4 Anni senza Madiba: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

4 Anni senza Madiba: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.



Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

Salti Immortali sulla striscia di Gaza

Salti Immortali sulla striscia di Gaza

“Ed egli imparò a volare. Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita di un gabbiano”. Volteggiano nell’aria come aquiloni. Corrono, si arrampicano, scalano, saltano dai resti di un edificio all’altro di questo non luogo dove il rumore delle bombe sovrasta quello del mare, il cielo è nuvole di fumo, e il futuro una disillusione precoce. Se proprio bisogna essere instabili, tanto vale fluttuare, librarsi in aria per staccare i piedi da quel suolo dissestato. Eppure qui, a Gaza, nella terra dove non si è liberi di essere nessuno, molti ragazzi hanno trovato la loro libertà nel parkour, la disciplina metropolitana portata alla luce da David Belle nei primi anni ’90 ma le cui radici risalgono a più di un secolo prima, quando l’ufficiale della marina francese Georges Hébert, dopo un viaggio in Africa in cui rimase impressionato dalla strabiliante abilità nel muoversi dei popoli indigeni, formulò il “metodo naturale”, un sistema di allenamento improntato sullo sviluppo fisico attraverso un ritorno ragionato alle condizioni di vita. Lo rinominò parcours de combattant, e Belle, insieme con Hubert Koundè, inserendo una vigorosa “k” al posto della “c” ed eliminando una “s” già muta lo trasformò in una vera e propria disciplina, nell’abilità di completare un percorso superando gli ostacoli con la maggior efficienza di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante.

La forza del web, l’unica in grado di oltrepassare il Blocco della Striscia, ha portato il parkour fino a qui. Un soffio che ha accarezzato la testa e il cuore dei giovani gazawi che hanno abbracciato all’istante l’art du déplacement (l’arte dello spostamento), in un luogo dal quale spostarsi è impossibile. E così non resta che diventare un tutt’uno con la terra, l’aria, e lo spazio circostante.

Gaza è un vicolo cieco. Viviamo qui perché non abbiamo altra scelta. È l’unica vita che abbiamo, e cerchiamo di farla funzionare”, ha raccontato il giovane Fares a un giornalista. Lui, come la maggior parte di coetanei e compagni traceur (così vengono chiamati i praticanti del parkour), vive grazie agli assegni governativi e agli aiuti dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati (UNRWA). Per loro superare ostacoli non è solo una disciplina, è diventato uno stile di vita. Ogni barriera si trasforma in appiglio per superarla, ogni scatto è una corsa verso i propri sogni, ogni salto è un volo verso la libertà. Salti immortali. Aveva proprio ragione Seneca: “le difficoltà rafforzano la mente, la fatica rafforza il corpo”. Addestrarsi e allenarsi per non arrendersi, per combattere ogni giorno la realtà che la storia di un conflitto secolare ha reso immutabile.

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Gli spazi per “tracciare” sono pochi. Le idee per farlo, tante. Il cimitero di Khan Yunis, le rovine delle abitazioni, gli insediamenti in principio abitati dagli israeliani e ora abbandonati perché trovare materiali edili per ricostruire è difficile. Ma qui, allenarsi “in pace” è complicato, perché questi luoghi fantasma vengono usati anche come campi di addestramento dalla Resistenza, e spesso i militanti di Hamas fermano i ragazzi del parkour per il timore che i droni israeliani li vedano e registrino addestramenti per possibili azioni di guerriglia.

La guerra, sempre la stramaledetta guerra. “Era un F16 israeliano, ha bombardato un terreno disabitato a circa 500 metri da dove ci trovavamo. Eravamo terrorizzati, ma abbiamo continuato ad allenarci” racconta un membro del collettivo Gaza Parkour Team, fondato nel 2005 da Muhammed Aljkhbeir e da Abdullah Anshasi. Parole che sono anche immagini, visibili nel video che il collettivo ha girato come risposta alla provocazione dell’artista Banksy, andato a Gaza per rappresentare la sua arte polemica proponendo la Striscia come meta turistica: “il mondo si sta perdendo tutto il bello della vita”. Nel video, i ragazzi del team si improvvisano ironicamente come guide turistiche: “quasi la metà di noi non ha un lavoro, quindi abbiamo tempo per farvi fare un giro”.

Un tour itinerante della città distrutta, capriole e acrobazie varie tra le rovine, fino a quando non arrivano su un spiaggia deserta e in un attimo, sullo sfondo, il fuoco delle bombe si solleva da terra avvolto in un fungo nero. La guerra è lì, a pochi passi. La morte è a un battito di ciglia, forse di ali. Quelle che questi gabbiani non vogliono tarpare, perché ciascuno di loro è, in verità, “un’infinita idea di libertà, senza limiti”.

Giorgio Porrà e l’arte di raccontare diversamente lo sport

Giorgio Porrà e l’arte di raccontare diversamente lo sport

Nella fitta palude del giornalismo sportivo, dove becero chiacchiericcio, pettegolezzi social, faziosità varie e altre immonde bestialità si intrecciano quotidianamente contribuendo a inquinare il fascino autentico del calcio, c’è anche chi, il calcio, adora raccontarlo scavando nella sua essenza, appoggiando l’orecchio al suo cuore per ascoltarne i battiti. Ed emozionarsi. Un’oasi a cui pochi desiderano ancora abbeverarsi, continuando a macinare chilometri nell’infinito deserto del mainstream. Pochi, nobili cavalieri senza macchia che sventolano ancora fieri il vessillo del football come meravigliosa espressione e metafora della vita.

Un posto d’onore in questa piccola tavola rotonda, spetta sicuramente a Giorgio Porrà, storico giornalista e volto noto di Sky Sport da sempre affascinato dall’idea di uscire dagli schemi, di muoversi liberamente dall’angusto e ristretto recinto del giornalismo televisivo per avventurarsi in territori inesplorati con destrezza e coraggio, nonché con grandi capacità professionali riconosciute in maniera trasversale.

Osando, rischiando, sperimentando, senza mai assoggettarsi alla linea comune, al pensiero unico, alla faciloneria dei salotti tv che sfocia costantemente nel bar sport.

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Coriaceo, come un vero sardo, Porrà è altresì uomo di innato garbo, facilmente riconoscibile dal linguaggio alto ma quasi sussurrato che da sempre lo contraddistingue e che sin dagli inizi della sua carriera lo ha connotato come un uomo di cultura con la passione per il calcio. Da sempre Porrà si è tenuto a distanza di sicurezza dal calcio urlato. La boutade, il chiasso dei dibattiti e l’eco delle polemiche non lo hanno mai attratto, e questo, inevitabilmente, ha contribuito ad alimentare nei suoi confronti la critica di essere freddo e distaccato. Cose che succedono a chi si rifiuta di salire a bordo di certi carrozzoni, ma l’orgoglio di restarne giù semplifica la digestione di certe immancabili e sterili rimostranze.

Critiche, quelle sulla sua presunta aridità, che sono nulla in confronto al vilipendio di cui è stato vittima nei momenti duri che hanno segnato i suoi ultimi anni, da quando un sarcoma al femore l’ha costretto a combattere con la vita e con l’immagine pubblica, quando il suo aspetto è inevitabilmente cambiato e una certa cloaca umana non ha perso occasione per riservargli i più ignobili insulti ai quali Porrà, com’è nel suo stile, ha risposto con la forza nobile del silenzio e con la dignitosa volontà di andare ugualmente in onda e fornire il suo prezioso contributo alla rete.

Ma oltre al rispetto che si deve a chi affronta tacitamente battaglie private che poi diventano pubbliche senza mai far trasparire un briciolo di autocommiserazione, a Porrà bisogna riconoscere un enorme merito. Perché Giorgio Porrà, l’asciutto e apparentemente impenetrabile Giorgio Porrà, con i suoi programmi è stato pioniere di quello che è ormai diventato paradigma comunicazionale e che da qualche tempo a questa parte ha abbracciato anche lo sport: lo storytelling. Già, perché tra i primi a sperimentare in tv la narrazione sportiva, quella che fonde epica, lirismo e racconto, e da cui oggi siamo circondati per l’esigenza di dare una lettura più profonda alla semplice breaking news, ci fu proprio Porrà con il suo Lo Sciagurato Egidio –  termine di breriana memoria – in tempi del tutto non sospetti. Un format rivoluzionario che scardinò il sistema della tv sportiva attraverso una spettacolare contaminazione di generi, in cui il calcio conviveva in maniera naturale con musica e letteratura grazie ad un pregevole lavoro autorale e a cui hanno fatto seguito Profili e Italia Germania 4 a 3, altri programmi in cui la componente culturale e di costume si univa al racconto sportivo.

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Decido di incontrarlo per parlare dello storytelling declinato al calcio, di cui lui stesso è stato precursore senza le stesse fortune e riconoscimenti di Buffa e Condò, oggi idolatrati – soprattutto il primo – per le loro narrazioni. E quando, appartati nell’angolo di un bar vicino al centro di Milano, gli faccio presente di come sia impossibile non riconoscergli la paternità di quella rivoluzione, il suo sguardo si fa più nostalgico, ma senza una goccia di rancore: “È vero, con lo Sciagurato abbiamo aperto un fronte, interpretando in maniera del tutto nuova l’evento sportivo. Dovevamo essere liberi di sperimentare, ma forse eravamo troppo proiettati in avanti per quell’epoca e ci scontrammo inevitabilmente con le esigenze della rete. Volevamo formare una nuova generazione di ragazzi attraverso una nuova forma di giornalismo. Sono convinto che la contaminazione di generi sia il miglior modo di raccontare lo sport e, nonostante le tendenze, vivo e mi nutro dell’idea che la televisione debba essere un veicolo di cultura”.

Tutto chiaro: arrivare troppo in anticipo, talvolta, è come arrivare in ritardo, si rischia la bassa considerazione. Non che i suoi format non siano stati apprezzati, al contrario hanno formato una generazione (“da anni, un sacco di gente che incontro mi chiede se tornerò a fare Lo Sciagurato”), ma è evidente che non abbiano avuto la stessa risonanza di quei programmi che oggi ne sono la copia più moderna e patinata, maggiormente teatralizzata, e riscuotono enorme apprezzamento di pubblico e critiche. Ma perché oggi lo storytelling è diventato un termine così di tendenza? Perché tutti avvertono la necessità di manifestare le proprie abilità oratorie e vestire i panni di cantastorie? Giorgio fa un sorso di spritz, si lascia andare in un sorrisetto amaro tipico di chi aveva previsto tutto ma non è stato ascoltato e poi risponde: “c’è un rinnovato appeal per la narrazione orale, che per certi versi può essere più interessante del calcio giocato. Alla gente piace sentire raccontare storie, si sente coinvolta, instaura con il narratore un rapporto profondo, più intimo, e amplifica il valore del romanzo. Oggi lo storytelling è diventato quasi una disciplina scientifica, indispensabile per chiunque voglia comunicare a un pubblico. Obama, e sulle sue orme Renzi, ne hanno fatto il cavallo di battaglia dei loro mandati. Nello sport significa soprattutto generare un’emozione in chi ascolta attraverso la mescolanza di codici e stili profondamente diversi e miscelati con il giusto ritmo, trasmettendo autenticità e trasferendo conoscenza. Ognuno con la sua personale cifra. La mia, per esempio, è molto diversa da quella di Federico (Buffa), che ormai è una vera e propria rockstar”.

La tendenza, anche ai giorni nostri, resta quella di prediligere i racconti che hanno come protagonisti sportivi del passato, portatori di una carica emotiva più forte di quella che contraddistingue l’epica attuale. Contesto storico e sentimento nostalgico sono fattori non di poco conto, come la completezza delle parabole di qualcuno che è già vissuto rispetto a chi è contemporaneo, ma la natura, il fascino umano di campioni come Socrates, Cruijff e Maradona non sono lontanamente paragonabili a quelli dei protagonisti di questi tempi come Messi, Ronaldo o Neymar. Prima i divi erano anche rivoluzionari, anarchici, visionari, portabandiera di valori e ideali. Oggi la loro epica è l’immagine, lo sponsor, l’eccessivo sfarzo. Un cambiamento radicale che forse altro non è che lo specchio della società consumistica in cui viviamo. Ma questi idoli sono mitizzati più ora, con le scarpe ultrapersonalizzate e i contratti roboanti, o prima, quando ammirare un fuoriclasse significava anche lasciarsi sedurre dal bagaglio etico e morale che portava con sé? “L’ex campione è un patrimonio di aneddotica. Purtroppo calciatori come Socrates, che trasformò il Corinthians, la squadra del popolo, in un modello democratico esportato a livello sociale e in grado di cambiare un paese, o come Pelè, che nell’Africa degli anni ’70 fu capace di fermare una guerra solo con la sua presenza in un’amichevole, antropologicamente non rinasceranno più. Ed è inevitabile che il loro enorme serbatoio umano fornisca più spunti narrativi e generi una carica seduttiva verso certe storie maggiore di quella che caratterizza i campioni moderni. Bisognerebbe tornare a quel mondo, e invece i calciatori di oggi – non tutti, è chiaro – sembrano tamagotchi, cyborg che non vanno al di là di una risposta precotta, burattini nelle mani di società e sponsor. Prima erano calciatori-pensatori, oggi sono calciatori-lobby.

Quindi il calcio non è più una “rappresentazione sacra” come sosteneva Pasolini, verso cui tu nutri una certa deviazione. “No – continua Porrà -, non lo è più. Di sacra è rimasta la passione di un certo tipo di pubblico. Il calcio si è sporcato anche per colpa di una precisa comunicazione: perché prima di tutto il calcio è una forma artistica e per questo bisogna sempre valorizzare la sua bellezza mettendo in primo piano il gesto tecnico, invece di rincorrere l’ossessivo moviolismo”.

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Passa il tempo, consumiamo chiacchiere, confronti e patatine, e la sua collocazione nel panorama giornalistico si delinea in maniera sempre più chiara: un passo indietro o uno avanti, a debita distanza dal calderone in cui sguazza buona parte della comunicazione sportiva. Sembra defilarsi, costantemente. Uno smarcamento che rivendica a modo suo, senza cadere neanche per un attimo nella boria di sentirsi “diverso”, ma semplicemente esaltando una visione dello sport alternativa che vive e arde dentro di lui. Ma ci sono anche colleghi che segue e legge con piacere, in particolare quelli di Repubblica: “Fabrizio Bocca, Maurizio Crosetti, Emanuela Audisio e, soprattutto, Gianni Mura. Ho cominciato leggendo lui. Poi, ovviamente, c’era Brera, che era una cosa a parte, un letterato votato allo sport che ha creato, purtroppo, tanti emuli.

Si fa tardi, ci salutiamo. Lo rivedrò presto, in tv. Dove Porrà è impegnato con L’uomo della Domenica, spazio di approfondimento, manco a dirlo, ricco di spunti letterari e cinematografici. Non è di certo pubblicizzato come Buffa Racconta, ma resta fedele a quel linguaggio, quello della narrazione sportiva, di cui lui stesso, è d’obbligo ricordare ancora, fu eccelso esploratore.

 

 

Quei momenti, dolci e feroci, che precedono la gara

Quei momenti, dolci e feroci, che precedono la gara

Silenzio, si cerca la pace. Fuori sarà una battaglia. L’attesa sta per finire, la gara sta per cominciare.

Si chiude la porta, pausa col mondo. È il momento di dedicarsi a se stessi, di trovare la giusta armonia con il proprio corpo e la propria mente, in equilibrio precario quando l’ansia della competizione comincia a salire dalle gambe fin su alla testa, epicentro di dubbi, emozioni, stimoli, paure. Varcata la soglia dello spogliatoio si entra in una dimensione opaca, uno “stato alterato”, un luogo fuori da ogni mappa dove trovare concentrazione e tenere a bada lo stress. Un luogo di culto dove dedicarsi alle preghiere rivolte al proprio sé.

Musica nelle orecchie, sparata. Colonna sonora dell’io alle prese con l’ennesima prova. Sono tutti lì fuori, e come al solito si aspettano il meglio da te. Non pensano che tu possa steccare. Non sanno che quella caviglia ti fa male, condiziona alcuni movimenti, che la schiena non ti da tregua o quel ginocchio fa sempre i dispetti. Grandi gesti, nessun errore. Impossibile essere perfetti, ma bisognerà essere bravi, ancora una volta, a celare le imperfezioni con l’autorevolezza tecnica, ostentando sicurezza, dimostrandosi sfrontati.

Si stringono i lacci, si fasciano polsi, dita, si applicano cerotti, massaggi per sciogliere tensioni. Le mani e i piedi si fanno freddi d’un tratto, fanno tremare. L’adrenalina è un rullo di tamburo sempre più forte, incessante. E il tempo cammina lentissimo, l’euforia frena le lancette.

Occhi chiusi, la testa è uno spartito: si ripassa ogni movimento, ogni salto, ogni corsa, ogni colpo, simulandoli col corpo e accompagnandoli con il movimento delle mani e del capo. Una sinfonia perfetta. Ma dopo sarà diverso. Là fuori, è sempre diverso.

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Parlano allenatori e accompagnatori, ripassano la settimana ricordando ogni esercizio, ogni tecnica provata e riprovata, quasi sempre riuscita: e oggi?

La confusione aumenta, la sicurezza sembra perdersi per strada ogni passo che avvicina alla gara, e allora bisogna marciare piano. Guardando i compagni si ha sempre la sensazione che siano più tranquilli, c’è quello che ride e quello che fa stretching in un angolo: sembrano pronti. Anne Fischer, giornalista del Fortune, ha riportato in un suo articolo lo studio di alcuni scienziati secondo cui “la gente pensa le cose migliori quando non è per nulla concentrata sul proprio lavoro”, e che “la mente inconsapevole è capace di risolver problemi complessi, mentre la mente cosciente è impegnata a fare altro, o meglio ancora, non è impegnata affatto”. Che sgombrare la mente sia il modo più efficace di prepararla a una gara? Come se fosse facile.

Nel frattempo si controlla di aver eseguito correttamente tutte le solite scaramanzie. Sperando di non averne saltata nessuna, sarebbe la fine. Sarebbe la definitiva garanzia che andrà male. Perché ogni rituale è una piccola conquista, una presa di fiducia, e la convinzione che il successo passi anche da quelle forze invisibili si fa più forte di vittoria in vittoria. Guai a non ripetere esattamente quei piccoli, privatissimi gesti. Occulti. E guai a comunicarli agli altri, a lasciarne traccia, perderebbero la loro efficacia, romperebbero l’incantesimo. Almeno nella nostra testa. Solo una volta Gigi Riva giocò col numero 9, lui che voleva sempre, a tutti i costi l’11. Era il 27 marzo 1967, la partita Italia-Portogallo. Si ruppe una gamba, maledizione.

Tutti gli sportivi intrattengono rapporti intimi con le superstizioni. Michael Jordan fece la storia dello sport con i Chicago Bulls, ma sotto i pantaloncini rossi col toro stampato, indossava sempre quelli di North Carolina. Patrick Roy, superbo portiere di hockey, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non calpestare le linee rosse e blu del campo. Anche parlare coi pali. “I pali sono miei amici”, dichiarò in un’intervista. Max Biaggi indossa sempre gli stessi slip, Sebastian Vettel ha una medaglietta di San Cristoforo che gli balla nella scarpa, Niki Lauda teneva una monetina nei guanti. Per non parlare di Maradona, che prima di ogni partita del Mondiale 2010 doveva obbligatoriamente seguire questa sequenza scaramantica: scattare una foto con un componente dello staff, telefonare alle due figlie Dalma e Giannina e ricevere negli spogliatoi una copia della prima pagina del quotidiano che celebrava il titolo mondiale conquistato dall’albiceleste nell’86. Poi si sedeva in panchina e seguiva la partita con il rosario avvolto alla mano sinistra.

Ci siamo quasi. La testa è piena, ma dovrebbe essere vuota. Oppure è vuota, e forse dovrebbe essere piena. La tensione chiama, il corpo risponde. Si apre la porta, finito il silenzio, addio pace. Inizia la battaglia.

Ce la faremo anche stavolta?

Bayern Monaco e Bundesliga : le curve danno il buon esempio per l’integrazione

Bayern Monaco e Bundesliga : le curve danno il buon esempio per l’integrazione

Quando dall’urna del sorteggio di Nyon, uno Javier Zanetti in versione nemico immortale ha estratto la pallina contenente il nome Bayern Monaco quasi fosse un volontario sgambetto di marca interista, in casa juventina, al di là delle frasi di circostanza tipo: “se vuoi vincere la Champions devi in ogni caso battere le più forti” non saranno di certo mancati pugni al tavolo e imprecazioni. Contro la sfiga, il fato, lo storico capitano nerazzurro. Non che i bianconeri fossero inconsapevoli del rischio concreto di incrociare i top team europei dopo il secondo posto nel girone, ma tra tutte le big del torneo, gli scongiuri di non doversela vedere subito con il Barcellona e, appunto, i tedeschi, si sprecavano.

Il Bayern Monaco, la superpotenza tedesca che può contare su tanti campioni in campo quanti in panchina, diretta da quel guru del calcio moderno qual è Pep Guardiola, con il suo gioco asfissiante e snervante, che non ti lascia respirare e ti fa spazientire. Squadra dal rigore teutonico e la fantasia spagnola, che domina i campionati e arriva sempre tra le prime quattro in Europa.

Massimiliano Allegri, il suo staff, i giocatori e tutta la dirigenza sapevano bene chi stavano andando a incontrare, conoscevano bene lo spessore dell’avversario da battere per accarezzare di nuovo le grandi orecchie di quella coppa tanto sognata e solo sfiorata lo scorso anno. Il Bayern fa paura, è il Golia del pallone, e serve un Davide perfetto e fortunato per superarlo. Ma pensate che la sua grandezza si limiti a quello che si vede in campo? Al livello tecnico dei suoi interpreti? Ai perfetti meccanismi tattici? Alla storia gloriosa che porta con sé? Occhio, perché il club bavarese è molto di più.

È un esempio di solidarietà. Una corrente anticonformista contro il conservatorismo della Baviera. Un club e una tifoseria che fanno del progressismo la loro seconda bandiera, oltre a quella biancorossa che sventola all’Allianz Arena a sostegno della squadra.

Germania, 2015: l’esodo dei profughi di guerra è ai massimi storici. Più di un milione di migranti sono pronti a mettere piede in terra tedesca, e migliaia di loro hanno come ultima fermata di quella infernale “rotta balcanica”, che rappresenta l’unico sentiero possibile per lasciarsi alle spalle la guerra, proprio la Baviera. Ogni giorno i disperati richiedenti asilo giungono alla stazione di Monaco per provare a ricostruirsi una vita. Un flusso continuo e incontrollabile: solo a gennaio sono 92 mila i profughi arrivati in Germania. E mentre Angela Merkel spalanca le braccia e si fa paladina dell’accoglienza, generando dissapori e scontri politici e sociali, il calcio, e in particolare l’universo Bayern, risponde con appelli e gesti solidali.

 Il club di Monaco decide di stanziare 1 milione di euro per l’emergenza migranti e si prepara ad allestire un campo d’allenamento riservato ai giovani profughi, dove verranno distribuiti pasti quotidiani, l’equipaggiamento necessario per giocare a calcio e dove i ragazzi riceveranno lezioni gratuite di tedesco, per scacciare via la paura che quella parola genera ancora in molti angoli d’Europa: integrazione. I giocatori, in occasione della partita con l’Augsburg, sono entrati in campo tenendo per mano un bambino tedesco e un profugo. Javi Martinez, centrocampista basco del Bayern, corre dal campo allo scalo ferroviario della stazione di Monaco per donare palloni e magliette ai piccoli rifugiati.

Ma per comprendere al meglio l’impegno preso dal club bavarese occorre riavvolgere il nastro, perché questa nobile iniziativa parte da lontano, e trova le radici nello spirito altruista della sua tifoseria, legata visceralmente alla storia del club e del Paese. È il 22 agosto 2014, quando nel settore dell’Allianz occupato dal gruppo ultrà Schickeria, viene srotolato un enorme striscione contenente il messaggio esplicito verso la dirigenza di accogliere i rifugiati: “Ob in der Bayernkaserne oder sonst wo: Solidaritaet statt Ressentiment. Refugees welcome“. Un gesto che negli stadi d’Europa non si vede tutti i giorni, ma che rappresenta solo il corollario di un attivismo che da anni caratterizza il tifo organizzato del Bayern. A sostegno della squadra, ma anche dei diritti. Il capo ultrà Simon Mueller, in occasione del ricevimento del premio antirazzismo vinto dalla Schickeria nel 2014, si presentò sul palco indossando una maglietta su cui campeggiava la scritta: “nessuna persona è clandestina”, al fianco di Karl Heinz Rummenigge e dell’ex presidente della Federcalcio tedesca Wolfgang Niersbach, stretti nei loro abiti firmati.

“Qui la tragedia della Seconda Guerra Mondiale ha cambiato il modo di pensare delle persone. Da noi gli estremisti di destra non sono accettati” racconta Mueller in un’intervista. Da queste parti sostenere gli altri è una tradizione. Una lezione che arriva dalla storia.

Perché così avvenne con il presidente ebreo del primo scudetto Kurt Landauer, deportato al campo di concentramento Dachau – dove oggi è stato allestito uno spazio proprio per ospitare i profughi – dopo la Notte dei Cristalli, poi costretto a riparare in Svizzera perché perseguitato da Hitler e tornato in Baviera solo nel 1947. Anche lui fu sostenuto dalla sua gente, il suo ricordo da queste parti è indelebile e ha contribuito alla creazione di quel manifesto di valori morali che oggi i tifosi del Bayern non perdono occasione di manifestare a costo di evadere il recinto dello sport ed entrare in quello di politica e società.

In occasione della partita con l’Eintracht Francoforte, la curva bavarese allestì un’enorme coreografia per rendere omaggio a Landauer, dopo che per oltre 50 anni il suo ricordo era stato tenuto nel cassetto dalla dirigenza: “era prima del mio tempo” rispose lapidario il manager Uli Hoennes. E poi ancora magliette, convegni, eventi, giornate di studi per diffonderne la memoria. “Aiutare gli altri è per noi un dovere morale” continua il capo-ultrà. E lo si capisce anche dai progetti che portano avanti durante l’anno: nel corso della settimana che anticipa le partite casalinghe, la Schickeria organizza attività sociali come visite periodiche agli ex campi di concentramento, invitando le tifoserie ospiti a unirsi a loro.

E mentre alcuni gruppi neonazisti attivi nel mondo del tifo organizzato assaltano e danno fuoco alle strutture che accolgono i profughi, nel palazzo della sede della Schickeria, oggi, vengono ospitati un gran numero di rifugiati, perlopiù minorenni.

Uno sforzo costante per combattere violenza e intolleranza, per abbattere un altro muro, questa volta invisibile. Diverse squadre di Bundesliga hanno seguito l’esempio del Bayern scendendo in campo per aiutare i rifugiati. Dal Borussia Dortmund che riserva ai migranti una quota di biglietti per assistere alle partite in casa e lancia messaggi sul proprio sito ufficiale affinché la Germania non finga di non avere le risorse per accogliere quella povera gente, all’Hoffenheim, che ha distribuito 900 paia di scarpe e 300 palloni da calcio ai bambini. Fino ad arrivare alle serie minori, dove il Babelsberg di Berlino ha fondato una squadra composta esclusivamente da immigrati, il Welcome United, che attualmente milita in una serie dilettantistica tedesca.

E l’Italia? Dalle curve della Serie A niente striscioni, nessuna iniziativa, nessun “welcome”. E pensare che il tifo organizzato tedesco nacque negli anni 90′ proprio sulle orme delle nostre curve. I supporters del Bayern prendevano il treno e venivano nei nostri stadi per studiare da vicino come sostenere con calore, passione e organizzazione la propria squadra. E hanno imparato. Oggi, forse, siamo noi che dobbiamo prendere esempio da loro.

FOTO: www.overpress.it

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