Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Playmaker. Più che un ruolo, una dichiarazione di intenti. “To make”, creare. Sottintende un qualcosa di artistico, fatto di tecnica ma anche di ispirazione, di visione di ciò che c’è e di intuizione di cosa potrebbe esserci. Il play è un pittore, il campo diventa una enorme tela tridimensionale, fatta per immortalare i suoi capolavori. Volando da una mano all’altra, la sfera a spicchi lascia infinite pennellate. Alcune sinuose, altre nervose. Ma ognuna indelebilmente firmata da colui che, anche per definizione, il gioco non si limita a gestirlo, ma lo plasma. Anzi, lo crea. C’è il playmaker classico, che disegna traiettorie geometriche, ricercando la perfezione della proporzione aurea anche in un passaggio consegnato. C’è quello impressionista, che nell’irregolarità della distribuzione della palla fa rifulgere la sua unicità. Esiste un play pop, che gioca per stupire e colora il grigiore di un possesso di ventiquattro secondi con scelte al limite del possibile. O addirittura la versione street-art, che regala ai suoi assist il ritmo ossessivo e coinvolgente di un ghettoblaster acceso ai bordi di un playground.

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Poi, di colpo, la crisi. Il passaggio, l’opera d’arte, la firma d’autore, diventa improvvisamente obsoleto. Ora conta segnare. Fade-out improbabili, uno contro uno rischiosi, persino qualche Hail Mary dalla propria metà campo, roba da far impallidire Tom Brady. L’importante è che la sfera termini la sua corsa bruciando la retina. Il ritmo, la circolazione di palla, la visione periferica, tutti optional. Del resto, è anche comprensibile. In un’epoca in cui non ci sono più difese da scardinare, in cui anche consegnare la palla al compagno marcato è considerato assist, il playmaker vede la sua arte offesa e vilipesa. E se in Europa la figura del regista, l’allenatore in campo, è ancora richiesta e apprezzata, complice un maggior tatticismo ed un focus più intenso sulla difesa da parte dei top club, nella National Basket Association abbiamo gradualmente assistito ad una vera e propria estinzione del playmaker. La combo guard, con i suoi trenta punti di media a partita, è il nuovo must.

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Eppure, anche in questa pallacanestro fatta di atletismo e punteggi stratosferici, c’è ancora qualcuno che resiste. Che combatte la sua solitaria battaglia, coraggioso e idealista come il Cavaliere della Mancha, ancora pronto a sfidare i mulini a vento. E come Don Chisciotte, anche il nostro eroe viene dalla Spagna. Non dalle deserte praterie, ma dal mare della Catalogna. Ricard Rubio i Vives. Per tutti, semplicemente Ricky. Per chi ama un certo tipo di basket, l’ultimo dei playmaker. El Masnou è un piccolo comune della costa catalana. Uno di quei gioiellini un po’ nascosti, eclettici, in cui i secoli che passano accumulano tesori architettonici. C’è una villa neoclassica, molti edifici liberty ed altrettanti riconducibili a quell’unicuum artistico che prende il nome di Noucentisme. Ed ecco che torna la creazione, la capacità di vedere chiaramente quello che gli altri non riescono ancora neanche a immaginare. Ma El Masnou è anche famosa per i fiori. Ettari ed ettari di garofani, un panorama cromatico che visto dall’alto fa pensare, che coincidenza, proprio ad un quadro. Dalla sua città natale, Ricky Rubio prende l’eclettismo ed il colore. E proprio come un giovane Kandinsky con in mano una palla a spicchi, parte per il suo personalissimo viaggio, alla continua ricerca della bellezza e dell’armonia. La prima tappa è Badalona, a dieci chilometri scarsi di autostrada. È perlomeno ironico che il primo vero club della sua carriera si chiami Joventut. Perchè a quattordici anni e undici mesi, un ragazzo normale dovrebbe passare le sue giornate a fare i compiti. Ma Ricky non è uno come gli altri. Nelle formazioni giovanili vince le partite da solo, non riescono a fermarlo. È un predestinato, non ci sono dubbi. E quindi nell’ottobre 2005 diventa il più giovane esordiente della storia della Liga, mettendo a referto due punti, un assist e due recuperi. Buona la prima. Ma le successive saranno molto molto meglio.

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Esordio in Eurolega a sedici anni appena compiuti, unico minorenne della storia del basket spagnolo ad essere incluso nel miglior quintetto stagionale della Liga, argento olimpico a Pechino 2008. I record sono tanti, i numeri parlano chiaro. Già, i numeri. Il cinque, ad esempio, quello con cui i Minnesota Timberwolves scelgono il ragazzo di El Masnou nel draft 2009. O il nove, la maglia che accompagna Rubio dalla Spagna agli Stati Uniti. Nel mezzo ci sono un tre, i milioni di euro che il FC Barcelona paga alla Joventut per il contratto di Ricky, e il 2011, l’anno del trasferimento oltreoceano. I numeri contano. Ma se abbiamo deciso di parlare di arte, perchè tale è il livello del giocatore, dobbiamo raccontare molto altro. Qualcuno però non è d’accordo. La NBA snaturata del ventunesimo secolo pretende ormai un tributo dal playmaker. Un tributo fatto di numeri e statistiche. E nessuna cifra è più importante di quella dei punti realizzati. Vaglielo a spiegare agli adoratori del trentone di media a partita che i play odierni fanno milioni di punti perché prendono miliardi di tiri senza un minimo di opposizione. Che tua nonna e le sue amiche del centro anziani, se accuratamente motivate, sono in grado di difendere meglio di quanto faccia qualsiasi quintetto in regular season. Diglielo ai seguaci della tripla doppia che fino agli anni novanta i loro idoli avrebbero fatto un quarto delle cifre che mettono a referto oggi. Che contro una franchigia di media classifica, non serve neanche scomodare i Pistons di Rodman e Dumars, avrebbero una valutazione tendente allo zero assoluto. Non capirebbero. Per i loro canoni un career high di ventotto punti non è niente di eccezionale. Diciassette assist? Bazzecole. Tredici rimbalzi? Westbrook (o chi per lui) li prende da seduto. È davanti a questo scoglio che si infrange l’arte, la creazione, di fronte alla cieca dittatura del numero, che imprigiona l’anima libera di chi dal nulla sa generare il tutto semplicemente passando un pallone.

Rubio non segna, Rubio non tira, Rubio non è da NBA. In realtà è questa NBA che a volte tutto sembra tranne che basket, ma andarlo a dire in giro equivale a predicare nel deserto. Ricky è un artista. E sebbene gli artisti per definizione seguano il proprio flusso senza curarsi del mondo circostante, le critiche fanno male. Segnano nel profondo, più di un infortunio, più di quel legamento crociato che interrompe la prima stagione NBA di Rubio e che gli costa il titolo di Rookie of the Year. E quindi subentra un cambiamento. Lento, sottile, ma costante. Dare alla gente quel che vuole non è esattamente il motto perfetto per chi del proprio genio fa vanto e bandiera, ma ogni artista, chi più chi meno, ha dovuto piegarsi alla logica del mercato. L’arte per amor dell’arte, come diceva Oscar Wilde, è ormai un privilegio per pochi. Se il pubblico vuole numeri, numeri avrà. E quindi pian piano arrivano doppie doppie, addirittura qualche tripla, una partita con sei tiri da tre punti che fa strabuzzare gli occhi ai tifosi dei Wolves e avvelena il fegato a quelli dei Magic. E allora sì che i social network esplodono di giubilo. Attestati di stima, complimenti, ringraziamenti per aver finalmente capito cosa viene richiesto a un playmaker NBA.

Che poi intendiamoci, c’è numero e numero. Cifre di serie A e cifre di serie B. I punti, il caposaldo, la linfa vitale di una prestazione. I rimbalzi, il degno corollario della partita perfetta. Gli assist, mah, quelli ancora si salvano. Le palle rubate invece non interessano granché. Ed è un gran peccato, dato che parliamo di un giocatore capace di vincere per tre anni la classifica NBA in questo fondamentale. E poi i referti purtroppo non tengono da conto proprio tutto. Non c’è statistica che riesca a evidenziare la bellezza di un passaggio, la difficoltà intrinseca di un assist, la perfezione in un attacco al ferro con cambio di mano. Eppure anche questo dovrebbe contare. Ma quando si chiede la quantità sognando anche la qualità, e questo è il grosso cruccio del tifoso NBA, una delle due deve per forza cedere il passo. E nella quasi totalità dei casi, tocca alla qualità. È davvero triste, dato che se gli standard quantitativi odierni non fossero così gonfiati da una tendenza a concedere davvero troppo all’avversario, un talento cristallino come Ricky Rubio verrebbe incensato come merita. Nel corso della carriera per il ragazzo sono stati scomodati paragoni importanti. Shaquille O’Neal, non uno qualsiasi, lo ha definito “il Pete Maravich italiano”. A parte il macroscopico errore di geografia (e magari ad avere uno come Rubio in azzurro!), è un attestato di stima enorme da parte di uno dei migliori centri della storia del basket. E non c’entrano i capelli lunghi che ora non ci sono più, o il pallore della pelle. Quando Shaq nomina Pistol Pete, pensa ad altro. Ad un controllo di palla senza eguali, alla capacità di capire con quel pizzico di anticipo cosa sta per accadere, o cosa può accadere se tu, il creatore, il genio, decidi di spedire la palla in quello spicchio di campo. Al più grande talento creativo della storia della pallacanestro, se diamo ascolto a John Havlicek, un altro che più di qualche campione in campo nella sua carriera l’ha incontrato. Tutte caratteristiche gli addetti ai lavori hanno sempre rivisto in Rubio, ma che sono necessariamente passate in secondo piano davanti alla pesantezza della statistica. E quindi non sorprende neanche la disponibilità dei Wolves a inserire il giocatore in operazioni di mercato. Come se le cifre, quelle stramaledette cifre, siano davvero indicative dell’utilità di Rubio all’interno della squadra. Perché sì, Derrick Rose è stato rookie dell’anno e MVP, ma negli ultimi anni si è rotto più spesso di una lavatrice fuori garanzia. E nonostante ciò, le sue percussioni verso il canestro e i suoi lay-up impossibili valgono la visione di gioco di Ricky? Per i dirigenti di Minnesota evidentemente sì, dato che la trade viene proposta più e più volte ai Knicks. Eppure all’ultimo minuto, quando anche a New York si sono convinti che forse è un affare per entrambe le franchigie, da Minneapolis arriva un no. Forse qualcuno ha riguardato le partite di questa stagione, magari senza farsi accecare dai paraocchi delle statistiche. Perché solo così puoi notare la gestione nel ritmo, la capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, di vedere le cose un attimo prima che accadano. Il playmaker perfetto, dicono alcuni, non è quello che fa venti punti, ma che ne fa fare quaranta ai compagni con i suoi assist. E non intendendo l’assist nell’accezione moderna, io ti do la palla sulla linea del tiro da tre e tu fai quello che ti pare, ma in quello antico, ormai obsoleto, eccoti la sfera, appoggiala al tabellone e torniamo a difendere. Il play, il vero play, è uno alla Mike D’Antoni. Di quelli che, come ripeteva fino allo sfinimento Dan Peterson, in contropiede si fermano sulla linea del tiro libero, tac, arresto e tiro. O scaricano sul compagno che arriva, se proprio vogliono fare spettacolo. Ecco, D’Antoni, uno che se a Houston non avesse spostato in quella posizione James Harden (che a prima vista sembra la descrizione perfetta della combo guard ma che in realtà passa e gestisce il ritmo in maniera divina) farebbe carte false per prendere Ricky. O forse Rubio farebbe più comodo agli Spurs, che prima o poi dovranno arrendersi al fatto che Tony Parker non è immortale. Assieme a Coach Pop e a Ettore Messina, che già lo voleva al Real Madrid nel 2009, troverebbe terreno fertile per il suo basket e potrebbe veramente fare questo benedetto salto di qualità. Non che ne abbia bisogno, ma le cifre, ormai lo abbiamo capito, sono impietose.

Minnesota Timberwolves center Karl-Anthony Towns (32), left, center Gorgui Dieng (5), of Senegal, guard Ricky Rubio (9), of Spain, and guard Andrew Wiggins (22) huddle up during the fourth quarter of an NBA basketball game against the Portland Trail Blazers on Saturday, Dec. 5, 2015, in Minneapolis. The Trail Blazers won 109-103. (AP Photo/Hannah Foslien)

Agli occhi del tifoso medio, Rubio non è da Spurs. E probabilmente neanche da franchigia medio-alta. Ma se a molti questo dispiace, chi sicuramente non si sta strappando i capelli è Tom Thibodeau. Il capo allenatore dei Wolves, che è un attento insegnante di pallacanestro ma anche l’assistente di Popovich in nazionale, ha ben chiaro quanto il gioco dei suoi ragazzi non possa prescindere dall’arte del playmaker di El Masnou. E sa che con Ricky ad armare la mano di un Towns in rampa di lancio e di Wiggins, che ormai è una splendida certezza, c’è spazio per sognare nella terra dei diecimila laghi. Magari è stato proprio lui ad opporsi alla trade, conscio che, data l’attitudine prettamente europea di Ricky alla difesa e alla gestione del possesso, non c’è miglior playmaker possibile per il gioco di Minnesota.

Forse è vero, l’arte per amor dell’arte sta lentamente sparendo. Sui campi di basket della NBA non c’è quasi più spazio per i play vecchio stile. La specie è sulla lenta ma inesorabile via dell’estinzione. Eppure un paio di possibilità ci sono. Darwin insegna, la specie può adattarsi, conservando però le sue caratteristiche di base. Non è necessaria una mutazione, non sarebbe sensato. I playmaker hanno ancora tanto, troppo da dare alla pallacanestro americana e mondiale. Basterebbe fare qualche piccolo passo dall’altra parte, in modo da mettersi più o meno in linea con i diktat delle cifre, ma senza snaturarsi. E questo è il cammino che Rubio sembra aver intrapreso, la lotta quotidiana contro la scure della statistica per vedere finalmente riconosciuto quello che in realtà dovrebbe essere da tempo evidente a tutti. E poi c’è il sogno. Perché di tale si tratta. Verrebbe da usare il termine “speranza”, ma si sa, chi di speranza vive spesso non fa una bella fine. Quindi meglio chiamarlo sogno. Il sogno che un head coach, magari di quelli bravi bravi, di quelli che a ogni critica possono mostrare una mano con su almeno un paio di anelli, decida che la specie non può morire. Un allenatore che lotti affinché un talento non debba adattarsi. Che pretenda e ottenga che un playmaker possa essere libero di esprimere se stesso, il suo gioco, la sua arte, senza che un referto sia in grado esporlo a critiche. Un moderno mecenate del canestro, capace di apprezzare l’unicità di un ruolo e di non sacrificarla alle divinità dei numeri. Solo così potrebbe tornare sui campi il continuo stridere della scarpe sul pavimento, il turbinio degli schemi, delle soluzioni offensive, dei movimenti a smarcarsi. Si udirebbe ancora la regolarità incalzante dei passaggi di un quintetto, guidato da chi è nato per dirigere un’orchestra e non per fare il solista. Oppure un ritmo simile all’incedere ipnotico, sonnolento ma letale, del sonaglio di un serpente, che attende pazientemente il momento migliore in cui colpire la preda. Ma soprattutto tornerebbero la passione ed il genio su di una tela che da troppo tempo ormai è dipinta in maniera fredda e dozzinale. E a colorarla ci penserebbe Ricky Rubio da El Masnou, dando i tempi a un giro palla geometrico e preciso come un quadro di Mondrian, inventando uno scarico così astruso da sembrare un’opera di Magritte o scorgendo chissà dove una traiettoria invisibile agli altri, quasi come Monet con la Cattedrale di Rouen nella nebbia. Il ragazzo con la maglia numero nove potrebbe riaccendere la luce negli occhi di chi ama la pallacanestro, spiegare con il suo esempio a chi si avvicina a questo sport che il basket non è una serie di uno contro uno lunga quarantotto minuti, che il sacrificio della difesa non è inutile, che se sul parquet si è in cinque, beh, uno stramaledetto motivo c’è. E in attesa che tutto questo possa diventare realtà, continuiamo a sognare. Perché in fondo, Michel Gondry insegna. Anche il sogno è una forma di creazione.

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Pedala veloce Bradley Wiggins. Più veloce di chiunque al mondo, è stato capace di percorrere 54,526 km in un’ora, roba da multa per eccesso di velocità. Pista, strada, per lui non ha mai fatto differenza. Il parquet dei velodromi, il pavé del Belgio, dove è nato, l’asfalto delle strade di mezzo globo, nulla riesce a resistergli. Ogni metro, prima o poi, cede il passo alla sua ruota, al colpo sul pedale, al rapporto costante. Chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. È un sport di fatica il ciclismo, mica una passeggiata. È una di quelle discipline che una volta erano quasi sacre, ma che ora molti non praticano più. Come la marcia, o la boxe. Spesso la passione non basta. Chi sceglie di trascorrere gran parte della sua esistenza su un sellino ha quasi sempre un ottimo motivo. C’è chi su due ruote sogna di raggiungere qualcosa, magari la fama o il denaro. E c’è chi invece su di una bicicletta fugge. Come se ogni pedalata, ogni scatto, ogni sprint non fosse altro che un modo di tenere lontani i propri demoni. Bradley Wiggins fa parte di questa categoria.

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È stato in fuga per una vita. Dal mondo, ma anche da se stesso. Puoi essere veloce quanto vuoi, ma da quello che hai dentro non puoi scappare. Non basta il denaro, non basta la notorietà, non è abbastanza neanche un oro olimpico. E un argento. E un bronzo. Atene, estate 2004, sei il primo atleta britannico a vincere tre medaglie nella stessa olimpiade. Eppure non è abbastanza, quel vuoto non lo colmi. Cerchi di riempirlo come puoi. E tenti con l’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Giorno dopo giorno, dalle undici di mattina alle sei di pomeriggio, una sorta di lavoro a tempo pieno. Qualche partita a biliardo, un po’ di sport sulla TV del pub sotto casa, e poi ancora birre. La vita che molti sognano, ma che ti allontana dal resto. Gli affetti, il mondo circostante, la bici. La bici è lì, a casa, a prendere polvere. Tanto non è servita a nulla, non è bastato portare a casa le medaglie in nome di Sua Maestà. Niente contratti pubblicitari milionari, niente ingaggi faraonici, niente di niente. Solo quel vuoto che niente e nessuno è in grado di colmare.

I giorni diventano settimane, le settimane scorrono e si trasformano in mesi. Due. Cinque. Nove. Nove mesi, giusto il tempo necessario a Catherine per dare alla luce il piccolo Benjamin. È la scossa che serve. Il senso di un’esistenza che sembrava perduta ritrovato nel pianto di un neonato. C’è un tempo per tutto, lo dice anche la Bibbia, ed il tempo della crisi finisce in quell’istante. Ora ogni metro, ogni salita, ogni scatto ha una ragione d’essere. Sedersi su quel sellino è l’unico modo che Wiggins conosce per stare accanto a sua moglie e a suo figlio. E quindi di nuovo chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Lentamente l’alcol viene spurgato dall’organismo ed i chili presi pian piano se ne vanno. Ritorna invece la voglia, lo spirito di competizione, la necessità di mettersi alla prova. E se la pista è stata la sua casa, ora Bradley torna sulla strada. Vince una cronometro al Circuit de Lorraine, poi partecipa al Giro d’Italia. Centoventicinquesimo. Per carità, non uno di quei risultati di cui vai fiero, ma arrivare a Milano dopo tre settimane di fatica e reduce da mesi d’inferno vale quanto una medaglia d’oro. Ben gli ha salvato la vita, Wiggins lo sa. Non sorprende quindi che tra i mille tatuaggi sparsi per tutto il corpo, suo figlio abbia il posto d’onore. Tre semplici lettere, tatuate sopra il cuore. Qualche anno dopo ci aggiungerà Isabella.

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In un certo senso, essere un campione è semplice. Essere padre, un buon padre, è una sfida molto più complessa. E anche questo Bradley Wiggins lo sa bene. Se è nato a Ghent, nel cuore delle Fiandre, dove il pavé ti spacca le gambe e gli ammortizzatori della macchina, c’è una ragione. Suo padre, Gary, è un ciclista professionista. Uno specialista delle Sei Giorni, che tutti chiamano Doc. Per la preparazione meticolosa delle gare, forse. Oppure per quelle brutte storie che lo indicano come fornitore di sostanze stimolanti ai colleghi. Una carriera trascorsa nei velodromi di mezza Europa, lui che viene dalla lontana Australia dove ha lasciato una moglie ed una bambina. A Londra conosce Linda ed è colpo di fulmine. La coppia si trasferisce in Belgio ed è lì che Bradley impara a camminare e a dire le sue prime parole. Ma l’idillio si spezza, Gary lascia di colpo moglie e figlio, che fanno ritorno in Inghilterra. Per sedici lunghi anni non avranno contatti. Nessun ricordo, giusto qualche foto assieme. Eppure qualcosa rimane. Bradley ha dodici anni, a Barcellona ci sono le Olimpiadi. E sul parquet del Velòdrom d’Horta c’è una bicicletta che schizza a velocità supersonica. Sul sellino c’è un ragazzo con indosso la Union Jack che spinge sui pedali come se ne andasse della sua vita. Chris Boardman vince l’oro nell’inseguimento e conquista il cuore di Wiggins. Linda comprende, sa che il piccolo Bradley ha le due ruote nel DNA. Certe cose non si cancellano. Inizia così una carriera strepitosa.

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Vittorie su vittorie, la diffusa sensazione di trovarsi davanti a un fenomeno. Inviti, sponsorizzazioni, ogni porta si spalanca. Il trionfo nell’inseguimento ai mondiali giovanili del 1998 certifica quello che gli addetti ai lavori avevano capito da tempo. Bradley Wiggins è la nuova speranza del ciclismo britannico. Neanche il tempo di poter prendere la prima birra al pub, che la Nazionale lo chiama. C’è un’Olimpiade da preparare, chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Ed è proprio in previsione dell’appuntamento a cinque cerchi che a fine 1999 Bradley sta scavando solchi sul parquet di un velodromo di Sydney. Ma c’è un altro motivo. Gary Wiggins. Un contatto a sorpresa, poi un altro, e la sofferta quanto logica decisione di rivedersi. Non c’è molto tempo, le Olimpiadi incombono. Un anno ed un bronzo dopo, Wiggins decide di tornare in Australia. Tre mesi di allenamenti e la possibilità di passare finalmente del tempo con suo padre. È una delusione totale. Gary vive in una roulotte, gli è stata ritirata più volte la patente per guida in stato di ebbrezza. È un uomo disilluso, segnato da un incidente che gli ha distrutto la vita e la carriera e che ha cercato e trovato rifugio nell’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Nessuna possibilità di recuperare un rapporto ormai compromesso. I due non si rivedranno mai più. Wiggins senior termina i suoi giorni in un vicolo di Aberdeen, New South Wales, colpito alla testa durante una lite. È il gennaio 2008. Bradley Wiggins non partecipa ai funerali di suo padre, ma nella roulotte vengono ritrovati ritagli di articoli e fotografie che documentano la sua carriera. Un abbraccio postumo, ma certamente sincero. La morte però non cancella il passato. Bradley sarà per sempre segnato dall’abbandono in tenera età. Anche e soprattutto per questo è ben attento a non ripetere gli errori paterni.

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Pechino 2008, Londra 2012, il record dell’ora, altri ori, altri trionfi, ma un solo comune denominatore. La famiglia. Catherine, Ben e Isabella sono sempre lì, accanto a lui. Cambiano i tagli di capelli, passano gli anni, ma non i sorrisi. E quando il parquet della pista lascia il posto all’asfalto o al pavé, il discorso è sempre lo stesso. Il 2012 è l’anno di grazia. Delfinato, Parigi-Nizza, Romandia. Preparazione perfetta per il Tour. Lo ripete da sempre Bradley, un giorno vincerò un oro olimpico, indosserò la maglia gialla. Con le medaglie vinte può già replicare i cinque cerchi, ma la parata sugli Champs-Élysées è tutta un’altra storia. Due tappe vinte, ovviamente entrambe le cronometro, ma anche tanta gamba sulle Alpi e sui Pirenei. È un Wiggins totalmente in controllo, capace di tenere testa ai migliori scalatori del mondo. L’obiettivo è a portata di mano, la penultima tappa, la seconda crono, lo certifica. E quando il traguardo finale è tagliato, quando, già leggenda del ciclismo su pista, entra di diritto nella storia delle due ruote su strada, c’è un ultimo sogno da realizzare. Il giro d’onore è con la Union Jack al collo e con accanto Ben, un po’ fuori tema con camicia e pantaloni lunghi, ma evidentemente a suo agio su di una bici.

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La storia agonistica di Wiggo termina nel 2016, con l’ennesimo oro olimpico a Rio de Janeiro. In mezzo una fama stratosferica, stavolta molto ben gestita. Apparizioni TV, sorprese graditissime come suonare la chitarra assieme al suo idolo Paul Weller, addirittura una linea di abbigliamento personalizzata, in collaborazione con uno dei marchi simbolo della cultura Mod. Ma anche tanto impegno sociale, con la nascita della Fondazione Wiggins, sportivo, con l’impegno a tenere alto l’interesse per il ciclismo nel Regno Unito e letterario, con ben quattro libri all’attivo. Eppure, nonostante una carriera eccezionale, probabilmente unica, il premio che sta più a cuore a Bradley è il sorriso dei suoi cari. Del resto mamma Linda insegna. Certo, la maglia gialla è importante, ma nel cuore di una madre la vera medaglia è vedere il proprio figlio felice e sereno, libero dai propri demoni. Una vita complicata quella del ragazzo di Ghent, sempre sospesa tra la gloria e l’inferno, passata a scappare da fantasmi che ogni tanto hanno avuto la meglio. Ma ad ogni caduta, reale o metaforica, è sempre seguita una rinascita. Un percorso, metro dopo metro, pedalata dopo pedalata, che ha portato Bradley Wiggins alla grandezza eterna e alla soddisfazione di potersi guardare allo specchio e vedere il ciclista e l’uomo che ha sempre desiderato essere. Il traguardo è arrivato, Wiggo può scendere dal sellino e appendere la bici al chiodo. Finalmente non gli servirà più. La fuga, quella più importante, è riuscita.

Henrik Larsson: Nemo propheta in patria

Henrik Larsson: Nemo propheta in patria

Se mai dovesse capitarvi (e ve lo auguro) di passeggiare sul lungomare di Helsingborg, potreste avere una gradita sorpresa. A nord del porto, quasi alla fine della lunghissima spiaggia attrezzata, c’è una piccola rotonda, abbellita da una statua. È un’opera semplice, che ben si adatta al mood del luogo, splendidamente sospeso tra passato e futuro. Ma rappresenta quello che per gli abitanti di Helsingborg è la vera gloria cittadina. Più dell’incantevole castello di Kärnan, più del municipio, che con i suoi mattoni rossi completa alla perfezione il blu del mare che la bagna. È proprio di fronte al mar Baltico, nel punto dove la Danimarca è più vicina (basta una traversata di quattro chilometri scarsi per arrivare a Helsingør, la città di Amleto), che la Perla dello Stretto celebra la sua personalissima leggenda. È un uomo con un pallone tra i piedi. La testa è rasata, ma è facile immaginarla piena di biondissime trecce. La divisa, neanche a dirlo, è quella dell’HIF. Che nella statua perde ogni colore, ma che è rossa come i mattoni del municipio e blu come l’acqua del mare. Il numero sulla maglia è il 17 e quel sorriso quasi guascone, che trasmette orgoglioso le proprie origini tropicali, è quello che ogni amante del calcio potrà facilmente ricordare. Quelli di Malmö possono anche tenersi stretto il loro Zlatan. Perché a Helsingborg, c’è solo Henrik Larsson.

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Arrivano in tanti a farsi una foto. Alcuni lo ricordano bambino, mentre rincorreva il pallone giù per le ripide vie che portano verso il mare. Altri l’hanno ammirato ragazzo all’Olympia, quando con la maglia rossa terrorizzava le difese di tutta la Svezia. Cinquantuno reti in sessantuno partite, che gli valgono un biglietto per Rotterdam, a vestire il biancorosso del Feyenoord. È l’inizio di una carriera da sogno. La nazionale, il Celtic e la Scarpa d’Oro. Chiama il Barcellona di Deco, di Eto’o, di Ronaldinho. E proprio il Gaucho, il Pallone d’Oro, uno dei talenti più cristallini della storia del calcio, saluta Larsson ogni mattina con un termine inequivocabile. Ciao, idolo. In blaugrana arrivano la gloria, gli allori, la Champions League alzata al cielo di Parigi. Centrato ogni obiettivo, giunge finalmente il momento di tornare a casa. In mezzo, un breve trasferimento allo United. Ma a Manchester non c’è il mare. E quindi di nuovo la Svezia, ancora una volta in quel catino verde, tra il blu dei seggiolini ed il rosso delle sciarpe. Altre reti, altre gioie, altri abbracci. Fino all’addio, agli scarpini appesi per sempre nello spogliatoio della squadra della sua città. Helsingborg però non dimentica, celebra il suo re, lo rende immortale. E mentre scruta il freddo Baltico, Larsson attende. Perché le leggende scandinave raccontano che ogni sovrano, nel momento del bisogno, tornerà a lottare per il suo popolo.

Quel momento, inesorabilmente, arriva. È il 10 novembre 2014 e Henrik Larsson prende possesso della panchina dell’Olympia. Trova un club da rifondare e gli viene affidato ogni potere. Sarà allenatore, direttore tecnico e sportivo, ma potendo gli affiderebbero anche la gestione economica e l’irrigazione del campo. Tale è la fiducia che club e città ripongono in lui. Ad attenderlo negli spogliatoi, un gruppo totalmente rinnovato ed una faccia conosciuta. Quel sorriso lo riconoscerebbe tra mille, lo sguardo è lo stesso di quando Henrik lo portava con sé a Celtic Park a tirare calci a un pallone durante l’intervallo o a festeggiare uno dei tanti trofei vinti. Jordan Larsson, diciassette anni e qualche mese, con addosso tutta l’inesperienza e la splendida incoscienza della gioventù. Stesso percorso di papà Henrik, dal neroverde dell’Högaborg al rosso dell’HIF. Stessa confidenza con il gol, sprazzi di tecnica assoluta ed un futuro assicurato.

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Ma prima c’è un presente di cui occuparsi. E si chiama Allsvenskan, un campionato spesso ignorato, ma sempre molto competitivo. I rossi sono una compagine storica, hanno alzato il trofeo cinque volte, ma non mancano gli avversari di livello. C’è il Norrköping, che già dal nome sa di gloria, che mostra orgoglioso le maglie di Liedholm e Nordhal e i gagliardetti delle sfide europee contro la Roma di Falcao e la Samp di Boskov. O il Göteborg, gli Angeli dell’ovest, la squadra da temere in qualsiasi situazione, capace di sorprenderti nelle stagioni in cui meno te l’aspetti. Le tre di Stoccolma, AIK, Hammarby e Djurgården, che portano con sé l’aura di potere e l’indiscutibile appeal della capitale. E soprattutto, ci sono gli insopportabili cugini. Helsingborg e Malmö sono divise da settanta chilometri di costa e da un odio quasi millenario. Ma la bacheca parla chiaro, nel calcio non c’è mai stata competizione. Eppure ogni stagione i ragazzi in rosso e blu sognano di impartire una lezione ai rivali, di rimandare, perlomeno metaforicamente, i cugini al confine con la Danimarca a suon di reti. La chiamano “la battaglia della Scania”, vincerla significa prendersi la supremazia regionale. Questo chiedono i tifosi, questo è, due volte l’anno, il sogno di una città intera. E chi a Helsingborg è nato e cresciuto, non può rimanere sordo alla supplica.

Eppure, non è un’impresa facile. L’HIF, che nel 2011 ha realizzato uno storico treble domestico, è in piena fase di ristrutturazione, esattamente come il suo stadio. E mentre si rinnovano le tribune dell’Olympia, scorrono i titoli di coda sulla generazione che Larsson stesso ha in parte contribuito a crescere negli ultimi anni da calciatore. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. La squadra soffre il ricambio, il carisma di Larsson non basta. La stagione 2015 è un mezzo flop, un ottavo posto senza infamia e senza lode, non quello che ci si aspettava. Mal comune mezzo gaudio però, perché anche il Malmö incappa in un’annata storta. Ma oltre alla quinta posizione in classifica, i ragazzi dell’Øresund portano a casa la guerra. E se il 3-1 subito alla Swedebank Arena a maggio non si discosta molto dal classico risultato del derby in trasferta per l’Helsingborg, è il match di ritorno ad infliggere ai tifosi rosso-blu una ferita difficile da rimarginare. Zero a tre, con un Olympia totalmente ammutolito. La peggior sconfitta casalinga contro il Malmö dal 1965, da quel tremendo 1-10 di cui le vecchie generazioni ancora parlano. Henrik Larsson soffre quanto e più dei suoi tifosi. In città ci è nato, ci vive, sa quanto l’ambiente possa essere scosso dopo una simile debacle. Solo un pensiero lo rincuora. Jordan. Jordan cresce bene, gioca, segna la sua prima rete in campionato. Entra nelle rotazioni, ma non per il cognome. È un ragazzo che per la maglia dà tutto, a volte anche esagerando. È il vero tifoso in campo, il calciatore in cui tutti sognano di rivedersi.

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E quindi, seduto sul lungomare di Helsingborg, ai piedi della sua statua e con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, Henrik Larsson prepara la stagione 2016. È conscio che la sua popolarità lo abbia protetto, ma è altrettanto consapevole che un altro fallimento non potrebbe essere tollerato. Dalla città, dai tifosi, ma anche e soprattutto da se stesso. E assieme a Jordan mette in gioco l’importanza di quel cognome, sulla maglia ed in panchina. Eppure il 2016 per i rossoblù inizia male. Molto male. Due sconfitte in tre partite, una partenza preoccupante. Per fortuna, seguono tre vittorie consecutive. Maggio si apre con una prevedibile batosta in casa dei campioni in carica del Norrköping, che però passa in sordina, dato che giusto una settimana dopo, in un’Olympia incandescente, va in scena l’ennesima battaglia. Mezzo stadio è ancora in ristrutturazione, una tribuna è chiusa e la curva dei tifosi ospiti è a mezzo servizio. Ma l’atmosfera non manca. Fumogeni, qualche disordine nei dintorni dello stadio, il solito assordante tifo dei tifosi dell’Helsingborg. E davanti a loro, un padre ed un figlio, stretti in un abbraccio, si preparano ad affrontare il “nemico”.

È un derby firmato Larsson, e non potrebbe essere altrimenti. Sono passati appena tre minuti quando Martin Christensen, che è nato dall’altra parte dello Stretto e che, come ogni danese che si rispetti, disprezza la Svezia e odia profondamente Malmö, scodella una palla dall’out sinistro. La sfera scende verso la riga dell’area di rigore, ma giusto prima di toccare terra si accomoda dolcemente sul mancino di Jordan. La girata è fulminea e sorprende l’estremo difensore biancoblu. Sugli spalti si scatena il delirio, ma in campo il giovane Larsson è freddo, glaciale, come lo sguardo di sfida che rivolge ai tifosi avversari, appollaiati dietro il portiere appena trafitto. La guerra è guerra, è un gesto che ci sta. Ci sta un po’ meno il Malmö, che si lancia in un forcing tanto intenso quanto sterile. E se le statistiche raccontano un dominio degli ospiti, il risultato conferma la serata speciale dei padroni di casa. Rusike, appena entrato, finalizza un quattro contro tre in contropiede e il due a uno di Eikrem allo scadere non riesce a scalfire l’euforia dell’Olympia. La battaglia è vinta. E a fine partita i tifosi rossoblù improvvisano un pellegrinaggio verso la statua del loro condottiero. Per una sera, Carlo XVI Gustavo deve cedere il suo trono. Il vero re è tornato a Helsingborg.

Sembra essere l’inizio di un sogno, ma purtroppo è solo l’ultima gioia prima di un incubo che pare infinito. Dalla vittoria nel derby d’andata fino al match di ritorno, l’HIF porta a casa i tre punti solo due volte, in entrambe le sfide contro il GIF Sundsvall. In mezzo, una sfilza di pareggi e sconfitte, alcune sfortunate altre sconfortanti. Nel frattempo i cugini volano, impegnati in una lotta a tre con Norrköping e AIK per la vittoria in campionato. La sfida del 25 settembre è quindi doppiamente importante. Fare risultato a Malmö significherebbe mettere i bastoni tra le ruote ai rivali nella corsa per il titolo, ma soprattutto ottenere punti fondamentali in chiave salvezza. Il Falkenbergs è praticamente già in Superettan da giugno, ma l’Helsingborg è al quattordicesimo posto, che basterebbe a evitare la retrocessione diretta ma non lo spareggio. Alla Swedebank Arena, il Malmö passa subito in vantaggio, controlla facilmente una partita nervosa e a tempo scaduto legittima la vittoria con la seconda rete. La battaglia, stavolta, è persa. E la sconfitta rischia di trasformarsi in disfatta. Due vittorie nelle ultime due giornate di campionato servono solamente a certificare che per rimanere in Allsvenskan l’HIF dovrà affrontare l’Halmstad, terzo in Superettan.

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Ottanta sono i chilometri che separano Helsingborg da Halmstad. Ottanta sono i minuti che sono trascorsi all’Örjans Vall quando l’arbitro tira fuori un cartellino rosso. Ad uscire dal campo è Kojic, terzino sinistro dei padroni di casa, che si becca un giallo e protesta un po’ troppo. Sembra fatta per Larsson e i suoi. Sono in vantaggio, con un uomo in più e hanno segnato fuori casa. Anche per questo la sfortunata autorete che riporta la partita in parità viene vista come un semplice incidente di percorso. La squadra ha dimostrato di esserci ed il venti novembre all’Olympia ha tutta l’intenzione di tenersi stretta la permanenza nella massima serie. Ottanta sono i chilometri che separano Halmstad da Helsingborg. E ottanta sono i minuti che sono trascorsi quando undicimila persone esplodono in un urlo di gioia sfrenata. Nell’ennesimo ribaltamento di fronte, Ralani è lanciato verso la porta avversaria. Invece di tirare sull’uscita del portiere, serve la palla all’indietro. La sfera scorre accanto a due calciatori dell’Halmstad, ma il più lesto ad arrivarci ha la maglia rossa con sopra il numero diciotto ed un cognome importante. Jordan Larsson calcia con tutta la forza e gonfia la rete tra i fumogeni agitati per tutta la partita dai tifosi dell’Helsingborg. Stavolta niente sguardi torvi, niente mute sfide al pubblico avversario. È gioia, felicità pura, da condividere con l’enorme famiglia che riempie quel che resta delll’Olympia. Padre e figlio, Henrik e Jordan, due generazioni unite dall’amore incondizionato di una città, di un popolo intero.

Finirebbe così, se l’arbitro decidesse di soprassedere ad un piccolo particolare. Ottanta sono i chilometri, ottanta sono i minuti di gioco quando Larsson segna l’uno a zero. Ma chi il calcio lo conosce, sa bene che a fine match ne mancano ancora almeno dieci. E quando il cronometro segna l’ottantacinquesimo, la storia improvvisamente cambia. Ralani stavolta è nell’area sbagliata quando decide di abbattere un attaccante dell’Halmstad. È un rigore solare, che il danese Mathisen realizza con tranquillità. All’Olympia Stadion si sta consumando un dramma sportivo. Quando già si esultava per la salvezza, di colpo si avvicina lo spettro della retrocessione. La squadra è sulle gambe, i tifosi fischiano di paura, ma non riescono a scuotere i calciatori. Mathisen è un difensore centrale, ma all’ottantanovesimo sembra la reincarnazione danese di Crujiff. Prende palla a tre quarti campo, dribbla un avversario, vince un contrasto, recupera la sfera dopo un rimpallo e lascia partire il tiro della domenica, della settimana, probabilmente dell’anno. Undicimila cuori vanno in frantumi nello stesso istante. Quando il pallone gonfia la rete, su Helsingborg cala un silenzio irreale. Non c’è tempo per recuperare. Cinque minuti più tardi, l’arbitro fischia la fine. L’HIF è la terza squadra retrocessa dell’Allsvenskan 2016.

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E in quel preciso momento il silenzio diventa mormorio, il mormorio si tramuta in rabbia. Uno, dieci, cento tifosi a volto coperto entrano sull’erba dell’Olympia. Cercano il confronto con i calciatori e non hanno intenzioni pacifiche. Gli atleti si sottraggono a questo processo sommario. Tutti, tranne uno. Il coraggio a Jordan Larsson non è mai mancato. Li affronta, capisce benissimo come si sentono e tenta di calmare gli animi. Ma i teppisti non vogliono sentire ragioni. Larsson ha già avuto dei piccoli screzi con una frangia della tifoseria e ora è giunto il momento di fargliela pagare. Insulti, spinte, fino ad arrivare alla vergogna più assoluta. Gli viene strappata a forza la maglia, la sua seconda pelle. È la triste fine di una storia d’amore. Jordan Larsson quella divisa rossa e blu non la indosserà mai più. A gennaio 2017 si trasferisce in Olanda, al NEC, continuando anche in questo a seguire le orme di suo padre.

Già, suo padre. Henrik non si accorge del parapiglia a fine partita, ma non appena gli viene riportato rassegna immediatamente le dimissioni. Non è una fuga. Rimane comunque in città, sfidando apertamente gli ultras ad un confronto pubblico, che ovviamente non avverrà mai. Resta però nel suo cuore la ferita della retrocessione, l’incapacità di aver saputo donare una gioia alla gente che lo ha cresciuto e che da quasi trent’anni lo ama e lo rispetta. Nemo propheta in patria, sostenevano i latini. Chissà se in svedese esiste un detto simile. Eppure, nonostante tutto, se dovesse capitarvi (e continuo ad augurarvelo con tutto il cuore) di visitare Helsingborg, è lì che troverete Henrik Larsson. Magari al parco dietro la torre, mentre si allena per mantenersi in forma. O sulle scale del municipio, mentre spende la sua popolarità e la sua influenza per il bene della sua città. O in tribuna all’Olympia, a sostenere quelli che sono stati i suoi ragazzi nel tentativo di tornare subito grandi. E se proprio non dovesse capitarvi di incontrarlo, saprete comunque dove cercare una parte di lui. Nel mezzo di quella rotonda, la sua statua c’è ancora. Continua a scrutare l’orizzonte, mentre attorno passano uomini e donne di ogni età, turisti o semplici cittadini, quasi come se stesse decidendo dove piazzare quella sfera che ha ai piedi. E di certo sul lungomare passano ogni giorno dei bambini che danno calci ad un pallone sognando di essere Larsson. Henrik o Jordan, non fa differenza. In quel momento, e non può essere altrimenti, il sorriso diventa più splendente ed il Re torna, anche se solo per un attimo, sul suo trono, in attesa di svegliarsi di nuovo e vestire ancora quei colori. Il rosso sanguigno e indelebile di una passione ed il profondo blu del mare di Helsingborg.

Abdon Pamich: in marcia, con il Ricordo nel cuore

Abdon Pamich: in marcia, con il Ricordo nel cuore

Istria e Dalmazia. Lo senti subito che sono nomi di terre di confine, di quelle che senti puntualmente nominare quando studi i trattati di pace. Come l’Alsazia, o la Lorena. Quei territori che non sono di nessuno, ma che vengono rivendicati da tutti. Che nel corso dei secoli hanno visto un campionario di umanità così vario, che meriterebbero di essere considerate cittadine del mondo ad honorem. Come l’Istria e la Dalmazia, già non più Italia ma non ancora Balcani, tra spiagge assolate e villaggi arroccati. Una evidente peculiarità geografica, acuita da un millennio di migrazioni e cambi di sovranità, più o meno cruenti. Un crocevia di popoli e di lingue, dove lo slavo, l’italiano e il tedesco hanno avuto pari dignità e diffusione. Il porto di Fiume, l’Arena di Pola, il promontorio che sovrasta Isola. La nostra storia parte qui, in questo angolo di mondo, sospeso tra un passato che sembra non volersene mai andare e un futuro che arriva, è il caso di dirlo, a passo di marcia.

Siamo nel 1933, e Fiume è parte integrante del Regno d’Italia. Lo è diventata nel 1924, dopo un tira e molla che sembrava infinito con la neonata Jugoslavia e la Società delle Nazioni. È una città viva, pulsante, dove la vita quotidiana e lo sport vanno a braccetto, formando un legame quasi inscindibile. Canottaggio, pugilato, atletica, calcio. I bambini fiumani crescono seguendo le imprese di personaggi quasi mitologici, come “Sciabbolone” Volk, primo storico centravanti della Roma, o Ezio Loik, talentuosa mezzala del Grande Torino. Quella generazione di istriani, i figli del primo dopoguerra, produrrà sportivi di livello mondiale, come il grande Nino Benvenuti. Ed è proprio in questo stimolante ambiente che il 3 ottobre nasce Abdon Pamich. Le origini sono venete, pare che tra gli antenati da parte di madre ci sia addirittura un doge. Che sia vero o no, la sua è una famiglia orgogliosa delle proprie radici italiane e molto legata al territorio. Il piccolo Abdon cresce assieme a suo fratello Giovanni, di poco più grande, ed impara presto ad amare lo sport. Caratteristica di famiglia, dato che suo zio organizza e arbitra incontri di pugilato. È proprio lo zio instillare nel ragazzo la passione per le discipline sportive. Alla richiesta del nipote di salire sul ring risponde con una promessa. A tredici anni, non prima. Prima non si può, sono le regole. Questa promessa, purtroppo, non potrà mai essere mantenuta.

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Perché è vero che la spensieratezza dell’infanzia non può durare per sempre, ma in questo caso viene spezzata molto prima del previsto. La guerra, i razionamenti, le bombe e infine l’invasione. I partigiani di Tito dilagano nella Venezia Giulia e Fiume non fa eccezione. Rastrellamenti ed esecuzioni sono all’ordine del giorno. I primi obiettivi sono i soldati della Wehrmacht, le milizie della Repubblica Sociale e gli Ustascia croati. Ma presto si comprende che c’è sotto un disegno più grande. Gli italiani non sono più i benvenuti, senza distinzione di credo politico o gerarchia sociale. Ex-fascisti e membri del CLN, stimati professionisti o semplici cittadini, chiunque è nel mirino della polizia segreta jugoslava. L’obiettivo è quello di rimuovere, anche fisicamente, qualsiasi resistenza ad una futura annessione dei territori dalmati e giuliani. Si muore in molte maniere in quei giorni, fucilati per rappresaglia o di fame e di freddo nei campi di prigionia. Ma il terrore degli italiani, ormai stranieri in quella che è stata casa loro, si riassume in una parola. FOIBE. Un buco nel terreno, la terra che ti inghiotte e poi il buio. Questa è la tetra promessa dei partigiani jugoslavi.

E quando l’amato zio viene arrestato per motivi non ben precisati (e poi fortunatamente rilasciato), la famiglia Pamich comprende presto che non c’è più posto per lei a Fiume, che tra l’altro ora si chiama Rijeka. Il padre di Abdon decide quindi di partire verso ovest, alla ricerca di un lavoro che gli permetta di portare via moglie e figli da quel paradiso ormai divenuto inferno. Come loro, tanti altri. La stragrande maggioranza degli italiani opta per l’esilio. Ma c’è da attendere, ed i Pamich sanno di non poter aspettare in eterno. Ecco perché il 23 settembre 1947, sette mesi dopo la cessione formale della Venezia Giulia alla Jugoslavia, Abdon e Giovanni lasciano la mamma e i due fratelli più piccoli e affrontano, seppur inconsapevolmente, la prima marcia della loro carriera. Una rocambolesca fuga su un treno per Trieste, una fila interminabile per ottenere il permesso di entrare in città e poi un esodo, lungo e faticoso. Milano, Udine, Novara e infine Genova, dove finalmente la famiglia si riunisce. Una fuga a lieto fine, a fronte di una sofferenza immane e a differenza di molti altri italiani, che invece non ce l’hanno fatta.

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In riva al Tirreno Pamich ricomincia da dove aveva lasciato. L’amore per lo sport è rimasto, nonostante il terribile fardello di un’esperienza che nessun adolescente dovrebbe mai affrontare. Giovanni, su consiglio di un compagno di università, scopre la marcia e quando a diciotto anni Abdon decide di emulare il fratello, scatta il colpo di fulmine. E se Giovanni abbandonerà presto l’attività agonistica per diventare uno stimato chirurgo, Abdon Pamich non smetterà mai di marciare e di vincere. Sviluppa la sua tecnica grazie a Giuseppe Malaspina, ex campione italiano di marcia, che avrebbe dovuto partecipare alle Olimpiadi di Tokyo 1940, poi annullate per la guerra. Negli insegnamenti del suo primo allenatore Pamich scopre la psicologia dello sport, un’altra delle sue passioni, sfociata poi in una laurea e nell’attività di mental coaching della nazionale di pallamano. Ma torniamo alla marcia. Della metodica e incessante ricerca della perfezione nella propria prestazione, Abdon fa il proprio credo. Nonostante l’abnegazione nell’allenamento, fisico e soprattutto mentale, i risultati stentano però ad arrivare. Il suo punto debole è la volata. Ma Pamich è già atleta moderno e parte per quello che oggi definiremmo un viaggio di aggiornamento. La meta è l’Inghilterra, dove i marciatori di solito non amano gestire le forze in gara e non attendono l’arrivo in gruppo per tentare la zampata vincente. Allenandosi con queste inconsapevoli lepri, il nostro eroe sviluppa una nuova tattica di gara ed inizia a vincere. La prima affermazione di rilievo è in Cecoslovacchia, dove Abdon nella 50km tra Praga e Podebrady mette in riga olimpionici e campioni europei.

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Nel 1955 vince l’oro ai Giochi del Mediterraneo e l’anno successivo arriva all’altro capo del mondo per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Melbourne. Gareggia nella 20km terminando undicesimo e riporta a casa la poco gradita medaglia di legno nella “sua” 50km. Ma nel mondo di Abdon Pamich il fallimento è il primo passo per il successo. Passo dopo passo, l’Italia, l’Europa e il mondo intero si inchinano alla classe del marciatore fiumano. E se a Roma 1960 la medaglia è di bronzo, complice una difficile preparazione fisica, nei quattro anni successivi è solo la luce dell’oro a risplendere. Si comincia nel 1961, con il record mondiale della 50km stabilito sulla pista dello Stadio Olimpico. L’anno successivo è il tempo per una piccola rivincita personale. Nella Belgrado di Tito, Pamich si prende il lusso di stravincere l’oro europeo, staccando tutti gli altri di cinque minuti netti. Arriviamo così al fatidico 18 ottobre 1964. A Tokyo è in corso la 50km di marcia. Abdon ha preparato la gara in maniera meticolosa, deciso a non farsi sfuggire di nuovo l’alloro olimpico. Parte subito forte, ma non è l’unico. Paul Nihill, che è inglese, attua la sua stessa strategia. La gara si trasforma quindi in un testa a testa infinito, nella spasmodica attesa dello strappo vincente di uno dei due atleti. Al chilometro 35 sembra però tutto deciso. Un bicchiere d’acqua troppo freddo provoca a Pamich fortissimi dolori addominali. Nihill pare non accorgersene e continua con un passo normale, ma il marciatore italiano è in preda a spasmi. La leggenda narra che l’unica soluzione, sebbene poco ortodossa, venga offerta da un cespuglio. La realtà dice che, data l’impossibilità di uscire dal percorso transennato, sono due ignari soldati a coprire la scena alla vista del pubblico. Qualsiasi versione preferiate, il risultato non cambia. Una volta liberatosi, il nostro Abdon vola. L’inglese viene risucchiato in un attimo e immediatamente staccato. È finalmente oro. Nel cielo di Tokyo può sventolare fiero il tricolore, grazie al figlio di un’Italia che esattamente come lui ha saputo soffrire per poter rinascere.

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È l’apice di una luminosa carriera, coronata da altri trionfi in Italia e all’estero. Nel mezzo, tanti lavori, perché come dice lui una volta lo sport era divertimento, mica ti portava soldi. Esso, Finmeccanica ed infine Sip, un curriculum che potrebbe appartenere ad un semplice colletto blu, ma che invece porta il nome di un campione olimpico. Una volta appese le scarpe al chiodo, subentra l’impegno. Perché Abdon Pamich non ha mai dimenticato Fiume e i tanti che come lui sono dovuti fuggire, costretti a scegliere tra l’abbandono della propria terra e una vita di privazioni. È quindi logica la sua collaborazione con la Società di Studi Fiumani e la convinta e apprezzata partecipazione alle tante commemorazioni che la comunità degli esuli dalmati e giuliani organizza in tutta Italia. Ed è altrettanto naturale che l’organizzazione della Corsa del Ricordo, che ogni 10 febbraio si tiene a Roma nel quartiere Giuliano-Dalmata, lo veda orgogliosamente protagonista. Del resto, la vita di Abdon Pamich è stata una lunga ed emozionante marcia. Prima verso la libertà, poi verso la gloria. E alla fine, una marcia all’indietro, verso il Ricordo. Perché per sapere chi sei o chi sarai, non puoi permetterti dimenticare chi sei stato.

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6 febbraio 1958 – Monaco di Baviera, fiori rossi nella neve

6 febbraio 1958 – Monaco di Baviera, fiori rossi nella neve

Ce la farò, padre? Io credo di sì. Mi avete dato due volte l’estrema unzione, eppure eccomi, sono ancora qua. Non basta a fermarmi, eh. Sono vecchio e un po’ malandato, ma non mi terranno qui. Non a lungo almeno. Non appena potrò alzarmi, farò il giro delle camere di questo maledetto ospedale e andrò a trovare i miei ragazzi. Perché i miei ragazzi sono bravi, lo sa, padre? Ma certo che lo sa, sarà passato da loro come è stato qui con me. Immagini padre, immagini il conforto che dà sapere che nonostante tutto, Dio ci è stato vicino. Che siamo sopravvissuti. Che un giorno quei ragazzi potranno ricordare questi giorni e pensare che è stata solo una brutta esperienza. Io sono avanti con gli anni e mi hanno trovato mal ridotto, ma loro sono giovani. Giovani e forti. Prenda Duncan, padre. Ce l’ha presente Duncan? È il primo che voglio abbracciare non appena mi daranno il permesso di lasciare questo letto. Ma lei che li ha visti, padre, come stanno i ragazzi? Li hanno fatti uscire? Non me lo dica, di certo sono già tornati in campo… E Duncan? Come sta il nostro Duncan?

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Nel suo letto d’ospedale, Matt Busby è isolato dal mondo. I medici non gli hanno ancora detto nulla dei suoi ragazzi. Lo shock potrebbe essergli fatale, date le pessime condizioni in cui versa. Nel terribile schianto di Monaco di Baviera lo scozzese ha rischiato la vita, più volte è stato dato per spacciato. Ma ha la pellaccia dura Busby. Eppure, nessuno ha avuto il coraggio di raccontargli cosa è accaduto agli altri. Come fare a spiegargli che un decollo frettoloso su una pista ghiacciata ha spezzato ben ventitré vite? Ma il frate cappuccino che gli si avvicina non sa nulla di quel premuroso silenzio. E quando l’allenatore dello United gli chiede di Edwards il suo sguardo si fa triste.

Duncan Edwards ha ventidue anni, è solo un ragazzo. Un ragazzo, si dice, destinato a sollevare la Coppa del Mondo. Billy Wright non aspetta altro che mettergli al braccio la fascia, tutta l’Inghilterra è certa che il prossimo capitano della nazionale sarà Duncan. E al diavolo la Football Association, con le sue regole e i suoi divieti. La gioventù non è un peccato. Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelè e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

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Perché quel calciatore divino muore in terra straniera, lontano dai suoi affetti. Un decollo in condizioni proibitive, lo schianto e poi il buio. Duncan lotta tra la vita e la morte per più di dieci giorni. Le tentano tutte, provano addirittura a impiantargli un rene artificiale. Ma il destino decide altrimenti. La partita contro i Wolves, che tanto premeva a squadra e tifosi, Edwards non la giocherà mai. Ma avrebbe davvero voluto farlo, tanto che pare che con un filo di voce abbia più e più volte chiesto a Jimmy Murphy, l’allenatore in seconda che su quell’aereo non c’era, “A che ora inizia il match, Jimmy? Non posso mancare”.  E invece il 21 febbraio 1958, quasi due settimane dopo i compagni morti sul colpo, in un letto di ospedale di Monaco di Baviera si spegne la grande speranza del calcio inglese. Duncan Edwards raggiunge nella leggenda Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor e Billy Whelan. I Busby Babes li chiamavano. Una squadra giovane e piena di talento, spazzata via da una tragedia tanto terribile quanto insensata. Matt li aveva cresciuti, calcisticamente e non. Comprensibile quindi che nessuno abbia ancora avuto voglia di dargli questo ulteriore dolore. Ma ormai il muro è caduto. E allora si avvicinano i medici, gli infermieri e soprattutto Jean. Tocca a lei, l’amore di una vita, fare a suo marito il triste elenco di quelli che non ci sono più.

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Anche Tommy? Come è possibile? Una volta l’ho visto scontrarsi con un muro, padre, il nostro Tommy Taylor. Voleva riprendere un pallone vagante e bam, dritto sulla parete a tutta velocità. Eppure niente, neanche un graffio. Era una forza della natura Tommy, non lo fermavi neanche a calci. E Dio sa quante volte ci ho provato in allenamento. Non sono mai stato un terzino, ma una scivolata la potrei ancora fare, se non fossi bloccato in questo maledetto letto. Eppure Tommy non lo buttavi giù. Neanche Duncan ci riusciva. Una spallata e via, era pronto a spaccare la porta. Quanti gol gli ho visto fare, padre. Di piede, di testa, con il sole e con la pioggia. Nessuno al mondo poteva fermare Tommy Taylor. Ci hanno provato a portarmelo via, sono venuti dall’Italia. Ma gliel’ho detto padre, dove potevano metterseli quei soldi. Sessantacinquemila sterline sono tante, soprattutto se pensiamo a chi non ha il denaro per comprare un pezzo di pane. Ma non abbastanza per Tommy. Fosse venuto il Ministro della Difesa e me lo avesse chiesto per l’esercito, sarei partito io al suo posto. Era prezioso Tommy. Un caro ragazzo. Poveri noi. E povera Carol…

Carol avrebbe sposato Tommy Taylor, probabilmente dopo la Coppa del Mondo in Svezia. Altri sei mesi, giusto il tempo di indossare la numero nove in terra scandinava e scardinare le difese di mezzo mondo. E invece quel nove lo prenderà Derek Kevan, che si farà anche valere, segnando due delle quattro reti dell’Inghilterra. Un altra maglia, quella rossa, accompagna Tommy nel suo ultimo viaggio, assieme alle reti, ai trofei e all’affetto dei suoi tifosi, che al suo arrivo lo eleggono subito a idolo indiscusso. Difficile non innamorarsi di uno così, grande e grosso che a vederlo fa quasi paura, ma con uno spirito di squadra infinito. È semplice tenere i conti delle reti segnate. Quello che nessuna statistica potrà mai quantificare è il sudore. Sono le botte prese. Sono le sponde, i rimpalli, i contrasti, i tuffi disperati a riprendere palloni impossibili. Lo United perde è un gigante buono, imbattibile sulle palle alte, che con la sfera tra i piedi sembra goffo, ma sa calciare come e meglio di molti altri. Ma a queste cose, Matt ora proprio non ci pensa. Di Tommy Taylor rivede solo il sorriso. Il sorriso di un ragazzo di ventisei anni, che il destino ha cancellato troppo presto.

Li ho uccisi io, padre, dal primo all’ultimo. Roger, Billy, Eddie, Mark, David, Geoff. È colpa mia, solo colpa mia. Sono io che non ho rinunciato a quella stramaledetta coppa, io li ho portati lontani da casa. Quante persone ho fatto soffrire, quante famiglie… Figli che cresceranno senza i loro padri, padri che hanno visto morire i propri figli… È contro natura padre, queste cose non dovrebbero mai accadere. E invece accadono, proprio per colpa di gente come Matt Busby.

Roger è Roger Byrne, capitano di quello United. Non ha i piedi buoni, manca di stacco aereo e certe volte eccede con la foga negli interventi. Ma ha un senso innato della posizione, un carisma immenso e, in un’epoca in cui i terzini di solito fanno compagnia ai propri portieri, spesso e volentieri rompe gli schemi e si getta in supporto delle ali. Byrne non può certo immaginare che a casa lo attende la sua Joy, per dirgli che è in attesa del loro primo figlio. La fascia da capitano brucia con lui nella fusoliera dell’aereo. Roger Byrne jr nascerà otto mesi dopo e del padre potrà solo conoscere solo il dolcissimo ricordo che ogni tifoso dello United serba nel suo cuore.

Billy è Billy Whelan, figlio d’Irlanda nato con il vizio del gol, Eddie è Eddie Colman, il baby of the Babes con i suoi ventuno anni appena compiuti, una mezzala dotata di un dribbling ubriacante, un altro potenziale campione del mondo andato via in un attimo. Mark è Mark Jones, centrale di difesa, che a inizio carriera dopo gli allenamenti arrotondava facendo il muratore. David è David Pegg, ala che impressiona talmente tanto il Real Madrid da mettere in preventivo l’acquisto di un nuovo terzino appositamente per stargli appresso sulla sua fascia. E Geoff è Geoff Bent, che su quell’aereo neanche doveva esserci. Non gioca da parecchi mesi, si sta riprendendo da una frattura al piede, ma a Belgrado ci va comunque, perché non si sa se capitan Byrne potrà essere della partita.

Matt Busby si prende personalmente tutto il peso di questa generazione di campioni distrutta. All’inizio il club sarà freddo, distante, fino ad arrivare quasi a dimenticare. Ma il senso di colpa verso le famiglie dei suoi ragazzi non abbandonerà mai il manager. Sarà presente a ogni cerimonia, ogni piccolo ricordo o commemorazione. Anche dopo il ritiro, si occuperà degli orfani e delle vedove dei martiri di Monaco di Baviera. E seguirà passo dopo passo la guarigione e la riabilitazione, fisica e psicologica, di chi come lui ce l’ha fatta. Bobby Charlton e Bill Foulkes nel 1968 alzeranno la Coppa dei Campioni, con Matt al loro fianco. Altri, come Dennis Viollet o Harry Gregg, non proveranno questa gioia, ma torneranno comunque a giocare ad alto livello. E poi c’è chi si è salvato, ma non darà mai più un calcio ad un pallone, come Jackie Blanchflower o Johnny Berry.

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Lo schianto del volo 609 della British Airways porta via altre vite, altri nomi. Padri, mariti, figli. Da Monaco di Baviera non torneranno più anche due membri dell’equipaggio, otto giornalisti, il segretario dello United e due allenatori, oltre a un agente di viaggio e a un tifoso, un caro amico di Busby che aveva avuto l’onore di viaggiare con la squadra. Quello che le cronache non possono però riportare è che il 6 febbraio 1958 muore inesorabilmente una parte di Sir Matt. Le ferite lasciano il posto alle cicatrici, ma lo squarcio che si apre nel suo cuore non si rimarginerà mai. Piangerà sangue ogni momento, lo si comprende nel momento in cui, dopo lunghi mesi di riabilitazione, è di nuovo in grado di guidare il suo United dalla panchina. Ogni parola è difficoltosa, ogni secondo è un colpo al cuore.

Riposarmi in Germania era un conto, affrontare l’Old Trafford è tutta un’altra storia. Quando sono entrato in campo, tra le decine di migliaia di tifosi, non trovavo il coraggio di guardare. Sapevo che i fantasmi dei miei ragazzi sarebbero stati lì ad attendermi. E sono lì, ci rimarranno per l’eternità. Proprio come rimarranno nel cuore di chi li ha visti almeno una volta attraversare quella passerella. Saranno per sempre dei fantasmi giovani e felici, vestiti di rosso sulla splendente erba verde di Old Trafford.

Arriveranno altri campioni, altri trionfi. Il Manchester United tornerà ad essere la squadra invincibile che il manager stava creando. Ma nulla potrà riempire il vuoto lasciato in Matt Busby dai volti di chi non c’è più. Dal ricordo agrodolce dei sorrisi di quegli otto ragazzi, troppo giovani per morire, ma troppo grandi per non diventare immortali.

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