Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Lucio Battisti era tanto grande quanto riservato. Per questo non ha mai manifestato apertamente la sua passione per la Lazio. Proprio non sopportava l’idea di essere etichettato. Eppure di etichette in quegli anni, gliene sono state affibbiate addosso tantissime. Un giorno era di destra per ‘Il mio canto libero’, un altro era fascista perchè tifava Lazio. Insomma il festival dei luoghi comuni e delle banalità.

Lucio non è mai stato compreso fino in fondo. Spesso è stato frainteso. Quando ha tagliato con i fan e i giornali qualcuno ha pensato che si fosse montato la testa. E Lucio ne avrebbe avuto tutto il diritto, perchè la sua musica era come la mano di re Mida. Ha rappresentato qualcosa di importante per ognuno di noi. E continua farlo ancora oggi.

“Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere” rivelò tempo fa suo padre Alfiero. Battisti distingueva nettamente la vita privata da quella artistica. Voleva parlare al suo pubblico esclusivamente attraverso la musica. E basta. Tanto da dribblare abilmente questi argomenti non inerenti al suo lavoro.

Ma un bel giorno Lucio si stufò anche di questo. Era stanco di dover far fronte ad un qualcosa più grande di lui: la sua popolarità. Decise il silenzio totale. Battisti era un gran tifoso della Lazio, ma non solo. Tanti altri aspetti della sua vita privata restano ignoti al grande pubblico. Ed è giusto così in fondo.

Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti“. E’ difficile camminare davanti al proprio pubblico. E’ molto pericoloso e ci vuole gran coraggio. Ma in queste parole è racchiusa tutta la sua essenza. L’essenza di un artista che vuole lasciare incontaminata la sua immagine. Fu così che all’apice della sua carriera Lucio decise di non rilasciare più interviste ai giornali, rifiutò di posare per fotografie e diede una mazzata alle tv sostenendo che l’olio di ricino fosse meglio.

I toni si inasprirono, la critica cominciò ad attaccarlo. Nel frattempo arriva la separazione da Mogol. Il grande amore finisce, i due viaggiavano su binari diversi. Lucio voleva evolversi, spingendosi artisticamente fino al limite della sperimentazione.

Inizia la collaborazione con Panella. Il taglio col passato è nettissimo. I testi sono dei giochi di parole e doppi sensi. Musicalmente esplora luoghi inusuali, sfornando brani come “La Sposa Occidentale”, “La Metro eccetera”, “Almeno l’inizio”, “Estetica”, “Fatti un pianto”, “Cosa farà di nuovo”  e “Il Diluvio”. Dei capolavori.

E al diavolo chi ha osato bestemmiare dicendo che ormai fosse diventato un dilettante spaventoso. Lucio ha ricevuto tanto amore meritato. Ma anche tanti insulti. Musicalmente parlando e non. Che fosse tifoso della Lazio ormai è risaputo. Da genoano, vantando Faber e Savoretti non dovrei provare alcuna invidia. Ma Lucio è Lucio e un po’ di gelosia c’è. Ma in fondo cosa importa. Nemmeno a lui interessava. Battisti parlava attraverso la musica. E ciò che aveva da dire era fantastico, oltremodo fantastico.

Lo sciagurato Egidio, eroe per un giorno ma non per caso

Lo sciagurato Egidio, eroe per un giorno ma non per caso

Ci sono etichette impossibili da staccare. E incredibili luoghi comuni impossibili da sfatare. Soprattutto nel mondo del calcio. Così, anche se hai segnato quasi cento gol tra i professionisti, rischi di essere ricordato come il più grande brocco degli anni settanta. Talmente brocco da guadagnarti un appellativo che sostituisce il tuo nome.

E’ la storia di Egidio Calloni, centravanti del Milan negli anni 70 ricordato esclusivamente per le sue clamorose defaillances sotto porta. Una caratteristica che gli valse una denominazione manzoniana, sfornata dalla malefica fantasia di Gianni Brera: lo sciagurato Egidio.

L’avventura di Calloni comincia nelle giovanili dell’Inter, poi si trasferisce a Varese dove prova a muovere i suoi primi passi da professionista. I biancorossi lo spesidscono a Verbania, per farsi le ossa in Serie C. Egidio segna a valanga e torna alla base per un biennio da protagonista. Ventitre gol in cinquanta partite, capocannoniere in Serie B e trascinatore assoluto dei varesini che conquistano la promozione in Serie A. Calloni è il classico talento che promette davvero bene, sembra già pronto per il grande salto in carriera. Il Varese vorrebbe trattenerlo, ma il Milan gli posa gli occhi addosso e nel 1974 decide di ingaggiarlo, affidandogli l’intero reparto offensivo. Da Varese alla scala del calcio, con la maglia numero nove sulle spalle. Una responsabilità importante.

L’amore tra i tifosi del Milan e il giovane di Busto Arsizio non sboccia. Vuoi il passato da interista, vuoi la poca grazia sotto porta. Egidio Calloni segna, ma sbaglia anche l’impossibile. Colleziona trentuno gol in quattro stagioni, contribuisce soprattutto al terzo posto del 75-76, ma ormai Egidio è solo uno “sciagurato”. E’ lo sciagurato Egidio che si divora i gol più facili. E’ lo sciagurato Egidio che non sa calciare un pallone. L’ex Varese finisce nel mirino di tutto il pianeta calcio. Diventa vittima dei suoi stessi tifosi e di quelli avversari. Calloni soffre dentro. D’altronde è un essere umano. Ma in pubblico non si scompone mai e puntualizza che «Anche i più grandi bomber sbagliano».

 La sua grande chance al Milan si scioglie come neve al sole, ma l’Hellas Verona gli apre le porte per una nuova avventura. L’esperienza in Veneto è abbastanza positiva per lui, ma non per la squadra. Che retrocede e non lo conferma. Al Perugia vede la rete solo in cartolina e proprio in Umbria tocca il punto più basso della sua carriera. Nelle successive quattro esperienze raggiunge la doppia cifra in una sola occasione. Proprio nell’ottanta-ottantuno con la maglia del Palermo. Un’ottima annata, dal sapore di rivincita.

E’ la stagione della storica tripletta al Milan in campionato. E’ una rivincita, non una vendetta. Perchè Egidio è un uomo per bene. Alla Favorita contro la sua ex squadra ritrova il fiuto del gol e sforna un tris da sogno. Il primo gol è da cineteca: un mancino magico ben calibrato su punizione. La palla gonfia la rete, il Milan è incredulo: esultanza con braccia al cielo, capelli al vento e un’incredibile ultima corsa liberatoria.

E’ la rivincita di Calloni. Di un giocatore normale.

Capita, di tanto in tanto, di rivederlo a Milanello di questi tempi. Giusto il tempo di qualche timido saluto. Poi l’Egidio di oggi tira un calcio alla sciagura, salta in macchina e torna a casa. Nella sua casa in riva al lago, lontano dai riflettori.

Robin Williams, un genio straordinario brilla tra le stelle

Robin Williams, un genio straordinario brilla tra le stelle

Ci sono ricordi più dolorosi di altri. Uno di questi è la morte di Robin Williams. Succedeva l’11 agosto del 2014: il mondo del cinema perdeva una delle sue stelle più belle.

Robin era un’icona internazionale, una risata contagiosa ed un padre di famiglia. Per noi era Peter Pan, Mrs Doubtfire, il professor Keating e moltissimi altri. Non sono bastati tre anni per dimenticarlo, semplicemente perchè Robin Williams è indimenticabile.

Doloroso mettersi nei panni della sua famiglia e dei suoi amici che ancora oggi lo piangono: «Era l’uomo più coraggioso del mondo alle prese con il ruolo più difficile della sua vita» le parole della moglie Susan Schneider a Neurology dopo il suicidio del compagno.

L’incubo di quell’11 agosto non si riesce proprio a cancellare:  «Era domenica siamo andati a letto augurandoci la buonanotte, come sempre. Mi disse “Buonanotte, amore mio”».

La depressione, forse, ha ucciso Robin. Tre matrimoni alla deriva, una carriera straordinaria offuscata da una crisi interiore. Williams non voleva essere dimenticato, aveva paura ed era sommerso dai problemi.

«Era preoccupato dal lavoro e dai soldi» la confidenza di un caro amico, dopo la sua morte. Robin era un sorriso vivente, un animo sensibile stanco della vita e della malattia. Già, perchè Williams soffriva di gravissimi problemi di salute e alla fine ha detto basta.

Il rischio di cadere nella retorica è tangibile, così come scrivere banalità. E’ difficile parlare di Robin, di quello che è accaduto. Per chi ha sognato assieme ai suoi personaggi oggi è un giorno molto triste.

Non potrebbe essere diversamente, la mancanza di una mente così straordinaria si fa sentire. Ciò che ha rappresentato Robin Williams nella storia del cinema supera i confini dell’immaginazione e ciò che avrebbe potuto rappresentare ancora sarebbe stato altrettanto straordinario.

Estremamente straordinario,

perchè lui era Robin Williams.

E noi non possiamo far altro che ringraziarlo per ciò che ci ha donato e omaggiarlo così.

“Non vi rassegnate, ribellatevi. Osate cambiare, cercate nuove strade”.

Ciao Capitano.

L’inspiegabile, ossessiva, amorevole passione per il Genoa a 1100 km di distanza

L’inspiegabile, ossessiva, amorevole passione per il Genoa a 1100 km di distanza

Non si ferma questo amore, nemmeno in vacanza. Mi trovo in una meravigliosa spiaggia salentina e il Genoa è partito con me. 1100 chilometri da Genova non bastano per azzerare tutto. Soprattutto di questi tempi, con l’imminente cambio ai vertici che sta facendo battere i cuori dei tifosi. C’è chi sogna e chi ha gli incubi, anche in ferie. Pc portatile nello zaino, iPhone caldo e prontezza per scrivere due righe in caso di novità. E’ una vacanza alquanto…particolare.

Tra gli scenari straordinari di questa bellissima terra che è la Puglia, il Genoa resta protagonista. Incredibile. Ma nemmeno così tanto. Noi genoani siamo questi. Insaziabili innamorati. Il periodo, poi, è troppo importante, e non lascia spazio ad altro. Nella lunga estate calda rossoblu è entrato in scena il manager di Carige Giulio Gallazzi, deciso a coinvolgere nel progetto Genoa investitori esteri ancora senza un volto. Fa parte del gioco, in attesa del closing annunciato e degli annunci di rito. Nemmeno il tempo di tuffarsi che un nuovo nome sarà accostato al Genoa, la schizofrenia che aleggia sul mondo rossoblu non fa sconti. Intanto i tifosi sognano una squadra stellare, altri non si fidano e sperano resti Preziosi.

Eppure il ciclo sembra giunto davvero al capolinea, nonostante le dietrologie incombenti. In tutto questo contesto c’è da pensare anche al mercato e ad una squadra che ha bisogno di innesti. Dopo un preoccupante immobilismo il Genoa ha mosso i primi passi. Ivan Juric ha accolto Spolli, Zukanovic e Galabinov. Dal Milan arrivano Bertolacci e Gianluca Lapadula, con el cholito Simeone pronto a salutare. Sul fronte entrate si continua a parlare di Cecchini in sinergia con l’Inter e dello svincolato Izco. Tante piste in piedi ed un mercato molto lungo che farà chiacchierare parecchio i tifosi e gli addetti ai lavori. L’importante che il Genoa completi in tempi ragionevoli l’organico, quest’anno una semplice salvezza non può più bastare. Lo ha detto anche Gentiletti: “Vogliamo fare meglio e puntare più in alto di una semplice salvezza. Senza ansia è lecito coltivare, con i piedi per terra, ambizioni importanti”. Dal Salento, per ora, è tutto.

“Siamo tutti Manuel Fantoni”: la Mitomania ai tempi dei Social raccontata in un libro

“Siamo tutti Manuel Fantoni”: la Mitomania ai tempi dei Social raccontata in un libro

“Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova. E mi imbarcai su cargo battente bandiera liberiana…”. Vi ricordate Manuel Fantoni? Protagonista di quel piccolo grande capolavoro cinematografico di Carlo Verdone, dal titolo ‘Borotalco’.

Che bel film, quello, così fresco e genuino. Borotalco non sente il trascorrere del tempo. Forse perché i temi che affronta sono ancora maledettamente attuali.

Già. Basti pensare a quel simpaticissimo cazzaro di Manuel Fantoni. Un personaggio adorabile, ma in fin dei conti tristemente negativo. Non tanto per le bugie, nè per la sua strafottenza. Ma per quel senso di estrema insicurezza che lo spinse a trasformarsi in qualcun altro.

Succedeva più di trent’anni fa in Borotalco, accade ora, tutti i giorni, nella nostra era 2.0. Lo ha raccontato la scrittrice Chiara Lelli, nel suo nuovo libro ‘Non avrai altro dio all’infuori di te. Siamo tutti Manuel Fantoni’.

Un saggio che parla di mitomania, ma anche di una società che ormai ha smarrito persino la dignità. A spiegarlo, stavolta, è il ‘padre’ di Manuel, il nostro Carlo Verdone.

Il messaggio che dà la società è questo – ha commentato l’attore romano a Repubblica Tv, in riferimento alla presentazione del libro di Chiara Lelli chi non ha personalità copia quella di un altro. Così diventa facilmente un grande cazzaro. Ruba l’anima ad altri, anche se il mentitore viene scoperto presto”.

Quanti mitomani ha incontrato Verdone nella sua carriera? Tanti, a suo dire. E lo hanno ispirato parecchio sul set: “Io non li ho mai contraddetti, per me loro sono oro colato. Ho fatto i film sui mitomani: Gallo Cedrone, Un Sacco Bello, Al lupo al lupo e Borotalco. In quest’ultimo c’è proprio Manuel Fantoni. Un personaggio estremamente debole e fragile”.

I Social network diventano una preziosa vetrina per i Manuel Fantoni dei giorni nostri e nascondono un lato oscuro: “Tutti diventano critici, dinamitardi etc. Quei pochi che dicono qualcosa di sensato vengono lapidati. C’è tanta aggressività, c’è molta cattiveria e troppa violenza”.

Dunque i pacati ci sono, ma in minoranza.

Per il resto siamo tutti Manuel Fantoni.