Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Fabio Fognini e la Sindrome del Dottor Jekyll e Mister Hyde

Anche stavolta ci siamo cascati. Anche stavolta pensavamo fosse la volta buona per la definitiva consacrazione, e invece siamo stati smentiti. Anche stavolta il nostro Fabio Fognini ha “tradito” la nostra fiducia, dopo l’incredibile match con cui aveva estromesso Andy Murray, numero 1 al mondo.

E’ un vero peccato, ma dobbiamo prenderne atto: il “Fogna” è fuori dal torneo, battuto da un Alexander Zverev in ottimo stato, ormai diventato una certezza nel circuito. Ma al di là della sconfitta – un doppio 6-3 che non lascia spazio a molti alibi -, è stato come al solito l’atteggiamento del ligure a far storcere il naso. Non solo è mancata la cattiveria agonistica, messa in mostra più volte contro Murray, ma sono emersi il nervosismo e la tensione,  poi scaturiti nelle più classiche delle fogninate: un paio di racchette lanciate a terra, un calcio dato alla sedia di un giudice di linea, uno smash –sbagliato – tirato addosso al suo avversario, con tanto di fischi da parte del pubblico.

E poi, last but non least, il suo comportamento nei confronti del giudice di sedia. Secondo set, Fognini è già sotto di un break con ha una chance di contro-break, ma sulla prima di servizio chiamata out da un giudice di linea interviene Lahyani, affermando che la palla è buona e che Zverev deve ripetere la prima. Non l’avesse mai fatto: Fognini inizia il suo show, dando a Lahyani del quaquaraqua, del pagliaccio e, a fine match, del “fottuto arrogante”. Un atteggiamento inqualificabile e, per giunta, totalmente immotivato, visto che la chiamata era corretta, come ha poi dimostrato anche hawk eye.

Il “Fogna” ha continuato con le lamentele anche nel post-gara: se da un lato ha fatto i complimenti a Sasha, definendolo un “futuro numero 1”, dall’altro si è scagliato contro gli organizzatori del torneo, rei di avergli imposto di giocare a mezzogiorno – orario in cui le condizioni del campo gli erano sfavorevoli -, senza ascoltare le sue richieste.

Dispiace davvero che il torneo del sanremese sia finito in questo modo, tra polemiche e frasi al vetriolo. Un finale che ha letteralmente oscurato quanto visto di buono nel match contro Murray. Perché, sebbene lo scozzese da mesi non sia in forma smagliante, Fabio aveva giocato un tennis splendido, mettendo in mostra tutto il suo infinito repertorio.

Ma del resto, non è la prima volta nella sua carriera che Fognini riesce in grandi imprese, per poi sciogliersi sul più bello, magari con giocatori non irresistibili. Basti pensare alla semifinale del Rio Open 2015, quando batté Nadal recuperando un set di svantaggio, per poi venir surclassato da Ferrer in finale. Oppure all’ottavo di finale degli US Open 2015, quando divenne l’unico tennista ad aver sconfitto Nadal dopo aver perso i primi due set: in quel match raggiunse un livello di gioco mostruoso, che poi però scomparve all’improvviso nell’incontro successivo, con un tutt’altro che invincibile Feliciano Lopez che ne approfittò vincendo in 3 set.

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Ma tralasciando queste occasioni mancate, è difficile inquadrare l’altalenante carriera del “Fogna”.  E probabilmente le difficoltà vengono accentuate a causa di un modus tifandi” tutto italiano. Perché va detto, dopo la strepitosa vittoria contro Murray, in molti non avevano fatto altro che incensare Fognini, rasentando l’idolatria e innalzandolo a papabile top-5 al mondo. Al contrario, dopo la deludente sconfitta contro Zverev, “dagli all’untore”:  tutt’a un tratto Fabio è diventato un giocatore mediocre, scarso, vergognoso. Il suo atteggiamento borioso e riprovevole certo non ha aiutato nei giudizi, ma bisognerebbe sempre saper distinguere il tennista dalla persona, almeno quando si parla puramente di tennis giocato.

La verità è che la sconfitta con Zverev andava messa in conto. Non solo perché lo dice il ranking mondiale, ma anche perché il teutonico, malgrado la giovane età, non è l’ultimo dei fessi e sta vivendo un gran momento di crescita. Ma, contro ogni logica, dopo la vittoria con Murray non si è fatto che osannare il ligure – già di per sé incline a pavoneggiarsi –  e a ingigantire il suo status. Il che ha poi causato una repentina crescita di aspettative, con un conseguente aumento di pressione sulle spalle, di nervosismo, che hanno poi provocato l’inevitabile capitombolo. E le successive critiche.

Critiche che, però, andrebbero quantomeno ridimensionate. Perché se sul comportamento del “Fogna” non si può far altro che condannarlo, sul suo gioco pieno di blackout e sulla sua incostanza è davvero inutile continuare a tartassarlo. Perché aspettarsi da lui una maturità da top10 al mondo? Perché chiedergli quel definitivo salto di qualità che non ha mai dimostrato tra le sue corde? Fabio Fognini è questo, che ci piaccia o no. Un giocatore forte, divertente in campo, ma con dei limiti evidenti che vanno accettati. Ora come ora, sulla soglia dei trent’anni, è difficile che cambi.

Anche se una minima speranza c’è, in ciò che Fognini stesso ha definito “il trofeo più importante”. Quel figlio che è appena nato che lo ha reso genitore insieme alla sua amata Flavia Pennetta. E chissà che forse, con un bebè in braccio, Fabio non raggiunga la giusta maturità.

NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

NBA: il cuore grande di Lillard e il senso di famiglia Blazers

Giorno dopo giorno ci stiamo addentrando sempre più nel vivo dei Playoffs. Golden State e Cleveland sembrano oggettivamente inarrivabili per le loro dirette avversarie, ma mai dire mai, le sorprese potrebbero essere dietro l’angolo.

Nel frattempo sono molte le squadre che hanno dovuto alzare bandiera bianca, abbandonando anzitempo i Playoff. Tra questi ci sono i Blazers, annichiliti dallo strapotere degli Warriors e mandati a casa con un secco 4-0. E a dirla tutta, era un finale di stagione tragicamente annunciato: pensare che Portland potesse davvero impensierire i ragazzi della Baia era alquanto utopico. Per questo, al di là dell’inevitabile rammarico, a Rip City si sono dovuti accontentare del premio per il raggiungimento della post-season, quei 223.864 dollari da spartire tra i quindici giocatori del roster.

Una stagione strana quella di Portland. Dopo un 2015-2016 strepitoso, culminato contro ogni aspettativa con le semifinali di Conference, in estate erano arrivati Ezeli e Turner e pian piano si iniziava a pensare in grande. Poi, le delusioni: sconfitte su sconfitte, un gioco di squadra inesistente, un Lillard irriconoscibile, un McCollum lasciato solo dai suoi compagni, a predicare nel deserto. Solo sul finire di stagione è arrivato un sussulto, un moto di orgoglio: Damian ha ripreso per mano la squadra e, insieme all’immancabile CJ, l’ha portata per un soffio ai playoff.

Ma ormai la frittata era fatta. Contro Curry e soci non c’è stata partita. E al di là della sconfitta, è stata l’impotenza mostrata in campo a decretare il totale fallimento della stagione. Proprio per questo Lillard, quando si è visto recapitare gli oltre 15000 dollari del premio per la post-season, ha sentito di non meritarseli. E così si è riunito ai suoi compagni e li ha convinti a fare un gesto semplice, ma apprezzabile: donare i 223.864 dollari (15000 circa da ogni giocatore) ai 25 membri dello staff dei Blazers. Dagli assistenti ai massaggiatori, fino ai magazzinieri.

 Il tutto lo ha spiegato lui stesso: “Abbiamo spartito i nostri soldi con le persone che hanno lavorato con noi tutto l’anno. Gente che ha lavorato per lunghi periodi lontana dalle proprie famiglie e dai propri affetti, come noi, con compiti non meno importanti. Loro fanno sempre il massimo per renderci la vita più facile e per questo la loro diventa più complicata, dato che guadagnano molto meno di noi. Questo è un modo per mostrare la nostra gratitudine, oltre alla classica stretta di mano di fine stagione”.

 Del resto, Lillard non è nuovo a iniziative simili. Già nel 2014-2015 e nel 2015-2016 era rientrato tra i 10 finalisti del NBA Cares Community Assist Award, un riconoscimento per il giocatore che più di tutti si impegna durante la stagione in opere di beneficenza. Infatti, nel corso degli anni il leader dei Blazers si è distinto per diverse attività benefiche, dall’organizzazione di programmi per la lotta contro il bullismo – lui stesso ha ammesso di averne sofferto in passato –,  al supporto di associazioni no profit per la cura di tumori e malattie.

Ma stavolta il gesto di Damian non è stato semplice evergetismo. I 223.864 dollari potevano essere sì dati in beneficienza, ma lui ha preferito destinarli in altro modo. Perché dopo una stagione così sconfortante, serviva una scossa, per cementificare i rapporti all’interno di un ambiente così in crisi. Sarà sufficiente? Lo vedremo la prossima stagione. E sebbene 15000 dollari di solito non siano una cifra considerevole per chi gioca in NBA – basti pensare che lo stesso Lillard quest’anno ha percepito oltre 24 milioni -, rimane comunque la bellezza del gesto.

 

Giants of Africa: Masai Ujiri e il sogno dei ragazzi del Basket africano

Giants of Africa: Masai Ujiri e il sogno dei ragazzi del Basket africano

Giants of Africa è un’organizzazione no profit nata nel 2003, con lo scopo di educare tramite il basket le nuove generazioni africane. Il suo obiettivo principale consiste nel rendere il basket accessibile al maggior numero di giovani possibile, in un continente in cui le strutture sportive sono praticamente inesistenti. In questo modo dà loro la possibilità di sfruttare i loro mezzi atletici, offrendo attrezzature, un supporto tecnico e un sostegno economico di cui in molti hanno bisogno. Regalano loro la possibilità di guardare in grande, di sognare, di diventare in futuro dei campioni.

 Ma l’intento di Giants of Africa non è quello di sfornare atleti perfetti da spedire in NBA. Perché si sa, sono davvero in pochi coloro che riescono a raggiungere traguardi simili. Semplicemente, GOA mira a far crescere le nuove leve africane in un ambiente più sano e pulito, impreziosito da uno sport di squadra come il basket, che sia finalmente alla portata di tutti. Un obiettivo molto ambizioso: avvalersi del basket per rendere migliore un intero continente.


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E ad essere oggettivi, sembrerebbe un progetto un po’ utopico. E’ davvero realizzabile?No, impossibile”. Questo ci verrebbe da dire. Ma era il lontano 2007, quando in TV passava uno degli spot più celebri dell’Adidas, con un Gilbert Arenas nel fior fiore della sua carriera che ti diceva sorridendo: “Impossibile is nothing”. Ecco, questa probabilmente sarebbe anche la risposta del fondatore di Giants of Africa, tale Masai Ujiri. E se non siete convinti, leggetevi la sua storia.

Masai nasce a Zaria, nel nord della Nigeria. La mamma Paula, nata in Kenya, è una dottoressa, mentre il padre Michael lavora nell’amministrazione dell’ospedale dove si trova la moglie. Malgrado la loro sia una famiglia benestante, fin da piccolo Masaj non riesce a dare pieno sfogo alla sua passione, il basket. Infatti, al di là dello sgangherato campetto dietro casa e delle cassette dei suoi idoli Olajuwon e Jordan, Zaria gli offre pochissime chance di giocare con la palla a spicchi.

Eppure, nonostante l’impossibilità di trovare strutture adatte, Masai si dimostra piuttosto talentuoso. La sua famiglia crede in lui, al punto che decide di mandarlo a studiare in America, dove potrà sicuramente migliorare nel basket. La sua destinazione è il Bismarck State College, in North Dakota (dopo un breve periodo in una prep-school di Seattle). Qui trascorre ben due anni, dove matura e diventa un prospetto interessante. E’ molto forte, ma non abbastanza da attirare le attenzioni delle università più prestigiose, tant’è deve accettare le avance del Montana State University-Billings, non proprio un ateneo d’élite.

Non è un periodo facile, Masai diventa sempre più consapevole che i suoi sogni di gloria stanno per essere infranti. Per questo, dopo nemmeno sei mesi nel Montana, decide di provare a sbancare in Europa. Ma anche qui le porte principali gli vengono sbarrate e deve quindi accontentarsi di entrare dal retro. Resterà nel vecchio continente per sei anni, giocando in Gran Bretagna, in Belgio e in Svezia. Dopodichè, l’amara decisione: smettere col professionismo.

Ma questo non significa abbandonare i suoi propositi. L’NBA lo ha respinto da giocatore? Questo non implica che non esista un altro modo per entrarvi. Basta cambiare prospettiva. Masai inizia a chiamare tutti i contatti che ha negli States, finchè non si imbatte in David Thorpe, allenatore privato di prospetti collegiali o di atleti professionisti stranieri, conosciuto quasi due anni prima in una partita di Summer League a Boston. Thorpe rimane stupito dalla sua profonda conoscenza dei campionati europei e africani: sembra un vero e proprio database vivente. Per questo, incuriosito dalle sue capacità, lo invita alle Final Four NCAA di Atlanta.

E qui Masai sfodera tutto il suo repertorio: oltre alla sua professionalità e alle sue doti di scouting, si fa notare per la spontaneità per le incredibili capacità relazionali. In men che non si dica riesce a stringere legami con diversi addetti ai lavori in NBA

 

Da qui avrà inizio la sua scalata. Prima diventa talent scout degli Orlando Magic di Doc Rivers, lavorando da stagista – e quindi senza un vero stipendio – e girando mezza Europa. Poi entra nello staff dei Denver Nuggets, dove in breve diventa un International scout e lo rimarrà fino al 2007, mostrando un’etica del lavoro e una meticolosità impressionanti. L’anno successivo è Brian Colangelo a chiamarlo ai suoi Toronto Raptors, promuovendolo a Assistant General Manager. E nel 2010, la svolta: sono ancora i Denver Nuggets a volerlo a tutti i costi, stavolta affidandogli il ruolo di General Manager. Masai Ujiri diventa il primo africano GM di un colosso sportivo americano.

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Ora invece Masai è stabilmente a capo dei Toronto Raptors. Dopo aver gestito alla grande in Colorado l’affaire Carmelo Anthony e aver portato i Nuggets al secondo posto nella Western Conference, si è preso sulle spalle la franchigia canadese, conducendola lo scorso anno alla prima finale di Conference della sua storia. Se non è un miracolo questo.
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Una storia molto lunga e avvincente, necessaria per spiegare con quale mentalità Ujiri ha fondato Giants of Africa nel lontano 2003. La sfida che si è posto davanti è proibitiva, ma la determinazione è massima. E i passi in avanti, in questi anni, sono stati tanti: dall’apertura di strutture sportive in Nigeria, Ghana, Kenya e Ruanda, alla realizzazione di un documentario su GOA – vincitore di diversi premi alla quinta edizione del Canadian Screen Awards -, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema. Non sarà un percorso facile, ma Masai ne è convinto: l’Africa diventerà il futuro del basket nel mondo. E potete essere d’accordo o meno, ma non provate a dirgli che sia impossibile.

 

Fed Cup, il grottesco spettacolo (scuse comprese) di Ilie Nastase

Fed Cup, il grottesco spettacolo (scuse comprese) di Ilie Nastase

La scorsa settimana due sono stati gli avvenimenti più importanti del Tennis mondiale. Da un lato le fasi finali del Master 1000 di Montecarlo – in cui si è imposto l’intramontabile Nadal, per la decima volta in carriera -, dall’altro le semifinali di Fed Cup, che vedevano opposte la Svizzera contro la Bielorussia e gli Stati Uniti contro la Repubblica Ceca. Eppure, una buona fetta dell’attenzione dei media non ha potuto non focalizzarsi su Costanza, in Romania, dove si teneva lo spareggio per il World Group II tra Gran Bretagna e Romania. Uno spareggio che, mediaticamente parlando, non sembrava avesse molto da raccontare. E il motivo di questo interesse ha un nome e cognome: Ilie Nastase.

Classe 1946, vincitore di uno US Open e di un Roland Garros nonché ex numero uno al mondo, Nastase è il capitano della squadra romena di Fed Cup. Una figura importante all’interno della federazione romena, nonché idolo indiscusso in patria. Eppure il suo status non gli ha impedito di rendersi protagonista di una serie di uscite davvero infelici, al limite del grottesco.  

Tutto ha avuto inizio il venerdì, durante una conferenza stampa. Un giornalista ha chiesto alla Halep un commento sull’inaspettata gravidanza di Serena Williams, quando Nastase si è rivolto in rumeno ad alcuni membri del suo entourage, pensando di non essere ascoltato, e ha chiesto: “Vedremo che colore avrà, cioccolato con latte?” Una battuta di cattivissimo gusto, dal quale trapelava non solo un razzismo nemmeno troppo velato, ma anche dei dubbi sulla paternità del bambino. Dubbi privi di fondatezza, visto che la Williams è da tempo fidanzata stabilmente con Alexis Ohanian, cofondatore di Reddit.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg, è in campo che Nastase ha dato il peggio di sé. Il sabato si sfidavano la Konta la Cirstea, il punteggio vedeva la britannica avanti 6-2 1-2. Visto il momento critico della giocatrice di casa, il pubblico ha creato una bolgia all’interno del palazzetto, provocando le lamentele del team britannico. E proprio in questo frangente Nastase ha perso le staffe, inveendo contro la Konta e la Keothavong, capitano della Gran Bretagna. “Sei una pu*****!”, le parole urlate addosso alla tennista, per poi rivolgersi alla Keothavong: “Qual è il tuo ca*** di problema?”.

 A quel punto è intervenuto il giudice di sedia, che ha costretto Nastase a lasciare il campo. La Konta, sconvolta da quanto accaduto, ha abbandonato a sua volta il campo per qualche minuto, la qual cosa ha mandato su tutte le furie la Cirstea, che trovava immotivato il suo allontanamento dal campo – per il quale in effetti l’arbitro non aveva dato l’ok -. Un parapiglia ingestibile, che ha reso incandescente il palazzetto. 

 E ovviamente le polemiche sono continuate anche a match finito – vinto in 2 set dalla Konta, per la cronaca – . La Cirstea ha manifestato tutta la sua rabbia, dichiarando che più volte nella sua carriera le sono state rivolti in campo insulti ben più gravi, eppure mai si è permessa di andarsene negli spogliatoi come ha fatto la britannica. La Konta e la Keothavong hanno invece duramente condannato l’atteggiamento deplorevole di Nastase. Soprattutto la Konta ha giustificato il suo comportamento spiegando che il pubblico, aizzato dal capitano romeno, aveva iniziato ad insultarla duramente, creando in lei una sorta di shock: non sarebbe riuscita a restare in campo con tutte quelle urla offensive nelle orecchie.

Nel tentativo di smorzare i toni è intervenuta anche Simona Halep.  La numero 1 di Romania ha provato a difendere il suo capitano – che lei stessa aveva caldamente voluto nel team romeno -, condannando sì il suo linguaggio, ma spiegando che il tutto era dovuto all’euforia del momento e al suo carattere esuberante. Al contrario, ci è andato giù pesante Dave Haggerty, presidente dell’ ITF: non solo ha stigmatizzato il modus operandi di Nastase e gli ha vietato di presiedere ai match di domenica, ma ha anche aperto un’indagine nei suoi confronti.

Ma ovviamente chi non poteva non intervenire se non lui, l’artefice di tutto? Nastase in un primo momento non ha affatto cercato di scusarsi, tutt’altro: “Non ho rimpianti e possono anche spedirmi in galera, non me ne frega. Tentavo solo di agire nell’interesse della mia giocatrice. L’inglese è uscita dal campo senza neanche chiedere il permesso e ammetto che l’ho chiamata pu***** in quell’istante. Continuava a voler calmare il pubblico, ma non siamo a teatro. Questo è un gioco. Questa gente vuole rendere un match di tennis un film silenzioso.Ha poi continuato: “Non me ne frega un ca*** se mi multano o non mi permettono fare più il capitano. Ho 70 anni e nemmeno mi pagano per essere il capitano della squadra. Vi ricordo che sono stato un numero uno, se togliete fuori un numero uno, questo non è positivo per il tennis.”.

 Inutile dire che, malgrado tutte le giustificazioni e le spiegazioni del caso, quella dell’ex-tennista romeno è stata una brutta figuraccia. Nella sua veste di istrione che ammanta le folle, Nastase voleva attirare l’attenzione del suo pubblico, rendersi protagonista come negli anni d’oro. Peccato che il suo spettacolo si è trasformato in una scena patetica, pregna di odio, misoginia e razzismo. Una scena che ha contribuito ad adombrare la sua figura di vecchia gloria del tennis, che malgrado il talento cristallino non ha mai brillato di luce propria, a causa di un comportamento troppo spesso sopra le righe.

Per ultima non ha potuto fare a meno di commentare anche un’altra diretta interessata, Serena Williams: “È avvilente vivere in una società dove persone come Ilie Nastase possano fare commenti razzisti verso me stesso e mio figlio non ancora nato, e commenti sessisti verso le mie colleghe.  Ma né questo né nient’altro mi proibirà di continuare a mettere amore, luce e positività in tutto quello che faccio. Continuerò a fare da portabandiera e a prendere posizione per ciò che è giusto.”

Nei giorni scorsi Nastase ha provato a mettere una pezza, scusandosi (o meglio giustificandosi) per le sue parole: “Mi è stato chiesto quale opinione avessi sul fatto che Serena fosse incinta. È stato lì che ho scoperto che era incinta e la mia reazione è stata spontanea. La Williams è una delle giocatrici più forti di sempre e so quanto abbia lavorato per ottenere quei risultati. Non è che stia cercando di difendere le mie parole, ma vi assicuro che dietro di esse ci sia il desiderio di difendere gli interessi del team e del tennis rumeno”. Parole di circostanza che non hanno convinto l’opinione pubblica.

Ed è proprio questa la differenza tra una persona di classe – campionessa o meno che sia – e un ex campione corroso dall’odio sta tutta qui.

Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Manca ancora un mesetto all’apertura dei battenti degli Internazionali BNL d’Italia, eppure sono già cominciate le immancabili polemiche. Il primo a dare inizio alle danze è stato nientemeno che Angelo Binaghi, presidente della FIT e esponente di spicco del torneo romano, che in un’intervista se ne è uscito con dichiarazioni a dir poco infelici su Roger Federer. Alle domande sull’assenza a Roma del campione elvetico ha infatti risposto visibilmente scocciato, con frasi al veleno: “Guardate, state parlando con uno che è sempre stato un grande tifoso di Rafa Nadal. Dopotutto Federer non ha neanche mai vinto qui e non credo che abbia dei bei ricordi, considerando che avrebbe dovuto vincere almeno due volte”.

Il presidente della FIT ha poi continuato affermando che un torneo prestigioso come gli Internazionali sia ben più forte delle assenze dei campioni. Per farla breve, la presenza di una star come Federer sarebbe quasi irrilevante, perché con o senza di lui gli spalti si riempirebbero comunque.

Le parole di Binaghi hanno ovviamente scatenato un putiferio mediatico: in primo luogo, il tentativo di minimizzare l’assenza di Roger è apparso ridicolo, perché, per quanto possa crescere il numero di spettatori, la mancanza in tabellone di un big del calibro di Federer si fa comunque sentire. Ma soprattutto, a far strabuzzare gli occhi è stata la stramba reazione di Binaghi: il voler sottolineare le cocenti sconfitte di Roger al Foro, schierandosi apertamente dalla parte del suo storico rivale, è sembrata più una ripicca di un bambino frignante e imbronciato, che non la distaccata analisi di un’importante figura istituzionale. E se a dare forfait fosse stato Rafa, cos’avrebbe fatto? Si sarebbe detto da sempre tifoso di Roger?

Inoltre, Binaghi ha forse dimenticato il sentimento di venerazione che il pubblico romano prova nei confronti di Federer. Basti pensare allo scorso anno, quando vennero in oltre cinquemila ad assistere ad un allenamento serale di Roger sul centrale. In cinquemila per un semplice allenamento, qualcosa mai visto prima d’ora.

E per fortuna il rapporto tra i tifosi romani e King Roger non verrà messo a repentaglio dalle spiacevoli dichiarazioni di Binaghi, visto che un mesetto fa l’elvetico ha scelto Roma tra le migliori città ospitanti tornei Master 1000. Infatti, se Indian Wells e Shanghai sono per lui i Master organizzati nel modo migliore, Roma è il più accogliente e confortevole. Un valido motivo per credere che Roger tornerà quanto prima al Foro.

Neanche il tempo di dimenticare le polemiche innescate dalle esternazioni di Binaghi, ed ecco un nuovo polverone mediatico. Stavolta il casus belli riguarda il trattamento ricevuto da Francesca Schiavone da parte degli organizzatori degli Internazionali. La tennista milanese, sulla soglia dei trentasette anni e all’ultimo anno di carriera, non ha ricevuto una wild-card per accedere né al tabellone principale né alle qualificazioni. Malgrado il desiderio della Leonessa di salutare per l’ultima volta il pubblico romano, gli organizzatori sono stati irremovibili. Motivo? Lo si deduce dalle parole di Sergio Palmieri, direttore del torneo: “Le abbiamo dato wild card sempre, adesso ha trentasei anni ed è ora di lasciar giocare un po’ le giovani”.

E, sinceramente, potrebbe sembrare più che condivisibile: è giusto dare spazio alle nuove leve. Ma poi, andando a vedere le due wild card assegnate nel tabellone principale, oltre a Sara Errani compare un nome: Maria Sharapova. Una tennista trentenne che torna dopo una squalifica per doping. Perché al suo posto non c’è un giovane prospetto italiano?

Ovviamente la risposta sta nello show-business. E’ inutile girarci intorno, da un punto di vista mediatico una star del calibro della Sharapova è ben più appetibile di tenniste alle prime armi o di una vecchia gloria ormai decaduta. Gli sponsor, il merchandising, i diritti TV rendono la sua presenza irrinunciabile, soprattutto dopo la sua lunga assenza dal circuito. Però, è necessario un briciolo di onestà intellettuale: la Schiavone viene sacrificata non per le giovani promesse italiane, ma solo per le logiche del mercato. Il che, per quanto comprensibile, è un po’ triste.

Tra l’altro, la milanese avrebbe rischiato anche di non essere ammessa nel tabellone del Roland Garros. Infatti, malgrado il suo status di ex-campionessa del torneo, anche in questo caso non era prevista per lei nessuna wild card – a differenza della Sharapova, ovviamente -. Il suo potere manageriale non contava praticamente nulla. Eppure, la Leonessa ha ovviato al problema a modo suo: con un ruggito. Malgrado l’età e la posizione 168 del ranking, Francesca ha conquistato il titolo nel torneo di Bogotà, battendo tenniste ben più quotate come la Bertens, la Larsson e la Arruabarrena. In questo modo ha scalato ben 64 posizioni nel ranking, diventando la 104 al mondo e accedendo così nel main draw del French Open. Il tutto, ironia della sorte, giocando a Bogotà con una wild card.

Tornando al Foro Italico, per poter giocare la Schiavone dovrebbe prendere parte alle pre-qualificazioni. Il che è altamente improbabile, anche stando a quanto detto da Palmieri. Un vero peccato non poter assistere all’ultimo giro di valzer della Leonessa in territorio nostrano. Così come è un vero peccato che un torneo come quello romano – tra i migliori 6-7 al mondo – venga coinvolto in dibattiti di questo tipo. Prima le assurde parole contro Federer, quasi a fargli un dispetto, poi le porte sbarrate alla Schiavone dietro motivazioni tutt’altro che veritiere. E’ spiacevole ammetterlo, ma perché un torneo raggiunga livelli di eccellenza non basta vendere tutti i biglietti o accaparrarsi gli sponsor migliori. Non basta nemmeno una capacità organizzativa perfetta. Serve anche un tocco di classe. E, in questo caso, nel torneo romano la classe proprio non s’è vista.