Le domande del Provocator Scortese: Perché il doping è un problema solo nello sport?

Le domande del Provocator Scortese: Perché il doping è un problema solo nello sport?

Ho incontrato il Provocator Scortese in un fumoso bar nella nebbiosa provincia del Nord. Dove sto anch’io insomma. Il posto l’ha scelto lui, dice che gli ricorda i peggiori bar di Caracas. Il Provocator Scortese non sembra un tipo losco, ti guarda con occhi normali mentre beve Rum normale, tra nuvole di fumo. Certo ormai anche in quel bar è vietato fumare, ma son state accese tante sigarette nei decenni precedenti che le nubi son rimaste lì, perenne ricordo di com’era una volta. Chiedo al Provocatore come devo chiamarlo.

Chiamami come ti pare. Sono scortese ti pare badi a queste cose?

No certo che no. Allora signor Scortese come mai ha voluto incontrarmi?

Perché vorrei lasciar cadere delle domande sul mondo, provocanti e scortesi.

E pensa che io possa aiutarla?

Sei l’unico che conosca in questo paese di concreti industriali che badi alla filosofia, e poi scrivi su una testata di Roma che dice di giocar pulito, io faccio domande che se non ti fermi alla prima impressione ma le candeggi per bene sono più bianche del bianco, quindi sei la persona che mi serve.

Cosa vuol chiedere signor Scortese?

Oggi vorrei sapere perché il doping è un problema solo nello sport.

Si spieghi meglio.

Sono qui apposta. Dunque da diversi anni a questa parte nello sport siamo diventati rigidissimi, analisi su analisi, controlli a sorpresa giorno e notte, non si assumono sostanze, non si ruba, non si imbroglia.

E’ per assicurare equità nelle competizioni e tutelare la salute degli atleti.

Volessero tutelare la salute dovrebbero controllare molto di più i bambini, i minorenni, quelli che fanno le garette di paese e se qualche qualche malintenzionato volesse fargli prendere qualcosa a oggi ci riuscirebbe senza problemi che nemmeno nei peggiori bar di Caracas…

E dell’equità delle competizioni che mi dice?

Giusto ci mancherebbe. Ma perché solo quelle sportive?

Cioè?

Per dire…il Festival di Sanremo è una gara no? Xfactor, Amici e potrei continuare, l’elenco è lungo…Lo fanno lì l’Antidoping?

Non credo.

Infatti e che differenza c’è mi scusi? In tutti questi anni mi pare ne abbiano squalificato per doping uno solo a Sanremo, qualche anno fa, e solo perché si autodenunciò in un intervista… Eppure anche i cantanti sono idoli dei giovani, e competono tra loro, non solo nei Festival, ma anche dopo per vendere i dischi, i file dei dischi ormai… E c’è di peggio.

Dica?

Prendiamo un concorso pubblico. Due candidati bravi allo stesso modo, preparati e capaci.

Cosa c’entra?

C’entra, ascolti. Il primo di loro si prepara per l’esame impegnandosi al massimo, studiando il tantissimo, ma dovendo usare il suo cervello così com’è e dormire otto ore per notte, il secondo venti giorni prima dell’esame inizia ad assumere prodotti che gli consentono di essere sempre fresco e ricettivo dormendo due ore. Supponiamo poi che il secondo candidato vinca il concorso per pochissimi punti: non sarebbe ragionevole pensare che se non avesse assunto certi farmaci  lo avrebbe perso?

Probabilmente sì.

Però l’antidoping non è previsto. E se qualcuno proponesse di farlo ai candidati che vincono un concorso, come si fa coi primi classificati alle Olimpiadi, succederebbe una rivoluzione, stato di polizia, violazione della privacy, cultura del sospetto, mi par già di sentirli. Però nello sport si può.

Dunque cosa propone?

Io voglio solo provocare e fare domande scortesi, del resto mi chiamo così. Tu però non fermarti alla superficie, estendi questa domanda a tante altre situazioni che si incontrano vivendo nel mondo. E poi chiediti di nuovo: perché nello sport si fa?

E?

Sai si può dire alla gente: guardate quante controlli facciamo, chi imbroglia lo prendiamo, e questo aiuta. Aiuta a far sembrare tutto migliore, più pulito. Lo sport attrae molto più di tanti altri argomenti, è più letto sui giornali e sul web, più visto in televisione…

Finisce il suo Rum e anche il nostro incontro si conclude:

Se vorrai ho altre domande, sai dove trovarmi. Non tornerò a Caracas per ora. Se vuoi saperla fino in fondo non ci sono mai stato a Caracas e probabilmente non ci andrò mai.

Casa Dolce Casa: il Teorema Bergomi ovvero meglio giocare l’andata tra le mura amiche?

Casa Dolce Casa: il Teorema Bergomi ovvero meglio giocare l’andata tra le mura amiche?

Già nel febbraio del 2011 presentando la sfida di Champions tra Inter e Bayern Monaco Beppe Bergomi esponeva la sua teoria che giocare in casa la gara di ritorno in una sfida di coppa europea ad eliminazione diretta non fosse più un vantaggio come era un tempo: nasceva così il #TeoremaBergomi che anche recentemente l’ex difensore dell’Inter e della Nazionale, ora commentatore tecnico sulle reti Sky, ha ribadito. Abbiamo voluto andare ad analizzare i numeri delle ultime cinque stagioni delle di Champions ed Europa League, per vedere se le cifre gli diano o meno ragione e, comparandole alle due edizioni in corso, possano essere utili a pronosticare il risultato delle gare di semifinale sorteggiate ieri e che vedranno il Real Madrid affrontare l’Atletico e il Monaco la Juventus nella competizione maggiore e l’Ajax e il Lione, il Celta Vigo e il Manchester United nella cadetteria europea.

Prendiamo per primi in esame i dati relativi alla fase finale ad eliminazione diretta della Champions League a partire dall’edizione 2011/12, stagione in cui su 14 sfide (ottavi, quarti e semifinali) con la formula dell’andata e ritorno la squadra che ha giocato in casa la prima partita ha passato il turno 4 volte contro le 10 di chi ha giocato tra le mura amiche la gara di ritorno. Un po’ meglio hanno fatto le casalinghe dell’andata nel 2012/13, 6/8 il bilancio, mentre nel 2013/14 si è passati a un ben più netto 3/11, 5/9 nel 2014/15 e 4/10 nel 2015/16. 22/48 il totale complessivo. Anche l’edizione in corso premia, a dispetto del Teorema Bergomi, le formazioni che giocano in casa per seconde: 4/8 il bilancio al momento.

Esaminiamo adesso le partite divise per turno: nella 5 stagioni negli ottavi di finale il bilancio complessivo è 8/32, quindi 20% di qualificazioni per le prime a giocare in casa, con un 2/6 (25%) che conferma la tendenza nell’edizione in corso. Gli ottavi però presentano una particolarità: a giocare in casa per seconda è la squadra che ha vinto il girone di qualificazione e dunque è presumibilmente la più forte delle due. Nei quarti, dove il sorteggio è invece totale, la situazione nei cinque anni è la medesima: 5/15 (25%) con però l’ultima edizione in parità: 2/2. E’ a livello di semifinali che i numeri però cambiano drasticamente e il Teorema Bergomi diventa applicabile: nelle ultime cinque Champions 9 volte su 10 a raggiungere la Finale è stata la squadra che ha giocato in casa per prima! Il solo Real Madrid nella scorsa edizione ha invertito la tendenza, pareggiando 0-0 a Manchester col City e poi superandolo al Bernabeu 1-0. Dunque, incrocino le dita i tifosi juventini, se dobbiamo dar retta alle statistiche la Finale 2017 sarà Real Madrid – Monaco…

In Europa League invece i numeri sono più corposi, visto che le fasi finale scattano dai sedicesimi, che da soli prevedono due serie in più di tutto un tabellone che parte dagli ottavi. Vediamo i numeri. Nel 2011/12 11/19, nel 2012/13 molto più equilibri 14/16, nel 2013/14 13/17, mentre nelle ultime due stagioni si è raggiunta la parità: 15/15 in entrambe le occasioni per un complessivo 68/82. Nell’edizione in corso la tendenza è assolutamente confermata, visto che i dati ci parlano di un 14/14 dopo i quarti di finale!

Se nei sedicesimi le squadre che giocano tra le mura amiche hanno la meglio 31/49 il bilancio, però 8/8 quest’anno, negli ottavi sono le formazioni che ospitano l’andata ad avere la meglio 26/14, 3/5 però quest’anno, mentre il dato si inverte ancora nei quarti 7/13, ma 3/1 nell’edizione in corso,e in semifinale 4/6, quindi in Europa League il Teorema Bergomi sembrerebbe non funzionare e non poter aiutare gli scommettitori a scegliere su quali squadre investire. Insomma questa statistica pare avere tendenze più consolidate in Champions che in Europa League dove gli esiti delle sfide sembrerebbero non curarsi più di tanto della questione di chi gioca in casa prima o dopo.

Concludendo parrebbe che in queste ultime stagioni il Teorema Bergomi abbia avuto una validità molto limitata che scatta solo al verificarsi di due condizioni: che si sia in Champions e all’altezza delle semifinali. Insomma abbiamo giocato un po’ coi numeri, poi le partite si vincono sul campo, qualsiasi esso sia, giocando meglio degli avversari, e, a volte, avendo un po’ più  fortuna di loro. Seguo le Coppe Europee ininterrottamente dalla stagione 71/72, avevo sei anni, e ricordo che nello stesso periodo un collega di mio padre, calciatore dalle parti della seconda categoria nel tempo libero, quando si verificava qualche risultato a sorpresa che mi stupiva particolarmente, mi diceva sempre: il pallone è rotondo”. Ora i tempi sono cambiati, le tecnologie più disparate e le statistiche più raffinate sono state applicate al calcio, ma il pallone è rimasto della stessa forma di allora.

Teheran Marathon: in corsa tra discriminazioni di genere e automobilisti imbufaliti

Teheran Marathon: in corsa tra discriminazioni di genere e automobilisti imbufaliti

E’ passata poco più di una settimana da quando si è disputata la prima Maratona di Teheran, un evento che ha richiamato l’attenzione del mondo intero, non tanto per la sua importanza sportiva, non c’erano certo atleti di grido alla partenza, quanto per la sua simbolica valenza di apertura del paese verso il resto del mondo. L’organizzatore è Sebastian Straten, di cui si sa che è europeo, tedesco secondo il nostro Corriere della Sera, olandese per il giornale di Singapore Straits Times, titolare di un’agenzia viaggi a Teheran e sposato a una donna iraniana dal 2005,  che dichiara di aver voluto mostrare a tutti che l’Iran vuole costruire ponti, non muri, e farne conosce l’ospitalità, visto anche che è lo stesso governo a puntare molto sul turismo, con l’obiettivo dei 20 milioni di visitatori l’anno entro il 2025. Già ora, a seguito di una recente decisione, i turisti provenienti da 180 nazioni, tra cui l’Italia, che volessero entrare nel paese non hanno più l’obbligo del visto preventivo, ma possono ottenerlo in aeroporto. Oltre che sul turismo dall’occidente si punta molto su quello dai paesi mussulmani, con la realizzazione di strutture ben separate tra uomini e donne, in modo da poter ospitare le famiglie osservanti.

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Proprio sulla presenza delle donne alla Maratona sono nati i primi problemi per la manifestazione, in quanto gli organizzatori hanno accettato iscrizioni femminili, sembra circa cinquanta su mille totali, senza indicare particolari limiti, ma le concorrenti, una volta giunte sul posto hanno scoperto che le autorità avevano loro vietato di prendere parte alla prova sui 42 chilometri sul percorso cittadino, e anche a quello di 21 della mezza maratona, obbligandole a disputare una prova di soli 10 chilometri, da svolgersi su strade secondarie nei pressi dello stadio Azadi e con partenza alle 16, ben otto ore dopo la gara principale, quando era ragionevole pensare che pubblico e telecamere se ne fossero già andati. In diverse hanno chiesto la restituzione della quota ma l’organizzazione avrebbe rifiutato.

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Pare, lo riferisce sul Corriere della Sera l’inviato Martino Spadari, che una signora cinese molto agguerrita si sia travestita da uomo e abbia comunque disputato in barba al divieto la mezza maratona. Sui media iraniani è stato il ministro dello sport, Massoud Soltanifar a spiegare personalmente che fin dall’inizio non era in discussione che la manifestazione sarebbe stata mista. Polemiche ci sono state anche sull’abbigliamento, infatti alle partecipanti alla prova femminile sarebbero state consegnate una lunga maglietta bianca e una hijab per coprire il capo, da indossare obbligatoriamente durante la corsa nonostante la calura incombente su Teheran alla quattro del pomeriggio. Gli uomini sono stati invece autorizzati a correre coi pantaloncini corti, una deroga visto che le norme ne vietano l’uso in strada, ma con la raccomandazione di non girare così per Teheran fuori dalla corsa.

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Dei mille iscritti attesi pare in realtà che alla partenza ce ne fossero poco più di 500, in rappresentanza di 42 nazioni. Una ventina i corridori italiani, dei 28 statunitensi annunciati nemmeno l’ombra, ad eccezione di un ragazzo con doppia nazionalità. Lungo il percorso, che ha bloccato la capitale iraniana già caotica in condizioni normali, ci sono stati svariati problemi, i posti di rifornimento dopo il passaggio dei primi sono stati abbandonati dagli addetti, e anche in alcune zone la Polizia ha smesso di presidiare gli accessi costringendo molti maratoneti a completare il percorso tra le auto, spesso puntati di proposito, come riferisce sempre Spadari che era in corsa e ha sperimentato personalmente la situazione, dagli autisti imbestialiti per le code.

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Il già citato Straits Times, da Singapore, fornisce invece numeri diversi, parlando di 600 iscritti di nazionalità iraniana, tra cui 156 donne e 160 atleti dal resto del mondo, 50 donne, affermando anche che sono state diverse le ragazze a correre camuffate insieme ai maschi, non la sola cinese Wu Juan, e che non è chiaro se ora subiranno delle conseguenze da parte delle autorità per questo loro gesto. Sono però gli stessi organizzatori, sul sito ufficiale, a dichiarare numeri più ridotti: 442 partenti, di cui 263 locali, in rappresentanza di 45 nazioni, mentre viene dato molto risalto al fatto che le donne, pur su percorso ridotto e separato, abbiano potuto correre su strade aperte e non all’interno di uno stadio chiuso al pubblico maschile come avviene di solito. Scorrendo le varie pagine del sito si trova anche una sezione fotografica con centinaia di immagini della gara, e molte informazioni, turistiche e comportamentali per conoscere Teheran e i suoi usi e costumi, nemmeno manca, del resto Sebastian Straten di mestiere è agente di viaggi, la possibilità di abbinare alla Maratona un tour organizzato dell’Iran in partenza il giorno dopo la gara. Totalmente assente invece è una classifica finale, per conoscere il nome del vincitore ci soccorre un sito canadese in lingua francese, Journaldemontreal.com, che ci informa che a tagliare per primo il traguardo è stato un corridore di casa, Mohammad Jafar Moradi.

L’ultimo Inferno di Tornado Tom

L’ultimo Inferno di Tornado Tom

Quella odierna sarà una giornata molto particolare per Tom Boonen, belga di Mol, cittadina delle Fiandre dove è nato il  15 ottobre del 1980: oggi per l’ultima volta sarà un ciclista professionista. Chiuderà infatti la sua carriera correndo per la quattordicesima volta la Parigi – Roubaix, una delle cinque classiche monumento, per molti la più prestigiosa corsa al mondo, nota come “L’inferno del Nord”, la corsa che il grande Bernard Hinault odiava al punto che dopo averla vinta nel 1981 vi tornò una sola volta nel ’82 da campione in carica e poi non vi si fece mai più vedere, la corsa che Francesco Moser vinse tre volte di fila tra il 1978 e il 1980, impresa mai riuscita a nessun altro.

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Ebbene Tom Boonen, Tornado Tom per gli appassionati, la Roubaix l’ha vinta quattro volte ( 2005, 2008, 2009, 2012) ed è il primatista di successi insieme a un altro grande belga, anche lui fiammingo, Roger de Vlaeminck vincitore negli anni appena precedenti alla tripletta di Moser, tra il 1972 e il 1977. Il sogno di Boonen è lasciare con la quinta vittoria: l’ha sfiorata lo scorso anno quando finì secondo, sfinito dopo una gara durissima, battuto da un carneade, l’australiano Mathew Hayman, classe 1978, che, onesto professionista dal 2000, in carriera aveva vinto fino a quel momento una manciata di corse di secondo piano, l’ultima delle quali nel 2011. Probabilmente se in quell’occasione non fosse spuntato Hayman a rovinare tutto Boonen avrebbe chiuso la carriera a fine 2016, ma visto che l’australiano c’era e nella Roubaix 2016 ha vissuto lui la sua favola, Tom ha deciso di prolungare la carriera di qualche mese per riprovarci e realizzare il suo di sogno.

Professionista dal 2002 Boonen vanta un palmarès molto prestigioso, oltre alle quattro Parigi-Roubaix ha vinto tre volte il Giro delle Fiandre, altra classica monumento, un Campionato del Mondo, sette tappe e una classifica a punti al Tour de France, due tappe alla Vuelta d’Espana, e una serie di altre classiche del Nord: cinque E3 Harelbeke, tre Gand-Wevelgen, e tante altre. Due le sue vittorie alla Scheldeprijs, la prova che si svolge proprio in provincia di Anversa, sulle strade di casa, e dove lo scorso 5 aprile ha disputato la sua penultima corsa, l’ultima in territorio belga. L’organizzazione ha voluto tributargli grandi omaggi. La partenza è stata eccezionalmente spostata proprio nella sua città natale,  Mol e per rendergli omaggio dopo l’avvio in parata dalla piazza centrale gremita da una folla incredibile, la carovana dei ciclisti ha percorso alcuni chilometri per le vie del paese in trasferimento, passando davanti alla casa dove è nato, all’asilo e alle scuole superiori  che ha frequentato,  fino a raggiungere la casa per anziani dove risiedono suo nonno e sua nonna, e proprio lì è stata data la partenza reale della corsa con un emozionatissimo nonno Raymond Boonen a sventolare la bandiera delle Fiandre nel ruolo di starter. In corsa il belga ha lavorato per il compagno alla Quick-Step Floors Marcel Kittel, risultato poi vincitore della prova, e nel finale si è leggermente staccato dal gruppo onde non correre i rischi della volata, per tagliare il traguardo salutando l’immensa folla presente: all’arrivo invitato sul podio per salutare la folla ha dichiarato:

“E’ incredibile, qualcosa di mai visto. Voglio ringraziare tutti per il sostegno che mi è stato dato durante la mia carriera, non credo nessun altro abbia mai avuto un addio simile. Che una corsa importante come questa sia partita dal mio paese è incredibile. E’ stato bellissimo pedalare per un’ora sulle strade su cui mi alleno di solito, non potrò mai ringraziare abbastanza chi ha organizzato tutto questo per me.”

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 Oggi alla Roubaix però il suo atteggiamento sarà ben diverso, sarà per l’ultima volta quello di chi corre per vincere, andrà per l’ultima volta all’assalto della mitica foresta di Aremberg e avrà tutta la squadra al suo servizio. Il quinto successo arriverà? Vedremo, ciò che è certo è che comunque nulla scalfirà il suo mito. Boonen in Belgio non può circolare per strada, viene riconosciuto continuamente e fermato dai tifosi che vogliono toccarlo, farsi un selfie, avere un autografo. La granfondo in cui tra qualche settimana saluterà i cicloamatori condividendo con loro qualche chilometro in strada ha già chiuso le iscrizioni dopo aver raggiunto il limite massimo possibile di presenze: ventimila!

 

Sportivi volanti: la magia del salto con gli sci nella valle dei trampolini

Sportivi volanti: la magia del salto con gli sci nella valle dei trampolini

Nello scorso week-end a Planica in Slovenia si è conclusa l’edizione 2016/17 della Coppa del Mondo di salto con gli sci, uno sport tanto spettacolare quanto poco conosciuto in Italia, che è invece seguitissimo in paesi come Austria, Germania, Norvegia, Finlandia, Giappone ed è praticamente sport nazionale in Slovenia e Polonia: non c’è gara del panorama mondiale, comprese le lontanissime tappe giapponesi, in cui non troverete sulle tribune e nel parterre dei trampolini i tifosi polacchi. La stagione che si è appena conclusa ha avuto un dominatore, il ventiquattrenne atleta austriaco Stefan Kraft che ha vinto la Coppa del Mondo assoluta, quella di volo con gli sci, le due medaglie d’oro individuali in palo ai Mondiali finlandesi di Lahti e ha stabilito lo scorso 18 marzo sul trampolino di volo di Vikersud in Norvegia il nuovo record del mondo saltando 253,5 metri.

Kraft

In campo femminile, disciplina che si sta sviluppando da molti meno anni rispetto alla maschile, è invece una giovane ragazza giapponese, Sara Takanashi che compirà 21 anni nel prossimo ottobre a dominare, ha vinto quattro delle sei coppe del mondo disputate, tra cui le ultime due, e ben 53 gare, anche se non è ancora riuscita a sfatare una sorta di maledizione che le ha sempre impedito di conquistare titoli olimpici e mondiali individuali. Curiosamente invece la tedesca Karina Vogt, 25 anni, che in Coppa del Mondo si è aggiudicata due sole gare, ha vinto le ultime due edizioni dei Mondiali e le Olimpiadi di Sochi.

sci

Comprendere il salto con gli sci non è semplice per chi ci si accosta per la prima volta. Lo spettacolo offerto da questi atleti che si lanciano nel vuoto e volano per centinaia di metri ignorando la legge di gravità è indubbiamente enorme e suggestivo, il sistema di punteggio che determina la classifica delle competizioni è però estremamente complesso. Tre sono i fattori che entrano nel calcolo: la misura raggiunta, che è il valore più intuitivo e semplice da comprendere, le valutazioni dei giudici che riguardano la compostezza in volo dell’atleta durante il salto e la fase di atterraggio, in cui per non incorrere in deduzione di punteggio è richiesto il telemark, cioè un impatto col suolo non a piedi pari ma con una sorta di genuflessione, più complesse da comprendere senza avere un occhio esperto, e la direzione e la velocità del vento, che ovviamente chi segue la gara attraverso la televisione non ha modo di percepire: una serie di anemometri posti dal dente del trampolino fino al termine della zona di atterraggio rileva i dati, viene poi fatta una media che, attraverso un algoritmo è successivamente trasformata in punti che vengono aggiunti o sottratti al punteggio dell’atleta, a sua volta determinato dalla somma dei punti assegnati dai giudici a quelli originati dalla trasformazione della misura metrica in punti attraverso un’altra apposita formula di conversione.

Un quarto fattore può entrare nel conteggio, infatti, al variare delle condizioni del vento la giuria può decidere di cambiare il punto del trampolino da cui l’atleta si lancia per il salto, stanga di partenza in italiano, gate in inglese,  al fine di aumentarne o diminuirne la velocità di stacco. Quando questo avviene, a seconda del numero di stanghe in più o in meno rispetto a quella da cui è partito il primo atleta della serie di gara, vengono aggiunti o tolti punti al saltatore, calcolati in base all’ennesimo algoritmo di questa nostra storia, che non è sempre uguale, ma varia da trampolino a trampolino a seconda delle specifiche di costruzione di ciascuno. Insomma, al neofita che si avvicina alla disciplina è richiesto una sorta di atto di fede nei confronti del punteggio di queste gare, e, successivamente, qualora  decida di approfondire un po’ di studio. Per spiegare meglio la complessità del sistema posso raccontare che, avvicinatomi da poco alla disciplina, chiesi su un gruppo Facebook dov’era seguita, chiarimenti sul funzionamento dell’algoritmo per il calcolo della compensazione legata al vento mi fu risposto che l’unico che poteva aiutarmi era Massimiliano Ambesi, la voce che da anni racconta il salto sulla versione italiana di Eurosport e punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani.

Gli stessi trampolini non sono tutti uguali, attualmente le gare si svolgono su tre tipi di impianti, i trampolini normali, i trampolini grandi e i trampolini di volo. I primi consentono salti di circa cento metri di lunghezza, indicativamente, perché nessun trampolino anche nella stessa categoria è uguale all’altro, e sono utilizzati per la Coppa del Mondo, Mondiali e Olimpiadi femminili, per alcune gare di combinata nordica, disciplina che abbina il salto allo sci di fondo e assegnano però ancora una medaglia, sia mondiale che olimpica in campo maschile. I trampolini grandi, salti attorno ai 130/140 metri, sempre a grandi linee, assegnano medaglie mondiali e olimpiche maschili e ospitano la maggior parte delle gare di Coppa. I trampolini di volo sono la vera e propria Formula Uno della specialità, per via degli enormi costi di costruzione e gestione ne esistono solo cinque in tutto il mondo, consentono balzi ben oltre i 200 metri, 253,5 metri il primato mondiale di Kraft come abbiamo già visto, 232,5 metri quello italiano del giovane Alex Insam, classe 1997, vice campione mondiale juniores e grande promessa del salto italiano, stabilito a Planica lo scorso 24 marzo, dopo aver saltato 230,5 il giorno precedente.. Sui trampolini di volo si assegna un titolo mondiale, una Coppa del Mondo specifica, le cui gare sono valide anche per la Coppa generale, ma soprattutto gli atleti vi cercano la grande misura e lottano per strapparsi i record.

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La disciplina richiede una grandissima forza e reattività, abbinata  un fisico leggero per poter restare in aria più tempo, e storicamente vedeva gli atleti raggiungere i migliori risultati in età piuttosto giovane, molto raramente si saltava otre i trent’anni. Ultimamente però sono in diversi a saltare da over 30, anche da over 35, fino al giapponese Noriaki Kasai, autentica leggenda del salto con gli sci, non tanto per i risultati ottenuti, pur ottimi, ma per la longevità agonistica: l’inossidabile Noriaki compirà 45 anni il prossimo 6 giugno, quest’anno è salito due volte sul podio in  gare di volo in Coppa del Mondo, ha saltato a Planica 240 metri, lo ha fatto cinque volte in carriera, tutte le volte  oltre i 42 anni, e ogni volta che salta diventa il più anziano della storia ad aver ottenuto quel risultato. Kasai ha debuttato in Coppa del Mondo, dove ha vinto 17 gare,  nel 1989, dove ha ottenuto la prima vittoria nel 1992, potrebbe essere il padre di buona parte dei suoi avversari, molti dei quali quando lui vinceva le prime gare nemmeno erano nati. Ha dichiarato di voler continuare fino a 50 anni suonati, qualche giorno fa Francesco Paone, che affianca Massimiliano Ambesi nelle telecronache su Eurosport ha detto di lui che non è reale ma uguale all’agente 007: cambia negli anni l’attore che lo impersona, intanto Noriaki continua a volare e se i suoi colleghi saltatori smentiscono le leggi che regolano la gravità lui infrange anche quelle del tempo.