Hockey Inline: Milano Quanta, un’altra stagione da protagonista

Hockey Inline: Milano Quanta, un’altra stagione da protagonista

La settima meraviglia è arrivata, in quella che, al suo termine, diventa una stagione storica. Con la conquista del sesto scudetto consecutivo (il settimo non consecutivo) quella 2016-2017 è la stagione più vincente della storia del Milano Quanta: Supercoppa, Coppa Italia, Coppa FIHP, e ora lo Scudetto. Quattro trofei in una stagione, cui si aggiunge la formativa esperienza europea disputata a Valladolid conclusasi con un settimo posto. Trionfo finale, in una serie per lo Scudetto che era iniziata forse nel peggiore dei modi, con una sconfitta per 8-5 tra le mura amiche, a favore del Cittadella. Saltato il fattore pista, il Milano Quanta ha tirato fuori gli artigli ed ha saputo imporsi in tutte le gare successive, alzando al cielo, giovedì sera, il quarto trofeo stagionale, ottenuto grazie al supporto di due aggiunte all’organico dal mondo dell’hockey ghiaccio: Nicola Fontanive, alla terza stagione col Quanta, e Andreas Lutz, entrambi ben amati a Milano, visti i loro trascorsi all’Hockey Milano Rossoblu, più Ingemar Gruber, da Merano. Per Fontanive, è il coronamento di una vita di dedizione all’hockey, che ora giunge al suo termine. Il trentenne andrà negli Stati Uniti per iniziare una nuova vita con la moglie. Il Presidente Umberto Quintavalle, ai microfoni de La Gazzetta dello Sport, era comunque sicuro anche di questo trofeo: «vinceremo le prossime tre partite perché siamo i più forti». La squadra ha risposto al meglio, con un 6-0 in gara 2, aprendo le porte al sesto scudetto consecutivo. Una stagione importante, ancora ricca di grandi conquiste, nonostante diversi cambiamenti a inizio stagione, a partire dal coach Luca Rigoni, che da ex giocatore si è calato in fretta nella realtà del pancone, diventando un punto di riferimento capace di guidare un gruppo ben amalgamato tra giovani e uomini d’esperienza, dove l’alchimia ha funzionato al meglio. L’allenatore è già stato confermato per la prossima stagione, e nella lista degli acquisti, c’è il sogno Tobia Vendrame, diciottenne del Cittadella, vera e propria promessa dell’hockey inline, capace di dare del filo da torcere al Quanta durante la finale scudetto. Tra i veneti si è anche distinto lo statunitense Kelly Spain. Un’altra stagione al vertice per i rossoblù, con il fondamentale supporto da parte dei giovani e anche dei nuovi innesti, come il toscano Barsanti, coraggioso nel giocare con un dito rotto in occasione dell’ultima partita (fonte, La Gazzetta dello Sport). Per il futuro occorre insistere di più sul cammino Europa, ma il palmarès di 16 trofei conquistati negli ultimi cinque anni, può ben rendere orgoglioso il tifo milanese e il Presidente.  Il Quanta, nel frattempo, continua ad essere la più importante realtà italiana dell’hockey inline, in un impianto all’avanguardia come il Quanta Club. Un’altra importante novità della stagione, è stato il coinvolgente appuntamento settimanale con Overtime, la trasmissione a tinte rossoblù condotta da Giorgio Prando, capace di fornire un perfetto servizio informativo a tutti gli appassionati, con interviste, highlights e analisi approfondite.

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Una stagione più che positiva per tutto l’hockey milanese: doblete dell’Hockey Milano Rossoblu, sul ghiaccio, con Coppa Italia e Serie B conquistate in poco più di un mese, e quattro trofei per l’HC Milano Quanta, spalmati lungo l’intera stagione. Il primo, arrivò ad ottobre, in occasione della Supercoppa vinta al Quanta Village contro il Cus Verona. Adesso, è tempo di Nazionale. Il Blue Team dell’hockey su ghiaccio è retrocesso dalla Top Division, ma contro avversari come Russia, Svezia e Germania, sarebbe stato difficile per chiunque. Continua l’ascensore tra l’altare più e la Prima Divisione, ma con Stefan Mair, la Nazionale sta intraprendendo il giusto percorso, fondato sulle forze locali. Nell’hockey inline, l’Under 20 e l’Under 18 saranno impegnate nella Nations Cup, con i secondi che poi disputeranno anche l’Europeo di Boskovice, dal 12 al 16 luglio. A Wroclaw, in Polonia, la Nazionale Senior sarà invece coinvolta nei World Games, importante evento che sostanzialmente rappresenta le Olimpiadi degli sport non olimpionici. Dal Milano Quanta, non dovrebbero mancare i convocati. Ora, tempo di festa, prima di pensare alla prossima stagione, con un obiettivo ormai consolidato: continuare ad essere la squadra più forte d’Italia.

Cataldi Gate: una gratuita mancanza di rispetto

Cataldi Gate: una gratuita mancanza di rispetto

E’ la notizia successiva alla Pasquetta, e ripresenta un tema caldo per le frange più accese di tifosi, e freddo agli occhi del calcio moderno. Danilo Cataldi, ventiduenne in prestito secco al Genoa, di proprietà della Lazio, è stato accusato dai tifosi biancocelesti, in particolare dalla Curva Nord, di qualcosa che forse è difficile definire: oltraggio alla lazialità? Mancanza di rispetto per la squadra che l’ha cresciuto e che tifa? In ogni caso, la frase è eloquente: «per te alla Lazio non c’è più posto», come riporta cittàceleste.it. Il fatto incriminato? L’esultanza del giovane Cataldi al gol del vantaggio del Genoa, il momentaneo 2-1 siglato da Goran Pandev, altro ex di giornata, che a Roma non ha lasciato un bel ricordo, dopo aver indossato per tanti anni la maglia della Lazio. Il Comunicato della Curva Nord è diretto e conciso: «complimenti per il tuo fantastico atteggiamento tenuto da te e dalla tua futura moglie al gol di un giocatore che ci infanga e ci disprezza da anni. Riteniamo che sia un insulto alla Lazio e ai suoi tifosi, da una persona, come te, che si è sempre dichiarata laziale. Ti auguriamo una lunga permanenza a Genova perché ora, nella Lazio, per uno come te non c’è più posto. Arrivederci e grazie!».

 Cataldi ha subito lasciato a Instagram la sua risposta, raccontando di come la Lazio non sarà mai una squadra qualunque, di come l’abbia fatto diventare uomo da bambino e poi professionista, e di come la sua testa oggi debba – legittimamente – pensare al Genoa, la squadra per cui gioca.

 

La Lazio per me non è e non sarà mai un semplice club. È una famiglia, una casa nel mio cuore in cui sono entrato quando avevo 12 anni. E non dimenticheró mai ogni momento vissuto con il biancoceleste addosso e con l’aquila sul petto. Grazie alla Lazio, da bambino sono diventato uomo. E soprattutto professionista. La carriera di un calciatore è anche questo, sono orgoglioso dell’opportunità di giocare nel Genoa che ha creduto in me, di proseguire il mio percorso di crescita in una società così importante. Oggi, Cataldi dà l’anima per il Genoa come ha sempre fatto e se ci sara la possibilita continuera a fare per la Lazio.Senza voler mancare di rispetto a nessuno sia da parte mia che della mia futura moglie,che come giusto che sia,tifa e tiferà sempre la maglia che indosso. Questo è il mio percorso, con la testa al Genoa; come da sempre e per sempre grato e legato ai colori biancocelesti. Un abbraccio a tutti! Danilo

Un post condiviso da Danilo Cataldi ✔️ (@danilocat32) in data:


La reazione laziale al post di Instagram, è altalenante: si va dai commenti di stima e comprensione agli svariati mercenario, «per te la maglia si indossa, per noi è qualcosa di più», «chi ama non tradisce…buona fortuna a Genova». Il tutto, per un’esultanza che ha fatto discutere, in un match terminato col punteggio più giusto, in parità. Il giovane Danilo finisce così in un vortice che lo sobbalza da una parte e dall’altra, ben descritto dal suo agente: «i tifosi del Genoa accusano Cataldi di pensare troppo alla Lazio. I tifosi biancocelesti gli augurano di rimanere a Genova perché feriti da un’esultanza col Grifone. La realtà è che Cataldi è un vero professionista nonostante abbia solo 22 anni». Il commento prosegue con quelli che sono già i numeri del centrocampista (ottimo impatto con l’Under 21, tra i più giovani capitani della Lazio), e le difficoltà del momento. Giocare in questo Genoa, in declino da gennaio, non è facile per nessuno. Richiedono invece pochi commenti quelli che riguardano la co-esultanza della futura moglie assieme a Danilo, dopo il gol di Pandev. Insomma, la questione è a parere di chi scrive talmente di lana caprina, che non trova spazio per un contraddittorio. Un’esultanza ad un gol, resta un’esultanza, a maggior ragione se il ragazzo incriminato non è l’autore della rete. L’usanza di non esultare con una ex, è praticata da molti, e chi decide di lasciarsi andare dalla foga post-gol, solitamente ha buoni motivi per farlo, motivati da attriti o ruggine rimasti sedimentati nel cambio di casacca. Il resto, sono sottigliezze che riguardano il comportamento del singolo giocatore – che può essere una testa calda o un onesto working class hero – o di un’intera tifoseria, che può essere amichevole, ostile, puntigliosa ed esigente, pur restando il motore del supporto ai giocatori in campo. In questo caso però, la Curva Nord è forse andata un po’ oltre le righe, chiudendo le porte in faccia ad un giocatore che, carte alla mano, è ancora di proprietà della Lazio. Da un lato, è eccessivo sostenere che i tifosi gestiscono la società, come molti presidenti spesso amano sostenere, dall’altro lato, è difficile prendere le difese dei supporters biancocelesti, davanti ad un fatto che, nell’economia del rapporto tra Cataldi e Lazio, e anche tra le due squadre, Genoa e Lazio, non ha nessuna ricaduta. Inoltre, le immagini degli highlights, estratti dal canale YouTube ufficiale della Serie A, rischiano di dare torto ai tifosi della Lazio, stando al fulmineo frammento a disposizione.

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Danilo Cataldi serve sulla fascia destra Lazovic, che poi effettua il cross sul secondo palo, dove arriva la zuccata vincente di Pandev. Al momento del gol, Cataldi è l’unico giocatore che si trova al centro dell’area di rigore. Le immagini non lo ritraggono spasmodicamente festoso a rincorrere Pandev, anzi. La prima reazione è pacata, semplice, quasi a dimostrare da un lato il malessere per il momento difficile al Genoa, dove fatica a trovare spazi, e dall’altro lato una fede laziale troppo forte. In seguito (le immagini non lo mostrano), il giocatore andrà ad abbracciare l’autore del gol, ma questo fa parte dello spirito di squadra. Il Genoa ha sfiorato la vittoria; una vittoria arrivata in una sola occasione durante il girone di ritorno. Cataldi sino a fine campionato è un giocatore del Genoa, in prestito secco. Astenersi dall’esultare un gol, il primo di Pandev in maglia rossoblù, per far fede alla sua lazialità? Non fa parte di questo sport.

 

 

 

 

 

 

 

Hockey Ghiaccio: Milano raddoppia, dopo la Coppa Italia, vince la Serie B

Hockey Ghiaccio: Milano raddoppia, dopo la Coppa Italia, vince la Serie B

Da ieri sera, dalle ore 22 in poi, chi tifa l’Hockey Milano Rossoblù si sarà ritrovato la bacheca di Facebook invasa di foto e commenti festosi. Il doppio colpo di cui parlavamo non meno di una settimana fa, si è concretizzato. Dopo la quarta di eventuali cinque gare della serie finale, il Milano conquista il titolo di Campione della Serie B, che ha un po’ il sapore di Campione d’Italia. Sebbene questo attestato spetti ufficialmente ai Rittner Buam del Renon, che lo hanno già vinto a gennaio (una stranezza) e che stasera, nel caso superino Asiago in Gara 5, possono alzare al cielo anche il trofeo della neonata Alps Hockey League (tanto voluta proprio dal Renon), anche il Milano può sentirsi a suo modo Campione d’Italia, a maggior ragione dopo che i trofei conquistati in questa stagione sono diventati due: tutti e due disputati entro i confini italiani: la Coppa Italia, vinta contro il Fiemme il 28 febbraio, e ora la Serie B (che potrebbe riconfigurarsi in IHL, Italian Hockey League), vinta ad Appiano sulla Strada del Vino, al primo match-point sfruttabile per i ragazzi di coach Massimo Da Rin, contro l’Appiano Pirates. Due trionfi in terra altoatesina nel giro di poco più di un mese, e una stagione che si chiude nel migliore dei modi, su due piste distanti da casa.

CHE TIFO! – «Ma noi giochiamo sempre in casa» (da La Gazzetta dello Sport e HockeyTime.net, ndr), chiosa Marcello Borghi, Capitan futuro dell’Hockey Milano Rossoblu, che con il suo gol a 40 secondi dalla fine, ha aperto le porte del trionfo, mettendo la sua importante firma sulla serie finale e sul titolo: suo il gol che ha riaperto la partita sul risultato di 2-0 per l’Appiano, e suo il gol che ha chiuso i conti per il definitivo 3-2 che vale il titolo. La firma del pareggio, è di un ragazzo che aveva già timbrato il cartellino nella finale di Coppa Italia: Tommaso Terzago, già a Milano nella stagione 2014-2015, quando i Rossoblù raggiunsero le semifinali di Serie A, e tornato nel capoluogo lombardo dopo una nuova parentesi in Svizzera. Nel tripudio generale a tinte rossoblu, la frase di Marcello Borghi è emblematica: ieri, all’EisStadion di Appiano, grazie ai numeri tifosi giunti in trasferta, sugli spalti respirava un’atmosfera bollente, che si è poi riversata sul ghiaccio per dare il via ai festeggiamenti inoltratisi sino a tarda notte, quando buona parte dei tifosi ha accolto il ritorno dei giocatori a Milano. Assieme hanno visto le prime luci dell’alba. Un «double» agognato, sapendo che le rivali erano insidiose, ma forse la squadra più forte da sconfiggere, era già stata superata in semifinale: il Merano, che ha dovuto abdicare in favore del Milano. Ciò non toglie che l’Appiano, solida realtà della Bassa Atesina, abbia dato del filo da torcere al Milano: pareggiati i conti mercoledì sera scorso in Gara 2, rimontando due gol di svantaggio, stavolta assaporava già l’idea di giocarsi Gara 5 all’PalAgorà di Milano (dove però ha sempre faticato), dopo che aveva siglato il 2-0 in avvio del terzo periodo. Ma il Milano ha tirato fuori gli artigli, facendo perdere la rotta ai Pirati, che si sono dovuti arrendere. Dopo la Coppa Italia, questo Milano era difficile da battere per chiunque. Solo per la gloria? Sì, solo per la gloria, come si era già sottolineato prima della serie finale. Il Milano ora ha il diritto di accedere alla Alps Hockey League, ma non è previsto che lo sfrutti: il presidente Cambiaghi ha già dimostrato il suo interesse a restare entro i confini italiani, puntando su prospettive più ampie nel caso si decida di percorrere la strada estera.

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GIU’ IL CAPPELLO – L’elogio a questo doppio trionfo passa anzitutto da quanto mostrato sul ghiaccio. Il Milano era fin dall’inizio una delle squadre maggiormente attrezzate per andare fino in fondo, diversamente dall’anno scorso, quando le bruciature dell’autoretrocessione determinarono una fuga da Milano, con un campionato terminato ai quarti di finale. Un anno dopo, durante l’estate scorsa, l’esodo ha invece colpito il Val Pellice (realtà piemontese dell’hockey ghiaccio, ricordate la neonata HCV Filatoio?), portando a Milano forze fresche. Fra queste, c’è il miglior difensore dell’intera Serie B: Andrea Schina, diventato fondamentale soprattutto durante i Playoff, ma non solo: sono tornati Sascha Petrov, estone naturalizzato italiano, e Stefan Ilic, della nazionale serba ma con passaporto italiano in virtù dell’intera carriera giocata in Italia, Marco Pozzi, cresciuto nella cantera rossoblu, che su Facebook festeggia il titolo in maniera eloquente: «quest’anno non abbiamo lasciato neanche le briciole», e Matteo Mondon Marin. Uno chapeau va fatto, oltre che al mattatore di Gara 4, Marcello Borghi, anche al top scorer Domenico Perna, 79 punti stagionali tra regular season e playoff: quarant’anni e non sentirli! Menzione anche per il portiere Alessandro Tura, che gioca un ruolo fondamentale sul ghiaccio, e per il suo vice Riccardo Pignatti, che si è sempre fatto trovare pronto. Come non citare poi i due più interessanti prodotti delle giovanili inseriti a roster quest’anno? L’attaccante Simone Asinelli, tornato a Milano dopo un anno negli USA, che già mostra una buona confidenza col gol, e Andrea Fadani, difensore di carattere, come dimostra la rissa al termine di semifinale Gara 3 contro il Merano, che si è fatto trovare pronto in un reparto colpito ad inizio anno dalla defezione a lungo termine di Andreas Radin. Ma in realtà, non occorrono distinzioni: giù il cappello davanti a tutta la squadra, che ha alzato due trofei al cielo in una stagione che vuol dire rinascita dopo l’addio alla massima serie di due anni fa, ormai solo un vecchio ricordo. La menzione speciale è invece per il coach Massimo Da Rin: tre trofei vinti alla guida dell’Hockey Milano Rossoblu, due serie cadette e una Coppa Italia, niente male! Per proseguire su questa strada, la dirigenza – che quest’anno ha azzeccato tutte le mosse – ha tempo: c’è un’estate intera che nell’hockey su ghiaccio vuol dire trepidante attesa, e che in Italia è sempre attraversata da modifiche e novità, con i Playoff di NHL a tenere compagnia sino a giugno, ma non solo. Tra non molto la Nazionale Italiana disputerà i Mondiali di Top Division a Colonia: la speranza è di non retrocedere, ma si affrontano alcune tra le nazionali più forti al mondo. E’ dura, ma vale la pena crederci, e Milano ospiterà una delle varie premesse di preparazione, l’amichevole di lusso tra Italia e USA, prevista per il 2 maggio all’Agorà, hockey di alto livello, per chiudere in bellezza una stagione da incorniciare.

Per la cronaca del match di Gara 4, potete cliccare HockeyWords.

Foto coreografia © Curva del Milano

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Hockey ghiaccio: tempo di finale, e Milano sogna il doppio colpo

Hockey ghiaccio: tempo di finale, e Milano sogna il doppio colpo

A Milano si può guardare ancora più in grande. Non più di un mese fa l’Hockey Milano Rossoblu sollevava allo stadio Pranives (Val Gardena) la Coppa Italia, conquistata contro il Fiemme. Oggi, si prepara a quella che a suo modo è una finale scudetto, dove si gioca per la gloria, come aveva apostrofato un titolo della Gazzetta dello Sport. Ma la gloria è tutto, replicò un tifoso milanese. E ieri sera, quel tutto è diventato un patrimonio per cui combattere. Il Milano supera il Merano al termine di un’agguerrita serie di semifinale dove non è mancato niente per gli appassionati di hockey: gioco, agonismo e la giusta aggressività da playoff, con tanto di risse (finite anche su Striscia la Notizia). Ma alla fine di cinque gare intense, ci si stringe la mano, e passa il turno la squadra che ha meritato di più, che tra poche ore sarà di nuovo sul ghiaccio: comincia la Finale del campionato di Serie B, e ad attendere l’Hockey Milano Rossoblu, c’è l’HC Appiano Pirates, di Appiano sulla Strada del Vino, comune sparso del basso Alto Adige di circa 15.000 abitanti, terra del Gewürztraminer e del Lagrein. L’Appiano è approdato in finale dopo tre gare, sconfiggendo i vincitori della stagione regolare: i vicini di casa del Caldaro (anch’esso sulla Strada del vino, la cui specialità è il rosso del Lago di Caldaro). Il Milano ha dovuto invece soffrire per cinque gare, e arriva quindi meno riposato alla sfida che può valere il double dopo la conquista della Coppa Italia.

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VERSO LA FINALEL’unico campionato che si disputa interamente in terra italiana. La Serie B di quest’anno era stata introdotta così, ed effettivamente è una definizione calzante, seppur di contrasto alla neonata Sky AlpsHL, in cui sono defluite le principali realtà italiane. Tuttavia, anche il campionato transalpino mastica italiano: le due finaliste sono i Rittner Buam del Renon (seconda realtà di testa dell’hockey italiano dopo il Bolzano), e l’Asiago. Hanno sconfitto in semifinale rispettivamente Cortina (rivelazione della stagione) e gli sloveni del Jesenice. Chi invece ha sposato interamente la causa italiana, ora si gioca la stagione nel trofeo di quella che si vorrebbe rinominare IHL (Italian Hockey League). Per i re-brading c’è un’estate intera di tempo, adesso è ancora il ghiaccio a parlare. Milano accede alla finale sconfiggendo in Gara 5 i bianconeri del Merano per 4-2, ma è stata sofferenza dall’inizio alla fine. In precedenza, due vittorie casalinghe di misura per 4-3, in Gara 1 e Gara 3 (questa terminata poi con una vera rissa). Alla MeranArena, impianto da fare invidia a tutte le società italiane, i Rossoblu avevano invece sofferto maggiormente. Il fattore ghiaccio è stato determinante: non solo la bolgia del PalAgorà di Milano, ieri riempito da 2.500 spettatori, ma anche l’effetto MeranArena ha giocato un ruolo importante nella serie. Ma il Milano aveva diritto ad una partita in più tra le mura amiche, in virtù del secondo posto ottenuto nella stagione regolare, e così la decisiva Gara 5 ha chiamato a rapporto l’intero popolo rossoblù, cresciuto esponenzialmente in queste serie di semifinale. 0-0 dopo i primi 20 minuti, poi i tirolesi sono passati in vantaggio, ma il Milano ha saputo ribaltare il punteggio, nella frazione centrale. Marcello Borghi, veterano milanese, ha siglato il sorpasso a pochi secondi dall’intervallo che anticipava il terzo periodo, in cui la battaglia è stata a viso aperto, seppur meno nervosa rispetto alle precedenti sfide all’Agorà. Domenico Perna, top scorer, ha siglato il 3-1 in situazione di power-play (uomo in più sul ghiaccio), ma il Merano ha saputo accorciare le distanze, tenendo sempre testa, con le unghie e con i denti. Il gol che ha chiuso la sfida? A porta vuota, e non è una stranezza: nell’ultimo minuto l’allenatore del Merano Max Ansoldi si gioca la carta dell’uomo di movimento in più, togliendo il proprio portiere, ma dopo l’ultimo assalto, Andrea Schina, tra i migliori difensori dell’intera Serie B, libera l’area e vola verso la porta avversaria sguarnita: empty-net goal a 2 secondi dalla fine, è il trionfo per una squadra che aveva grandi obiettivi durante questa stagione.

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FINALE – La sua sfidante è l’Appiano, che in casa del Milano non ha mai avuto vita facile durante questa stagione (due sconfitte, 4-0 in stagione regolare e 6-0 nell’andata della semifinale di Coppa Italia), ma si è sempre imposta nella sua Eishalle comunale (perentorio 8-3 in stagione regolare, durante le prime battute, quando il Milano mostrava ancora qualche incertezza, e striminzito quanto inutile 1-0 nel ritorno di Coppa Italia). La squadra è allenata da Robert Chizzali, esperto allenatore nella serie cadetta, dove ha più volte portato al trionfo l’Aurora Frogs, team del comune di Ora, altra vicina di casa dell’Appiano, ma dall’altra sponda del fiume Adige. I Pirati arrivano alla finale – come detto – più riposati del Milano, e hanno realizzato di poter raggiungere  la finale dopo aver vinto Gara 2 ai tempi supplementari, lì è stato lo spartiacque. Eppure l’avversario – il Caldaro – sulla carta era favorito, farcito di giocatori d’esperienza come Lorenz Daccordo ed Emanuel Scelfo, oltre ad essere l’unico team ad aver battuto il Milano in entrambi gli incontri di regular season. Ma in semifinale i Pirati hanno spiegato le vele navigando con successo verso la finale, trascinati da Jan Waldner, ritrovatissimo elemento in chiave playoff, Lorenz Röggl, hockeista con passione per la mountain bike, Tobias Ebner, ormai bandiera in casacca gialloblù, e capitan Davide Ceresa, tornato ad Appiano dopo una stagione al Renon, vissuta da campione d’Italia. Sarà pure il cosiddetto anno zero, ma la finale di Serie B smentisce chi parlava di dominio altoatesino. A contendersi il titolo di campione ci sarà anche una squadra lombarda, che si riscatta dopo l’autoretrocessione di due anni fa, seppur abbia già deciso di non avvalersi del diritto di andare in AlpsHL in caso di vittoria finale: «se vogliamo andare all’estero, dobbiamo puntare in alto (EBEL? Massimo campionato austriaco dove milita il Bolzano, ndr)». Inoltre anche in AlpsHL, la corazzata Renon sta affrontando i veneti dell’Asiago (vincendo Gara 1 col punteggio di 4-1): sarà pur stato un campionato internazionale di nuovo respiro, ma la finale non parla il dialetto altoatesino, bensì la lingua italiana, con la Slovenia capace di rendersi insidiosa sino all’ultimo match di semifinale.

Foto di Carola Fabrizia Semino ©

Non crescono più i Tulipani: i motivi della crisi olandese

Non crescono più i Tulipani: i motivi della crisi olandese

La Nazionale Olandese che questa sera sfiderà l’Italia, si presenta con un commissario tecnico ad interim. Mentre prende corpo la suggestione Van Gaal, che aveva dato il suo definitivo addio al calcio, gli Oranje si ritrovano a dover fronteggiare con durezza una crisi che si era solo affievolita, ritornando prepotentemente dopo la sconfitta per 2-0 in terra bulgara. Lo scivolone al quarto posto nel girone di qualificazione ha causato qualcosa di più grave del ritorno dei fantasmi che hanno impedito l’accesso agli Europei 2016 (caratterizzati dall’accesso allargato). L’argomento della crisi del calcio Olandese è di colpo tornato in auge dopo che si era assopito, e quella che storicamente è sempre stata una delle Nazionali più temibili di tutta Europa, continua ad attraversare un momento nero che si spiega con semplicità: manca il ricambio generazionale. L’epoca di Robben è finita, Sneijder da solo non può mandare avanti la baracca, e anche lui non è forse più nel pieno delle sue energie, e Bas Dost fa faville al Benfica ma è ancora molto isolato nell’attacco Oranje. A farne le spese di questa crisi di gioco, e forse d’identità, è stato il c.t. Danny Blind, sollevato dall’incarico dopo essersi assunto le sue responsabilità, e forse mai troppo apprezzato dagli olandesi. Dopo il brutto 2-0 contro la Bulgaria, Strootman ha suonato la carica facendo un chiaro e tondo mea culpa: «siamo stati indegni di rappresentare l’Olanda».

Certo è, che vedersi scavalcare in classifica dalla Bulgaria per una doppietta – la prima in nazionale – di Spas Delev, che fuori dalla terra natale è stato solo una comparsa nel Las Palmas durante la stagione 2013-2014, non era proprio nei programmi degli Oranje, i quali erano chiamati a riscattare una mancata qualificazione che ha avuto del clamoroso. Ora la Francia è a +6, la Svezia a +3 (ed è la squadra mediocre vista agli Europei francesi), la Bulgaria a +2 con 9 punti, e poi c’è l’Olanda, distante anche dallo slot che vale i playoff. Dietro di lei, Bielorussia e Lussemburgo non possono rappresentare un pericolo, quindi la situazione è di nuovo drammatica, come per il cammino verso Francia 2016, con l’aggravante che qui solo la prima classifica accede direttamente ai mondiali russi. E con questa Francia, possiamo parlare di una vera e propria lotta per il primo posto? Gli applausi vanno fatti proprio alla Bielorussia, che ha bloccato i transalpini per 0-0 nel primo match, altrimenti i ragazzi di Didier Deschamps sarebbero primi a punteggio pieno.

Dell’Olanda che è andata in finale ormai sette anni fa durante il Mondiale del Sudafrica, non c’è più nulla ormai. Tra gli Oranje, manca quella generazione che in Francia è composta da (potenziali) fenomeni e nel vicino Belgio di grandi campioni nei vari club che però non riescono a stupire quando indossano tutti assieme la maglia della Nazionale. Per l’amichevole con gli Azzurri, siederà in panchina Fred Grim, ex portiere dell’Ajax, con cui ha anche vinto una Champions League. Ma nell’occhio del ciclone di quella che è stata una nuova caporetto a tinte arancioni, non è finito solo l’allenatore, ma anche quello che doveva essere il suo gioiellino, anch’esso proveniente dall’Ajax, ma ben più giovane dell’attuale momentaneo tecnico dell’Olanda. Martin De Ligt ha poco più di 17 anni, e contro la Bulgaria è stato schierato incautamente titolare da Blind. Gli sono bastati 4 minuti per dimostrare che era ancora troppo presto, facendosi anticipare da Delev per l’1-0, sugli sviluppi di una palla alta che sembrava non dare troppi problemi.

Il gesto di Zoet dopo aver subito il gol è eclatante: costretto a cercare di mettere una pezza a quello che è stato il più classico degli strafalcioni difensivi, dettato da una carenza di esperienza, l’esperto portiere olandese si sarà sentito per un attimo in un campo di una serie minore. E a voler dirla tutta, il giovane De Ligt è anche responsabile sul 2-0, quando Delev lo mette in qualche modo a sedere trovando così tutto il tempo per coordinarsi e puntare l’angolino. Ma questo è un errore già più comune. La brutta casistica nella quale è finito il giovane De Ligt non mette in discussione le sue capacità: il ragazzo si farà, ma per una sera ha vissuto un incubo durato 45’ prima di essere sostituito facendo tornare Blind sui suoi passi, quando ormai la frittata era fatta. Ma queste righe che mettono a nudo le responsabilità del giovane difensore centrale, servono in qualche modo a scagionarlo. Lanciare dal primo minuto un diciassettenne in una sfida di qualificazione, in un girone dove solo la prima classificata accede direttamente ai Mondiali, è una scelta irresponsabile, e lo sarebbe per chiunque, a meno che non stessimo parlando di un fenomeno. Nemmeno la – ormai non più tanto promessa, ma vera realtà – Gigio Donnarumma, è stato schierato in una partita all’acqua di rose come un Italia-Macedonia. E il destino vuole che il portierone/portierino del Milan, esordirà proprio stasera contro l’Olanda, entrando di diritto nella storia. In panchina, anche un certo Alex Meret sottratto alla SPAL proprio nel weekend in cui si giocava la sfida al vertice contro il Frosinone (persa 2-0, con conseguente cessione del primo posto proprio ai ciociari. Fossi un tifoso spallino non sarei proprio contento nei confronti di Ventura). L’esordio di Donnarumma da un lato è il giusto premio ad un ragazzo non ancora maggiorenne che continua a stupire, ma dall’altro, rispecchia il rapido declino dell’Olanda: durante gli Europei del 2008, la corazzata arancione batteva l’Italia 3-0 nel girone di qualificazione, un’Italia che portava con sé la responsabilità da Campione del Mondo. Quasi dieci anni dopo, la musica è cambiata, ma mette gli Azzurri sono una buona luce: la squadra erede della meno temibile nazionale arrivata agli Europei (ma brillantissima grazie ad Antonio Conte) dà più certezze e più sicurezze dell’Olanda di Blind, senza Blind. Si potrebbe andare più a fondo nella crisi, ma ciò comporterebbe un lungo quanto inutile elenco dei giocatori che non convincono con la casacca arancione, dei mancati eredi di Robben e soci, dell’allenatore che non riesce a prendere in mano una squadra e farla giocare a calcio come si deve. Ma l’esempio di Martin de Ligt basta e avanza, mettendo in difficoltà un giovane talento che ha visto realizzarsi un sogno. Al contempo, c’è chi continua a trovare numerosi difetti nell’Italia di Ventura. Nobili decadute? Forse, ma non è il termine adatto. Quel che è sicuro, è che stasera gli Azzurri affrontano una Nazionale in crisi, in una gara che non mette nulla in palio. Tutto è possibile, mentre dopo de Ligt, stasera anche un altro diciassettenne entrerà nella storia delle Nazionali. Che vinca il migliore.