Diego Armando Maradona, il Rivoluzionario. Il rapporto tra Diego ed i grandi leader latini e non solo

Diego Armando Maradona, il Rivoluzionario. Il rapporto tra Diego ed i grandi leader latini e non solo

Poco più di 31 anni fa il gol che ha cambiato la storia del calcio. Non quello degli 11 tocchi, centrocampo-porta, che ancora emoziona gli spettatori che ascoltano incantati la voce di Victor Hugo Morales (che non è nemmeno argentino), ma quello di prima. La mano de Dios. La punizione che Diego Armando Maradona per conto dell’Onnipotente ha voluto dare all’Inghilterra dopo che la stessa, 4 anni prima, aveva invaso le Falkland-Malvinas, uccidendo centinaia di giovani argentini, e non contenta impose l’embargo sulla nazione e lo fece imporre da tutta Europa. Furono escluse Italia e Spagna dato che quasi la totalità degli argentini ha origini italiane o spagnole. Dopo aver vinto la guerra gli inglesi poi lanciarono frecciatine a sudamericani, italiani e spagnoli, dicendo che l’Argentina aveva perso la guerra (durata pochi mesi) perché avevano appreso il modo vigliacco di combattere di spagnoli e italiani.

La giustificazione a quel gol, Maradona, l’ha sempre data così. Una lotta politica al potere imperialista del Regno Unito e dei suoi alleati. Un impegno politico concreto che il numero 10 più forte della storia ha sempre messo al centro della propria vita, sia da calciatore, ancora di più da ex calciatore.

In campo faceva parlare il suo sinistro magico, la sua poesia fatta movimento, la gioia che infondeva nei cuori delle persone, da ex invece ha avuto bisogno di un megafono per cantare al mondo tutte le ingiustizie che ha visto, che ha vissuto. Non ha mai nascosto l’amore per il denaro e non ha mai nascosto lo schifo che prova da uomo di sinistra nel vedere tutti questi soldi nel calcio.

Maradona è stato il punto di congiunzione tra il calcio da strada, nella polvere, come unica soluzione alla vita, e di quello attorniato da starlette e divi di Hollywood, da denari e automobili di lusso. E questo punto di congiunzione per Diego pesa.

Negli anni da calciatore ha girato il mondo, ha conosciuto i più grandi leader politici del pianeta. E’ una leggenda in Cina, ha sostenuto tanti leader che hanno provato a mettere le persone al centro di quello che viene chiamato il terzo mondo e soprattutto ha stretto una profonda amicizia con Hugo Chavez, Fidel Castro e Nicolas Maduro.

I due leader sudamericani più importanti del ‘900, con Allende, hanno visto in Diego un “erede” politico. Un uomo che è in grado di conversare con tutto il mondo, Occidente ed Oriente, Nord e Sud, perché è famoso in tutto il mondo. Chavez e Fidel hanno convertito ed investito Maradona del Verbo Rivoluzionario che bisogna essere inseminato in tutto il pianeta affinché la visione capitalistica (secondo il loro punto di vista, cattiva), non prenda il sopravvento.

Maradona è cambiato molto con Chavez, Fidel e Maduro. Diego prima di ritirarsi era un cavallo pazzo, non solo travolto dai vizi, ma anche nel modo di approcciarsi all’ambiente politico. Nella sua autobiografia “Io sono El Diego” racconta di quando a colloquio con Giovanni Paolo II chiede al Sommo Pontefice di fare qualcosa di concreto per aiutare i poveri e vendere i beni, sempre nella biografia parla del pensiero condiviso con Marx e con i grandi comunisti dell’America Latina ma è dal ritiro e dalla cura dimagrante mista a disintossicazione che Fidel Castro gli ha permesso di fare a Cuba (imposto?) che Maradona è poi diventato un militante attivo.

Ha sostenuto Dilma e Lula, dichiarandosi un loro soldato, ma non solo i leader brasiliani: Daniel Ortega in Nicaragua che lo ha insignito dell’Ordine Sandinista e con sua moglie Rosario Murillo, grandissima poetessa del Sudamerica, e soprattutto ha sostenuto la Kirchner nelle elezioni svoltesi in Argentina criticando aspramente le mosse del “L’imprenditore” Mauricio Macri, ex presidente del Boca Juniors tra l’altro. Quando morì Néstor Kirchner, si presentò alle esequie nella Casa Rosada con Evo Morales, capo di stato della Bolivia, anch’egli rivoluzionario ed avevano anche fatto una partita di calcio con alcuni amici, tra cui Ahmadinejad. Al quale Maradona aveva poi regalato la sua maglia numero 10. A Maradona piaceva molto l’idea anti-americana dell’ex presidente dell’Iran, anche se non amava le mire antigiudaiche che aveva. Nonostante tutto, il gesto fece scoppiare un vespaio di polemiche in tutto il mondo, con la comunità ebraica in Argentina che pretese le scuse del Pibe. Scuse non pervenute.

Inutile ricordare l’amicizia con Evo Morales e Pepe Mujica, il presidente uruguagio che si è tagliato lo stipendio ed andava in giro in utilitaria e sandaletti, che in passato aveva combattuto per la rivoluzione imbracciando un fucile, o ancora la stima che prova nei confronti di Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, molto meno estremista dei sopracitati leader socialisti e che ha voluto capire i pregi ed i difetti dell’Occidente studiandoli dall’interno, prima in Belgio, poi negli Stati Uniti stessi. Ed è questo che Maradona ama di Correa: il fatto di essere il futuro politico dell’America Latina, un rivoluzionario moderno che non viene dalle campagne abbracciando un AK-47, ma che ha toccato con mano i pregi ed i difetti del capitalismo.

Anche Maradona ha cambiato Chavez e Fidel Castro però. In gioventù i due leader non erano grandi appassionati di calcio. Lo sport che regnava nelle due nazioni era il baseball (tant’è che negli anni ’90 e a inizio 2000 in MLB la stragrande maggioranza dei giocatori era latina, oggi giapponese invece), ed i due si sono appassionati al calcio solo in seguito, grazie all’influenza di Maradona, ed anche perché il bolivarista presidente di Caracas ha seguito le orme di molti suoi predecessori e ha cominciato a puntare sugli sport a dimensione globale, molto più di Fidel Castro, anche perché per Chavez il baseball è troppo un gioco da “gringos” ed hanno trovato entrambi nel calcio ed in Diego, un degno avversario alla politica imperialista americana.

Alla Copa America del 2011 leggendario il live tweetting di Chavez che guarda la partita del Venezuela con Fidel Castro, e Maradona ha investito in prima persona, e fatto investire soprattutto a Chavez, molti quattrini nella costruzione di campi di gioco e scuole calcio per i bambini meno fortunati.

In un comizio nel 2009, Diego si presentò alla destra di Chavez con la maglietta “Con Chavez, sì allo sport”. Chavez vinse, poi si ammalò e andò a Cuba dall’amico Fidel per curarsi. Maradona partì per gli Emirati in vista di una nuova carriera dirigenziale e da allenatore ma con uno sguardo sempre rivolto al leader del Venezuela: “Prego per lui, lo amo”.

Con Fidel c’è un rapporto molto più confidenziale, mentre con Chavez è di riverenza. Diego si è tatuato il volto di Fidel Castro, come si è tatuato il volto di Ernesto “Che” Guevara e considera Castro un eroe ed una figura emblematica dell’umanità. La riverenza con Chavez nasce sempre dall’odio di Maradona per gli Stati Uniti. Per Maradona è lì il punto. “Chavez ha liberato il Sudamerica dalle grinfie degli Stati Uniti d’America. Ci ha presi per mano e ci ha fatto alzare la testa, rendendoci orgogliosi di essere latini e camminare da soli“. Dopo il primo incontro con Chavez, Maradona affermò di essere andato in Venezuela per “incontrare un grande uomo”, ma di avere invece “incontrato un gigante”.

Non solo amicizia con i leader comunisti, anche contestazione, tanta contestazione, dei leader capitalisti: il dire “assassino” al presidente degli Stati Uniti George Bush, esprimendo il sostegno alla lotta delle minoranze o di movimenti sociali americani.  Ha partecipato al Vertice dei Popoli, chiamato anche “controvertice” in opposizione al 4º Summit delle Americhe a Mar del Plata salendo a bordo dell’Expreso del Alba, un treno che partì da Buenos Aires e che trasportò 160 partecipanti, tra i quali il candidato alla Presidenza della Bolivia Evo Morales, il presidente venezuelano Hugo Chávez, Silvio Rodríguez, Adolfo Pérez Esquivel e le Madri di Plaza de May. Questo incontro scatenò le ire di Fox, presidente del Messico, che Maradona non esitò a chiamare “Servo degli Stati Uniti“. Maradona a quel vertice parlò, si riferì al presidente degli Stati Uniti George W. Bush come “immondizia umana”, vestendo la maglietta “Stop Bush” e qualche anno dopo rincarò la dose affermando di odiare “tutto ciò che viene dagli Stati Uniti, lo odio con tutte le mie forze”. Ha proseguito a lungo la sua battaglia contro la Chiesa accennata in precedenza perché secondo El Pibe non fa abbastanza per aiutare il prossimo.

Le cose con la Chiesa sono cambiate dall’elezione di Bergoglio, Papa Francesco: “De ahora en adelante soy el capitán del equipo de Francisco“. Il capitano della squadra di Francesco. Ne ammira i modi di fare e la ventata di rivoluzione che sta portando al Vaticano. Per Maradona è un comunista d’altri tempi ed anche se Bergoglio ha sempre negato, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i pensieri dei grandi filosofi “rossi” ha rivisto in Papa Francesco delle tracce di un passato “mancino”.

Ultimo, ma non ultimo, il rapporto con la crisi del Medio Oriente. Maradona non può essere esente dall’esprimersi in merito, anche perché oggi ci vive. Già negli anni ’90 con Evo Morales prima e con Ali Kafi poi, presidente dell’Algeria dal ’92 al ’94, ha espresso sostegno e volontà di lottare per il popolo Palestinese. Spesso è andato in giro con maglie personalizzate con la scritta “¡Viva Palestina!” e nell’annata 2011-2012, quella da allenatore dell’Al Wasl, si è detto essere il primo sostenitore della causa palestinese. Circa due anni fa Diego è stato vicinissimo ad approdare sulla panchina della nazionale palestinese, gratis, per infondere coraggio ai giovani del Paese e per portare la nazionale alla Coppa d’Asia, ma poi tutto terminò con un nulla di fatto.

Maradona non è un uomo qualunque, lo ha sempre detto. Non si è mai nascosto. Maradona è un uomo che va accettato così com’è ed è un atleta unico, uno che sposta gli equilibri geopolitici di un Pianeta. Come Maradona, solo Muhammad Ali sotto questo punto di vista. Non è un caso se Diego Armando Maradona riteneva Ali uno dei più grandi uomini che abbiano mai calcato questa Terra.

 

Scoprendo Cesar Falletti

Scoprendo Cesar Falletti

Il Napoli è alla ricerca di un giocatore che possa creare non solo un’alternativa nel ruolo dei vari campioni che giocano nel perfetto attacco di Maurizio Sarri, ma che possa concedere anche un’alternativa tattica al tecnico toscano. Il profilo che si delinea da tutta la premessa è disponibile a parametro 0 ed è ricercato non solo personalmente da Giuntoli e Sarri, ma anche da mezza Serie A ed è Cesar Falletti, giovane uruguagio con il passaporto italiano che ha incantato la Serie B negli anni alla Ternana.
Le squadre di vertice della cadetteria sono in fila alla porta dell’agente ma dopo anni in seconda divisione l’ex numero 10 delle Fiere vorrebbe tentare il salto di categoria ed allora pronte per lui le porte di tante compagini della massima serie: l’Atalanta e il Bologna in primis, più defilate ci sono Genoa, Verona e Crotone e Cagliari, tutte pronte ad offrire una maglia da titolare al fantasista, tranne forse l’Atalanta che comunque punta ad allungare la panchina ed offrire una parte da comprimario a Falletti in vista del ritorno in Europa League
La big più interessata al centrocampista è comunque il Napoli che ha un feeling speciale con i Sudamericani e che dopo la fortunata esperienza di Cavani, ha lasciato un pezzo di cuore nella nazione di Pepe Mujica.Molti però parlano di Falletti come una fusione tra Callejon e Insigne, ma non è proprio così. Per descrivere chi è César Alejandro Falletti Dos Santos abbiamo contattato Donato Lomonte, ex collaboratore tecnico di Benny Carbone alla Ternana nella stagione appena conclusasi.

 

Che tipo di giocatore è Cesar Falletti?

“Cesar è un grande giocatore, trequartista puro che fa della velocità, del dribbling e del tiro in porta le sue caratteristiche principali. Sul primo passo ti lascia lì, inventa sempre qualcosa e quando parte crea sempre superiorità e crea sempre problematiche agli avversari. In Serie B da noi ha fatto la differenza e non c’entra nulla con la Serie B, lo ha dimostrato negli anni, merita palcoscenici più grandi.
Tatticamente può essere un giocatore assimilabile a Callejon?

“E’ quel tipo di giocatore che può fare tutti i ruoli dalla trequarti in su perché ha una grande rapidità ma per me è più simile a Mertens che a Callejon e può fare il vice Mertens secondo me, come Falso 9. C’è Milik, ma Falletti potrebbe ritagliarsi un’occasione anche in una posizione più avanzata perché davanti al portiere è freddo ed ha un grandissimo tiro”.

Napoli potrebbe essere una buona soluzione?

“E’ l’ideale per una piazza come Napoli. Nel gioco di Sarri l’estro viene favorito e un giocatore come Falletti può dire la sua. Inoltre è un ragazzo meraviglioso oltre ad essere un ottimo giocatore. Sorride sempre e si allena sempre alla grande e l’abnegazione all’allenamento è la cosa che più lo caratterizza. Era il giocatore che arrivava prima all’allenamento e lasciava per ultimo la seduta. Non avrà problemi in un contesto come Napoli, i sudamericani a Napoli non hanno mai problemi di integrazione. Ha un’ottica di lavoro accentuata, si impegna sempre al massimo ed è il tipo di persona che piace al presidente De Laurentiis perché non solo è un fantasista, ma una persona a modo”.

Ce lo vede salire le scalette del San Paolo?

“Me lo auguro per lui perché ha dimostrato di essere di caratura superiore alla Serie B. Si può far valere anche in un contesto come la Serie A, dove anzi, può fare ancor di più la differenza perché nella massima serie favorisce la tecnica rispetto alla cadetteria”.

Ora ci dica un aneddoto su Cesar Falletti

“Cesar faceva una finta, ad ogni allenamento, che noi abbiamo soprannominato ‘La finta Falletti’, ha cominciato che la faceva solo lui, alla fine la faceva tutta la squadra. Scherzando e divertendosi con i compagni. Spero di vedere questa finta anche con la maglia del Napoli”.

Se avesse davanti un direttore sportivo che le chiede se prendere o no l’uruguagio, che risponderebbe?
“Di prenderlo, perché può fare la differenza: è un professionista in grado di farsi trovare pronto anche in uscita dalla panchina, panchina che accetta senza creare problemi. E’ un bravo ragazzo ed un ottimo giocatore e questi secondo me sono gli elementi cardine di un calciatore di livello”.
Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong-un

Viaggio nel controverso rapporto tra Dennis Rodman e Kim Jong-un

In occasione dell’ennesimo viaggio di Dennis Rodman in Corea del Nord per trattare con il presidente Kim Jong-Un il rilascio di 4 detenuti americani a Pyongyang, ripercorriamo la storia dell’amicizia tra l’ex stella NBA e il Leader Supremo

Kim Jong-un, il leader supremo della Corea del Nord ha una grandissima passione per la pallacanestro. E’ il più giovane capo di stato del pianeta ed ha studiato, sotto mentite spoglie, in un collegio in Svizzera. Ci sono testimonianze, e foto, di Kim che con la maglia di Rodman gioca a basket tra le Alpi e forse nemmeno lui avrebbe mai pensato che un giorno, avrebbe fraternizzato con The Worm.

Come nasce questo rapporto tra Rodman, forse il miglior rimbalzista che la pallacanestro abbia mai avuto, con quello che ad oggi è indiscutibilmente il leader politico più discusso e controverso del mondo?

Nasce qualche anno fa quando una squadra di Basket nord-coreana lo ingaggia come istruttore, su suggerimento del Leader Supremo che lo aveva conosciuto in una precedente trasferta, con la maglia degli Harlem Globetrotters in Corea del Nord. Kim non può perdere l’occasione di conoscere il suo idolo e lo incontra, instaurando una solidissima amicizia con il nativo di Dallas tant’è che Rodman gli disse, dopo qualche giorno “Kim, hai trovato un amico per la vita“.

Kim-Jong-un

Che ci facevano poi i Globetrotters in Corea del Nord è un capitolo a parte: la Corea è uno degli Stati più reclusi del pianeta e dove gli americani, per usare un eufemismo, non sono ben visti, ma questi geni del basket, e dell’intrattenimento non sono nuovi a queste incursioni perché ciò che fanno loro e come lo fanno loro, rendono ogni cosa possibile, abbattendo le barriere. Non è un caso se molti Papi si siano divertiti con loro, Giovanni Paolo II ne è addirittura membro onorario. Non è un caso se  in piena Guerra Fredda questi neri americani, che giocavano con una divisa che ricordava la bandiera USA, avevano avuto il privilegio di giocare allo Stadio Centrale Lenin di Mosca davanti al segretario generale del Pcus Nikita Kruscev.

Tornando ai nostri protagonisti, tutte queste cose le sappiamo perché in America, negli anni, questo rapporto tra Kim e Rodman è diventato un problema: Rodman vuole allentare le tensioni tra i due paesi, ha chiamato diverse star NBA, un po’ borderline come lui, a giocare una partita amichevole contro una squadra nord coreana come regalo per il 30esimo compleanno del Leader ed ha aggiunto, prima della partenza per Pyongyang, che “Lo faccio per mettere in connessione due paesi del mondo e di far capire alla gente che non tutti i paesi del mondo sono cattivi come li descrivono i media occidentali“.

Ai problemi di natura etica sorti sul territorio USA si sono aggiunti inoltre, per Rodman, problemi di natura legale perché l’ONU stessa sta cercando di capire come e se sanzionare i regali che Rodman porta all’amico e che secondo gli esperti violerebbero le sanzioni internazionali imposte alla Corea del Nord, in risposta ai test nucleari e missilistici del 2006 e del 2009, inasprite  dopo i terzo esperimento di qualche anno fa.

Oggi i rapporti tra Kim Jong-un e Dennis Rodman si sono un po’ raffreddati perché l’ex Bulls non ha preso bene la presunta notizia dell’epurazione e dell’esecuzione di Jang Song Thaek, numero due del regime, nonché zio e mentore del giovane Kim, che secondo le fonti Sud-Coreane, sarebbe stato ucciso proprio dal Leader Supremo, fatto sbranare dai suoi cani.

Raffreddati, non chiusi però, tant’è che nel Gennaio del 2015 Rodman ha invitato ufficialmente il noto regista e attore Seth Rogen a visitare Pyongyang dopo il contestato The Interview, un film comico, dissacrante, in cui si sparava a zero sulla Corea del Nord e su Kim Jong-un che non è stato preso per niente bene sopra il 38° parallelo e che aveva fatto scattare nuove minacce da parte del governo di stampo comunista.

Rodman aveva parlato di “Diplomazia del basket”, addirittura indicandosi come possibile candidato al Premio Nobel per la Pace da assegnargli di diritto nel caso in cui avesse fatto incontrare Obama e Kim per risolvere i problemi sotto la grande bandiera dei Chicago Bulls, ma tutto questo sembra ormai svanito e Dennis, detto il Verme, è rimasto all’amo del Leader Supremo.

Savino Martone, la bandiera del Gragnano: “Non facciamo scomparire il calcio”

Savino Martone, la bandiera del Gragnano: “Non facciamo scomparire il calcio”

Un giocatore, come si suol dire, “di categoria”. Una vita nei polverosi campi del dilettantismo nonostante un talento che forse gli avrebbe permesso di giocare a livelli superiori, ma una vita serena e piena, nell’amore della famiglia e nella passione per il calcio. Questo è Savino Martone, storico capitano e bandiera del Gragnano Calcio, centrocampista centrale dalle grandissime doti tecniche che con i leoni gialloblù sta vivendo una seconda giovinezza alla soglia dei 35 anni: “Abbiamo fatto una stagione positiva, raggiungendo un’altra salvezza che per una città come Gragnano è tantissimo soprattutto vedendo come abbiamo cominciato l’anno, perché a novembre avevamo 7-8 punti”.

Passando alle noti dolenti, il titolo del Gragnano è a rischio e la stessa salvezza faticosamente raggiunta sul campo può essere vanificata perché il mai celato sogno del Presidente Carmine Franco è portarsi il titolo al Savoia, acquistato da poco: “Non voglio entrare nelle cose societarie e in ciò che succede con la tifoseria – continua Martone – da gragnanese però voglio dire una cosa: non facciamo scomparire il calcio da Gragnano. Abbiamo sofferto tanto per raggiungere questi obiettivi, per crearci una struttura e sarebbe un peccato vanificare il tutto. Ho sposato la causa della mia città scendendo in Prima Categoria e siamo arrivati fino in Serie D raggiungendo due salvezze consecutive, sarebbe imperdonabile perdere tutto il lavoro fatto. La categoria l’abbiamo raggiunta tra mille difficoltà, addirittura stavamo senza campo il primo anno di D e l’anno della promozione, spero si risolva tutto per il meglio”.

Martone quest’anno ha segnato 6 gol ed è stato sostituito appena 3 volte in 30 partite, contando anche il fatto che ha un lavoro normale è notevole la tenuta atletica: “Il segreto è fare una vita da professionisti. Andare presto a letto la sera e mangiare sano, allenarsi in maniera regolare e fare la persona seria. Il segreto è solo questo e solo questo consiglio ai calciatori più giovani che abbiamo in squadra. Nel calcio ci vuole anche tanta fortuna, io ho giocato con calciatori molto importanti in Campania come Cutolo e Palladino, o lo stesso Fabio Quagliarella che ha fatto anche i mondiali, sicuramente avrei potuto avere una carriera più brillante e non solo il solo a dirlo visto che le qualità tecniche ci sono, ma il segreto per reggere in un campionato tosto come quello della D a 34 anni è comunque solamente fare il professionista”.

A proposito di Palladino, ci hai giocato ai tempi del Benevento, che ne pensi di questa promozione storica in Serie A? “Sono contentissimo. Il Benevento merita questa opportunità e la città accoglierà tutti con affetto. Ci ho giocato due anni e ho ricordi meravigliosi, la città è molto carina, è tranquilla e si vive molto bene. C’è il rischio che scenda subito in B di nuovo ovviamente, come molti stanno dicendo, ma è un rischio relativo, che ci può stare, dato che questo è stato il primo anno di cadetteria in 90 anni di storia e il prossimo sarà il primo di Serie A, ma i parametri per fare bene ci sono tutti, compresa la società che è lungimirante e ben piazzata economicamente”.