Marco Van Basten: l’eterno volo del Cigno

Marco Van Basten: l’eterno volo del Cigno

Oggi raccontiamo una fiaba. Che essendo una fiaba, e non una favola, forse un lieto fine non ce l’ha. Le fiabe stanno lì per farci immedesimare nei personaggi, per farci capire com’è che va la vita, per farci la morale. Per dimostrare che non è come dicono le favole, che non vivono sempre tutti felici e contenti, che l’esistenza è fatta di gioia ma anche di dolore.

Già, il dolore, l’eterno compagno. A volte un semplice fastidio, altre una sensazione lancinante, che non ti permette neanche di poggiare i piedi a terra. E per te, che con i piedi ci lavori, ci vivi e ci dipingi calcio, non può essere un problema come un altro. E allora ti fermi, una, due, tre, quattro volte, mesi che sommati fanno anni, giorni che nessuno ridarà mai a te e al calcio. È un punto delicato la caviglia, anche per chi come te è leggiadro, leggero, che quando hai il pallone tra i piedi sembri danzare più che correre. Il tuo fisico dinoccolato trae tutti in inganno, dovresti essere sgraziato come un anatroccolo ed invece sei bello e coordinato come un cigno. Ma il cigno è animale fragile e le cui ali a volte si spezzano. Eppure lotta, non si limita a sopravvivere, ma si staglia nel cielo prima di gettarsi in picchiata e, tra una giravolta e l’altra, dare un’occhiata al mondo mentre lui, lì in alto, vola.

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Vola, come quella palla che arriva sul tuo piede quasi senza pretese, in un pomeriggio di giugno di tanti anni fa. Carina Monaco di Baviera, ma non ci vivrei. Questo probabilmente pensi, tu che sei olandese e che come tanti connazionali della Germania non puoi avere una buona opinione, storica o calcistica che sia. Il sogno di quando eri bambino si era infranto lì, in quello stadio. Un sogno nato in un minuto e mezzo e terminato in novanta. Eppure tu, come tutti i tuoi coetanei, te la ricordi quella sequela di passaggi, che aveva portato al rigore dell’uno a zero. La sai a memoria, come le filastrocche che si cantano ai bambini per farli addormentare. E la ripeti a te stesso mentre il pallone dolcemente scende, per darti il coraggio di tentare. Di prendere per i capelli l’incubo di un’altra rimonta e di lasciartelo alle spalle.

Quando impatta con il tuo piede destro, la sfera quasi esplode. Dentro il tuo calcio c’è tutto, c’è la storia calcistica passata, presente e futura di una nazione intera. C’è l’inutile gol di Neeskens di quattordici anni prima, c’è l’urlo di Resenbrink strozzato da un palo argentino, c’è, non puoi ancora saperlo ma di sicuro c’è, il pianto disperato di Sneijder su un prato verde di Johannesburg. C’è la rabbia degli eterni perdenti, di quelli che per ottenere il minimo devono fare l’impossibile. Come impossibile è la posizione da cui tiri, troppo defilata per combinare davvero qualcosa. Ma tu lo senti che è il momento giusto, l’attimo in cui tutti gli astri possibili si allineano e calci, più forte di quanto tu abbia mai fatto. Ed il pallone ruggisce, proprio come il leone che hai sul petto. Almeno per una volta, NOI. POSSIAMO. VINCERE.

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Perché vincere è stato il tuo mestiere. E non da semplice comprimario. Tu sei uno di quelli che i bambini vogliono imitare, quello che anche le nonne che non sanno neanche come è fatto un pallone hanno sentito nominare almeno una volta, sei il calciatore più forte d’Europa. Anzi, forse del mondo intero. In una eterna ed animalesca lotta per la supremazia calcistica, il cigno venuto dalla terra strappata al mare si scontra con il torello della pampa, una, dieci, cento, mille volte. E noi tutti lì intorno a guardare, a chiederci chi dei due stavolta prevarrà sull’altro, chi trascinerà i suoi alla vittoria, chi potrà alzare le braccia al cielo mentre l’altro trattiene le lacrime.

E vengono in mente le tue di lacrime, ma anche le mie, le nostre, le lacrime di tutti quelli che in vita loro hanno messo anche solo un briciolo di cuore nel vedere un pallone rotolare su un campo di calcio, quando ci annunci che è finita. Che la caviglia non regge, che non è possibile neanche provare. Che gli ultimi due anni di calvario sono stati totalmente inutili. Che a trent’anni appena compiuti uno dei migliori calciatori di tutti i tempi deve appendere gli scarpini al chiodo. Che il cigno non volerà più. È così che nasce il vuoto, dalla privazione improvvisa e irreparabile di un principio, dalla coscienza che qualcosa c’era e che ora, di colpo, non tornerà più. La maglia numero nove, le coppe, persino i Palloni d’Oro perdono di significato quando diventano passato. Ogni ricordo ferisce il cuore e lascia lo stomaco sottosopra.

Sottosopra  proprio come tu hai visto il mondo una sera di novembre. È il 1992, quella stramaledetta caviglia fa male ormai da tanto, eppure sei in campo. E non si nota che stai soffrendo, non si può neanche immaginare che sia così, perché tra quelle zolle, come al solito, ti muovi leggero ma letale, quasi più come un felino che come un cigno. Ma le ali ce le hai, lo sai tu e lo sappiamo noi, che non ci meravigliamo quindi quando ti stacchi da terra e decidi che l’unico modo possibile per colpire quel pallone arrivato al limite dell’area è proprio quello lì, la rovesciata. E rischi, perché le caviglie malandate sono due. Certo, la sinistra più della destra, ma anche l’altra ti ha fatto soffrire. Come ti ha fatto soffrire il ginocchio. Il tuo corpo te lo ha gridato per tutta la tua carriera, Marco Van Basten, non sei fatto per volare. Ma come il famoso calabrone, tu non lo sai e voli lo stesso.

O forse lo sai, convivi con la coscienza della tua fragilità, ma non per questo ti tiri indietro. E allora salti, contrasti, dribbli, eviti interventi sciagurati, ti getti a capofitto in una selva di gambe, tutto per poter alzare le braccia al cielo e sentire l’urlo della folla, per sapere che anche questa volta ce l’hai fatta, che la tua forza ha avuto di nuovo la meglio sulla sfortuna e sul destino. I tuoi antenati hanno lottato contro la marea per non vedersi portare via il futuro. Tu, nel tuo piccolo, quella lotta la ripeti ogni giorno, per dimostrare a te stesso e agli altri che l’unico limite è nella propria testa.

AMSTERDAM - Twee beroemde personages van het professionele voetbal. De enkel-operatie herstellende Marco van Basten en de tijdelijk werkloze Johan Cruijff, trappen samen een balletje op een grasveldje in de stad. ANP PHOTO RUUD HOFF

Con la testa tu ci segni, e tanto. Ma ci giochi anche. E non potrebbe essere altrimenti, dato che il tuo Maestro te lo ha inculcato sin da quando sei arrivato all’Ajax. L’importante non è correre tanto, ma correre bene. Probabilmente te l’ha anche sussurrato quando, nell’ormai lontano 1981, ti ha abbracciato e ti ha lasciato il posto in campo nel giorno del tuo esordio tra i grandi. Chissà quante volte te li sei ripetuti in testa quei piccoli grandi mantra. Il pallone è uno solo, ed è meglio che ce lo abbia tu. Se cominci a correre un attimo prima degli altri sembrerai più veloce. E soprattutto, devi essere in grado di capire in anticipo cosa sta per accadere. Solo così potrai essere sempre al posto giusto nel momento giusto.

Trecento volte più una, ecco quante volte ti sei trovato esattamente dove dovevi essere. Ma è ingeneroso metterla così, perché chissà in quanti casi il momento giusto te lo sei creato tu. L’espressione “fiuto del gol” ti si addice, certo, ma non può spiegare in toto che calciatore eri. L’attaccante totale, dicono. Forse sì, forse no. Per i canoni odierni saresti un nove classico, difficile immaginarti a rincorrere l’avversario nella tua metà campo. Eppure nel tuo modo di intendere il calcio, la giocata non è mai fine a se stessa, ma votata ad un risultato. E se una volta ricevuta la sfera è difficile (ma non impossibile) vederti passarla a un compagno, beh, non è per egoismo, ma semplicemente perché, novantanove volte su cento, quel risultato lo ottieni tu.

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E di risultati importanti è costellata la tua carriera. Viene da chiedersi quale altro obiettivo avresti potuto raggiungere se il tuo corpo ti avesse coadiuvato a dovere. Tre Palloni d’Oro possono sembrare pochi nell’era dei Due Alieni, quando quello che ne ha vinti proprio tre (ma potremmo anche contargliene già quattro) ha comunque davanti l’altro, che ne ha in bacheca ben cinque. Ma quei due non sanno cosa sia davvero la competizione. Non hanno idea di cosa significhi dover risplendere in un calcio in cui il più scarso del tuo Milan potrebbe tranquillamente fare il titolare nel Real Madrid di oggi. In cui l’esempio da seguire si chiama Johan e la concorrenza sono Diego e Lothar. Tu un avversario ce l’hai addirittura in casa e fa di cognome Gullit. E assieme a Ruud, e a Frank, a Paolo&Franco, talmente inscindibili da diventare quasi un essere mitologico mezzo Maldini e mezzo Baresi, vinci tutto quello che si può vincere. Più di una volta. Non può essere un caso. E ovviamente non lo è. C’è tanto di te in ogni trionfo di quel Milan, dal colpo di testa in tuffo contro il Real alla doppietta contro la Steaua, dall’assist per l’amico Frank al Prater di Vienna fino alla rete al San Paolo che nel 1988 manda, è proprio il caso di dirlo, il Diavolo in paradiso.

Per te, purtroppo, c’è anche un posticino all’inferno. Un inferno tuo, personalissimo, vissuto con la compostezza del campione e con la tenacia di chi non si vuole arrendere. Tante, troppe operazioni, luminari che non sanno che pesci prendere, stop infiniti e ritorni troppo brevi, fino alla sofferta decisione di smettere. Tra l’ultima partita in maglia rossonera, la sfortunata finale di Coppa Campioni contro il Marsiglia, che tra l’altro giochi in condizioni pessime, e l’addio definitivo passano due anni. E non c’è giorno in cui una fila interminabile di persone non faccia capolino a Milanello a chiedere di te, a cercare di darti forza, mentre tu, davanti allo specchio, probabilmente cominci a renderti conto che la forza da sola non basta più. Come sta Marco? Quando torna Van Basten? Non sono semplici domande, ma piuttosto il grido straziante di una generazione che capisce che il destino gli sta portando via il suo eroe.

Ma anche nel devastante momento del ritiro, nella tristezza dei tanti che come me hanno dovuto ripiegare i poster appesi sui muri e relegare le tue gesta nella gloriosa e malinconica galleria dei ricordi, resta la fortuna di aver potuto ammirare la tua classe immensa. Resta l’amore per questo magnifico gioco che hai saputo instillare in grandi e piccini. E soprattutto resta quella piccola punta di orgoglio che ogni bambino, anche il più scarso di ogni combriccola, ha provato quando, gonfiata la rete, ha potuto alzare le braccia al cielo e sentirsi, anche per un solo istante, Marco Van Basten. Perché se questa è davvero una fiaba, allora Andersen insegna. Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno.

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Gioco. Partita. Incontro. In un mondo perfetto, in cui il coraggio e la dedizione alla causa pagano, questo è il finale adatto per questa storia. Ma si sa, le gioie vere sono rare. Se poi sei un italiano e ti stai giocando la Coppa Davis, si contano sulle punte delle dita. Di una mano. Monca. E di conseguenza non ci sono abbracci, non ci sono festeggiamenti, non si sente il boato del pubblico. C’è invece la voce dell’arbitro che invita a rientrare in campo. Il Forum di Assago trattiene il fiato, mentre il ragazzo con la maglia bianca e le maniche blu cerca invano di muovere il braccio destro. E la smorfia di dolore si sposta dal suo volto a quello dei presenti, prima di arrivare sui teleschermi di mezza Italia, che in un freddo venerdì di dicembre è incollata alla TV da ormai cinque lunghe ore. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati“. Eppure ce l’aveva quasi fatta Andrea, non aveva mollato. E con lui ci avevamo creduto tutti che quella partita sarebbe finita in un’altra maniera. Andrea è Andrea Gaudenzi da Faenza, numero uno del tennis italiano. L’anno è il 1998; Gaudenzi arriva alla finale di Davis di Milano contro la Svezia dopo due mesi di riposo e terapie conservative. Il tendine della spalla gli dà noia da tanto, troppo tempo. E quindi dopo la semifinale di Milwaukee contro gli USA, decide che quell’anno scenderà in campo solamente altre tre volte. Al Forum, sulla amata terra rossa, lo aspettano Norman, Gustafsson e il temibile duo Björkman/Kulti. Sulla carta il doppio è il punto decisivo, è quello il match che assegnerà la Coppa. Gli svedesi sono quotatissimi, ma noi schieriamo Gaudenzi e Nargiso, Andrea e Diego, un’accoppiata che per il tennis italiano degli anni 90 vale più di Lennon e McCartney. Diego però il doppio lo giocherà con Sanguinetti, perdendo il punto che riporta per la settima volta il trofeo a Stoccolma.

La finale di Davis di Gaudenzi dura infatti esattamente cinque ore. Cinque, come gli infiniti set che Andrea e Norman si contendono. Cinque, come le dita di una mano, quella che tiene stretta la racchetta, nonostante il fastidio al tendine faccia sempre più spesso capolino. Lo svedese, va detto, non collabora. È tignoso, recupera ogni pallina, anche quelle che Gaudenzi mette nei punti più reconditi del campo. Ogni punto è una conquista, una fatica erculea. E come è ovvio che sia, i primi due set si risolvono al tie-break. Andrea porta a casa il primo per undici a nove, ma nel secondo non entra proprio in campo. 7-0. Cappotto. È il segnale che qualcosa non va. Il fastidio si sta tramutando in dolore. Conscio di dover combattere anche contro l’orologio, nel terzo set Gaudenzi spinge, forse anche più del dovuto. Gioca in maniera differente, si vede, è più conservativo, ma riesce comunque a indurre spesso e volentieri Norman all’errore. E la tattica paga, 6-4 e avanti così, nonostante la spalla, nonostante le fitte, nonostante tutto. Ma Andrea è un essere umano, e come tale soggetto a dei limiti. Limiti che affiorano in maniera sempre più palese nel quarto set. Lo svedese è un martello, continua imperterrito a rimettere in campo ogni palla. Gaudenzi è stanco, sofferente, recupera a fatica ed è costretto a cedere la partita all’avversario.

L’inizio del quinto set somiglia a un massacro. Norman prende il largo e con due break consecutivi si porta sullo 0-4. L’atmosfera è plumbea, ma il pubblico non molla. Nella difficoltà più totale, le voci del Forum non fanno mai sentire solo Andrea. L’ormai eroica resistenza del faentino merita incoraggiamento, comunque vada a finire il match. Ed è proprio in quel momento, sull’orlo dell’abisso, che in Gaudenzi scatta qualcosa. Quel set non può finire 6-0, non è giusto. Improvvisamente gli impulsi della mente annullano quelli del corpo. Basta dolore, basta fatica. L’adrenalina scorre come una scarica elettrica e regala ad Andrea la linfa di cui ha bisogno. Non può più sbagliare niente, ogni singolo errore è un altro chiodo nella cassa. Lo svedese è disorientato, si difende come può, ma ha capito che la partita si è totalmente rovesciata. Regala tanti punti, ma non abbastanza. Vince un game e va a servire per chiudere. Ma Gaudenzi è una furia, annulla un match-point, si prende il break di prepotenza e si riporta in parità. 5-5. Cinque come i set. Cinque come le dita della mano. Quella mano che regge ancora la racchetta, con l’entusiasmo che sopperisce alla mancanza di energie, mentre tutto il Forum urla e applaude. E urliamo anche anche noi a casa, inchiodati allo schermo da un ragazzo che in qualche maniera sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, che sta lottando su ogni punto come se andasse della sua stessa vita. Serve per il game Andrea, per riportarsi finalmente avanti, dopo un set passato a inseguire. Mette in quella battuta ogni briciolo di forza rimasta, tutta la sofferenza e la fatica raccolte in un urlo che rimbomba in tutto il Forum. Ne esce un missile terra-aria, ma anche se non lo fosse andrebbe comunque a segno. Norman tenta una difesa, ma è totalmente in confusione e stecca la risposta. 6-5. E al grido di Gaudenzi rispondono milioni di persone, che stanno assistendo alla trasformazione in sogno dell’ennesimo incubo sportivo. Applausi, cenni d’intesa, la consapevolezza che lo svedese è alle corde. Una sensazione strana per l’Italia del tennis. Quasi di gioia. Appunto, quasi. Perché Andrea quegli applausi neanche li sente.

Ma nella frazione di secondo in cui è partito quel servizio, lui qualcosa l’ha sentito. Un suono sordo, impercettibile per tutti gli altri, ma che a Gaudenzi è rimbombato tutto dentro. CLACK. È il rumore di un tendine che cede, di un sogno che si infrange, di una resa amara e incontrovertibile. E quell’urlo quasi sovrumano è la sintesi del dolore fisico e soprattutto mentale di un ragazzo che ha dato tutto ciò che aveva, se non di più. E non è bastato. Si siede, quasi inebetito. Prova a muovere il braccio, a ruotare l’articolazione, a cercare di capire se può provarci per un altro game. Ma non riesce neanche a stringere tra le dita un bicchiere di plastica, figuriamoci la racchetta. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati”. Solo capitan Bertolucci sa quanto gli costi dire quelle parole, ma è la cosa giusta da fare. E in effetti, Andrea ci prova. Uno, due, quattro punti subiti. Gioco. 6-6. Alla fine, la comunicazione del giudice di sedia arriva inesorabile. Norman batte Gaudenzi per abbandono. È uno dei tanti piccoli grandi drammi sportivi italiani. Ma la reazione è di orgoglio. Le lacrime amare di Andrea sono anche le nostre, di quelli che erano al Forum, di chi ha sofferto dietro uno schermo e di tutti coloro che anche solo per cinque minuti si sono appassionati al tennis grazie a questo match. Anche la squadra è sotto choc. Il giorno successivo la Svezia vince la Coppa Davis. I nostri non ci si avvicineranno più, neanche per sbaglio. Eppure quel che resta nella memoria collettiva sportiva italiana è quel quinto set. Nel bene o nel male. Dentro quei dodici game c’è la sfortuna che si accanisce contro chi soffre, ma anche e soprattutto la forza eroica di opporsi, seppur vanamente, a un destino che sembra già scritto. Verga avrebbe adorato questa storia, probabilmente l’avrebbe trasformata in un romanzo per il suo Ciclo dei Vinti. Ma non sarebbe stata un’opera Verista. Perché Andrea, in realtà, non può essere un vinto. Quel match Andrea non lo ha perso. Non per noi.

Jonathan Edwards, il Gabbiano che non volava di domenica

Jonathan Edwards, il Gabbiano che non volava di domenica

Ricordati di santificare le feste. Il terzo comandamento. Certo, quando tuo padre è un pastore anglicano e tu ti chiami come un importante teologo diventa molto più facile mandarlo a memoria. Ma anche infinitamente più difficile non rispettarlo. Perché la domenica, il giorno del Signore, è più importante di qualsiasi cosa. Quindi vietato lavorare, qualunque sia la tua mansione. Niente campi da arare, niente pratiche da sbrigare, niente di niente. Neanche gareggiare, se nella vita fai l’atleta. E non importa che i meeting più importanti e le competizioni internazionali si tengano sempre nei weekend. La fede non si vende. Neanche per una medaglia.
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Nasce così il mito di Jonathan Edwards, il più forte saltatore triplo di tutti i tempi, che qui in Italia qualcuno aveva ribattezzato Il Gabbiano, come il Jonathan Livingstone del bestseller di Richard Bach. Ma il Gabbiano Jonathan Edwards non volava mai di domenica, troppo forte la spinta della religiosità, la voglia di dedicare a pieno la sua vita a Dio. Proprio come Eric Liddell, il protagonista di Momenti di Gloria, che a Parigi 1924 rinuncia ai 100 metri e alle staffette per non trasgredire al terzo comandamento. Ed ecco perché nel medagliere di Tokyo 1991, accanto a quelli di Carl Lewis, Mike Powell e Maurizio Damilano, il nome di Edwards non c’è. Oltre il danno, la beffa, perché la finale si disputa di lunedì, ma i due turni di qualificazione cadono il 25 agosto 1991. Appunto, una domenica. E allora niente volo intercontinentale, niente stacchi cadenzati. La medaglia, neanche a dirlo, va agli USA, a Kenny Harrison.
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Anche due anni dopo a Stoccarda le qualificazioni si tengono di domenica, peraltro il giorno di ferragosto. Ma stavolta non importa. Edwards c’è. C’è perché ha avuto una dispensa, quella per lui più importante di tutte. Edwards senior è un pastore, ma è anche e soprattutto un padre. E poi per i protestanti la salute, la ricchezza ed il successo nella vita terrena non sono forse un segno della predestinazione dell’anima e dell’amore di Dio? Se l’Onnipotente ha dato a Jonathan la forza di saltare così, di spiccare il volo dalla pedana e con altri due slanci di lanciarsi verso l’infinito, deve esserci per forza un disegno più grande. E allora vai figliolo, e fai grande il nome del Signore sulle piste di tutto il mondo. Hop, hop, hop, tre volte tocca il piede sulla pista ed il metro sulla sabbia segna 17.44. Buono, ma non basta. Arriva il bronzo. Ma la Bibbia è chiara. C’è un tempo ed un luogo per ogni cosa.
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Il tempo è sicuramente il 1995. Il luogo potrebbe essere Villeneuve d’Ascq, a pochi chilometri da Lille. È lì che si tiene una splendida manifestazione sportiva oggi dimenticata, la Coppa Europa. Nel mese di giugno allo Stadium Lille-Métropole c’è il gotha dell’atletica leggera continentale. La punta di diamante della Gran Bretagna è Linford Christie. Il primatista europeo dei 100 porta ovviamente a casa le due gare di velocità sul breve e aiuta i compagni ad aggiudicarsi le staffette. Non basterà, perché la Germania vince la classifica generale, ma ad impressionare non è lo sprinter anglo-giamaicano. Negli occhi del pubblico resta un salto che pare infinito. Hop, hop, hop, tre volte tocca il piede sulla pista. Ed il Gabbiano Jonathan Edwards vola, vola, sembra non voler mai atterrare. Plana dolcemente ed il metro sulla sabbia segna 18.43. La bandiera è bianca, salto regolare. Il record di Willie Banks che resiste da dieci anni è in frantumi. Ma l’anemometro non è d’accordo. Due virgola quattro metri al secondo di vento a favore. La gara è vinta, ma il primato non è valido. Eppure, fermamente ancorato alla sua fede, Edwards sa che il tempo è quello giusto. Resta da individuare il luogo. Che a prima vista è Salamanca, Spagna.
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Il meeting del 18 luglio è di avvicinamento al Mondiale, ma la forma di Jonathan è straripante. Subito 17.38, poi un altro volo infinito. Hop, hop, hop. La bandiera è bianca, l’anemometro si ferma a uno virgola otto ed il metro sulla sabbia segna 17.98. Un solo centimetro in più del record del mondo, tanto basta a catapultare il figlio del pastore anglicano nella leggenda del salto triplo. La terra promessa sembra raggiunta. Ma non è così. C’è ancora altro da fare. Le vie del Signore sono infinite. E tra una gara ed un aereo, la predestinazione divina porta Jonathan Edwards a Göteborg, Svezia. Campionato del Mondo di atletica 1995, quello in cui Michael Johnson fa bottino pieno tra 200, 400 e 4×400 e Fiona May con 6.98 nel lungo regala all’Italia un meritatissimo oro. Le qualificazioni del salto triplo si svolgono sabato 5 agosto, ma la gara non si tiene il giorno dopo. È in calendario per lunedì 7, come se gli organizzatori avessero temuto che Edwards potesse rivedere le sue posizioni e dare forfait piuttosto che gareggiare di domenica. A conti fatti, una precauzione intelligente. Primo salto. Hop, hop, hop, e parte l’ennesimo volo. È lungo. Lunghissimo. Si vede ad occhio nudo. La bandiera è bianca, salto regolare. L’anemometro tace, uno virgola tre, e con lui tace l’intero Stadio Ullevi. Qualche secondo di silenzio tombale, poi la misura ed il boato. Diciotto metri e sedici centimetri. Record del mondo, di nuovo. Il primo uomo a superare la barriera dei 18 metri si ripete, stavolta con vento regolare. La gara sarebbe già finita qui. Ma l’atletica vive di giornate speciali e al secondo salto il pubblico batte le mani all’unisono all’uomo che vola, al Gabbiano Jonathan Edwards. Si aspettano tutti un altro attimo di eternità. E non rimangono delusi. Hop, hop, hop, regolare, cadenzato, semplicemente perfetto. L’atterraggio buca la sabbia, la bandiera è bianca e l’anemometro ormai festeggerebbe anche lui, se solo potesse. Niente silenzio stavolta, ma applausi scroscianti. E non c’è neanche il boato dopo la misura, ma un’espressione corale di sorpresa, come se in quel preciso istante fosse apparso qualcosa di sovrannaturale a tutti i presenti, nessuno escluso. Diciotto metri. Ventinove centimetri. È di nuovo record. E lo sarà almeno per i ventidue anni successivi.
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Il volo di Edwards continua tra grandi gioie e piccole delusioni, come ad Atlanta, quando quel Kenny Harrison che aveva vinto l’oro ai Mondiali di Tokyo gli porta via la gloria, rompendo anche lui il limite dei diciotto metri. Ma avere trent’anni per un triplista non significa essere sull’orlo dell’abisso, bensì in piena maturità. E quindi nel 1998 arriva il trionfo europeo a Budapest e nel 2001 la replica della vittoria mondiale. In mezzo il meritato oro olimpico di Sydney, vinto in scioltezza con un (per lui) normalissimo 17.71. Lascia la pista nel 2003 ed intraprende un’altra carriera, quella televisiva, da commentatore sportivo e presentatore, anche di programmi religiosi. Poi nel 2007 una inaspettata crisi scuote l’incrollabile fede di Edwards. Dubbi, riflessioni e alla fine il crollo. Il figlio del pastore anglicano ora si proclama ateo. Il Gabbiano ha deciso di allontanarsi dall’ala che lo ha protetto per oltre quarant’anni, alla ricerca di un nuovo e personale significato al proprio volo. Credente o no, il suo nome resta negli annali e nel cuore degli appassionati di sport. Il suo volo leggiadro in tre tempi è nella storia dell’atletica e quella figura schiva, quasi impacciata, ha saputo conquistare ogni pubblico e ogni alloro. Ricordati di santificare le feste, dicevano. Ma nessuno ha mai specificato come. E allora hop, hop, hop, La bandiera è bianca, il salto è valido. Come sempre. Anche di domenica.

 

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Ricky Rubio, l’ultimo dei Playmaker

Playmaker. Più che un ruolo, una dichiarazione di intenti. “To make”, creare. Sottintende un qualcosa di artistico, fatto di tecnica ma anche di ispirazione, di visione di ciò che c’è e di intuizione di cosa potrebbe esserci. Il play è un pittore, il campo diventa una enorme tela tridimensionale, fatta per immortalare i suoi capolavori. Volando da una mano all’altra, la sfera a spicchi lascia infinite pennellate. Alcune sinuose, altre nervose. Ma ognuna indelebilmente firmata da colui che, anche per definizione, il gioco non si limita a gestirlo, ma lo plasma. Anzi, lo crea. C’è il playmaker classico, che disegna traiettorie geometriche, ricercando la perfezione della proporzione aurea anche in un passaggio consegnato. C’è quello impressionista, che nell’irregolarità della distribuzione della palla fa rifulgere la sua unicità. Esiste un play pop, che gioca per stupire e colora il grigiore di un possesso di ventiquattro secondi con scelte al limite del possibile. O addirittura la versione street-art, che regala ai suoi assist il ritmo ossessivo e coinvolgente di un ghettoblaster acceso ai bordi di un playground.

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Poi, di colpo, la crisi. Il passaggio, l’opera d’arte, la firma d’autore, diventa improvvisamente obsoleto. Ora conta segnare. Fade-out improbabili, uno contro uno rischiosi, persino qualche Hail Mary dalla propria metà campo, roba da far impallidire Tom Brady. L’importante è che la sfera termini la sua corsa bruciando la retina. Il ritmo, la circolazione di palla, la visione periferica, tutti optional. Del resto, è anche comprensibile. In un’epoca in cui non ci sono più difese da scardinare, in cui anche consegnare la palla al compagno marcato è considerato assist, il playmaker vede la sua arte offesa e vilipesa. E se in Europa la figura del regista, l’allenatore in campo, è ancora richiesta e apprezzata, complice un maggior tatticismo ed un focus più intenso sulla difesa da parte dei top club, nella National Basket Association abbiamo gradualmente assistito ad una vera e propria estinzione del playmaker. La combo guard, con i suoi trenta punti di media a partita, è il nuovo must.

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Eppure, anche in questa pallacanestro fatta di atletismo e punteggi stratosferici, c’è ancora qualcuno che resiste. Che combatte la sua solitaria battaglia, coraggioso e idealista come il Cavaliere della Mancha, ancora pronto a sfidare i mulini a vento. E come Don Chisciotte, anche il nostro eroe viene dalla Spagna. Non dalle deserte praterie, ma dal mare della Catalogna. Ricard Rubio i Vives. Per tutti, semplicemente Ricky. Per chi ama un certo tipo di basket, l’ultimo dei playmaker. El Masnou è un piccolo comune della costa catalana. Uno di quei gioiellini un po’ nascosti, eclettici, in cui i secoli che passano accumulano tesori architettonici. C’è una villa neoclassica, molti edifici liberty ed altrettanti riconducibili a quell’unicuum artistico che prende il nome di Noucentisme. Ed ecco che torna la creazione, la capacità di vedere chiaramente quello che gli altri non riescono ancora neanche a immaginare. Ma El Masnou è anche famosa per i fiori. Ettari ed ettari di garofani, un panorama cromatico che visto dall’alto fa pensare, che coincidenza, proprio ad un quadro. Dalla sua città natale, Ricky Rubio prende l’eclettismo ed il colore. E proprio come un giovane Kandinsky con in mano una palla a spicchi, parte per il suo personalissimo viaggio, alla continua ricerca della bellezza e dell’armonia. La prima tappa è Badalona, a dieci chilometri scarsi di autostrada. È perlomeno ironico che il primo vero club della sua carriera si chiami Joventut. Perchè a quattordici anni e undici mesi, un ragazzo normale dovrebbe passare le sue giornate a fare i compiti. Ma Ricky non è uno come gli altri. Nelle formazioni giovanili vince le partite da solo, non riescono a fermarlo. È un predestinato, non ci sono dubbi. E quindi nell’ottobre 2005 diventa il più giovane esordiente della storia della Liga, mettendo a referto due punti, un assist e due recuperi. Buona la prima. Ma le successive saranno molto molto meglio.

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Esordio in Eurolega a sedici anni appena compiuti, unico minorenne della storia del basket spagnolo ad essere incluso nel miglior quintetto stagionale della Liga, argento olimpico a Pechino 2008. I record sono tanti, i numeri parlano chiaro. Già, i numeri. Il cinque, ad esempio, quello con cui i Minnesota Timberwolves scelgono il ragazzo di El Masnou nel draft 2009. O il nove, la maglia che accompagna Rubio dalla Spagna agli Stati Uniti. Nel mezzo ci sono un tre, i milioni di euro che il FC Barcelona paga alla Joventut per il contratto di Ricky, e il 2011, l’anno del trasferimento oltreoceano. I numeri contano. Ma se abbiamo deciso di parlare di arte, perchè tale è il livello del giocatore, dobbiamo raccontare molto altro. Qualcuno però non è d’accordo. La NBA snaturata del ventunesimo secolo pretende ormai un tributo dal playmaker. Un tributo fatto di numeri e statistiche. E nessuna cifra è più importante di quella dei punti realizzati. Vaglielo a spiegare agli adoratori del trentone di media a partita che i play odierni fanno milioni di punti perché prendono miliardi di tiri senza un minimo di opposizione. Che tua nonna e le sue amiche del centro anziani, se accuratamente motivate, sono in grado di difendere meglio di quanto faccia qualsiasi quintetto in regular season. Diglielo ai seguaci della tripla doppia che fino agli anni novanta i loro idoli avrebbero fatto un quarto delle cifre che mettono a referto oggi. Che contro una franchigia di media classifica, non serve neanche scomodare i Pistons di Rodman e Dumars, avrebbero una valutazione tendente allo zero assoluto. Non capirebbero. Per i loro canoni un career high di ventotto punti non è niente di eccezionale. Diciassette assist? Bazzecole. Tredici rimbalzi? Westbrook (o chi per lui) li prende da seduto. È davanti a questo scoglio che si infrange l’arte, la creazione, di fronte alla cieca dittatura del numero, che imprigiona l’anima libera di chi dal nulla sa generare il tutto semplicemente passando un pallone.

Rubio non segna, Rubio non tira, Rubio non è da NBA. In realtà è questa NBA che a volte tutto sembra tranne che basket, ma andarlo a dire in giro equivale a predicare nel deserto. Ricky è un artista. E sebbene gli artisti per definizione seguano il proprio flusso senza curarsi del mondo circostante, le critiche fanno male. Segnano nel profondo, più di un infortunio, più di quel legamento crociato che interrompe la prima stagione NBA di Rubio e che gli costa il titolo di Rookie of the Year. E quindi subentra un cambiamento. Lento, sottile, ma costante. Dare alla gente quel che vuole non è esattamente il motto perfetto per chi del proprio genio fa vanto e bandiera, ma ogni artista, chi più chi meno, ha dovuto piegarsi alla logica del mercato. L’arte per amor dell’arte, come diceva Oscar Wilde, è ormai un privilegio per pochi. Se il pubblico vuole numeri, numeri avrà. E quindi pian piano arrivano doppie doppie, addirittura qualche tripla, una partita con sei tiri da tre punti che fa strabuzzare gli occhi ai tifosi dei Wolves e avvelena il fegato a quelli dei Magic. E allora sì che i social network esplodono di giubilo. Attestati di stima, complimenti, ringraziamenti per aver finalmente capito cosa viene richiesto a un playmaker NBA.

Che poi intendiamoci, c’è numero e numero. Cifre di serie A e cifre di serie B. I punti, il caposaldo, la linfa vitale di una prestazione. I rimbalzi, il degno corollario della partita perfetta. Gli assist, mah, quelli ancora si salvano. Le palle rubate invece non interessano granché. Ed è un gran peccato, dato che parliamo di un giocatore capace di vincere per tre anni la classifica NBA in questo fondamentale. E poi i referti purtroppo non tengono da conto proprio tutto. Non c’è statistica che riesca a evidenziare la bellezza di un passaggio, la difficoltà intrinseca di un assist, la perfezione in un attacco al ferro con cambio di mano. Eppure anche questo dovrebbe contare. Ma quando si chiede la quantità sognando anche la qualità, e questo è il grosso cruccio del tifoso NBA, una delle due deve per forza cedere il passo. E nella quasi totalità dei casi, tocca alla qualità. È davvero triste, dato che se gli standard quantitativi odierni non fossero così gonfiati da una tendenza a concedere davvero troppo all’avversario, un talento cristallino come Ricky Rubio verrebbe incensato come merita. Nel corso della carriera per il ragazzo sono stati scomodati paragoni importanti. Shaquille O’Neal, non uno qualsiasi, lo ha definito “il Pete Maravich italiano”. A parte il macroscopico errore di geografia (e magari ad avere uno come Rubio in azzurro!), è un attestato di stima enorme da parte di uno dei migliori centri della storia del basket. E non c’entrano i capelli lunghi che ora non ci sono più, o il pallore della pelle. Quando Shaq nomina Pistol Pete, pensa ad altro. Ad un controllo di palla senza eguali, alla capacità di capire con quel pizzico di anticipo cosa sta per accadere, o cosa può accadere se tu, il creatore, il genio, decidi di spedire la palla in quello spicchio di campo. Al più grande talento creativo della storia della pallacanestro, se diamo ascolto a John Havlicek, un altro che più di qualche campione in campo nella sua carriera l’ha incontrato. Tutte caratteristiche gli addetti ai lavori hanno sempre rivisto in Rubio, ma che sono necessariamente passate in secondo piano davanti alla pesantezza della statistica. E quindi non sorprende neanche la disponibilità dei Wolves a inserire il giocatore in operazioni di mercato. Come se le cifre, quelle stramaledette cifre, siano davvero indicative dell’utilità di Rubio all’interno della squadra. Perché sì, Derrick Rose è stato rookie dell’anno e MVP, ma negli ultimi anni si è rotto più spesso di una lavatrice fuori garanzia. E nonostante ciò, le sue percussioni verso il canestro e i suoi lay-up impossibili valgono la visione di gioco di Ricky? Per i dirigenti di Minnesota evidentemente sì, dato che la trade viene proposta più e più volte ai Knicks. Eppure all’ultimo minuto, quando anche a New York si sono convinti che forse è un affare per entrambe le franchigie, da Minneapolis arriva un no. Forse qualcuno ha riguardato le partite di questa stagione, magari senza farsi accecare dai paraocchi delle statistiche. Perché solo così puoi notare la gestione nel ritmo, la capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, di vedere le cose un attimo prima che accadano. Il playmaker perfetto, dicono alcuni, non è quello che fa venti punti, ma che ne fa fare quaranta ai compagni con i suoi assist. E non intendendo l’assist nell’accezione moderna, io ti do la palla sulla linea del tiro da tre e tu fai quello che ti pare, ma in quello antico, ormai obsoleto, eccoti la sfera, appoggiala al tabellone e torniamo a difendere. Il play, il vero play, è uno alla Mike D’Antoni. Di quelli che, come ripeteva fino allo sfinimento Dan Peterson, in contropiede si fermano sulla linea del tiro libero, tac, arresto e tiro. O scaricano sul compagno che arriva, se proprio vogliono fare spettacolo. Ecco, D’Antoni, uno che se a Houston non avesse spostato in quella posizione James Harden (che a prima vista sembra la descrizione perfetta della combo guard ma che in realtà passa e gestisce il ritmo in maniera divina) farebbe carte false per prendere Ricky. O forse Rubio farebbe più comodo agli Spurs, che prima o poi dovranno arrendersi al fatto che Tony Parker non è immortale. Assieme a Coach Pop e a Ettore Messina, che già lo voleva al Real Madrid nel 2009, troverebbe terreno fertile per il suo basket e potrebbe veramente fare questo benedetto salto di qualità. Non che ne abbia bisogno, ma le cifre, ormai lo abbiamo capito, sono impietose.

Minnesota Timberwolves center Karl-Anthony Towns (32), left, center Gorgui Dieng (5), of Senegal, guard Ricky Rubio (9), of Spain, and guard Andrew Wiggins (22) huddle up during the fourth quarter of an NBA basketball game against the Portland Trail Blazers on Saturday, Dec. 5, 2015, in Minneapolis. The Trail Blazers won 109-103. (AP Photo/Hannah Foslien)

Agli occhi del tifoso medio, Rubio non è da Spurs. E probabilmente neanche da franchigia medio-alta. Ma se a molti questo dispiace, chi sicuramente non si sta strappando i capelli è Tom Thibodeau. Il capo allenatore dei Wolves, che è un attento insegnante di pallacanestro ma anche l’assistente di Popovich in nazionale, ha ben chiaro quanto il gioco dei suoi ragazzi non possa prescindere dall’arte del playmaker di El Masnou. E sa che con Ricky ad armare la mano di un Towns in rampa di lancio e di Wiggins, che ormai è una splendida certezza, c’è spazio per sognare nella terra dei diecimila laghi. Magari è stato proprio lui ad opporsi alla trade, conscio che, data l’attitudine prettamente europea di Ricky alla difesa e alla gestione del possesso, non c’è miglior playmaker possibile per il gioco di Minnesota.

Forse è vero, l’arte per amor dell’arte sta lentamente sparendo. Sui campi di basket della NBA non c’è quasi più spazio per i play vecchio stile. La specie è sulla lenta ma inesorabile via dell’estinzione. Eppure un paio di possibilità ci sono. Darwin insegna, la specie può adattarsi, conservando però le sue caratteristiche di base. Non è necessaria una mutazione, non sarebbe sensato. I playmaker hanno ancora tanto, troppo da dare alla pallacanestro americana e mondiale. Basterebbe fare qualche piccolo passo dall’altra parte, in modo da mettersi più o meno in linea con i diktat delle cifre, ma senza snaturarsi. E questo è il cammino che Rubio sembra aver intrapreso, la lotta quotidiana contro la scure della statistica per vedere finalmente riconosciuto quello che in realtà dovrebbe essere da tempo evidente a tutti. E poi c’è il sogno. Perché di tale si tratta. Verrebbe da usare il termine “speranza”, ma si sa, chi di speranza vive spesso non fa una bella fine. Quindi meglio chiamarlo sogno. Il sogno che un head coach, magari di quelli bravi bravi, di quelli che a ogni critica possono mostrare una mano con su almeno un paio di anelli, decida che la specie non può morire. Un allenatore che lotti affinché un talento non debba adattarsi. Che pretenda e ottenga che un playmaker possa essere libero di esprimere se stesso, il suo gioco, la sua arte, senza che un referto sia in grado esporlo a critiche. Un moderno mecenate del canestro, capace di apprezzare l’unicità di un ruolo e di non sacrificarla alle divinità dei numeri. Solo così potrebbe tornare sui campi il continuo stridere della scarpe sul pavimento, il turbinio degli schemi, delle soluzioni offensive, dei movimenti a smarcarsi. Si udirebbe ancora la regolarità incalzante dei passaggi di un quintetto, guidato da chi è nato per dirigere un’orchestra e non per fare il solista. Oppure un ritmo simile all’incedere ipnotico, sonnolento ma letale, del sonaglio di un serpente, che attende pazientemente il momento migliore in cui colpire la preda. Ma soprattutto tornerebbero la passione ed il genio su di una tela che da troppo tempo ormai è dipinta in maniera fredda e dozzinale. E a colorarla ci penserebbe Ricky Rubio da El Masnou, dando i tempi a un giro palla geometrico e preciso come un quadro di Mondrian, inventando uno scarico così astruso da sembrare un’opera di Magritte o scorgendo chissà dove una traiettoria invisibile agli altri, quasi come Monet con la Cattedrale di Rouen nella nebbia. Il ragazzo con la maglia numero nove potrebbe riaccendere la luce negli occhi di chi ama la pallacanestro, spiegare con il suo esempio a chi si avvicina a questo sport che il basket non è una serie di uno contro uno lunga quarantotto minuti, che il sacrificio della difesa non è inutile, che se sul parquet si è in cinque, beh, uno stramaledetto motivo c’è. E in attesa che tutto questo possa diventare realtà, continuiamo a sognare. Perché in fondo, Michel Gondry insegna. Anche il sogno è una forma di creazione.

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Bradley Wiggins, una vita in fuga

Pedala veloce Bradley Wiggins. Più veloce di chiunque al mondo, è stato capace di percorrere 54,526 km in un’ora, roba da multa per eccesso di velocità. Pista, strada, per lui non ha mai fatto differenza. Il parquet dei velodromi, il pavé del Belgio, dove è nato, l’asfalto delle strade di mezzo globo, nulla riesce a resistergli. Ogni metro, prima o poi, cede il passo alla sua ruota, al colpo sul pedale, al rapporto costante. Chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. È un sport di fatica il ciclismo, mica una passeggiata. È una di quelle discipline che una volta erano quasi sacre, ma che ora molti non praticano più. Come la marcia, o la boxe. Spesso la passione non basta. Chi sceglie di trascorrere gran parte della sua esistenza su un sellino ha quasi sempre un ottimo motivo. C’è chi su due ruote sogna di raggiungere qualcosa, magari la fama o il denaro. E c’è chi invece su di una bicicletta fugge. Come se ogni pedalata, ogni scatto, ogni sprint non fosse altro che un modo di tenere lontani i propri demoni. Bradley Wiggins fa parte di questa categoria.

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È stato in fuga per una vita. Dal mondo, ma anche da se stesso. Puoi essere veloce quanto vuoi, ma da quello che hai dentro non puoi scappare. Non basta il denaro, non basta la notorietà, non è abbastanza neanche un oro olimpico. E un argento. E un bronzo. Atene, estate 2004, sei il primo atleta britannico a vincere tre medaglie nella stessa olimpiade. Eppure non è abbastanza, quel vuoto non lo colmi. Cerchi di riempirlo come puoi. E tenti con l’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Giorno dopo giorno, dalle undici di mattina alle sei di pomeriggio, una sorta di lavoro a tempo pieno. Qualche partita a biliardo, un po’ di sport sulla TV del pub sotto casa, e poi ancora birre. La vita che molti sognano, ma che ti allontana dal resto. Gli affetti, il mondo circostante, la bici. La bici è lì, a casa, a prendere polvere. Tanto non è servita a nulla, non è bastato portare a casa le medaglie in nome di Sua Maestà. Niente contratti pubblicitari milionari, niente ingaggi faraonici, niente di niente. Solo quel vuoto che niente e nessuno è in grado di colmare.

I giorni diventano settimane, le settimane scorrono e si trasformano in mesi. Due. Cinque. Nove. Nove mesi, giusto il tempo necessario a Catherine per dare alla luce il piccolo Benjamin. È la scossa che serve. Il senso di un’esistenza che sembrava perduta ritrovato nel pianto di un neonato. C’è un tempo per tutto, lo dice anche la Bibbia, ed il tempo della crisi finisce in quell’istante. Ora ogni metro, ogni salita, ogni scatto ha una ragione d’essere. Sedersi su quel sellino è l’unico modo che Wiggins conosce per stare accanto a sua moglie e a suo figlio. E quindi di nuovo chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Lentamente l’alcol viene spurgato dall’organismo ed i chili presi pian piano se ne vanno. Ritorna invece la voglia, lo spirito di competizione, la necessità di mettersi alla prova. E se la pista è stata la sua casa, ora Bradley torna sulla strada. Vince una cronometro al Circuit de Lorraine, poi partecipa al Giro d’Italia. Centoventicinquesimo. Per carità, non uno di quei risultati di cui vai fiero, ma arrivare a Milano dopo tre settimane di fatica e reduce da mesi d’inferno vale quanto una medaglia d’oro. Ben gli ha salvato la vita, Wiggins lo sa. Non sorprende quindi che tra i mille tatuaggi sparsi per tutto il corpo, suo figlio abbia il posto d’onore. Tre semplici lettere, tatuate sopra il cuore. Qualche anno dopo ci aggiungerà Isabella.

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In un certo senso, essere un campione è semplice. Essere padre, un buon padre, è una sfida molto più complessa. E anche questo Bradley Wiggins lo sa bene. Se è nato a Ghent, nel cuore delle Fiandre, dove il pavé ti spacca le gambe e gli ammortizzatori della macchina, c’è una ragione. Suo padre, Gary, è un ciclista professionista. Uno specialista delle Sei Giorni, che tutti chiamano Doc. Per la preparazione meticolosa delle gare, forse. Oppure per quelle brutte storie che lo indicano come fornitore di sostanze stimolanti ai colleghi. Una carriera trascorsa nei velodromi di mezza Europa, lui che viene dalla lontana Australia dove ha lasciato una moglie ed una bambina. A Londra conosce Linda ed è colpo di fulmine. La coppia si trasferisce in Belgio ed è lì che Bradley impara a camminare e a dire le sue prime parole. Ma l’idillio si spezza, Gary lascia di colpo moglie e figlio, che fanno ritorno in Inghilterra. Per sedici lunghi anni non avranno contatti. Nessun ricordo, giusto qualche foto assieme. Eppure qualcosa rimane. Bradley ha dodici anni, a Barcellona ci sono le Olimpiadi. E sul parquet del Velòdrom d’Horta c’è una bicicletta che schizza a velocità supersonica. Sul sellino c’è un ragazzo con indosso la Union Jack che spinge sui pedali come se ne andasse della sua vita. Chris Boardman vince l’oro nell’inseguimento e conquista il cuore di Wiggins. Linda comprende, sa che il piccolo Bradley ha le due ruote nel DNA. Certe cose non si cancellano. Inizia così una carriera strepitosa.

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Vittorie su vittorie, la diffusa sensazione di trovarsi davanti a un fenomeno. Inviti, sponsorizzazioni, ogni porta si spalanca. Il trionfo nell’inseguimento ai mondiali giovanili del 1998 certifica quello che gli addetti ai lavori avevano capito da tempo. Bradley Wiggins è la nuova speranza del ciclismo britannico. Neanche il tempo di poter prendere la prima birra al pub, che la Nazionale lo chiama. C’è un’Olimpiade da preparare, chilometri su chilometri, allenamenti, gare, ogni santo giorno. Ed è proprio in previsione dell’appuntamento a cinque cerchi che a fine 1999 Bradley sta scavando solchi sul parquet di un velodromo di Sydney. Ma c’è un altro motivo. Gary Wiggins. Un contatto a sorpresa, poi un altro, e la sofferta quanto logica decisione di rivedersi. Non c’è molto tempo, le Olimpiadi incombono. Un anno ed un bronzo dopo, Wiggins decide di tornare in Australia. Tre mesi di allenamenti e la possibilità di passare finalmente del tempo con suo padre. È una delusione totale. Gary vive in una roulotte, gli è stata ritirata più volte la patente per guida in stato di ebbrezza. È un uomo disilluso, segnato da un incidente che gli ha distrutto la vita e la carriera e che ha cercato e trovato rifugio nell’alcol. Una, due, cinque, dieci pinte. Nessuna possibilità di recuperare un rapporto ormai compromesso. I due non si rivedranno mai più. Wiggins senior termina i suoi giorni in un vicolo di Aberdeen, New South Wales, colpito alla testa durante una lite. È il gennaio 2008. Bradley Wiggins non partecipa ai funerali di suo padre, ma nella roulotte vengono ritrovati ritagli di articoli e fotografie che documentano la sua carriera. Un abbraccio postumo, ma certamente sincero. La morte però non cancella il passato. Bradley sarà per sempre segnato dall’abbandono in tenera età. Anche e soprattutto per questo è ben attento a non ripetere gli errori paterni.

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Pechino 2008, Londra 2012, il record dell’ora, altri ori, altri trionfi, ma un solo comune denominatore. La famiglia. Catherine, Ben e Isabella sono sempre lì, accanto a lui. Cambiano i tagli di capelli, passano gli anni, ma non i sorrisi. E quando il parquet della pista lascia il posto all’asfalto o al pavé, il discorso è sempre lo stesso. Il 2012 è l’anno di grazia. Delfinato, Parigi-Nizza, Romandia. Preparazione perfetta per il Tour. Lo ripete da sempre Bradley, un giorno vincerò un oro olimpico, indosserò la maglia gialla. Con le medaglie vinte può già replicare i cinque cerchi, ma la parata sugli Champs-Élysées è tutta un’altra storia. Due tappe vinte, ovviamente entrambe le cronometro, ma anche tanta gamba sulle Alpi e sui Pirenei. È un Wiggins totalmente in controllo, capace di tenere testa ai migliori scalatori del mondo. L’obiettivo è a portata di mano, la penultima tappa, la seconda crono, lo certifica. E quando il traguardo finale è tagliato, quando, già leggenda del ciclismo su pista, entra di diritto nella storia delle due ruote su strada, c’è un ultimo sogno da realizzare. Il giro d’onore è con la Union Jack al collo e con accanto Ben, un po’ fuori tema con camicia e pantaloni lunghi, ma evidentemente a suo agio su di una bici.

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La storia agonistica di Wiggo termina nel 2016, con l’ennesimo oro olimpico a Rio de Janeiro. In mezzo una fama stratosferica, stavolta molto ben gestita. Apparizioni TV, sorprese graditissime come suonare la chitarra assieme al suo idolo Paul Weller, addirittura una linea di abbigliamento personalizzata, in collaborazione con uno dei marchi simbolo della cultura Mod. Ma anche tanto impegno sociale, con la nascita della Fondazione Wiggins, sportivo, con l’impegno a tenere alto l’interesse per il ciclismo nel Regno Unito e letterario, con ben quattro libri all’attivo. Eppure, nonostante una carriera eccezionale, probabilmente unica, il premio che sta più a cuore a Bradley è il sorriso dei suoi cari. Del resto mamma Linda insegna. Certo, la maglia gialla è importante, ma nel cuore di una madre la vera medaglia è vedere il proprio figlio felice e sereno, libero dai propri demoni. Una vita complicata quella del ragazzo di Ghent, sempre sospesa tra la gloria e l’inferno, passata a scappare da fantasmi che ogni tanto hanno avuto la meglio. Ma ad ogni caduta, reale o metaforica, è sempre seguita una rinascita. Un percorso, metro dopo metro, pedalata dopo pedalata, che ha portato Bradley Wiggins alla grandezza eterna e alla soddisfazione di potersi guardare allo specchio e vedere il ciclista e l’uomo che ha sempre desiderato essere. Il traguardo è arrivato, Wiggo può scendere dal sellino e appendere la bici al chiodo. Finalmente non gli servirà più. La fuga, quella più importante, è riuscita.