Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Serge Ibaka: il decollo di Air Congo che fuggiva dalla Guerra

Cleveland e Boston, sono loro le squadre accreditate per contendersi il primato della Eastern Conference. Da un lato Lebron, Thomas e Wade, dall’altro Irving, Horford e Hayward (seppur infortunatasi gravemente), lo spettacolo è assicurato. E un assaggio di quel che ci dovrebbe aspettare in finale di Conference lo abbiamo già avuto nella gara di apertura della Regular Season.

Eppure, non sono tutti d’accordo con questo copione. Ad opporsi, con tutte le forze, ci saranno sicuramente i Toronto Raptors di Kyle Lowry, DeMar DeRozan…e di Serge Ibaka. La cui storia, possibile trama perfetta di un film tutt’altro che comico, lo ha preparato a sfide ben peggiori. Dopo quello che ha passato, di certo non lo spaventa una partita contro Lebron o Irving.

 Serge Jonas Ibaka Ngobila nasce a Brazzavile, in pieno Congo, nel settembre del 1989.  La sua non può propriamente definirsi una famiglia normale: figlio di un padre a dir poco libertino, è il terzultimo di ben diciotto fratelli, a cui ne andrebbero aggiunti altri mai riconosciuti. Il papà è solito ingravidare donne in giro per la città, mentre la mamma si fa in quattro per dar da mangiare ai figli, in una casa al confine con le baracche cittadine.

Una situazione sì precaria, ma tutto sommato tranquilla. Fino al 1998, l’anno d’inizio della guerra civile in Congo, che cambierà per sempre la sua vita. Col pericolo sempre più incombente, a soli nove anni Serge si ritrova costretto a dover fuggire da Brazzaville insieme alla sua famiglia. E’ l’inizio di un lungo peregrinare di città in città, alla ricerca di un posto sicuro in cui poter vivere.

Alla fine riesce a rifugiarsi coi suoi a Ouesso, cittadina al confine nord del Paese. Ma anche qui le condizioni di vita sono drammatiche e per tre lunghi anni è costretto a vivere in una topaia con acqua e luce limitate. Con un ambiente simile in cui vivere l’unica alternativa è uscire all’aperto. E’ in questo modo che Serge conosce il basket. A piedi scalzi, si ritrova insieme ad altri ragazzini a giocare su campetti sgangherati, con canestri penzolanti e palloni a dir poco laceri. Ma a differenza degli altri lui può contare su un fisico possente e slanciato, oltre che su una propensione innata nel trattare il pallone. Tra lui e il basket è puro amore.

 Ma le conseguenze della guerra non sono finite. Il conflitto è agli sgoccioli e la famiglia è decisa a tornare a Brazzaville, quando il padre viene arrestato, con l’accusa di aver oltrepassato il confine illegalmente e di aver parteggiato per la fazione nemica. E una volta privato del padre, Serge è costretto impotente anche ad assistere alla dipartita della madre, morta prematuramente.

 

In una condizione simile, l’unica soluzione è fuggire dalla realtà. Proprio per questo il giovane Ibaka si mette in viaggio, con la speranza di raggiungere un paradiso chiamato Europa. E così, dopo mille peripezie e con una Bibbia come unica compagna di avventure, a diciassette anni riesce a raggiungere la Francia. Qui trova ospitalità, una dimora fissa e soprattutto la possibilità di mettere in mostra tutto il suo potenziale su un campo da basket, seppur in leghe minori. E’ ancora acerbo e grezzo come giocatore, ma il suo strapotere fisico unito ad una sensibilità di tocco non da poco lo rendono un prospetto interessante. Tant’è che due anni dopo si trasferisce in Spagna, dove firma un contratto con l’Hospitalet, storico club catalano, che gli regala la possibilità di giocare in un palcoscenico di prestigio. E lui ripaga fin da subito, sfornando oltre 10 punti e 8 rimbalzi a partita.

Il ragazzone fa un’ottima figura anche al Reebok Eurocamp, venendo nominato MVP della manifestazione e attirando su di sé l’interesse di molti scout NBA. Al punto che al draft 2008 viene inaspettatamente selezionato con la 24esima pick dai Seattle Supersonics, poi diventati Oklahoma City Thunder. Eppure i dirigenti dei Thunder non sono sicuri che sia pronto, tant’è che decidono di non firmarlo.

Sogni di gloria sfumati? Ovviamente no, sappiamo bene come è andata. Dopo un anno tra le file del Suzuki Manresa OKC si rende conto dell’enorme potenziale del congolese e decide di pagare la clausola rescissoria al club catalano. Serge Ibaka è finalmente un giocatore NBA. 

 Il resto è ben noto a tutti: la crescita esponenziale in fase difensiva, la meritata fama di stoppatore seriale, l’evoluzione in fase offensiva, con la costruzione di un tiro dal mid range quasi letale. E soprattutto, la capacità di convivere come terzo violino con due mostri come Durant e Westbrook. Fino ad arrivare a Toronto – dopo la breve e deludente parentesi ai Magic -, a rafforzare una squadra che proprio nello spot di ala forte è sempre stata carente.

Un percorso NBA entusiasmante, ma che non è nulla in confronto a quanto finora era ignoto, il suo lungo e estenuante viaggio che lo ha portato dall’Africa agli States. Un passato difficile tanto da dimenticare quanto da raccontare. Eppure Air Congo lo ha fatto: nel marzo 2015 è uscito Son of the Congo, documentario in cui Serge ha raccontato la sua storia, partendo dall’infanzia a Brazzaville vissuta nella povertà.

Tornare in quei luoghi e rivivere il proprio disperato passato non deve essere stato facile, ma Ibaka lo ha fatto per sensibilizzare l’opinione pubblica e aprire gli occhi sulle reali problematiche del continente nero. Una scelta che gli fa onore. Una sfida dura da affrontare, niente a che vedere con le banali partite in NBA. Proprio per questo Serge è tutt’altro che impensierito dalla Regular Season appena iniziata o dai match che lo aspettano contro i vari Lebron o Irving. Perché dopo un passato come il suo, un futuro come stella NBA non può che apparirgli luminoso.

 

 

I 10 infortuni più strani della storia Nba

I 10 infortuni più strani della storia Nba

La stagione NBA è iniziata ma il tema centrale di queste nottate di basket americano non è stato il campo, bensì il terribile infortunio capitato al povero Gordon Hayward alla sua prima apparizione con la maglia verde dei Boston Celtics durante la partita inaugurale contro i Cavs di King James. Tutto il mondo dello Sport si è unito in coro per supportare il giocatore e, a vedere le immagini (che vi risparmiamo), sentiamo dolore anche noi. Ma Hayward non è la prima volta che ha dovuto fare i conti con uno stop forzato, certamente molto, ma molto meno grave di quest’ultimo ma che ci serve per sdrammatizzare un momento durissimo per un atleta di soli 27 anni. Lo scorso anno, infatti, durante la preseason, subì un infortunio tutt’altro che “convenzionale”: Hayward si sarebbe incastrato il dito nella cerniera della divisa di un compagno, provocandosi da solo la frattura nel tentativo di liberare la mano. Una circostanza talmente sfortunata da entrare di diritto nel gotha degli infortuni più strambi di sempre.

 Ma quali sono gli altri infortuni che rientrano in questo elenco speciale e sulla quale veridicità faremmo fatica a credere?

Basta tornare indietro di due stagioni per incontrare un chiaro esemplare di infortunio bizzarro. E’ sabato 23 gennaio, vigilia della trasferta dei Clippers contro i Raptors, quando succede il fattaccio: Blake Griffin, già da un mese out per un infortunio alla coscia, ha un pesante diverbio con un magazziniere della squadra, finché non arrivano a fare a pugni…E Blake si frattura la mano destra. Il suo atteggiamento non solo gli frutta un’operazione e oltre un mese di stop, ma anche le critiche pesanti da parte di coach Doc Rivers e di Steve Ballmer, proprietario dei Clips. E tra le indiscrezioni, è anche saltato fuori che Griffin e il magazziniere erano amici di vecchia data. E meno male, chissà che avrebbe combinato il buon Blake se non fossero stati amici. Quest’anno poi in squadra troverà un degno compagno, con il nostro Danilo Gallinari che ha saltato l’Europeo per un pugno ad un giocatore dell’Olanda. Stesso risultato, mano fratturata.

Ma non è di certo stata questa la prima volta in cui un pugno di troppo ha poi provocato un infortunio. E persino un campione dello spessore di Kareem Abdul-Jabbar ne ha subito le conseguenze. Infatti, la leggenda narra che nella preseason del 1974, durante una partita coach Don Nelson infilò accidentalmente un dito nell’occhio di Kareem. E lui, colto da una rabbia improvvisa, per sfogarsi avrebbe tirato un pugno al supporto del canestro. Risultato? Mano ingessata e una ventina di partite saltate.

Nel marzo 2010 è stata invece la sfortuna in persona a causare l’infortunio di Joel Przybilla. Il lungo dei Blazers era già fuori da mesi a causa di un problema al tendine rotuleo del ginocchio destro, però dopo l’operazione si stava pian piano riprendendo. Ma una mattina, uscito dalla doccia, galeotto fu il pavimento bagnato e chi lo bagnò: Joel scivola, neanche avesse acciaccato la classica buccia di banana, e si rompe un’altra volta il tendine rotuleo. Minimo 8 mesi di stop. Se non è sfiga questa.

Un po’ meno drammatico ma pur sempre esilarante è quanto accadde a Dirk Nowitzki nel lontano 2003. Il lungo dei Mavs stava per infilarsi una scarpa, è bastato un movimento sbagliato ed eccola là, in arrivo, la lesione dei tendini della caviglia. Per fortuna nulla di grave, ma comunque un infortunio a dir poco tragicomico.

E poi c’è Kendrick Perkins, il monolitico centro campione con i Celtics che nella sua carriera si è sempre distinto per i suoi metodi poco ortodossi in campo, più vicini alla lotta greco-romana che al basket. Ebbene, nel 2007 Perkins, oltre ad essere uno strenuo lottatore, pensava di capirne di arredamento. Gli avevano appena montato il letto nella sua casa, ma lui credeva che gli addetti avessero fatto un lavoraccio, il letto andava aggiustato. Morale della favola? Il letto gli cadde sul piede. Alluce rotto e periodo di stop forzato. E nessuna voglia di occuparsi più di mobili.

Nel dicembre 2009 ci pensò invece l’esuberante Ron Artest a infortunarsi in un modo assurdo. E’ il giorno di Natale, Ron è intento a portare un cesto pieno zeppo di regali, quando inciampa e cade dalle scale. E sbatte la testa con forza, perché quando si sveglia ha un vuoto totale, la moglie agitatissima deve spiegargli chi è e cosa stava facendo e lo staff dei Lakers lo costringerà a saltare sei gare. E’ forse da qui che gli sono frullati per la testa i suoi futuri nomi Metta World Peace e Pandas Friend?

 E ovviamente in questo speciale elenco non può mancare il re indiscusso degli infortuni, Derrick Rose. Perchè nel 2009, prima ancora dei seri danni al crociato sinistro e al menisco, Derrick è riuscito anche ad infortunarsi al braccio. Come? Al letto, nell’ozio più totale, mentre cercava di tagliare une mela col coltello. E forse questo era un chiaro indizio sull’enorme sfiga che avrebbe colpito Rose nella sua carriera.

Chi entra senza dubbio in questo singolare elenco è Charles Barkley.  Infatti, durante un match del 1993 Kevin Johnson aveva insaccato il game winner e Sir Charles, preso dalla foga, aveva stretto il compagno in un calorosissimo abbraccio. Peccato che quello più che un abbraccio era una morsa letale: Johnson si slogò la spalla! Ma in queste circostanze a sistemare tutto ci pensa sempre il karma. E infatti, l’anno seguente, Barkley fu costretto a saltare la prima partita stagionale. Motivo? Qualche giorno prima era stato al concerto di Eric Clapton e le luci accecanti gli avevano procurato un leggero problema alla cornea. Riusciva a malpena vedere il canestro!

Ma l’incontrastato vincitore di questa classifica è solo uno: Lionel Simmons. No, non è un parente del più celebre Ben Simmons, prima scelta al draft dello scorso anno (che, sempre per un infortunio ha saltato la stagione intera). Con alle spalle una carriera senza infamia e senza lode, Lionel sarebbe già caduto nel dimenticatoio, se non fosse che nel 1990, alla sua prima stagione in NBA, saltò diverse partite per una tendinite al polso destro. La causa? L’utilizzo eccessivo del Gameboy e della Nintendo, di cui era letteralmente drogato.

 E allora, caro Gordon, fatti una risata (o arrabbiati come non mai, Kobe docet) che tornerai più forte di prima.

Nick Young: chi è l’uomo dietro la maschera di Swaggy P

Nick Young: chi è l’uomo dietro la maschera di Swaggy P

La stagione NBA è alle porte, ormai il mercato può definirsi chiuso. Di trattative illustri ne sono state imbastite parecchie, i colpi di scena non sono di certo mancati. Proprio per questo è passato in secondo piano il passaggio ai Warriors di uno dei giocatori più stravaganti e pittoreschi  in circolazione. Uno di quelli la cui faccia, anche se non sei un appassionato di basket, di sicuro l’hai vista su qualche social network.

Ebbene sì, stiamo parlando proprio di lui, di Nick Young alias Swaggy P. Un soprannome il cui reale significato non è ancora ben chiaro e che Nick stesso ha spiegato come proprio di una personalità in cui James Bond incontra Willy il principe di Bel Air”. Il che rende l’idea del personaggio, scanzonato, sempre fin troppo sorridente, sempre pronto a non prendersi sul serio. Uno che fa parlare di sé per le sue uscite tutt’altro che geniali, uno la cui estrema spontaneità spesso sfocia nel ridicolo.

Eppure, prima ancora di diventare il personaggio che è diventato, Nick Young ha dovuto fronteggiare un passato non facile. La sua storia, come quella di tanti, lo ha condizionato. Così come non potrà non condizionare noi, al punto da vedere il suo personaggio sotto un’altra prospettiva.

Young nasce il primo giugno 1985 a Los Angeles, una città dai mille volti. Le gang criminali pullulano nelle periferie, ma il piccolo Nick riesce a tenersene alla larga grazie al padre Charles, che lo fa rigare dritto e gli insegna a prendersi cura della propria vita, affrontandola sempre col sorriso sulle labbra. Inoltre a tenerlo a bada ci pensa il fratellone Junior, di 17 anni più grande, che diventa per lui un secondo padre: lo va a riprendere a scuola, lo porta a giocare al parco, gli regala spesso dei biscotti buonissimi. La sua vita di Nick sembra perfetta, è un bambino solare e sempre sorridente. Per giunta, quando ha 5 anni arriva una bellissima notizia: la ragazza di Junior è incinta, diventerà un piccolo zio.

Ma un giorno Nick è a scuola, in attesa che il fratellone lo venga a prendere insieme alla fidanzata. Tutt’a un tratto riecheggia da lontano un terribile rumore. Il suono inconfondibile degli spari. Nick non rivedrà mai più suo fratello Junior, che proprio in quegli istanti verrà freddato da un quattordicenne, membro di una gang locale, che lo ha scambiato per un rivale di un’altra banda.   

 L’episodio devasta tutta la famiglia Young. Il padre perde fiducia in tutti gli insegnamenti impartiti ai suoi figli, Nick perde il sorriso che finora lo aveva sempre accompagnato. Ma quel che ne risente di più è l’altro fratello John. Lo shock per la morte di Junior è tale da costringere l’intervento psichiatrico, con tanto di trasferimento in una clinica neurologica di Milwaukee. La famiglia, dapprima tanto felice, si sfalda.

 Pian piano Nick riacquista il sorriso, ma il suo comportamento è diverso. La sua spensieratezza ora muta in menefreghismo, la sua solarità si tramuta in sfrontatezza.

Inizia a trascurare gli insegnamenti paterni, avvicinandosi sempre più ad ambienti tutt’altro che rassicuranti. Comincia a disprezzare le regole, a fare di testa sua. E così, a 14 anni già guida senza patente, girovagando in giro per la città degli angeli insieme al suo amico Big Meat. Finchè un giorno il suo braccio destro non lo porta in una palestra di basket, dove cercano ragazzi per formare una squadra. E’ così che Nick Young, per puro caso, entra in contatto con lo sport che gli salverà la vita.

 Fino a quel momento aveva giocato a basket qualche volta nei playground, era anche piuttosto in gamba, ma mai aveva pensato di dedicarcisi a tempo pieno. E invece ora, tutt’a un tratto, si ritrova catapultato in un mondo inesplorato, nel quale primeggia su tutti i suoi compagni.

 E così, inizia la storia dello Swaggy P che tutti noi conosciamo. Dapprima l’approdo alla Cleveland High School, dove mette in mostra tutto il suo potenziale, poi l’accesso alla University of Southern California, dove guida i Trojans a suon di prestazioni mostruose. Da lì nel 2007 arriva la chiamata dei Washington Wizards di Gilbert Arenas, che lo selezionano con la sedicesima pick e gli aprono le porte del mondo NBA. E dopo quattro anni nella capitale e un solo anno prima ai Clippers e poi ai 76ers, arriva la definitiva consacrazione in maglia gialloviola, da sesto uomo spacca-match,  con quei Los Angeles Lakers per cui tifava fin da bambino.

E il basket in un certo senso lo ha reso nuovamente bambino, regalandogli quel sorriso che il papà Charles e il fratello Junior gli avevano trasmesso. Anche se, insieme alla spensieratezza, sono sopraggiunti tutti gli atteggiamenti bambineschi che lo contraddistinguono e lo rendono un personaggio unico. E così il buon Nick si è reso protagonista di scene come questa:

E questo è niente, il peggio di sé lo ha dato fuori dal campo. Come quella volta in cui ha raccontato della scappatella con cui aveva tradito la fidanzata Iggy Azalea al suo compagno D’Angelo Russell, senza accorgersi di essere ripreso. Il video finì in rete, ovviamente, scatenando un putiferio. Oppure di quella volta in cui ha creato un autentico museo a casa sua, con tanto di custodi, per conservare le oltre 500 paia di sneakers con cui arricchire il suo ampio guardaroba. Dite sia pacchiano?

Un personaggio a dir poco sui generis, dagli atteggiamenti a metà strada tra la megalomania e la pura follia. Una personalità dal QI non proprio elevatissimo, che ogni giorno si distingue per la sua esuberanza. Ma anche un ottimo atleta, esperto e con un bagaglio offensivo invidiabile, il che potrebbe risultare utilissimo in quel di San Francisco. Un giocatore da prendere così, coi suoi limiti caratteriale e i suoi pregi cestistici. Questo è Swaggy P, prendere o lasciare.

Ashleigh Barty, la rinascita della Fenice australiana

Ashleigh Barty, la rinascita della Fenice australiana

Se qualcuno avesse azzeccato le finaliste del torneo di Wuhan, l’ultimo Premier 5 dell’anno, e ci avesse scommesso su, a quest’ora sarebbe milionario. Perché trovare in finale Caroline Garcia e Ashleigh Barty era a dir poco improbabile. Due giocatrici che nell’atto finale del torneo hanno dato spettacolo, rendendosi protagoniste di un match intenso e combattuto, nel quale alla fine ha prevalso la transalpina dopo tre lunghi set.

La Garcia s’è così aggiudicata il torneo più importante della carriera. Una soddisfazione più che meritata, dopo che negli ultimi anni si era fatta notare sempre più spesso nel circuito, issandosi in questa stagione fino ai quarti di finale al Roland Garros e agli ottavi a Wimbledon. Per quanto riguarda la Barty, in quanti ne hanno sentito parlare prima di quest’anno? Davvero in pochi. E allora come mai una tennista sconosciuta fino allo scorso anno è riuscita ad raggiungere un traguardo simile?

 La storia dell’australiana classe ‘96 presenta elementi che la accomunano a tante colleghe. Come tante, fin da piccola veniva considerata una bambina-prodigio. La naturalezza con cui maneggiava la racchetta, la capacità di imprimere forza sulla palla, la bravura nella ricerca degli angoli, tutti fattori che la rendevano una predestina. Già a livello juniores qualche soddisfazione se l’era tolta: nel 2011, a soli quindici anni,  era arrivata la prima vittoria Slam a Wimbledon, seguita dalla semifinale raggiunta agli Us Open pochi mesi dopo, dove era stata estromessa indovinate da chi? Proprio dalla stessa Caroline Garcia che avrebbe affrontato anni dopo a Wuhan.

Le soddisfazioni e le ottime prestazioni erano arrivate anche a livello professionistico. Mentre per molte tenniste il passaggio al professionismo era stato traumatico, la Barty si era fatta notare fin da subito per le sue potenzialità. In singolare già nel 2012 aveva giocato tre match negli Slam, mentre nel 2013 erano arrivati degli autentici capolavori in doppio: in coppia con l’esperta connazionale Casey Dellacqua aveva raggiunto ben tre finali Slam (in Australia, a Wimbledon e agli US Open). Inutile dire che, soprattutto in Australia, il peso della pressione sulle spalle della giovane Ashleigh si era fatto sempre più opprimente. C’era chi la paragonava alla Stosur, chi la pronosticava tra le top -10, chi già la vedeva numero 1 al mondo.

 E così, dopo un 2014 ricco di delusioni, l’australiana disse basta. A soli diciott’anni, decise di appendere la racchetta al chiodo. Una scelta tanto inaspettata quanto comprensibile: a quell’età era impossibile gestire una pressione mediatica simile, quindi perché non liberarsene completamente?

Perciò Ashleigh abbandonò i panni della ragazza-prodigio, della tennista dal futuro radioso, dell’icona dei media sportivi nazionali. Eppure lo sport restava un pilastro fondamentale della sua vita, non voleva dedicarsi ad altro. Per questo, pochi mesi dopo il ritiro, decise di intraprendere la carriera da giocatrice professionista di cricket, altra sua grande passione. Una scelta singolare, che però non le permise di raggiungere gli stessi traguardi ottenuti con la racchetta in mano. Dovette abbandonare anche quella strada. Cosa fare adesso?

Com’è logico che sia, il richiamo del tennis è fin troppo forte. Prima era sempre stata condizionata dalle aspettative altrui, che l’avevano resa un robot, una macchina spara-palline che neanche si divertiva più in campo. Ora tutto è diverso. Lontana dai riflettori, Ashleigh riprende ad allenarsi a tennis e riscopre sensazioni per anni dimenticate. Il talento certo non l’ha abbandonata, quindi decide di riprovarci, di riprendere quel cammino interrotto sul finire del 2014.

 Nel febbraio 2016 si iscrive al torneo ITF di Perth, quasi in sordina. E’ lì che comincia la sua seconda carriera. Una carriera dapprima a bassa quota, tra tornei di livello non eccelso in cui poter riprendere dimestichezza col tennis e guadagnare punti utili nel ranking. Per poi, nel 2017, spiccare il volo nei tornei che contano.

In doppio, sempre in coppia con Casey Dellacqua, dimostra di essere sempre molto competitiva, raggiungendo la finale al Roland Garros per poi uscir sconfitta contro la Mattek-Sands e la Safarova. Ma è in singolare che arriva la svolta: pur partendo dalle qualificazioni, a marzo si aggiudica il primo titolo WTA a Kuala Lumpur, dopo aver sconfitto in finale la giapponese Nao Hibino.  E a luglio a Birmingham sfiora il secondo titolo in carriera, venendo battuta solo in finale dalla rediviva Petra Kvitova.ù

Ed eccoci qui, al torneo di Wuhan. Anche stavolta il titolo le è sfuggito per un soffio, ma le sensazioni sono ottime. A inizio anno era oltre la trecentesima posizione, ora è la n. 23 del ranking. Una scalata impressionante, che la proietta tra le tenniste più forti al mondo. Il tutto a soli 21 anni e malgrado un ritiro che l’ha tenuta lontana dal campo per oltre un anno. Un’impresa da predestinata, da futura stella del circuito? Forse. Quel che è sicuro è che Ashleigh Barty farà ancora parlare di sé. E chissà che forse non riuscirà ad esaudire i sogni di una nazione intera come l’Australia.

La travagliata storia di Kris Dunn

La travagliata storia di Kris Dunn

Definirla un’estate bollente sarebbe quantomeno riduttivo. Perché dalla conquista dell’anello da parte degli Warriors il mercato NBA ci ha regalato un colpo di scena dietro l’altro, creando scenari inimmaginabili fino a pochi mesi fa. I GM delle franchigie, con la mano più calda di un Ray Allen on fire, hanno dimostrato grande coraggio, dando vita a trattative che rimarranno alla storia: Chris Paul ai Rockets, Paul George  e ai Thunders, Jimmy Butler a Minnesota, Irving ai Celtics in cambio di Thomas…fino all’inaspettato approdo di Carmelo Anthony alla corte di Westbrook e Wade da LeBron a Cleveland.

Ma si sa, se certe squadre si rafforzano altre inevitabilmente ne risentono. E tra i probabili sconfitti di questa sessione di mercato rientrano i Chicago Bulls, orfani del loro go-to-guy. Il loro sarà un anno di transizione, probabilmente avaro di soddisfazioni. Ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, sarà anche l’anno delle grandi occasioni, in cui poter far crescere i campioni del futuro. Tra cui, forse, rientra un certo Kris Dunn, di cui vale la pena raccontare la storia.


Kristopher Michael Dunn, per gli amici Kris, nasce a New London, in Connecticut, nel marzo 1994. La madre e il padre però sono in pessimi rapporti, tant’è che la donna decide di allontanarsi dall’uomo e portare con sé i figli quando Kris non ha neanche un anno. L’infanzia la trascorre ad Alexandria, in Virginia, in un bilocale condiviso con la mamma Pia e il fratellone John, senza aver modo di vedere il padre.

Ma la donna si ritrova continuamente invischiata con la giustizia: che sia per la guida in stato di ebbrezza o per l’utilizzo di documenti falsi, Pia Dunn spesso viene messa dietro le sbarre, abbandonando i suoi figli a se stessi. I due non solo non vanno a scuola per non ritrovarsi coinvolti coi servizi sociali, ma si guadagnano da vivere con piccoli espedienti: John fa l’elemosina e cerca di spillare qualche centesimo alla gente giocando a dadi per strada, mentre Kris sfida i suoi coetanei in 1vs1 nei playground, con una posta di 20 dollari. Quando perde deve darsela a gambe perché non ha una lira, ma succede di rado,data la sua incredibile dimestichezza con la palla a spicchi.

 Un giorno si presenta alla porta di casa un uomo. Kris, 9 anni, sa che per le strade di Alexandria girano molti approfittatori, persone senza scrupoli, e quando si ritrova davanti quest’omone cerca di cacciarlo in tutti i modi, temendo per la sua vita. Ma per fortuna lo blocca il fratello John, che gli apre gli occhi: quello davanti a lui è suo padre, John Seldon, di cui non ricordava nemmeno il volto.

L’uomo, venuto a sapere dell’ennesima condanna in prigione dell’ex-compagna, aveva deciso di rintracciare i suoi due figli. Ed ora eccolo lì, davanti a loro, pronto a portarli con sé. John Sr ricostruisce il rapporto coi suoi due bambini, inizia a conoscerli a fondo, finchè non ne ottiene l’affidamento. E così li riporta a casa, in Connecticut, permettendo loro di cominciare una nuova vita.

 Ma l’integrazione nella famiglia Seldon non è facile. John Sr ha una moglie, un figliastro e due figlie piccole, tutte persone con cui Kris, da sempre un lupo solitario, è costretto a convivere. Abituato fin da piccolo a farsi le ossa per strada, ora non riesce a capacitarsi di quell’atmosfera così calda, confortevole, quasi irreale. Pian piano però inizia a prendere confidenza con la sua nuova famiglia, anche grazie alla nuova passione che gli ha trasmesso il padre: il football. Del resto, John Sr da giovane era stato un giocatore promettente e ora vorrebbe che il figlio seguisse le sue orme.

Ma Kris Dunn ha altri progetti per sé. Per carità, il football gli piace parecchio, ma la sua passione resta il basket.  Una passione supportata dalla capacità di fare in campo delle autentiche magie. Inoltre il fisico pare supportarlo alla grande, quindi perché non tentare? Nel 2012 gli si aprono le porte dei Providence Friars, finalmente entra nel basket che conta. Peccato però che i primi anni siano da incubo: nelle prime due stagioni gioca pochissime partite a causa di un duplice infortunio alla spalla e alle conseguenti operazioni. Il momento più difficile arriva nel dicembre 2013: dopo appena una settimana dalla seconda operazione, mentre è in piena fase post-operatoria viene raggelato dalla terribile notizia della morte della madre Pia. Quella donna che, malgrado tutto, lo aveva cresciuto negli anni più delicati della sua infanzia. Quella donna di cui, tutt’ora, porta orgogliosamente il cognome.

Questo periodo, così buio e travagliato, forgia la sua determinazione. Nel 2014 Kris torna in campo più forte che mai, sigla oltre 15 punti a allacciata di scarpe e viene eletto sia miglior difensore che Big East Player of the Year. Nel 2015 non solo si laurea, ma affina ulteriormente il suo gioco, entrando nel mirino delle franchigie NBA.

E così nel giungo 2016 i Timberwolves lo selezionano con la quinta scelta assoluta. Non proprio la miglior squadra in cui inserirsi, essendo il roster pieno zeppo di talento ma privo di giocatori d’esperienza, capaci di far da mentori ai rookies. Dopo un anno di alti e bassi, Kris Dunn è stato spedito a Chicago. Anche in questo caso un ambiente sì carente di veterani, ma anche privato di qualsivoglia aspettativa. L’ambiente giusto dove poter maturare e migliorarsi. L’ambiente dove poter, finalmente, spiccare il volo.

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