Mahmoud Abdul Rauf : il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Mahmoud Abdul Rauf : il cecchino del Mississippi che ce l’aveva con gli Stati Uniti

Washington, 14 marzo 1996. Va di scena il match NBA di regular season tra i Denver Nuggets e i Washington Bullets, i giocatori delle due squadre si dispongono in piedi per l’inno nazionale americano. Tutto sembra procedere nella norma, quando un atleta in campo compie un gesto eclatante: mentre tutti sono in piedi come forma di rispetto, lui si siede e trascorre tutto l’inno seduto sulla sua sedia, con l’intero palazzetto intona l’inno.

Il giorno successivo il commissario NBA squalifica il giocatore a tempo indeterminato, mentre lui non tenta affatto di difendersi, ma rilancia: l’inno è un cieco rituale nazionalistico, oltre che un simbolo di sopraffazione sociale. Ovviamente le critiche e le accuse ai suoi danni si sprecano, per giorni è al centro di un caso nazionale, viene letteralmente crocifisso dai mass media, ma rimane fermo sulle sue posizioni.

Cosa spinge una persona a commettere un gesto di tale portata, a inimicarsi una nazione intera? Quello che lo spinge ad una scelta simile ha la stessa motivazione di ciò che lo ha mosso per tutta la sua vita: la piena fiducia in quel che crede, nelle sue convinzioni. Quelle stesse convinzioni che, a volte, lo spingono a scelte radicali, ma che lo hanno portato ad una carriera cestistica straordinaria, la carriera di Mahmoud Abdul Rauf.

Sul finire degli anni ‘60, per una madre non era facile mandare avanti la propria famiglia da sola, con tre figli a carico, avuti da tre uomini diversi. Soprattutto se si viveva in condizioni di miseria, in uno stato povero di opportunità come quello del Mississippi. E, soprattutto, se uno dei tre figli soffriva di tic e spasmi improvvisi che a volte non gli permettevano nemmeno di infilarsi i pantaloni.

E’ in queste condizioni che nasce Chris Jackson, povero e oppresso da un male sconosciuto. Deriso e umiliato a scuola, l’unica cosa che gli resta da fare è trovare una valvola di sfogo, va al campetto e inizia a tirare, tirare e tirare. Diventa una sfida maniacale per lui, deve tirare in continuazione e, soprattutto, segnare. Nella sua testa ha un unico obiettivo: il tiro perfetto.

Gli spasmi non vogliono abbandonarlo, si attaccano a lui come una gomma da masticare sulla suola delle scarpe, ma lui riesce a liberarsene quando gioca a basket. E’ alto appena un metro e 80, ma è agile e scattante ed è un autentico cecchino quando si tratta di tirare. Le voci delle sue prestazioni incredibili attirano scout da tutta l’America, che impazziscono per lui. A livello liceale continua la sua ascesa, al punto che la Lousiana University fa carte false pur di averlo nel suo college, e lui ripaga le aspettative battendo record su record. Nel 1990 arriva il grande momento: si dichiara eleggibile per il draft NBA e viene preso dai Denver Nuggets con la terza scelta assoluta. Il sogno di una vita sta diventando realtà.

Durante il liceo, aveva scoperto che i tic che lo affliggevano erano dovuti alla sindrome di Tourette e che molto probabilmente lo avrebbero accompagnato per il resto della vita, ma questo non lo aveva scoraggiato. Al contrario, le sue difficoltà lo spinsero a migliorare di giorno in giorno e anche nel mondo NBA non gli crearono nessun grattacapo.

Ma sono altre le problematiche che lo destabilizzano nei primi due anni in NBA: gli infortuni lo colpiscono, ha problemi di peso, ma soprattutto si sente estraneo alla realtà in cui vive. Avvicinatosi profondamente al pensiero di Malcom X e alla cultura islamica non si riconosce più nello showbusiness, nella massificazione e nei valori del mondo americano.

Nel 1991 decide di convertirsi all’islamismo e cambia nome in Mahmoud Abdul Rauf. Trova una pace interiore mai raggiunta prima, che gli infonde grande fiducia e determinazione. Per migliorare, rispetto alla scialba stagione da poco conclusa, inizia ad allenarsi anche 9 ore al giorno, alla ricerca di quel tiro perfetto che lo assillerà per tutta la sua carriera.

Al suo terzo anno in NBA sigla oltre 19 punti e 4 assist di media, venendo nominato come Most Improved Player dell’anno. L’anno successivo invece sfiora un’impresa storica, a coronamento dei suoi sforzi: fa registrare il 95, 6% di realizzazione ai tiri liberi, mancando di pochissimo il record ancora imbattuto di Calvin Murphy. Una percentuale mostruosa!

Poi, nel 1996 accade, lo spiacevole episodio dell’inno nazionale. Mahmud già da tempo aveva manifestato un forte dissenso verso simboli nazionalistici e ogni genere di patriottismo. Per questo, in molte partite mentre nel palazzetto veniva intonato l’inno lui restava nello spogliatoio, coperto dai compagni. Per puro caso, invece, il 14 marzo si trova in campo durante l’esecuzione dell’inno, ma pur di mantenere fede ai suoi principi, decide di compiere un gesto per cui verrà dannato in eterno.

Da lì la sua carriera subisce un brusco declino. Viene scambiato coi Sacramento Kings, ma le sue medie stagionali precipitano, l’opinione pubblica non lo ama affatto e, per questo, dopo i due anni di contratto decide di lasciare il basket professionistico americano.

Carriera finita? Ma neanche per sogno. Giocare gli piace da matti, è l’unico modo in cui riesce a liberarsi dai fantasmi dovuti alla sua sindrome. Per questo decide di andare a giocare in Europa, al Fenerbahce.
Dopo un anno però i problemi, anche di infortuni, riscontrati in America lo tormentano pure in Europa. Seppur a malincuore, decide di appendere le scarpe al chiodo.

Ma se si ha a che fare con Mahmud Abdul Rauf, mai dire mai. Infatti, neanche un anno e torna in NBA, stavolta ai Vancouver Grizzlies, dove però non trova la giusta continuità. Decide quindi di lasciare nuovamente il basket.
Inoltre, dopo essersi sposato con una sua vecchia amica del liceo, Mahmud inizia a trascorrere molti mesi dell’anno con la moglie in una villa a Gulfport, la cittadina del Mississippi in cui è nato. Ma un giorno, tornando nella sua residenza, la trova completamente vandalizzata da membri del Ku Klux Klan. Un atto barbaro che lo sconvolge profondamente.

Nel mezzo dei due anni di inattività, accade l’evento che scuote il mondo intero: l’11 settembre del 2001 vengono abbattute le Torri Gemelle. Mentre l’America intera piange le sue vittime e grida vendetta, la voce fuori dal coro di Abdul Rauf fa scalpore. Pur condannando l’atto terroristico, non si esime dall’incolpare la sua nazione, rea di aver commesso fin troppi soprusi ai danni dei popoli musulmani. E’ scandalo.

Di lì a poco Mahmud decide che è tempo di tornare a giocare e si trasferisce prima in Russia e poi, a 35 anni suonati, in Italia a Roseto, dove fa registrare ottime medie. Dopodichè, passa all’Aris Salonicco, per poi spostarsi in Arabia Saudita e infine terminare la propria carriera a Kyoto, in Giappone, all’età di 41 anni.

A distinguere Mahmoud Abdul Rauf da qualsiasi altro atleta, c’è sola una cosa: la necessità di dover decidere. In quarta elementare, è lui che decide di farsi bocciare perche non riesce più a sopportare quei tremendi attacchi, così come quando inizia a giocare a basket è lui che sceglie di passare ore e ore ad allenarsi pur di raggiungere il “tiro perfetto”. La conversione all’islam è una sua scelta intima, così come il rifiuto di intonare l’inno è frutto di una sua decisione personale molto difficile, ma per lui necessaria. E’ perennemente costretto a trovarsi davanti a delle scelte, ma non gli importa cosa pensano gli altri di lui, perché è alla ricerca di una pace interiore.

E se pensate che Mahmoud abbia smesso di prendere decisioni importanti, vi sbagliate di grosso. Nel 2014 si è scoperto che Ammar, uno dei cinque figli di Mahmoud, era malato di cancro. Ma, per fortuna, dopo mesi di lotte, nel gennaio del 2015 con un comunicato ha fatto sapere che Ammar ha vinto la lotta contro il tumore.

Sono stati momenti difficili per Mahmud che, però, è rimasto ancorato alle proprie convinzioni e alla propria fede. E’ andato avanti e continuerà così, facendo quello che ha sempre fatto: decidere per la propria vita.

 

 

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Quando lo sport diventa strage.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa,  quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Javaris Crittenton: la dannazione di un uomo chiuso nel suo ghetto

Javaris Crittenton: la dannazione di un uomo chiuso nel suo ghetto

E’ il 19 agosto 2011 e la ventiduenne Julian Jones si trova insieme al marito nel giardino di casa, ad Atlanta. Tutt’a un tratto sulla strada sbuca un SUV nero, coi vetri oscurati. E’ questioni di pochi secondi: il vetro posteriore che si abbassa, una scarica di colpi micidiali, la donna che si accascia a terra, colpita all’arteria femorale. Il marito lì accanto, illeso per miracolo, si getta a terra per soccorrerla. Ma non c’è nulla da fare, la donna morirà poco dopo in ospedale, lasciando quattro figli. Qual è il motivo, il senso di un omicidio così efferato?

Per spiegare tutto questo, riavvolgiamo il nastro. E’ il gennaio 1996, Javaris Cortez Crittenton ha da poco compiuto 8 anni e vive con la madre e le sorelle nei sobborghi di Atlanta. Il padre è quasi una figura mitologica, non si fa vedere mai. La vita del piccolo Javaris scorre tranquilla, ma la madre Sonya teme che il figlio, crescendo, possa cacciarsi in brutti giro, vista la criminalità imperante nel quartiere. Perciò, notando la sua passione per il basket, decide di iscriverlo nella scuola di Tommy Slaughter – per gli amici PJ -, che insegna ai ragazzini le nozioni basilari del gioco.

Ma Javaris manifesta un talento innato, tant’è che in breve su di lui mette gli occhi Wallace Parther Jr., guru del basket giovanile in Georgia, che lo prende nei suoi Atlanta Celtics, tra le miglior società nella zona per la crescita dei giovani prospetti – da qui è uscita gente come Dwight Howard e Josh Smith-. Dal canto suo Javaris ripaga la sua fiducia già nella sua prima partita, in cui sfodera una giocata sensazionale contro un certo Lebron James, già all’epoca individuato come The Chosen One.

Nel giugno del  2005 Parther, ormai mentore del giovane Crittenton, muore a causa di un arresto cardiaco. Per Javaris è un duro colpo, ma riesce a sfogare tutta la rabbia nella partita memoriale in suo onore, dove annichilisce gli avversari e si attira le attenzioni degli scout NBA.

Finalmente, arriva il draft 2007. Tra le stelle ci sono soprattutto Greg Oden e Kevin Durant, ma anche Javaris si ritaglia il suo spazio e viene scelto alla 19esima chiamata dai Lakers.

Da qui, però, iniziano le difficoltà. Lui, un semplice ragazzo della periferia di Atlanta, viene catapultato nella sferzante megalomania losangelina: quello non è il suo ambiente, non ci si riconosce. E purtroppo, nemmeno sul parquet si trova più di tanto a suo agio. Infatti ai Lakers, nel suo spot di guardia, c’è una concorrenza spietata, togliere il posto da titolare ad un mostro sacro come Kobe Bryant è pura utopia. E Javaris soffre parecchio la panchina, si lamenta di continuo con Coach Zen, senza capire che deve invece  farsi le ossa.

Dicevamo del lusso sfolgorante di Los Angeles, ma è l’altra faccia della medaglia ad infatuare il giovane nativo di Atlanta: la criminalità. Una sera fa la conoscenza di Dolla, un rapper tutt’altro che raccomandabile, che lo introduce in ambienti loschi. E così, come in un thriller di James Ellroy, Javaris entra a far parte di una gang locale, i Mansfield. La sua vita cambia drasticamente.

I Lakers, ormai stanchi del suo comportamento, lo scambiano coi Grizzlies, che a loro volta lo spediscono a Washington. Eppure, nemmeno la lontananza dalle gang della città degli angeli sembra fargli mettere la testa a posto. Infatti, malgrado coi Wizards  avesse finalmente trovato un po’ di continuità sul parquet, è nello spogliatoio che accadono i guai.  E’ il dicembre 2009, vigilia di Natale. Gilbert Arenas è la star della squadra, però ha anche accumulato un po’ di debiti di gioco con Javaris, che rivuole indietro i suoi soldi con fare minaccioso. Ma Arenas non ha intenzione di tirar fuori un centesimo. Si danno appuntamento nello spogliatoio, Arenas apre l’armadietto con nonchalance: lì nascosto  c’è un piccolo arsenale. Ma Crittenton non è uno sprovveduto, anche lui ha con sé un’arma: i due si puntano le pistole l’uno contro l’altro, solo l’intervento tempestivo dei compagni evita lo scontro a fuoco.

La vicenda fa scalpore a livello nazionale, i due vengono sospesi. Ma, mentre Arenas tornerà a giocare nuovamente per i suoi Wizards, Crittenton pone fine alla sua carriera NBA.

Se ne va in Cina, domina nel campionato, ma gli manca la sua patria e decide di tornare in America. Trova però le porte dell’NBA sbarrate, si trasferisce stabilmente a Los Angeles, ma qui un giorno viene derubato di 55.000 dollari e gioielli da Lil Tic e i suoi fratelli, loschi criminali nonché sua vecchie conoscenze. L’affronto subito è enorme, Javaris vuole vendicarsi.

E così, torniamo all’inizio del terribile racconto. Crittenton non ci mette molto a scoprire che Lil Tic vive ad Atlanta con la moglie, noleggia un’ auto insieme al cugino e dà sfogo alla sua sete di vendetta.

Di lì a poco viene scoperto ed arrestato. Viene inoltre alla luce che era invischiato in traffico di droga, la sua casa è piena di armi e stupefacenti. Il 29 aprile 2014 Javaris Crittenton è condannato a 23 anni di carcere e 17 di libertà vigilata.

 La storia di Crittenton è la sintesi perfetta del manuale sul come buttare la propria vita. Un talento cristallino, un dono invidiabile, tutto gettato alle ortiche, nella dannazione. Alla fine, per Crittenton come per tanti altri, ha prevalso la regola brutale: ”Puoi uscire dal ghetto, ma il ghetto non uscirà mai da te”.

Malavita, proiettili vaganti e una promessa: la Storia di Marcus Smart, salvato dal Basket

Malavita, proiettili vaganti e una promessa: la Storia di Marcus Smart, salvato dal Basket

Se nella sessione di mercato la Western Conference sta diventando sempre più competitiva, ad Est il dominio di Lebron e soci sembra ormai scontato. Washington e Toronto sono distanti anni luce, gli altri team neanche a parlarne, l’unica squadra che potrebbe impensierire i Cavs restano i Boston Celtics. Un gruppo di ottimi elementi, tutti inseriti alla perfezione in un sistema ben collaudato, privo però di una vera stella. E senza una vera stella, per fronteggiare il Prescelto si dovrà puntare ad una crescita del gruppo. Una crescita per la quale sarà indispensabile la maturazione di qualche singolo.

Tra coloro chiamati alla piena maturazione sicuramente c’è lui: Marcus Smart. Un giocatore con un forte legame coi biancoverdi, malgrado i soli tre anni trascorsi in NBA. Dopo l’inaspettato addio di Bradley, il suo minutaggio crescerà ulteriormente, così come le responsabilità sul parquet. Riuscirà ad essere all’altezza? E’ una sfida non facile, ma sicuramente Smart non si lascerà impressionare, soprattutto dopo il difficile passato che ha vissuto. Un passato che lascia senza parole.

Marcus nasce nel marzo 1994 a Flower Mound, vicino Dallas, ma trascorre l’infanzia a Lancaster, sobborgo fin troppo noto per l’elevato tasso di criminalità. Eppure da bambino riesce a tenersi lontano dai guai, grazie all’intervento del fratello maggiore Todd: di 23 anni più grande, si occupa del fratellino giorno e notte, trasmettendogli anche la passione del basket. Una passione che lui stesso aveva coltivato ai tempi del Liceo, riuscendo a giocare ad alti livelli  anche dopo un tumore all’occhio.

Ma quando Marcus ha nove anni, la sfortuna si abbatte su di lui. Todd si ammala di nuovo, stavolta per un grave cancro allo stomaco. Un anno dopo viene a mancare, lasciando un vuoto nella vita del bambino. In quegli istanti la madre ha un malore, eppure lui le si avvicina e le fa una solenne promessa: Mamma, ti prometto che diventerò un giocatore NBA e penserò a tutti e due per sempre”.

Da quel momento Marcus inizia a dedicarsi a tempo pieno al basket. Crescendo, mostra una forza di volontà neanche lontanamente immaginabile nei suoi coetanei. Ma in quel di Lancaster, le rette vie non esistono. Malgrado la promessa alla madre e l’impegno nel basket, Marcus si fa trascinare in brutti giri. Da adolescente entra in una banda di ragazzini che si divertono a lanciare pietre contro cose o persone, finché un giorno colpisce volontariamente un ciclista, facendolo cadere a terra. Ma il ragazzo non sa con chi ha a che fare:l’uomo, imbufalito, una volta rialzatosi estrae una pistola e inizia ad inseguirlo con l’intento di fargliela pagare. Solo grazie al tempestivo intervento del fratello Michael, personaggio di spicco nella malavita locale, Marcus riesce a scamparla.

Ma i guai per lui non sono finiti qui. Gli amici di cui si circonda non sono tra i più raccomandabili, fin quando una sera non si ritrova nel bel mezzo di una resa di conti fra gang della zona. In quegli attimi di terrore, Marcus è costretto a scappare, nascondendosi e zigzagando fra le automobili, con il suono dei proiettili vaganti che gli fischia nelle orecchie. E poco tempo dopo si ritrova in una situazione simile, in cui stavolta assiste all’uccisione di un suo cugino, di appena sedici anni. E’ uno shock devastante, che lo porta ad una decisione cruciale: basta con quella vita.

 Da quel momento, Smart ha solo un obiettivo: non tradire la promessa fatta alla madre davanti al corpo esanime di Todd. La famiglia torna a vivere a Flower Mound e il ragazzo accede alla locale Edward S. Marcus High School, dove si fa notare per i suoi mezzi atletici spaventosi. Nella squadra è in assoluto il più forte, dotato di una stazza impressionante e di un invidiabile padronanza del pallone. Le sue gesta sul campo diventano popolari al punto da richiamare l’attenzione di Travis Ford, allenatore di Oklahoma State, che riesce ad assicurarsi i suoi talenti. Da qui, coi Cowboys, ha inizio la sua scalata al successo.

 Nei due anni ad Oklahoma State Smart metterà in mostra tutto il suo potenziale: una forza fisica impressionante, un’attentissima presenza difensiva, una capacità innata nel rubare i palloni. Non è uno scorer, ma nel suo anno da sophomore sigla ben 18 punti e 6 rimbalzi a partita. Numeri che fanno gola a molti team NBA.

Ed il 26 giugno 2014, ecco che Marcus mantiene la promessa fatta a sua madre: con la sesta pick, viene scelta dai blasonati Boston Celtics. E’ una gioia incontenibile la sua, che però si rende conto di essere solo all’inizio di un lunghissimo cammino.

Un cammino che, a tre anni di distanza, lo ha reso uno dei personaggi più rappresentativi della nuova Era dei Celtics. Un giocatore che in uscita dalla panchina sa essere determinante, specialmente in fase difensiva. Se solo riuscirà a colmare alcune lacune, soprattutto in attacco e nelle percentuali al tiro, forse davvero potrà riscrivere, insieme ai suoi compagni, una delle pagine più belle della storia biancoverde.  Per ora, non ci resta che aspettare la prossima stagione, sperando nella sua definitiva esplosione.

 

A letter to Miami: lo struggente addio di Chris Bosh

A letter to Miami: lo struggente addio di Chris Bosh

Alla fine è arrivata l’ufficialità: Chris Bosh non è più un giocatore dei Miami Heat. Una notizia che si attendeva già da tempo, con l’ex-Raptors ai box da oltre un anno per gravi problemi di salute e gli Heat tutt’altro che propensi a farlo scendere in campo, malgrado la ferrea volontà del giocatore di tornare sul parquet.

Negli ultimi tempi i rapporti tra le due parti non erano stati dei più rosei. Già all’inizio della passata Regular Season Bosh aveva ribadito di voler riprendere a giocare, ma Pat Riley, presidente degli Heat, si era opposto fermamente, in assenza di un chiaro avallo da parte dei medici. A tutto questo si era aggiunto un triste retroscena di natura puramente economica: Miami sembrava intenzionata a chiudere il legame col giocatore così da poter alleggerire il Salary Cap dei 52 milioni di dollari che spettavano lui da contratto. Se infatti il lungo fosse stato dichiarato out esclusivamente per motivi di salute e dal giorno della risoluzione del contratto avesse giocato meno di 25 partite nel giro di due anni, non solo l’80% del contratto sarebbe stato addebitato alle assicurazioni, ma l’intero stipendio non avrebbe gravato sul Salary Cap, lasciando agli Heat ampia libertà di memoria  sul mercato.

La situazione era diventata piuttosto intricata, finchè alla fine non è intervenuta l’NBA stessa a sbrogliare la matassa. Gli Heat hanno ottenuto lo sgravio dei 52 milioni sul Salary Cap, mentre Bosh non solo verrà comunque stipendiato dagli Heat, ma avrà anche la possibilità di testare il mercato e cercare una nuova franchigia che lo accolga. Un accordo che accontenta tanto il giocatore quanto gli Heat, soprattutto sul piano economico. Però finora si è solo parlato di stipendi, milioni in ballo, sgravi… Ma le due parti come hanno vissuto la vicenda da un punto di vista umano?

 Abbiamo già parlato delle frizioni tra Chris e la franchigia, dei mesi in cui i rapporti si erano fatti sempre più tesi. Ora, invece, il clima sembra essersi rasserenato.

 In primis Pat Riley ha avuto parole al bacio per il nativo di Dallas: “La vita e la carriera di Chris sono cambiate quando è venuto a Miami, e allo stesso tempo lui ha cambiato, migliorandole, tutte le nostre in un modo che non avremmo potuto neanche immaginare. Saremo sempre in debito verso Chris per come ha cambiato la cultura di questa squadra, trascinandoci a quattro finali e a due titoli NBA.” . Il numero 1 della franchigia ha poi continuato ringraziando la famiglia di Bosh, augurandole il meglio e considerandola per sempre parte integrante della Heat Family. E infine, ciliegina sulla torta, ha annunciato il ritiro della sua maglia n°1, a riprova dell’importanza di Bosh nella storia degli Heat. Un bel riconoscimento, nonché un modo per rasserenare i rapporti col giocatore.

E lo stesso Chris ha risposto nel migliore dei modi via social, ringraziano tutta la Heat Family, da Pat Riley a Micky Arison, proprietario della franchigia, da coach Spoelestra ai membri dello staff, fino a tutti i tifosi.. Ma il momento più toccante è arrivato pochi giorni fa,  quando Chris ha reso pubblica una lettera d’addio a Miami.

Una lettera lunga e appassionata, scritta col cuore, con cui Bosh non solo ha salutato tutto l’ambiente, ma ha anche ripercosso i fantastici anni passati in Florida. Anni che in primo luogo gli hanno regalato momenti speciali sotto l’aspetto familiare: in Florida sua moglie ha dato alla luce ben quattro figli! E Chris stesso ha ricordato nella sua lettera soprattutto la nascita del figlio Jackson: si stava svolgendo la serie contro i New York Knicks, Bosh era appena atterrato nella Grande Mela quando gli arrivò la notizia che la moglie stava per partorire. Subito prese il primo volo per Miami, arrivando in ospedale mezz’ora prima della nascita del bambino. La gioia, immensa, di essere nuovamente padre non lo distolse però dal suo impegno con gli Heat, il giorno dopo prese un aereo per New York e raggiunse la squadra, arrivando nel Madison Square Garden pochi minuti prima della partita. Appena lo videro i compagni lo abbracciarono e gli si strinsero attorno, dimostrando tutto il loro affetto. Quel gruppo, coeso come non mai, di lì a poco avrebbe conquistato l’anello.

Nella sua lettera ha anche ringraziato la celebre Heat Nation e tutta la città di Miami. Partito da Toronto dove era considerato un semidio, Bosh ha ricordato quanto la città lo abbia accolto e fatto sentire fin da subito a casa. Quanto i tifosi non abbiano mai smesso di sostenere lui e la squadra. Riportando la mente al passato, Chris ha anche ricordato tanto le sconfitte, le deludenti finali perse, quanto le vittorie, quei due titoli di cui va profondamente fiero, accompagnati da un tifo e un affetto insostituibile da parte della Heat Family.

E ricordando gli alti e bassi della sua vita, Chris non ha potuto non parlare dei gravi problemi di salute degli ultimi anni . Quei coaguli andati a formarsi nel polpaccio, risaliti fino ai polmoni, che mettevano a repentaglio la sua vita. Il lungo texano ha raccontato anche la sua crescita interiore, il passaggio dall’iniziale autocommiserazione alla piena realizzazione di essere stato ben più fortunato di tanti altri.

“Abbiamo affrontato la vita insieme, Miami. Mi hai mostrato come tenere duro e passare i momenti più difficili. E nonostante non mi sia piaciuto a volte, ha fatto tantissima differenza nel lungo periodo. Mi ha reso un uomo migliore,la persona che sono oggi. Grazie.

Grazie a tutti quelli che, qui a Miami, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, sono stati parte del #TeamBosh. Spero che continuerete a seguirmi nel mio viaggio, dovunque mi porterà.

Con affetto, Chris Bosh”

 E’ così che si conclude la lettera, con un profondo ringraziamento a Miami, ma anche con un neanche troppo velato punto di domanda. Cosa riserverà il futuro a Chris Bosh? Secondi alcuni la ferma volontà del giocatore di tornare sul parquet non si è affatto assopita: Bosh potrebbe seriamente essere alla ricerca di una nuova squadra, malgrado i dubbi di natura medica. Secondo altri, per lui si prospetta un futuro da commentatore, magari in quella TNT che già gli aveva permesso di esibirsi ai microfoni dal marzo scorso. Chissà!

 Qualsiasi sia la decisione di Chris, non ci resta che augurargli il meglio, ricordandolo sempre per quel che è stato e sempre resterà: un campione.

LETTERA INTEGRALE IN INGLESE: http://www.chrisbosh.com/a-letter-to-miami/