Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Internazionali d’Italia: Federer, Schiavone e le solite polemiche

Manca ancora un mesetto all’apertura dei battenti degli Internazionali BNL d’Italia, eppure sono già cominciate le immancabili polemiche. Il primo a dare inizio alle danze è stato nientemeno che Angelo Binaghi, presidente della FIT e esponente di spicco del torneo romano, che in un’intervista se ne è uscito con dichiarazioni a dir poco infelici su Roger Federer. Alle domande sull’assenza a Roma del campione elvetico ha infatti risposto visibilmente scocciato, con frasi al veleno: “Guardate, state parlando con uno che è sempre stato un grande tifoso di Rafa Nadal. Dopotutto Federer non ha neanche mai vinto qui e non credo che abbia dei bei ricordi, considerando che avrebbe dovuto vincere almeno due volte”.

Il presidente della FIT ha poi continuato affermando che un torneo prestigioso come gli Internazionali sia ben più forte delle assenze dei campioni. Per farla breve, la presenza di una star come Federer sarebbe quasi irrilevante, perché con o senza di lui gli spalti si riempirebbero comunque.

Le parole di Binaghi hanno ovviamente scatenato un putiferio mediatico: in primo luogo, il tentativo di minimizzare l’assenza di Roger è apparso ridicolo, perché, per quanto possa crescere il numero di spettatori, la mancanza in tabellone di un big del calibro di Federer si fa comunque sentire. Ma soprattutto, a far strabuzzare gli occhi è stata la stramba reazione di Binaghi: il voler sottolineare le cocenti sconfitte di Roger al Foro, schierandosi apertamente dalla parte del suo storico rivale, è sembrata più una ripicca di un bambino frignante e imbronciato, che non la distaccata analisi di un’importante figura istituzionale. E se a dare forfait fosse stato Rafa, cos’avrebbe fatto? Si sarebbe detto da sempre tifoso di Roger?

Inoltre, Binaghi ha forse dimenticato il sentimento di venerazione che il pubblico romano prova nei confronti di Federer. Basti pensare allo scorso anno, quando vennero in oltre cinquemila ad assistere ad un allenamento serale di Roger sul centrale. In cinquemila per un semplice allenamento, qualcosa mai visto prima d’ora.

E per fortuna il rapporto tra i tifosi romani e King Roger non verrà messo a repentaglio dalle spiacevoli dichiarazioni di Binaghi, visto che un mesetto fa l’elvetico ha scelto Roma tra le migliori città ospitanti tornei Master 1000. Infatti, se Indian Wells e Shanghai sono per lui i Master organizzati nel modo migliore, Roma è il più accogliente e confortevole. Un valido motivo per credere che Roger tornerà quanto prima al Foro.

Neanche il tempo di dimenticare le polemiche innescate dalle esternazioni di Binaghi, ed ecco un nuovo polverone mediatico. Stavolta il casus belli riguarda il trattamento ricevuto da Francesca Schiavone da parte degli organizzatori degli Internazionali. La tennista milanese, sulla soglia dei trentasette anni e all’ultimo anno di carriera, non ha ricevuto una wild-card per accedere né al tabellone principale né alle qualificazioni. Malgrado il desiderio della Leonessa di salutare per l’ultima volta il pubblico romano, gli organizzatori sono stati irremovibili. Motivo? Lo si deduce dalle parole di Sergio Palmieri, direttore del torneo: “Le abbiamo dato wild card sempre, adesso ha trentasei anni ed è ora di lasciar giocare un po’ le giovani”.

E, sinceramente, potrebbe sembrare più che condivisibile: è giusto dare spazio alle nuove leve. Ma poi, andando a vedere le due wild card assegnate nel tabellone principale, oltre a Sara Errani compare un nome: Maria Sharapova. Una tennista trentenne che torna dopo una squalifica per doping. Perché al suo posto non c’è un giovane prospetto italiano?

Ovviamente la risposta sta nello show-business. E’ inutile girarci intorno, da un punto di vista mediatico una star del calibro della Sharapova è ben più appetibile di tenniste alle prime armi o di una vecchia gloria ormai decaduta. Gli sponsor, il merchandising, i diritti TV rendono la sua presenza irrinunciabile, soprattutto dopo la sua lunga assenza dal circuito. Però, è necessario un briciolo di onestà intellettuale: la Schiavone viene sacrificata non per le giovani promesse italiane, ma solo per le logiche del mercato. Il che, per quanto comprensibile, è un po’ triste.

Tra l’altro, la milanese avrebbe rischiato anche di non essere ammessa nel tabellone del Roland Garros. Infatti, malgrado il suo status di ex-campionessa del torneo, anche in questo caso non era prevista per lei nessuna wild card – a differenza della Sharapova, ovviamente -. Il suo potere manageriale non contava praticamente nulla. Eppure, la Leonessa ha ovviato al problema a modo suo: con un ruggito. Malgrado l’età e la posizione 168 del ranking, Francesca ha conquistato il titolo nel torneo di Bogotà, battendo tenniste ben più quotate come la Bertens, la Larsson e la Arruabarrena. In questo modo ha scalato ben 64 posizioni nel ranking, diventando la 104 al mondo e accedendo così nel main draw del French Open. Il tutto, ironia della sorte, giocando a Bogotà con una wild card.

Tornando al Foro Italico, per poter giocare la Schiavone dovrebbe prendere parte alle pre-qualificazioni. Il che è altamente improbabile, anche stando a quanto detto da Palmieri. Un vero peccato non poter assistere all’ultimo giro di valzer della Leonessa in territorio nostrano. Così come è un vero peccato che un torneo come quello romano – tra i migliori 6-7 al mondo – venga coinvolto in dibattiti di questo tipo. Prima le assurde parole contro Federer, quasi a fargli un dispetto, poi le porte sbarrate alla Schiavone dietro motivazioni tutt’altro che veritiere. E’ spiacevole ammetterlo, ma perché un torneo raggiunga livelli di eccellenza non basta vendere tutti i biglietti o accaparrarsi gli sponsor migliori. Non basta nemmeno una capacità organizzativa perfetta. Serve anche un tocco di classe. E, in questo caso, nel torneo romano la classe proprio non s’è vista.

360Ball: un nuovo sport a tutto tondo

360Ball: un nuovo sport a tutto tondo

Il tennis è uno degli sport più seguiti e amati al mondo, su questo non ci piove. Inventato più di un secolo fa, anno dopo anno è riuscito ad attirare a sé sempre più appassionati, ammaliati da quella pallina gialla che rotola e sfreccia a tutta velocità, colpita da una racchetta che, in alcuni casi, sembra riesca a esprimere pura arte.

Eppure, soprattutto negli ultimi anni, sono venuti alla ribalta anche altri sport che hanno a che fare con racchette e palline . Tralasciando sport come il badminton, il ping-pong e la pallacorda, che hanno origini piuttosto lontane nel tempo, ultimamente si stanno sempre più affermando sport come lo squash, il paddle, il beach tennis. Semplici varianti del tennis? Inutile negarlo. Ma questo non implica che siano sport di serie B. E soprattutto, non significa che non siano molto divertenti.

E tra questi, pian piano si sta facendo strada un altro sport piuttosto singolare, a dir poco adrenalinico: il 360Ball. Basta dargli un’occhiata per capire quanto possa “disorientare”.

Come si può notare dai video, il gioco è piuttosto semplice: i giocatori si trovano in un campo circolare, racchiuso da un vetro, al centro del quale è posizionato un disco anch’esso circolare. L’obiettivo consiste nel colpire la pallina in modo tale che rimbalzi sul disco e poi tocchi terra, oppure nel far sì che gli avversari commettano un errore.

I colpi fondamentali sono solo tre: il “Serve”, ossia il primo lancio con cui il giocatore deve far rimbalzare la pallina sul disco; il “Set”, il colpo con cui l’avversario tocca la pallina dopo che ha sbattuto sul disco, con l’intenzione di passarla al suo compagno; lo “Strike”, ossia il colpo del proprio compagno, con cui si indirizza la pallina sul disco. Da qui, si ha una successione di Set e Strike – entrambi colpi obbligatori – tra le due coppie, finché non viene chiuso il punto. Punto che può durare anche diversi scambi e può costringere i giocatori a girare spasmodicamente attorno al disco per un bel po’.

 Esistono poi delle varianti del tradizionale 360Ball. Invece che in doppio, si può giocare anche in 1vs 1, a patto che il Set non sia altro che un auto-passaggio per lo Strike successivo. Inoltre, il gioco può essere ulteriormente semplificato escludendo il vetro esterno. In questo modo sono sufficienti delle racchette e un disco al centro e si può così giocare ovunque: su un prato, sulla terra battuta, sulla sabbia.

 Del resto, il gioco è stato inventato proprio in una versione molto semplificata. Tutto ha avuto inizio a Knysna, in Sudafrica, dove i fratelli Mark e John Collins erano soliti lanciarsi delle strambe sfide nel cortile di casa. Tra queste, si inventarono questo gioco singolare, usando delle racchette alla buona e un basso disco di legno. E da lì, l’idea: perché non farlo diventare un vero e proprio sport?

Va detto che, visto così, il 360Ball sembra più un semplice gioco che uno sport competitivo. Eppure, nel giro di pochi anni sono cresciuti a dismisura gli appassionati del 360Ball, tant’è che nel 2011 i suoi inventori hanno ricevuto un importante riconoscimento ai Brand New Awards, in Germania. E ultimamente sta prendendo piede in Sudafrica, Francia, Spagna, al punto che sono stati organizzati alcuni piccoli tornei in giro per l’Europa. Nulla di clamoroso, ma è già un inizio.

 Il 360Ball resterà nell’anonimato o, piano piano, si diffonderà anche in Italia e in giro per il mondo? Difficile rispondere. Però, guardando i video di questo sport, un po’ di curiosità sorge spontanea, insieme alla voglia di provare a giocarci. Forse sembrerà anche banale, ma del resto non sono proprio gli sport più semplici a risultare i più intriganti?

 

Camila Giorgi: le motivazioni dietro l’incredibile annullamento della sua squalifica

Camila Giorgi: le motivazioni dietro l’incredibile annullamento della sua squalifica

La notizia è trapelata il primo aprile, come fosse il più classico dei pesci d’aprile, anche se in questo caso non è uno scherzo: il Tribunale Federale d’Appello della FIT ha annullato la sentenza di primo grado, con cui Camila Giorgi era stata condannata a una squalifica di nove mesi e a una multa di 30.000 euro. Un vero e proprio ribaltone. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di fare chiarezza.

Tutta la vicenda ha inizio nell’aprile dello scorso anno: l’Italia si apprestava a giocare un match durissimo di Fed Cup contro la Spagna – poi perso malamente-, quando Camila decise di non prendere parte alla sfida, malgrado la convocazione del capitano Barazzuti. Da lì, l’inizio di un enorme polverone mediatico. La tennista italoargentina e il padre Sergio furono accusati su più fronti, venne tirato in ballo un contratto con cui lei stessa si era impegnata ad accettare le convocazioni della FIT, in cambio di assistenza medica e un sostegno finanziario e pubblicitario. Per non parlare del mancato rispetto del regolamento della Federazione, per cui una tennista non può rifiutare una convocazione simile senza una valida motivazione.

Ovviamente il caso era arrivato in tribunale e a febbraio era giunta, in apparenza, la definitiva sentenza: 30.000 euro di sanzione pecuniaria e una squalifica di nove mesi.  Ma al di là del danno economico, tutt’altro che irreparabile, la carriera della tennista maceratese non veniva minimamente scalfita: la Giorgi infatti non avrebbe potuto giocare i match di Fed Cup – a cui lei stessa aveva voluto rinunciare -, o i tornei a squadre in Italia – a cui non ha mai partecipato in carriera  -, oltre a non poter godere di un’ipotetica wild card agli Internazionali d’Italia. Per il resto, nessun altro divieto.

Proprio per questo, la sentenza appariva definitiva: sembrava quasi inutile rivolgersi alla Corte d’Appello per una condanna che era tutt’altro che proibitiva da affrontare. Eppure l’avvocato della Giorgi ha preferito continuare l’azione legale, ottenendo un insperato quanto clamoroso successo. Per quale motivo? La sentenza parla di “sussistenza di un difetto di giurisdizione”. Una difetto direttamente correlato con un particolare che ha dell’incredibile: Camila Giorgi non ha la tessera FIT.

Proprio così, la tennista italiana più promettente degli ultimi anni non è tesserata con la FIT. Non lo è dal lontano 2011. E al di là dell’inevitabile stupore, questo è un dettaglio che non si può trascurare in sede giuridica: la Giorgi era stata condannata per non aver rispettato il regolamento della FIT, ma non essendo tesserata doveva necessariamente sottostare a quel regolamento? Se in prima battuta il responso era stato positivo, la Corte d’Appello ha invece ribaltato il verdetto.

Per giunta, il tutto sta avvenendo in un momento delicatissimo per il tennis femminile italiano. Il 22 e 23 aprile la nostra nazionale sarà impegnata nell’incontro di Fed Cup contro Taiwan, l’ultima chance per restare nel World Group II, evitando così una serie C che sembrerebbe un insulto alla storia recente del nostro movimento femminile. Il match sulla carta è più che abbordabile, visto che nessuna delle tenniste asiatiche si trova in Top100. Ma forse Tathiana Garbin, nuovo capitano della squadra, potrebbe aver bisogno di una tennista come Camila, per ottenere una vittoria sicura.

Ma la Giorgi potrebbe prendervi parte? Teoricamente sì. La sentenza ha annullato la squalifica, quindi a tutti gli effetti le permette di scendere in campo in Fed Cup. Sarebbe un risvolto clamoroso, visti gli attriti che da tempo incrinavano i rapporti tra l’entourage della tennista maceratese e i dirigenti della FIT. Ma l’addio di Barazzutti e l’insediamento di un nuovo capitano come la Garbin potrebbero cambiare le carte in tavola. Soprattutto quest’ultima ne gioverebbe molto: da un lato arricchirebbe la sua squadra con una tennista sì incostante, ma di assoluto talento; dall’altro verrebbe vista come una figura di riconciliazione, una sorta di paciere, andando quindi a rafforzare la sua immagine.

La situazione è ancora contorta, il caso rimane comunque spinoso, anche perché non sono state rese ancora note le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello. Inoltre, non è ancora chiaro né quali siano le reali intenzioni della Giorgi, né che rapporti ci siano tra la tennista e la Garbin. Non ci resta che attendere novità, nella speranza che il tennis femminile esca dal  pantano in cui si è ritrovata e ritorni ai livelli che gli spettano.

Coaching in campo: i pro e i contro della pratica più discussa del Tennis

Coaching in campo: i pro e i contro della pratica più discussa del Tennis

Che non sia un periodo roseo per Garbine Muguruza lo si è capito da un pezzo. La tennista spagnola, attualmente numero 6 al mondo, pochi giorni fa si è ritirata a Miami durante il match di quarto turno. Un ritiro dovuto a un malessere imprecisato, del quale ha potuto giovare Caroline Wozniacki, che si era però comunque già aggiudicata il primo set al tie-break. Ma già nei match precedenti l’iberica aveva mostrato una condizione fisica e mentale precaria, riuscendo ad imporsi a stento su tenniste oggettivamente più deboli come la Zhang e la McHale. E soprattutto nell’incontro con l’americana è emerso tutto il suo nervosismo, quando durante il coaching in campo si é rivolta in malo modo al suo allenatore, Sam Sumyk, al punto che lui le ha risposto con un lapidario: “Non ti permettere mai più di dirmi di chiudere quella ca… di bocca”.

 Una frase che è stata udita in mondovisione, visto che il regolamento parla chiaro: una tennista può avvalersi una sola volta a set dell’intervento del coach, a patto che quest’ultimo venga microfonato e la conversazione possa essere ascoltata in diretta. Dopo la sfuriata l’allenatore francese ha avuto l’accortezza di spegnere il microfono, visto che la Muguruza si era accorta di avergli mancato di rispetto e, visibilmente dispiaciuta, era andata nel pallone.

E del resto non è la prima volta che si assiste ad una situazione simile: già tra il febbraio e il marzo 2016 l’iberica per due volte si era resa protagonista di battibecchi col suo allenatore durante il coaching in campo, uscendosene con frasi del tipo “Tu pensi che combatterò? Non voglio nemmeno giocare!” o “Non ho intenzione di morire per la palla!”. Frasi anch’esse ascoltate in diretta dai telespettatori, sintomo sì di poca maturità, ma anche giustificabili dalla frustrazione dovuta alle fasi complicate di un match. E al termine di questi incontri, alle domande dei giornalisti su quanto accaduto la spagnola ha sempre voluto ribadire la solidità del rapporto con Sumyk, spiegando che le sue particolari reazioni erano solo dovute alla concitazione nelle fasi calde del match.

Eppure l’episodio ha fatto nuovamente sorgere alcune domande: è giusto l’utilizzo del microfono in questi frangenti? E in generale, è realmente utile al tennis il coaching in campo? Oppure andrebbe abolito?

Quella del coaching in campo è una pratica introdotta nel 2009, solo in campo femminile: durante il cambio campo o tra un set e l’altro si venivano a creare degli intervalli morti, che rischiavano di allontanare il telespettatore medio; per questo la WTA decise di introdurre l’intervento del coach in campo con l’uso del microfono, cosicché non solo le giocatrici potessero ottenere un supporto tattico o emotivo, ma anche gli spettatori avessero un motivo in più per restare incollati alla TV, incuriositi dalle parole dei vari allenatori. Da un lato si miglioravano gli aspetti del gioco, dall’altro si aumentava il livello di “spettacolarizzazione”, così da catturare l’attenzione del pubblico.

 Gran parte delle giocatrici si era detta d’accordo con questa iniziativa e negli anni l’utilizzo del coaching in campo è andato via via aumentando. Del resto, in questo modo si ovviava ai continui segnali criptati tra le tenniste e il loro entourage – pratica in teoria vietata -, che rasentavano il livello dei segni della Briscola. Eppure negli anni non sono mancate le voci contrarie all’intervento diretto del coach: Chris Evert e Boris Becker in primis si sono detti sfavorevoli, sottolineando come il tennis sia uno sport puramente individualista, dove da sempre occorre fare affidamento solo su se stessi.

D’altronde, per come è attualmente concepito, il coaching in campo presenta delle evidenti incongruenze. Anzitutto, è una pratica non ammessa in campo maschile, il che non solo crea una disparità, ma non argina il problema dei suggerimenti fuoricampo – Ion Tiriac, manager di Becker, che dava consigli muovendo i baffi ha fatto la storia –.

Inoltre, anche in campo femminile non è consentito l’intervento dell’allenatore nei tornei ITF, come nei Grand Slam. Il che è parecchio insensato, poiché una giocatrice, abituata ai consigli del coach, se ne ritrova privata proprio durante i tornei più importanti della sua carriera. Ma del resto, si sa che i rapporti tra WTA e ITF siano tutt’altro che idilliaci.

Per giunta, resta il problema dei microfoni in campo: è giusto che il confronto tra il coach e la sua giocatrice, con tanto di consigli tattici o suggerimenti puramente psicologici, sia alla mercè del grande pubblico? Non si rischia solo di assistere a inutili siparietti?

Al momento, la WTA non sembra prendere in considerazione di abolire il coaching in campo né di apportarne delle modifiche. Anche perché, malgrado i limiti, in alcuni casi il suo utilizzo è stato determinante nel rendimento di alcune giocatrici. Al contrario, secondo alcune indiscrezioni già dal 2018 potrebbe essere introdotto anche in campo maschile. Il che da un lato potrebbe aiutare tennisti storicamente instabili nell’aspetto mentale – Fognini, Kyrgios, Paire..la lista è lunghissima -, ma dall’altro potrebbe generare scene a dir poco patetiche : vi immaginate un cambio campo di Fognini, sotto nel punteggio, che si sfoga col proprio coach, il tutto con un microfono lì a portata di mano? Le parolacce si sprecherebbero.

Per ora è solo un’ipotesi tutt’altro che confermata, staremo a vedere. Solo fra qualche anno potremo davvero sapere se il coaching in campo è la nuova frontiera del tennis, meno individualistica e sempre più d’intrattenimento, oppure se ci sarà un salto nel passato, un ritorno alle origini e al puro solipsismo.

 

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Brandon Roy: il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

E quest’anno, ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.