Scoprendo Cesar Falletti

Scoprendo Cesar Falletti

Il Napoli è alla ricerca di un giocatore che possa creare non solo un’alternativa nel ruolo dei vari campioni che giocano nel perfetto attacco di Maurizio Sarri, ma che possa concedere anche un’alternativa tattica al tecnico toscano. Il profilo che si delinea da tutta la premessa è disponibile a parametro 0 ed è ricercato non solo personalmente da Giuntoli e Sarri, ma anche da mezza Serie A ed è Cesar Falletti, giovane uruguagio con il passaporto italiano che ha incantato la Serie B negli anni alla Ternana.
Le squadre di vertice della cadetteria sono in fila alla porta dell’agente ma dopo anni in seconda divisione l’ex numero 10 delle Fiere vorrebbe tentare il salto di categoria ed allora pronte per lui le porte di tante compagini della massima serie: l’Atalanta e il Bologna in primis, più defilate ci sono Genoa, Verona e Crotone e Cagliari, tutte pronte ad offrire una maglia da titolare al fantasista, tranne forse l’Atalanta che comunque punta ad allungare la panchina ed offrire una parte da comprimario a Falletti in vista del ritorno in Europa League
La big più interessata al centrocampista è comunque il Napoli che ha un feeling speciale con i Sudamericani e che dopo la fortunata esperienza di Cavani, ha lasciato un pezzo di cuore nella nazione di Pepe Mujica.Molti però parlano di Falletti come una fusione tra Callejon e Insigne, ma non è proprio così. Per descrivere chi è César Alejandro Falletti Dos Santos abbiamo contattato Donato Lomonte, ex collaboratore tecnico di Benny Carbone alla Ternana nella stagione appena conclusasi.

 

Che tipo di giocatore è Cesar Falletti?

“Cesar è un grande giocatore, trequartista puro che fa della velocità, del dribbling e del tiro in porta le sue caratteristiche principali. Sul primo passo ti lascia lì, inventa sempre qualcosa e quando parte crea sempre superiorità e crea sempre problematiche agli avversari. In Serie B da noi ha fatto la differenza e non c’entra nulla con la Serie B, lo ha dimostrato negli anni, merita palcoscenici più grandi.
Tatticamente può essere un giocatore assimilabile a Callejon?

“E’ quel tipo di giocatore che può fare tutti i ruoli dalla trequarti in su perché ha una grande rapidità ma per me è più simile a Mertens che a Callejon e può fare il vice Mertens secondo me, come Falso 9. C’è Milik, ma Falletti potrebbe ritagliarsi un’occasione anche in una posizione più avanzata perché davanti al portiere è freddo ed ha un grandissimo tiro”.

Napoli potrebbe essere una buona soluzione?

“E’ l’ideale per una piazza come Napoli. Nel gioco di Sarri l’estro viene favorito e un giocatore come Falletti può dire la sua. Inoltre è un ragazzo meraviglioso oltre ad essere un ottimo giocatore. Sorride sempre e si allena sempre alla grande e l’abnegazione all’allenamento è la cosa che più lo caratterizza. Era il giocatore che arrivava prima all’allenamento e lasciava per ultimo la seduta. Non avrà problemi in un contesto come Napoli, i sudamericani a Napoli non hanno mai problemi di integrazione. Ha un’ottica di lavoro accentuata, si impegna sempre al massimo ed è il tipo di persona che piace al presidente De Laurentiis perché non solo è un fantasista, ma una persona a modo”.

Ce lo vede salire le scalette del San Paolo?

“Me lo auguro per lui perché ha dimostrato di essere di caratura superiore alla Serie B. Si può far valere anche in un contesto come la Serie A, dove anzi, può fare ancor di più la differenza perché nella massima serie favorisce la tecnica rispetto alla cadetteria”.

Ora ci dica un aneddoto su Cesar Falletti

“Cesar faceva una finta, ad ogni allenamento, che noi abbiamo soprannominato ‘La finta Falletti’, ha cominciato che la faceva solo lui, alla fine la faceva tutta la squadra. Scherzando e divertendosi con i compagni. Spero di vedere questa finta anche con la maglia del Napoli”.

Se avesse davanti un direttore sportivo che le chiede se prendere o no l’uruguagio, che risponderebbe?
“Di prenderlo, perché può fare la differenza: è un professionista in grado di farsi trovare pronto anche in uscita dalla panchina, panchina che accetta senza creare problemi. E’ un bravo ragazzo ed un ottimo giocatore e questi secondo me sono gli elementi cardine di un calciatore di livello”.
Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong-un

Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong-un

In occasione dell’ennesimo viaggio di Dennis Rodman in Corea del Nord per trattare con il presidente Kim Jong-Un il rilascio di 4 detenuti americani a Pyongyang, ripercorriamo la storia dell’amicizia tra l’ex stella NBA e il Leader Supremo

Kim Jong-un, il leader supremo della Corea del Nord ha una grandissima passione per la pallacanestro. E’ il più giovane capo di stato del pianeta ed ha studiato, sotto mentite spoglie, in un collegio in Svizzera. Ci sono testimonianze, e foto, di Kim che con la maglia di Rodman gioca a basket tra le Alpi e forse nemmeno lui avrebbe mai pensato che un giorno, avrebbe fraternizzato con The Worm.

Come nasce questo rapporto tra Rodman, forse il miglior rimbalzista che la pallacanestro abbia mai avuto, con quello che ad oggi è indiscutibilmente il leader politico più discusso e controverso del mondo?

Nasce qualche anno fa quando una squadra di Basket nord-coreana lo ingaggia come istruttore, su suggerimento del Leader Supremo che lo aveva conosciuto in una precedente trasferta, con la maglia degli Harlem Globetrotters in Corea del Nord. Kim non può perdere l’occasione di conoscere il suo idolo e lo incontra, instaurando una solidissima amicizia con il nativo di Dallas tant’è che Rodman gli disse, dopo qualche giorno “Kim, hai trovato un amico per la vita“.

Kim-Jong-un

Che ci facevano poi i Globetrotters in Corea del Nord è un capitolo a parte: la Corea è uno degli Stati più reclusi del pianeta e dove gli americani, per usare un eufemismo, non sono ben visti, ma questi geni del basket, e dell’intrattenimento non sono nuovi a queste incursioni perché ciò che fanno loro e come lo fanno loro, rendono ogni cosa possibile, abbattendo le barriere. Non è un caso se molti Papi si siano divertiti con loro, Giovanni Paolo II ne è addirittura membro onorario. Non è un caso se  in piena Guerra Fredda questi neri americani, che giocavano con una divisa che ricordava la bandiera USA, avevano avuto il privilegio di giocare allo Stadio Centrale Lenin di Mosca davanti al segretario generale del Pcus Nikita Kruscev.

Tornando ai nostri protagonisti, tutte queste cose le sappiamo perché in America, negli anni, questo rapporto tra Kim e Rodman è diventato un problema: Rodman vuole allentare le tensioni tra i due paesi, ha chiamato diverse star NBA, un po’ borderline come lui, a giocare una partita amichevole contro una squadra nord coreana come regalo per il 30esimo compleanno del Leader ed ha aggiunto, prima della partenza per Pyongyang, che “Lo faccio per mettere in connessione due paesi del mondo e di far capire alla gente che non tutti i paesi del mondo sono cattivi come li descrivono i media occidentali“.

Ai problemi di natura etica sorti sul territorio USA si sono aggiunti inoltre, per Rodman, problemi di natura legale perché l’ONU stessa sta cercando di capire come e se sanzionare i regali che Rodman porta all’amico e che secondo gli esperti violerebbero le sanzioni internazionali imposte alla Corea del Nord, in risposta ai test nucleari e missilistici del 2006 e del 2009, inasprite  dopo i terzo esperimento di qualche anno fa.

Oggi i rapporti tra Kim Jong-un e Dennis Rodman si sono un po’ raffreddati perché l’ex Bulls non ha preso bene la presunta notizia dell’epurazione e dell’esecuzione di Jang Song Thaek, numero due del regime, nonché zio e mentore del giovane Kim, che secondo le fonti Sud-Coreane, sarebbe stato ucciso proprio dal Leader Supremo, fatto sbranare dai suoi cani.

Raffreddati, non chiusi però, tant’è che nel Gennaio del 2015 Rodman ha invitato ufficialmente il noto regista e attore Seth Rogen a visitare Pyongyang dopo il contestato The Interview, un film comico, dissacrante, in cui si sparava a zero sulla Corea del Nord e su Kim Jong-un che non è stato preso per niente bene sopra il 38° parallelo e che aveva fatto scattare nuove minacce da parte del governo di stampo comunista.

Rodman aveva parlato di “Diplomazia del basket”, addirittura indicandosi come possibile candidato al Premio Nobel per la Pace da assegnargli di diritto nel caso in cui avesse fatto incontrare Obama e Kim per risolvere i problemi sotto la grande bandiera dei Chicago Bulls, ma tutto questo sembra ormai svanito e Dennis, detto il Verme, è rimasto all’amo del Leader Supremo.

Savino Martone, la bandiera del Gragnano: “Non facciamo scomparire il calcio”

Savino Martone, la bandiera del Gragnano: “Non facciamo scomparire il calcio”

Un giocatore, come si suol dire, “di categoria”. Una vita nei polverosi campi del dilettantismo nonostante un talento che forse gli avrebbe permesso di giocare a livelli superiori, ma una vita serena e piena, nell’amore della famiglia e nella passione per il calcio. Questo è Savino Martone, storico capitano e bandiera del Gragnano Calcio, centrocampista centrale dalle grandissime doti tecniche che con i leoni gialloblù sta vivendo una seconda giovinezza alla soglia dei 35 anni: “Abbiamo fatto una stagione positiva, raggiungendo un’altra salvezza che per una città come Gragnano è tantissimo soprattutto vedendo come abbiamo cominciato l’anno, perché a novembre avevamo 7-8 punti”.

Passando alle noti dolenti, il titolo del Gragnano è a rischio e la stessa salvezza faticosamente raggiunta sul campo può essere vanificata perché il mai celato sogno del Presidente Carmine Franco è portarsi il titolo al Savoia, acquistato da poco: “Non voglio entrare nelle cose societarie e in ciò che succede con la tifoseria – continua Martone – da gragnanese però voglio dire una cosa: non facciamo scomparire il calcio da Gragnano. Abbiamo sofferto tanto per raggiungere questi obiettivi, per crearci una struttura e sarebbe un peccato vanificare il tutto. Ho sposato la causa della mia città scendendo in Prima Categoria e siamo arrivati fino in Serie D raggiungendo due salvezze consecutive, sarebbe imperdonabile perdere tutto il lavoro fatto. La categoria l’abbiamo raggiunta tra mille difficoltà, addirittura stavamo senza campo il primo anno di D e l’anno della promozione, spero si risolva tutto per il meglio”.

Martone quest’anno ha segnato 6 gol ed è stato sostituito appena 3 volte in 30 partite, contando anche il fatto che ha un lavoro normale è notevole la tenuta atletica: “Il segreto è fare una vita da professionisti. Andare presto a letto la sera e mangiare sano, allenarsi in maniera regolare e fare la persona seria. Il segreto è solo questo e solo questo consiglio ai calciatori più giovani che abbiamo in squadra. Nel calcio ci vuole anche tanta fortuna, io ho giocato con calciatori molto importanti in Campania come Cutolo e Palladino, o lo stesso Fabio Quagliarella che ha fatto anche i mondiali, sicuramente avrei potuto avere una carriera più brillante e non solo il solo a dirlo visto che le qualità tecniche ci sono, ma il segreto per reggere in un campionato tosto come quello della D a 34 anni è comunque solamente fare il professionista”.

A proposito di Palladino, ci hai giocato ai tempi del Benevento, che ne pensi di questa promozione storica in Serie A? “Sono contentissimo. Il Benevento merita questa opportunità e la città accoglierà tutti con affetto. Ci ho giocato due anni e ho ricordi meravigliosi, la città è molto carina, è tranquilla e si vive molto bene. C’è il rischio che scenda subito in B di nuovo ovviamente, come molti stanno dicendo, ma è un rischio relativo, che ci può stare, dato che questo è stato il primo anno di cadetteria in 90 anni di storia e il prossimo sarà il primo di Serie A, ma i parametri per fare bene ci sono tutti, compresa la società che è lungimirante e ben piazzata economicamente”.

Un giovane Direttore Sportivo Made in Italy alla corte della Cenerentola d’Europa

Un giovane Direttore Sportivo Made in Italy alla corte della Cenerentola d’Europa

Il Voluntari è la squadra rivelazione del campionato rumeno. Fondata appena 7 anni fa adesso si ritrova in Europa League grazie alla vittoria della Coppa di Romania e per affrontare la sfida internazionale ha deciso di affidarsi ad un giovane, ma navigato, direttore sportivo italiano: Gianluca Arnuzzo.

Il Ds ligure, classe 1989, ha già avuto diverse esperienze in Italia con il Terracina in Serie D ed è un ritorno nella terra di Gheorghe Mureșan perché in passato ha ricoperto questa carica al Brasov.

Il giovane si è fatto un nome in italia come procuratore, esperto di mercato dell’Europa dell’Est ed in particolare croato.

La dirigenza del Voluntari è molto facoltosa ed è diretta da un vulcanico presidente come Robert Gherghe che in patria era ritenuto essere un visionario dato che nel 2012, quando la squadra granata era nella Liga IV, il corrispettivo della nostra Serie D, annunciò con certezza questo salto clamoroso che avrebbe portato la società in pochi anni a competere per i titoli con i più grandi club della nazione ma non solo: per dimostrare la propria potenza economica, lo scorso in Serie B, prelevò direttamente dalla Steaua Bucarest uno dei pupilli dei capitolini, Paul Pârvulescu, forte terzino sinistro, anche se solo in prestito.

La stagione di Pârvulescu non è stata poi esaltante e già a gennaio è stato ceduto, ma il Voluntari si è fatto valere ed ha ottenuto la promozione.

Quest’anno il campionato non è stato esaltante, ma il cammino in Coppa, terminato con la vittoria ai rigori contro l’Astra Giurgiu campione di Romania in carica, ha concluso un percorso che pochi anni fa sembrava impensabile ed ora la squadra si è affidata alle sapienti mani del giovane Arnuzzo.

Homer Simpson nella Hall of Fame del Baseball

Homer Simpson nella Hall of Fame del Baseball

Benvenuto Homer Simpson.

A 25 anni dalla messa in onda dell’iconico “Homer alla battuta”, la prima puntata in cui il papà di casa Simpson si cimenta in uno sport, il mondo del baseball si accorge del grande contributo dato alla causa ed in una cerimonia speciale a New York è stato introdotto nel Nirvana di questo sport.

In “Homer at the Bat” il protagonista si mette alla guida della squadra della centrale nucleare in cui lavora e nonostante le intromissioni del Signor Burns e la porta a grandi successi grazie anche all’acquisto di alcuni big dell’Original Game, ovvero Ken Griffey Jr, Ozzie Smith,  José Canseco e Wade Bogg tra gli altri ma proprio questi tre grandi giocatori, all’epoca tutti all’apice della carriera ed oggi tutti nella Hall of Fame hanno introdotto Homer Simpson in questo speciale paradiso per gli amanti dello sport.

La cerimonia è stata meravigliosa ed è cominciata con la messa in onda della famosa puntata che è entrata nella storia della tv perché mai prima del 20 febbraio 1992 un programma aveva battuto il Cosby Show nella sua fascia oraria ed alla premiazione oltre ad un Homer Simpson gigante, è arrivato a ritirare il premio anche Al Jean, lo showrunner della serie.

Lo stesso protagonista ha poi ringraziato i presenti con un messaggio preregistrato, ed allora con la voce di Dan Castellaneta, il doppiatore originale di Homer, ha echeggiato sui gradini del palazzo l’emozione del nuovo membro della Hall of Fame: “E’ con somma umiltà che entro nella Hall of Fame. Era anche giunto il momento però visto chi c’è: sono certo più grasso di Babe Ruth, Balder e di Ty Cobb ma almeno ho un dito in più di Mordecai ‘Three finger’ Brown.

All’interno della sala dedicata ad Homer, tutto su quel famoso episodio di 25 anni fa insieme ad alcuni cimeli tratti dal “Più intelligente programma tv mai creato”, almeno secondo Steven Hawking.