TJ Ford: le mani d’oro, la schiena d’argilla

TJ Ford: le mani d’oro, la schiena d’argilla

Se c’è una costante nel mondo NBA, quella è l’imponenza dei giocatori che ne fanno parte. Omoni dall’altezza spropositata, dai fisici scultorei, dalle doti atletiche disumane. Inutile negarlo: per entrare in quella realtà occorre avere un fisico tutt’altro che normale. Oppure no? Non è difficile smentire questa condizione apparentemente necessaria. Basta pensare a un piccoletto che per tanti anni, malgrado le mille difficoltà, ha entusiasmato parecchi palazzetti, dando tutto se stesso per il gioco. Stiamo parlando proprio di lui, di TJ Ford.

 

Nato a Houston nel marzo 1983, figlio di uno dei re dei playground texani, TJ fin da piccolo dimostra una dimestichezza col pallone impressionante. Il padre e il fratello maggiore lo crescono a pane e palla a spicchi. Peccato che debba affrontare un problema: non cresce abbastanza. E se i primi anni questo problema non emerge, con l’avanzare degli anni quei centimetri in meno iniziano a farsi sentire contro gli avversari. Cosa fare per trovare una soluzione? Semplice: se non si può accrescere la propria altezza e la propria stazza, si può sempre affinare la tecnica. E così alla Willowridge High School  TJ si distingue non solo per il suo ball handling, ma anche per la sua incrollabile dedizione al lavoro e umiltà.

Tant’è che il passaggio nel 2001 ai Texas Longhorns, in NCAA, è tutt’altro che traumatico. Ford si mette a disposizione dell’allenatore, continua a lavorare sodo e migliora sempre più le sue incredibili proprietà di palleggio unite ad una rapidità fulminante. E infatti, nell’anno da sophomore, TJ riesce nell’impresa: da leader della squadra trascina i suoi Longhorns alle Final Four, un traguardo che mancava all’ateneo texano dal lontano 1947.

 Peccato che la fine di quella splendida annata cambierà per sempre la sua vita. Il giorno è di quelli di festa: al palazzetto della Texas University va di scena un’amichevole che sancirà la fine della stagione, Ford non sta nella pelle. Sarà l’ultima volta che calcherà quel parquet, visto che per l’estate lo aspetta il Draft e l’ingresso nel basket che conta. La partita scorre tranquilla, quando a causa di un contatto di gioco TJ cade a terra. Sembra nulla di grave, eppure non riesce ad alzarsi. Comanda alle ginocchia di tirarlo su, alle mani di sostenerlo, eppure non ubbidiscono. Sembra paralizzato, mentre gli altri lo fissano atterriti. 



 
Dopo un’oretta vissuta nel panico finalmente tutto ritorna alla normalità, il suo corpo torna a dargli segni di vita. Però l’esito degli esami medici è lapidario: stenosi spinale. Ossia un restringimento anormale di una delle regioni della colonna vertebrale, che può provocare lo schiacciamento dei nervi locomotori e la conseguente mancanza di sensibilità. In poche parole, un forte trauma alla colonna potrebbe causare la paralisi più o meno duratura di alcune parti del suo corpo. Una notizia agghiacciante, che mette a repentaglio il suo futuro NBA.

La situazione è delicata, i medici cautamente consigliano di operare la colonna, ma TJ rifiuta categoricamente. Un’operazione gli impedirebbe una carriera in NBA, non ne vuol sentir parlare. E proprio per questo, malgrado tutto, decide di rischiare e andare avanti, come nulla fosse successo. E così, come da copione, nel giugno 2003 viene selezionato al Draft con l’ottava pick dai Milwaukee Bucks. Il suo sogno s’avvera.

E il primo anno è tutt’altro che negativo, visto che malgrado le percentuali al tiro non esaltanti viaggi a oltre 7 punti e 6 assist a partita. Ma nel febbraio 2004 succede il misfatto: Bucks contro Timberwolves, Ford gioca il pick & roll per poi attaccare il canestro quando subisce un duro contatto. Cade a terra, e anche stavolta non riesce a rialzarsi né a muoversi, davanti agli occhi increduli del pubblico. La seconda volta nel giro di un anno. Per fortuna dopo qualche minuto riesce a riprendersi, ma la paura è stata troppa. Stavolta, su consiglio dello staff medico dei Bucks, TJ va sotto i ferri. Starà fermo un anno intero, saltando tutta la stagione 2004-2005.

E così, dall’ottobre 2005, ha inizio la sua seconda carriera. E il piccoletto di Houston fa vedere finalmente di che pasta è fatto, prima coi Bucks e poi coi Raptors. Viaggia sui 14 punti e quasi 8 assist a allacciata di scarpa, a dispetto del suo metro e ottanta risicato. Finchè però, nel dicembre 2007, ripiomba nuovamente nel baratro: durante il match contro Atlanta arriva l’ennesimo duro contatto. Ford cade a terra, resta immobilizzato, il mondo si ferma. Lo portano subito negli spogliatoi, Al Horford è distrutto per quel che ha fatto involontariamente. Miracolosamente anche stavolta TJ si riprende il cuore che gli martella in petto.

Chiunque in una situazione simile avrebbe detto basta. Ma Ford è follemente innamorato del basket, oltre che assai orgoglioso del suo percorso in NBA, malgrado le sue manchevolezze fisiche. Decide di continuare, di rimettersi in gioco. Decide di rialzarsi, per l’ennesima volta.

Ma in una condizione simile non si può continuare per sempre. Passeranno 4 anni prima che sfortunatamente il nativo di Houston si ritrovi alle prese con la sua malattia, dopo l’ennesimo contatto di gioco, stavolta in maglia Spurs. Ma in questi quattro anni molti sono stati i cambiamenti: TJ ora ha una moglie e due bambini piccoli da crescere. E proprio per questo, dopo l’ennesima caduta, decide di dire basa, di abbandonare il basket professionistico. Una scelta sofferta, ma necessaria.

 Cosa avrebbe potuto dire in campo questo piccoletto, se solo non avesse avuto tutti questi guai fisici? Difficile dirlo, però il talento era immenso. Ma quel che conta non è quanto avrebbe potuto dire, ma quanto ha dato al basket: tutto se stesso. Rialzandosi dopo ogni caduta. Quale modo migliore per distinguersi come un campione?

Marion Bartoli ha vinto la sua sfida più grande

Marion Bartoli ha vinto la sua sfida più grande

Marion Bartoli is back. Non è una bufala, ma la pura verità: la tennista transalpina, vincitrice a Wimbledon nel 2013, tornerà a giocare nel circuito femminile. Ad annunciarlo è stata la Bartoli stessa, in un videomessaggio pubblicato su Twitter poco prima di Natale, nel quale ha dichiarato che ritornerà in campo a marzo, al Miami Open.

In un’ intervista la francese ha poi spiegato gli obiettivi della sua seconda carriera: la conquista di un secondo Slam, la vittoria in Fed Cup con la sua Francia e la partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Che dire, un piano niente male.

Le incertezze sul suo futuro sono quindi venute meno. Infatti in questi mesi si erano susseguite le voci su un possibile ritorno della campionessa transalpina, tutte però prontamente smentite. I dubbi però restavano, vista la diffusione di diverse foto che la ritraevano in piena sessione di allenamento presso una struttura della Federazione Francese. E alla fine le delucidazioni non si sono fatte attendere.

 Un percorso strano quello di Marion Bartoli. Abituata fin da piccolina a convivere con l’ingombrante figura del padre-medico-coach, si era sempre distinta nel circuito per il suo modo di giocare. Quel dritto bimane così insolito – ripreso da Monica Seles – che il padre le aveva inculcato , quel modus operandi in allenamento così sui generis, anche quella opera paterna, e quel fisico così robusto e mascolino. E poi quell’atteggiamento in campo, sempre a metà tra il nevrotico e il provocatorio. Di certo non una tennista che si faceva amare, né dagli spettatori né tantomeno dalle colleghe.

Poi però, nel 2013, era arrivato il coronamento di un sogno: l’incredibile exploit ai Championships, con il conseguente ritiro. Dopo anni di sacrifici e di pressioni mediatiche, Marion aveva detto basta. Del resto se ne andava da detentrice del titolo del torneo più famoso al mondo, con altri sette titoli all’attivo e un best ranking di numero 7 al mondo. Come dire, “il mio l’ho fatto”.



 E da lì si era costruita una seconda vita, fondando una nuova linea di moda e gioielli e vestendo i panni di telecronista sportiva. Però a 3 anni dal ritiro era tornata alla ribalta per un motivo tutt’altro che piacevole: lei, da sempre in carne e robusta, ora si presentava alla telecamere con trenta chili in meno, magrissima, quasi spettrale. Qualcosa non andava. E infatti, nel giugno 2016 si presentò al torneo delle leggende a Wimbledon in uno stato talmente macilento che lo staff medico gli impedì di giocare il secondo set in un match. Si temeva addirittura per un arresto cardiaco in campo.

 Da lì poi arrivò la triste verità. Fu la Bartoli stessa a dichiarare che era stata colpita da un raro virus che indeboliva gravemente il suo organismo, per poi venir ricoverata d’urgenza in una clinica in Italia. Ma per fortuna, dopo qualche mese la situazione si ristabilì e Marion comparve nuovamente in pubblico, stavolta in carne come prima ma in piena salute. E soprattutto, sprizzava gioia di vivere da tutti i pori, al punto da decidere di prendere parte nell’autunno dello stesso anno alla maratona di New York.

Ma il periodo buio appena vissuto aveva acceso una lampadina nel suo subconscio.  L’aver calcato per l’ultima volta la soffice erba londinese in quel modo, con l’abbandono per motivi di salute, proprio non le andava giù. E così, piano piano, in lei si annida quell’idea, tanto pazza quanto geniale: perché non tornare a competere?

 E ora, ad oltre un anno di distanza, eccola qui sorridente, mentre annuncia il suo ritorno sulla scena. Grintosa, motivata, ma anche un pizzico spensierata. Stavolta a seguirla come coach non ci sarà il padre, con cui però mantiene sempre un ottimo rapporto e dal quale si aspetta comunque un solido supporto emotivo. Gli interrogativi non possono mancare: la sua sarà stata la scelta giusta? Sarà competitiva come 5 anni fa? Difficile dirlo. Solo il tempo ci darà le risposte. Ma vederla comunque così ilare e desiderosa di gareggiare non può che far piacere.

 

Javaris Crittenton, quando la NBA è criminale

Javaris Crittenton, quando la NBA è criminale

E’ il 19 agosto 2011 e la ventiduenne Julian Jones si trova insieme al marito nel giardino di casa, ad Atlanta. Tutt’a un tratto sulla strada sbuca un SUV nero, coi vetri oscurati. E’ questioni di pochi secondi: il vetro posteriore che si abbassa, una scarica di colpi micidiali, la donna che si accascia a terra, colpita all’arteria femorale. Il marito lì accanto, illeso per miracolo, si getta a terra per soccorrerla. Ma non c’è nulla da fare, la donna morirà poco dopo in ospedale, lasciando quattro figli. Qual è il motivo, il senso di un omicidio così efferato?

Per spiegare tutto questo, riavvolgiamo il nastro. E’ il gennaio 1996, Javaris Cortez Crittenton ha da poco compiuto 8 anni e vive con la madre e le sorelle nei sobborghi di Atlanta. Il padre è quasi una figura mitologica, non si fa vedere mai. La vita del piccolo Javaris scorre tranquilla, ma la madre Sonya teme che il figlio, crescendo, possa cacciarsi in brutti giro, vista la criminalità imperante nel quartiere. Perciò, notando la sua passione per il basket, decide di iscriverlo nella scuola di Tommy Slaughter – per gli amici PJ -, che insegna ai ragazzini le nozioni basilari del gioco.

Ma Javaris manifesta un talento innato, tant’è che in breve su di lui mette gli occhi Wallace Parther Jr., guru del basket giovanile in Georgia, che lo prende nei suoi Atlanta Celtics, tra le miglior società nella zona per la crescita dei giovani prospetti – da qui è uscita gente come Dwight Howard e Josh Smith-. Dal canto suo Javaris ripaga la sua fiducia già nella sua prima partita, in cui sfodera una giocata sensazionale contro un certo Lebron James, già all’epoca individuato come The Chosen One.

Nel giugno del  2005 Parther, ormai mentore del giovane Crittenton, muore a causa di un arresto cardiaco. Per Javaris è un duro colpo, ma riesce a sfogare tutta la rabbia nella partita memoriale in suo onore, dove annichilisce gli avversari e si attira le attenzioni degli scout NBA.

Finalmente, arriva il draft 2007. Tra le stelle ci sono soprattutto Greg Oden e Kevin Durant, ma anche Javaris si ritaglia il suo spazio e viene scelto alla 19esima chiamata dai Lakers.

Da qui, però, iniziano le difficoltà. Lui, un semplice ragazzo della periferia di Atlanta, viene catapultato nella sferzante megalomania losangelina: quello non è il suo ambiente, non ci si riconosce. E purtroppo, nemmeno sul parquet si trova più di tanto a suo agio. Infatti ai Lakers, nel suo spot di guardia, c’è una concorrenza spietata, togliere il posto da titolare ad un mostro sacro come Kobe Bryant è pura utopia. E Javaris soffre parecchio la panchina, si lamenta di continuo con Coach Zen, senza capire che deve invece  farsi le ossa.

Dicevamo del lusso sfolgorante di Los Angeles, ma è l’altra faccia della medaglia ad infatuare il giovane nativo di Atlanta: la criminalità. Una sera fa la conoscenza di Dolla, un rapper tutt’altro che raccomandabile, che lo introduce in ambienti loschi. E così, come in un thriller di James Ellroy, Javaris entra a far parte di una gang locale, i Mansfield. La sua vita cambia drasticamente.

I Lakers, ormai stanchi del suo comportamento, lo scambiano coi Grizzlies, che a loro volta lo spediscono a Washington. Eppure, nemmeno la lontananza dalle gang della città degli angeli sembra fargli mettere la testa a posto. Infatti, malgrado coi Wizards  avesse finalmente trovato un po’ di continuità sul parquet, è nello spogliatoio che accadono i guai.  E’ il dicembre 2009, vigilia di Natale. Gilbert Arenas è la star della squadra, però ha anche accumulato un po’ di debiti di gioco con Javaris, che rivuole indietro i suoi soldi con fare minaccioso. Ma Arenas non ha intenzione di tirar fuori un centesimo. Si danno appuntamento nello spogliatoio, Arenas apre l’armadietto con nonchalance: lì nascosto  c’è un piccolo arsenale. Ma Crittenton non è uno sprovveduto, anche lui ha con sé un’arma: i due si puntano le pistole l’uno contro l’altro, solo l’intervento tempestivo dei compagni evita lo scontro a fuoco.

La vicenda fa scalpore a livello nazionale, i due vengono sospesi. Ma, mentre Arenas tornerà a giocare nuovamente per i suoi Wizards, Crittenton pone fine alla sua carriera NBA.

Se ne va in Cina, domina nel campionato, ma gli manca la sua patria e decide di tornare in America. Trova però le porte dell’NBA sbarrate, si trasferisce stabilmente a Los Angeles, ma qui un giorno viene derubato di 55.000 dollari e gioielli da Lil Tic e i suoi fratelli, loschi criminali nonché sua vecchie conoscenze. L’affronto subito è enorme, Javaris vuole vendicarsi.

E così, torniamo all’inizio del terribile racconto. Crittenton non ci mette molto a scoprire che Lil Tic vive ad Atlanta con la moglie, noleggia un’ auto insieme al cugino e dà sfogo alla sua sete di vendetta.

Di lì a poco viene scoperto ed arrestato. Viene inoltre alla luce che era invischiato in traffico di droga, la sua casa è piena di armi e stupefacenti. Il 29 aprile 2014 Javaris Crittenton è condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata.

 La storia di Crittenton è la sintesi perfetta del manuale sul come buttare la propria vita. Un talento cristallino, un dono invidiabile, tutto gettato alle ortiche, nella dannazione. Alla fine, per Crittenton come per tanti altri, ha prevalso la regola brutale: ”Puoi uscire dal ghetto, ma il ghetto non uscirà mai da te”.

La guerra di Eugenie Bouchard all’America del Tennis

La guerra di Eugenie Bouchard all’America del Tennis

20 febbraio 2018. Sarà questo il giorno d’inizio del processo che vedrà contrapposti Eugenie Bouchard e la USTA, la Federtennis statunitense. Da un lato la giovane tennista canadese, da tempo alla ricerca di sé stessa, dall’altro una delle federazioni più potenti e influenti al mondo. Uno scontro giudiziario alquanto sui generis. Ma qual è il motivo di questa disputa?

 Tutto ruota attorno a quanto accaduto nell’edizione degli Us Open del 2015: Eugenie ha da poco concluso il suo match di doppio misto in coppia con Nick Kyrgios, è appena entrata nella sala di fisioterapia per rilassarsi quando cade a terra a causa del pavimento scivoloso. Conseguenze? Lieve commozione cerebrale e l’obbligo di rinunciare non solo al match di ottavi contro Roberta Vinci, ma anche ad alcuni tornei successivi.



 Per quanto avvenuto, la canadese, che si è rivolta al prestigioso studio legale Morelli, ha chiesto un sostanzioso risarcimento per le spese mediche e per i danni riportati a livello fisico e economico. Infatti, le mancate partecipazioni agli altri tornei non solo hanno danneggiato la sua classifica, ma le hanno negato potenziali vittorie e conseguenti guadagni. Di contro, la difesa si è appellata al fatto che la Bouchard era consapevole che i locali dell’incidente erano momentaneamente chiusi, addebitando quindi tutte le colpe all’inavvedutezza della tennista.

In una vicenda simile la domanda viene spontanea: perché le due parti non hanno trovato un accordo invece di procedere per vie legali? La risposta è semplice: nonostante i tentativi, tutte le mediazioni in questi mesi sono andate in fumo. Per giunta, l’entourage della canadese  si è parecchio risentito dopo che la USTA ha cancellato materiale a suo dire molto rilevante. Infatti, dopo aver consegnato tutta la documentazione richiesta, la Federtennis americana ha lecitamente distrutto il materiale restante, seguendo la normale procedura che ne permette la cancellazione dopo 160 giorni. Atteggiamento che, per quanto legittimo, non è andato giù alla Bouchard al punto da spingerla alle vie processuali.

Una scelta che potrebbe essere stata motivata anche da un senso di rivalsa: di fatto la carriera della canadese ha subìto uno stop improvviso proprio a partire quell’incidente, tant’è l’ultima qualificazione a un ottavo Slam risale proprio a quell’edizione degli US Open. Ovviamente il suo evidente calo di rendimento non può essere addebitato solo a quanto accaduto a Flushing Meadows, visto che è da anni che si lascia trasportare da parecchie distrazioni extra-sportive, mostrando spesso di tenere più alla sua immagine di star mediatica che non alla sua carriera tennistica. Ma una vittoria di questo tipo in una sede giuridica, con il conseguente riconoscimento dei danni subìti, potrebbe regalarle nuovi stimoli per la sua finora sgangherata carriera.

In ogni caso, quella che si prospetta è una battaglia giudiziaria senza precedenti. Perché se nella maggior parte dei casi sono le Federazioni che citano in giudizio gli atleti per determinate ragioni – come uso di sostanze dopanti, match-fixing, comportamenti antisportivi ecc ecc -, stavolta è la Federtennis americana a ritrovarsi sul banco degli imputati, in una vicenda dai contorni tutt’altro che nitidi.

Per quanto ci riguarda, non ci resta che aspettare, per poi assistere, da spettatori esterni, a questo teatro mediatico. Anche se, a dirla tutta, tutta questa vicenda ce la saremmo francamente risparmiata.

Jimmy Arias: la stella cadente che inventò il dritto moderno

Jimmy Arias: la stella cadente che inventò il dritto moderno

Quest’anno si sono riconfermati come assoluti dominatori del ranking ATP due “veterani” del circuito. Rafa e Roger, primo e secondo al mondo, come se fossimo tornati d’un colpo a dieci anni fa. Il che però, al di là dell’aspetto prettamente romantico della loro rinascita sportiva, non può non evidenziare la mancanza di un vero ricambio generazionale, di nuove leve capaci di conquistare quello che – almeno anagraficamente – spetterebbe loro. E proprio per questo da anni si parla della famigerata Next Gen, uno stuolo di tennisti giovanissimi, dal talento più o meno cristallino, che dovrebbero sovvertire gli attuali equilibri e spodestare coloro che finora hanno spadroneggiato nel circuito. Il condizionale è d’obbligo, dato che la loro avanzata tarda ad arrivare, ma questo non ha impedito addirittura di organizzare a fine anno le Next Gen ATP Finals di Milano, per dare loro nuovo slancio e visibilità.

Ma il concetto di “next gen” è davvero così moderno? Assolutamente no. Da sempre il tennis è stato anche e soprattutto uno scontro generazionale, tra tennisti navigati e nuovi prospetti pronti a farsi le ossa tra i pro. Uno scontro che spesso e volentieri ha visto contrapporsi anche stili differenti, con le nuove leve portatrici di un approccio, di una visione del gioco diverso dal passato.  E un esempio,un concentrato di queste diversità è racchiuso in un tennista dei primi anni ’80, un “next gen” capace di dare il meglio di sé nei primi anni della sua carriera, per poi progressivamente spegnersi, pur lasciando un segno indelebile nel mondo del tennis. Stiamo parlando di Jimmy Arias.  


James “Jimmy” Arias è attualmente uno stimato commentatore americano, sia su ESPN che su Tennis Channel. Eppure, se solo fosse riuscito a veicolare il suo talento sui giusti binari, ora potrebbe davvero essere considerato alla stregua di un McEnroe o di un Agassi. Perché il nativo di Buffalo fin da piccolo aveva la stoffa del predestinato. Una stoffa messa in luce già nel 1976: l’allora dodicenne Jimmy ebbe la fortuna di poter giocare un set contro una leggenda vivente come Rod Lever, con cui battagliò per quasi un’ora per poi uscire sconfitto 7-5- Una prova di grandissimo valore, che gli valse però dal padre uno stringatohai fatto il tuo dovere, figliolo”. 


 

Perché papà Antonio era fatto così. Nato in Spagna negli anni ’30, si era trasferito prima a Cuba con la famiglia – per sfuggire alla guerra civile -, poi negli Stati Uniti, poco prima che scoppiasse la rivoluzione. Queste continue migrazioni lo avevano reso tanto algido quanto aperto di mente, propensioni caratteriali che riverberò poi sul figlio. Quando infatti il tennis divenne sempre più in voga, Antonio non solo gli comprò una Dunlop e lo mandò a giocare da un maestro, ma pretese rigidamente da lui il massimo impegno. Però, da totale ignorante in materia, se ne fregò totalmente delle convenzioni tecniche del tempo e, con la sua spiccata apertura mentale, cercò di applicare le sue conoscenze di ingegneria sui colpi del figli. E fu proprio così che nacque quello che sarebbe poi diventato il dritto moderno.

 A differenza di tutti gli altri, quando Jimmy colpiva la pallina col dritto lasciava poi andare il braccio, senza bloccare il movimento.  In questo modo generava maggiore potenza. Un colpo talmente inusuale all’epoca da non poter passare inosservato. Il giovane Arias venne infatti accolto in una delle Accademie di tennis più innovative del Paese. Chi ne era il responsabile? Nientemeno che un giovane Nick Bollettieri.

Nell’Accademia Jimmy migliorò di gran lunga i suoi colpi, rendendo il suo dritto ancor più letale. A 16 anni era già più che pronto per intraprendere la carriera da professionista, ma il padre era restio: voleva che frequentasse almeno per qualche anno il College. Ma fu proprio Bollettieri a risolvere il dilemma: con le sue conoscenze tentacolari riuscì a procurargli un contratto di sponsorizzazione di ben 100.000 dollari, con cui dissolse tutto i dubbi di papà Antonio.

E i tempi nel circuito furono per lui un susseguirsi di successi. A solo 16 anni vinse il doppio al Roland Garros nel 1981, a 18 vinse il torneo di Roma, finchè nel 1983 a soli 19 anni arrivò in semifinale agli Us Open, dove venne eliminato da Lendl dopo aver estromesso nientemeno che Yannick Noah. E nel 1984, ad appena vent’anni,  raggiunse il 5° posto del ranking.

Ma proprio quando la prima posizione mondiale sembrava a portata di mano ebbe inizio la parabola discendente della sua carriera. Già sul finire del 1983 si era sfortunatamente ammalato di mononucleosi, faticando non poco a ritrovare i suoi ritmi abituali. Ma nel 1984 oltre ai problemi fisici sopraggiunse un vero e proprio crollo psicologico: a soli vent’anni, con il peso costante delle aspettative di una nazione intera e l’ombra di un padre fin troppo esigente, la macchina letale che era diventato il giovane Jimmy cadde in mille pezzi. Una storia non troppo dissimile da quella del suo celebre omonimo Jimmy McGill, alias Saul Goodman in Breaking Bad.

Negli anni Arias provò a ritornare ai suoi livelli, ma tanto gli infortuni quanto i problemi a casa – tra cui un tumore diagnosticato alla madre – bloccarono i suoi tentativi. Restò per sempre una stella incompiuta, spentasi sul più bello. Un “next gen” che, pur avendo rivoluzionato il tennis col suo dritto, non ha potuto vivere il futuro radioso che in tanti gli avevano prospettato.

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