La crisi del Basket Italiano raccontata da Riccardo Pittis

La crisi del Basket Italiano raccontata da Riccardo Pittis

E’ inutile negare che il basket nazionale vive un momento difficile alla luce degli alterni risultati della nazionale tra europei mediocri,  mancate qualificazioni mondiali, olimpiche e rassegne continentali per club che ci vedono fanalino di coda per numero di partecipanti e per risultati. Questo il dato odierno, ma riavvolgendo il nastro del passato recente la nostra tradizione nella palla a spicchi è sempre stata in bilico tra il medio e l’alto livello grazie a generazioni intere di talenti che hanno contraddistinto il nostro glorioso palmares a cavalo tra gli anni ottanta e la fine dei novanta, per culminare con lo storico argento olimpico di Atene 2004 targato Charlie Recalcati. Da li in poi il buio e un’involuzione senza precedenti che coinvolge a tutti i livelli il settore tecnico e una crisi generale che nel mondo dello sport vede una cronica mancanza di ricambio generazionale. Ne abbiamo parlato con Riccardo Pittis, venti anni da professionista tra Milano e Treviso e un palmarés che parla da solo: 7 scudetti, 6 coppe italia, 3 supercoppe italiane a livello nazionale e 2 coppe dei campioni, 2 coppe Korac e 1 Saporta Cup in Europa al quale va aggiunto l’argento all’europeo italiano del 1991. Atleta esemplare fuori e dentro dal campo, attualmente commentatore tecnico di Raisport e profondo conoscitore delle complesse dinamiche interne dell’italia del cesto.

Riccardo buongiorno, partiamo dalla situazione attuale del nostro movimento: convalescenti o malati cronici?

E’ un momento estremamente complicato, il malato è grave e la malattia è rara e difficile da curare in questo momento. Soluzioni a breve impossibili da trovare, andrebbe fatto un piano Marshall senza cercare tamponi, qui vanno ricostruite le fondamenta del movimento con un grande lavoro di base che da qui a dieci anni speriamo dia i suoi frutti.

Domanda d’obbligo, anche se banale. E’ colpa della globalizzazione cha ha aumentato a dismisura il numero degli stranieri? Ai tuoi tempi c’erano solo due stranieri, oggi si fa fatica a trovare due italiani in un roster.

Sì sicuramente anche questo eccesso di stranieri è una della cause, ma non basta per giustificare la nostra triste situazione, perché per esempio anche in Spagna con le stesse regole la nazionale è sempre al top. I problemi sono vari e riconducibili a più concause, il paragone coi miei tempi è improponibile, ma il dato di fatto è che oggi faccio fatica a trovare tre giocatori italiani che facciano la differenza nei loro club di appartenenza, dato preoccupante se pensiamo che le regole non possono essere cambiate e che la competitività delle coppe internazionali fa si che sia impossibile strutturare un club con l’obbligo di schierare un numero fisso di italiani.   

Il ricambio generazionale, problema cronico del nostro sport odierno. Come ne usciamo?

Per quanto riguarda il basket uno dei problemi generazionali è sicuramente riconducibile al forte impatto che ha avuto la pallavolo nei favolosi anni novanta, una ribalta internazionale altissima che ha drenato talenti potenziali al movimento cestistico. Va fatto innanzitutto reclutamento e va ristrutturato anche il metodo d’insegnamento del basket che negli anni è diventato sempre più fisico cosa che ci penalizza non poco.

Pittis come ha iniziato a giocare a basket, pensavi di diventare un professionista?   

Fin da bambino a sette anni ho iniziato a giocare con l’ambizione di diventare bravo, andavo a scuola poi c’era solo il basket che occupava il tempo residuo. L’amore per questo sport e il fisico adeguato sono state le mie fortune a cui si è aggiunto il privilegio di giocare per l’Olimpia Milano con tutta la trafila giovanile e l’ingresso precoce in una prima squadra di altissimo livello. Ho imparato molto da campioni come D’Antoni, Mc Adoo, Premier, Meneghin e tanti altri, sono la stati la mia palestra di vita che mi ha formato indirizzando la mia carriera.

Com’e cambiato il basket oggi? Ti piace quello che vedi e commenti su Raisport?  

E’ ovviamente cambiato, la fisicità e la velocità sono aumentate esponenzialmente e i 24 secondi hanno accelerato le esecuzioni, ma l’aspetto tecnico è venuto un po’ meno e questo mi piace un po’ meno. Commentarlo in diretta per la Rai è un onore e un qualcosa che sento nelle mie corde, sicuramente è più facile di giocare, qui invece prevale l’aspetto ludico e il non coinvolgimento che ti da quel distacco piacevole e la possibilità di incontrare tanta gente di più generazioni che ti riconosce come punto di riferimento.



Il rapporto con la nazionale è cambiato? E’ più una seccatura che un onore?

Non lo credo affatto, le mie sensazioni avendo fatto per tre anni il team manager per la nazionale vanno in tutt’altra direzione. I ragazzi hanno un grande considerazione e attaccamento alla maglia e chi ne resta fuori non è mai felice di non farne parte.

La tua Milano, gioie e dolori?  

Milano quest’anno sembra avere fondamenta più solide dell’anno scorso, ma per competere ed ambire alla vittoria in Europa il budget di Armani non basta e questo è un dato di fatto. In Italia si potrebbe in teoria dominare perché il roster è superiore, ma gli impegni internazionali da un lato e la consapevolezza che le altre squadre hanno della non imbattibilità di Milano hanno fatto si che ciò che sulla carta è già scritto non sia affatto scontato sul campo.

Un messaggio ai giovani: lasciate lo smartphone e andate al campetto sotto casa?

Magari, ma è inutile pretendere di deviare il corso naturale di una generazione che viva di social e smartphone, l’unica cosa che posso dire è che la realtà è molto meglio della virtualità e che lo sport è più divertente. Almeno provate dandovi degli stimoli, gli stessi che avevamo noi quando il pomeriggio ci fiondavamo a giocare sotto casa al campetto. E’ dura lo so, ma non bisogna mai smettere di sognare.

 

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

In questo momento storico del calcio italiano in cui il mondiale è appeso al filo di uno spareggio, dove i talenti latitano e i social network impazzano, il ranking scende mentre i club si nutrono avidamente dei diritti tv con gli stadi vuoti, è innegabile che qualcosa sia cambiato e stia continuando a cambiare nel mondo del nostro amato pallone. Una svolta fisiologica ed epocale che investe tutti i settori a tutti i livelli, informazione compresa. Jacopo Volpi incarna a pieno titolo, con la sua esperienza trentennale, la continuità aziendale di mamma Rai nel campo dell’informazione giornalistica sportiva dall’analogico all’avvento dei social. L’ex vice direttore di RaiSport ha condiviso negli anni di militanza la passione per la “sua” pallavolo e il calcio partendo dalla gavetta con personalità del calibro Tito Stagno e Paolo Rosi fino ai giorni nostri, con la sua sagacia e competenza frutto di una grande professionalità. L’abbiamo incontrato alla vigilia dello spareggio mondiale per discutere i “massimi sistemi” del malaticcio calcio italiano.

Buongiorno Jacopo, partiamo ovviamente dall’imminente spareggio degli azzurri. Girone sfortunato o c’è dell’altro?

E’ chiaro che dopo il sorteggio sapevamo di arrivare secondi per cui siamo dove dovremmo essere, ma sono le modalità che non mi convincono. Ventura ha cambiato troppo e spesso creando un po’ di confusione che ci levano certezze in vista dello spareggio, anche se abbiamo tutte le carte in regola per partecipare al Mondiale

Dalla sentenza Bosman in poi il calcio e le relativa gestione delle compravendite è innegabilmente cambiato. Un male per la nazionale?

Non partirei da così lontano perché la Bosman ha riguardato tutte le nazioni in egual modo. Oggi siamo ancorati da un lato ai grandi “vecchi” che ovviamente denunciano qualche flessione fisiologica e dall’altro ad una preoccupante mancanza di talenti, abbiamo molti nazionali che fanno fatica a giocare nei club e questo la dice lunga.

Un pensiero doveroso per Aldo Biscardi, giornalista e uomo d’altri tempi quando l’informazione sportiva era ancora legata al tubo catodico.

Beh innegabilmente è stata una grande figura che ha saputo creare un format vincente e in linea coi tempi. Da un lato si ergeva a giudice terzo dall’altro aizzava le parti in causa a continuare la bagarre. Un altro mondo di sicuro, ma il suo merito rimane indiscusso visto chi ha tentato di imitare il Processo non ha mai sfondato in termini di audience.

A proposito di Audience, sei da anni una colonna vivente dell’informazione sportiva targata Rai. Come è cambiato il mondo dell’informazione giornalistica sportiva?

Il mondo dell’informazione in generale è stato travolto dal web e dai social, mezzi efficacissimi e disponibili in tempo reale. Il problema è come si utilizzano e su questo noto degli abusi, molti colleghi sono tentati più da un tweet a effetto che ad approfondire le notizie dalle fonti. E’ un male contemporaneo che a mio avviso andrebbe regolamentato per legge per arginare un uso dilagante e a volte indiscriminato dei social.

Il VAR è un espediente utile per fugare gli atavici dubbi legati al calcio nostrano?

Come tutte le novità tecnologiche va ancora oleata e i frutti li vedremo nel lungo periodo. Qualcosa di sicuro è cambiato, dipenderà sempre dall’uso che ne faranno gli arbitri, ma ad occhio credo che già da queste prime giornate qualche decisione può aver modificato l’esito di alcune gare.

Jacopo Volpi come ha iniziato la sua carriera di giornalista sportivo?

E’ una passione che parte da molto lontano, già in quarto liceo ero attivo ad impaginare il Corriere Laziale. Poi collaborazioni con il Tempo e Tuttosport e poi fu Paolo Rosi a portarmi in Rai nel 1980, quella dei Petrucci dei Ciotti e Alfredo Pigna per intenderci. Dopo vari contratti l’assunzione definitiva nel 1986 ed eccomi qui dopo trent’anni. Devo moltissimo alla carta stampata e al suo approccio sull’approfondimento delle news, un bagaglio importante che ho appreso da grandi maestri.

Gli stadi semivuoti, un altro segnale allarmante per il nostro calcio?

Certo non è un bel volano per il nostro calcio, ma è indubbio che i nostri stadi siano poco moderni e la visibilità non sia ottimale. Ci vorrebbero stadi di proprietà delle società altrimenti non ne usciamo, anche perché le società si nutrono dei diritti della pay tv in percentuale molto alta avallando di fatto questo status quo. Il caso Roma è emblematico, se non ci sarà lo stadio nuovo i rischi al ribasso saranno enormi per la società.

I costi di gestione delle società sono lievitati da un lato, e dall’altro le gestioni allegre degli anni passati si sono nettamente ridimensionate. I tempi dei Sensi, Cragnotti, Tanzi e Moratti sono acqua passata e i bilanci sono più sani, è questa l’unica via possibile?

E’ chiaro che i costi di gestione di una società calcistica sono abnormi, basti pensare al ruolo dirompente dei procuratori nel rialzo delle trattative, ma una gestione oculata dei bilanci è imprescindibile nel calcio moderno. Sensi per esempio ha speso fuori controllo per regalare un sogno rimettendoci di tasca propria, oggi questo modello è improponibile.

Per chiudere. Abbiamo discusso dei vari mali del nostro calcio. Qualche antidoto?

Partiamo dalle cose fattibili a breve: innanzitutto dovremmo tornare a un campionato a diciotto squadre, venti sono troppe e il livello è medio-basso, più tempo per la nazionale, e ripartire dai vivai senza i quali la macchina calcio non ripartirà. L’under 21 ha dato segni di vitalità, ma non basta per fare sistema.  

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

Sognare in grande e sognare sempre, questo è il motto che accompagna geneticamente il rapporto tra Napoli e la pallacanestro che ciclicamente ha regalato negli anni poche gioie indelebili e tante delusioni ad una città che oltre al calcio ha visto nella palla a spicchi un grande motivo di orgoglio e identificazione. Prima l’era dell’ingegner De Piano, oltre quindici anni (1978-1994) conditi da annate esaltanti, retrocessioni amare e successivi ritorni sotto il segno di calibri come Walter Berry , Alex English e Marco Bonamico, senza dimenticare gli spasmodici derby contro la fortissima rivale Caserta di Gentile ed Esposito. Il Mario Argento, palazzetto dello sport dell’epoca, che nei momenti clou conteneva a stento i diecimila spettatori, poi il nulla. Fallimenti e passaggi di titoli tra Battipaglia e ancora Napoli, fino al 1999 in cui l’allora presidente Lubrano sposta la sede del Basket Pozzuoli a Napoli cedendola all’imprenditore Mario Maione.

Rientro nella massima serie nel 2002 e da li in poi cinque stagioni memorabili culminate nello storico 2006: semifinali Play off scudetto, successiva partecipazione all’Eurolega e ciliegina sulla torta il fantastico trionfo nella Final Eight di Coppa Italia in finale contro Roma. Anche l’era Maione si chiuse mestamente nel 2007 con la mancata iscrizione al campionato per inadempienze finanziarie, un fallimento a cui ne seguiranno altri fino ad arrivare al 2016 in cui l’estromissione a campionato in corso dell’Azzurro Napoli Basket per debiti pregressi non saldati sembrava aver segnato definitivamente le sorti del basket all’ombra del Vesuvio. Quando sembra tutto perso accade che un imprenditore cilentano innamorato di Partenope decide di ridare a questa città un’identità cestistica partendo della serie B, trasferendo il suo Cilento Basket a Napoli dopo anni di esperienza nelle serie minori. Primo anno e primo centro, promozione in Legadue e entusiasmo ritrovato in una piazza affamata e pronta a gremire come ai vecchi tempi gli spalti del Palabarbuto, tensostruttura da 5.000 posti che ha sostituito l’abbattuto Mario Argento. Gli innegabili meriti del Presidente Ciro Ruggiero partono da molto lontano: lavoro, sacrificio e tanto tanto amore per questo sport e voglia di far tornare a sognare Napoli partendo dalle fondamenta a lui care, lavoro sui giovani e spirito di appartenenza. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per analizzare la stagione appena conclusa e gli imminenti progetti futuri.

Buongiorno Presidente, sono passate un po’ di settimane dalla fantastica promozione in Legadue. Una cavalcata trionfale che ha emozionato tutti gli amanti del basket cittadino. Le sue sensazioni nell’arco della stagione?

Come dice lei sono state emozioni che in un crescendo ci hanno portato a questo traguardo. Amo svisceratamente questa città a cui sono legato da affetti familiari a tal punto da chiamare la squadra Cuore Napoli Basket.

Proprio questo amore l’ha spinta tra tante peripezie a trasferire il basket dal Cilento a Napoli?

Sì indubbiamente. Di  sicuro questi sei anni di attività in cui sono riuscito a salire dalla promozione alla serie A2 condita da diversi successi mi ha permesso di crescere un gradino alla volta e per questo mi ritengo fortunato senza dimenticare che l’umiltà, nel basket come nella vita, è la dote principale per proseguire il nostro cammino.

Un altro tassello importante è senza dubbio il settore giovanile. Un altro suo indiscusso merito?

Senza dubbio il valore aggiunto del mio progetto è proprio quello di valorizzare i vivai, da quest’anno posso dirle che da quest’anno il trasferimento delle sarà totale. A Napoli avremo tutte le attività giovanili dal minibasket agli under, con progetti mirati in vari settori. Daremo continuità e saremo presenti a tutti i livelli sul territorio. Questa è la mia visione nel medio lungo periodo per dare credibilità e continuità al basket napoletano, senza le fondamenta umane non si va da nessuna parte, formiamo prima gli uomini per avere un domani atleti di livello, questo è il nostro progetto.

Un pensiero doveroso a due suoi compagni di avventura, il confermato coach Ponticiello e il non confermato ex D.s. Corvo, un aggettivo per loro?

Senza ombra dubbio due persone fondamentali che hanno contribuito al raggiungimento dei nostri traguardi e il mio grazie a loro è incondizionato. Poi con questa promozione si è chiuso un ciclo e si aprono scenari nuovi in cui il progetto è più importante del singolo soggetto, ringrazio ancora Pino Corvo per il suo lavoro, ma un presidente che crede nel lavoro come il sottoscritto deve valutare tutta una serie di situazioni nella sua interezza. Una città come Napoli ha grande aspettative e richiede una dedizione assoluta e una presenza quotidiana a tal punto che io mi trasferirò con la famiglia per dedicarmi anima e corpo al Cuore Napoli.

Il suo rapporto con le istituzioni cittadine e il pubblico, due pedine fondamentali nello scacchiere futuro?

Voglio ringraziare sia il sindaco De Magistris che l’assessore allo sport Borriello, ci hanno sempre sostenuto facendo tutto quanto in loro potere per agevolarci il cammino, hanno abbracciato in toto la causa Cuore Napoli Basket dimostrandomelo in varie circostanze, invitandoci più volte a Palazzo San Giacomo per condividere con noi i nostri trofei, regalandomi anche il gagliardetto con lo stemma della città per la raggiunta promozione cosa che mi onora profondamente. La città e il suo pubblico meritano il massimo possibile, c’è una gran voglia di Basket e quel senso di appartenenza e di orgoglio napoletano che si sta riscoprendo: è il valore più bello che la gente sta riabbracciando e il PalaBarbuto pieno mi rende pieno di gioia.

Il Palazzetto, un bel problema no? Napoli meriterebbe una struttura degna di una grande città?

Noi vogliamo una casa nostra che faccia vivere, volare e sognare i napoletani. Se il Mario Argento ne conteneva 10.000 io vorrei un palazzetto tipo Nba che sia un palcoscenico che ne contenga più del doppio, è un mio sogno, ma sognare non è vietato e la metropoli lo meriterebbe.

Parliamo di Legadue, come vi state muovendo per la prossima stagione?

Innanzitutto abbiamo adempiuto all’iscrizione e alle formalità burocratiche, io ho un profilo basso come voi ben sapete e ragiono sul senso di appartenenza del mio staff in primis e questo vale già molto. Quest’anno siamo diventati una società sportiva in tutto e per tutto, metteremo tutto nero su bianco onorando i contratti cosa che è da sempre nel mio stile. Io discendo da una famiglia napoletana anni venti  i cui  valori forti sono a me molto cari, da sempre sono abituato a ragionare concretamente rispettando la mia parola.

Per chiudere. Sei dovessimo sentirci tra cinque anni presidente, dove sarà il Basket Napoli?

Tra cinque anni? Con uno scudetto in bacheca e delle partecipazioni europee in Eurolega, con un’apertura a trecentosessanta gradi e progetti mirati in America con i college, confronti che a mio avviso portano crescita non solo sportiva, ma anche sociale innescando una serie di sinergie che servono ad una città come Napoli che le posso dire con certezza è più apprezzata all’estero che in Italia, cosa che proprio non mi va giù.

Alessandro Petacchi: “Tour e Giro? Corse diverse. Giovani italiani? Non bisogna mollare mai”

Alessandro Petacchi: “Tour e Giro? Corse diverse. Giovani italiani? Non bisogna mollare mai”

Vent’anni di carriera e un palmarès che parla da solo con centosettantanove vittorie assolute che fanno di Alessandro Petacchi uno dei grandi della storia del ciclismo di tutti i tempi. L’unico atleta azzurro ad aver vinto la classifica a punti nei tra grandi giri e il terzo in assoluto – dopo Merckx e Cipollini – per vittoria di tappa frutto di 53 successi totali suddivisi tra Giro 27, Tour 6 e Vuelta 20. C’è altro da aggiungere? Lo spezzino classe 1974 è stato uno dei più grandi sprinter di tutti i tempi e ritiratosi nel 2015 ha intrapreso da quest’anno la carriera di opinionista televisivo esordendo con Mamma Rai nel processo alla tappa al fianco della madrina Alessandra De Stefano. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo nel periodo a cavallo tra la corsa rosa e la grande boucle per discutere delle vicende del ciclismo moderno.

Buongiorno Alessandro, siamo alla partenza del Tour dopo aver vissuto le emozioni di uno splendido giro. Chi più di te può descriverci le sensazioni nel partecipare alle due kermesse. Differenze e similitudini?

Sono due corse diverse perché senza ombra dubbio le salite del giro sono le più difficili in assoluto, un Mortirolo, uno Zoncolan o un Blockaus non li ha nessuno. Però il Tour è una corsa più frenetica e nervosa dove tutte le squadre vogliono stare davanti e la campagna francese si sa è tutta un mangiaebevi con pochissime tappe interamente piatte. Devo dire però che anche il giro quest’anno è stato corso a tutta, i corridori a Milano erano davvero sfiniti.

Il Giro appena concluso, bellissimo ed emozionante. Che è esperienza è stata per te da commentatore?

E’ stato un giro emozionante e durissimo e incerto fino all’ultimo. Ha vinto meritatamente Dumoulin che è stato l’atleta più costante che ha capitalizzato le cronometro difendendosi in montagna. E’ stato bello poter analizzare le tappe al processo e avere questo rapporto coi corridori dall’altro versante, sicuramente una bella esperienza e grazie alla Rai per avermi dato questa opportunità.

Gli italiani al giro, record storico negativo di presenze con assenze di lusso e una sola vittoria di tappa con Nibali. Magra consolazione, no?

Si è vero, in questo momento non c’è il grande velocista che possa competere con i Kittel e i Gaviria di questo periodo, poi sono mancati i corridori che hanno lo spunto veloce in tappe intermedie, come Viviani o Ulissi, per strategie di squadra cosa che ci ha senz’altro penalizzato. Ringraziamo Vincenzo per l’impresa che ha fatto nel tappone con Mortirolo e Stelvio altrimenti non avremmo raccolto nulla.

Oltre a Viviani ed Ulissi mi vengono in mente Colbrelli, Felline, Trentin e De Marchi tutti atleti validissimi sacrificati per logiche di squadra che non hanno partecipato al Giro del Centenario. Tutta colpa del ciclismo moderno che impone delle scelte?

Beh in parte si, oggi i ritmi sono esasperati e gli atleti di cui parli hanno corso a tutta la prima parte della stagione partecipando alle grandi classiche del nord di inizio stagione e non avrebbero avuto le gambe per affrontare al meglio il Giro. Molti hanno optato per il Tour un po’ per scelta, un po’ per ordini di scuderia, la realtà è che oggi con i calendari professionistici che sono così compressi, delle scelte vanno comunque fatte anche se le conseguenze più nette le subiamo proprio noi con la corsa rosa che inizia ai primi di maggio.

Petacchi come ha iniziato a pedalare e quando ha capito che il ciclismo era la sua vita? Petacchi si nasce?

Da bambino con mio padre, che era un grande appassionato, seguivo le gare e per gioco pian piano sono arrivate la prime vittorie da dilettante sognando di diventare un professionista. Ho avuto la fortuna di firmare subito un contratto nel 1996 e da li è partito tutto. Petacchi in parte si nasce perché certe caratteristiche te le da madre natura poi io mi sono scoperto velocista per caso perché ho iniziato a vincere in arrivi veloci in gruppetti e da lì con tanto lavoro è venuto tutto il resto. Non c’è una ricetta magica contano tanti fattori tra cui anche la testa e da questo punto di vista la famiglia è fondamentale.

Senza entrare nello specifico tuo personale, ma il doping al ciclismo ha fatto del bene o del male al ciclismo? O entrambi?

Non ho nessun problema a parlare della mia vicenda sulla quale si è tanto discusso. Mi sono rivolto a dei dottori per il mio problema di asma da sforzo e mi hanno prescritto il salbutamolo che non è affatto dopante, ho pagato per questo e ho subito un sistema che all’epoca era così. Però posso dire in assoluto che quello che ha fatto e che fa il ciclismo contro il doping non lo fa nessun altro sport al mondo, oggi chi sbaglia paga e lo sport è più pulito di allora. Oggi si va ancora forte e questo alimenta ancora dubbi, ma posso dirti con estrema certezza che la tecnologia ha fatto passi da gigante in questi ultimi dieci anni e che certe prestazioni sono il frutto di questa continua evoluzioni di materiali, dai caschi ai body e alle bici.

Il Tour è alle porte, le chancès azzurre? Aru fresco campione d’Italia è la nostra speranza?

Di sicuro Fabio è la freccia numero uno per la classifica e avrebbe fatto senz’altro un grande giro. Ovviamente per vincere un Tour c’è bisogno di essere completi in tutte le specialità e l’esempio di Dumoulin è sotto gli occhi di tutti. Le cronometro contano e Quintana ne sta pagando le spese da qualche anno a questa parte, spero che Aru non né paghi a sua volta le spese, ma sono ottimista per un podio perché sia al Delfinato che nel campionato italiano ha dimostrato di esserci alla grande.

Parliamo di giovani, la crisi è arrivata anche nel ciclismo italiano? Gare cancellate, vivai carenti quali sono per te le cause?

Certo che l’annullamento di molte kermesse per mancanza di fondi ha avuto di sicuro il suo peso, per questo è ancora più importante che quest’anno sia partito il Giro under 23 che reputo fondamentale per i giovani italiani per confrontarsi con il fior fior dei pari livello nel mondo. Senza questi confronti non c’è crescita e anche se i risultati non sono stati soddisfacenti qualche ragazzo giovane si è messo in mostra ed è comunque un segnale che qualcosa si sta muovendo. Oggi il livellamento è alto e molte nazioni si sono evolute divenendo molto competitive, per cui è sempre più dura emergere.

Cosa ti senti di dire a che ti ha visto vincere a braccia alzate che sogna di diventare un campione?

Posso solo dirgli che non bisogna abbattersi né alla prima, alla seconda o alla terza delusione. Un atleta ha bisogno di tempo per maturare nel corpo e nella testa. Oggi le carriere, come è successo a me, si sono allungate e la piena maturità si raggiunge tra i 25-30 anni per cui è necessario essere costanti perché in questo sport la bacchetta magica non esiste. Lavoro, sacrificio, determinazione e tanta tanta pazienza.  

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

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