Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Pallacanestro Gavirate: una vecchia storia di sport in rosa

Leggendo qualche giorno fa qui su Io Gioco Pulito il bell’articolo di Elisa Mariella che, in occasione della Festa della Donna, parlava di donne sport e discriminazione  sono come tornato indietro nel tempo, a quando mi occupavo di sport femminile, dirigente giovane e precoce, per scelta obbligata visto che come atleta proprio non ce la facevo, e aspirante giornalista. Una storia di sport in rosa che vorrei raccontarvi. L’anno era il 1989, io, di anni, ne avevo 24, ed accettai dopo esperienze nel tennis e in un’altra società di basket, il posto di addetto stampa nella Pallacanestro Gavirate, società nata nel 1969 per portare avanti l’attività di un gruppo di ragazzine che partendo da zero erano in pochi mesi riuscite ad arrivare seconde nella fase provinciale dei Giochi della Gioventù perdendo la finale di un nulla.

Anno dopo anno il movimento a Gavirate crebbe, sempre in chiave rosa, iniziò ad esistere anche una sezione maschile ma tutto continuò a girare intorno alle ragazze. Nel 1978 arrivò per la prima volta la serie B,  nel 1985 il gruppo delle cadette divenne vice campione d’Italia, squadra che aveva in panchina come allenatore Bruno Arena, che poi sarebbe diventato famoso insieme a Max Cavallari nel duo “I Fichi d’India”, perdendo solo in finale contro Schio, società molto più grande e da anni stabile in A1. Fu l’inizio di un sogno. Nel 1986 venne riconquistata la Serie B, nel 1988 furono giocati per la prima volta i playoff per la promozione in A2.

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Gavirate è una bellissima cittadina sulle rive del Lago di Varese, famosa per i Brutti e Buoni e per il canottaggio, oggi vi sorge il centro di allenamento europeo della nazionale australiana ad esempio, è sempre stata rappresentata da una buona squadra di calcio, ma fu conquistata dal basket femminile e fu un amore che durò a lungo, e ancora dura. Quando vi arrivai io le ambizioni erano molte, e, diciamolo, nemmeno mancavano i mezzi per inseguirle, erano gli anni pre-tangentopoli, c’era molta inflazione, ma il lavoro non mancava e nemmeno le sponsorizzazioni per le società sportive, anche quelle non di primissimo piano.

In quegli anni a Gavirate venne anche inaugurata la nuova scuola superiore, con annessa una palestra che era praticamente un Palazzetto e dove la squadra di pallacanestro poté trasferirsi per giocare le partite casalinghe. Le tribune in occasione delle partite delle ragazze erano sempre gremite e divennero una sorta di salotto buono, non mancavano mai rappresentanti dell’amministrazione comunale, lo stesso Sindaco del paese fu per un periodo Presidente della società, e nemmeno personaggi importanti, la frequentavano il Professor Zucchi, ortopedico di fama internazionale che in quel periodo operava i più famosi calciatori quando avevano problemi alle ginocchia, la cui figlia Francesca  era la capitana e playmaker della squadra, Toto Bulgheroni, allora Presidente della Pallacanestro Varese, la storica società delle 5 Coppe Campioni con 10 finali consecutive, dei 10 scudetti e tanto altro, un giovanissimo Andrea Meneghin, allora grande promessa del basket varesino che si vedeva con una altrettanto giovane giocatrice gaviratese, e tanti altri, imprenditori locali, centinaia di appassionati. Nemmeno mancava a volte qualche giocatore del Varese Calcio. Il preparatore atletico della squadra, Antonio Ghelfi, ex decatleta di livello nazionale era anche nello staff della Pallacanestro Varese, e una sera rimasta memorabile arrivò in tribuna in compagnia di Reggie Theus, uno dei più forti ex NBA ad aver mai giocato nel campionato italiano, classe 1957, nona scelta assoluta nei draft del 1978 dopo una carriera universitaria a University Nevada Las Vegas, e poi giocatore di Chicago Bulls, Kansas City Kings, Atlanta Hawks, Orlando Magic, New Jersey Nets, 19.015 punti, 3.349 rimbalzi e 6.453 assists nella NBA, due volte all’All Stars Game.

Furono anni intensi, oltre che addetto stampa iniziai ad occuparmi anche delle statistiche e divenni dirigente accompagnatore della squadra Juniores, con cui si girava la Lombardia nelle sera in settimana, mentre con la squadra maggiore si girava tutto il Nord Italia nei week end. I risultati non mancarono, dopo un quinto posto nel 1989/90 nel 1990/91 tornarono a giocare a casa due delle primattrici della squadra cadette del 1985 che avevano tentato l’avventura in A1, Monica Terzaghi ed Elsa Piva, c’era poi  Sabrina Confalonieri, da Rho, e tante altre ragazze:  arrivò la vittoria nella stagione regolare, ma i playoff rimasero indigesti, vinta facilmente la prima partita della serie con Valmadrera 69-55 arrivò una sconfitta altrettanto netta, 73-59 al ritorno a Lecco e pochi giorni dopo Gavirate cadde anche in casa nella bella. La Serie A2 restava un sogno.

Ci si riprovò l’anno successivo, e di nuovo arrivò una vittoria nella stagione regolare. Il morale era alto e tutta la città voleva questa benedetta Serie A. La televisione locale, Telesettelaghi, riprendeva le partite casalinghe e le trasmetteva il giorno seguente per chi non avesse potuto seguirle dal vivo, spesso, in occasione dei match clou era presente anche in trasferta. In quel 1992 il primo turno di playoff fu superato, contro il Biassonno, sconfitto di misura 53-52 alla bella. La formula del campionato prevedeva che i gironi dell’Italia settentrionale a quel punto si incrociassero: Gavirate si sarebbe giocata la Serie A2 con Treviso, in caso di sconfitta avrebbe avuto ancora una possibilità in uno spareggio in campo neutro con la sconfitta dell’altra finale settentrionale. Gara1 a Gavirate andò per il meglio 69-59 alle trevigiane e la promozione a un passo.

Sulla panchina del glorioso Basket Treviso sedeva però una grande donna, Nidia Pausich, 8 volte campionessa italiana da giocatrice, e stella della nazionale per anni. Fece tesoro di quella sconfitta, elaborò le contromisure  e al ritorno a Treviso le sue ragazze andarono avanti 23-8 all’avvio e ressero fino alla sirena salvando uno scarto di 3 punti. Dico la verità, non eravamo particolarmente preoccupati, si diede la colpa a uno sfortunato avvio e tutti giocatrici, dirigenti, tecnici si era convinti di poter chiudere alla bella, nuovamente sul parquet di casa. Non fu così, le ospiti si presentarono da dominatrici e spazzarono via Gavirate 71-87.

Restava un’ultima possibilità, sul neutro di Lissone, con le rivali di tante battaglie nella regular season, le ragazze della Classese Broni. La tensione era a mille, l’interesse enorme anche nel resto della provincia, uscii con ben tre articoli di presentazione sul giornale di Varese La Prealpina nei giorni precedenti la partita. Fu un sfida epica, come solo in provincia succede quando interi paesi sono coinvolti, quando tutte le giocatrici in campo sono figlie, nipoti, amiche, fidanzate di chi sta in tribuna. Si giocò in una bolgia assoluta. Al termine dei 40 minuti non ci fu un vincitore: 62-62 e tempo supplementare. Gavirate si trovò ad attaccare verso il canestro sotto la curva dei tifosi pavesi, che lo mossero varie volte, la panchina del Gavirate protestò a lungo, un vigile urbano di Lissone si prodigò per farli smettere e mantenere la calma. Sul 72-72 a 9 secondi dalla fine l’arbitro dovette scegliere se fischiare un fallo ai danni di Piva o contestarle l’infrazione di passi, scelse quest’ultima via e il pallone tornò nelle mani di Broni per l’ultima azione, la playmaker Lucia Rossi subì fallo, anche se allora nella cronaca per la Prealpina lo definii ”fantomatico”, da Terzaghi e fu freddissima in lunetta. 74-72 il finale per Broni:

“ A Gavirate dunque restano solo le lacrime e il rammarico per un sogno accarezzato a lungo e purtroppo svanito”

scrissi il giorno dopo.

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Fu un colpo duro per tutti. Una delusione troppo grande. L’anno dopo si riprovò, ma stavano cambiando i tempi, si era in pieno periodo di tangentopoli, il periodo delle vacche grasse stava finendo. Io da pochi mesi avevo un lavoro fisso, in banca, forse non era più il tempo dei sogni. Me ne andai a metà della stagione 92/93, ricordo la data l’otto dicembre, dopo una furiosa lite con l’allenatore. Da allora mi è rimasto come vezzo il dire che sono stato l’unico dirigente al mondo  esonerato da un tecnico e un perverso brivido di piacere mi attraversa ogni qual volta, per qualsiasi ragione in qualsiasi sport, un allenatore viene licenziato. A fine stagione finì per tutti: le giocatrici vennero cedute a Luino, e la Pallacanestro Gavirate rimase presente solo nell’attività giovanile. Tornò ad avere una prima squadra in Serie C nel 2000 e tuttora ce l’ha e continua ad impegnarsi per permettere alla ragazze e alle bambine  del paese e di quelli vicini di poter fare sport.

 

Anche molte di quelle ragazze non ebbero una carriera lunghissima, prevalsero lo studio, il lavoro, la famiglia, chi divenne medico, chi giornalista, chi imprenditrice,ma sono sicuro ricorderanno quegli anni come li ricordo io, le lunghe trasferte in autobus, a volte in auto, le cene dopo la partita a volte euforiche e vincenti, a volte tristi dopo le sconfitte, e tanti momenti più o meno belli, i recuperi dopo gli infortuni nelle sapienti mani di Alberto Barausse, fisioterapista che ne sapeva più del diavolo e un passato in Marina Militare, i dopo allenamento al Bar con l’eterno problema dei capelli bagnati, ma soprattutto l’essere state  l’orgoglio di un paese essendo donne, senza in questa storia nemmeno un ‘ombra di discriminazione.

Mai Stati Uniti: ecco perchè alle Olimpiadi non vedremo mai il Team Europa

Mai Stati Uniti: ecco perchè alle Olimpiadi non vedremo mai il Team Europa

Qualche giorno fa un membro del Comitato Esecutivo dell‘Istituto Affari Internazionali, Carlo Musso, ha lanciato l’idea, per poter far appassionare gli europei alla bandiera e allo spirito dell’UE di competere almeno a livello olimpico con un unica squadra in rappresentanza dell’Unione. Lo stesso Musso ha specificato che bisognerebbe farlo solo in alcune discipline, escludendo a priori tutti gli sport di squadra, in primo luogo il calcio, e ha dichiarato che sarebbe l’ideale iniziare dall’atletica leggera.

La questione apre a varie perplessità: innanzitutto non è per nulla detto che avere gli atleti più forti raggruppati sotto un’unica bandiera calamiti intorno ad essa tutti gli appassionati dei 27 paesi, la maggior parte dei quali avrebbero ben pochi se non nessun rappresentate. Emblematico è quello che succede quando si fondono due squadre di calcio, o di rugby come sembra avverrà in Francia a breve tra Racing e Stade Francais: proteste, tifosi inviperiti, e polemiche a non finire. C’è anche l’esempio britannico, ora fuori dall’Unione, che storicamente ha sempre problemi enormi a schierare nel calcio una squadra unica tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda al punto da non presentarsi mai alle Olimpiadi, facendo a fatica un’eccezione per i Giochi londinesi del 2012 dove una selezione messa insieme tra le polemiche non è andata oltre i quarti di finale eliminata dalla Corea del Sud.

Per alcuni sport il team unico europeo sarebbe la morte della gara olimpica da un punto di vista tecnico, escludiamo pure gli sport di squadra, ma quale sarebbe il livello del tennis con quattro giocatori e quattro giocatrici in tutto in rappresentanza di Spagna, Germania, Italia, Francia, Paesi Bassi, Slovacchia, Repubblica Ceca e quant’altro? E andrebbe ancora bene perché Federer e Wawrinka sono svizzeri e che la Gran Bretagna se ne è uscita togliendo Murray dal conto. E lo sci alpino con quattro rappresentanti per disciplina tra Italia, Francia, Germania, Austria, Slovenia? Già ora col limite dei quattro atleti per nazione negli sport invernali le gare di Olimpiadi e Mondiali sono tecnicamente inferiori a quelle di Coppa del Mondo dove i paesi più forti possono schierare molti più rappresentanti, con una rappresentativa europea diverrebbero contese dove alle spalle dei primissimi al mondo ci sarebbe il vuoto assoluto.

 Anche limitandoci alla sola atletica leggera introdurre una formula del genere sarebbe anche un duro colpo per il movimento nei paesi più piccoli dell’UE: non bisogna infatti dimenticare che in molte realtà si gareggia non per vincere una medaglia olimpica, o anche solo centrare la finale, ma per esserci, e a questo punto moltissimi atleti e atlete che essendo i migliori della loro nazione e in grado di ottenere il minimo di partecipazione saprebbero in partenza che non varrebbe nemmeno la pena provarci in quanto mai e poi mai sarebbero selezionati tra i primi tre europei, non solo, ma superstar a parte, si finirebbe col fare delle convocazioni politiche per non scontentare nessuna nazione e dar e a tutti almeno un paio di rappresentanti. Immaginiamo anche la gioia delle federazioni, che spesso si vedono attribuire fondi dai governi in base al numero dei praticanti e a quanti riescono a portarne ai Giochi, vetrina fondamentale per una nazione non solo a livello sportivo. Un esperimento poi è già stato tentato, con la Coppa del Mondo di atletica, che vedeva al via gli USA, le prime due nazioni della Coppa Europa e cinque selezioni continentali. Fu disputata dal 1977 al 2006 per un totale di dieci edizioni che non riscaldarono gli animi di nessuno e poi fu soppressa. Quindi suvvia, almeno nello sport lasciateci le nostre vecchie bandiere…

I pionieri del Football ponentino: le origini del calcio in riviera

I pionieri del Football ponentino: le origini del calcio in riviera

Incontriamo oggi Gerson Maceri, sanremese, poco più che trentenne, laureato in Letterature e Civiltà Moderne con una tesi su Mario Calvino, di professione insegnante di scuola secondaria a Pigna, in alta Val Nerva, e grande appassionato di sport. Allena gli allievi del Camporosso, e qualche tempo fa ha portato la formazione di un oratorio del Ponente ligure, quello di San Rocco alle finali nazionali di football sala a Milano, anche è stato tra i fondatori del Rugby Sanremo. Recentemente, unendo la passione per lo scrivere e per la storia a quella per il calcio e per la sua terra ha presentato il suo volume “I Pionieri del Football Ponentino” dedicato agli albori del calcio nel Ponente ligure. Riteniamo importante dare spazio a queste iniziative che potrebbero sembrare locali, ma che in realtà sono fondamentali nel tramandare un patrimonio storico e sportivo che è di tutti.

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Gerson come sei arrivato a scrivere di storia del calcio e come ti è venuta l’idea di questo libro?

Nel 2007 pubblicai sul web “Sanrepedia – Il mondo biancoazzurro”, un’enciclopedia multimediale interamente e puntigliosamente dedicata alla storia della Sanremese Calcio. Nel corso delle mie ricerche, mi accorsi immediatamente del vuoto non tanto documentario, quanto conoscitivo sulle origini del football matuziano. Il primo dogma facilmente confutabile, per esempio, riguarda la fondazione della squadra, avvenuta nel 1919 e non nel 1904 che in realtà è data relativa all’Unione Sportiva, allora non ancora comprensiva di una sezione calcistica.

Presentaci il tuo libro sul calcio ponentino.

 Ho voluto raccontare le origini di questo bellissimo sport nella mia terra. Nel corso della narrazione narro di trame inedite e di pionieri finora sconosciuti, facendogli prendere forma e vita in un racconto senza edulcorazioni romanzesche salvo quelle dei cronisti dell’epoca, che ci restituiscono ruvidità e approssimazioni del calcio che fu. Nel 2004 la Sanremese ha celebrato il suo centenario con ampio anticipo, tre lustri, sfruttando l’eterno equivoco tra la fondazione dell’ Unione Sportiva Sanremo e quello della relativa sezione calcio, avvenuto in realtà nel 1919, la ricorrenza fu sfruttata in più modi, per assicurarsi il Gala della Serie D, una due giorni sponsorizzata dal Corriere dello Sport e culminata col match tra la Top 11 e la Under 20 della Serie D, per ottenere il ripescaggio tra i professionisti, per ospitare in amichevole la Sampdoria. Ho voluto così rimettere ordine nelle vicende storiche: la sezione calcio della Sanremese inizia ad apparire sui media dell’epoca appunto solo nel 1919, e anche risulta che abbia adottato i colori bianco e azzurri solo nel 1921, prima le divise erano nerostellate, proprio come quelle del Casale.

Fra le rivelazioni di questa ricerca figurano anche la “paternità”ufficiale del football matuziano, spettante all’avventuroso padre francese Théobald Aumasson nel 1910, il precoce confronto coi “maestri inglesi”, quelli della “St. George’s United” nel 1912), gli innumerevoli test match (rugbysticamente intesi: incontri, cioè, non meramente amichevoli ma nemmeno inquadrabili all’interno di competizioni ufficiali), la genesi delle varie espressioni pallonare cittadine (Speranza, Ausonia, Sanremo, Ardita, Risveglio & Co.), e i primi e chiacchieratissimi successi (Coppa Sghirla, 1920, e Coppa Locatelli,1922) nel segno di un grezzo, malcelato professionismo.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Continuerai a raccontare la storia del calcio ligure?

“I pionieri del football ponentino” è solo il primo volume di una collana che comprenderà anche una monografia sullo stadio “Comunale” (già “Littorio”, magnificato negli anni ’30 dagli addetti ai lavori e recentemente scelto per adornare la copertina di “Stadi d’Italia” di Sandro Solinas) e altri “capitoli” significativi della storia biancoazzurra (fra cui l’irripetibile affaccio nel calcio che conta, la Serie B, fra 1937 e 1940). Non escludo anche l’uscita, prossimamente, di una raccolta di racconti sulle miserie umane e tecniche del calcio contemporaneo.

Tra Storia e neve, a Forni Avoltri riparte il biathlon italiano

Tra Storia e neve, a Forni Avoltri riparte il biathlon italiano

Forni Avoltri è un piccolo comune di nemmeno 600 abitanti in provincia di Udine. La storia però ci è passata innumerevoli volte: nel 1508 fu saccheggiato dai lanzichenecchi, durante la prima guerra mondiale fu evacuato e utilizzato come base di rifornimento delle truppe italiane in prima linea e ospitò un ospedale militare. Dopo la rotta di Caporetto fu anche invaso dagli austriaci. Nell’ultimo anno della seconda guerra mondiale fu bombardato e rastrellato dai tedeschi e vi si stabilirono per un periodo le truppe cosacche. Nel 2017 invece, grazie all’Associazione Amici del Biathlon, col pieno supporto dell’amministrazione comunale, Forni prova a far conoscere il suo nome anche nell’ambito degli sport invernali, è infatti nato ufficialmente il Centro Federale Carnia Arena di Piani di Luzza – Forni Avoltri, per la pratica di fondo e soprattutto biathlon. Forni infatti è una delle poche località italiane ad ospitare un poligono di tiro regolamentare per la pratica di questo antico sport di tradizione militare, oggi molto seguito e conosciuto soprattutto in Germania, in Russia e nei paesi dell’ex unione sovietica, nei paesi nordici, che in diverse altre nazioni europee tra cui l’Italia, e la Francia che vanta al momento il miglior atleta in campo maschile, Martin Fourcade.

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Il poligono a Forni esiste dagli anni Novanta, e ha già ospitato manifestazioni importanti, gare di IBU Cup, la seconda rassegna mondiale del biathlon in ordine di importanza dopo la Coppa del Mondo, Campionati Mondiali Giovanili e Mondiali estivi, sugli ski roll. In questo 2017 però è arrivato il momento del rilancio della struttura, è nato come dicevamo un Centro Federale dove è possibile praticare sia lo sci di fondo che il biathlon con a disposizione istruttori della Federazione, e importanti investimenti sono alle viste, anche se si vorrebbero costruire dei trampolini-scuola per poter sviluppare anche la disciplina del salto con gli sci. Al momento l’impianto dispone di diversi anelli, da 15, 10, 7,5, 3,75 e 2,5 chilometri, questi ultimi utili per il biathlon, con  sette punti di innevamento artificiale, utilizzati da oltre 300 atleti ogni giorno che si allenano nel fondo e al poligono, facenti parte di diversi sci club regionali, ma anche di alcune nazionali di biathlon e fondo che a Forni hanno tenuto collegiali. In estate è disponibile un anello di 4 chilometri per la pratica dello ski roll, e proprio grazie a questo tracciato estivo a Forni si tornerà questa estate, dal 14 al 16 luglio, ad ospitare un evento di importanza internazionale: si tratterà della quinta edizione del Frassinoro Summer Biathlon Festival.

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Si tratta di una delle poche manifestazioni estive dedicate al biathlon che si è tenuta dal  2012 al 2015 appunto a Frassinoro, comune della provincia di Modena, dove però la manifestazione è saltata lo scorso anno per diciamo incomprensioni tra il comitato organizzatore e la locale amministrazione comunale. E’ nata dunque l’idea di spostare tutto in Carnia, dove gli organizzatori dell’evento, che erano in possesso di una marchio di prestigio che nelle precedenti edizioni ha ospitato atleti di gran nome e attirato migliaia di spettatori che hanno trovato una casa disponibile ad ospitarli, oltretutto con un poligono regolamentare in grado di alzare notevolmente il livello dello spettacolo offerto dagli atleti ospiti rispetto a quello provvisorio che veniva allestito per le vie di Frassinoro. Il programma della manifestazione è già stato diffuso e prevede per venerdì 14 luglio le qualificazioni delle gare riservate ai giovani e la sera una cena benefica aperta al pubblico alla presenza di atleti e stampa. Sabato 15 sarà la giornata clou, con le finali giovanili al mattino, un altro pranzo in condivisione con gli atleti sotto il tendone e, nel pomeriggio, prima una gara esibizione in cui alle giovani promesse del biathlon sarà possibile competere in coppia con campioni affermati, e successivamente la vera e propria sfida tra i senior con la formula della staffetta mista (un uomo e una donna). Ancora in serata una cena con gli atleti. L’ingresso sarà gratuito e le spese dell’evento saranno coperte con la vendita dei pasti. Domenica 16 ci sarà spazio per una prova non competitiva per le suggestive strade carniche stavolta in bicicletta aperta a tutti. L’occasione sarà anche un bel modo di unire due diverse culture, quella carnica e quella emiliana, e questo sarà fatto anche, o forse soprattutto…, a tavola, visto che le cucine prepareranno per il menù specialità tipiche di entrambe le terre, cercando di rendere indimenticabile anche da quel punto di vista il week end per chi deciderà di esserci.

E’ già data per certa la presenza dell’intera nazionale italiana maschile e femminile, mentre si attendono conferme per quanto riguarda gli ospiti internazionali, che in passato sono giunti numerosi al Frassinoro Summer Biathlon Festival. Anche Lowell Bailey, recentissimo Campione del Mondo della 20 km, l’Individuale in gergo, la gara con più storia dell’intera disciplina, è stato spesso ospite in passato a Frassinoro, e durante i festeggiamenti per la storica medaglia, la prima per gli USA nel biathlon ha già promesso in un video di essere presente anche a Forni Avoltri nel prossimo luglio. Contatti sono in corso con i direttori sportivi delle nazionali di Francia, Svizzera ed Estonia per avere dei loro rappresentanti al Festival.

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Per il futuro è fermo proposito dello staff della Carnia Arena riportare in Friuli anche gare ufficiali del circuito invernale internazionale, anche se certo ci sarà da lavorare molto per arrivare a questo risultato, che però visto l’impegno che ci stanno mettendo a Forni e la bellezza dei percorsi, tra l’altro sempre i primi ad essere aperti a inizio stagione in Italia e sull’intero Arco Alpino, pare ampiamente alla portata.

Tor di Valle e l’età dell’oro del trotto romano

Tor di Valle e l’età dell’oro del trotto romano

A causa delle vicende legate alla realizzazione dello stadio della Roma, è ritornato in questi giorni agli onori delle cronache l’ippodromo del trotto di Tor di Valle, che sorge proprio dove si dovrebbe costruire il nuovo impianto per il calcio. La richiesta di vincolo proprio sulle strutture dell’ormai dismesso trotter formulata dalla Sopraintendenza ai Beni Culturali su proposta di Italia Nostra è l’ultimo intralcio in ordine di tempo all’effettiva partenza del progetto stadio. Noi di Io Gioco Pulito abbiamo ritenuto giusto, andare a scoprire la storia dell’ippodromo che è stato per decenni, dagli anni Sessanta agli anni Novanta, un punto di riferimento del trotto italiano e spesso internazionale, in anni in cui le corse dei cavalli erano qualcosa di molto importante in Italia, mi perdoneranno i colleghi romani se l’ho fatto io che romano non sono, ma frequentatore di ippodromi e innamorato dell’ippica da oltre trent’anni sì.

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Fu costruito tra il 1957 e il 1959, parte dei lavori per le Olimpiadi di Roma 1960, a Villa Glori,, dove dal 1908 venivano disputate le corse al trotto nella Capitale, doveva sorgere il villaggio olimpico, e così sì studio per il trotto, allora in grande auge, un impianto nuovo, enorme, uno dei più grandi d’Europa ancor oggi, e venne fatto progettare all’architetto madrileno Julio Lafuente, archistar dell’epoca, che lo disegnò con criteri innovativi, la struttura delle tribune è considerata la più grande paraboloide iperbolica al mondo, e ha un punto di forza nella grande e spettacolare vetrata, anche se gli interventi realizzati negli anni ne hanno compromesso il carattere, con un ampliamento del solaio, tribune e parterre inscatolati, controsoffitti che occultano le “umbrelle”, oltre alla perdita di funzionalità della vetrata posteriore. Era in grado di ospitare fino a 50.000 spettatori. La pista da corsa è lunga 999,508 metri e il fondo pista è così composto, dal basso verso l’alto: uno strato di sabbia di 10 cm, un sottofondo  in breccione di 45 e un manto di tufo compatto di 20 cm, entriamo tanto nei dettagli perché la conservazione del sedime del tracciato è uno dei motivi, insieme all’architettura delle tribune, che hanno portato la Sovraintendenza a richiedere il vincolo sull’impianto.

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Torniamo ora indietro nel tempo e trasferiamoci nella Roma del dicembre 1959, in piena fibrillazione per le imminenti Olimpiadi. A Tor di Valle si lavorava alacremente, per poter inaugurare la struttura entro fine anno. Il “Trotto italiano” del giorno 11 dicembre ’59 così descriveva la situazione:

“A Tor di Valle si correrà il 26 dicembre. Le migliorate condizioni del tempo hanno permesso un più celere andamento dei lavori per cui risulta confermato che da lunedì prossimo saranno agibili la pista d’allenamento ed almeno 300 boxes per ospitare i trottatori.

Naturalmente non si può pretendere che Tor di Valle sia perfettamente a punto: ma è, stando alla conferma degli elementi responsabili, in condizione di funzionare.
E’ pertanto assicurata l’inaugurazione per il 26 dicembre”

Come prova centrale della giornata d’apertura venne creata una corsa ad hoc, il premio Tor di Valle per cavalli di ogni paese di 4 anni e oltre e bel dieci milioni di Lire in palio al traguardo. Ancora il Trotto Italiano” del 15 dicembre ’59 a firma Carlo Biffi ci racconta gli ultimi preparativi e le prime sgambature dei cavalli già arrivati a Roma, quelli dell’allenatore bolognese Mario D’Errico:

“ A questo proposito liete sono le voci raccolte nell’avanguardia che ha potuto sgambare solo sulla pista di esercizio e cioè di un fondo eccellente che ci si augura sia eguale anche nella pista di 1000 metri sulla quale sabato si è cominciato a gettare la sabbia.

Certo la pioggia che da sabato pomeriggio ha ripreso a cadere quasi senza interruzione su Roma e dintorni non è fatta per facilitare il compito delle squadre di operai che lavorano al completamento della pista stessa e anche quelli addetti al settore delle tribune.

Sarà bene precisare subito che Tor di Valle non potrà essere inaugurato con un impianto completamente rifinito il giorno di Santo Stefano ma ad ogni modo è già stato motivo di soddisfazione constatare che ad ogni visita si vedeva qualcosa di più completo lasciando sperare in un inizio soddisfacente se non irresistibile.”

Il maltempo però non dette tregua a Roma nei giorni successivi e in quello previsto per l’inaugurazione, Santo Stefano, la pista era al limite dell’impraticabilità, ma ormai il dado era tratto e si dovette correre. Nel Premio Tor di Valle erano rimasti in cinque: Tornese e Crevalcore, i due grandi rivali del trotto italiano, la cui interminabile sfida vi abbiamo raccontato qualche tempo fa qui su Io Gioco Pulito, lo statunitense Silver Song e altri due ottimi soggetti come Icare IV e Nievo. La pista ridotta a un lago, con pozze ovunque. Al via Crevalcore si era avviato in testa seguito da Tornese, con Icare IV all’esterno che a più riprese tentò di superare Crevalcore che non gli diede mai strada, per sbagliare andatura sulla curva finale, coinvolgendo nell’errore anche Tornese. Sembrava fatta per l’allievo di Vivaldo Baldi, ma il grande Tornese, il “Sauro Volante” rimesso rapidamente al trotto da Sergio Brighenti tornò fortissimo in dirittura per vincere di misura sul palo. Una grande corsa destinata a rimanere nella storia del trotto nonostante i pochi partenti e il pessimo stato della pista, di cui esiste ancora testimonianza filmata.

Dal 1960 Tor di Valle sviluppò un’attività regolare, fu sede del Derby del Trotto e di molte altre grandi corse internazionale, frequentato dai VIP della dolce vita romana insieme a migliaia di persone comuni e appassionate. Furono gli anni d’oro del trotto romano, coi più grandi campioni a quattro zampe in pista e intere generazioni di guidatori che divennero vere star, su tutti Marcello Mazzarini, nell’ambiente noto come l’Ottavo Re di Roma.

Le corse continuarono per oltre cinquant’anni, prima floride e ben frequentate, poi dai primi anni Duemila, con sempre meno denaro, meno  pubblico e grandi campioni, fino al giorno in cui a Orlando in Florida il Presidente della Roma James Pallotta e il proprietario dei terreni Luca Parnasi firmarono un accordo per la costruzione del nuovo stadio della Roma in luogo dell’ippodromo: era il 30 dicembre 2012. Il 30 gennaio 2013 venne disputata l’ultima riunione, effettuata l’ultima corsa e diramato l’ultimo ordine d’arrivo e l’ultimo cavallo uscì dalla pista da corsa in tufo. Calò per sempre  il sipario sul  trotto romano. L’attività riprese qualche tempo dopo ospite non molto gradita dell’ippodromo del galoppo, quello di Capannelle, ma quella che del trotto romano fu l’età dell’oro era ormai finita da tempo.