Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

È una notte come tante sull’autostrada A14. E come tante altre volte, il silenzio è rotto dal rumore di uno schianto. Arrivano i soccorsi, dai rottami di una Fiat Tempra vengono estratti una donna e due bambini. Ma per il guidatore è troppo tardi; in un attimo, la pallavolo mondiale perde un simbolo. Tra il 30 e il 31 dicembre 1994 muore, ad appena ventotto anni, Andrej Kuznecov. Si spegne la Stella Rossa. Nasce cittadino sovietico nel 1966. nel piccolo villaggio di Uzyn, base dell’aeronautica nel cuore dell’Ucraina, Dopo qualche anno, papà Ivan decide di trasferirsi con tutta la famiglia a Poltava. Proprio da quelle parti, qualche secolo prima, lo zar Pietro il Grande aveva sconfitto i Karoliner svedesi. È per questo che in russo la frase “essere come uno svedese a Poltava” significa ritrovarsi completamente indifesi. Ma Andrej indifeso non è, lo si capisce sin dall’infanzia. Cresce a vista d’occhio e a dismisura, fino ad arrivare a guardare tutta la famiglia dall’alto del suo metro e novantacinque. E se il primo amore, la fisarmonica, non si scorda mai, è il secondo, la pallavolo, quello che dura in eterno. Il ragazzo ci sa fare e a sedici anni entra nel mondo dei professionisti. Vola a Odincovo, a neanche venti chilometri da Mosca, per indossare la maglia dell’Iskra. Ma tra il verde e le dacie è solo di passaggio, il suo talento è troppo cristallino. Tempo due anni e arriva la chiamata con la C maiuscola. Il figlio del maggiore in pensione entra a far parte del glorioso club sportivo dell’esercito, della squadra più titolata d’Europa, dell’armata invincibile in maglia rossa e blu. Andrej Kuznecov è un giocatore del CSKA Mosca. Brillare in un sestetto fatto di stelle non è cosa semplice, ma il numero 2 è un predestinato. Sei campionati sovietici, cinque Coppe dei Campioni, due ori europei. Basterebbe il palmares a descrivere la grandezza dell’atleta. Un pallavolista completo, uno schiacciatore che riceve meglio di un libero, in un’epoca in cui il libero ancora non esiste. Un vero uomo squadra, che negli anni accumula esperienza internazionale da vendere e che è capace di trascinare i compagni con il proprio esempio.



Incurante dei rischi e del dolore, per tutta la sua carriera Kuznecov non indosserà mai le ginocchiere, restando fedele alle fasciature e a una pallavolo che sta via via scomparendo, sotto i colpi di modifiche regolamentari sempre più invasive. Assieme al vecchio volley, scompare, non senza colpi di coda, anche l’Unione Sovietica. All’Europeo 1991 in Germania arriva una squadra scossa dal tentato golpe di agosto, lacerata come l’URSS dai nazionalismi interni. Eppure il gioco non ne risente, il girone A viene dominato dal primo all’ultimo match; solo la Svezia, memore di Poltava, riesce ad opporsi e a strappare un set all’Armata Rossa. La semifinale contro i Paesi Bassi è una passeggiata. La sfida vera si gioca il 15 settembre a Berlino. Di fronte ai sovietici si para un ostacolo non da poco, dall’altra parte della rete c’è l’Italia campione in carica. In campo c’è la Generazione di Fenomeni, Zorzi e Bernardi, Lucchetta e Gardini. In panchina siede Julio Velasco, il mago di La Plata. Ma l’URSS non è da meno. Le maglie, eccezionalmente blu, hanno nomi importanti. Ci sono Shatunov, Sapega, Fomin. E c’è Kuznecov. Tanto Kuznecov. In attacco, in difesa, persino da alzatore improvvisato. Nel primo set l’Italia sembra prendere il largo, 10-7, tre punti che in regime di cambio palla sono un’eternità. Eppure il numero 2 sembra tarantolato, si getta su ogni schiacciata, recupera palloni ormai persi, regalando ai compagni contrattacchi insperati e fondamentali. Se i ragazzi di Velasco perdono il set subendo un parziale di 8-1, molto del merito è di Andrej, che come premio riceve un colpo sul viso da un compagno durante un maldestro tentativo di salvataggio sincronizzato.

Ma l’adrenalina ha la meglio sul dolore. C’è una finale da vincere. Il secondo set passa alla storia come “la battaglia di Berlino”. È una lotta senza quartiere, colpo su colpo, una successione infinita di cambi palla intervallati da qualche sporadico punto. Diventa quasi una partita a scacchi, in cui ogni contrattacco rischia di far pendere la partita dall’una o dall’altra parte. Paolino Tofoli alza, cerca Cantagalli, Zorzi, Lucchetta. E tutti trovano Kuznecov. Sempre. A muro, in ricezione, lanciato verso la linea di fondo. Sembra di rivedere un match tra McEnroe e Borg, con il ragazzo di Uzyn nei panni del campione svedese. Gli azzurri, che quel giorno sono bianchi, tirano qualsiasi cosa al di là della rete. Ma non basta. 17-15. Il tricolore viene mestamente ammainato. Il terzo set è una pura formalità. La coppa torna a Mosca per la dodicesima volta. Chi a Mosca non ci torna è Andrej. La situazione in patria è troppo incerta. Molti dei freschi campioni d’Europa preferiscono approfittare dell’apertura delle frontiere e cercano ingaggi in Occidente. Il nostro paese è la terra promessa, la Serie A1 è il campionato più bello e più competitivo del mondo. Sapega si accasa a Padova e anche Kuznecov sceglie l’Italia. Ci sarebbe Ravenna, dove con Kiraly e Timmons metterebbe su un vero e proprio Dream Team. Ci sarebbe Treviso, dove con Lollo Bernardi formerebbe una coppia leggendaria. A Milano ci sarebbero i milioni della Fininvest. E invece Kuznecov sceglie Roma. La Lazio Volley milita in serie A2, ma è una società ambiziosa e per iniziare la sua scalata ingaggia lo schiacciatore sovietico.

Quelle nella capitale sono due stagioni intense, costellate dalla gioia della promozione e dall’amarezza della retrocessione. In A1 arriva anche l’ex compagno di squadra Olikhver, ma il duo venuto dal freddo non riesce a evitare ai capitolini il ritorno nella serie inferiore. Il divorzio con la Lazio, che nel frattempo non si iscrive neanche alla serie A2, è traumatico, con tanto di causa miliardaria. A quel punto Andrej si mette di nuovo in gioco, accettando l’offerta di Gioia del Colle, altra società cadetta. E anche in questo caso, il valore di Kuznecov trascina una formazione fino a quel punto sconosciuta nel paradiso della pallavolo. A Gioia Andrej diventa uno di casa, l’idolo di grandi e piccini. Lui, sommerso da questo affetto, ricambia e si lascia felicemente “adottare” dalla cittadina pugliese, al punto che anche quando si trasferisce a Ferrara per guidare la Les Copains verso la Serie A1, torna spesso e volentieri verso quella che ormai considera casa sua. E sta tornando verso casa anche quella notte, quando la sua auto si schianta sul guardrail, lasciando illesi Lioudmila, Eugenia e Andrea, ma portandosi via la luminosa stella di Andrej.

Se ne va un pallavolista sublime, un universale, capace di rivestire qualsiasi ruolo senza perdere in efficacia. Eppure la perdita maggiore è quella dal lato umano. Un Campione con la C maiuscola, di volley ma anche di umiltà. Le medaglie, i trofei, la fascia di capitano della Russia non contano, Andrej è il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene, fedele ad un’etica del lavoro che gli è stata insegnata negli anni dell’adolescenza e che non lo abbandonerà mai. Quel che resta negli occhi di tutti è l’eccezionale coraggio dell’uomo e dell’atleta, capace di lanciarsi in salvataggi impossibili senza la paura che solitamente limita l’essere umano. E resta la piccola e forse insignificante storia di un giovane raccattapalle, che durante una partita, davanti all’ennesimo tuffo di Andrej, sgrana gli occhi e guarda preoccupato quelle ginocchia. Graffiate, rosse, indifese, proprio come uno svedese a Poltava. Kuznecov incrocia il suo sguardo e capisce. Si indica il capo, poi le ginocchia. “Dolore è qui, non qui”. Sorride. “Se qui non fa male, lì non fa male”. Quel che Andrej non può spiegargli è che quel discorso può valere per le ginocchia, per un braccio o per la schiena. Non quando il dolore ti stringe forte il cuore. Perché quel giovane raccattapalle è qui a raccontarvelo. E vi assicura che, in casi come questo, quel che dice la testa conta molto poco. Anche dopo ventidue anni, il cuore fa ancora male. Tanto tanto male.

 
Top of the Kop

Top of the Kop

 Non c’è nulla di evocativo come le parole. La capacità che alcuni termini hanno di fissare davanti ai nostri occhi cose che in quel momento non possiamo vedere è straordinaria. Alcune parole dividono, altre, invece, uniscono. Ce n’è qualcuna, poi, che si allontana totalmente dal suo significato originario, per diventare un concetto nuovo, che non si può spiegare senza il suo utilizzo.
Per capirlo, basterà attraversare il Bill Shankly Gate ed entrare ad Anfield. In quel fazzoletto verde, “famiglia” si dice “Kop”. Per quanto la storia del calcio britannico sia piena di settori con questo nome, la Kop per antonomasia resta quella del Liverpool Football Club. Ogni altra Kop ha bisogno di una specifica. Non quella sulle rive del fiume Mersey. Che poi, a ben vedere, non si chiama neanche Kop. Siamo così abituati a considerare la curva del Liverpool un’entità concreta, che rappresenta la totalità del tifo Red (e qui torna il discorso della parola che assume tutt’altro concetto), che se interpellati non siamo in grado di spiegare il perché di questo strano nome. Viene facile, naturale. Ma resta il fatto che all’anagrafe degli stadi, se ne esistesse una, la zona calda del tifo scouser si chiamerebbe Spion Kop. Nulla di offensivo, ovviamente. Spion Kop è un’altura del Sudafrica, raggiungibile solo attraverso una salita parecchio ripida, teatro di una rovinosa sconfitta dell’esercito britannico durante la Seconda Guerra Boera. L’immagine di un nutrito gruppo di soldati in posizione elevata, pronti ad avventarsi sull’ignara fanteria di Sua Maestà, resta nell’immaginario collettivo. Sarà quindi per questo che un giornalista, osservando i tifosi dell’allora Woolwich Arsenal campeggiare su una delle estremità di Manor Ground, battezza così il settore dello stadio, lanciando un trend che si espande in fretta, persino al di là della Manica. Il termine raggiunge Liverpool nel 1906 e si rivela subito particolarmente adatto, anche per la classica bellicosità dei tifosi dei Reds, a indicare il settore caldo di Anfield. Da lì nasce una leggenda, che accompagna mano nella mano la storia, le vittorie e le sconfitte del Liverpool Football Club.


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I membri della Kop vengono definiti Kopites, ma è riduttivo. Chiunque sostenga il Liverpool è di fatto parte integrante della Kop. E se, come si è detto, La Kop è una grande famiglia, di conseguenza, ride e piange, festeggia e si dispera. Proprio come ogni famiglia che si rispetti. Ride la Kop, guarda gli occhi di Bill Shankly e sa che può essere fiera di lui e dei suoi ragazzi. Siamo nel 1964 e sono passati diciassette lunghi anni dall’ultimo titolo di campioni d’Inghiterra. Ma Bill e suoi ce l’hanno fatta, sono risaliti dagli abissi della Second Division ed hanno portato a termine un’impresa. A guidarli c’è quel signore scozzese che cambia per sempre il modo di intendere il calcio a Liverpool. Nei suoi discorsi, nelle sue dichiarazioni, in ogni suo pensiero c’è l’incessante tifo dei figli e delle figle della Kop. I suoi calciatori giocano per lui e per quei tifosi, per ricambiare l’affetto incondizionato di una città. Di una parte, forse? No. No di certo. A Liverpool esistono solo due squadre: il Liverpool ed il Liverpool Riserve. E il campionato 1963/64 è simbolico da questo punto di vista, dato che i Reds strappano il trofeo proprio all’Everton. E nella famosa Boot Room, la stanza degli scarpini, Shankly ed i suoi creano dal nulla il mito del club. Cambiano i calciatori, ma resta quello spirito, quell’unione sacra tra squadra e tifoseria. Shankly lascia nel 1974, ma la placca con scritto THIS IS ANFIELD resta. Bill la fa apporre all’interno del tunnel per ricordare ai calciatori del Liverpool per chi combattono e agli ospiti che non avranno contro solamente undici avversari. Lascia Bill Shankly, ma resta per sempre. Il cancello che si apre sulla Kop porta il suo nome. Festeggia la Kop, più di ogni altra tifoseria d’Inghilterra.
 
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Liverpool non è più la città modaiola degli anni Sessanta. È una città ferita della crisi economica, in cui la disoccupazione raggiunge picchi terribili, in cui non c’è quasi nulla per essere felici. Eppure il Liverpool porta ancora gioia e senso di appartenenza. Non c’è sacrificio che il tifoso dei Reds non sia disposto a fare pur di seguire i ragazzi di Paisley e poi di Fagan. Il campionato non basta più, ora tocca all’Europa. Roma, Londra, Parigi e ancora Roma, quattro gemme per una corona, quella dell’indiscussa Regina del calcio continentale. E dietro Keegan, Dalglish e Tommy Smith c’è una marea rossa, a volte indisciplinata e un po’ troppo propensa a creare disordini, ma che è l’invidia di tutte le squadre avversarie. La Kop è il modello da imitare. Persino il vecchio CUCS giallorosso si ispira alla controparte scouser, tanto da invitare i rappresentanti della tifoseria del Liverpool ad un simbolico gemellaggio prima della finale del 1977 all’Olimpico contro il Borussia Moenchengladbach. Anni dopo ci si rincontrerà nella Città Eterna da avversari, per l’ennesimo trionfo dei Reds. Ma quella di Roma è l’ultima festa, almeno per un po’. Arriveranno altre coppe, altre gioie, ma sarà sempre tutto filtrato attraverso due momenti indelebili, immagini che feriscono ancora oggi.

La follia degli hooligan, la poca preparazione delle istituzioni, gli stadi antiquati. I presupposti ci sono purtroppo tutti affinché qualcosa di terribile accada. E accade proprio a Bruxelles, all’Heysel, pochi minuti prima del calcio d’inizio della Finale, sì, quella finale lì, la più attesa, la quinta in nove stagioni, la partita che deve cementare definitivamente la leggenda dei Reds. E invece rimarrà per sempre la finale del dolore, la partita giocata per evitare altri problemi, con i piedi sul campo ma con la testa negli ospedali e nelle camere mortuarie. Trentanove vittime. La gioia di una festa di calcio si disintegra, lasciando dietro di sè solo il silenzio della morte, del dolore e della disperazione. E quattro anni dopo si dispera la Kop, nel suo giorno più buio. Non si sono ancora spente le accuse per quel 29 maggio 1985 che di nuovo la tragedia colpisce un campo di calcio su cui è schierato il Liverpool. A Sheffield dovrebbe giocarsi la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest, ma la partita dura tre minuti. Centinaia di persone si sono ammassate in uno dei tunnel dello stadio di Hillsborough nel tentativo di raggiungere il proprio settore prima del fischio di inizio. Tante persone. Troppe. Ed ecco di nuovo i corpi schiacciati, il soffocamento, il terrore negli occhi di chi si vede separato dai propri cari dal caos dei movimenti sconnessi della folla. Un gran numero di tifosi si getta al di là delle recinzioni nonostante la polizia, incapace di comprendere la tragedia che si sta sviluppando, cerchi di evitare l’invasione di campo. Finchè qualcuno finalmente si accorge che non si tratta di facinorosi in vena di creare caos, ma di persone che stanno lottando per la loro vita. Si aprono i cancelli, si sgombera il terreno di gioco, si prestano i primi soccorsi ai feriti. Ma a terra restano sagome immobili. Qualcuno, si mormora, non ce l’ha fatta. Cinque morti. Dieci. Venti. Cinquanta. Alla fine i martiri di Sheffield saranno novantasei. Tutti tifosi del Liverpool. Tutti figli della Kop. È un massacro. Il più terribile della storia del calcio britannico. Sotto quel tunnel rimangono senza vita novantasei persone, novantasei fratelli e sorelle, padri e figli. Novantasei vite spezzate che nessuno potrà mai dimenticare, men che mai la Kop. E allora che brilli la fiamma del ricordo, sullo stemma della squadra e tra i seggiolini.

Non c’è partita a Anfield in cui al minuto 89 la tifoseria non culli il ricordo dei Kopites portati via dal destino in un pomeriggio che doveva essere di festa. E ogni volta piange commossa la Kop, esattamente come piange il primo maggio 1994. Piange perché, proprio nel giorno della festa internazionale dei lavoratori, da sempre sentitissima nella proletaria Liverpool, la sua prima e storica incarnazione chiude i battenti. Il Rapporto Taylor è chiarissimo, non possono più esserci settori con posti in piedi. Non dovrà mai esserci una nuova Hillsborough. La Kop come la conosciamo non ha più un posto nel calcio di oggi. E quindi contro il Norwich City una città intera saluta quel simbolo, quel luogo di unione che sembrava dover durare in eterno, come ultimo baluardo di un calcio ormai in via in estinzione, minacciato dalle TV e dalla modernità. E piangono Ian Rush e John Barnes, Kenny Dalglish e Joe Fagan. Da qualche parte di certo piangono anche Bill Shankly e Bob Paisley. Piangono assieme a giovani e vecchi, donne e bambini, tutti promettendo, quasi minacciando, che lo spirito della Kop sopravviverà, che li metteranno seduti ma che mai li metteranno a sedere, cantando tutti assieme che il Liverpool mai e poi mai camminerà da solo.
Perché canta la Kop, ah se canta. Ieri come oggi, il ruggito indistinto della folla e le urla sconnesse della tensione calcistica lasciano sempre spazio alla musica. D’altronde siamo nella città dei Beatles. Ma quando c’è da scegliersi un inno si guarda da un’altra parte. Non è che i Fab Four non siano di Liverpool. Il problema è che non rappresentano più solo Liverpool. Sono già andati, li stanno portando via, come urla piangendo una sconsolata fan dopo l’ultima esibizione al Cavern. Se non sei Liverpool, la Kop non può farti suo. Ma se la ami, ogni porta ti si schiude. E Gerry Mardsen la ama, la vive, la respira. Il suo cuore è sulle rive della Mersey, il suo posto è quello e lì rimarrà. Questo canta in Ferry Cross The Mersey, splendido affresco di una città che forse non c’è più. Ed è quindi ovvio che sia lui, anzi, che siano i suoi Gerry & The Pacemakers, a cantare l’immortale inno della Kop. E no, non si tratta di Ferry Cross the Mersey, perché purtroppo o per fortuna in città ci sono anche quegli altri, quei ricconi vestiti di blu che si sentono superiori alla povera gente che tifa Liverpool. No, l’identità cittadina non basta. Ci vuole di più. E nonostante siano di provenienza americana, si eleggono dunque a Credo delle parole struggenti, che parlano di difficoltà, di tempesta, di oscurità. Ma che lasciano presagire tempi migliori, come se già più di cinquant’anni fa già qualcuno sapesse, fosse convinto che quella squadra, quel gruppo di uomini e quelli dei decenni a seguire erano destinati a grandi cose. E allora cammina, figlio della Kop, sfida il vento e la pioggia, combatti un destino che spesso si fa beffa dei tuoi sogni. Cammina, sempre con la speranza (ed il Liverpool) nel cuore. E non camminerai mai solo. Sarai parte di una famiglia. Per sempre. Finchè morte non vi separi. Ma anche dopo. Perchè, come diceva Bill Shankly, alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Ma si sbagliano. È molto, molto di più.
Marco Van Basten: l’eterno volo del Cigno

Marco Van Basten: l’eterno volo del Cigno

Oggi raccontiamo una fiaba. Che essendo una fiaba, e non una favola, forse un lieto fine non ce l’ha. Le fiabe stanno lì per farci immedesimare nei personaggi, per farci capire com’è che va la vita, per farci la morale. Per dimostrare che non è come dicono le favole, che non vivono sempre tutti felici e contenti, che l’esistenza è fatta di gioia ma anche di dolore.

Già, il dolore, l’eterno compagno. A volte un semplice fastidio, altre una sensazione lancinante, che non ti permette neanche di poggiare i piedi a terra. E per te, che con i piedi ci lavori, ci vivi e ci dipingi calcio, non può essere un problema come un altro. E allora ti fermi, una, due, tre, quattro volte, mesi che sommati fanno anni, giorni che nessuno ridarà mai a te e al calcio. È un punto delicato la caviglia, anche per chi come te è leggiadro, leggero, che quando hai il pallone tra i piedi sembri danzare più che correre. Il tuo fisico dinoccolato trae tutti in inganno, dovresti essere sgraziato come un anatroccolo ed invece sei bello e coordinato come un cigno. Ma il cigno è animale fragile e le cui ali a volte si spezzano. Eppure lotta, non si limita a sopravvivere, ma si staglia nel cielo prima di gettarsi in picchiata e, tra una giravolta e l’altra, dare un’occhiata al mondo mentre lui, lì in alto, vola.

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Vola, come quella palla che arriva sul tuo piede quasi senza pretese, in un pomeriggio di giugno di tanti anni fa. Carina Monaco di Baviera, ma non ci vivrei. Questo probabilmente pensi, tu che sei olandese e che come tanti connazionali della Germania non puoi avere una buona opinione, storica o calcistica che sia. Il sogno di quando eri bambino si era infranto lì, in quello stadio. Un sogno nato in un minuto e mezzo e terminato in novanta. Eppure tu, come tutti i tuoi coetanei, te la ricordi quella sequela di passaggi, che aveva portato al rigore dell’uno a zero. La sai a memoria, come le filastrocche che si cantano ai bambini per farli addormentare. E la ripeti a te stesso mentre il pallone dolcemente scende, per darti il coraggio di tentare. Di prendere per i capelli l’incubo di un’altra rimonta e di lasciartelo alle spalle.

Quando impatta con il tuo piede destro, la sfera quasi esplode. Dentro il tuo calcio c’è tutto, c’è la storia calcistica passata, presente e futura di una nazione intera. C’è l’inutile gol di Neeskens di quattordici anni prima, c’è l’urlo di Resenbrink strozzato da un palo argentino, c’è, non puoi ancora saperlo ma di sicuro c’è, il pianto disperato di Sneijder su un prato verde di Johannesburg. C’è la rabbia degli eterni perdenti, di quelli che per ottenere il minimo devono fare l’impossibile. Come impossibile è la posizione da cui tiri, troppo defilata per combinare davvero qualcosa. Ma tu lo senti che è il momento giusto, l’attimo in cui tutti gli astri possibili si allineano e calci, più forte di quanto tu abbia mai fatto. Ed il pallone ruggisce, proprio come il leone che hai sul petto. Almeno per una volta, NOI. POSSIAMO. VINCERE.

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Perché vincere è stato il tuo mestiere. E non da semplice comprimario. Tu sei uno di quelli che i bambini vogliono imitare, quello che anche le nonne che non sanno neanche come è fatto un pallone hanno sentito nominare almeno una volta, sei il calciatore più forte d’Europa. Anzi, forse del mondo intero. In una eterna ed animalesca lotta per la supremazia calcistica, il cigno venuto dalla terra strappata al mare si scontra con il torello della pampa, una, dieci, cento, mille volte. E noi tutti lì intorno a guardare, a chiederci chi dei due stavolta prevarrà sull’altro, chi trascinerà i suoi alla vittoria, chi potrà alzare le braccia al cielo mentre l’altro trattiene le lacrime.

E vengono in mente le tue di lacrime, ma anche le mie, le nostre, le lacrime di tutti quelli che in vita loro hanno messo anche solo un briciolo di cuore nel vedere un pallone rotolare su un campo di calcio, quando ci annunci che è finita. Che la caviglia non regge, che non è possibile neanche provare. Che gli ultimi due anni di calvario sono stati totalmente inutili. Che a trent’anni appena compiuti uno dei migliori calciatori di tutti i tempi deve appendere gli scarpini al chiodo. Che il cigno non volerà più. È così che nasce il vuoto, dalla privazione improvvisa e irreparabile di un principio, dalla coscienza che qualcosa c’era e che ora, di colpo, non tornerà più. La maglia numero nove, le coppe, persino i Palloni d’Oro perdono di significato quando diventano passato. Ogni ricordo ferisce il cuore e lascia lo stomaco sottosopra.

Sottosopra  proprio come tu hai visto il mondo una sera di novembre. È il 1992, quella stramaledetta caviglia fa male ormai da tanto, eppure sei in campo. E non si nota che stai soffrendo, non si può neanche immaginare che sia così, perché tra quelle zolle, come al solito, ti muovi leggero ma letale, quasi più come un felino che come un cigno. Ma le ali ce le hai, lo sai tu e lo sappiamo noi, che non ci meravigliamo quindi quando ti stacchi da terra e decidi che l’unico modo possibile per colpire quel pallone arrivato al limite dell’area è proprio quello lì, la rovesciata. E rischi, perché le caviglie malandate sono due. Certo, la sinistra più della destra, ma anche l’altra ti ha fatto soffrire. Come ti ha fatto soffrire il ginocchio. Il tuo corpo te lo ha gridato per tutta la tua carriera, Marco Van Basten, non sei fatto per volare. Ma come il famoso calabrone, tu non lo sai e voli lo stesso.


O forse lo sai, convivi con la coscienza della tua fragilità, ma non per questo ti tiri indietro. E allora salti, contrasti, dribbli, eviti interventi sciagurati, ti getti a capofitto in una selva di gambe, tutto per poter alzare le braccia al cielo e sentire l’urlo della folla, per sapere che anche questa volta ce l’hai fatta, che la tua forza ha avuto di nuovo la meglio sulla sfortuna e sul destino. I tuoi antenati hanno lottato contro la marea per non vedersi portare via il futuro. Tu, nel tuo piccolo, quella lotta la ripeti ogni giorno, per dimostrare a te stesso e agli altri che l’unico limite è nella propria testa.

AMSTERDAM - Twee beroemde personages van het professionele voetbal. De enkel-operatie herstellende Marco van Basten en de tijdelijk werkloze Johan Cruijff, trappen samen een balletje op een grasveldje in de stad. ANP PHOTO RUUD HOFF

Con la testa tu ci segni, e tanto. Ma ci giochi anche. E non potrebbe essere altrimenti, dato che il tuo Maestro te lo ha inculcato sin da quando sei arrivato all’Ajax. L’importante non è correre tanto, ma correre bene. Probabilmente te l’ha anche sussurrato quando, nell’ormai lontano 1981, ti ha abbracciato e ti ha lasciato il posto in campo nel giorno del tuo esordio tra i grandi. Chissà quante volte te li sei ripetuti in testa quei piccoli grandi mantra. Il pallone è uno solo, ed è meglio che ce lo abbia tu. Se cominci a correre un attimo prima degli altri sembrerai più veloce. E soprattutto, devi essere in grado di capire in anticipo cosa sta per accadere. Solo così potrai essere sempre al posto giusto nel momento giusto.

Trecento volte più una, ecco quante volte ti sei trovato esattamente dove dovevi essere. Ma è ingeneroso metterla così, perché chissà in quanti casi il momento giusto te lo sei creato tu. L’espressione “fiuto del gol” ti si addice, certo, ma non può spiegare in toto che calciatore eri. L’attaccante totale, dicono. Forse sì, forse no. Per i canoni odierni saresti un nove classico, difficile immaginarti a rincorrere l’avversario nella tua metà campo. Eppure nel tuo modo di intendere il calcio, la giocata non è mai fine a se stessa, ma votata ad un risultato. E se una volta ricevuta la sfera è difficile (ma non impossibile) vederti passarla a un compagno, beh, non è per egoismo, ma semplicemente perché, novantanove volte su cento, quel risultato lo ottieni tu.

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E di risultati importanti è costellata la tua carriera. Viene da chiedersi quale altro obiettivo avresti potuto raggiungere se il tuo corpo ti avesse coadiuvato a dovere. Tre Palloni d’Oro possono sembrare pochi nell’era dei Due Alieni, quando quello che ne ha vinti proprio tre (ma potremmo anche contargliene già quattro) ha comunque davanti l’altro, che ne ha in bacheca ben cinque. Ma quei due non sanno cosa sia davvero la competizione. Non hanno idea di cosa significhi dover risplendere in un calcio in cui il più scarso del tuo Milan potrebbe tranquillamente fare il titolare nel Real Madrid di oggi. In cui l’esempio da seguire si chiama Johan e la concorrenza sono Diego e Lothar. Tu un avversario ce l’hai addirittura in casa e fa di cognome Gullit. E assieme a Ruud, e a Frank, a Paolo&Franco, talmente inscindibili da diventare quasi un essere mitologico mezzo Maldini e mezzo Baresi, vinci tutto quello che si può vincere. Più di una volta. Non può essere un caso. E ovviamente non lo è. C’è tanto di te in ogni trionfo di quel Milan, dal colpo di testa in tuffo contro il Real alla doppietta contro la Steaua, dall’assist per l’amico Frank al Prater di Vienna fino alla rete al San Paolo che nel 1988 manda, è proprio il caso di dirlo, il Diavolo in paradiso.

Per te, purtroppo, c’è anche un posticino all’inferno. Un inferno tuo, personalissimo, vissuto con la compostezza del campione e con la tenacia di chi non si vuole arrendere. Tante, troppe operazioni, luminari che non sanno che pesci prendere, stop infiniti e ritorni troppo brevi, fino alla sofferta decisione di smettere. Tra l’ultima partita in maglia rossonera, la sfortunata finale di Coppa Campioni contro il Marsiglia, che tra l’altro giochi in condizioni pessime, e l’addio definitivo passano due anni. E non c’è giorno in cui una fila interminabile di persone non faccia capolino a Milanello a chiedere di te, a cercare di darti forza, mentre tu, davanti allo specchio, probabilmente cominci a renderti conto che la forza da sola non basta più. Come sta Marco? Quando torna Van Basten? Non sono semplici domande, ma piuttosto il grido straziante di una generazione che capisce che il destino gli sta portando via il suo eroe.

Ma anche nel devastante momento del ritiro, nella tristezza dei tanti che come me hanno dovuto ripiegare i poster appesi sui muri e relegare le tue gesta nella gloriosa e malinconica galleria dei ricordi, resta la fortuna di aver potuto ammirare la tua classe immensa. Resta l’amore per questo magnifico gioco che hai saputo instillare in grandi e piccini. E soprattutto resta quella piccola punta di orgoglio che ogni bambino, anche il più scarso di ogni combriccola, ha provato quando, gonfiata la rete, ha potuto alzare le braccia al cielo e sentirsi, anche per un solo istante, Marco Van Basten. Perché se questa è davvero una fiaba, allora Andersen insegna. Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno.

Aye, Mr President! –  Quando Donald Trump stava per irrompere nel mondo del Calcio

Aye, Mr President! – Quando Donald Trump stava per irrompere nel mondo del Calcio

“Ladies and gentleman, diamo il benvenuto al nostro nuovo Presidente… Mr Donald Trump!”. La stanza, gremita fino all’inverosimile, applaude convinta. The Donald sale sul palco, circondato da coccarde bianche, rosse e blu. Dalle casse però non parte “The Star Spangled Banner”. Lo slogan sul leggio non è “Make America Great Again”. E a ben guardare, non è neanche il 20 gennaio 2017. Il pubblico presente si lancia in una versione improvvisata di “Follow Follow”, mentre Donald rompe per un attimo il protocollo e indossa la maglia blu. È l’apoteosi. La scritta “Ready” sotto il logo si illumina all’improvviso, il primo colpo di teatro di Trump. L’orgoglio della Glasgow blu, unionista e protestante, è vivo e vegeto. Il 30 marzo 2012 Donald J. Trump diventa il nuovo presidente del Rangers Football Club. Fantacalcio, certo. Ma c’è stato un momento in cui tutto ciò rischiava di accadere.

Togliamoci subito di mezzo la domanda più spinosa. Che c’entra Trump con i Rangers? Molto semplice. Il padre di El Donaldo aveva origine tedesche, ma poche persone al mondo sono più scozzesi di sua madre. Nata a Tong, un piccolo villaggio delle Isole Ebridi Esterne, nel 1930 Mary Anne MacLeod si reca a proprio a Glasgow, dove si imbarca su di un transatlantico diretto a New York City. Qualche anno dopo incontra Fred Trump ed il resto, è il caso di dirlo, è storia. Il rapporto del tycoon con la terra di Sant’Andrea è quindi una questione di sangue. Ma anche di affari e, strano a dirsi, di sport. Già, perché l’istrionico miliardario prestato alla politica non è nuovo ad investimenti in Scozia. Nel 2004 acquista parte di una enorme tenuta a Balmedie, un piccolo villaggio a nord di Aberdeen. Nelle verdi e ventose lande, una volta incontaminato regno dei Celti, Donald decide di costruire un modernissimo Country Club, con due percorsi da golf, villette ed una interminabile serie di altre amenità. E la Menie Estate non è neanche l’unico asset della Trump Organization a nord del Vallo di Adriano. Nell’aprile 2014 il neo presidente degli Stati Uniti ha fatto suo a suon di milioni il Turnberry Hotel, uno dei club del circuito dell’Open Championship. Ma quasi due anni prima, The Don stava per lanciarsi nel mondo del calcio, diventando il proprietario del club più titolato di Scozia.

Torniamo quindi al 2012. È un San Valentino molto amaro quello dei tifosi dei Gers. Il Board of Directors della Scottish Football League ha appena sanzionato il club, dieci punti di penalizzazione per mancati pagamenti. Il distacco dal Celtic sale così a quattordici lunghezze. Ma non è la posizione in campionato ad inquietare gli animi. L’entrata della società in amministrazione controllata, resa necessaria dalla continua insolvenza, certifica ufficialmente che Craig Whyte ha ingannato tutti. Neanche un anno prima, Whyte ha acquistato i Rangers per l’astronomica cifra di una sterlina. Già, avete letto bene, un misero pound. David Murray, il vecchio proprietario, aveva deciso di vendere il club per una cifra simbolica, a patto che la nuova proprietà coprisse i pesanti debiti della precedente amministrazione e garantisse una continuità sportiva ed aziendale. La scelta di Ally McCoist, eroe assoluto di Ibrox, come nuovo manager è un’ottima trovata di marketing, ma già dalla sessione estiva di calciomercato si capisce che qualcosa non va. Vengono firmati onerosi rinnovi di contratto, ma quasi tutte le operazioni in entrata più importanti vanno in fumo.

Nel frattempo, saltano anche i possibili introiti provenienti dalle competizioni europee. Il 3 agosto gli scozzesi vengono estromessi dalla Champions League dal Malmö. Tre settimane dopo il copione si ripete in Europa League, cortesia degli sloveni del Maribor.  In campionato però la squadra tiene, McCoist è un esordiente, ma dopo questo difficoltoso rodaggio comincia a dimostrare che in panchina ci sa fare. A inizio novembre guida la SPL con dodici punti sul Motherwell e ben quindici sugli odiati rivali cittadini. Ma una serie di sconfitte (e la striscia di ventuno risultati utili consecutivi del Celtic) riporta i Rangers al secondo posto e di conseguenza le magagne finanziarie, fino a quel momento oscurate dall’ottimo rendimento in campionato, vengono a galla. Nel tentativo di ripianare il bilancio, Whyte ha chiesto l’anticipo delle entrate sui biglietti della stagione in corso. Ma i soldi non bastano. Il club è ormai vittima di una spirale incontrollata di debiti. Non si riescono più a pagare i calciatori, i dipendenti, non ci sono neanche i fondi per partecipare, come da regolamento, alle spese della polizia per la presenza degli agenti alle partite. I Rangers sono i Rangers, ma la Scottish Football League non può fare eccezioni. Amministrazione controllata quindi, con la necessità di rimettere a posto i conti entro il 31 marzo. Altrimenti, addio a centoquaranta anni di storia.

Ed è proprio qui che entra in gioco Trump. Forti di un mercato molto ampio e di un indiscutibile appeal mediatico, i Rangers cercano qualcuno in grado di salvare il club dal fallimento. Qualcuno che sia ricco, quello è indispensabile. Che sappia come ristrutturare e successivamente gestire un’azienda. Che abbia almeno una minima esperienza nel mondo dello sport. Che sia abituato al confronto con il pubblico, alle critiche, agli oneri e agli onori che derivano dall’essere il proprietario di un club storico. E che magari sia scozzese. A voler proprio fare un’eccezione, andrebbe bene anche un figlio di emigrati. A questo identikit, il database di possibili investitori risponde con il sorridente faccione di Donald. Che di calcio non si è mai occupato, ma che ha nel suo curriculum sportivo i succitati campi da golf, un paio di squadre di football americano, una corsa ciclistica a lui intitolata e persino un match vinto a Wrestlemania 23. Una eventuale presidenza Trump, chiosano gli scozzesi, sarebbe un bene anche per il movimento calcistico statunitense, che si troverebbe a più stretto contatto con il football del vecchio continente e potrebbe continuare il suo processo di espansione sportiva e soprattutto economica.

Ed il messaggio effettivamente giunge alla Trump Tower. The Don non ha mai dato conferme al riguardo, ma una fonte a lui molto vicina ha dichiarato che l’idea di investire nel salvataggio del club di Glasgow è stata, seppur brevemente, nei progetti del futuro Presidente degli Stati Uniti. Il punto è che Donald non è un filantropo, ma un uomo d’affari. Non un buon samaritano, ma uno squalo, pronto ad attaccare quando capisce che la preda è debole. La preda però, dal canto suo, deve essere appetibile, altrimenti c’è la concreta possibilità che il predatore ritenga che non ne valga neanche la pena. Ecco perché a giudicare la portata dell’affare ci pensano gli esperti a libro paga del tycoon. Possibili entrate, uscite necessarie, variabili e costanti di espansione e di rischio. I Rangers sono un club con un brand storico, spendibile, riconoscibile in tutta Europa. Ma giocano in un campionato piccolo, di scarso interesse e con pochi introiti televisivi. Hanno una base di supporter fedele, ben radicata. Ma al di fuori della Scozia non hanno l’appeal delle grandi squadre come Barça o Manchester United, necessario per chi vuole sfondare su mercati molto mediatici come quelli asiatici. Il calcolo è presto fatto. Il salvataggio in extremis sarebbe un’operazione quasi suicida, almeno dal punto di vista finanziario. “Ci abbiamo pensato seriamente, ma una volta valutata la cosa abbiamo cambiato idea”, questa è la dichiarazione rilasciata alla stampa nel maggio 2012 da un membro dello staff di Trump. “Speriamo che qualcuno decida di farsi avanti e di ricostruire un club così storico”. Già, ricostruire. Perché nel frattempo il 31 marzo è già passato ed i vecchi Rangers non esistono più. Nasce una nuova società che ne eredita il titolo sportivo, ma che nella stagione successiva sarà costretta a ricominciare dal livello più basso della piramide calcistica scozzese. Un processo lungo e difficile, ma non impossibile per un club di questo livello, come dimostra la rapida risalita, culminata nella ritorno nella Scottish Premier League nell’aprile 2016.

Tutto è bene quel che, nonostante qualche anno di purgatorio, finisce bene? Sì, ma resta la curiosità di ciò che sarebbe potuto accadere se Trump avesse effettivamente deciso di acquistare i Rangers. Si sarebbe limitato ad affidare a qualcuno dei suoi una semplice operazione di ristrutturazione finanziaria o avrebbe partecipato in prima persona alle scelte sportive? Avrebbe chiesto a gran voce l’iscrizione dei suoi ragazzi e del Celtic alla Premier League inglese, in modo da aumentare gli introiti televisivi e pubblicitari? Oppure avrebbe puntato agli Stati Uniti, arrivando a proporre la creazione di una Lega Atlantica sul modello degli sport americani? Ma soprattutto, avrebbe appeso la scritta “Make Ibrox Great Again” ai gate dello stadio? L’idea di un confronto televisivo tra due pesi massimi come Trump e Mourinho a margine di una partita di Champions League stuzzica certamente la fantasia di chi scrive e di chi legge. La consapevolezza che tutto ciò poteva accadere lascia quasi l’amaro in bocca. E poi, in questo momento i Rangers sarebbero nelle mani dell’uomo più potente del mondo. A quel punto altro che indiscrezioni giornalistiche e voci di mercato. Conoscendo il tipo, basterebbe fare un colpo di telefono a Washington e lui risponderebbe tranquillamente a qualsiasi domanda. “Presidente, mi scusi, ma quindi domani Ronaldo lo fate giocare?”. “Non lo so, un attimo che chiedo alla CIA”.  Insomma, una situazione paradossale, a tratti quasi comica, ma che allo stesso tempo fotografa perfettamente quello che rischia di essere il futuro del pallone. Perché di Donald si possono dire tante cose, ma in un calcio in cui il confine tra sport, intrattenimento e politica è sempre più labile, uno come lui, nel bene o nel male, ci stava sicuramente a pennello.

Henrik Larsson: Nemo propheta in patria

Henrik Larsson: Nemo propheta in patria

Se mai dovesse capitarvi (e ve lo auguro) di passeggiare sul lungomare di Helsingborg, potreste avere una gradita sorpresa. A nord del porto, quasi alla fine della lunghissima spiaggia attrezzata, c’è una piccola rotonda, abbellita da una statua. È un’opera semplice, che ben si adatta al mood del luogo, splendidamente sospeso tra passato e futuro. Ma rappresenta quello che per gli abitanti di Helsingborg è la vera gloria cittadina. Più dell’incantevole castello di Kärnan, più del municipio, che con i suoi mattoni rossi completa alla perfezione il blu del mare che la bagna. È proprio di fronte al mar Baltico, nel punto dove la Danimarca è più vicina (basta una traversata di quattro chilometri scarsi per arrivare a Helsingør, la città di Amleto), che la Perla dello Stretto celebra la sua personalissima leggenda. È un uomo con un pallone tra i piedi. La testa è rasata, ma è facile immaginarla piena di biondissime trecce. La divisa, neanche a dirlo, è quella dell’HIF. Che nella statua perde ogni colore, ma che è rossa come i mattoni del municipio e blu come l’acqua del mare. Il numero sulla maglia è il 17 e quel sorriso quasi guascone, che trasmette orgoglioso le proprie origini tropicali, è quello che ogni amante del calcio potrà facilmente ricordare. Quelli di Malmö possono anche tenersi stretto il loro Zlatan. Perché a Helsingborg, c’è solo Henrik Larsson.

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Arrivano in tanti a farsi una foto. Alcuni lo ricordano bambino, mentre rincorreva il pallone giù per le ripide vie che portano verso il mare. Altri l’hanno ammirato ragazzo all’Olympia, quando con la maglia rossa terrorizzava le difese di tutta la Svezia. Cinquantuno reti in sessantuno partite, che gli valgono un biglietto per Rotterdam, a vestire il biancorosso del Feyenoord. È l’inizio di una carriera da sogno. La nazionale, il Celtic e la Scarpa d’Oro. Chiama il Barcellona di Deco, di Eto’o, di Ronaldinho. E proprio il Gaucho, il Pallone d’Oro, uno dei talenti più cristallini della storia del calcio, saluta Larsson ogni mattina con un termine inequivocabile. Ciao, idolo. In blaugrana arrivano la gloria, gli allori, la Champions League alzata al cielo di Parigi. Centrato ogni obiettivo, giunge finalmente il momento di tornare a casa. In mezzo, un breve trasferimento allo United. Ma a Manchester non c’è il mare. E quindi di nuovo la Svezia, ancora una volta in quel catino verde, tra il blu dei seggiolini ed il rosso delle sciarpe. Altre reti, altre gioie, altri abbracci. Fino all’addio, agli scarpini appesi per sempre nello spogliatoio della squadra della sua città. Helsingborg però non dimentica, celebra il suo re, lo rende immortale. E mentre scruta il freddo Baltico, Larsson attende. Perché le leggende scandinave raccontano che ogni sovrano, nel momento del bisogno, tornerà a lottare per il suo popolo.

Quel momento, inesorabilmente, arriva. È il 10 novembre 2014 e Henrik Larsson prende possesso della panchina dell’Olympia. Trova un club da rifondare e gli viene affidato ogni potere. Sarà allenatore, direttore tecnico e sportivo, ma potendo gli affiderebbero anche la gestione economica e l’irrigazione del campo. Tale è la fiducia che club e città ripongono in lui. Ad attenderlo negli spogliatoi, un gruppo totalmente rinnovato ed una faccia conosciuta. Quel sorriso lo riconoscerebbe tra mille, lo sguardo è lo stesso di quando Henrik lo portava con sé a Celtic Park a tirare calci a un pallone durante l’intervallo o a festeggiare uno dei tanti trofei vinti. Jordan Larsson, diciassette anni e qualche mese, con addosso tutta l’inesperienza e la splendida incoscienza della gioventù. Stesso percorso di papà Henrik, dal neroverde dell’Högaborg al rosso dell’HIF. Stessa confidenza con il gol, sprazzi di tecnica assoluta ed un futuro assicurato.

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Ma prima c’è un presente di cui occuparsi. E si chiama Allsvenskan, un campionato spesso ignorato, ma sempre molto competitivo. I rossi sono una compagine storica, hanno alzato il trofeo cinque volte, ma non mancano gli avversari di livello. C’è il Norrköping, che già dal nome sa di gloria, che mostra orgoglioso le maglie di Liedholm e Nordhal e i gagliardetti delle sfide europee contro la Roma di Falcao e la Samp di Boskov. O il Göteborg, gli Angeli dell’ovest, la squadra da temere in qualsiasi situazione, capace di sorprenderti nelle stagioni in cui meno te l’aspetti. Le tre di Stoccolma, AIK, Hammarby e Djurgården, che portano con sé l’aura di potere e l’indiscutibile appeal della capitale. E soprattutto, ci sono gli insopportabili cugini. Helsingborg e Malmö sono divise da settanta chilometri di costa e da un odio quasi millenario. Ma la bacheca parla chiaro, nel calcio non c’è mai stata competizione. Eppure ogni stagione i ragazzi in rosso e blu sognano di impartire una lezione ai rivali, di rimandare, perlomeno metaforicamente, i cugini al confine con la Danimarca a suon di reti. La chiamano “la battaglia della Scania”, vincerla significa prendersi la supremazia regionale. Questo chiedono i tifosi, questo è, due volte l’anno, il sogno di una città intera. E chi a Helsingborg è nato e cresciuto, non può rimanere sordo alla supplica.

Eppure, non è un’impresa facile. L’HIF, che nel 2011 ha realizzato uno storico treble domestico, è in piena fase di ristrutturazione, esattamente come il suo stadio. E mentre si rinnovano le tribune dell’Olympia, scorrono i titoli di coda sulla generazione che Larsson stesso ha in parte contribuito a crescere negli ultimi anni da calciatore. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. La squadra soffre il ricambio, il carisma di Larsson non basta. La stagione 2015 è un mezzo flop, un ottavo posto senza infamia e senza lode, non quello che ci si aspettava. Mal comune mezzo gaudio però, perché anche il Malmö incappa in un’annata storta. Ma oltre alla quinta posizione in classifica, i ragazzi dell’Øresund portano a casa la guerra. E se il 3-1 subito alla Swedebank Arena a maggio non si discosta molto dal classico risultato del derby in trasferta per l’Helsingborg, è il match di ritorno ad infliggere ai tifosi rosso-blu una ferita difficile da rimarginare. Zero a tre, con un Olympia totalmente ammutolito. La peggior sconfitta casalinga contro il Malmö dal 1965, da quel tremendo 1-10 di cui le vecchie generazioni ancora parlano. Henrik Larsson soffre quanto e più dei suoi tifosi. In città ci è nato, ci vive, sa quanto l’ambiente possa essere scosso dopo una simile debacle. Solo un pensiero lo rincuora. Jordan. Jordan cresce bene, gioca, segna la sua prima rete in campionato. Entra nelle rotazioni, ma non per il cognome. È un ragazzo che per la maglia dà tutto, a volte anche esagerando. È il vero tifoso in campo, il calciatore in cui tutti sognano di rivedersi.

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E quindi, seduto sul lungomare di Helsingborg, ai piedi della sua statua e con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, Henrik Larsson prepara la stagione 2016. È conscio che la sua popolarità lo abbia protetto, ma è altrettanto consapevole che un altro fallimento non potrebbe essere tollerato. Dalla città, dai tifosi, ma anche e soprattutto da se stesso. E assieme a Jordan mette in gioco l’importanza di quel cognome, sulla maglia ed in panchina. Eppure il 2016 per i rossoblù inizia male. Molto male. Due sconfitte in tre partite, una partenza preoccupante. Per fortuna, seguono tre vittorie consecutive. Maggio si apre con una prevedibile batosta in casa dei campioni in carica del Norrköping, che però passa in sordina, dato che giusto una settimana dopo, in un’Olympia incandescente, va in scena l’ennesima battaglia. Mezzo stadio è ancora in ristrutturazione, una tribuna è chiusa e la curva dei tifosi ospiti è a mezzo servizio. Ma l’atmosfera non manca. Fumogeni, qualche disordine nei dintorni dello stadio, il solito assordante tifo dei tifosi dell’Helsingborg. E davanti a loro, un padre ed un figlio, stretti in un abbraccio, si preparano ad affrontare il “nemico”.

È un derby firmato Larsson, e non potrebbe essere altrimenti. Sono passati appena tre minuti quando Martin Christensen, che è nato dall’altra parte dello Stretto e che, come ogni danese che si rispetti, disprezza la Svezia e odia profondamente Malmö, scodella una palla dall’out sinistro. La sfera scende verso la riga dell’area di rigore, ma giusto prima di toccare terra si accomoda dolcemente sul mancino di Jordan. La girata è fulminea e sorprende l’estremo difensore biancoblu. Sugli spalti si scatena il delirio, ma in campo il giovane Larsson è freddo, glaciale, come lo sguardo di sfida che rivolge ai tifosi avversari, appollaiati dietro il portiere appena trafitto. La guerra è guerra, è un gesto che ci sta. Ci sta un po’ meno il Malmö, che si lancia in un forcing tanto intenso quanto sterile. E se le statistiche raccontano un dominio degli ospiti, il risultato conferma la serata speciale dei padroni di casa. Rusike, appena entrato, finalizza un quattro contro tre in contropiede e il due a uno di Eikrem allo scadere non riesce a scalfire l’euforia dell’Olympia. La battaglia è vinta. E a fine partita i tifosi rossoblù improvvisano un pellegrinaggio verso la statua del loro condottiero. Per una sera, Carlo XVI Gustavo deve cedere il suo trono. Il vero re è tornato a Helsingborg.

Sembra essere l’inizio di un sogno, ma purtroppo è solo l’ultima gioia prima di un incubo che pare infinito. Dalla vittoria nel derby d’andata fino al match di ritorno, l’HIF porta a casa i tre punti solo due volte, in entrambe le sfide contro il GIF Sundsvall. In mezzo, una sfilza di pareggi e sconfitte, alcune sfortunate altre sconfortanti. Nel frattempo i cugini volano, impegnati in una lotta a tre con Norrköping e AIK per la vittoria in campionato. La sfida del 25 settembre è quindi doppiamente importante. Fare risultato a Malmö significherebbe mettere i bastoni tra le ruote ai rivali nella corsa per il titolo, ma soprattutto ottenere punti fondamentali in chiave salvezza. Il Falkenbergs è praticamente già in Superettan da giugno, ma l’Helsingborg è al quattordicesimo posto, che basterebbe a evitare la retrocessione diretta ma non lo spareggio. Alla Swedebank Arena, il Malmö passa subito in vantaggio, controlla facilmente una partita nervosa e a tempo scaduto legittima la vittoria con la seconda rete. La battaglia, stavolta, è persa. E la sconfitta rischia di trasformarsi in disfatta. Due vittorie nelle ultime due giornate di campionato servono solamente a certificare che per rimanere in Allsvenskan l’HIF dovrà affrontare l’Halmstad, terzo in Superettan.

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Ottanta sono i chilometri che separano Helsingborg da Halmstad. Ottanta sono i minuti che sono trascorsi all’Örjans Vall quando l’arbitro tira fuori un cartellino rosso. Ad uscire dal campo è Kojic, terzino sinistro dei padroni di casa, che si becca un giallo e protesta un po’ troppo. Sembra fatta per Larsson e i suoi. Sono in vantaggio, con un uomo in più e hanno segnato fuori casa. Anche per questo la sfortunata autorete che riporta la partita in parità viene vista come un semplice incidente di percorso. La squadra ha dimostrato di esserci ed il venti novembre all’Olympia ha tutta l’intenzione di tenersi stretta la permanenza nella massima serie. Ottanta sono i chilometri che separano Halmstad da Helsingborg. E ottanta sono i minuti che sono trascorsi quando undicimila persone esplodono in un urlo di gioia sfrenata. Nell’ennesimo ribaltamento di fronte, Ralani è lanciato verso la porta avversaria. Invece di tirare sull’uscita del portiere, serve la palla all’indietro. La sfera scorre accanto a due calciatori dell’Halmstad, ma il più lesto ad arrivarci ha la maglia rossa con sopra il numero diciotto ed un cognome importante. Jordan Larsson calcia con tutta la forza e gonfia la rete tra i fumogeni agitati per tutta la partita dai tifosi dell’Helsingborg. Stavolta niente sguardi torvi, niente mute sfide al pubblico avversario. È gioia, felicità pura, da condividere con l’enorme famiglia che riempie quel che resta delll’Olympia. Padre e figlio, Henrik e Jordan, due generazioni unite dall’amore incondizionato di una città, di un popolo intero.

Finirebbe così, se l’arbitro decidesse di soprassedere ad un piccolo particolare. Ottanta sono i chilometri, ottanta sono i minuti di gioco quando Larsson segna l’uno a zero. Ma chi il calcio lo conosce, sa bene che a fine match ne mancano ancora almeno dieci. E quando il cronometro segna l’ottantacinquesimo, la storia improvvisamente cambia. Ralani stavolta è nell’area sbagliata quando decide di abbattere un attaccante dell’Halmstad. È un rigore solare, che il danese Mathisen realizza con tranquillità. All’Olympia Stadion si sta consumando un dramma sportivo. Quando già si esultava per la salvezza, di colpo si avvicina lo spettro della retrocessione. La squadra è sulle gambe, i tifosi fischiano di paura, ma non riescono a scuotere i calciatori. Mathisen è un difensore centrale, ma all’ottantanovesimo sembra la reincarnazione danese di Crujiff. Prende palla a tre quarti campo, dribbla un avversario, vince un contrasto, recupera la sfera dopo un rimpallo e lascia partire il tiro della domenica, della settimana, probabilmente dell’anno. Undicimila cuori vanno in frantumi nello stesso istante. Quando il pallone gonfia la rete, su Helsingborg cala un silenzio irreale. Non c’è tempo per recuperare. Cinque minuti più tardi, l’arbitro fischia la fine. L’HIF è la terza squadra retrocessa dell’Allsvenskan 2016.

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E in quel preciso momento il silenzio diventa mormorio, il mormorio si tramuta in rabbia. Uno, dieci, cento tifosi a volto coperto entrano sull’erba dell’Olympia. Cercano il confronto con i calciatori e non hanno intenzioni pacifiche. Gli atleti si sottraggono a questo processo sommario. Tutti, tranne uno. Il coraggio a Jordan Larsson non è mai mancato. Li affronta, capisce benissimo come si sentono e tenta di calmare gli animi. Ma i teppisti non vogliono sentire ragioni. Larsson ha già avuto dei piccoli screzi con una frangia della tifoseria e ora è giunto il momento di fargliela pagare. Insulti, spinte, fino ad arrivare alla vergogna più assoluta. Gli viene strappata a forza la maglia, la sua seconda pelle. È la triste fine di una storia d’amore. Jordan Larsson quella divisa rossa e blu non la indosserà mai più. A gennaio 2017 si trasferisce in Olanda, al NEC, continuando anche in questo a seguire le orme di suo padre.

Già, suo padre. Henrik non si accorge del parapiglia a fine partita, ma non appena gli viene riportato rassegna immediatamente le dimissioni. Non è una fuga. Rimane comunque in città, sfidando apertamente gli ultras ad un confronto pubblico, che ovviamente non avverrà mai. Resta però nel suo cuore la ferita della retrocessione, l’incapacità di aver saputo donare una gioia alla gente che lo ha cresciuto e che da quasi trent’anni lo ama e lo rispetta. Nemo propheta in patria, sostenevano i latini. Chissà se in svedese esiste un detto simile. Eppure, nonostante tutto, se dovesse capitarvi (e continuo ad augurarvelo con tutto il cuore) di visitare Helsingborg, è lì che troverete Henrik Larsson. Magari al parco dietro la torre, mentre si allena per mantenersi in forma. O sulle scale del municipio, mentre spende la sua popolarità e la sua influenza per il bene della sua città. O in tribuna all’Olympia, a sostenere quelli che sono stati i suoi ragazzi nel tentativo di tornare subito grandi. E se proprio non dovesse capitarvi di incontrarlo, saprete comunque dove cercare una parte di lui. Nel mezzo di quella rotonda, la sua statua c’è ancora. Continua a scrutare l’orizzonte, mentre attorno passano uomini e donne di ogni età, turisti o semplici cittadini, quasi come se stesse decidendo dove piazzare quella sfera che ha ai piedi. E di certo sul lungomare passano ogni giorno dei bambini che danno calci ad un pallone sognando di essere Larsson. Henrik o Jordan, non fa differenza. In quel momento, e non può essere altrimenti, il sorriso diventa più splendente ed il Re torna, anche se solo per un attimo, sul suo trono, in attesa di svegliarsi di nuovo e vestire ancora quei colori. Il rosso sanguigno e indelebile di una passione ed il profondo blu del mare di Helsingborg.

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