Murray, Nole, Kerber: il crollo dei numeri 1 e l’inizio del caos

Murray, Nole, Kerber: il crollo dei numeri 1 e l’inizio del caos

Il Master 1000 di Indian Wells, terminato la scorsa notte, ha contribuito a mettere in risalto una tendenza che va avanti ormai da mesi: i numeri 1 al mondo non riescono più a vincere. Nel torneo statunitense sia Andy Murray che Angelique Kerber non sono riusciti ad approdare nemmeno ai quarti di finale, e anche Novak Djokovic è andato incontro allo stesso destino, uscendo anzitempo e contro pronostico.

Dei tre Nole è quello che ha meno da recriminare, visto che è stato estromesso da un Nick Kyrgios in stato di grazia, che si è tolto di dosso i panni del bad boy e a ha bombardato a suon di vincenti il campione serbo ( per poi ritirarsi prima dell’incontro con Federer), apparso comunque parecchio sottotono. Al contrario, Murray si è lasciato sorprendere da Pospisil, giocatore forte ma tutt’altro che irresistibile, apparendo sul campo spento e svogliato. Mentre per la Kerber – che sarà numero 1 dalla prossima settimana, per via del forfait di Serena Williams ad Indian Wells e Miami -, la netta sconfitta con la Vesnina, numero 15 del mondo che si è aggiudicata il torneo femminile contro la Kuznetsova, è l’ennesima riprova della sua incostanza, che spesso la rende impotente sul campo anche contro giocatrici ben meno quotate.

Ma da cosa dipende questo evidente crollo? Quali sono le motivazioni dietro queste inaspettate sconfitte?

Per Djokovic questo “periodo nero” risale allo scorso anno: dopo la vittoria al Roland Garros sono arrivate sconfitte cocenti, in primis le batoste rimediate a Wimbledon e agli Australian Open per mano di Querrey e Istomin. Dopo aver conquistato il French Open – l’ultimo Slam che mancava al suo palmarès – Nole ha vinto solo a Toronto e a Doha, mostrando un calo non tanto a livello fisico, quanto a livello mentale, punto di forza a cui si era spesso affidato nei momenti critici dei suoi match. Il motivo? Lo ha spiegato lui stesso in un’intervista rilasciata pochi giorni fa: Essere numero uno al mondo è ancora uno degli obiettivi. Voglio tornare in quella posizione, ma non è la priorità principale.”.  Questo perché, nell’ottobre 2014, il tennista serbo è diventato padre del piccolo Stefan e nel giro di pochi mesi sono cambiate le gerarchie nella sua vita: prima bisogna essere un ottimo padre e marito, poi un ottimo tennista.

 E Murray, approfittando delle defiance di Nole, era stato protagonista di una seconda metà di 2016 strepitosa. A parte l’inattesa sconfitta a Flushing Meadows per mano di Nishikori, lo scozzese aveva fatto man bassa di titoli, andando a conquistarsi la vetta del ranking a fine anno. Da lui ci si aspettava un 2017 scoppiettante, e invece…buio più totale. Perché al di là delle premature sconfitte sia a Indian Wells – da sempre torneo a lui ostico – che agli Australian Open, il Murray del 2017 sembra una copia sbiadita del passato. Lui, che non è mai stato un tennista dal gioco spumeggiante, sembra soffrire proprio nei suoi punti di forza: la solidità da fondo e la grinta. E probabilmente, il motivo dietro questa involuzione sta nella mancanza di nuovi stimoli: dopo la straordinaria cavalcata del 2016 e il raggiungimento della cima del ranking, Murray sembra svuotato, privo di obiettivi concreti. Chissà, forse il buon Lendl riuscirà a riportarlo sui binari giusti?

 Per la Kerber il discorso è molto diverso. Se sulla carta è lei la numero 1 al mondo, nella realtà Serena Williams, anche se non al top della forma, è de facto la regina del circuito. E anche in assenza dell’americana, Angelique nel 2017 ha dimostrato più volte di non essere veramente la “prima della classe”, subendo sconfitte con giocatrici contro cui avrebbe dovuto legittimare il suo primato. Malgrado la sua incredibile mobilità sul campo e l’invidiabile capacità di ribaltare punti in cui è in situazione di svantaggio, la tedesca continua a mal sopportare il suo status, il fatto di essere la tennista da battere. E se lo scorso anno era stata in grado di conquistare ben due Slam, giocando un tennis concreto ma sfiancante, quest’anno proprio non riesce ad innalzare il suo livello, anche a causa dell’enorme pressione sulle spalle.

Le motivazioni di questo crollo ai vertici del ranking possono essere le più svariate, ma il risultato finale è solo uno: il caos. Già, perchè nel femminile, con Serena ancora ai box e la Kerber così altalenante, sarà difficilissimo capire chi vincerà ogni singolo torneo, con da un lato le giovani ( ma nemmeno troppo) promesse Pliskova, Muguruza, Svitolina, dall’altro le sempreverdi Kuznetsova, Radwanska e l’intramontabile Venus Williams, il tutto condito con le immancabili outsider,vedi alla voce, per l’appunto Vesnina, Mladenovic, Vandeweghe e chi più ne ha più ne metta.

E nel maschile? Il caos è ancor più confusionario, il 2017 sembra l’anno giusto per una convergenza astrale. Con Murray e Djokovic non ancora al meglio, ecco  l’imperdibile opportunità per la Next Generation: i vari Thiem, Zverev, Kyrgios tutti all’arrembaggio per spodestare il re del ranking di turno. Un’occasione da non farsi scappare, se non fosse per il ritorno in auge di due campioni che non patiscono lo scorrere del tempo: Roger e Rafa, ancora loro, pronti a danzare nell’arena a suon di vincenti. Senza poi dimenticarci di altri indiscussi pretendenti al trono, come Wawrinka – sono tre anni di fila che, quasi in silenzio, si porta a casa uno Slam -, Raonic, Nishikori, Dimitrov e  tanti altri. Un guazzabuglio di talenti, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

E in questa condizione di costante incertezza, in questo caotico guerreggiare senza che si intraveda un vincitore, è proprio in tutto questo che sta l’essenza del tennis. Godiamoci quest’imprevedibilità, godiamoci questo caos. E, visto il risultato di questa notte, godiamoci l’eterno Roger Federer.

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

KB3: l’origine della metamorfosi di Russell Westbrook

31.7 punti, 10.1 assist e 10.6 rimbalzi. Queste le stupefacenti medie che sta tenendo Russell Westbrook in questa Regular Season. Tripla doppia di media, roba che non si vedeva dai tempi di Oscar Robertson, nel lontano 1962. Il suo gioco potrà sembrare troppo individualista, le palle perse potranno apparire eccessive (5.5 di media a gara), le sue scelte durante le partite potranno sembrare spesso azzardate o insensate, però  è innegabile: sta riscrivendo una pagina di storia di questo sport.

Russell sa distinguersi, sempre e comunque. Se sul campo a parlare sono le sue giocate strepitose e il suo atletismo fuori dal comune, al di fuori si è fatto notare per il suo modo di vestire alquanto “pittoresco”. La sua grinta, la sua maniacale determinazione sul parquet, unite alla suo comportamento stravagante e a tratti borioso, lo hanno reso a tutti gli effetti un’icona. Anche se, a differenza della maggior parte delle star, Westbrook non solo non ama parlare di sé coi media, ma non era neanche intenzionato a diventare una star. Al contrario, per sua stessa ammissione fino al liceo era un “secchione”, passava ore e ore sui libri e progettava di andare a studiare a Stanford. Finchè qualcosa non gli ha fatto cambiare idea. E Russell stesso ci tiene a ricordare quel qualcosa che lo ha cambiato, profondamente. Come? Indossando, ogni singola partita, un braccialetto con la sigla KB3. Cosa significa?

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 Torniamo indietro nel tempo, precisamente al 2002. Il giovane Westbrook, quattordicenne, è un ragazzino di un metro e settanta, gracile, che sa trattare bene la palla a spicchi. Gioca alla Leuzinger High School, a Lawndale, in California, senza però impressionare. Del resto, il suo talento è letteralmente oscurato da Khelcey Barrs III, suo coetaneo, che mostra delle doti atletiche e un talento spaventosi, al punto da essere già convocato in prima squadra contro ragazzi di 3 o 4 anni più grandi.

Tra Khelcey e Russell non c’è astio o acrimonia, ma solo una sana, genuina amicizia. I due vivono infatti sulla stessa via e sono migliori amici fin da bambini. Da sempre giocano sui campetti insieme e il loro sogno, un po’ utopico, è di approdare insieme a UCLA, l’università losangelina per eccellenza. Anche se lo strapotere di Kelchey sul parquet lo rende molto più promettente del giovane Russell.

Nel maggio 2004 il loro allenatore decide di portarli al Los Angeles Southwest College, dove si tiene un piccolo torneo in cui gareggiano anche atleti universitari. Il contesto ideale per valorizzare il talento dei 2 sedicenni. Barrs gioca una serie di partite a un livello pazzesco, conducendo di fatto la sua squadra in un filotto di vittorie. E un pomeriggio, terminata l’ennesima partita di assoluto strapotere sul campo, Khelcey si trattiene a chiacchierare con alcuni ragazzi, mentre Westbrook, sfinito, saluta tutti. E proprio a seguito dell’uscita di Russell, accade l’imprevedibile: Khelcey tutt’a un tratto accusa un forte dolore al petto, si accascia a terra, va in arresto cardiaco. Di lì a poco, la morte.

La diagnosi parlerà di cardiomegalia, ossia un accrescimento del cuore, la cui causa può derivare o da uno sforzo eccessivo o da una condizione congenita. Una disgrazia inimmaginabile, che stronca la vita di un sedicenne, dal futuro radioso.

Russell non ci crede, non può essere vero. Piange per il suo amico inseparabile, non riesce a capacitarsi di quanto sia successo.  Per supportare la famiglia Barrs in quel momento critico, si mette a disposizione, svolgendo tutte le mansioni che spettavano a Kelchey. Ma questo non basta, lui stesso si rende conto che il suo migliore amico merita di più. Una rabbia crescente inizia ad animare il sedicenne Westbrook. E’ l’inizio della metamorfosi.

 Per coronare il sogno suo e di Khelcey, Russell comincia a sfoderare una prestazione allucinante dietro l’altra. Sembra indemoniato. Quello che Barrs faceva sul campo, Westbrook lo riproduce, il tutto elevato al quadrato. Sembra di vedere 2 persone nel corpo di una sola, una mutazione stupefacente.

 Da lì, il resto è storia: l’approdo a UCLA, ad esaudire il loro desiderio comune, la scelta al Draft da parte di OKC con la quarta pick, il crescendo di stagione in stagione, fino alla definitiva consacrazione in questa Regular Season. Un cammino trionfale, che potrebbe concludersi con il premio MVP – Harden permettendo -. E chissà, magari in futuro con l’agognato titolo.

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E insieme al braccialetto con la sigla KB3 – portato ogni sera al polso in memoria di Khelcey -, Russell indossa anche un altro bracciale, con su la scritta “Why not?”. Questo negli anni è diventato il suo mantra. Un approccio, una visione che guida Russell fuori e dentro al campo, e lo rende incapace di arrendersi. Mosso non solo dalle sue ambizioni, ma anche dalla volontà di ricordare il suo migliore amico. Voglio che la gente sappia che Khelcey poteva essere il giocatore più forte del paese, e sarà sempre parte della mia vita”, queste le sue parole rilasciate anni fa. E ora, Russell mira al traguardo del suo amico fraterno, allo status di giocatore più forte di tutti. Non solo per se stesso, ma anche per Khelcey. E al di là dell’esito della sua battaglia personale, non possiamo che inchinarci davanti a Russell Westbrook.

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Thon Maker: dal Sudan alla conquista dell’America, decreto Trump permettendo

Che il mondo NBA sia apertamente schierato contro la presidenza Trump non lo scopriamo di certo oggi. La stragrande maggioranza dei giocatori da sempre s’è opposta alle politiche protezionistiche del tycoon, schierandosi a difesa dei diritti degli afroamericani e degli immigrati. E il dissenso nei confronti del neoeletto presidente si è ancor più accentuato a seguito dell’ultimo decreto anti-immigrazione, che vieta l’ingresso negli USA ai cittadini provenienti da 7 stati musulmani – Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen e Sudan – . Un dissenso talmente ampio da spingere Mike Bass, portavoce della Lega, a presentare un documento di forte condanna verso il decreto. Come mai un intervento così deciso da parte di una figura di spicco in NBA?

Perché il decreto riguarda da vicino due atleti della Lega, Luol Deng e Thon Maker. Entrambi nati in Sudan, malgrado la doppia cittadinanza – il primo è naturalizzato britannico, il secondo australiano – il decreto potrebbe bloccarli alla frontiera, soprattutto durante le trasferte in territorio canadese. Una situazione davvero sgradevole, che ha innescato la mobilitazione dell’intera NBA. E se l’ala dei Lakers ha comunque avuto una lunga e prolifica carriera, per il lungo di Milwaukee, selezionato nello scorso draft con la decima chiamata, sarebbe un schiaffo morale durissimo da digerire.

Maker ha infatti dovuto affrontare una vera e propria Odissea, prima di approdare nel basket che conta. Nato nel febbraio 1997 a Wau, nel Sudan del Sud, all’età di cinque anni dovette rifugiarsi nella vicina Uganda, a causa della terribile guerra civile che falcidiava il suo Paese. Ma anche in Uganda la situazione politica era instabile, e per di più il governo di Kampala appoggiava lo schieramento degli indipendentisti, che si opponeva strenuamente allo stato sudanese. Meglio cambiare aria. Insieme agli zii e ai fratelli Thon intraprende un lungo viaggio che lo porterà in Australia, a Perth, dove riceverà asilo come rifugiato.

Qui ha inizio la sua nuova vita. A Mirrabooka, nella periferia di Perth, comincia a dedicarsi al basket e al soccer, supportato da mezzi atletici spaventosi. A 11 anni sfiora già i due metri! E compiuti 13 anni  incontra Edward Smith, figura che in Australia si prodiga, tramite lo sport, nel favorire l’inserimento degli immigrati nella società. Smith si accorge dell’enorme potenziale del ragazzo, tant’è che convince la zia a lasciarlo venire con lui a Sydney, dove Thon militerà nella Saint George Basketball Association fino al 2011. Da lì, gli si spalancano le porte degli States: Smith, diventato per lui un mentore, prima lo porta in un talent camp in Texas, poi fa in modo che si iscriva alla Carlisle School, a Martinsville, in Virginia.

Al liceo Maker sembra inarrestabile nel ruolo di centro, siglando 22 punti e 13 rimbalzi di media a partita. Ma non sono le sue eccezionali prestazioni a regalargli la fama in tutta America, quanto piuttosto alcuni video caricati su Youtube, divenuti in pochi giorni virali, in cui mette in mostra il suo spaventoso ball-handling, malgrado i suoi 216 cm di altezza. In breve diventa una celebrità, da ogni dove spuntano tifosi e scout che vogliono testare le sue capacità.

Nel settembre 2014 Thon si rimette in viaggio: stavolta si trasferisce col fratello in Canada, precisamente a Mono, in Ontario, per seguire le orme di Edward Smith che era assistant coach nell’Athlete Institute di Mono. Anche qui le sue prestazioni fanno scalpore, c’è chi lo paragona a Anhony Davis, chi a Kevin Garnett. La pressione inizia a farsi sentire sulle sue spalle. Sull’onda dell’entusiasmo, decide di diplomarsi in anticipo, così da poter essere scelto in qualche college e giocare in NCAA. Vuole diventare una star, e per questo decide di bruciare le tappe. Ma, convocato al Nike Hoop Summit – torneo ideale per mettersi in mostra -, segna appena 2 punti con un misero 0/5 dal campo. E la domanda sorge spontanea:Thon Maker è un flop?

Maker è ancora richiesto da diversi college, eppure tutto l’hype nei suoi confronti  sembra sbiadirsi giorno dopo giorno. Molti lo considerano un bidone, altri stravedono per lui. La pressione che lo assale, la confusione che gli riempie il cervello, finchè non arriva una decisione inaspettata: non decidere nulla. Thon non sceglie nè di iscriversi al college, né di intraprendere la carriera da professionista all’estero.

E cosa fa? Benché già diplomato, resta all’Athlete Institute di Mono, giocando un altro anno a livello collegiale. Una scelta che ha dell’incredibile, ma che risulterà vincente. Thon si allena come un ossesso, in un ambiente familiare e lontano dagli occhi degli scout, finché non manifesta al grande pubblico le sue intenzioni: andare a giocare direttamente in NBA. Il che sembrerebbe impossibile, visto che dal 2005 la Lega impedisce il passaggio diretto dal liceo alla NBA. Ma c’è di mezzo il 2015-2016, stagione in cui Thon ha sì giocato al liceo, ma dopo essersi diplomato l’anno prima. Proprio per questo, dopo lunghe consultazioni legali, l’NBA ha dato l’ok: Maker può dichiararsi al Draft pur senza aver giocato al college.

 Ed ecco che torna la Maker-mania: gli addetti ai lavori e gli scout tornano ad interessarsi a lui, cercando di carpire informazioni sul suo conto. Ma Thon, stavolta, s’è fatto furbo: non solo non pubblica nessun video che lo sponsorizzi, ma dà forfait a tutti i tornei organizzati per i migliori prospetti a livello nazionale. Attorno alla sua figura aleggia il mistero, nessuno conosce il suo reale valore. E sarà proprio questa la sua fortuna: malgrado i tanti dubbi, i Bucks decidono di rischiare e lo scelgono con la decima pick al Draft, nello stupore generale e contro qualunque pronostico.

 E dopo una prima parte di stagione altalenante – soprattutto a causa della sua esile struttura fisica -, nelle ultime 10 partite Maker ha trovato un posto da titolare a Milwaukee. Il suo è un gioco ancora grezzo e acerbo, i minuti in campo di media sono ancora pochi, ma i miglioramenti si notano a vista d’occhio. Proprio per questo, non è giusto che la sua carriera venga messa a repentaglio da un decreto governativo, solo perché la sua terra natia è il Sudan. Negli ultimi giorni a ribadire questo concetto è stato anche Alexander Lasry, proprietario dei Bucks, nonché figlio di un immigrato marocchino. Lui stesso si è detto orgoglioso tanto di suo padre quanto di Thon, per la capacità di eccellere anche in un Paese che li ha accolti. Ed è proprio questo il punto:un ragazzo così non merita di essere sbattuto fuori, ma di essere valorizzato. E non sarà certamente il decreto di Trump a fermare la sua scalata al successo.

La favola di Yogi Ferrell, da undrafted a uomo dei record

La favola di Yogi Ferrell, da undrafted a uomo dei record

Se chiedessero di scegliere una sola parola per descrivere la stagione dei Dallas Mavericks, quella parola verrebbe fuori spontanea: sfortuna. Mesi e mesi in balia degli infortuni – coi vari Nowitzki, Bogut, Barea, Deron Williams spesso in infermeria – e con il buon Rick Carlisle costretto a fare i salti mortali per formare un quintetto decente. Un coach disperato che, se solo ce li avesse, si strapperebbe i capelli dalla rabbia.

Eppure tra fine gennaio e i primi di febbraio a Dallas è tornato a splendere il sole. Merito del solito WunderDirk? O di Harrison Barnes, atteso per il definitivo salto di qualità? Oppure ci ha messo lo zampino Seth Curry, fratello del più noto Steph? Ovviamente tutt’e tre stanno fortemente contribuendo all’attuale trend positivo dei Mavs, però è stato qualcun altro ad innescare il tutto. Qualcuno che, se non si legge con attenzione, potrebbe essere scambiato per l’orso più famoso dei cartoon americani. Qualcuno che, sulla carta d’identità, porta scritto Yogi Ferrell.

 La storia di Ferrell, nativo di Greenfield, Indiana, non è poi molto dissimile dalle carriere di tanti altri giocatori. Fin da bambino si distingue per il suo talento con la palla a spicchi, al Park Tudor High School di Indianapolis si mette in mostra nello spot di point-guard a suon di punti e assist, diventando un prospetto molto interessante. Poi al College, a Indiana University, migliora ulteriormente sia in attacco che in difesa, riscrivendo il libro dei record del suo ateneo, soprattutto alla voce assist.

Ma, come al solito, non sempre tutto fila liscio come l’olio. Yogi è alto solo 1.83 metri, e, malgrado il mix di carisma e talento che dimostra ogni sera in campo, gli scout NBA storcono un po’ il naso. Con quell’altezza in NBA ci entri solo se sei un fenomeno – Nate Robinson e Isaiah Thomas ne sanno qualcosa-. Ed è proprio per questo motivo che al draft 2016 non viene selezionato da nessuna franchigia.

 Ma Yogi ha comunque l’occasione di calcare il parquet NBA. Infatti, dopo aver iniziato la stagione in D-League coi Long Island Nets, riesce ad esordire in NBA con la maglia dei Brooklyn Nets, sfruttando le evidenti lacune nel roster newyorkese. Ma la delusione è dietro l’angolo: malgrado i 5 punti e 3 assist sfornati in soli 14 minuti di impiego, Ferrell non convince la dirigenza dei Nets, che decide di rispedirlo in D-League.

 Ferrell viene richiamato più e più volte da Brooklyn, per poi essere puntualmente rimandato in D-League. Un “tira e molla” che continua per mesi e che non fa altro che snervarlo. Finché non arriva la proposta che non ti aspetti: il 28 gennaio i Mavericks gli propongono un contratto di dieci giorni. Del resto in quel di Dallas la situazione è critica: non solo i tre playmaker di squadra – Barea, Harris e Williams – sono alla prese con gli infortuni, ma anche Pierre Jackson, preso appositamente dai Texas Legends  in D-League, è costretto a restare ai box per un’infiammazione al tendine di Achille. Sembra proprio che una maledizione si stia abbattendo sulla franchigia texana.

In realtà, il proprietario dei Mavs Mark Cuban non lo sa, ma ha fatto l’affare dell’anno. Ferrell parte da titolare il 29 gennaio contro i ben più quotati San Antonio Spurs di Popovich e sigla 9 punti e ben 7 assist, risultando una pedina importante per la vittoria dei Mavs. Fortuna del principiante? Macché, questo è solo l’inizio! Nel match successivo Dallas deve fare i conti contro i Cavs di Lebron e lui cosa fa? Porta i suoi alla vittoria con 19 punti, per di più limitando in difesa un realizzatore del calibro di Kyrie Irving. Ma il bello deve ancora venire: dopo la vittoria contro i Sixers,  in casa dei Blazers Ferrel mette a segno ben 32 punti e 5 assist, con un irreale 9 su 11 da 3. E sarà proprio la sua ultima tripla, a 19 secondi dal termine, a chiudere i giochi e a regalare a Dallas una vittoria fondamentale in ottica playoff.

 In un sol colpo Ferrell eguaglia il record di triple in un solo match per un rookie e diventa il terzo undrafted nella storia a siglare un trentello nelle prime 15 gare disputate in carriera. E se questo non bastasse come lieto fine per la sua favola, Mark Cuban ha pensato al resto: pronto per lui un contratto di 2 anni ai Mavericks. Niente più rischio di essere rispedito da un giorno all’altro nei meandri bui della D-League.

 Nelle ultime uscite dei Mavs era tornato a disposizione Deron Williams, con Ferrell che ha dovuto abbandonare il suo ruolo da titolare. Nel roster texano a tutt’oggi ci sono ben 3 playmaker (Deron Williams è in procinto di passare ai Cavaliers) e quando saranno tutti a disposizione sarà bagarre per avere del minutaggio sul parquet. Ma questo non è un problema. Yogi ha già dimostrato di che pasta è fatto e tutt’ora, pur uscendo dalla panchina, sta rivestendo un ruolo determinante nel sistema di gioco di Carlisle. Ora, con due anni di contratto e un talento non indifferente a disposizione, avrà finalmente la chance di mettere in mostra tutto il suo potenziale. E magari, di  provare a fare quel che gli riesce meglio: riscrivere nuovi record.

Tennis: quando il coach è “di famiglia”

Tennis: quando il coach è “di famiglia”

A poche settimane dall’epica finale degli Australian Open tra Federer e Nadal, è arrivata una clamorosa notizia, che probabilmente si ripercuoterà sul futuro della carriera del tennista spagnolo: dal 2018 Toni Nadal non sarà più il coach di suo nipote Rafa.

 A dichiararlo è stato lo stesso Toni qualche giorno fa, in un’intervista nella quale ha spiegato le motivazioni della sua scelta. Da un lato, la volontà di dedicarsi a tempo pieno alla nuovissima Rafa Nadal Academy – inaugurata l’ottobre scorso a Mallorca -con l’intento di far maturare e valorizzare nuovi giovani talenti; dall’altro, la crescente consapevolezza di aver perso il potere decisionale di cui godeva anni fa: “Fino ai 17 anni decidevo tutto io, poi è venuto Carlos Costa come manager, si è avvicinato il padre, ognuno con i loro pareri. E la verità è che ogni anno io decido sempre meno, fino al punto in cui non deciderò più niente!”

Lo zio da sempre è stato un uomo rigido, dall’encomiabile etica del lavoro. E’ stato affianco a Rafa sui campi da tennis da quando aveva 3 anni, spronandolo e ottenendo sempre il massimo da lui. I 69 titoli ATP, tra cui ben 14 Slam, 28 Master 1000 e un oro olimpico ne sono una prova solare. E con il nipote ha sempre avuto un ottimo rapporto, basato sulla fiducia e il rispetto reciproci. Ma evidentemente, soprattutto dopo l’arrivo nel 2014 di Moya nell’entourage di Rafa, zio Toni ha capito che è giunto il momento di farsi da parte. 

 La loro è stata senza dubbio una delle accoppiate più vincenti della storia del tennis. Il che è ancor più sorprendente se si tiene conto del loro legame: Toni non era soltanto il suo coach, ma anche suo zio. Come gestire un rapporto simile, in cui dover bilanciare l’affetto parentale con l’obiettività propria dell’allenatore? Una situazione molto difficile, ma non così rara nel mondo del tennis. Una situazione che può sì comportare enormi vantaggi, come nel caso di Rafa, ma anche provocare immani catastrofi.

Uno dei primissimi esempi di una situazione simile riguarda Suzanne Lenglen.  La tennista francese negli anni ’20 vinse la bellezza di 12 Slam. E gran parte del merito non può che essere del padre Charles, che la allenava quotidianamente ed era solito piazzare sul campo dei pezzetti di carta, che la figlia doveva colpire con la pallina. E se non ci fosse riuscita? Niente pane né acqua a pranzo! Un metodo poco ortodosso, ma sicuramente fruttuoso.

E anche Caroline Wozniacki, ex numero 1 del mondo, deve molto al padre Piotr. E’ lui che la allena fin dall’età di 7 anni, è lui che l’ha plasmata da un punto di vista tennistico, riuscendo a scindere l’amore paterno dal suo ruolo di coach. E se la tennista danese nel 2015 aveva deciso di affidarsi ad Arantxa Sanchez Vicario, ora è tornata nuovamente sotto la guida paterna, convinta più che mai che “la miglior cosa per me è avere mio papà come allenatore.

Ma non sempre avere un padre o un parente come allenatore risulta essere la scelta più saggia. Caso lampante è il ruolo di padre/coach di Sergio Giorgi con la figlia Camila. Ok, la tennista maceratese è ancora giovane e, talentuosa com’è, potrebbe esplodere da un momento all’altro. Però sono anni che ci si aspetta da lei un definitivo salto di qualità, mentre finora la sua carriera è costellata di poche soddisfazioni e tante, cocenti delusioni. Delusioni che a volte vengono imputate proprio a papà Sergio: personaggio strambo e spesso sopra le righe, il padre da sempre ha trascurato l’aspetto tattico nel gioco di Camila, concentrandosi solo su un tennis potente e aggressivo e sulla ricerca, spasmodica, del colpo vincente. Non importa chi sia l’avversario dall’altra parte della rete, Camila gioca sempre nello stesso identico modo, con forzature e soluzioni sempre più estreme. Una strategia che, almeno finora, non sta pagando.

E in alcuni casi, un padre coach può diventare una vera tragedia. E’ il caso, ad esempio, di Aravane Rezai, allenata per anni dal padre Arsalan. L’uomo stravedeva per la figlia fin da piccola e voleva che diventasse numero 1 al mondo. Ma durante gli anni i suoi sogni sono sfumati. Di pari passo  ha iniziato a covare una rabbia crescente, che si è riverberata sulla Rezai, al punto tale che nel 2011, durante gli Australian Open, l’ha minacciata fisicamente negli spogliatoi. Il tutto a causa della necessità di emancipazione da parte della tennista, da tempo alla ricerca di un nuovo coach contro il volere paterno. Una vicenda resa ancor più scabrosa dal fatto che la famiglia Rezai, di origini iraniane, non vedeva di buon occhio l’occidentalizzazione della figlia. Una vicenda che ha visto la Rezai chiudere dolorosamente ogni rapporto con la sua famiglia.

E una sorte non troppo diversa è toccata anche a Bernard Tomic, grande promessa del tennis australiano. Anche in questo caso c’è di mezzo un padre allenatore tutt’altro che tranquillo. John Tomic da sempre è stato al centro di episodi davvero poco piacevoli: nel 2006 venne alle mani con alcuni allenatori, nel 2008 costrinse il figlio al ritiro per protesta, nel 2010 litigò pesantemente col direttore degli Australian Open e l’anno seguente, durante un incontro, il figlio Bernard chiese di farlo allontanare dalle tribune a causa del suo atteggiamento increscioso. E poi, la rissa del maggio 2013: il padre che picchia il figlio, l’intervento dello sparring partner Thomas Drouet, e John Tomic che prende a testate quest’ultimo, per poi essere arrestato dalla polizia. Sembrerebbe un film comico di Boldi e De Sica, ma purtroppo è tutto vero. 

 E, incredibile ma vero, John Tomic è a tutt’oggi il coach di Bernard, nonostante tutto quello che abbia combinato.  Una sorta di sindrome di Stoccolma, che tiene ostaggio il figlio nella morsa del padre. Una situazione davvero spiacevole, che fa capire che, malgrado tutti i suoi difetti, di personaggi come Toni  Nadal ce ne siano veramente pochi.