Lido di Spina: quando in spiaggia si andava in seggiovia

Lido di Spina: quando in spiaggia si andava in seggiovia

Lido di Spina è il più a Sud fra i Lidi di Comacchio. Vanta non più di 400 residenti, ma si anima tutte le estati per la stagione balneare. Nella zona più meridionale, l’ultimo lembo del territorio comunale di Comacchio, sorge dagli anni Sessanta un campeggio, molto frequentato ma col problema di essere un chilometro lontano dal mare. E in quegli anni di grande sviluppo e in cui la creatività italiana ha raggiunto i suoi vertici, ai titolari del camping non era mancata un’idea per alleviare ai clienti il disagio di una camminata di un chilometro sotto il sole carichi di borse e coi bambini per mano. Si pensò infatti di costruire una seggiovia che collegasse l’area del campeggio alla spiaggia! Erano tempi in cui ottenere le autorizzazioni necessarie era molto più semplice di oggi e nemmeno c’erano troppi vincoli ambientali, dunque nel 1967 fu contattata un azienda specializzata, la Nascivera di Rovereto che progettò l’impianto e ne curò la realizzazione in tempo per l’estate del 1968, quando fu inaugurata alla presenza delle autorità cittadine e del parroco.

Sono venuto a conoscenza delle sua esistenza pochi giorni fa durante una vacanza proprio a Lido di Spina: mia moglie mi ha segnalato che nel piccolo supermarket locale veniva proiettato un vecchio video superotto con delle strane immagini di bagnanti in seggiovia, per ingannare l’attesa dei clienti alla casse. Approfondire è stato per me praticamente obbligatorio, fino a recuperare tutte le caratteristiche tecniche dell’impianto che sorgeva a 75 centimetri sul livello del mare, per una lunghezza di 1006 metri sostenuto da 10 piloni di sostegno e 2 di ritenuta, e si componeva di 127 seggiolini biposto che viaggiavano a una distanza di 15,75 metri l’uno dall’altro a una velocità di 1,5 metri al secondo impiegando circa 12 minuti a compiere il suo percorso.

In paese qualcuno racconta che l’idea della seggiovia fu nientemeno che da un giovane Raul Gardini, che sarebbe stato comproprietario sia del campeggio che della Nascivera, e avrebbe provveduto ai fondi necessari, ma Franco Tollardo, l’ingegnere che progettò la funivia, in un suo post sul forum tecnico funiform.org smentisce categoricamente questa ricostruzione, dicendosi sicuro che il finanziere ravennate non ebbe mai alcun ruolo in questa vicenda.

Oggi della seggiovia del campeggio di Lido di Spina non resta nulla. Durò lo spazio di sette estati, dal 1968 al 1974, poi fu chiusa e successivamente smantellata perché troppo costosa da mantenere per i gestori e troppo esposta alla corrosione per via della salsedine marina. Fu sostituita da un autobus. Gli occhi più esperti possono riuscire a distinguere la base di un pilone e poco altro. La stazione di arrivo a mare, ora demolita, pare che per alcuni anni abbia funzionato come bar della spiaggia. Sempre su funiforum.org Franco Tollardo spiega che la seggiovia era prevalentemente utilizzata da chi soggiornava al campeggio senza pagare alcun biglietto, e racconta meglio la sua nascita e la fine repentina:

“L’idea era straordinaria per funzionalità ed originalità: purtroppo non esisteva la tecnologia per proteggerla dalla corrosione marina, per cui dopo solo sei anni la gestione fu costretta a smantellarla per non incorrere in costi insostenibili di manutenzione”

e ancora:

“Non tutto si può zincare. La corrosione marina non attacca solo le parti esterne, ne’ solo quelle metalliche/meccaniche, ma distrugge anche legno, plastica, gomma…..ed anche materiali inossidabili (avete mai visto un cuscinetto esposto al salmastro per lungo tempo?)

Specialmente in un impianto fermo e sottoposto a intemperie atmosferiche per almeno sei mesi all’anno!”

Della seggiovia di Lido di Spina dunque ci rimangono solo delle foto e un filmato, testimonianze di una stagione di idee e di persone coraggiose  che non avevano timore di sperimentare anche senza la certezza di ottenere un ritorno economico.

La Scozia, la guerra e quella voglia di normalità chiamata Calcio

La Scozia, la guerra e quella voglia di normalità chiamata Calcio

La Seconda Guerra Mondiale impattò in modo devastante su ogni aspetto della vita quotidiana del mondo intero, e nemmeno il calcio fece ovviamente eccezione, in molti paesi però per riuscire a mantenere una parvenza di normalità. Qualche ricerca di archivio che avevamo in corso per un progetto futuro ci ha portati ad occuparci di calcio scozzese e dei suoi campionati storici. Ne è emerso questo racconto dell’attività in Scozia durante il periodo bellico.

Sia il Campionato che la Coppa rimasero sospesi per ben sette stagioni, a partire dalla 1939/40 fino alla 1945/46, vennero però disputate diverse competizioni a carattere regionale, in maniera da non dover inutilmente utilizzare risorse per trasferte troppo lunghe ma al tempo stesso permettere dei momenti più leggeri e di svago alla popolazione in quel frangente difficilissimo, molti possibili giocatori ovviamente mancavano essendo al fronte, ma fu comunque possibile svolgere un’attività. I tornei maggiori furono due, la North Eastern Football League e la Southern Football League, entrambe con la relativa Coppa.

La North Eastern si giocò per quattro stagioni, dal 1941/42 al 1944/45, ed era strutturata su due distinti tornei, quello autunnale a inizio stagione e quello primaverile a fine stagione, vi presero parte otto squadre nelle prime tre edizioni e dieci nella quarta. La serie primaverile venne anche utilizzata per sperimentare nuovi sistemi di punteggio: in quelle del 1942 e del 1943 veniva attribuito un punto supplementare in classifica alla squadra che nel confronto andata e ritorno avesse il miglior punteggio totale, nel 1944 e nel 1945 invece la squadra che vinceva in trasferta otteneva 3 punti, mentre 2 punti valeva il pareggio ottenuto fuoricasa. Quattro titoli, tra autunnali e primaverili, andarono all’ Aberdeen, due alla seconda squadra dei Rangers, la prima competeva nella Southern League, mentre un successo a testa fu riportato da Dundee FC e dal Raith Rovers. Anche la Coppa veniva giocata col sistema delle due serie, e si disputò nelle stesse stagioni del campionato, anche qui fu l’Aberdeen a vincere il maggior numero di titoli, cinque, due andarono ai Rangers e uno all’altro Dundee, lo United.

La Southern League invece ebbe vita più lunga, sei stagioni, dal 1940/41 al 1945/46. Si giocò in modo più tradizionale, con un girone a sedici squadre, sempre le stesse per le prime cinque edizioni, e un solo campione per stagione, nella sua ultima edizione quella 1945/46 iniziata a guerra ormai finita, assorbì anche le squadre della North Eastern e si disputò su due divisioni, prodromo al ritorno dell’attività regolare, dalla stagione 1946/47 infatti tornò ad essere disputato il campionato scozzese. Furono i Rangers Glasgow a vincere tutti i titoli e la divisione A nella stagione conclusiva,, mentre il Dundee FC quell’anno la divisione B. In Coppa invece i Rangers non riuscirono ad aggiudicarsi tutti i titoli, cedettero quello 43/44 all’Hibernian e quello 45/46, stagione cui al torneo presero parte anche le squadre del Nord, all’Aberdeen. Anche in questa manifestazione vennero utilizzati sistemi sperimentali, i Rangers vinsero la finale nel 1943 contro il Falkirk terminata 1-1 per il maggior numero di calci d’angolo calciati, 11 contro 3, e persero quella dell’anno successivo con l’ Hibernian, chiusasi sullo 0-0 per 6 calci d’angolo a 5. Probabilmente un modo per non sovraccaricare coi replay il calendario di quelle stagioni d’emergenza. La prima fase della Coppa non era a eliminazione diretta, ma venivano disputati quattro gironi, le cui vincenti accedevano alle semifinali, e tale formula fu mantenuta nel dopoguerra dalla Coppa di Lega, che si affiancò al campionato e alla Scotthis Cup all’interno dell’attività regolare, e che non utilizzò l’eliminazione diretta dal primo turno fino agli anni Ottanta, ma prevedeva quattro gironi per le squadre della massima serie, e quattro per quelle della seconda in maniera da avere dei quarti di finale in cui si contrapponessero le formazioni dei due diversi livelli.

Nell’ambito della Southern League veniva disputata anche la Summer Cup, nei mesi di maggio e giugno, terminate le altre competizioni. Fu giocata cinque volte, dal 1941 al 1945 e venne vinta da cinque club diversi, Hibernian, Rangers, St. Mirren, Motherwell, Partick Thistle.  Venne reintrodotta, organizzata dalla Scotthis Division One nel 1963, ma con scarso successo, Rangers e Celtic rifiutarono di prendervi parte e dopo due sole edizioni fu cancellata, Hibernian e Motherwell i club vincitori.

Tra febbraio e maggio del 1940 era stato giocato anche un torneo sostitutivo della Coppa di Scozia, la  Scottish War Emergency Cup, aperta a tutte le squadre della Lega scozzese ancora attive al momento. Si giocò ad eliminazione diretta con partite di andata e ritorno nel turno preliminare, poi con la formula tradizionale delle coppe britanniche, gara unica con replay  in caso di pareggio e a prevalere alla fine furono i Rangers, superando 1-0 in finale il Dundee United in un Hampden Park gremito da 75.000 spettatori nonostante i tempi difficili.

Con la stagione 1946/47 come già detto si tornò alla normalità, riprese il campionato scozzese professionistico, che oltre a una seconda divisione come nell’anteguerra, presentò anche la terza, e anche la Scotthis Cup tornò al suo regolare svolgimento affiancata appunto dalla neonata League Cup che in qualche modo mantenne vivo il ricordo dei tornei provvisori dei tempi di guerra.

Si trova sempre qualcuno più sfigato

Si trova sempre qualcuno più sfigato

Ogni tanto occorre fermarsi a riflettere sul proprio passato. Da bambino sono stato sfigatissimo, sempre ammalato, sempre in attesa di sapere quando sarei stato abbastanza sviluppato per subire il primo di una serie di interventi chirurgici per correggere un problema con cui ero nato. Altissimo, magrissimo, sempre l’ultimo in ogni attività sportiva, da cui tra l’altro i miei genitori cercavano di allontanarmi in ogni modo, perché loro avevano stabilito che io avrei studiato molto e mi sarei dedicato a cose serie senza perdite di tempo. Mio nonno Atlante però nel 1972, avevo 7 anni, mi aveva fatto vedere le Olimpiadi di Monaco in televisione, nel salotto di casa sua e nella vetrina del negozio di elettrodomestici del paese dove davano le prime sperimentali trasmissioni a colori della Rai, e io mi ero innamorato.

Ciò nonostante non ero certo migliorato nella pratica sportiva, sempre l’ultimo ad essere scelto quando si facevano le squadre all’oratorio, forse anche un po’ bullizzato come si direbbe oggi, anche se io non ne ho la sensazione e non ne conservo ricordo. Iniziai a usare la testa: nel cortile delle elementari già organizzavo gli eventi per i compagni, inventai la serie A2 prima che lo facesse la Federazione Pallacanestro, nel senso che volendo per una volta vincere una corsa organizzai un’andata e ritorno del cortile e chiesi ai compagni di iscriversi alla gara di quelli che corrono forte se ritenevano di essere tali o a quella di quelli che correvano piano. Ovviamente si iscrissero tutti alla batteria dei forti tranne io e Franco, l’unico che andava più piano di me, alto e scoordinato come me, che battei agevolmente, si trova sempre qualcuno più sfigato. E lo fu davvero tanto Franco: divenne un ragazzone grande e forte, matricola di ingegneria, e se ne andò ventenne per un tumore.

Rinunciai allo sport attivo e mi dedicai anima e corpo all’organizzazione: a scuola e all’oratorio. Alle medie il professore di ginnastica mi portava con se a qualunque evento  l’istituto partecipasse, dalla campestre ai distrettuali di pallamano, come giovanissimo dirigente. I distrettuali di pallamano li vincevamo sempre, il professore ragionava come me, c’erano due scuole nel distretto che praticavano la pallamano e uno più sfigato si trova sempre…

Negli anni che seguirono mi occupai di un po’ di tutto, prima nel Tennis, dirigente accompagnatore, direttore di torneo, vicepresidente del circolo del mio paese a 23 anni, poi nella Pallacanestro, anche in questo campo dirigente accompagnatore, scout, addetto stampa, all’occasione ufficiale di campo. Successivamente ho fondato una squadra di  freccette elettroniche, un circolo di carrom, una sorta di biliardo indiano che si gioca con le dita. Nel frattempo ho iniziato a scrivere di sport sul giornale locale e ad occuparmi di cavalli. Poi a 34 anni, improvvisamente e senza un perché concreto, ma tanti emotivi, a cavallo ho imparato ad andare e a saltare ostacoli, mi sono fratturato qualche osso, tornando in chirurgia dopo le quattro devastanti esperienza di quando ero bambino. A 39 ho imparato a nuotare, a 47 ho vinto un Trofeo Nazionale, una sorta di Coppa Italia, insomma un gradino meno di un titolo italiano, nella auto storiche. Una sorta di vita al contrario. Senza nel frattempo smettere di scrivere.

A 42 mi ero anche sposato, fidanzato per la prima volta a 41, giusto per non smentire il mio modo inverso di far le cose, e quando ne avevo già compiuti 45 è arrivata Maria, 19 dicembre 2010. Poco più di due anni dopo si è aperto il capitolo autismo, quello di Maria, come dicevo sopra uno più sfigato lo trovi sempre… E qui la mia capacità di far le cose al tempo sbagliato è diventata ancora più utile perché mi ha consentito di capire come ragiona e come agisce lei con molta più facilità di chi  segue  linee rette. Si è aperto un altro  mondo ancora, fatto di associazioni, terapie, neuropsichiatri infantili,  insegnanti di sostegno. E anche ho avuto modo di scoprire che forse tante delle mie difficoltà, stranezze, non so pelare una mela, né andare in bicicletta, o soffiare il naso ad esempio, sono legate alle sindrome di Asperger che si rapporta molto da vicino con la sindrome dello spettro autistico, ma non ho approfondito: un decennio abbondante di psicoterapia tradizionale mi aveva consentito nel frattempo di raggiungere comunque un mio equilibrio diverso. Differente è il discorso per Maria, che sta si avendo tutte le terapie possibili, ma che ora mi obbliga a fermarmi non più per interrogarmi sul mio passato ma sul suo futuro.

Un giorno col Giro: la vita vera di un paese attraversato dalla Corsa Rosa

Un giorno col Giro: la vita vera di un paese attraversato dalla Corsa Rosa

Sono a Momo, un piccolo comune del Novarese attraverso cui oggi passerà il Giro d’Italia. Sono in strada come raramente riesco a fare per una corsa che di solito seguo in televisione senza perderne una tappa. Sono in strada in un punto qualunque, un piatto rettilineo della  provinciale 17 che dal vercellese arriva al novarese per unire queste province piemontesi a quella di Varese in Lombardia attraversando poco più avanti, a Oleggio, il fiume Ticino. La carovana pubblicitaria è transitata da poco e tra una mezzora toccherà ai corridori: passeranno a oltre cinquanta all’ora e ci sarà poco da vedere, niente più di un attimo fuggente.

Nonostante questo ogni volta che il Giro o qualche corsa di una certa importanza passa non troppo lontano da casa voglio esserci. Non vado in bicicletta e devo spostare ogni volta che mi muovo oltre un quintale di peso, quindi non mi troverete mai su una grande salita, al massimo una partenza, come quella di Tirano di due anni fa o sulle tribune di un impianto fisso come quello allestito all’ippodromo di Varese in occasione dei Mondiali 2008, altrimenti televisore HD, dove si vede anche meglio, e poi volete mettere il racconto della corsa di Riccardo Magrini e Salvo Aiello, la magnifica coppia di Eurosport cui sono fedele da anni? Se la corsa è vicino a casa e ci si arriva a piedi camminando in piano, o in auto conoscendo le strade e non dovendo far code, allora non manco nemmeno in strada. Quindi eccomi, qualche centinaio di metri più avanti l’incrocio principale di Momo. Ci sono arrivato attraverso una strada secondaria che attraversa i campi e mi son trovato un posto dove ci sono ben poche persone visto che per un solitario come me la piccola folla dell’incrocio era già eccessiva.

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Ci sono due ragazzi della locale Protezione Civile che fermano le auto, attenti ed efficienti, l’autista della cisterna di una vicino produttore di gorgonzola che terminato il giro del latte, che non conosce feste, dovrebbe rientrare in azienda ma è bloccato dal Giro e pochi altri automobilisti. Qualche abitante delle rare villette della zona inizia ad affacciarsi alle finestre o a mettere il naso fuori dai cancelli dei giardini. Si aspetta.

Dalla radio della Protezione Civile si viene sapere che tra i mezzi bloccati c’è un furgone che deve portare i pasti a una vicina casa di riposo. Un breve conciliabolo e il responsabile della viabilità in quella zona ne autorizza il passaggio, raccomandando di far attenzione a far passare solo lui. Arriva qualche altro automobilista. Qualcuno attende, altri girano e provano itinerari alternativi. Una signora che abita in zona parcheggia, su consiglio del volontario, e, non interessata per nulla al passaggio dei corridori, si avvia a piedi verso casa. Un altro scende e si lamenta a gran voce, sostiene che in Italia lo sport sia intoccabile e che per lo sport e solo per lo sport, qualsiasi cosa sia fattibile, lamenta che il giorno precedente per l’arrivo al Santuario di Oropa la Città di Biella sia rimasta chiusa dalle otto della mattina alle otto di sera. Nessuno gli da retta.

Arrivano le prime staffette della Polizia Stradale e le prime auto dell’organizzazione, qualche vettura di quelle che portano gli ospiti transita veloce. Sirene, ancora staffette e appaiono in fondo al rettilineo i primi corridori, la fuga del mattino che sta cercando di andar via, la tappa è partita da poco, tirano a tutta. Una trentina di secondi dopo sfreccia il gruppo, preceduto da altri due ciclisti che cercano di avvantaggiarsi. Sfrecciano tutti rapidissimi, impossibile distinguere i campioni, quelli che tutti a bordo strada vorrebbero vedere. Qualche foto veloce col telefono, contro sole, non verranno un granché ma devono solo essere un ricordo non un’opera d’arte. Arrivano le ammiraglie, le auto mediche, le ambulanze, e ultimo transita il fine corsa.

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E’ passato il Giro, su una strada qualunque in un punto qualunque della pianura, ma sono passate anche tutte le storie leggendarie che lo circondano, tutte le emozioni e le discussioni che ci ha regalato dai tempi della prima edizione, nel 1909. Qualche minuto e la Protezione Civile riaprirà la strada. Io sono già parcheggiato nella via traversa però e posso già andare, mezzora e sarò di nuovo a casa, una birra, il pranzo e la televisione accesa con  Magrini&Aiello che raccontano.

Giro Hystory: dal Pirata di Cesenatico allo Squalo dello Stretto

Giro Hystory: dal Pirata di Cesenatico allo Squalo dello Stretto

Siamo arrivati all’ultima parte della nostra breve storia del Giro d’Italia. Il 1998, anno da cui dobbiamo riprendere il nostro racconto, è stato quello di Marco Pantani, il “Pirata”. Nato a Cesenatico il 13 gennaio del 1970 il piccolo corridore romagnolo è stato l’ultimo dei grandi a saper emozionare le folle come ai vecchi tempi. Dopo aver già raccolto piazzamenti importanti nel 1994, secondo al Giro e terzo al Tour, è stato bloccato da un gravissimo incidente stradale in allenamento nel 1995 e da una caduta per un gatto che gli aveva attraversato la strada durante il Giro del 1997 e, pur conquistando tappe, non poté in quegli anni  esprimersi al meglio in classifica generale Il 1998 però fu il suo anno: vinse il Giro attaccando a ripetizione lo svizzero Alex Zulle che pareva destinato a dominarlo fino a farlo scoppiare nella diciassettesima tappa, da Asiago a Selva di Val Gardena, dove prese la maglia con 30 secondi su Tonkov, che  staccò ulteriormente sul traguardo di Plan di Montecampione per poi difendere tutto il vantaggio nella cronometro del penultimo giorno, da Mendrisio a Lugano, dove lui, scalatore puro, fu terzo di tappa. Meno di due mesi dopo salì da trionfatore anche ai Campi Elisi, con indosso la maglia gialla del Tour, ultimo corridore a riuscire finora nell’impresa di vincere le due corse nello stesso anno.

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Nel 1999 dominò il Giro, aveva oltre 5 minuti di vantaggio su Paolo Savoldelli, quando una brutta mattina a Madonna di Campiglio prima della partenza della penultima tappa fu fermato per il tasso di ematocrito superiore al limito massimo consentito del 2%. Fu l’inizio di un calvario che non finì mai: rinunciò al Tour pur non essendo squalificato visto che il livello di ematocrito superiore al massimo non prevedeva altro che uno stop di 15 giorni, e tornò solo nel 2000 anno in cui seppe vincere  due tappe al Tour. Disputò ancora il Giro nel 2001 e nel 2003 ma ormai la depressione si era impadronita di lui. Morì il 14 febbraio 2004 in una stanza di un residence di Rimini per un’overdose di cocaina. Si è scritto e si è detto molto su tutta questa storia, si parlò di complotti e congiure, di un intervento della mafia. Io so soltanto di essere stato due volte allo Spazio Pantani, il piccolo museo dentro la vecchia stazione ferroviaria di Cesenatico dove sono esposti tutti i sui cimeli e di aver pianto in silenzio entrambe le volte. Il Giro del ’99 alla fine lo vinse Gotti. Dopo di lui Garzelli, Simoni, nel 2001 e nel 2003, poi Savoldelli 2002 e 2005, Cunego nel 2004, Basso nel 2006 e Di Luca nel 2007 a chiudere una serie di 11 vittorie italiane consecutive.

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Nel 2008 ci fu il primo successo di Alberto Contador, madrileno, classe 1982, corridore di classe cristallina: uno dei sei  ad aver vinto in carriera tutti e tre i grandi giri: sette in tutto: 2 Tour 2 Giri e 3 Vuelte. Anche i Giri sarebbero stati tre se non gli fosse stato tolto quello del 2011 per una storia di doping.

Nel 2009 vinse il russo Denis Mensov, mentre nel 2010 arrivò il secondo successo di Ivan Basso. Nel 2011 la morte toccò nuovamente la storia del Giro: durante la terza tappa il ciclista belga Wouter Weylandt cadde lungo la discesa del Passo del Bocco e morì nonostante i disperati tentativi di rianimarlo dei sanitari subito accorsi. Vinse Contador come abbiamo già visto ma otto mesi dopo il successo gli fu tolto per una vecchia storia di doping e assegnato a Michele Scarponi, che disse sempre di non sentirlo suo. Anche Michele non pedala più, investito e ucciso poche settimane fa mentre si allenava per prepararsi al Giro 2017.

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Siamo ormai al presente, e restano da citare il canadese Ryder Hesjdal vincitore un po’ a sorpresa nel 2012, e naturalmente Vincenzo Nibali, primo nel 2013 e lo scorso anno. Nibali, lo “Squalo dello Stretto” nato a Messina il 14 novembre 1984 nel 2010 aveva già vinto una Vuelta, e nel 2014 s’impose al Tour ed è un altro dei sei uomini ad aver vinto tutti e tre i grandi giri, oltre a lui e a Contador, ci sono riusciti Merckx, Hinault, Anquetil e un altro azzurro: Felice Gimondi. Nairo Quintana, che sarà insieme a Nibali il favorito di quest’anno, conquistò il Giro del 2014, mentre Contador si riprese la maglia rosa nel 2015.

Colombia's Nairo Quintana holds the trophy after winning the Giro D'italia, Tour of Italy cycling race, in Trieste, Italy, Sunday, June 1, 2014. Nairo Quintana confirmed himself as cycling's next star by winning the Giro d'Italia on Sunday to follow his runner-up finish in last year's Tour de France. The 24-year-old climbing specialist with the Movistar team won two stages and finished with a 3 minute, 7 second advantage over fellow Colombian Rigoberto Uran for his first Grand Tour victory. Italy's Fabio Aru finished third overall, 4:04 back. (AP Photo/Marco Alpozzi)

Certo il ciclismo è cambiato negli ultimi anni, il Tour è diventato il centro assoluto delle corse a tappe, quello capace di muovere l’attenzione di tutti i media, anche se, a parere di molti, me compreso, i percorsi del Giro sono più belli e le salite più dure. Alcuni campioni, certi veri come Wiggins e Froome, altri sconfessati dalla storia come Lance Armstrong, quando sono venuti al Giro lo hanno snobbato, usandolo come corsa di preparazione alla prova francese, ma poco importa, per noi il Giro d’Italia è e resterà un pezzo importante della nostra storia e non solo di quella sportiva.