L’hockey in un territorio di frontiera: Matthias Mantinger, il gioiellino di Vipiteno

L’hockey in un territorio di frontiera: Matthias Mantinger, il gioiellino di Vipiteno

Vipiteno (Sterzing in tedesco) sorge ad una delle maggiori latitudini del territorio italiano, conta poco meno di 7.000 abitanti, dista meno chilometri da Innsbruck rispetto a Bolzano, e fa parte dei Borghi più belli d’Italia, a una manciata di minuti dal Brennero. In questo vero e proprio territorio “di confine”, l’ultimo in terra italiana prima di passare da basso all’alto Tirolo, l’hockey viene preso in considerazione con molta serietà, dimostrando come oggi sia ormai l’Alto Adige il punto di riferimento per l’hockey su ghiaccio nazionale. I Broncos Vipiteno, team locale, possono contare su un piccolo tifo organizzato comparso solo di recente ed assente appena tre anni fa, ma soprattutto, negli ultimi anni hanno investito molte delle loro energie su un aspetto chiave, su cui si dibatte da tempo per risollevare le sorti di un hockey in difficoltà: il settore giovanile. Campione dell’ultima Serie C (oggi diventata iHL Divisione I), il team giovanile del Vipiteno è uno dei più floridi d’Italia, e proprio da quella cantera è emerso un giocatore che quest’anno invece si sta per ritagliare, una volta per tutte, lo spazio in prima squadra, in AlpsHL: Matthias Mantinger, classe 1996, già nel giro della nazionale italiana di hockey. I fari sono puntati su di lui, talento cristallino, elemento della prima linea e studente universitario a Innsbruck. Un frontaliero, con «doti fuori dal comune», come sostenuto da Hockey 33, che ogni giorno attraversa il Brennero tra libri di studio e hockey. Mentre è di ritorno da una trasferta, ci dedica il suo tempo per raccontarci del suo futuro e del Vipiteno, che quest’anno è partito col piede giusto nella seconda edizione dell’Alps Hockey League. Si scusa per il suo italiano incerto, dimostrandoci sin da subito l’umiltà che lo contraddistingue, anche nello sport. Dall’altro lato, non possiamo aiutarlo: chi lo intervista non parla tedesco seppur mastichi hockey da diversi anni.

Matthias, ho letto di un bel 4-0 in trasferta, cui sono seguiti altri ottimi risultati…

«Sì abbiamo vinto 4-0 a Salisburgo, però loro pattinano come matti…»

Eh sì, nella scuola Red Bull lavorano bene, ma parliamo di te: sei uno dei migliori prodotti del vivaio del Vipiteno, fai già parte della Nazionale, e hai un’intera carriera per migliorare. Intanto, cosa ti aspetti da questa stagione?

«Per me la cosa più importante è giocare. In questa stagione ho la possibilità di giocare con due stranieri, in prima linea. All’inizio non era facile, non sono abitato a giocare costantemente in power-play, e non mi sentivo al loro livello, ma ora ho la possibilità di assumermi più responsabilità. Ho ancora tanto da imparare, ma voglio sfruttare al meglio questa possibilità e migliorare il mio gioco il più possibile».

Capitolo Blue Team: stai lavorando per essere convocato per i prossimi mondiali? O è ancora troppo presto parlarne?

«Sì, sto lavorando per essere convocato. Quest’estate mi sono allenato 5-6 volte a settimana in palestra e in pista di atletica leggera, ho anche fatto il bagnino al lago di Caldaro 7 giorni alla settimana: una combinazione faticosa. Ho lavorato sino all’ultimo giorno prima della ripresa del campionato. Ad Aprile in vista dei Mondiali, sono stato l’ultimo ragazzo ad andare a casa, appena una settimana prima dell’inizio, ma non ero ancora pronto per il livello dei mondiali. Se continuo a migliorare però, secondo me posso avere una chance per i prossimi mondiali».


Parliamo dei Broncos Vipiteno: puntate a raggiungere i playoff?

«Sì, logicamente puntiamo ai playoff. Il nostro obiettivo dichiarato è arrivare tra i primi 6, poi, arrivati ai playoff, tutto diventa possibile, ma secondo me quest’anno, con questa squadra, possiamo farcela (l’anno scorso i playoff sono sfumati per un soffio, ndr)».

Il Vipiteno sta anche lavorando benissimo sul settore giovanile, negli ultimi 3 anni tanti giovani, come te, sono passati in prima squadra e hanno avuto modo di crescere. C’è qualcosa nel team dei Broncos che fa la differenza a tuo parere?

«Secondo me la differenza la fa la scuola sportiva (il liceo scientifico con lo sport come punto chiave), e la collaborazione con la società. Per me è stato determinante, senza quella scuola non sarei mai andato a Vipiteno. Adesso studio scienza dello sport e scienza dell’alimentazione all’Università di Innsbruck. Tanti giovani della mia età sono andati a Vipiteno per la scuola. In più, sicuramente, allenatori come Jeff Job e Michael Pohl hanno fatto la differenza nel settore giovanile, e negli ultimi due anni anche Clayton Beddoes come head coach: mai conosciuto un allenatore in gamba come lui. Senza di lui e senza Pohl, non sarei a questo punto adesso».

 Beddoes, infatti, è diventato il nuovo coach della Nazionale Italiana…

«Sì, rimane sulla linea già tracciata da Stefan Mair (dimissionario, ndr), è la scelta migliore».

Con le scuole superiori il passaggio a Vipiteno, ma dove hai cominciato a giocare a hockey?

«Abito a Caldaro (il Caldaro rothoblaas gioca in iHL, la nuova serie B, ndr), ed è qui che ho imparato a giocare a hockey, però ammetto che trasferirmi a Vipiteno ha fatto la differenza, le giovanili qui sono davvero di alto livello».

 Concludiamo con una ultima suggestione: se ti proponessero di trasferirti al Milano, la squadra per cui tifo, tu accetteresti?

«No, mi dispiace, soprattutto perché voglio finire gli studi a Innsbruck».

Davanti a così tante certezze, anche il più determinato dei tifosi deve arrendersi davanti alla tenacia e alla determinazione di chi divide la sua vita fra lo studio universitario ed un ruolo chiave nella prima linea di una squadra di hockey che scende sul ghiaccio almeno due volte alla settimana per giocare partite ufficiali. A Matthias Mantinger, va quindi il più grosso in bocca al lupo di tutti, con la speranza di regalarci presto tante gioie non solo per i suoi Broncos, ma anche per la Nazionale italiana.

Triplete+1: a Milano c’è ancora spazio per esultare, grazie ai pattini

Triplete+1: a Milano c’è ancora spazio per esultare, grazie ai pattini

Come durante l’anno scorso, il Presidente Umberto Quintavalle ha rinnovato l’invito per festeggiare un altro anno di grandi successi sul campo. L’HC Milano Quanta si conferma campione indiscusso dell’hockey inline italiano, e conclude la stagione vincendo tutto quello che si poteva vincere: Scudetto – nonostante un blackout in Gara 1 di finale, ricordato con ironia durante i festeggiamenti di sabato sera – Supercoppa Italiana, Coppa FIHP, Coppa Italia e President Cup 2017. Il palmares si fa più grande, e le ambizioni crescono, perché ora c’è da puntare con maggiore insistenza su quell’Europa dove si è ancora in cerca di soddisfazione. Al Quanta Club, sabato sera i colori rossoblù si sono mescolati ai sorrisi e le gioie di un’altra stagione da incorniciare, dove il Presidente ha voluto premiare tutti, non solo i giocatori, campioni sul campo: una lunga lista di addetti ai lavori, dal diretto sportivo Riki Tessari al coach Luca Rigoni, da Cristina Lupi e Giorgio Prando della comunicazione e autori del programma informativo OverTime (sulla pagina Facebook), ad Alessandro Gasparini e Gianluca Omodei rispettivamente fisioterapista e medico. Da Mimmo Lettera, padre del giocatore, sino alla squadra, che poi a sua volta, ha contro-premiato il Presidente Quintavalle, già pronto per pianificare la prossima stagione, con il confermatissimo coach Luca Rigoni, per la prima volta sul pancone, allenatore di quelli che sino all’anno scorso erano i suoi compagni di squadra: «Il bilancio della stagione non può che essere positivo: vincere non è mai facile, quest’anno la squadra era stata ringiovanita, in Europa siamo molti vicini alle squadre migliori, e mancano solo alcuni innesti stranieri per essere più competitivi, mentre qua in Italia stiamo dando il meglio».

In campionato, 31 vittorie su 34 partite si commentano da sole, ed il gruppo ha lavorato con grande professionalità e con la consapevolezza che c’è ancora da imparare, pur essendo la squadra più forte in Italia. La sconfitta in Gara1 è stata solo un incidente di percorso che non ha condizionato l’attenzione verso l’obiettivo finale dopo aver conquistato tutti i trofei italiani, ricordando che, riprendendo altre parole di coach Rigoni,  «spesso le sconfitte sono molto più utili delle vittorie». Commenta la stagione anche il giovane asiaghese Fabio Lievore, autore del game-winning-goal nell’ultima gara della serie finale: «ovviamente in quel momento pensavo solo alla squadra e a vincere quella partita, non pensavo al mio goal e alla gloria personale. Sono contento di aver segnato un goal importante, ed è stata una prima stagione assolutamente positiva. Ovviamente spero nella riconferma per l’anno prossimo». Lasciando trapelare qualche news, l’intero blocco vincente di questa stagione dovrebbe essere confermato.

Il sesto scudetto consecutivo, si aggiunge alle sei Coppe Italia (1999; 2013; 2014; 2015; 2016; 2017), quattro Supercoppe (2012; 2013; 2014; 2015; 2016) con l’aggiunta della President Cup. Inoltre, durante il cammino verso l’ultima Coppa Italia vinta, la competizione ha visto scendere in pista anche i giovani giocatori della squadra di Serie C, in occasione della seconda gara disputata, quando la finale era già certezza. «Una coppa che ha significato dignità, e sono riconoscente anche alla squadra del settore C, che ha onorato l’impegno giocando al massimo delle sue forze», ha commentato il Presidente. Non solo Milano Quanta: l’intera Lombardia festeggia una stagione di grandi successi sui pattini: oltre al trionfo dei Rinoceronti dell’hockey inline, si è assitito al doblete dell’Hockey Milano Rossoblu, e al ritorno in cima dell’Amatori Wasken Lodi, campione d’Italia dopo 36 anni, interrompendo il dominio di Forte dei Marmi, sconfitto in casa propria ai rigori. Non solo calcio, non solo nuove proprietà cinesi, non solo Como Calcio e Mantova prossime al fallimento, non solo AJ Olimpia Milano che fa flop. La Lombardia ha un patrimonio che parla tre lingue diverse: si chiama hockey.

 

VenTo: ben più di una ciclovia, un’infrastruttura per il nostro Paese

VenTo: ben più di una ciclovia, un’infrastruttura per il nostro Paese

Dall’1 all’11 giugno si è svolta la quinta edizione del VenTo bici tour, per la prima volta aperto al pubblico: una pedalata attraverso le bellezze paesaggistiche del Po, durante i primi due weekend di giugno. Nel primo appuntamento, il percorso ha tracciato un itinerario dal Lido di Venezia, passando per il Delta del Po, Ferrara, sino al Mantovano, con destinazione finale a San Benedetto Po, riconosciuto tra i Borghi più belli d’Italia. Nel secondo weekend, dall’8 all’11 giugno, il tour è ripreso da Pavia, attraversando poi tutta la parte piemontese del Po, con l’arrivo a Torino, nella cornice del Parco di Valentino, a completamento di un percorso che non mette in mostra solo le bellezze – spesso sottovalutate – delle aree interne adiacenti al fiume più lungo d’Italia, ma anche le tipicità culinarie dei diversi luoghi, dove non è mancato il supporto di importanti organizzazioni come Slow Food. Tra i due weekend aperti al pubblico, nella giornata di mercoledì 7 giugno si è svolto il VentoDay, nei pressi Cremona, con la presenza del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, che si è anche concesso una pedalata assieme al VentoTeam, capitanato da Paolo Pileri, Professore ordinario di progettazione e pianificazione urbanistica presso il Politecnico di Milano, e dai suoi collaboratori Diana Giudici, urbanista, Alessandro Giacomel, architetto, e le giovani Camilla Munno, pianificatrice ambientale e territoriale, e Rossella Moscarelli, architetto. A questo team, si è anche aggiunto Witoor, associazione sportiva e gruppo di lavoro specializzato in cicloturismo. Ma il progetto non è semplicemente un bici tour; è molto di più. La pedalata rappresenta un’iniziativa di sensibilizzazione al Progetto VenTo, infrastruttura che impegna il gruppo di ricerca da diversi anni.

COS’E’ VENTO? – E’ una dorsale cicloturistica che va da Venezia a Torino, con una ramificazione da Pavia verso Milano, della lunghezza complessiva di 679 km. Ad oggi, dell’intera tratta individuata dai progettatori, solo il 15% è ciclabile in sicurezza, mentre la restante parte richiede interventi di trasformazione o di costruzione ex novo. Il progetto non è la sommatoria di tante piste ciclabili, termine assolutamente inadatto per spiegare Vento, ma rappresenta un’infrastruttura rivolta al cicloturismo nelle aree interne, ovvero i territori non metropolitani, aggregati di piccole-medie dimensioni finiti ormai fuori dai radar e marginalizzati, scavalcati dalle grandi reti autostradali e dalle alte velocità sui binari. Ritrovare il capitale territoriale e sociale di questi territori, è fra gli obiettivi della ciclovia, finalizzata a connettere, con un percorso da percorrere in sicurezza, le piccole realtà bagnate dal Po, dove una realtà di 121 comuni e 242 località possiede un patrimonio che il nostro Paese rischia di disperdere mentre focalizza la sua attenzione sullo sviluppo (sostenibile?) delle aree metropolitane. La Strategia Nazionale delle Aree Interne 2014-2020 concentra la sua attenzione su questi luoghi dell’abbandono, chiamati a ricostruirsi con opere di quella che oggi si ama chiamare resilienza, per riappropriarsi della propria identità. Il Progetto Vento, che incidendo sulle aree interne crea una connessione infrastrutturale tra Alpi e mar Adriatico, è entrato nella Legge di Stabilità n. 208, del 18 dicembre 2015, e da luglio 2016 ha visto diversi accordi e intese inter-istituzionali cui fa capo il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Dopo i quattro workshop tecnici del febbraio scorso, tenutisi a Venezia, Ferrara, Cremona e Trino (uno per ognuna delle quattro regioni attraversate dalla ciclovia), il bike tour è stato l’ultimo tassello per un progetto che ha ormai preso slancio verso una rete unificata di attori locali e di cittadini. A parere di chi scrive, Vento rappresenta la progettazione più importante per il Nord Italia (e non solo) non tanto per la sua caratteristica ecosostenibile e bike-friendly, quanto piuttosto per la sua capacità di ri-trasformazione non invasiva del territorio del Po attraverso il cicloturismo. Oggi, gli argini del Po sono un coacervo di aree interne dimenticate, dove i fascini di Ferrara e Cremona fanno da contraltare. Vento opera per connettere questi contesti locali, rendendo possibile lo sviluppo di un nuovo turismo in luoghi di cui, sono certo, buona parte dei cittadini italiani ignora le bellezze paesaggistiche e culturali. Chi di voi ha mangiato il Tiròt mantovano? Chi di voi ha mai visitato il parco del Delta o il Castello di Chignolo Po? Il turismo va ben oltre i last-minute verso l’estero, verso atolli, paradisi tropicali o indocinesi o capitali europee, e all’interno dell’Italia, non si ferma a Venezia, Roma, Firenze o le torri di San Gimignano.

NARRAZIONE – La decisione di scrivere del Progetto Vento non nasce da un semplice interesse di stampo giornalistico, ma prende forma da un’attività di supporto svolta empiricamente sul campo, lungo il tracciato del ciclovia, che mi ha lasciato non solo la soddisfazione di dare un contributo fattivo all’iniziativa, ma anche il riconoscimento della grande importanza di un progetto nato dall’ateneo in cui, ad oggi, lavoro. Per quattro giorni, durante il primo weekend del bici tour, da venerdì 2 a lunedì 5 giugno, ho svolto attività di supporto alla logistica. In tutte le piazze attraversate dal tour ciclistico, il professor Pileri, responsabile scientifico di Vento, ha sempre presentato e introdotto finalità e obiettivi del progetto con una passione encomiabile, davanti a platee composte da partecipanti al tour, cittadini e istituzioni locali, sindaci compresi, da Rosolina Mare (area nord del Delta del Po) a Papozze (nel Polesine), dal bici-grill Il Mulino di Ro Ferrarese alla darsena di Ferrara, dall’Agriturismo Corte Nigella di Felonica, l’ultimo comune del mantovano verso il ferrarese, alla suggestiva piazza di San Benedetto Po. Concluso il primo weekend di tour aperto al pubblico, dove la carovana ha raggiunto più di 40 adesioni, il Vento Team ha proseguito il suo viaggio verso il Vento Day di Cremona, passando per Luzzara, comune del reggiano al confine con la Provincia di Mantova, che ha dato i natali a Cesare Zavattini, storico regista del secolo scorso, la cui memoria è oggi tenuta viva dal Centro Culturale Zavattini, polo culturale del piccolo paese. Un gioiello. Quest’ultima visita è stata il lampo finale di una quattro giorni di grandi paesaggi e incontri dove il Vento Team ha, ancora una volta, «ricucito la bellezza» del Po e delle aree circostanti. Il patrimonio conoscitivo che mi ha lasciato questa esperienza di supporto, è riduttivo per raccontarlo in poche righe. I pedali, con Vento, assumono un valore che va ben oltre l’attività ciclistica lungo l’argine maestro del Po, ben oltre la pista ciclabile che costantemente diventa mezzo di promozione politico-elettorale, ben oltre un progetto di unione fra regioni e contesti territoriali ancora oggi agresti. Vento è l’occasione di rilancio nel contesto delle politiche e progettazioni finalizzate a rilanciare le aree interne, attorno al Po. Una ciclovia, che unisce persone, territori e partnerships, dalle biciclette Cinelli alla A2A, azienda lombarda di erogazione di energia, da Slow Food al MIUR. Vento non è un infrastruttura per chi ama la bicicletta, è un bene per il nostro Paese.

 

Immagini per Gentile Concessione del gruppo di ricerca Vento ©

Hockey Inline: Milano Quanta, un’altra stagione da protagonista

Hockey Inline: Milano Quanta, un’altra stagione da protagonista

La settima meraviglia è arrivata, in quella che, al suo termine, diventa una stagione storica. Con la conquista del sesto scudetto consecutivo (il settimo non consecutivo) quella 2016-2017 è la stagione più vincente della storia del Milano Quanta: Supercoppa, Coppa Italia, Coppa FIHP, e ora lo Scudetto. Quattro trofei in una stagione, cui si aggiunge la formativa esperienza europea disputata a Valladolid conclusasi con un settimo posto. Trionfo finale, in una serie per lo Scudetto che era iniziata forse nel peggiore dei modi, con una sconfitta per 8-5 tra le mura amiche, a favore del Cittadella. Saltato il fattore pista, il Milano Quanta ha tirato fuori gli artigli ed ha saputo imporsi in tutte le gare successive, alzando al cielo, giovedì sera, il quarto trofeo stagionale, ottenuto grazie al supporto di due aggiunte all’organico dal mondo dell’hockey ghiaccio: Nicola Fontanive, alla terza stagione col Quanta, e Andreas Lutz, entrambi ben amati a Milano, visti i loro trascorsi all’Hockey Milano Rossoblu, più Ingemar Gruber, da Merano. Per Fontanive, è il coronamento di una vita di dedizione all’hockey, che ora giunge al suo termine. Il trentenne andrà negli Stati Uniti per iniziare una nuova vita con la moglie. Il Presidente Umberto Quintavalle, ai microfoni de La Gazzetta dello Sport, era comunque sicuro anche di questo trofeo: «vinceremo le prossime tre partite perché siamo i più forti». La squadra ha risposto al meglio, con un 6-0 in gara 2, aprendo le porte al sesto scudetto consecutivo. Una stagione importante, ancora ricca di grandi conquiste, nonostante diversi cambiamenti a inizio stagione, a partire dal coach Luca Rigoni, che da ex giocatore si è calato in fretta nella realtà del pancone, diventando un punto di riferimento capace di guidare un gruppo ben amalgamato tra giovani e uomini d’esperienza, dove l’alchimia ha funzionato al meglio. L’allenatore è già stato confermato per la prossima stagione, e nella lista degli acquisti, c’è il sogno Tobia Vendrame, diciottenne del Cittadella, vera e propria promessa dell’hockey inline, capace di dare del filo da torcere al Quanta durante la finale scudetto. Tra i veneti si è anche distinto lo statunitense Kelly Spain. Un’altra stagione al vertice per i rossoblù, con il fondamentale supporto da parte dei giovani e anche dei nuovi innesti, come il toscano Barsanti, coraggioso nel giocare con un dito rotto in occasione dell’ultima partita (fonte, La Gazzetta dello Sport). Per il futuro occorre insistere di più sul cammino Europa, ma il palmarès di 16 trofei conquistati negli ultimi cinque anni, può ben rendere orgoglioso il tifo milanese e il Presidente.  Il Quanta, nel frattempo, continua ad essere la più importante realtà italiana dell’hockey inline, in un impianto all’avanguardia come il Quanta Club. Un’altra importante novità della stagione, è stato il coinvolgente appuntamento settimanale con Overtime, la trasmissione a tinte rossoblù condotta da Giorgio Prando, capace di fornire un perfetto servizio informativo a tutti gli appassionati, con interviste, highlights e analisi approfondite.

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Una stagione più che positiva per tutto l’hockey milanese: doblete dell’Hockey Milano Rossoblu, sul ghiaccio, con Coppa Italia e Serie B conquistate in poco più di un mese, e quattro trofei per l’HC Milano Quanta, spalmati lungo l’intera stagione. Il primo, arrivò ad ottobre, in occasione della Supercoppa vinta al Quanta Village contro il Cus Verona. Adesso, è tempo di Nazionale. Il Blue Team dell’hockey su ghiaccio è retrocesso dalla Top Division, ma contro avversari come Russia, Svezia e Germania, sarebbe stato difficile per chiunque. Continua l’ascensore tra l’altare più e la Prima Divisione, ma con Stefan Mair, la Nazionale sta intraprendendo il giusto percorso, fondato sulle forze locali. Nell’hockey inline, l’Under 20 e l’Under 18 saranno impegnate nella Nations Cup, con i secondi che poi disputeranno anche l’Europeo di Boskovice, dal 12 al 16 luglio. A Wroclaw, in Polonia, la Nazionale Senior sarà invece coinvolta nei World Games, importante evento che sostanzialmente rappresenta le Olimpiadi degli sport non olimpionici. Dal Milano Quanta, non dovrebbero mancare i convocati. Ora, tempo di festa, prima di pensare alla prossima stagione, con un obiettivo ormai consolidato: continuare ad essere la squadra più forte d’Italia.

Cataldi Gate: una gratuita mancanza di rispetto

Cataldi Gate: una gratuita mancanza di rispetto

E’ la notizia successiva alla Pasquetta, e ripresenta un tema caldo per le frange più accese di tifosi, e freddo agli occhi del calcio moderno. Danilo Cataldi, ventiduenne in prestito secco al Genoa, di proprietà della Lazio, è stato accusato dai tifosi biancocelesti, in particolare dalla Curva Nord, di qualcosa che forse è difficile definire: oltraggio alla lazialità? Mancanza di rispetto per la squadra che l’ha cresciuto e che tifa? In ogni caso, la frase è eloquente: «per te alla Lazio non c’è più posto», come riporta cittàceleste.it. Il fatto incriminato? L’esultanza del giovane Cataldi al gol del vantaggio del Genoa, il momentaneo 2-1 siglato da Goran Pandev, altro ex di giornata, che a Roma non ha lasciato un bel ricordo, dopo aver indossato per tanti anni la maglia della Lazio. Il Comunicato della Curva Nord è diretto e conciso: «complimenti per il tuo fantastico atteggiamento tenuto da te e dalla tua futura moglie al gol di un giocatore che ci infanga e ci disprezza da anni. Riteniamo che sia un insulto alla Lazio e ai suoi tifosi, da una persona, come te, che si è sempre dichiarata laziale. Ti auguriamo una lunga permanenza a Genova perché ora, nella Lazio, per uno come te non c’è più posto. Arrivederci e grazie!».

 Cataldi ha subito lasciato a Instagram la sua risposta, raccontando di come la Lazio non sarà mai una squadra qualunque, di come l’abbia fatto diventare uomo da bambino e poi professionista, e di come la sua testa oggi debba – legittimamente – pensare al Genoa, la squadra per cui gioca.

 

La Lazio per me non è e non sarà mai un semplice club. È una famiglia, una casa nel mio cuore in cui sono entrato quando avevo 12 anni. E non dimenticheró mai ogni momento vissuto con il biancoceleste addosso e con l’aquila sul petto. Grazie alla Lazio, da bambino sono diventato uomo. E soprattutto professionista. La carriera di un calciatore è anche questo, sono orgoglioso dell’opportunità di giocare nel Genoa che ha creduto in me, di proseguire il mio percorso di crescita in una società così importante. Oggi, Cataldi dà l’anima per il Genoa come ha sempre fatto e se ci sara la possibilita continuera a fare per la Lazio.Senza voler mancare di rispetto a nessuno sia da parte mia che della mia futura moglie,che come giusto che sia,tifa e tiferà sempre la maglia che indosso. Questo è il mio percorso, con la testa al Genoa; come da sempre e per sempre grato e legato ai colori biancocelesti. Un abbraccio a tutti! Danilo

Un post condiviso da Danilo Cataldi ✔️ (@danilocat32) in data:


La reazione laziale al post di Instagram, è altalenante: si va dai commenti di stima e comprensione agli svariati mercenario, «per te la maglia si indossa, per noi è qualcosa di più», «chi ama non tradisce…buona fortuna a Genova». Il tutto, per un’esultanza che ha fatto discutere, in un match terminato col punteggio più giusto, in parità. Il giovane Danilo finisce così in un vortice che lo sobbalza da una parte e dall’altra, ben descritto dal suo agente: «i tifosi del Genoa accusano Cataldi di pensare troppo alla Lazio. I tifosi biancocelesti gli augurano di rimanere a Genova perché feriti da un’esultanza col Grifone. La realtà è che Cataldi è un vero professionista nonostante abbia solo 22 anni». Il commento prosegue con quelli che sono già i numeri del centrocampista (ottimo impatto con l’Under 21, tra i più giovani capitani della Lazio), e le difficoltà del momento. Giocare in questo Genoa, in declino da gennaio, non è facile per nessuno. Richiedono invece pochi commenti quelli che riguardano la co-esultanza della futura moglie assieme a Danilo, dopo il gol di Pandev. Insomma, la questione è a parere di chi scrive talmente di lana caprina, che non trova spazio per un contraddittorio. Un’esultanza ad un gol, resta un’esultanza, a maggior ragione se il ragazzo incriminato non è l’autore della rete. L’usanza di non esultare con una ex, è praticata da molti, e chi decide di lasciarsi andare dalla foga post-gol, solitamente ha buoni motivi per farlo, motivati da attriti o ruggine rimasti sedimentati nel cambio di casacca. Il resto, sono sottigliezze che riguardano il comportamento del singolo giocatore – che può essere una testa calda o un onesto working class hero – o di un’intera tifoseria, che può essere amichevole, ostile, puntigliosa ed esigente, pur restando il motore del supporto ai giocatori in campo. In questo caso però, la Curva Nord è forse andata un po’ oltre le righe, chiudendo le porte in faccia ad un giocatore che, carte alla mano, è ancora di proprietà della Lazio. Da un lato, è eccessivo sostenere che i tifosi gestiscono la società, come molti presidenti spesso amano sostenere, dall’altro lato, è difficile prendere le difese dei supporters biancocelesti, davanti ad un fatto che, nell’economia del rapporto tra Cataldi e Lazio, e anche tra le due squadre, Genoa e Lazio, non ha nessuna ricaduta. Inoltre, le immagini degli highlights, estratti dal canale YouTube ufficiale della Serie A, rischiano di dare torto ai tifosi della Lazio, stando al fulmineo frammento a disposizione.

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Danilo Cataldi serve sulla fascia destra Lazovic, che poi effettua il cross sul secondo palo, dove arriva la zuccata vincente di Pandev. Al momento del gol, Cataldi è l’unico giocatore che si trova al centro dell’area di rigore. Le immagini non lo ritraggono spasmodicamente festoso a rincorrere Pandev, anzi. La prima reazione è pacata, semplice, quasi a dimostrare da un lato il malessere per il momento difficile al Genoa, dove fatica a trovare spazi, e dall’altro lato una fede laziale troppo forte. In seguito (le immagini non lo mostrano), il giocatore andrà ad abbracciare l’autore del gol, ma questo fa parte dello spirito di squadra. Il Genoa ha sfiorato la vittoria; una vittoria arrivata in una sola occasione durante il girone di ritorno. Cataldi sino a fine campionato è un giocatore del Genoa, in prestito secco. Astenersi dall’esultare un gol, il primo di Pandev in maglia rossoblù, per far fede alla sua lazialità? Non fa parte di questo sport.

 

 

 

 

 

 

 

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