Sopravvivere al Black Mamba: la vera storia dietro gli 81 punti di Kobe Bryant

Sopravvivere al Black Mamba: la vera storia dietro gli 81 punti di Kobe Bryant

Il 22 Gennaio 2006 Kobe Bryant ci regalò una delle sue prestazioni migliori, con un punteggio personale pazzesco e un palazzetto, tifosi e giocatori compresi, che si sono fermati per 48 minuti. Poesia in movimento raccontata con le parole di un suo avversario, che quella sera era in campo, Charlie Villanueva. Che sopravvisse ai morsi del Black Mamba.

Quando giocò la partita da 81 punti, Bryant aveva 27 anni. Aveva già vinto tre titoli NBA – tre titoli consecutivi, dal 2000 al 2002. Quella sera i Los Angeles Lakers giocarono in casa una partita di regular season contro i Toronto Raptors. Kobe fece 21 canestri su 33 tentativi da due punti, 7 su 13 da tre e 18 su 20 ai tiri liberi. Finiti i convenevoli? Prendiamo come spunto una frase di Checco Zalone da “Cado dalle nubi”: “Questa canzone l’ho scritta l’altro giorno, ascoltando una canzone di Gianni Morandi, 1 su 1000 ce la fa e mi sono chiesto ma agli altri 999 str***i nessuno ci deve dedicare una canzone? Non ho capito, allora ce la dedico io”.


Lo spunto arriva dal The Players Tribune, da Charlie Villanueva, ala grande attualmente ai Dallas Mavericks ma che all’epoca dei fatti giocava per i Toronto Raptors:  “Nella mia prima partita contro il grande Kobe Bryant, il Mamba ha fatto 11 punti. Non sto scherzando: era il 5 dicembre e il nostro piano era quello di contenere Kobe e farsi battere dagli altri giocatori. Pessimo piano. Kobe dopo un po’ lo ha capito ed ha sistemato il proprio gioco, coinvolgendo gli altri giocatori e portando i Lakers alla vittoria. Indovinate qual era il piano per la partita del 22 Gennaio? (la gente ride sempre quando lo dico)”

“Lasciate che Kobe faccia di testa sua”

Volevamo fermare gli altri giocatori e mettere Kobe nella situazione di batterci da solo. Per qualche minuto ci eravamo convinti che stava funzionando, perché non tutti ricordano che quella sera, a fine primo tempo, stavamo vincendo di 14, e Kobe ne aveva fatti solo, tra virgolette, 26. Subire 50 punti in una partita da un giocatore non è il massimo ma se proprio avessimo dovuto l’avremmo accettato se a farli fosse stato lui e se avessimo vinto. E’ proprio quello che è successo: Kobe fece 50 punti. Anzi no, ne fece 55... Nel secondo tempo.

Villanueva in questa “Lettera al me stesso da giovane” continua dicendo che quando le persone gli dicono che Kobe sembrava un giocatore dei videogiochi per la facilità con cui segnava, non si rendono conto che in un certo senso era esattamente così e che segnava esattamente come una macchina e che loro si rendevano conto di ciò che stava succedendo ma che non riuscivano a fermarlo perché “Kobe è per me tra i 3 giocatori più forti della storia (Jordan, Wilt, Kobe) e in quel periodo era al suo massimo di sempre, pensate che contro i Mavericks un mesetto prima segnò 62 punti in 3 quarti“.

Nella lettera di Charlie c’è però un punto focale, il rapporto con Lamar Odom. Sono entrambe ali grandi, hanno pochi anni di differenza, ma soprattutto vengono entrambi dal Queens. C-Ville dice che è con Odom, mentre si marcano ai liberi, che capisce ciò che sta succedendo: Kobe ne aveva messi 50 e guarda Odom dopo un libero sbagliato da Bryant: “Volevo ridere io, ma alzo lo sguardo e vedo Odom che comincia a sorridere“, dopodiché altri 2 punti del Mamba e Villanueva sussurra ad Odom “Ma sta succedendo davvero? Lamar mi guarda per un secondo, e non dimenticherò mai il suo sguardo. E ‘questo mix – questo mix che è speciale nel basket – di amicizia, divertimento e pietà…

…Crazy, dice”

E poi è solo countdown, Trenta … quaranta … cinquanta … sessanta … settanta … ottanta. Racconta che si voleva solo sapere quando questa numerazione si sarebbe fermata, d’un tratto fu chiaro: 81. Quello era il numero.

La lettera si conclude però in modo sorprendente. La leggete tutta d’un fiato, poi ci si rende conto che quello è stato uno dei protagonisti, ed allora il Dominican KG ce lo ricorda: “Io, in ogni caso, come ho già detto: 13 punti, 6 su 10 al tiro. E’ stata una bella partita”.

Andrea Carnevale, all’Inferno e ritorno con due maglie nel cuore

Andrea Carnevale, all’Inferno e ritorno con due maglie nel cuore

Come tutti sanno il 1987 è l’anno che ha reso Napoli la città dello scudetto oltre che della pizza, dell’amore e del mandolino, in quell’anno uscì un film storico che presentava la colonna sonora di quegli anni: “Quel ragazzo della Curva B”. Il film di Scandariato con Nino D’Angelo come protagonista che aveva portato sulle scene un giovane e semi-sconosciuto Biagio Izzo aveva anche quattro nomi legati a quello scudetto: l’allenatore dei sogni Ottavio Bianchi, i pilastri Bruscolotti e Giordano, Pietro Puzone (che quell’anno non timbrò nemmeno una presenza) ed Andrea Carnevale.

Carnevale è stato un attaccante molto particolare, dal carattere difficile e dal talento cristallino, è rimasto confinato in Serie C fino a quando una bandiera del Napoli, all’epoca all’Avellino, non ci vede qualcosa di speciale, era Luis Vinicio. ‘O Lion lo catapulta nel calcio dei grandi e lui non delude a 18 anni nella massima serie.


Fino ad allora il cammino era stato lastricato dai problemi familiari. Il profetico cognome continuava a fargli brutti scherzi, scherzi sadici e terribili: il padre uccide la madre e va in galera lasciando i 7 figli in balia di se stessi. 5 anni dopo esce e si suicida. Era il 1974 quando questa agonia cominciò. Papà Gaetano, ex manovale delle Ferrovie dello Stato, emigrato per qualche anno in Germania, al suo ritorno a Monte San Biagio fu colto da un raptus di follia e uccise a colpi d’ascia la moglie Filomena. La colse di sorpresa, alle spalle, mentre la donna stava facendo il bucato sul greto di un fiume. Internato al manicomio giudiziario di Aversa, si tolse la vita nell’83. Il destino cominciò a presentare il conto a Carnevale che esce distrutto da questo episodio, come non poteva essere altrimenti, ma il caso vuole che Aversa, dove fu rinchiuso il padre, è sì in provincia di Caserta, ma a pochi chilometri da Napoli, quella che lui stesso anni dopo definirà “L’altra metà del mio cuore”.

Vinicio lo pescò, l’Udinese ci credette davvero in lui e lo fa tutt’ora (ma ci arriveremo). All’Udinese, conferma le doti di ariete d’area di rigore, ottimo uomo-sponda, bravo con i piedi, quasi infallibile di testa. Carnevale aveva dalla sua un senso di posizione e la capacità di essere decisivo come pochi. Le sedici reti messe a segno da Andrea in Friuli sono il giusto curriculum per presentarsi all’ambizioso Napoli, per impersonare il bomber di scorta, o quello a cui chiedi gol e sacrificio quando ce n’è  bisogno.

L’arrivo al Napoli  è una di quelle cose che cambiano la vita di una persona, allenarsi con gente del calibro di Bagni, Maradona e Careca non è roba da poco ma Carnevale si impone al meglio risultando uno dei calciatori più amati perché pur nettamente inferiore al magico tridente composto anche da Giordano si è sempre distinto per carattere e disponibilità. Suo è anche il goal che dona lo scudetto agli azzurri, in quel bellissimo 10 maggio 1987, in quello storico Napoli-Fiorentina finito 1-1. Poi la gioia, la Coppa Italia, la Coppa Uefa e il secondo scudetto.

Qui qualcosa si incrina. Vicini stravede per lui e lo vuole come punta titolare nel mondiale del 1990, quello delle Notti Magiche, quello di casa. La coppia per Vicini è Vialli-Carnevale ma il carattere, ancora una volta, complica i piani suoi e di chi lo allena. Dura solo due partite in quel mondiale: viene sostituito tutte e due le volte da Totò Schillaci, la seconda volta mentre torna in panchina rivolge un plateale “Vaffa” all’allenatore ed allora Andrea Carnevale scompare dal radar di Vicini. Non toccherà più il verde rettangolo di gioco, mentre Schillaci comincerà a distruggere a suon di goal tutto quello che gli capitava a tiro. Carnevale e Schillaci, così vicini, così lontani. Due uomini semplici che in quella sostituzione si sono visti passare una carriera davanti: quella di Totò, che sarebbe stata da lì in poi sfavillante, quella di Andrea, che da lì in poi avrebbe avuto problemi.

Dopo Napoli torna ad Udine, sua attuale casa, poi Pescara dove finirà la carriera, prima però sosta a Roma, dove viene fermato nel 1991 per doping, il primo grande caso di doping in Italia.

Non finisce qui però perché nell’anno del mondiale nippo-coreano nel 2002, ci sono sempre i mondiali nelle sue storie, Carnevale viene arrestato per detenzione e spaccio di Cocaina. Come molti di quel Napoli il demone della polverina bianca si era impossessato di un uomo molto complicato tanto sfortunato ma che ha grande forza d’animo. Quello scandalo cocaina colpì l’Italia nel profondo, e Carnevale finì agli arresti domiciliari nel 2003 nell’ambito della nota indagine su Vip e droga che ha coinvolto anche Gianfranco Micciché ed Emilio Colombo tra gli altri. Nel mezzo il matrimonio con la bellissima Paola Perego, nota conduttrice televisiva dalla quale ha avuto due figli (Giulia e Riccardo) per poi divorziare anche a causa delle prime inchieste sullo spaccio di stupefacenti che lo hanno coinvolto.

Carnevale capisce di aver toccato il fondo: esce da quella storia con una forza d’animo incredibile, si ripulisce, ripulisce la sua figura, si candida con poco successo al Parlamento Europeo nelle liste dell’Udeur ed entra nel progetto più bello del panorama calcistico nazionale: l’Udinese di Pozzo.

Da due lustri Carnevale va in giro per il mondo a scovare giovani talenti da regalare all’universo calcistico che lo ha reso grande.

Carnevale, una vita che andrebbe trasformata in un film, uno di quelli con un significato, perché lui ha dimostrato che non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta. Un personaggio che si è fatto amare ad Udine e a Napoli, due realtà tanto distanti, due città così lontane, ma che capiscono, come solo le tifoserie sanno fare, quand’è che ci si ritrova davanti un campione, e quando una mezza cartuccia. Oggi Carnevale è uno stimato dirigente, è stato più forte della cocaina e del fango della stampa. A Napoli il suo miglior periodo in carriera e se provi a parlare con un tifoso partenopeo di 16 anni di Carnevale, non parlerà della cocaina, ma solo del gran finale di stagione che regalò lo scudetto alla sua squadra del cuore.

Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong Un

Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong Un

Kim Jong-un, il leader supremo della Corea del Nord ha una grandissima passione per la pallacanestro. E’ il più giovane capo di stato del pianeta ed ha studiato, sotto mentite spoglie, in un collegio in Svizzera. Ci sono testimonianze, e foto, di Kim che con la maglia di Rodman gioca a basket tra le Alpi e forse nemmeno lui avrebbe mai pensato che un giorno, avrebbe fraternizzato con The Worm.

Come nasce questo rapporto tra Rodman, forse il miglior rimbalzista che la pallacanestro abbia mai avuto, con quello che ad oggi è indiscutibilmente il leader politico più discusso e controverso del mondo?

Nasce qualche anno fa quando una squadra di Basket nord-coreana lo ingaggia come istruttore, su suggerimento del Leader Supremo che lo aveva conosciuto in una precedente trasferta, con la maglia degli Harlem Globetrotters in Corea del Nord. Kim non può perdere l’occasione di conoscere il suo idolo e lo incontra, instaurando una solidissima amicizia con il nativo di Dallas tant’è che Rodman gli disse, dopo qualche giorno “Kim, hai trovato un amico per la vita“.

Che ci facevano poi i Globetrotters in Corea del Nord è un capitolo a parte: la Corea è uno degli Stati più controversi del pianeta e dove gli americani, per usare un eufemismo, non sono ben visti, ma questi geni del basket, e dell’intrattenimento non sono nuovi a queste incursioni perché ciò che fanno loro e come lo fanno loro, rendono ogni cosa possibile, abbattendo le barriere. Non è un caso se molti Papi si siano divertiti con loro, Giovanni Paolo II ne è addirittura membro onorario. Non è un caso se  in piena Guerra Fredda questi neri americani, che giocavano con una divisa che ricordava la bandiera USA, avevano avuto il privilegio di giocare allo Stadio Centrale Lenin di Mosca davanti al segretario generale del Pcus Nikita Kruscev.

Tornando ai nostri protagonisti, tutte queste cose le sappiamo perché in America, negli anni, questo rapporto tra Kim e Rodman è diventato un problema: Rodman vuole allentare le tensioni tra i due paesi, ha chiamato diverse star NBA, un po’ borderline come lui, a giocare una partita amichevole contro una squadra nord coreana come regalo per il 30esimo compleanno del Leader ed ha aggiunto, prima della partenza per Pyongyang, che “Lo faccio per mettere in connessione due paesi del mondo e di far capire alla gente che non tutti i paesi del mondo sono cattivi come li descrivono i media occidentali“.

Ai problemi di natura etica sorti sul territorio USA si sono aggiunti inoltre, per Rodman, problemi di natura legale perché l’ONU si interrogò sul sanzionare o meno il giocatore per i regali che portò all’amico e che secondo gli esperti avrebbe violato le sanzioni internazionali imposte alla Corea del Nord, in risposta ai test nucleari e missilistici del 2006 e del 2009, inasprite dopo il terzo esperimento di qualche anno fa.


I rapporti tra Kim Jong-un e Dennis Rodman si sono un po’ raffreddati perché l’ex Bulls non prese bene la presunta notizia dell’epurazione e dell’esecuzione di Jang Song Thaek, numero due del regime, nonché zio e mentore del giovane Kim, che secondo le fonti Sud-Coreane, sarebbe stato ucciso proprio dal Leader Supremo, fatto sbranare dai suoi cani.

Raffreddati, non chiusi però, tant’è che nel Gennaio del 2015 Rodman ha invitato ufficialmente il noto regista e attore Seth Rogen a visitare Pyongyang dopo il contestato The Interview, un film comico, dissacrante, in cui si sparava a zero sulla Corea del Nord e su Kim Jong-un che non è stato preso per niente bene sopra il 38° parallelo e che aveva fatto scattare nuove minacce da parte del governo di stampo comunista.

Rodman aveva parlato di “Diplomazia del basket”, addirittura indicandosi come possibile candidato al Premio Nobel per la Pace da assegnargli di diritto nel caso in cui avesse fatto incontrare Obama e Kim per risolvere i problemi sotto la grande bandiera dei Chicago Bulls, ma non se ne fece nulla e Dennis, detto il Verme, rimase all’amo del Leader Supremo.

Oggi che la situazione tra Stati Uniti e la Corea del Nord sono anche peggiori di allora, Rodman potrebbe riprovarci. Che sia la soluzione per un definitivo stop alle ostilità (per ora solo verbali)? Impossibile, ma sarebbe una bella storia da raccontare.

Del resto da un tipo che si propose come interlocutore per negoziare con l’ISIS, ci si può aspettare davvero di tutto.

Derby del Klassieker, tra violenza e antisemitismo: la storia di Ajax vs Feyenoord

Derby del Klassieker, tra violenza e antisemitismo: la storia di Ajax vs Feyenoord

Il match più sentito in Olanda è senza dubbio quello tra Feyenoord ed Ajax, un derby che va oltre il calcio ed oltre la rivalità cittadina, che entra direttamente nella storia di un Paese tanto piccolo quanto radicato com’è la nazione Orange.

Il derby del Klassieker nasce nel 1921, oltre 150 sfide e quasi tutte macchiate dal sangue. Nel corso degli anni ci sono stati treni incendiati in cui viaggiavano le tifoserie ospiti e lanci di oggetti tra le due frange, fino a quando nel 1997 c’è stata la Battaglia di Beverwijk in cui perse la vita un tifoso dell’Ajax pestato a morte dai tifosi del Feyenoord. Gravissimo il fatto che ancora oggi nei cori dei tifosi di Rotterdam si inneggia con orgoglio a questa faccenda, cosa che indispettisce ancora di più i tifosi dell’Ajax facendo nascere nuovi scontri. L’ultimo grave episodio risale al 2005 dove c’è stata una mega rissa in cui sono stati coinvolti i tifosi di entrambe le squadre, le forze dell’ordine ed anche alcuni passanti innocenti che si sono trovati al momento sbagliato e al posto sbagliato.

La rivalità dicevamo, non si ferma qui. La città di Rotterdam è storicamente di destra e spesso i tifosi del Feyenoord si sono contraddistinti in negativo per dei cori e degli striscioni antisemiti, cosa che li mette in cattiva luce verso le altre tifoserie con la fama di neonazisti, fama però del tutto immeritata dato che Rotterdam è stata distrutta durante l’invasione nazista e questa è una cicatrice che i cittadini non hanno ancora dimenticato. Certo, inneggiare alle camere a gas e bruciare le bandiere israeliane non aiuta gli ultras olandesi a togliersi questa brutta nomea da dosso.

La rivalità diventa violenta nel 1962 a causa della nazionale olandese che aveva due blocchi formati da 7 giocatori del Feyenoord e da 5 giocatori dell’Ajax che crearono una faida interna, culminata col boicottaggio dei calciatori di Rotterdam della nazionale: non risposero alla convocazione, si sarebbero dedicati solo al glorioso De club van Zuid.

Questo portò la Federazione a squalificare per un anno i calciatori del Feyenoord dalla nazionale, con conseguenti polemiche dall’una e dall’altra parte, polemiche che 50 anni dopo non si sono ancora placate.

Ajax-Feyenoord è una storia fatta di sangue, una storia brutale, che non si è limitata ai soli professionisti: nel 2004 in un match tra le giovanili, alcuni hooligans dell’Ajax hanno attaccato Jorge Acuna, all’epoca promettente centrocampista del Feyenoord, oggi al Union San Felipe, in Cile, fu colpito alla testa e finì con una lunga prognosi in ospedale. Nello stesso momento alcuni calciatori dell’Ajax salvavano dal linciaggio un altro giovane del Feyenoord, lui molto più noto però. Era Robin Van Persie.

Nel febbraio del 2016 invece il protagonista è stato Vermeer: all’Amsterdam Arena gli è stata riservata un’accoglienza shock. Il portiere olandese è odiato dai tifosi dell’Ajax per aver accettato, nel 2014, il trasferimento proprio dall’Ajax al Feyenoord. Uno dei sostenitori della squadra di casa ha impiccato con una corda un manichino di colore scuro vestito con una maglietta con la scritta “Vermeer 1”. Il manichino, penzolante, ha fatto capolino sugli spalti per qualche minuto.

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La figura di Jules Rimet, il romantico ingenuo visionario che ha cambiato il ‘900

La figura di Jules Rimet, il romantico ingenuo visionario che ha cambiato il ‘900

Il 14 ottobre 1873 nasceva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

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Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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