E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

Sognare in grande e sognare sempre, questo è il motto che accompagna geneticamente il rapporto tra Napoli e la pallacanestro che ciclicamente ha regalato negli anni poche gioie indelebili e tante delusioni ad una città che oltre al calcio ha visto nella palla a spicchi un grande motivo di orgoglio e identificazione. Prima l’era dell’ingegner De Piano, oltre quindici anni (1978-1994) conditi da annate esaltanti, retrocessioni amare e successivi ritorni sotto il segno di calibri come Walter Berry , Alex English e Marco Bonamico, senza dimenticare gli spasmodici derby contro la fortissima rivale Caserta di Gentile ed Esposito. Il Mario Argento, palazzetto dello sport dell’epoca, che nei momenti clou conteneva a stento i diecimila spettatori, poi il nulla. Fallimenti e passaggi di titoli tra Battipaglia e ancora Napoli, fino al 1999 in cui l’allora presidente Lubrano sposta la sede del Basket Pozzuoli a Napoli cedendola all’imprenditore Mario Maione.

Rientro nella massima serie nel 2002 e da li in poi cinque stagioni memorabili culminate nello storico 2006: semifinali Play off scudetto, successiva partecipazione all’Eurolega e ciliegina sulla torta il fantastico trionfo nella Final Eight di Coppa Italia in finale contro Roma. Anche l’era Maione si chiuse mestamente nel 2007 con la mancata iscrizione al campionato per inadempienze finanziarie, un fallimento a cui ne seguiranno altri fino ad arrivare al 2016 in cui l’estromissione a campionato in corso dell’Azzurro Napoli Basket per debiti pregressi non saldati sembrava aver segnato definitivamente le sorti del basket all’ombra del Vesuvio. Quando sembra tutto perso accade che un imprenditore cilentano innamorato di Partenope decide di ridare a questa città un’identità cestistica partendo della serie B, trasferendo il suo Cilento Basket a Napoli dopo anni di esperienza nelle serie minori. Primo anno e primo centro, promozione in Legadue e entusiasmo ritrovato in una piazza affamata e pronta a gremire come ai vecchi tempi gli spalti del Palabarbuto, tensostruttura da 5.000 posti che ha sostituito l’abbattuto Mario Argento. Gli innegabili meriti del Presidente Ciro Ruggiero partono da molto lontano: lavoro, sacrificio e tanto tanto amore per questo sport e voglia di far tornare a sognare Napoli partendo dalle fondamenta a lui care, lavoro sui giovani e spirito di appartenenza. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per analizzare la stagione appena conclusa e gli imminenti progetti futuri.

Buongiorno Presidente, sono passate un po’ di settimane dalla fantastica promozione in Legadue. Una cavalcata trionfale che ha emozionato tutti gli amanti del basket cittadino. Le sue sensazioni nell’arco della stagione?

Come dice lei sono state emozioni che in un crescendo ci hanno portato a questo traguardo. Amo svisceratamente questa città a cui sono legato da affetti familiari a tal punto da chiamare la squadra Cuore Napoli Basket.

Proprio questo amore l’ha spinta tra tante peripezie a trasferire il basket dal Cilento a Napoli?

Sì indubbiamente. Di  sicuro questi sei anni di attività in cui sono riuscito a salire dalla promozione alla serie A2 condita da diversi successi mi ha permesso di crescere un gradino alla volta e per questo mi ritengo fortunato senza dimenticare che l’umiltà, nel basket come nella vita, è la dote principale per proseguire il nostro cammino.

Un altro tassello importante è senza dubbio il settore giovanile. Un altro suo indiscusso merito?

Senza dubbio il valore aggiunto del mio progetto è proprio quello di valorizzare i vivai, da quest’anno posso dirle che da quest’anno il trasferimento delle sarà totale. A Napoli avremo tutte le attività giovanili dal minibasket agli under, con progetti mirati in vari settori. Daremo continuità e saremo presenti a tutti i livelli sul territorio. Questa è la mia visione nel medio lungo periodo per dare credibilità e continuità al basket napoletano, senza le fondamenta umane non si va da nessuna parte, formiamo prima gli uomini per avere un domani atleti di livello, questo è il nostro progetto.

Un pensiero doveroso a due suoi compagni di avventura, il confermato coach Ponticiello e il non confermato ex D.s. Corvo, un aggettivo per loro?

Senza ombra dubbio due persone fondamentali che hanno contribuito al raggiungimento dei nostri traguardi e il mio grazie a loro è incondizionato. Poi con questa promozione si è chiuso un ciclo e si aprono scenari nuovi in cui il progetto è più importante del singolo soggetto, ringrazio ancora Pino Corvo per il suo lavoro, ma un presidente che crede nel lavoro come il sottoscritto deve valutare tutta una serie di situazioni nella sua interezza. Una città come Napoli ha grande aspettative e richiede una dedizione assoluta e una presenza quotidiana a tal punto che io mi trasferirò con la famiglia per dedicarmi anima e corpo al Cuore Napoli.

Il suo rapporto con le istituzioni cittadine e il pubblico, due pedine fondamentali nello scacchiere futuro?

Voglio ringraziare sia il sindaco De Magistris che l’assessore allo sport Borriello, ci hanno sempre sostenuto facendo tutto quanto in loro potere per agevolarci il cammino, hanno abbracciato in toto la causa Cuore Napoli Basket dimostrandomelo in varie circostanze, invitandoci più volte a Palazzo San Giacomo per condividere con noi i nostri trofei, regalandomi anche il gagliardetto con lo stemma della città per la raggiunta promozione cosa che mi onora profondamente. La città e il suo pubblico meritano il massimo possibile, c’è una gran voglia di Basket e quel senso di appartenenza e di orgoglio napoletano che si sta riscoprendo: è il valore più bello che la gente sta riabbracciando e il PalaBarbuto pieno mi rende pieno di gioia.

Il Palazzetto, un bel problema no? Napoli meriterebbe una struttura degna di una grande città?

Noi vogliamo una casa nostra che faccia vivere, volare e sognare i napoletani. Se il Mario Argento ne conteneva 10.000 io vorrei un palazzetto tipo Nba che sia un palcoscenico che ne contenga più del doppio, è un mio sogno, ma sognare non è vietato e la metropoli lo meriterebbe.

Parliamo di Legadue, come vi state muovendo per la prossima stagione?

Innanzitutto abbiamo adempiuto all’iscrizione e alle formalità burocratiche, io ho un profilo basso come voi ben sapete e ragiono sul senso di appartenenza del mio staff in primis e questo vale già molto. Quest’anno siamo diventati una società sportiva in tutto e per tutto, metteremo tutto nero su bianco onorando i contratti cosa che è da sempre nel mio stile. Io discendo da una famiglia napoletana anni venti  i cui  valori forti sono a me molto cari, da sempre sono abituato a ragionare concretamente rispettando la mia parola.

Per chiudere. Sei dovessimo sentirci tra cinque anni presidente, dove sarà il Basket Napoli?

Tra cinque anni? Con uno scudetto in bacheca e delle partecipazioni europee in Eurolega, con un’apertura a trecentosessanta gradi e progetti mirati in America con i college, confronti che a mio avviso portano crescita non solo sportiva, ma anche sociale innescando una serie di sinergie che servono ad una città come Napoli che le posso dire con certezza è più apprezzata all’estero che in Italia, cosa che proprio non mi va giù.

Alessandro Petacchi: “Tour e Giro? Corse diverse. Giovani italiani? Non bisogna mollare mai”

Alessandro Petacchi: “Tour e Giro? Corse diverse. Giovani italiani? Non bisogna mollare mai”

Vent’anni di carriera e un palmarès che parla da solo con centosettantanove vittorie assolute che fanno di Alessandro Petacchi uno dei grandi della storia del ciclismo di tutti i tempi. L’unico atleta azzurro ad aver vinto la classifica a punti nei tra grandi giri e il terzo in assoluto – dopo Merckx e Cipollini – per vittoria di tappa frutto di 53 successi totali suddivisi tra Giro 27, Tour 6 e Vuelta 20. C’è altro da aggiungere? Lo spezzino classe 1974 è stato uno dei più grandi sprinter di tutti i tempi e ritiratosi nel 2015 ha intrapreso da quest’anno la carriera di opinionista televisivo esordendo con Mamma Rai nel processo alla tappa al fianco della madrina Alessandra De Stefano. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo nel periodo a cavallo tra la corsa rosa e la grande boucle per discutere delle vicende del ciclismo moderno.

Buongiorno Alessandro, siamo alla partenza del Tour dopo aver vissuto le emozioni di uno splendido giro. Chi più di te può descriverci le sensazioni nel partecipare alle due kermesse. Differenze e similitudini?

Sono due corse diverse perché senza ombra dubbio le salite del giro sono le più difficili in assoluto, un Mortirolo, uno Zoncolan o un Blockaus non li ha nessuno. Però il Tour è una corsa più frenetica e nervosa dove tutte le squadre vogliono stare davanti e la campagna francese si sa è tutta un mangiaebevi con pochissime tappe interamente piatte. Devo dire però che anche il giro quest’anno è stato corso a tutta, i corridori a Milano erano davvero sfiniti.

Il Giro appena concluso, bellissimo ed emozionante. Che è esperienza è stata per te da commentatore?

E’ stato un giro emozionante e durissimo e incerto fino all’ultimo. Ha vinto meritatamente Dumoulin che è stato l’atleta più costante che ha capitalizzato le cronometro difendendosi in montagna. E’ stato bello poter analizzare le tappe al processo e avere questo rapporto coi corridori dall’altro versante, sicuramente una bella esperienza e grazie alla Rai per avermi dato questa opportunità.

Gli italiani al giro, record storico negativo di presenze con assenze di lusso e una sola vittoria di tappa con Nibali. Magra consolazione, no?

Si è vero, in questo momento non c’è il grande velocista che possa competere con i Kittel e i Gaviria di questo periodo, poi sono mancati i corridori che hanno lo spunto veloce in tappe intermedie, come Viviani o Ulissi, per strategie di squadra cosa che ci ha senz’altro penalizzato. Ringraziamo Vincenzo per l’impresa che ha fatto nel tappone con Mortirolo e Stelvio altrimenti non avremmo raccolto nulla.

Oltre a Viviani ed Ulissi mi vengono in mente Colbrelli, Felline, Trentin e De Marchi tutti atleti validissimi sacrificati per logiche di squadra che non hanno partecipato al Giro del Centenario. Tutta colpa del ciclismo moderno che impone delle scelte?

Beh in parte si, oggi i ritmi sono esasperati e gli atleti di cui parli hanno corso a tutta la prima parte della stagione partecipando alle grandi classiche del nord di inizio stagione e non avrebbero avuto le gambe per affrontare al meglio il Giro. Molti hanno optato per il Tour un po’ per scelta, un po’ per ordini di scuderia, la realtà è che oggi con i calendari professionistici che sono così compressi, delle scelte vanno comunque fatte anche se le conseguenze più nette le subiamo proprio noi con la corsa rosa che inizia ai primi di maggio.

Petacchi come ha iniziato a pedalare e quando ha capito che il ciclismo era la sua vita? Petacchi si nasce?

Da bambino con mio padre, che era un grande appassionato, seguivo le gare e per gioco pian piano sono arrivate la prime vittorie da dilettante sognando di diventare un professionista. Ho avuto la fortuna di firmare subito un contratto nel 1996 e da li è partito tutto. Petacchi in parte si nasce perché certe caratteristiche te le da madre natura poi io mi sono scoperto velocista per caso perché ho iniziato a vincere in arrivi veloci in gruppetti e da lì con tanto lavoro è venuto tutto il resto. Non c’è una ricetta magica contano tanti fattori tra cui anche la testa e da questo punto di vista la famiglia è fondamentale.

Senza entrare nello specifico tuo personale, ma il doping al ciclismo ha fatto del bene o del male al ciclismo? O entrambi?

Non ho nessun problema a parlare della mia vicenda sulla quale si è tanto discusso. Mi sono rivolto a dei dottori per il mio problema di asma da sforzo e mi hanno prescritto il salbutamolo che non è affatto dopante, ho pagato per questo e ho subito un sistema che all’epoca era così. Però posso dire in assoluto che quello che ha fatto e che fa il ciclismo contro il doping non lo fa nessun altro sport al mondo, oggi chi sbaglia paga e lo sport è più pulito di allora. Oggi si va ancora forte e questo alimenta ancora dubbi, ma posso dirti con estrema certezza che la tecnologia ha fatto passi da gigante in questi ultimi dieci anni e che certe prestazioni sono il frutto di questa continua evoluzioni di materiali, dai caschi ai body e alle bici.

Il Tour è alle porte, le chancès azzurre? Aru fresco campione d’Italia è la nostra speranza?

Di sicuro Fabio è la freccia numero uno per la classifica e avrebbe fatto senz’altro un grande giro. Ovviamente per vincere un Tour c’è bisogno di essere completi in tutte le specialità e l’esempio di Dumoulin è sotto gli occhi di tutti. Le cronometro contano e Quintana ne sta pagando le spese da qualche anno a questa parte, spero che Aru non né paghi a sua volta le spese, ma sono ottimista per un podio perché sia al Delfinato che nel campionato italiano ha dimostrato di esserci alla grande.

Parliamo di giovani, la crisi è arrivata anche nel ciclismo italiano? Gare cancellate, vivai carenti quali sono per te le cause?

Certo che l’annullamento di molte kermesse per mancanza di fondi ha avuto di sicuro il suo peso, per questo è ancora più importante che quest’anno sia partito il Giro under 23 che reputo fondamentale per i giovani italiani per confrontarsi con il fior fior dei pari livello nel mondo. Senza questi confronti non c’è crescita e anche se i risultati non sono stati soddisfacenti qualche ragazzo giovane si è messo in mostra ed è comunque un segnale che qualcosa si sta muovendo. Oggi il livellamento è alto e molte nazioni si sono evolute divenendo molto competitive, per cui è sempre più dura emergere.

Cosa ti senti di dire a che ti ha visto vincere a braccia alzate che sogna di diventare un campione?

Posso solo dirgli che non bisogna abbattersi né alla prima, alla seconda o alla terza delusione. Un atleta ha bisogno di tempo per maturare nel corpo e nella testa. Oggi le carriere, come è successo a me, si sono allungate e la piena maturità si raggiunge tra i 25-30 anni per cui è necessario essere costanti perché in questo sport la bacchetta magica non esiste. Lavoro, sacrificio, determinazione e tanta tanta pazienza.  

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

L’anno da record dello Sci Alpino. Paolo De Chiesa: “Meglio di così era impossibile. Ora serve ricambio generazionale tra i maschi”

L’anno da record dello Sci Alpino. Paolo De Chiesa: “Meglio di così era impossibile. Ora serve ricambio generazionale tra i maschi”

“Quella di quest’anno per lo sci alpino è una stagione record, di quelle da mettere degli annali senza se e senza ma”. Parole inequivocabili quelle di Paolo De Chiesa – ex sciatore e dodici podi in Coppa del Mondo.- giornalista e guru comunicativo di Mamma Rai,e voce tecnica per eccellenza dello sci italiano da ventiquattro anni a questa parte. Dal 2015 De Chiesa è anche direttore della rivista SCI Il mondo della neve, impegno che gestisce parallelamente a quello di commentatore e al suo hobby preferito: giocare a golf. Abbiamo avuto il piacere di discutere con lui della stagione appena conclusa e delle prospettive future dello sci azzurro che l’ex atleta della valanga azzurra segue passo passo dal lontano 1993, anno in cui il mito di Alberto Tomba cresceva e si consolidava nella storia del Circo Bianco.

Buongiorno Paolo, un doveroso e orgoglioso bilancio a freddo sulla stagione di sci Alpino appena conclusa. Strapositiva ogni oltre aspettativa?

Beh si certo, è una stagione record con quarantadue podi tra maschi e donne, entrambe fantastici. Da mettere in bacheca, le donne hanno vinto la classifica per nazioni e siamo in assoluto la seconda nazione del mondo dietro l’Austria, fare meglio di così era impossibile.

Uomini sugli scudi coi vecchietti mentre le donne hanno vissuto una vera e propria Nouvelle Vague.

Le donne hanno di sicuro un bel futuro con molte giovani come la Goggia, la Brignone e la Bassino che ci fanno ben sperare. Gli uomini si sono aggrappati ai vecchietti anche se Paris è ancora nel pieno della sua carriera, certo Moelgg e Fill sono da oltre un decennio sugli scudi ma va dato atto a loro di aver condotto una stagione da protagonisti, e la seconda coppa consecutiva vinta di Peter in discesa e la degna consacrazione di una carriera straordinaria.

Alla luce di quanto detto finora emerge il problema del ricambio generazionale nel settore maschile. E’ un problema reale?

A livello di giovanissimi dalle notizie che ho, pare ci sia della qualità però il problema è che manca una seconda fascia di atleti già pronti per essere competitivi. Ci aspetta di sicuro qualche anno di magra nell’attesa che i sostituti dimostrino di essere al livello degli attuali. Si salta una generazione e ci sarà da soffrire un po’, in gigante è già così da un paio di anni, e non ci resta che attendere con pazienza un fisiologico ricambio.

I materiali sono da sempre oggetto di evoluzioni e di cambi di regolamento. Sono davvero così importanti? Quest’anno si torna al passato, in che senso?

Si, torniamo al passato dopo cinque anni in cui abbiamo assistito ad un’evoluzione pazzesca grazie all’abilità di questi formidabili campioni che sono riusciti a gestire sotto i loro piedi degli sci più corti e in curva inguidabili. Ora tornando ai trentacinque metri cambieranno i raggi di curva e di sicuro assisteremo a diverse sorprese, sarà una sciata più divertente e spettacolare che vedo di sicuro di buon occhio. Anche la questione sicurezza è del tutto inesistente perché in questi ultimi anni ci sono stati diversi incidenti e infortuni che non hanno di fatto modificato ciò che già accadeva in passato. 

La tua carriera. Come hai iniziato e cosa ti ha spinto ad essere uno sciatore professionista?

Mi sono avvicinato allo sci per caso, ho iniziato a far le prime gare da bambino e vincevo sempre. Poi a quattordici anni sono arrivato in nazionale anche se per i miei era importante che non perdessi un giorno di scuola. A diciotto anni è arrivata la convocazione di Mario Cotelli e da li è iniziata la mia carriera in Coppa del Mondo nella valanga azzurra con risultati molto buoni. A ventidue anni ho lottato tra la vita e la morte a causa di un incidente da arma da fuoco. Sono stato un anno fermo e ho avuto la forza di ricominciare tornando ad essere competitivo, alla fine dodici podi in coppa del Mondo sono un gran bel risultato. La mia storia è degna di un libro, dovrei incominciarci a pensare.

Dopo la carriera agonistica sei diventato giornalista e iniziata la tua seconda vita. In Rai come ci sei arrivato?

Si a trent’anni ho smesso e ho iniziato a fare il giornalista per telemontecarlo e contemporaneamente ho messo su una casa di produzione facendo due programmi, d’inverno Pianeta Neve e d’estate Pianeta Mare. Poi in piena epopea Tomba mi ha chiamato Furio Focolari che mi voleva assolutamente in Rai e da lì è iniziata la mia collaborazione. Focolari, Gobbo e ora Labate, sono ventiquattro anni che racconto lo sci vivendo degli anni fantastici. Una squadra di assoluto livello coordinata da Ivana Vaccari che ha sempre creduto in me affiancandomi a collaboratori competenti e appassionati. Credo che il risultato complessivo sia all’altezza del servizio pubblico che la Rai garantisce da sempre al Circo Bianco.

Da due anni sei anche direttore della mensile Sci Il mondo della neve, che tipo di rivista è?

E’ un’altra esperienza stimolante che faccio con grande passione, è una rivista diversa da Sciare e Race che sono focalizzate più sull’agonismo. Noi lo seguiamo con un mio approfondimento, ma il mio obiettivo è quello di trattare la montagna a trecentosessanta gradi. Seguiamo il fuori pista, il free ride, il turismo e tutto ciò che è l’indotto neve, dando una chiave di lettura diversa e più fruibile senza essere a tutti i costi ipertecnici.  

Al nostro blog piace giocare pulito. Lo sci è uno sport dove l’etica regna sovrana?

E’ uno sport diverso da tutti gli altri, praticato da atleti che vivono prevalentemente in montagna con tutto ciò che ne consegue. Spero che sia pulito soprattutto per i giovani, certo che oggi il fisico anche in questo sport va di pari passo con la tecnica e gli atleti di oggi hanno una struttura formidabile che voglio credere sia frutto di mamma natura. La mano sul fuoco non la metto su nessuno, ma c’è molta sportività e amicizia e a mio avviso si, l’etica regna ancora sovrana.

Per chiudere, ad un ragazzo giovane che guarda Hirscher in tv e sogna cosa senti di potergli dire? Vale la pena oggi diventare uno sciatore professionista?

La passione innanzitutto. Se pensi di poter diventare ricco con lo sci, o appartieni all’elite o è meglio che lasci perdere perché in questi anni la competitività e la pressione sono aumentate e i guadagni sono quelli che sono. La carriera oggi si è allungata tantissimo rispetto ai miei anni, ma il mio messaggio è quello di allenarsi con dedizione, dare il massimo e godersi le sensazioni incantevoli che solo la montagna riesce a dare.

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Fabio Aru: “Giro, che emozione la partenza in Sardegna. Nibali? Siamo amici ma non ci risparmieremo”

Ci sono atleti in questo meraviglioso sport chiamato ciclismo che ti conquistano dal primo istante, con un gesto, un sorriso, una smorfia di fatica o un’impresa a braccia alzate che ti emoziona scaldando il cuore, e Fabio Aru fa parte proprio di questa categoria. Un predestinato, un duro che lavora sodo sin da dilettante per arrivare lontano, l’uomo che stavamo aspettando per continuare a competere per vincere nelle grandi corse a tappe che, mai come quest’anno, si tingono di rosa col centenario della kermesse più amata del Belpaese. E’ il suo primo anno da leader maximo dell’Astana che ha perso Nibali, emigrato nella nuova formazione araba Bahrein Merida, ed è inutile nascondere che la corsa rosa sia l’obiettivo principale di Fabio, atteso il riscatto dopo un 2016 difficile. Lo Abbiamo incontrato, al termine di una sfortunata Tirreno Adriatico, pronto a ripartire per raggiungere la condizione ottimale.

Buongiorno Fabio e bentornato al Giro. Partiamo dalle sensazioni post Tirreno Adriatico, una brutta tracheobronchite ti ha costretto al ritiro. Come stai?

Si, purtroppo la bronchite ha segnato negativamente la mia Tirreno e mi è dispiaciuto davvero tanto lasciare la corsa, per i miei compagni e i miei tifosi. Ora sono sulla via della guarigione.

Edizione speciale del Centenario, e si parte dalla “tua” Sardegna. Una grande emozione al via per te?

La partenza dalla mia Sardegna del Giro del Centenario è davvero una bella cosa. Non potevo non essere al via per quella che rimarrà certamente un’edizione storica della Corsa Rosa. E poi, pensare che con i miei risultati possa aver contribuito almeno in parte a questa Grande Partenza dalla mia Isola, mi inorgoglisce tanto.

L’Aru che torna al Giro dopo i due podi del 2014 e 2015 e un 2016 difficile è un atleta diverso? In che cosa l’esperienza del Tour ti ha cambiato?

Di certo le esperienze ti segnano e ti fanno crescere. Tanto più le sconfitte, da cui si impara molto di più che dalle vittorie. Ma non credo di essere un atleta diverso: l’esperienza al Tour dello scorso anno è stata molto utile sotto tanti aspetti e ci tornerò presto per provare a fare bene.

Domanda d’obbligo visto che l’Italia si è sempre nutrita di grandi rivalità del pedale. Quest’anno affronti Vincenzo per la prima volta da avversario. Che effetto ti fa?

Ci siamo già affrontati ad Abu Dhabi, alla Strade Bianche e alla Tirreno, finchè non mi sono dovuto ritirare. Lo sanno tutti, con Vincenzo abbiamo un bel rapporto di amicizia e ci vediamo anche fuori dalle corse. Da quest’anno corriamo in due squadre diverse e in corsa saremo avversari e non ci risparmieremo.

Il lotto dei pretendenti e il più competitivo degli ultimi anni, oltre a Vincenzo e il ritorno di Quintana ci sono Landa, Pinot e tanti possibili outsider. Il percorso si addice alle tue caratteristiche?

Il lotto dei pretendenti alla vittoria finale è davvero incredibile, credo che, senza esagerare, ci saranno una quindicina di atleti in grado di fare molto bene in classifica per cui la sfida sarà molto aperta. Il percorso è difficile e ci sono anche due cronometro che non agevolano gli scalatori come me, credo però che ci sarà da lottare ogni giorno.

Torniamo alle origini: quando hai iniziato a pedalare e hai capito che questa potesse essere la tua vita? Aru si nasce o si diventa col lavoro?

Ho iniziato a pedalare abbastanza tardi, con la mountain bike. Vicino a casa mia ci sono tanti percorsi per fare fuori strada. Prima di allora avevo giocato a calcio e a tennis, con scarsi risultati, in tutta onestà. Dopo la MTB ho provato con il ciclocross e poi sono passato alla bici da strada. Quando ho firmato il mio primo contratto da professionista ho pensato che la bici potesse diventare il mio lavoro. Aru si nasce ma poi è la dedizione per il lavoro che ti fa vincere le corse.

Tu e Vincenzo siete i simboli puliti della rinascita di questo sport che sta vincendo la sua battaglia contro il doping. Ne siamo usciti definitivamente o ci sono ancora in giro avvoltoi che speculano sulla salute dei ragazzi? Quanto è importante a livello giovanile diffondere i valori sani dello sport?

Mi fa piacere che io e Vincenzo veniamo identificati in questo modo… è giusto però dire che ci sono tanti ragazzi che fanno onestamente il mestiere. Credo fermamente che continuare a diffondere a livello giovanile la cultura sana dello sport sia il modo migliore per far rinascere questo bellissimo sport.

Il tuo team crede fortemente in te e nelle tue potenzialità. Senti questa pressione addosso ora che sei il leader unico? La squadra che ti affiancherà al Giro è già decisa o ci state lavorando ancora? Quali saranno i tuoi fedelissimi?

Si, la mia squadra crede tanto in me e ne sono fiero. Non sento particolarmente la pressione da fuori perché io caratterialmente, chiedo sempre molto a me stesso e quindi essere il leader unico è solo una conferma del fatto che devo fare bene, per me e per tutti i miei compagni e tifosi. La squadra è quasi decisa ma saranno, come è giusto che sia, i direttori sportivi ad avere l’ultima parola.

I tuoi fans, ne hai tantissimi che accorreranno in massa lungo le strade in ogni tappa. In quali dovranno aspettarti per la grande impresa? 

Beh è difficile indicare una tappa in particolare. Di certo immagino che saranno in tantissimi nei primi giorni in Sardegna e io spero di riuscire a farli divertire, sia quelli che verranno sulla strada che quelli che mi seguiranno davanti alla tv… le tappe di montagna, lo sapete, sono il mio pane.

Per chiudere un tuo commento e un doveroso omaggio alla nostra cara Italia: quest’anno il percorso attraverserà lo stivale portandoci per mano attraverso le meraviglie uniche del BelPaese, grazie anche all’eccezionale sforzo di Mamma Rai. Un motivo di orgoglio per te e per tutti noi in un momento storico non particolarmente felice? 

Sì è vero, il momento storico ed economico non è tra i migliori ma io credo che dalle eccellenze della nostra Italia si possa ripartire alla grande. Il Giro d’Italia e la Rai sono tra queste ed io sono onorato di far parte di questo grandissimo evento.