendido, mettendo in mostra tutto il suo infinito repertorio.

Ma del resto, non è la prima volta nella sua carriera che Fognini riesce in grandi imprese, per poi sciogliersi sul più bello, magari con giocatori non irresistibili. Basti pensare alla semifinale del Rio Open 2015, quando batté Nadal recuperando un set di svantaggio, per poi venir surclassato da Ferrer in finale. Oppure all’ottavo di finale degli US Open 2015, quando divenne l’unico tennista ad aver sconfitto Nadal dopo aver perso i primi due set: in quel match raggiunse un livello di gioco mostruoso, che poi però scomparve all’improvviso nell’incontro successivo, con un tutt’altro che invincibile Feliciano Lopez che ne approfittò vincendo in 3 set.

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Ma tralasciando queste occasioni mancate, è difficile inquadrare l’altalenante carriera del “Fogna”.  E probabilmente le difficoltà vengono accentuate a causa di un modus tifandi” tutto italiano. Perché va detto, dopo la strepitosa vittoria contro Murray, in molti non avevano fatto altro che incensare Fognini, rasentando l’idolatria e innalzandolo a papabile top-5 al mondo. Al contrario, dopo la deludente sconfitta contro Zverev, “dagli all’untore”:  tutt’a un tratto Fabio è diventato un giocatore mediocre, scarso, vergognoso. Il suo atteggiamento borioso e riprovevole certo non ha aiutato nei giudizi, ma bisognerebbe sempre saper distinguere il tennista dalla persona, almeno quando si parla puramente di tennis giocato.

La verità è che la sconfitta con Zverev andava messa in conto. Non solo perché lo dice il ranking mondiale, ma anche perché il teutonico, malgrado la giovane età, non è l’ultimo dei fessi e sta vivendo un gran momento di crescita. Ma, contro ogni logica, dopo la vittoria con Murray non si è fatto che osannare il ligure – già di per sé incline a pavoneggiarsi –  e a ingigantire il suo status. Il che ha poi causato una repentina crescita di aspettative, con un conseguente aumento di pressione sulle spalle, di nervosismo, che hanno poi provocato l’inevitabile capitombolo. E le successive critiche.

Critiche che, però, andrebbero quantomeno ridimensionate. Perché se sul comportamento del “Fogna” non si può far altro che condannarlo, sul suo gioco pieno di blackout e sulla sua incostanza è davvero inutile continuare a tartassarlo. Perché aspettarsi da lui una maturità da top10 al mondo? Perché chiedergli quel definitivo salto di qualità che non ha mai dimostrato tra le sue corde? Fabio Fognini è questo, che ci piaccia o no. Un giocatore forte, divertente in campo, ma con dei limiti evidenti che vanno accettati. Ora come ora, sulla soglia dei trent’anni, è difficile che cambi.

Anche se una minima speranza c’è, in ciò che Fognini stesso ha definito “il trofeo più importante”. Quel figlio che è appena nato che lo ha reso genitore insieme alla sua amata Flavia Pennetta. E chissà che forse, con un bebè in braccio, Fabio non raggiunga la giusta maturità.