VenTo: ben più di una ciclovia, un’infrastruttura per il nostro Paese

VenTo: ben più di una ciclovia, un’infrastruttura per il nostro Paese

Dall’1 all’11 giugno si è svolta la quinta edizione del VenTo bici tour, per la prima volta aperto al pubblico: una pedalata attraverso le bellezze paesaggistiche del Po, durante i primi due weekend di giugno. Nel primo appuntamento, il percorso ha tracciato un itinerario dal Lido di Venezia, passando per il Delta del Po, Ferrara, sino al Mantovano, con destinazione finale a San Benedetto Po, riconosciuto tra i Borghi più belli d’Italia. Nel secondo weekend, dall’8 all’11 giugno, il tour è ripreso da Pavia, attraversando poi tutta la parte piemontese del Po, con l’arrivo a Torino, nella cornice del Parco di Valentino, a completamento di un percorso che non mette in mostra solo le bellezze – spesso sottovalutate – delle aree interne adiacenti al fiume più lungo d’Italia, ma anche le tipicità culinarie dei diversi luoghi, dove non è mancato il supporto di importanti organizzazioni come Slow Food. Tra i due weekend aperti al pubblico, nella giornata di mercoledì 7 giugno si è svolto il VentoDay, nei pressi Cremona, con la presenza del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, che si è anche concesso una pedalata assieme al VentoTeam, capitanato da Paolo Pileri, Professore ordinario di progettazione e pianificazione urbanistica presso il Politecnico di Milano, e dai suoi collaboratori Diana Giudici, urbanista, Alessandro Giacomel, architetto, e le giovani Camilla Munno, pianificatrice ambientale e territoriale, e Rossella Moscarelli, architetto. A questo team, si è anche aggiunto Witoor, associazione sportiva e gruppo di lavoro specializzato in cicloturismo. Ma il progetto non è semplicemente un bici tour; è molto di più. La pedalata rappresenta un’iniziativa di sensibilizzazione al Progetto VenTo, infrastruttura che impegna il gruppo di ricerca da diversi anni.

COS’E’ VENTO? – E’ una dorsale cicloturistica che va da Venezia a Torino, con una ramificazione da Pavia verso Milano, della lunghezza complessiva di 679 km. Ad oggi, dell’intera tratta individuata dai progettatori, solo il 15% è ciclabile in sicurezza, mentre la restante parte richiede interventi di trasformazione o di costruzione ex novo. Il progetto non è la sommatoria di tante piste ciclabili, termine assolutamente inadatto per spiegare Vento, ma rappresenta un’infrastruttura rivolta al cicloturismo nelle aree interne, ovvero i territori non metropolitani, aggregati di piccole-medie dimensioni finiti ormai fuori dai radar e marginalizzati, scavalcati dalle grandi reti autostradali e dalle alte velocità sui binari. Ritrovare il capitale territoriale e sociale di questi territori, è fra gli obiettivi della ciclovia, finalizzata a connettere, con un percorso da percorrere in sicurezza, le piccole realtà bagnate dal Po, dove una realtà di 121 comuni e 242 località possiede un patrimonio che il nostro Paese rischia di disperdere mentre focalizza la sua attenzione sullo sviluppo (sostenibile?) delle aree metropolitane. La Strategia Nazionale delle Aree Interne 2014-2020 concentra la sua attenzione su questi luoghi dell’abbandono, chiamati a ricostruirsi con opere di quella che oggi si ama chiamare resilienza, per riappropriarsi della propria identità. Il Progetto Vento, che incidendo sulle aree interne crea una connessione infrastrutturale tra Alpi e mar Adriatico, è entrato nella Legge di Stabilità n. 208, del 18 dicembre 2015, e da luglio 2016 ha visto diversi accordi e intese inter-istituzionali cui fa capo il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Dopo i quattro workshop tecnici del febbraio scorso, tenutisi a Venezia, Ferrara, Cremona e Trino (uno per ognuna delle quattro regioni attraversate dalla ciclovia), il bike tour è stato l’ultimo tassello per un progetto che ha ormai preso slancio verso una rete unificata di attori locali e di cittadini. A parere di chi scrive, Vento rappresenta la progettazione più importante per il Nord Italia (e non solo) non tanto per la sua caratteristica ecosostenibile e bike-friendly, quanto piuttosto per la sua capacità di ri-trasformazione non invasiva del territorio del Po attraverso il cicloturismo. Oggi, gli argini del Po sono un coacervo di aree interne dimenticate, dove i fascini di Ferrara e Cremona fanno da contraltare. Vento opera per connettere questi contesti locali, rendendo possibile lo sviluppo di un nuovo turismo in luoghi di cui, sono certo, buona parte dei cittadini italiani ignora le bellezze paesaggistiche e culturali. Chi di voi ha mangiato il Tiròt mantovano? Chi di voi ha mai visitato il parco del Delta o il Castello di Chignolo Po? Il turismo va ben oltre i last-minute verso l’estero, verso atolli, paradisi tropicali o indocinesi o capitali europee, e all’interno dell’Italia, non si ferma a Venezia, Roma, Firenze o le torri di San Gimignano.

NARRAZIONE – La decisione di scrivere del Progetto Vento non nasce da un semplice interesse di stampo giornalistico, ma prende forma da un’attività di supporto svolta empiricamente sul campo, lungo il tracciato del ciclovia, che mi ha lasciato non solo la soddisfazione di dare un contributo fattivo all’iniziativa, ma anche il riconoscimento della grande importanza di un progetto nato dall’ateneo in cui, ad oggi, lavoro. Per quattro giorni, durante il primo weekend del bici tour, da venerdì 2 a lunedì 5 giugno, ho svolto attività di supporto alla logistica. In tutte le piazze attraversate dal tour ciclistico, il professor Pileri, responsabile scientifico di Vento, ha sempre presentato e introdotto finalità e obiettivi del progetto con una passione encomiabile, davanti a platee composte da partecipanti al tour, cittadini e istituzioni locali, sindaci compresi, da Rosolina Mare (area nord del Delta del Po) a Papozze (nel Polesine), dal bici-grill Il Mulino di Ro Ferrarese alla darsena di Ferrara, dall’Agriturismo Corte Nigella di Felonica, l’ultimo comune del mantovano verso il ferrarese, alla suggestiva piazza di San Benedetto Po. Concluso il primo weekend di tour aperto al pubblico, dove la carovana ha raggiunto più di 40 adesioni, il Vento Team ha proseguito il suo viaggio verso il Vento Day di Cremona, passando per Luzzara, comune del reggiano al confine con la Provincia di Mantova, che ha dato i natali a Cesare Zavattini, storico regista del secolo scorso, la cui memoria è oggi tenuta viva dal Centro Culturale Zavattini, polo culturale del piccolo paese. Un gioiello. Quest’ultima visita è stata il lampo finale di una quattro giorni di grandi paesaggi e incontri dove il Vento Team ha, ancora una volta, «ricucito la bellezza» del Po e delle aree circostanti. Il patrimonio conoscitivo che mi ha lasciato questa esperienza di supporto, è riduttivo per raccontarlo in poche righe. I pedali, con Vento, assumono un valore che va ben oltre l’attività ciclistica lungo l’argine maestro del Po, ben oltre la pista ciclabile che costantemente diventa mezzo di promozione politico-elettorale, ben oltre un progetto di unione fra regioni e contesti territoriali ancora oggi agresti. Vento è l’occasione di rilancio nel contesto delle politiche e progettazioni finalizzate a rilanciare le aree interne, attorno al Po. Una ciclovia, che unisce persone, territori e partnerships, dalle biciclette Cinelli alla A2A, azienda lombarda di erogazione di energia, da Slow Food al MIUR. Vento non è un infrastruttura per chi ama la bicicletta, è un bene per il nostro Paese.

 

Immagini per Gentile Concessione del gruppo di ricerca Vento ©

Hockey Inline: Milano Quanta, un’altra stagione da protagonista

Hockey Inline: Milano Quanta, un’altra stagione da protagonista

La settima meraviglia è arrivata, in quella che, al suo termine, diventa una stagione storica. Con la conquista del sesto scudetto consecutivo (il settimo non consecutivo) quella 2016-2017 è la stagione più vincente della storia del Milano Quanta: Supercoppa, Coppa Italia, Coppa FIHP, e ora lo Scudetto. Quattro trofei in una stagione, cui si aggiunge la formativa esperienza europea disputata a Valladolid conclusasi con un settimo posto. Trionfo finale, in una serie per lo Scudetto che era iniziata forse nel peggiore dei modi, con una sconfitta per 8-5 tra le mura amiche, a favore del Cittadella. Saltato il fattore pista, il Milano Quanta ha tirato fuori gli artigli ed ha saputo imporsi in tutte le gare successive, alzando al cielo, giovedì sera, il quarto trofeo stagionale, ottenuto grazie al supporto di due aggiunte all’organico dal mondo dell’hockey ghiaccio: Nicola Fontanive, alla terza stagione col Quanta, e Andreas Lutz, entrambi ben amati a Milano, visti i loro trascorsi all’Hockey Milano Rossoblu, più Ingemar Gruber, da Merano. Per Fontanive, è il coronamento di una vita di dedizione all’hockey, che ora giunge al suo termine. Il trentenne andrà negli Stati Uniti per iniziare una nuova vita con la moglie. Il Presidente Umberto Quintavalle, ai microfoni de La Gazzetta dello Sport, era comunque sicuro anche di questo trofeo: «vinceremo le prossime tre partite perché siamo i più forti». La squadra ha risposto al meglio, con un 6-0 in gara 2, aprendo le porte al sesto scudetto consecutivo. Una stagione importante, ancora ricca di grandi conquiste, nonostante diversi cambiamenti a inizio stagione, a partire dal coach Luca Rigoni, che da ex giocatore si è calato in fretta nella realtà del pancone, diventando un punto di riferimento capace di guidare un gruppo ben amalgamato tra giovani e uomini d’esperienza, dove l’alchimia ha funzionato al meglio. L’allenatore è già stato confermato per la prossima stagione, e nella lista degli acquisti, c’è il sogno Tobia Vendrame, diciottenne del Cittadella, vera e propria promessa dell’hockey inline, capace di dare del filo da torcere al Quanta durante la finale scudetto. Tra i veneti si è anche distinto lo statunitense Kelly Spain. Un’altra stagione al vertice per i rossoblù, con il fondamentale supporto da parte dei giovani e anche dei nuovi innesti, come il toscano Barsanti, coraggioso nel giocare con un dito rotto in occasione dell’ultima partita (fonte, La Gazzetta dello Sport). Per il futuro occorre insistere di più sul cammino Europa, ma il palmarès di 16 trofei conquistati negli ultimi cinque anni, può ben rendere orgoglioso il tifo milanese e il Presidente.  Il Quanta, nel frattempo, continua ad essere la più importante realtà italiana dell’hockey inline, in un impianto all’avanguardia come il Quanta Club. Un’altra importante novità della stagione, è stato il coinvolgente appuntamento settimanale con Overtime, la trasmissione a tinte rossoblù condotta da Giorgio Prando, capace di fornire un perfetto servizio informativo a tutti gli appassionati, con interviste, highlights e analisi approfondite.

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Una stagione più che positiva per tutto l’hockey milanese: doblete dell’Hockey Milano Rossoblu, sul ghiaccio, con Coppa Italia e Serie B conquistate in poco più di un mese, e quattro trofei per l’HC Milano Quanta, spalmati lungo l’intera stagione. Il primo, arrivò ad ottobre, in occasione della Supercoppa vinta al Quanta Village contro il Cus Verona. Adesso, è tempo di Nazionale. Il Blue Team dell’hockey su ghiaccio è retrocesso dalla Top Division, ma contro avversari come Russia, Svezia e Germania, sarebbe stato difficile per chiunque. Continua l’ascensore tra l’altare più e la Prima Divisione, ma con Stefan Mair, la Nazionale sta intraprendendo il giusto percorso, fondato sulle forze locali. Nell’hockey inline, l’Under 20 e l’Under 18 saranno impegnate nella Nations Cup, con i secondi che poi disputeranno anche l’Europeo di Boskovice, dal 12 al 16 luglio. A Wroclaw, in Polonia, la Nazionale Senior sarà invece coinvolta nei World Games, importante evento che sostanzialmente rappresenta le Olimpiadi degli sport non olimpionici. Dal Milano Quanta, non dovrebbero mancare i convocati. Ora, tempo di festa, prima di pensare alla prossima stagione, con un obiettivo ormai consolidato: continuare ad essere la squadra più forte d’Italia.

Cataldi Gate: una gratuita mancanza di rispetto

Cataldi Gate: una gratuita mancanza di rispetto

E’ la notizia successiva alla Pasquetta, e ripresenta un tema caldo per le frange più accese di tifosi, e freddo agli occhi del calcio moderno. Danilo Cataldi, ventiduenne in prestito secco al Genoa, di proprietà della Lazio, è stato accusato dai tifosi biancocelesti, in particolare dalla Curva Nord, di qualcosa che forse è difficile definire: oltraggio alla lazialità? Mancanza di rispetto per la squadra che l’ha cresciuto e che tifa? In ogni caso, la frase è eloquente: «per te alla Lazio non c’è più posto», come riporta cittàceleste.it. Il fatto incriminato? L’esultanza del giovane Cataldi al gol del vantaggio del Genoa, il momentaneo 2-1 siglato da Goran Pandev, altro ex di giornata, che a Roma non ha lasciato un bel ricordo, dopo aver indossato per tanti anni la maglia della Lazio. Il Comunicato della Curva Nord è diretto e conciso: «complimenti per il tuo fantastico atteggiamento tenuto da te e dalla tua futura moglie al gol di un giocatore che ci infanga e ci disprezza da anni. Riteniamo che sia un insulto alla Lazio e ai suoi tifosi, da una persona, come te, che si è sempre dichiarata laziale. Ti auguriamo una lunga permanenza a Genova perché ora, nella Lazio, per uno come te non c’è più posto. Arrivederci e grazie!».

 Cataldi ha subito lasciato a Instagram la sua risposta, raccontando di come la Lazio non sarà mai una squadra qualunque, di come l’abbia fatto diventare uomo da bambino e poi professionista, e di come la sua testa oggi debba – legittimamente – pensare al Genoa, la squadra per cui gioca.

 

La Lazio per me non è e non sarà mai un semplice club. È una famiglia, una casa nel mio cuore in cui sono entrato quando avevo 12 anni. E non dimenticheró mai ogni momento vissuto con il biancoceleste addosso e con l’aquila sul petto. Grazie alla Lazio, da bambino sono diventato uomo. E soprattutto professionista. La carriera di un calciatore è anche questo, sono orgoglioso dell’opportunità di giocare nel Genoa che ha creduto in me, di proseguire il mio percorso di crescita in una società così importante. Oggi, Cataldi dà l’anima per il Genoa come ha sempre fatto e se ci sara la possibilita continuera a fare per la Lazio.Senza voler mancare di rispetto a nessuno sia da parte mia che della mia futura moglie,che come giusto che sia,tifa e tiferà sempre la maglia che indosso. Questo è il mio percorso, con la testa al Genoa; come da sempre e per sempre grato e legato ai colori biancocelesti. Un abbraccio a tutti! Danilo

Un post condiviso da Danilo Cataldi ✔️ (@danilocat32) in data:


La reazione laziale al post di Instagram, è altalenante: si va dai commenti di stima e comprensione agli svariati mercenario, «per te la maglia si indossa, per noi è qualcosa di più», «chi ama non tradisce…buona fortuna a Genova». Il tutto, per un’esultanza che ha fatto discutere, in un match terminato col punteggio più giusto, in parità. Il giovane Danilo finisce così in un vortice che lo sobbalza da una parte e dall’altra, ben descritto dal suo agente: «i tifosi del Genoa accusano Cataldi di pensare troppo alla Lazio. I tifosi biancocelesti gli augurano di rimanere a Genova perché feriti da un’esultanza col Grifone. La realtà è che Cataldi è un vero professionista nonostante abbia solo 22 anni». Il commento prosegue con quelli che sono già i numeri del centrocampista (ottimo impatto con l’Under 21, tra i più giovani capitani della Lazio), e le difficoltà del momento. Giocare in questo Genoa, in declino da gennaio, non è facile per nessuno. Richiedono invece pochi commenti quelli che riguardano la co-esultanza della futura moglie assieme a Danilo, dopo il gol di Pandev. Insomma, la questione è a parere di chi scrive talmente di lana caprina, che non trova spazio per un contraddittorio. Un’esultanza ad un gol, resta un’esultanza, a maggior ragione se il ragazzo incriminato non è l’autore della rete. L’usanza di non esultare con una ex, è praticata da molti, e chi decide di lasciarsi andare dalla foga post-gol, solitamente ha buoni motivi per farlo, motivati da attriti o ruggine rimasti sedimentati nel cambio di casacca. Il resto, sono sottigliezze che riguardano il comportamento del singolo giocatore – che può essere una testa calda o un onesto working class hero – o di un’intera tifoseria, che può essere amichevole, ostile, puntigliosa ed esigente, pur restando il motore del supporto ai giocatori in campo. In questo caso però, la Curva Nord è forse andata un po’ oltre le righe, chiudendo le porte in faccia ad un giocatore che, carte alla mano, è ancora di proprietà della Lazio. Da un lato, è eccessivo sostenere che i tifosi gestiscono la società, come molti presidenti spesso amano sostenere, dall’altro lato, è difficile prendere le difese dei supporters biancocelesti, davanti ad un fatto che, nell’economia del rapporto tra Cataldi e Lazio, e anche tra le due squadre, Genoa e Lazio, non ha nessuna ricaduta. Inoltre, le immagini degli highlights, estratti dal canale YouTube ufficiale della Serie A, rischiano di dare torto ai tifosi della Lazio, stando al fulmineo frammento a disposizione.

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Danilo Cataldi serve sulla fascia destra Lazovic, che poi effettua il cross sul secondo palo, dove arriva la zuccata vincente di Pandev. Al momento del gol, Cataldi è l’unico giocatore che si trova al centro dell’area di rigore. Le immagini non lo ritraggono spasmodicamente festoso a rincorrere Pandev, anzi. La prima reazione è pacata, semplice, quasi a dimostrare da un lato il malessere per il momento difficile al Genoa, dove fatica a trovare spazi, e dall’altro lato una fede laziale troppo forte. In seguito (le immagini non lo mostrano), il giocatore andrà ad abbracciare l’autore del gol, ma questo fa parte dello spirito di squadra. Il Genoa ha sfiorato la vittoria; una vittoria arrivata in una sola occasione durante il girone di ritorno. Cataldi sino a fine campionato è un giocatore del Genoa, in prestito secco. Astenersi dall’esultare un gol, il primo di Pandev in maglia rossoblù, per far fede alla sua lazialità? Non fa parte di questo sport.

 

 

 

 

 

 

 

Hockey Ghiaccio: Milano raddoppia, dopo la Coppa Italia, vince la Serie B

Hockey Ghiaccio: Milano raddoppia, dopo la Coppa Italia, vince la Serie B

Da ieri sera, dalle ore 22 in poi, chi tifa l’Hockey Milano Rossoblù si sarà ritrovato la bacheca di Facebook invasa di foto e commenti festosi. Il doppio colpo di cui parlavamo non meno di una settimana fa, si è concretizzato. Dopo la quarta di eventuali cinque gare della serie finale, il Milano conquista il titolo di Campione della Serie B, che ha un po’ il sapore di Campione d’Italia. Sebbene questo attestato spetti ufficialmente ai Rittner Buam del Renon, che lo hanno già vinto a gennaio (una stranezza) e che stasera, nel caso superino Asiago in Gara 5, possono alzare al cielo anche il trofeo della neonata Alps Hockey League (tanto voluta proprio dal Renon), anche il Milano può sentirsi a suo modo Campione d’Italia, a maggior ragione dopo che i trofei conquistati in questa stagione sono diventati due: tutti e due disputati entro i confini italiani: la Coppa Italia, vinta contro il Fiemme il 28 febbraio, e ora la Serie B (che potrebbe riconfigurarsi in IHL, Italian Hockey League), vinta ad Appiano sulla Strada del Vino, al primo match-point sfruttabile per i ragazzi di coach Massimo Da Rin, contro l’Appiano Pirates. Due trionfi in terra altoatesina nel giro di poco più di un mese, e una stagione che si chiude nel migliore dei modi, su due piste distanti da casa.

CHE TIFO! – «Ma noi giochiamo sempre in casa» (da La Gazzetta dello Sport e HockeyTime.net, ndr), chiosa Marcello Borghi, Capitan futuro dell’Hockey Milano Rossoblu, che con il suo gol a 40 secondi dalla fine, ha aperto le porte del trionfo, mettendo la sua importante firma sulla serie finale e sul titolo: suo il gol che ha riaperto la partita sul risultato di 2-0 per l’Appiano, e suo il gol che ha chiuso i conti per il definitivo 3-2 che vale il titolo. La firma del pareggio, è di un ragazzo che aveva già timbrato il cartellino nella finale di Coppa Italia: Tommaso Terzago, già a Milano nella stagione 2014-2015, quando i Rossoblù raggiunsero le semifinali di Serie A, e tornato nel capoluogo lombardo dopo una nuova parentesi in Svizzera. Nel tripudio generale a tinte rossoblu, la frase di Marcello Borghi è emblematica: ieri, all’EisStadion di Appiano, grazie ai numeri tifosi giunti in trasferta, sugli spalti respirava un’atmosfera bollente, che si è poi riversata sul ghiaccio per dare il via ai festeggiamenti inoltratisi sino a tarda notte, quando buona parte dei tifosi ha accolto il ritorno dei giocatori a Milano. Assieme hanno visto le prime luci dell’alba. Un «double» agognato, sapendo che le rivali erano insidiose, ma forse la squadra più forte da sconfiggere, era già stata superata in semifinale: il Merano, che ha dovuto abdicare in favore del Milano. Ciò non toglie che l’Appiano, solida realtà della Bassa Atesina, abbia dato del filo da torcere al Milano: pareggiati i conti mercoledì sera scorso in Gara 2, rimontando due gol di svantaggio, stavolta assaporava già l’idea di giocarsi Gara 5 all’PalAgorà di Milano (dove però ha sempre faticato), dopo che aveva siglato il 2-0 in avvio del terzo periodo. Ma il Milano ha tirato fuori gli artigli, facendo perdere la rotta ai Pirati, che si sono dovuti arrendere. Dopo la Coppa Italia, questo Milano era difficile da battere per chiunque. Solo per la gloria? Sì, solo per la gloria, come si era già sottolineato prima della serie finale. Il Milano ora ha il diritto di accedere alla Alps Hockey League, ma non è previsto che lo sfrutti: il presidente Cambiaghi ha già dimostrato il suo interesse a restare entro i confini italiani, puntando su prospettive più ampie nel caso si decida di percorrere la strada estera.

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GIU’ IL CAPPELLO – L’elogio a questo doppio trionfo passa anzitutto da quanto mostrato sul ghiaccio. Il Milano era fin dall’inizio una delle squadre maggiormente attrezzate per andare fino in fondo, diversamente dall’anno scorso, quando le bruciature dell’autoretrocessione determinarono una fuga da Milano, con un campionato terminato ai quarti di finale. Un anno dopo, durante l’estate scorsa, l’esodo ha invece colpito il Val Pellice (realtà piemontese dell’hockey ghiaccio, ricordate la neonata HCV Filatoio?), portando a Milano forze fresche. Fra queste, c’è il miglior difensore dell’intera Serie B: Andrea Schina, diventato fondamentale soprattutto durante i Playoff, ma non solo: sono tornati Sascha Petrov, estone naturalizzato italiano, e Stefan Ilic, della nazionale serba ma con passaporto italiano in virtù dell’intera carriera giocata in Italia, Marco Pozzi, cresciuto nella cantera rossoblu, che su Facebook festeggia il titolo in maniera eloquente: «quest’anno non abbiamo lasciato neanche le briciole», e Matteo Mondon Marin. Uno chapeau va fatto, oltre che al mattatore di Gara 4, Marcello Borghi, anche al top scorer Domenico Perna, 79 punti stagionali tra regular season e playoff: quarant’anni e non sentirli! Menzione anche per il portiere Alessandro Tura, che gioca un ruolo fondamentale sul ghiaccio, e per il suo vice Riccardo Pignatti, che si è sempre fatto trovare pronto. Come non citare poi i due più interessanti prodotti delle giovanili inseriti a roster quest’anno? L’attaccante Simone Asinelli, tornato a Milano dopo un anno negli USA, che già mostra una buona confidenza col gol, e Andrea Fadani, difensore di carattere, come dimostra la rissa al termine di semifinale Gara 3 contro il Merano, che si è fatto trovare pronto in un reparto colpito ad inizio anno dalla defezione a lungo termine di Andreas Radin. Ma in realtà, non occorrono distinzioni: giù il cappello davanti a tutta la squadra, che ha alzato due trofei al cielo in una stagione che vuol dire rinascita dopo l’addio alla massima serie di due anni fa, ormai solo un vecchio ricordo. La menzione speciale è invece per il coach Massimo Da Rin: tre trofei vinti alla guida dell’Hockey Milano Rossoblu, due serie cadette e una Coppa Italia, niente male! Per proseguire su questa strada, la dirigenza – che quest’anno ha azzeccato tutte le mosse – ha tempo: c’è un’estate intera che nell’hockey su ghiaccio vuol dire trepidante attesa, e che in Italia è sempre attraversata da modifiche e novità, con i Playoff di NHL a tenere compagnia sino a giugno, ma non solo. Tra non molto la Nazionale Italiana disputerà i Mondiali di Top Division a Colonia: la speranza è di non retrocedere, ma si affrontano alcune tra le nazionali più forti al mondo. E’ dura, ma vale la pena crederci, e Milano ospiterà una delle varie premesse di preparazione, l’amichevole di lusso tra Italia e USA, prevista per il 2 maggio all’Agorà, hockey di alto livello, per chiudere in bellezza una stagione da incorniciare.

Per la cronaca del match di Gara 4, potete cliccare HockeyWords.

Foto coreografia © Curva del Milano

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Hockey ghiaccio: tempo di finale, e Milano sogna il doppio colpo

Hockey ghiaccio: tempo di finale, e Milano sogna il doppio colpo

A Milano si può guardare ancora più in grande. Non più di un mese fa l’Hockey Milano Rossoblu sollevava allo stadio Pranives (Val Gardena) la Coppa Italia, conquistata contro il Fiemme. Oggi, si prepara a quella che a suo modo è una finale scudetto, dove si gioca per la gloria, come aveva apostrofato un titolo della Gazzetta dello Sport. Ma la gloria è tutto, replicò un tifoso milanese. E ieri sera, quel tutto è diventato un patrimonio per cui combattere. Il Milano supera il Merano al termine di un’agguerrita serie di semifinale dove non è mancato niente per gli appassionati di hockey: gioco, agonismo e la giusta aggressività da playoff, con tanto di risse (finite anche su Striscia la Notizia). Ma alla fine di cinque gare intense, ci si stringe la mano, e passa il turno la squadra che ha meritato di più, che tra poche ore sarà di nuovo sul ghiaccio: comincia la Finale del campionato di Serie B, e ad attendere l’Hockey Milano Rossoblu, c’è l’HC Appiano Pirates, di Appiano sulla Strada del Vino, comune sparso del basso Alto Adige di circa 15.000 abitanti, terra del Gewürztraminer e del Lagrein. L’Appiano è approdato in finale dopo tre gare, sconfiggendo i vincitori della stagione regolare: i vicini di casa del Caldaro (anch’esso sulla Strada del vino, la cui specialità è il rosso del Lago di Caldaro). Il Milano ha dovuto invece soffrire per cinque gare, e arriva quindi meno riposato alla sfida che può valere il double dopo la conquista della Coppa Italia.

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VERSO LA FINALEL’unico campionato che si disputa interamente in terra italiana. La Serie B di quest’anno era stata introdotta così, ed effettivamente è una definizione calzante, seppur di contrasto alla neonata Sky AlpsHL, in cui sono defluite le principali realtà italiane. Tuttavia, anche il campionato transalpino mastica italiano: le due finaliste sono i Rittner Buam del Renon (seconda realtà di testa dell’hockey italiano dopo il Bolzano), e l’Asiago. Hanno sconfitto in semifinale rispettivamente Cortina (rivelazione della stagione) e gli sloveni del Jesenice. Chi invece ha sposato interamente la causa italiana, ora si gioca la stagione nel trofeo di quella che si vorrebbe rinominare IHL (Italian Hockey League). Per i re-brading c’è un’estate intera di tempo, adesso è ancora il ghiaccio a parlare. Milano accede alla finale sconfiggendo in Gara 5 i bianconeri del Merano per 4-2, ma è stata sofferenza dall’inizio alla fine. In precedenza, due vittorie casalinghe di misura per 4-3, in Gara 1 e Gara 3 (questa terminata poi con una vera rissa). Alla MeranArena, impianto da fare invidia a tutte le società italiane, i Rossoblu avevano invece sofferto maggiormente. Il fattore ghiaccio è stato determinante: non solo la bolgia del PalAgorà di Milano, ieri riempito da 2.500 spettatori, ma anche l’effetto MeranArena ha giocato un ruolo importante nella serie. Ma il Milano aveva diritto ad una partita in più tra le mura amiche, in virtù del secondo posto ottenuto nella stagione regolare, e così la decisiva Gara 5 ha chiamato a rapporto l’intero popolo rossoblù, cresciuto esponenzialmente in queste serie di semifinale. 0-0 dopo i primi 20 minuti, poi i tirolesi sono passati in vantaggio, ma il Milano ha saputo ribaltare il punteggio, nella frazione centrale. Marcello Borghi, veterano milanese, ha siglato il sorpasso a pochi secondi dall’intervallo che anticipava il terzo periodo, in cui la battaglia è stata a viso aperto, seppur meno nervosa rispetto alle precedenti sfide all’Agorà. Domenico Perna, top scorer, ha siglato il 3-1 in situazione di power-play (uomo in più sul ghiaccio), ma il Merano ha saputo accorciare le distanze, tenendo sempre testa, con le unghie e con i denti. Il gol che ha chiuso la sfida? A porta vuota, e non è una stranezza: nell’ultimo minuto l’allenatore del Merano Max Ansoldi si gioca la carta dell’uomo di movimento in più, togliendo il proprio portiere, ma dopo l’ultimo assalto, Andrea Schina, tra i migliori difensori dell’intera Serie B, libera l’area e vola verso la porta avversaria sguarnita: empty-net goal a 2 secondi dalla fine, è il trionfo per una squadra che aveva grandi obiettivi durante questa stagione.

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FINALE – La sua sfidante è l’Appiano, che in casa del Milano non ha mai avuto vita facile durante questa stagione (due sconfitte, 4-0 in stagione regolare e 6-0 nell’andata della semifinale di Coppa Italia), ma si è sempre imposta nella sua Eishalle comunale (perentorio 8-3 in stagione regolare, durante le prime battute, quando il Milano mostrava ancora qualche incertezza, e striminzito quanto inutile 1-0 nel ritorno di Coppa Italia). La squadra è allenata da Robert Chizzali, esperto allenatore nella serie cadetta, dove ha più volte portato al trionfo l’Aurora Frogs, team del comune di Ora, altra vicina di casa dell’Appiano, ma dall’altra sponda del fiume Adige. I Pirati arrivano alla finale – come detto – più riposati del Milano, e hanno realizzato di poter raggiungere  la finale dopo aver vinto Gara 2 ai tempi supplementari, lì è stato lo spartiacque. Eppure l’avversario – il Caldaro – sulla carta era favorito, farcito di giocatori d’esperienza come Lorenz Daccordo ed Emanuel Scelfo, oltre ad essere l’unico team ad aver battuto il Milano in entrambi gli incontri di regular season. Ma in semifinale i Pirati hanno spiegato le vele navigando con successo verso la finale, trascinati da Jan Waldner, ritrovatissimo elemento in chiave playoff, Lorenz Röggl, hockeista con passione per la mountain bike, Tobias Ebner, ormai bandiera in casacca gialloblù, e capitan Davide Ceresa, tornato ad Appiano dopo una stagione al Renon, vissuta da campione d’Italia. Sarà pure il cosiddetto anno zero, ma la finale di Serie B smentisce chi parlava di dominio altoatesino. A contendersi il titolo di campione ci sarà anche una squadra lombarda, che si riscatta dopo l’autoretrocessione di due anni fa, seppur abbia già deciso di non avvalersi del diritto di andare in AlpsHL in caso di vittoria finale: «se vogliamo andare all’estero, dobbiamo puntare in alto (EBEL? Massimo campionato austriaco dove milita il Bolzano, ndr)». Inoltre anche in AlpsHL, la corazzata Renon sta affrontando i veneti dell’Asiago (vincendo Gara 1 col punteggio di 4-1): sarà pur stato un campionato internazionale di nuovo respiro, ma la finale non parla il dialetto altoatesino, bensì la lingua italiana, con la Slovenia capace di rendersi insidiosa sino all’ultimo match di semifinale.

Foto di Carola Fabrizia Semino ©