Dino Alinei: il Napoli e la sua collezione…Anema e Core!

Dino Alinei: il Napoli e la sua collezione…Anema e Core!

Napoli è sinonimo di storia, cultura, politica, economia, arte e natura. E’ sinonimo di musica, teatro e buona cucina. Napoli è la fantasia al potere, conosciuta in tutto il mondo con le sue stravaganze, bellezze e contraddizioni che la rendono unica. Napoli è la città del sole e del mare, che abbraccia uno dei golfi tra i più belli e celebrati al mondo. Se si pensa poi a Napoli con l’occhio di chi segue il calcio, non si può non pensare a Maradona che con la città ha creato un binomio indissolubile: Campá cu te, sempe cu te, pe’ nun muri’! Un Amore mai sopito quello dei napoletani per “El Pibe de Oro”, un amore grande come quello che prova Dino Alinei per il suo Napoli.

Dino ha sessantasei anni, è un Medico Radiologo, “fidanzato con Fedora quando ancora le figurine si attaccavano con la colla e sposato poi nel 1974” ci dice. Dino non è tifoso del Napoli, lui con il Napoli ci fa l’amore…”Cominciai a frequentare lo stadio all’età di quattro anni sulle spalle di mio padre: era Napoli – Torino del 1955 (2-2), allo stadio al Vomero, prima di campionato ed esordio per Vinicio. Dopo 2’ Vinicio segna. Ero piccolo ma ho ancora negli occhi la festa per quel gol: gli abbracci, le urla, i mortaretti, rimasi scioccato. Da allora non ho più smesso di andare allo stadio, non ho più smesso di seguire il mio Napoli. Ero bambino ma leggevo il Corriere dello Sport e Il Calcio Illustrato e quando a scuola ero chiamato a scrivere un tema, usavo dei vocaboli che sbalordivano le maestre: erano tutti termini presi in prestito dal mondo del calcio. Molte di quelle riviste fanno parte ora della mia collezione, nel senso che sono proprio quelle che avevo da bambino, oltre a tutte quelle che ho trovato in seguito nel corso degli anni”.

La voce di Dino ha un timbro deciso e fiero, con quell’inflessione tipica di queste parti, ma al contempo ricercata e nobile. Il Napoli è tradizione di famiglia in casa Alinei, …Anema e Core, “Papà era l’otorino di fiducia del Napoli negli anni che vanno dal ’62 al ’74 ed aveva la Tessera di Servizio per accedere allo Stadio, ma non voleva nulla gratis, non voleva sembrare uno che approfittava della situazione e così comprava anche l’abbonamento con il quale faceva il suo ingresso. Ebbe un passato da calciatore in serie C con la Bagnolese negli anni ’40. Arrivò Amadei a Napoli, prima da calciatore e poi da allenatore, e diventò un amico di famiglia. Veniva spesso a casa nostra. Noi abitavamo in un palazzo in centro storico e lui arrivava ogni mercoledì con la sua Giulietta gialla. Non vi dico cosa succedeva sotto casa, una ressa infinita di gente. Appena arrivava a casa nostra chiedeva sempre a mia madre se poteva preparare la “panzanella”, ne era ghiottissimo. Mi ricordo anche che vidi Napoli – Juventus (2-1) del 6 dicembre 1959, in braccio alla moglie di Amadei, la Sig. Rita. Io ero sulle sue gambe e lei per il nervosismo che la partita gli trasmetteva, senza rendersene conto, si mise il mio colletto del cappotto in bocca: me lo rovinò tutto”.



Dino non poteva che essere un grande tifoso del Napoli vista la sua infanzia, ma qualcosa scatta dentro di lui al punto di farlo diventare anche un collezionista: “Come la maggior parte di coloro che raccolgono memorabilia iniziai a collezionare le figurine. I miei genitori me le compravano solo se mi comportavo bene, erano un premio alla mia condotta. Si trattava delle figurine sagomate e cartonate, che risultavano pesanti, come quelle Cremifrutto che ritraevano il giocatore in piedi, in commercio dal 1962 al 1966. Bellissime. Ricordo anche quelle che si prendevano dal dispenser delle “Gomme masticanti”: inserivi 10 lire e giravi la manovella. Poi sono passato al cartaceo, in particolare i biglietti delle partite. Prima erano bellissimi, con delle grafiche davvero spettacolari, in particolare quelli della nazionale italiana. Erano tutti dell’Istituto Grafico Bertello di Borgo San Dalmazzo. Ora continuo a collezionarli, ma ritengo abbia poco senso, non mi attraggono molto hanno perso il loro fascino…quella poesia insita. Arrivato poi a una certa età sono stato più attratto dagli oggetti del campo, dalle “reliquie” possiamo dire, maglie in particolare. Ora è più facile trovare maglie ma prima un calciatore ci faceva l’intera stagione e spesso anche più di una. Bisognava arrivare a lui direttamente o entrare nella cerchia dei suoi familiari. Una curiosità …alcune maglie le ho trovate tramite il “mercato delle pezze” a Ercolano. Tutte le mattine alle 04:00”, nuje ca perdimmo ‘a pace e ‘o suonno, “iniziava il mercato, un mercato che esiste ancora. Scaricavano balle di abbigliamento usato piene di tutto e io compravo a scatola chiusa. Devo dire che così facendo ho acquistato anche un sacco di cose inutili, perché l’accordo era che tutto quello che era “azzurro” era mio. Ora devo dire che con WhatsApp è più facile, ti fanno una foto e decidi se t’interessa o meno. Prima o andavo personalmente oppure se mi chiamavano dovevo prendermi tutto. Con questo metodo una volta trovai addirittura una maglia di Pontel del 1961, da non credere”.

Dino è una valanga di ricordi ed emozioni che potrebbero sconfinare in concitazione, ma lui no, lui parla “assestato”: “Una volta, in un mercatino, trovai una figurina di Dolo Mistone terzino sinistro e bandiera del Napoli da metà anni ’50 a metà anni ’60. Misi la figurina nel portafoglio per poi sistemarla in collezione come faccio sempre. Quella volta me ne dimenticai e mi rimase nel portafoglio per qualche tempo. Un giorno, mentre ero a lavoro al centro diagnostico, ho sentito di un paziente che una volta entrato ha esordito dicendo Buongiorno, ho un appuntamento mi chiamo Dolo Mistone. Non credetti alle mie orecchie, andai fuori dal mio studio e arrivai nella segreteria e lo vidi. Tirai fuori la figurina, così per fargliela vedere, solo per fargli piacere. Invece lui ha creduto che io me la volessi far autografare. In realtà io non volevo perché comunque mi avrebbe deturpato la figurina, ma non ebbi il coraggio di dirgli di no. Ce l’ho ancora così. Fu un grande giocatore, e giocò praticamente sempre e solo con il Napoli. Era un terzino che si lanciava in attacco e a tal proposito diceva: se si lancia in attacco Facchetti lo chiamano “fluidificante”, se lo faccio io sono pazzo. Fu una grande bandiera del Napoli in un periodo difficilissimo”.

Dino ha una collezione immensa fatta di tantissime foto, figurine, dischi, sciarpe, bandiere gagliardetti, programmi, biglietti e maglie. Tra i tanti “pezzi” anche gli statuti del Naples Foot-ball Club e dell’Unione Sportiva Internazionale in Napoli del 1916, antesignane della compagine azzurra: due pezzi più unici che rari.

“Ho inseguito tantissimo la maglia anni ’50 di Comaschi”, prosegue con il suo racconto Dino, “così come ho faticato molto per avere un album di figurine fatto a Napoli nel 57/58, Ed. Lo Sport. Per me era un ricordo d’infanzia e quindi era davvero molto ambito da parte mia, ma la persona che lo aveva non voleva cederlo. Gli ho fatto la corte per oltre un anno, poi un giorno, complice forse l’atmosfera natalizia, cedette alla mia offerta. Ho anche la fascia da Capitano di Maradona e la maglia di Juliano, oltre alla maglia di Beppe Savoldi con la coccarda della Coppa Italia del ’76.

Nel 1979 Dino ha anche conseguito il patentino di Allenatore Dilettanti: docente in quell’edizione il bicampione del mondo nel ‘34 e nel ‘38 Giovanni Ferrari. Dino è stato anche il Presidente dell’Associazione Italiana Napoli Club per un triennio a partire da fine anni ’90. L’Associazione, nel periodo di Maradona, ha raggiunto oltre 900 club affiliati in tutto il mondo.

“Il collezionismo è cambiato molto, così com’è cambiata molto la società, con il sempre crescente utilizzo della tecnologia. Ora siamo facilitati nel trovare e cercare il “pezzo” mancante, anzi vediamo “cose” che non sapevamo nemmeno esistessero. Il sapore della ricerca diretta, il frugare in cataste di cose impolverate, sporcarsi le mani era un’emozione diversa. La tecnologia ci consente di avere il mondo in casa, ma i vantaggi tecnologici sono vanificati dall’assenza di emozione. Certo ora ho un archivio elettronico, foto disponibili tramite mail, WhatsApp e altre diavolerie varie, ma al contempo la tecnologia ha decretato la fine di alcuni tipi di collezionismo quali biglietti e abbonamenti per esempio, che ora sono caricati su di una card o stampati a casa su carta A4”.

Dalla terrazza di casa sopra Mergellina Dino ci saluta, e noi lo ringraziamo per aver condiviso la sua storia a tinte azzurre. “Il mio desiderio?” aggiunge Dino, “è trovare quello che non ho ancora trovato”.

Dino, sulle spalle del padre nel 1955 al Vomero e nel 1981 è lui a portare sulle spalle il figlio al San Paolo. Nel 2011 è il nipote a salire sulle sue spalle: la dinastia degli Alinei continua.

 

Taranto Amore mio: la collezione di maglie di Niko Molendini

Taranto Amore mio: la collezione di maglie di Niko Molendini

Il Mar Grande le bagna la costa esterna, il Mar Piccolo quella interna: siamo a Taranto, la “Città dei due Mari”. Siamo in una città dalle origini antichissime, fondata dagli Spartani e in seguito divenuta colonia della Magna Grecia. Conosciuta anche come “Terra dei delfini” per un antichissimo insediamento di cetacei proprio di fronte, tra gli isolotti di San Pietro e San Paolo. Il delfino quindi assurge a simbolo della città, un simbolo entrato anche nella rappresentazione e logo del Taranto Calcio. Una storia molto travagliata, quella del Club, negli ultimi decenni. Una storia nata nel Luglio del 1927 dalla fusione dell’U.S. Pro Italia e la Audace Foot Ball Club che diede vita all’Associazione Sportiva Taranto. Un club avvolto dalla passione e dall’amore per questi due colori, il rosso e il blu. Colori che hanno riempito, e continuano a riempire, la vita di Niko Molendini, collezionista di maglie del Taranto.

Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua passione e la sua “impressionante” collezione.

Niko ha quarantacinque anni (suonati dice lui), sposato con Francesca, e lavora nell’ambito dell’abbigliamento. “Ho una vita normalissima” ci dice Niko, “…famiglia, lavoro, pesca e… Taranto. Amo questa città in tutte le sue sfaccettature”. Niko inizia a elencare i luoghi della sua città: un elenco appassionato che parte dalle Colonne Doriche, sino al Castello Aragonese per poi attraversare il Ponte girevole di San Francesco di Paola che unisce la Città Nuova e la Città Vecchia. Un ponte citato anche da D’Annunzio in “Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi”: “Ma sul ferrato Cardine il tuo Ponte gira e del ferro il tuo Canal rintrona”.

“Ricordo il mio quartiere, Italia Montegranaro, e i luoghi della mia infanzia. Indelebili in me sono le partite a pallone per la strada”, prosegue Niko, “quelle partite che non terminavano mai, con il campo disegnato a terra con i gessi. Le porte erano le saracinesche, o due giubbotti o due sassi. Quanti palloni abbiamo recuperato sotto le macchine in sosta, e quante volte ci siamo invece fermati per far passare le auto per poi ricominciare. Divenuto più grande cominciai a giocare nell’Oratorio di San Giovanni Bosco, un oratorio storico”.

La voce si fa più intensa, commossa: “La passione per questi colori mi è stata trasmessa da mio padre Giovanni. Lui negli anni ’50 e ’60 organizzava i pullman per le trasferte. Un clima differente da oggi, un tifo diverso, genuino e comunque spontaneo. In trasferta non si andava certo nei settori ospiti, non esistevano. Non c’erano scorte, non c’era polizia e si andava in mezzo al pubblico di casa e non sempre erano atmosfere tranquille. Ancora oggi nei racconti di qualcuno più anziano sento parlare dei Pullman che organizzava mio padre. Una bella soddisfazione per me, un misto di orgoglio ed emozione. Agli inizi mio padre quasi mi trascinava allo stadio, ero piccolo. Durante la partita mi distraevo e magari giocavo a calcio con dei barattoli o con palle di carta, insomma dovevo prendere a calci qualcosa. Era il mio vizio, la mia malattia. Andavamo sempre nei settori popolari, su quei tavoloni di legno e tubi innocenti che era lo Stadio Salinella, dal 1978 “Stadio Erasmo Iacovone” dopo il mortale incidente dell’attaccante, prima dell’ammodernamento dell’85. Uno stadio dove il rumore dei piedi sui tavoloni produceva un rumore infernale. Dove quando il Taranto segnava si prendeva la “seduta”, che era di legno, e la si sbatteva ripetutamente contro la struttura di ferro del seggiolino invocando il secondo gol. Quando lo Stadio nell’85 fu ristrutturato questi seggiolini vennero buttati via… tranne uno che ho recuperato, e fa parte della mia collezione. Beh, che dire… Niko è davvero “oltre”!

“Io ero attratto da quei ragazzi che cantavano e ballavano sempre, sotto il sole e sotto l’acqua, incessantemente. Ero attratto dai tamburi, i fumogeni, le urla e i canti. Mi mandavano in estasi. Insomma erano gli “Ultras” ed io volevo essere come loro. Volevo essere uno di loro. Cominciai quindi man mano ad allontanarmi da mio padre, finché alla fine andai là in mezzo. Diventai uno di loro. Eravamo ragazzi e i nostri genitori erano preoccupati quando andavamo in trasferta. Ricordo quando andai a vedere il mio primo Derby con il Bari nell’86, al ritorno in stazione trovammo i nostri genitori ad attenderci dopo che erano stati annunciati per radio alcuni scontri tra tifoserie”.

Niko ci racconta di un calcio che non esiste più:Non esisteva materiale ufficiale all’epoca, c’era un negozio in città che si chiamava “Asso di Coppe” che produceva delle maglie con lo sponsor, la “Publiradio”, primo sponsor ufficiale della storia del Taranto e apparso nella stagione 1982/83. Allo stadio s’incontrava qualcuno con la maglia, ma erano quelle che qualche giocatore o qualche magazziniere aveva loro regalato. Intorno i diciotto anni le trasferte diventarono sempre più abituali per me e, con la squadra che regalava qualche gioia, ci venivano lanciate le maglie in curva a fine partita, un grande classico. A quel punto mi venne la fissa per la maglia, una sorta di bottino di guerra per me. Le mettevo allo stadio, le sfoggiavo, mi piaceva. Poi ho cominciato invece a ritenere questo gesto come una sorta di sacrilegio. Allora ho cominciato a conservarle in un armadietto nella mia stanza, piegate, imbustate… amate, accarezzate e coccolate. Iniziava quel meccanismo dal quale non sono più uscito e cioè quello di recuperare le maglie appunto, di collezionare. Le chiedevo a tutti, conoscenti, parenti, amici. Una corsa sfrenata cercando di accaparrare tutto ciò che capitava. Poi, con il tempo, si arriva a un bivio: o abbandoni o decidi di passare al livello successivo. Io decisi di aumentare il livello. Cominciai a cercarle in modo mirato, quasi scientifico. Iniziarono però anche le difficoltà, perché ci si cominciava a scontrare con il meccanismo del lucro e la follia di alcuni personaggi. Aumentò anche lo stress e il pressing che facevo alle persone che sapevo avevano la maglia che stavo cercando. Mi ricordo una volta che stavo in macchina con mia moglie e passammo davanti ad un centro sportivo, dove stavano giocando a calcetto. C’era un ragazzo con una maglia che mi sembrava interessante. Ho parcheggiato lasciando mia moglie in macchina, sono salito di corsa sulle scale, poi di corsa verso gli spogliatoi per arrivare al campo dove ho fermato la partita per parlare con quel ragazzo: mi resi conto che era una normalissima maglia da negozio. Mi hanno preso per pazzo. Poi ho fatto anche qualche altra pazzia, come quando ho trovato la Pouchain del 1981 e l’ho pagata … va beh non lo dico.”

“Prima dell’arrivo di internet si usava il passaparola al bar, per strada e allo stadio. Ma anche annunci su riviste o giornali. Le trattative erano più o meno lunghe ma si trovava anche chi te le regalava, come ad esempio tanti ex calciatori. C’era più cuore, più sentimento. Poi arriviamo nell’era di Internet e lo scenario cambia abbastanza. Il tutto ora si svolge sui “Social” dove ho trovato nuovi contatti per scambi e ho potuto allargare la mia collezione. Con molti collezionisti ho buoni rapporti, ma in generale le trattative sono brevissime c’è poco margine di contrattazione. Esiste ormai un grande business nel cimelio da calcio purtroppo, ho assistito a trattative esagerate anche solo per un pantaloncino. Certo un po’ è anche colpa nostra, di noi collezionisti. Ci sono quelli che vogliono una determinata cosa e, in virtù di una evidente disponibilità economica, alzano i prezzi in materia esagerata. Quello che non cambia, e che probabilmente non cambierà mai, è il susseguirsi di speranza e attesa nella trattativa”.

Ma questa storia, la storia di Niko, dove lo ha portato? Cosa ha in collezione ora?

“La mia collezione parte dal 1946/47 con una maglia che mi è stata donata dalla moglie del difensore Salvatore Tomaselli. E’ la mia prima maglia della collezione per anzianità, e lo dico con orgoglio”. Questa maglia mette i brividi … aggiungiamo noi.

“Belle e rare sono anche le maglie anni ‘60, in particolare ne ho due della stagione 1968/69 appartenute a Giuseppe Malavasi e, quella bianca, a Nando Di Stefano. Spettacolari!! Mi piacciono poi molto le UMBRO anni ’70, in particolare quelle a maniche lunghe”.

“Ho poi in collezione tre maglie di Erasmo Iacovone, il mito”, qui traspare l’emozione. Iacovone da queste parti significa qualcosa di indescrivibile, tutti sanno la sua storia, anche i bambini. La storia di un ragazzo di 26 anni che stava per diventare padre. Calciatore e Bomber di un Taranto che ambiva alla massima serie. Considerato il giocatore più forte che abbia mai vestito la maglia Rossoblu. Una vita spezzata da un incidente d’auto nel Febbraio del 1978.

“Non faccio una grandissima ricerca per le maglie degli ultimi quindici anni” aggiunge Niko, “non perché non mi interessino, ma perché in qualche modo alla fine “escono fuori”. Il difficile, dove bisogna impegnarsi davvero, è il periodo precedente. Quelle in “lanetta” poi sono difficili da recuperare, ma quando ci si riesce mi emoziono, mi vengono i brividi. Se penso quante ne sono andate distrutte per fare gli stracci per le officine c’è da impazzire”. Non è la prima volta che un collezionista ci racconta di questa “pratica” singolare, chiediamo maggiori dettagli: “Nelle officine meccaniche venivano scaricate balle di stracci per pulire arnesi e macchinari dal grasso che si accumulava. Tra questi stracci capitava di tutto, ed era frequente trovarci brandelli di maglie da calcio anche molto datate”. Una sorta di “mattanza” si potrebbe definire con gli occhi del collezionista.

“Lo scorso Settembre” ci racconta ancora Niko, “…insieme ad un altro collezionista, Carlo Esposito, e allo storico Franco Valdevies, abbiamo organizzato la mostra “Io t’Amo” nella splendida cornice del Castello Aragonese, per i 90 anni del Club. La mostra mi ha dato molto, una soddisfazione enorme. E’ il successo più grande, è stato come raggiungere un sogno, il coronamento della passione. Sono giunte tante persone: tifosi, semplici curiosi, giocatori ed ex giocatori e amici collezionisti. Alcuni hanno percorso centinaia di chilometri per poter essere presenti. Da “Pelle d’oca” sono stai i racconti delle persone più anziane che hanno raccontato le loro storie. Così come i bambini che facevano domande. Passato e futuro di questa terra. Emozione ed orgoglio per me e per noi organizzatori. E’ stato il riconoscimento di 30 anni di collezionismo, di sacrifici, di ricerche, di rinunce e di soldi spesi. Nessun rimpianto sia chiaro, ma ho un sogno, che è quello di un Museo permanente dove si possa pagare un biglietto minimo di ingresso e favorire la ricerca di “pezzi” nuovi, per la storia di questo grande club”.

Questo è il sogno di un uomo che accarezza le maglie…”Ho una grande cura per queste maglie, periodicamente gli faccio prendere aria, le piego, le guardo e ogni volta è come se fosse la prima volta. Questa è la mia emozione. Per conoscere la storia di un club, devi conoscere la storia della maglia: e questa è una maglia gloriosa!”. Questa frase ci arriva come una sentenza. Poi un pensiero alla famiglia…”Il calcio è entrato presto, prestissimo, nella mia vita, e mi ha condizionato molto. Quando hai il calcio come passione occupi molto tempo per seguirlo, spendi denaro e togli tempo alla famiglia. Ringrazio mia moglie Francesca per avermi sopportato e supportato in tutti questi anni nella mia passione”.

Salutiamo e ringraziamo per questo splendido viaggio che ci è stato concesso di poter fare: “Grazie Niko, abbiamo terminato, puoi toglierti la maglia del Taranto ora…” … la risposta non poteva che essere questa ”Ma ce’ si’ stuedeke? Non esist proprio” 🙂

 

Il Regno delle figurine e il suo Re: il più grande collezionista al mondo e il suo tesoro senza tempo

Il Regno delle figurine e il suo Re: il più grande collezionista al mondo e il suo tesoro senza tempo

“Ce l’ho”, “mi manca”, “ce l’ho”, “mi manca”… quante volte abbiamo pronunciato questo ritornello? Tutti noi abbiamo collezionato almeno una volta le figurine dei calciatori. Quanti ricordi, quante emozioni. Il profumo della colla che si sprigionava all’apertura del pacchetto rimane come un segno indelebile della nostra infanzia. Non lo si dimentica più, come il sugo domenicale della nonna. Indimenticabili sono anche quelle lunghe trattative che caratterizzavano gli scambi. E poi i giochi con le “figu” con l’obiettivo di accaparrarsi quelle degli amici o dei compagni di classe. Si poteva vincere girando di scatto la figurina e sperare di avere quella con il numero più alto, oppure ribaltando quelle dell’avversario con una botta “secca”, o soffiando, sul tavolo. Ci si divertiva anche quando, dopo averle fatte scivolare da un muro, si discuteva quale fosse atterrata più vicino al muro stesso. La fantasia non aveva limite ai giochi che si facevano con le figurine. Altro che PlayStation. Si aspettava un pacchetto di figurine come si aspettava il Natale. E spesso era una sorta di premio che i genitori ci davano per esserci comportati “bene”. Infine quella sensazione di soddisfazione nell’attaccare la figurina che permetteva di completare l’album. Una soddisfazione mista a malinconia, perché completare un album significava terminare l’emozione, in attesa della stagione successiva: “E la cosa stupenda è che questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione…E che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante se ci pensi…“(Cit. Nick Hornby, Febbre a 90°). Questa passione, man mano che si cresce, conosce il tramonto. In altri casi è invece l’alba di qualcosa di più importante. Così è stato per Gianni Bellini: il Re delle figurine. Un Re con tanto di investitura da parte del “Times”: “Gianni Bellini is a grand-father with the passion of a schoolboy. The Italian print worker is considered the world’s greatest collector of Panini footballer stickers” (Cit. The Times, 10 giugno 2014).

“Ho 54 anni, sposato da 34, una figlia di 33 e un nipotino che comincia ad affacciarsi al mondo delle figurine dei calciatori”, ci confida Gianni, “Ho iniziato a comprargliele e devo confessare che qualche volta il pacchetto lo apro io… sai quell’odore…Io gli ho spiegato che il pacchetto si apre, si “annusa” e poi i doppioni si devono scambiare con gli altri. Queste sono le regole del gioco e cerco di tramandargliele. Lavoro da quasi quarant’anni in una tipografia e abito a San Felice sul Panaro, provincia di Modena. Un paese che negli ultimi anni è salito tristemente agli onori della cronaca per via del tremendo terremoto del maggio 2012 che qui fece tre vittime. Io e la mia famiglia siamo stati più fortunati perché nulla di grave è successo alla nostra casa. Ho riscoperto però in quel periodo il valore della solidarietà”. Qui la voce si fa seriosa: “In quei giorni ho ricevuto tanti messaggi, tante telefonate: da alcuni esponenti della FIGC, dalla Panini, dai tanti collezionisti in ogni parte del mondo. Tutti, oltre a manifestare la loro solidarietà appunto e dichiarandosi dispiaciuti per quanto successo, si sono interessati a me e alla mia famiglia. In tanti ci hanno messo a disposizione le loro case. È proprio vero che ci si ritrova nei brutti momenti, nei momenti di difficoltà”. Gianni fa una piccola pausa, poi riprende, “Ho tifato Milan sino all’avvento delle Pay-Tv, poi il calcio moderno non mi ha più trasmesso ciò che mi trasmetteva prima, troppo business. Ho seguito il Modena anche in trasferta nel periodo che dalla C è salito in A nel 2002. Seguo molto anche la Nazionale e quando riesco vado a vederla. In generale ora seguo le squadre della nostra zona, meno blasonate ma forse un calcio più vero, più vicino a quello che io amo.

Ma come si diventa il più grande collezionista al mondo in questo ambito? ”Negli anni ’70 la Panini per promozione regalava gli album. Ovviamente ne arrivò uno anche nella nostra casa e lo prese mio fratello che è un po’ più grande di me. Ricordo, come fosse ora, la prima figurina che io vidi, la prima che io toccai: il mitico Sergio Carantini del Lanerossi Vicenza, bandiera del calcio biancorosso degli anni sessanta e inizi settanta, scomparso nel 2015. Era l’album del 71/72. Da lì ho iniziato la mia avventura con gli album. Ricordo poi che, diversamente da oggi, non esistevano gli aggiornamenti per il calcio mercato. Allora io prendevo un doppione di un giocatore trasferito, ritagliavo il viso e il nome e lo attaccavo su un giocatore doppione della nuova squadra. Erano di fatto gli aggiornamenti, un po’ arrangiati ma efficaci. Ho un aneddoto da raccontare circa l’album del 72/73, un album a cui, proprio per questo aneddoto, sono particolarmente legato. Mi mancava solo una figurina per completarlo, Ivano Bordon, mitico portiere dell’Inter. Avevo 495 doppioni e il compagno di classe che lo aveva doppio ne voleva cinquecento in cambio. Comprai un pacchetto per raggiungere il numero necessario. Lo apro…chi ti trovo dentro? Ivano Bordon. Ero talmente felice che regalai comunque tutti i miei doppioni a quel compagno di classe. Ora ho circa 4.000 album di cui circa 2.500 solo Panini, gli altri 1.500 circa sono edizioni diverse come Vanderhout, Navarrete, Bergmann Verlag, Topps, F.K.S., AGE Educatif, Salo, Epoch, Ediciones Este e Mabilgrafica, solo per citarne i maggiori”.

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“Sino al 1984 sono stato un collezionista abbastanza tranquillo. Poi è scattata una molla evidentemente, qualcosa. Ho cominciato ad inserire degli annunci su riviste e giornali, anche esteri. Li la svolta…cominciai a ricevere lettere a non finire, oltre 500 a settimana con il postino che mi diceva che se le volevo dovevo recarmi in posta, lui non le avrebbe più consegnate. In alcuni casi l’ho rincorso per farmi consegnare la corrispondenza, c’era il “frutto” degli scambi e degli acquisti, ma anche le richieste di informazione da parte di altri collezionisti. Ho contatti con la Panini qui a Modena, li conosco perfettamente, ci scambiamo opinioni, collaboriamo. È davvero una fortuna averli così vicino a me. Io ho una rete di oltre 250 corrispondenti in tutto il mondo. Solo in Brasile ne ho 15, perché ogni regione fa il suo Album: quello del Campionato Paulista, quello Carioca, quello Pernambucano e così via. Poi ci sono quelli dei diversi club come il Corinthians, del Palmeiras, dell’Internacional per citarne qualcuno. Solo per ricordare ai miei corrispondenti di prendermi l’album nuovo invio 4 mail l’anno ad ognuno. Solo queste mail, per tutti i 250 corrispondenti, sono mille. Poi rispondono, mi chiedono. Io rispondo di nuovo. In un anno invio oltre 5.000 mail. Dedico a questa attività oltre 3 ore al giorno di media. Ma sono indietro con oltre 150.000 figurine da attaccare. Solo per recuperare tutti gli album nuovi e relative figurine servono tra i 3.000 e i 4.000 euro l’anno. Ma questa è la mia passione”. Gianni è un fiume in piena tanta è la passione e l’entusiasmo. I numeri che ci racconta sono impressionanti, numeri da capogiro: 5.000 album, 250 corrispondenti in oltre 60 paesi, 150.000 figurine ancora da attaccare e ogni giorno ne arrivano di nuove. Oltre tre ore al giorno di lavoro a cui va sommato anche l’impegno economico. Ma dove tiene tutta questa quantità di album e figurine… “Vi ricordate il film “Fantozzi contro tutti” in cui la moglie aveva riempito la casa di pane perché innamorata del panettiere? Beh casa mia è un po’ così, invece delle posate nel cassetto trovi le figurine” ci racconta in maniera scherzosa Gianni, “A parte gli scherzi ho una stanza solo per me e le mie collezioni: il mio Regno. Poi da quando mia figlia si è sposata la sua stanza è diventata la stanza degli ospiti…e gli ospiti sono le mie figurine. In garage poi ho una specie di “Caveau” dove tengo le cose meno importanti. Li ci sono interi scatoloni con la corrispondenza, intendo proprio le lettere ricevute, scambiate nel corso di questi tanti anni da collezionista. Devo dirlo, devo essere sincero: la mia vera fortuna è di avere accanto mia moglie Giovanna. Una moglie che ha capito la mia passione e non mi ha mai creato un problema. Quando mi arriva qualcosa di nuovo, di speciale, io sono felice, ma lei fa finta di nulla sembra distaccata, non interessata. Poi il giorno dopo mi chiede “Cosa ti è arrivato? Chi te lo ha mandato? Come lo hai contattato?”. Ecco lei è il mio grande punto di appoggio e per questo io la ringrazio. Da qualche anno poi faccio le mostre e lei viene con me. Mentre io mi soffermo con gli organizzatori dal punto di vista tecnico, decidiamo cosa far vedere e cosa mettere in evidenza, lei ormai segue la parte organizzativa: fa le foto dei locali, partecipa all’organizzazione della sala e alla disposizione del materiale. Insomma è una collaboratrice davvero importante per me. Una volta, come tutte le coppie del mondo, ci fu una discussione. Lei andò nella mia stanza, prese un album e me lo strappò davanti gli occhi, volendo colpirmi nel mio punto più debole. Dopo dieci giorni gli ripresentai l’album nuovo, lo recuperai in tempo record. Mi guardò e mi disse “Neanche il gusto di farti un dispetto”, e ci mettemmo a ridere. Non ricordo nemmeno perché litigammo”. Ma noi uomini non lo capiamo di solito.

“Un giorno mi contattò il figlio di un noto industriale, non faccio nomi chiaramente. Mi chiese di poter vedere la collezione. Prendemmo appuntamento e venne a casa mia. Trascorremmo insieme un paio d’ore e si mostrò molto interessato. Ci prendemmo poi un caffè seduti intorno ad un grande tavolo che ho in cucina. C’era anche mia moglie. Parlando, parlando mi disse che era interessato a rilevare tutto, tutta la mia collezione. Prese il blocchetto degli assegni e mi disse “Metta lei la cifra”. C’ho pensato una frazione di secondo, ma mia moglie inaspettatamente mi faceva segno di no con il capo. Declinai l’offerta. Non rividi più quella persona, sono passati oltre dieci anni.

“Ho album che provengono da tutto il mondo e le particolarità sono tantissime. In Australia per esempio ho dei corrispondenti ma recentemente, per recuperare alcuni album, mi sono rivolto a Federico Piovaccari che nel 2015 si trasferì ai Western Sydney Wanderers. Dal Giappone ho tutti gli album a partire dal 1985, sono di una qualità superiore a partire dalla consistenza della carta sino alle statistiche presenti sugli album”…certo una sofisticazione da intenditori. “Sono molto legato all’album di Mexico 70’, è stato il primo album internazionale della Panini. Anche quello del campionato belga del 1972/73 è un album strepitoso per l’epoca. Talmente mi piace che ne ho diverse copie. E poi tanti, tanti altri provenienti da tutto il mondo. “.

C’è anche un grande lavoro di manutenzione:Ogni stagione sposto tutti gli album per arearli e spolverarli. Cambio loro posizione, quelli sotto li sposto sopra e viceversa. Un lavoro di circa 10 giorni, anche perché poi rivedendoli riaffiorano alcuni ricordi e allora comincio a sfogliarli. Un po’ come si fa quando si sistemano le scatole con le foto di famiglia: sai quando inizi e mai quando finisci. Per me è la stessa cosa.”

“Nel corso degli anni sono cambiato come collezionista, come sono cambiato come uomo ovviamente. All’inizio ero puro entusiasmo: rincorrevo il postino per sapere se erano arrivate lettere, buste, pacchi. Facevo 300/400 km in macchina per andarmi a prendere un album, una figurina, non badando nemmeno troppo alle condizioni di conservazione. Ora sono indubbiamente più professionale, ho un “nome” e le persone mi conoscono e sanno come voglio i “pezzi”.”

Anche le cifre che girano intorno le figurine sono cifre di tutto rispetto “Un album di Mexico ’70 in buone condizioni può arrivare intorno i 3.500/4.000 euro. Una singola figurina anche un centinaio d’euro. I primi scudetti del 62/63 possono valere intorno i 150 euro l’uno. Poi ci sono le rarità, come per esempio nel 2003 la Panini preparò l’album del campionato inglese pensando di aver vinto i diritti per poterlo stampare. Poi l’asta non andò effettivamente secondo i loro desideri e gli album erano però già stampati. Distrussero tutto ma qualche copia si trova e vale intorno i 2.500 euro, pur essendo un album recente”.

Gianni ci racconta anche alcune curiosità:Ci sono alcuni evidenti errori nelle collezioni dei calciatori. Ne cito due a titolo di esempio. C’è una figurina di Ernesto Castano, giocatore della Juventus, nell’album 69/70. La stessa foto è stata utilizzata per la figurina dell’album 70/71 con la differenza che il giocatore si trasferì nel Lanerossi Vicenza. Quest’ultima figurina è stata stampata al contrario con una maglia del Vicenza. Oppure è divertente come nell’album dei Mondiali del ’78 in Argentina viene utilizzata una foto per Archie Gemmill, giocatore scozzese, e la stessa foto è stata utilizzata per Italia ’90, ben dodici anni dopo. Tutti sanno che la figurina di Pizzaballa è un icona delle figurine “rare”, ma pochi sanno che la prima figurina della Panini fu Bruno Bolchi dell’Inter. Curioso è anche l’album dei Mondiali 2006 che nella versione Israeliana si sfoglia al contrario. Tra le curiosità segnaliamo anche la partecipazione di Gianni ad un film, “Mi manca Riva. Viaggio di un collezionista di figurine”, nel 2012 regia di G. Gagliardi.

 

La figurina, specchio della società: così sono i calciatori e così è il mondo, o viceversa? Le Panini ci fanno compagnia dalla Dolce Vita anni ’60, una società speranzosa post bellica, sino ai nostri giorni, dove la speranza sembra terminata. Ma qual è il futuro delle figurine in un epoca dove ci sono album virtuali? “I numeri dicono che il futuro della figurina è roseo”, aggiunge il nostro “Re”, “le statistiche indicano che il trend è in forte ascesa, continuamente. Il mio sogno? Mi piacerebbe creare un Museo. Non è detto che il mio sogno non si realizzi, ci sto lavorando”.

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Alessandro Lancellotti: quando il Calcio è Musica per le nostre orecchie

Alessandro Lancellotti: quando il Calcio è Musica per le nostre orecchie

“Diciotto canzoni per diciotto squadre di calcio sono state presentate questa sera al teatro “Ariston”, affollato di tifosi, dirigenti sportivi e calciatori, da alcuni dei più noti cantanti italiani, con l’accompagnamento dell’orchestra De Martino. Era la finale del concorso “Una canzone per la vostra squadra”; lanciato dall’organizzatore degli ultimi festival sanremesi, Gianni Ravera, fra tutti gli sportivi italiani”. Così recita “La Stampa” del 24 marzo 1964, a pochi giorni dalla conclusione del più noto Festival della Canzone Italiana tenutosi, ovviamente, sempre a Sanremo. Pubblico quindi delle grandi occasioni per la rassegna canora della canzone sportiva, un pubblico appassionato come appassionato è Alessandro Lancellotti collezionista di questo tipo di vinili riguardanti gli “Inni” delle squadre di calcio.

Alessandro è di Vicenza ha trentacinque anni per 199 cm di altezza. Laureato in Scienze Storiche a Padova ora segue Demo Etno Antropologia a Venezia. Nel frattempo gestisce un Bed & Breakfast e collabora con “Radio Vicenza” dove cura una rubrica sulla storia del calcio e presenta gli avversari di turno del Lanerossi rifacendosi ai precedenti storici. Se tutto ciò non bastasse, è anche un grandissimo conoscitore della storia militare. Alessandro, da ragazzo, ha giocato “tra i pali” e questa passione per il calcio l’ha portato a studiare le sue storie, anche quelle più particolari e sconosciute ai più. Potremmo ascoltarlo per ore su tantissimi argomenti ma decidiamo di farci raccontare “solo” la sua passione per i vinili relativi alle squadre di calcio. Senza dimenticare che possiede anche oltre 1.000 libri con i quali ha ricostruito la storia delle sponsorizzazioni e dei fornitori sportivi nel mondo del calcio dal 1962 a oggi. Insomma siamo di fronte ad una “Enciclopedia del Calcio”.

Come nasce la passione per i vinili?Quando ero ragazzino utilizzavo il giradischi di mia nonna, un vecchio modello della Grundig. Ci ascoltavo i dischi di Goldrake e Jeeg Robot, ma anche Simon And Garfunkel e la famosa The Sound Of Silence, colonna sonora del Laureato. Sono sempre stato un appassionato della musica e del calcio, inevitabile quindi che i vinili relativi alle società calcistiche finissero per attirare la mia attenzione”. Alessandro è un fiume in piena quando racconta le sue passioni, la storia e la musica…e il suo Lanerossi Vicenza: “Nel 1964 ci fu un concorso, a Sanremo, dedicato alle canzoni per le squadre di calcio e a cantare quella dedicata al Vicenza, dal titolo Forza, Forza Lanerossi, fu il Quartetto Radar. Era un quartetto vocale con uno stile molto simile a quello del più famoso e conosciuto Quartetto Cetra. Al quartetto sul palco dell’Ariston si aggiunse una voce femminile vicentina: Flo Sandon’s, pseudonimo di Mammola Sandòn. La cantante ebbe una grandissima carriera, nota soprattutto per aver cantato per la prima volta nel 1952 “Non dimenticar” doppiando il canto di Silvana Mangano nel film “Anna” di Alberto Lattuada, dove recitarono anche Raf Vallone e Vittorio Gassman. Il disco superò il milione di copie vendute, un successo enorme. Flo Sandon’s vinse anche il festival di Sanremo nel 1953. A lei e al marito va anche il merito di aver scoperto Mina. Fu proprio Mammola Sandòn, tifosa del Lanerossi dell’epoca a convincere il Quartetto ad interpretare una canzone metà in dialetto e metà in italiano. Altro disco storico è quello relativo all’ulteriore inno del Vicenza, tra i più vecchi in assoluto risale infatti alla fine degli anni ’50, l’Inno Biancorosso cantato da Franco Barbieri con il complesso i Calabroni, molto bello…Noi siamo biancorossi tifosi del Vicenza, amiam’ la nostra squadra che ci darà speranza, se anche qualche volta fortuna non avrà, sempre nel nostro Cuore la squadra rimarrà”.

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“In collezione ora ho oltre 600 vinili, italiani ed esteri, tutti catalogati. Li tengo nella libreria, tra i libri” … storia e musica viaggiano di pari passo. “Oltre agli inni si possono trovare una serie di vinili che sono dei veri e propri documentari, per opera di mostri sacri come Ezio Luzzi e Sandro Ciotti. In queste raccolte, in formato 33 giri, si racconta la storia delle società di calcio e sono accompagnati da un vero e proprio libro denso di fotografie e dati statistici”. Opere d’arte aggiungiamo noi.

(Per gentile concessione di Fabrizio Schimdt)

.“Per recuperare i vinili scandaglio tutti i mercatini della zona e non solo, oltre a Ebay ovviamente. Ce ne sono alcuni molto difficili da trovare, in generale i più rari sono quelli delle squadre minori, prodotti con una tiratura più limitata. In particolare, secondo me, quelli del Latina, del Campobasso, ma anche quello del Casale sono davvero più unici che rari. Poi ci sono quelli che ancora non ho trovato, che sto cercando. Un aneddoto: sapevo dell’esistenza di due vinili uno della Roma e uno della Lazio, voci di Robertino e Aura D’Angelo. Ho contattato la casa discografica, la Carosello Records, per avere almeno delle foto di quei dischi. Sono stati gentilissimi e in un paio di giorni ho ricevuto le scannerizzazioni. Ora almeno so cosa devo cercare”.

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E i prezzi?Non ho mai speso cifre folli, pur confessando che alcuni li ho pagati 100 euro. Sono davvero pochi quelli così rari che raggiungono queste cifre e comunque non sono mai andato oltre”.

Davvero una bellissima esperienza aver vissuto questi momenti con Alessandro. Ci ha portato indietro nel tempo parlandoci dall’alto della sua grandissima conoscenza, e dei suoi 199 cm, anche delle sigle di programmi come la Domenica Sportiva: Pop Corn dei La Strana Società colonna sonora della stagione 1972-73 o Winning the West dei Buddy Rich Big Band colonna sonora dal 1973 al 1976, passando per Taste of Honey di Herb Alpert & The Tijuana Brass utilizzato per la sigla della trasmissione Tutto il Calcio Minuto per Minuto per poi arrivare a Pancho di Jack Trombey sigla di 90° Minuto. Motivi che tutti conosciamo, che abbiamo fischiettato, ma di cui spesso non sappiamo nulla di più.

Proprio questa estate France Football ha stilato una classifica degli inni più belli delle squadre di calcio. In prima posizione “You’ll never walk alone”, Liverpool. Al secondo posto c’è “Roma Roma Roma”, il famosissimo inno della compagine giallorossa di Antonello Venditti. E all’ottavo posto una sorpresa: l’inno della Cavese, “Dale Cavese”. Chiediamo ad Alessandro: quali sono i tuoi inni preferiti oltre a quelli del Vicenza? “Sicuramente l’inno del Voghera in ambito nazionale, mentre all’estero direi Cardiff City Superstar”. Parola di Alessandro Lancellotti. Dove ascoltarli? Sulla sua pagina Facebook: Music e Football Records.

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Passione “Gagliardetti”: il museo di Marco Cianfanelli

Passione “Gagliardetti”: il museo di Marco Cianfanelli

Un tempo c’erano i “Vessilli”, formati da drappi legati a delle aste su cui facevano bella mostra gli stemmi. Vessilli issati con fierezza per ostentare forza, in un comune senso di appartenenza e dove gli eserciti si riconoscevano e combattevano. Il gagliardetto fonda le sue origini negli antichi vessilli, pur avendone cambiato il significato con il tempo: oggi ha una funzione di celebrazione o ricordo di uno specifico evento, in modo particolare di natura sportiva. E’ sempre lì a “rappresentare” un gruppo, una squadra o un’associazione.

Chiamato pennant, fanion, banderin, wimpel, galhardete a seconda il paese in cui ci troviamo, lo scambio dei gagliardetti è uno di quei rituali che appartengono alla storia del calcio. Un momento molto “alto”, nobile, in cui i due capitani di turno si stringono cavallerescamente la mano prima dell’inizio della contesa. “Pezzi di stoffa” che esercitano grande fascino, intrisi di storia e leggenda, che hanno attraversato il tempo tra guerre e calamità naturali per arrivare nelle sapienti mani di uno dei maggiori collezionisti: Marco Cianfanelli.

Lo raggiungiamo nella sua abitazione e Marco si mostra subito cordiale e premuroso nei nostri confronti. Anna, la compagna, ci accoglie con “gli onori di casa” e fa di tutto per permetterci di essere a nostro agio: cortesia e modi gentili appartengono a questa splendida coppia. Marco ha sistemato la sua “passione” nel salone, per darci la possibilità più unica che rara di poter vedere, toccare e apprezzare una speciale “selezione” della sua infinita collezione. Sono tanti i gagliardetti, posizionati sul tavolo, sul divano e su di una sedia. Lui, un uomo di cinquantuno anni, li guarda, li tocca e li accarezza… sembra provare un grande sentimento.

“Mio padre mi ha trasmesso la passione per il calcio” ci dice Marco, “andavamo a vedere le sfide tra le squadre dei Castelli Romani. Mi ha trasmesso anche la passione per il Milan. Nel ’73, avevo sette anni, andammo a vedere la Finale di Coppa Italia tra Milan e Juventus all’Olimpico. La partita terminò 1-1 ma il Milan vinse poi ai calci di rigore. Ricordo la grande felicità ma anche che non riuscivo a vedere nulla, troppo piccolo in mezzo a tutte quelle persone agitate. Mio padre mi regalò una bandierina del Milan quel giorno…”. È il momento degli occhi lucidi per un ricordo che il tempo non ha offuscato. “Con lui andavamo spesso ad un circolo vicino casa dove si radunavano i sostenitori della squadra locale, dell’Ariccia, dove c’erano alle pareti dei gagliardetti: li osservavo e ne ero attratto”. Ora conta nella sua collezione oltre settemilacinquecento “pezzi” provenienti da ogni parte del mondo. Una passione travolgente. Come Zio Paperone anche Marco ha la sua “Numero Uno”: “Trattasi del primo gagliardetto che ho comprato in un negozio di articoli sportivi di Albano. Era l’estate dell’82, avevo sedici anni e c’era alle porte il Mundial di Spagna. Comprai il gagliardetto del Mondiale con la mascotte, il Naranjito”. Senza nemmeno saperlo, da questo momento nasce la collezione, con un pezzo semplice. Poi c’è l’ultimo entrato in collezione qualche giorno prima del nostro incontro. “Lo considero quasi il colpo del secolo: il gagliardetto scambiato in occasione della partita giocata a Genova tra La Dominante e la Roma nel 2 ottobre 1927. Marco è raggiante nel farci vedere questa autentica reliquia. Un “pezzo” stratosferico. In mezzo a questi due gagliardetti, il primo del Naranjito e quest’ultimo del 1927, c’è tutta la storia di questa splendida collezione. C’è tutta l’evoluzione di un collezionista…c’è la vita.

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Dal Circolo di Ariccia al “Naranjito”… e poi?Sono sempre stato un grande appassionato di calcio inglese. A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 cominciai a scrivere a molti club d’oltremanica, presentandomi come collezionista di gagliardetti e chiedendo loro di inviarmene qualcuno per aumentare la mia raccolta. In alcuni casi invece li contattavo telefonicamente. Devo dire che quasi tutte le società mi rispondevano con grande gentilezza e cortesia. Grazie a questo metodo ne recuperai parecchi. Certo tutti di poco valore, erano gagliardetti da “Shop”, ma comunque ufficiali e andavano a completare la mia collezione”.

Prosegue Marco, “Ho girato quasi tutta l’Italia in cerca di gagliardetti. Nel fine settimana, con altri tre amici collezionisti, pianificavamo l’itinerario da seguire e in macchina raggiungevamo le sedi delle società e i campi di gioco. Spesso ce li regalavano altre volte dovevamo acquistarli. In alcuni casi abbiamo trovato anche qualcosa di molto vecchio. Ricordo che andammo anche a Valdagno, allo Stadio dei Fiori. Ci fecero entrare nel locale utilizzato per le riunioni dei soci e vedemmo tantissimi gagliardetti appesi alle pareti. Non riuscivamo a credere ai nostri occhi. La squadra disputò anche la Serie “B” nel 51/52 proprio nell’anno in cui anche la Roma giocò il torneo tra i cadetti. In questo nostro girovagare tra le sedi delle società e i campi ci portavamo anche della merce di scambio. Uno dei miei amici era di Faenza e da lui prendevamo delle bottiglie di vino. Ci sono state utili per degli scambi o comunque come segno di riconoscenza verso coloro che ci avevano trovato qualcosa di interessante ai nostri fini. E’ rimasto talmente tanto dentro di me questo “girovagare” per stadi che ancora oggi, se vado in una città per me nuova che sia in Italia o all’estero, il tour degli stadi cerco di farlo sempre. E’ iniziata poi una fase più matura della modalità di raccogliere gagliardetti nel momento in cui sono entrato in contatto con altri appassionati, anche per la frequentazione delle riunioni della Unioncollezionisti dove ho avuto la possibilità di aumentare i miei contatti. C’è stato poi l’avvento di Internet e conseguentemente di Ebay: un momento epocale, in cui le possibilità di contatto, e quindi di acquisto o scambio, sono aumentate in maniera esponenziale. Ora ho decine e decine di contatti in tutto il mondo, anche presso alcune istituzioni come la Confederaçao Brasileira de Futebol. Con alcuni ho un grande rapporto di stima, riconoscenza e anche di profonda amicizia. Ma in questo mondo ci sono molti individui “che tendono ad essere degli opportunisti che mettono in subordine i valori importanti. Dovrebbe esserci solo la passione a guidare noi collezionisti. Anche sui “social” ho ottimi rapporti ma ci sono anche tanti distruttori e mistificatori di sentimenti”. Passione e sentimento sono parole che Marco usa spesso.

Poi, dopo quella del “Cuore”, fa capolino la parte più professionale di Marco: “Anche in questo campo esiste il fenomeno della contraffazione e bisogna essere sempre molto vigili. Solo l’esperienza consente di riconoscere un falso. I gagliardetti attuali non hanno il valore di quelli d’epoca e non è solo un discorso storico. In primis la fattura del ricamo, dove le caratteristiche delle finiture fatte a mano non possono essere chiaramente paragonate a quelle fatte a macchina. Ne consegue un valore intrinseco davvero basso per quelli più recenti. Poi anche la “tiratura” ha il suo peso: oggi per una partita di calcio ne vengono prodotti quattro o cinque e non si sa mai se si è di fronte a quello sceso in campo e scambiato tra i capitani. In precedenza si aveva la certezza che erano pezzi unici e questo conferiva e conferisce un valore inestimabile ai “pezzi” d’epoca”.  

Tante sono le storie e le vicende dietro un gagliardetto. Marco prende ancora a braccetto la sua passione e insieme ripartono: “Nel 1905 il Chelsea adotta come logo il così chiamato “pensionato di Chelsea”, da cui deriva il soprannome Pensioners. Si faceva riferimento all’Ospedale Reale di Chelsea, dove trovavano ospitalità gli ex membri della British Army, che per l’epoca erano una sorta di simbolo e vanto per il quartiere stesso. La struttura è ancora presente e funzionante. Si noti come il veterano sul gagliardetto sia uguale a quello delle foto del sito internet dell’ospedale. Questo accadeva prima dell’avvento del “Leone” come simbolo della squadra avvenuto negli anni ’50 che, pur dopo alcune modifiche, ancora oggi rappresenta il club. Guardiamo questi due gagliardetti del Real: con la fine della monarchia avvenuta nel 1931 furono eliminati i simboli reali dallo stemma, la corona in modo particolare. Infatti su questo gagliardetto degli anni ’30 non c’è. Anche il nome della squadra fu privato della denominazione di “Real”. Solo nel 1941, ben dopo la fine della guerra civile spagnola, fu nuovamente introdotta la corona e il club riguadagnò l’appellativo di Real. Abbiamo poi due bellissimi e rarissimi “pezzi”: il gagliardetto donato dall’F.C. Barcellona al C.D. Nacional de Madrid del 1931 e quello della Real Sociedad al C.D Europa del 1928. Particolarissimo e bellissimo, con gli stemmi delle due nazionali, anche quello con cui nel 1935 la U.R.B.S.F.A. (Union Royale Belge des Societes de Football Association) celebra l’incontro. Da vedere assolutamente ed apprezzare per il ricamo completamente fatto a mano quello con cui la Spagna accompagna i Mondiali del 1950 in Brasile. Siamo direi al capolavoro assoluto. Poi quello più antico è quello del 1926 dell’Admira di Vienna. Particolarissimo anche quello del Bologna relativo al 1938 con stemma sabaudo e fascio littorio. Più recente, ma comunque importante perché relativo alla prima vittoria dell’Italia in Inghilterra è quello del 14 novembre 1973, in cui il gol di Capello ammutolisce Wembley proprio nel giorno del trentanovesimo anniversario della battaglia di Highbury“. Quanta storia, quante storie.

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“Nel Museo di Coverciano c’è un mio ritrovamento” prosegue Marco, “E’ il gagliardetto che la città di Nizza fece alla FIGC in occasione di Italia – Francia del 4 dicembre del 1938 giocata a Napoli. E’ una mia donazione al Museo, mi chiamò Fino Fini in persona per ringraziarmi. Gran bella soddisfazione aver contribuito con un mio pezzo al “Museo del Calcio”.

 

 

“Sono un grande appassionato di calcio e attraverso questi triangoli di stoffa si riescono a scoprire le storie di questo sport e del mondo. A differenza di altri tipi di memorabilia il gagliardetto testimonia la riconoscenza verso gli avversari. Riconoscenza che passa dalle mani dei capitani e per me questo è il “non plus ultra”. A volte alcuni “pezzi” raggiungono prezzi folli. Ho sempre agito con coscienza e, pur impegnando alcune risorse economiche, non ho mai fatto spese che poi mi hanno impedito di fare altro per la famiglia. Confesso che per un certo periodo, per motivi di lavoro, ho interrotto la ricerca di nuovi pezzi per qualche anno. Non sempre si riesce a conciliare tutto, si fanno delle scelte. Ma poi son tornato a collezionare appena le condizioni me lo hanno permesso di nuovo. Ritengo che sia determinante ai fini dell’arte di collezionare un certo “Savoir faire”. Ovvio che i contatti giusti quali un massaggiatore o un dirigente agevolano”.

Bella, bellissima mattinata trascorsa con Marco, il tempo è volato.

“Volevo ringraziare la mia compagna”, aggiunge Marco “è sempre molto discreta nonostante io occupi molto spazio della casa con le mie cose. Mi aiuta molto ad accudire le mie creature, in particolare con alcuni rammendi sartoriali. Spesso mi arrivano scuciti o comunque rovinati. Anche mia madre, che si chiama Italia, mi fornisce consulenza sul tipo di ricamo o rammendo da fare”. Dopo i ringraziamenti i sogni…: ”Sogno un piccolo museo, tutto mio, per poterli esporre e averli a portata di mano. Spero che un giorno i miei nipoti sappiano valorizzare la collezione”.

Marco torna ai suoi gagliardetti, li guarda, li tocca e li accarezza… sembra provare un grande sentimento. Finisce così come era iniziata.

Grazie Marco per aver fatto insieme un piccolo percorso di questo grande viaggio.

 

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