Vincenzo Nibali: a tu per tu con lo Squalo dello Stretto

Vincenzo Nibali: a tu per tu con lo Squalo dello Stretto

Ripercorrere la vita e la carriera di Vincenzo Nibali è come assistere ad un film perfettamente sceneggiato con tanto di lieto fine dopo tante insidie e dosi massicce di adrenalina. Promessa mantenuta e campione vero incarna da anni i valori forti di uno sport dove l’uomo fa i conti con se stesso senza se e senza ma. Due Giri, una Vuelta e un Tour e altri sei podi lo collocano di fatto nell’Olimpo dei grandi di tutti i tempi insieme a Merckx, Gimondi, Hinault, Anquetil e Contador unici atleti al mondo ad aver conseguito il triplete nelle grandi kermesse a tappe. A trentatrè anni appena compiuti Vincenzo guarda avanti programmando la prossima stagione, la seconda con la Bahrain Merida, consapevole che le pagine da scrivere nel suo diario siano ancora tante,  lavorando sodo per essere al top nei momenti clou della stagione. Abbiamo avuto l’onore di poter discutere con lo squalo di Messina su vari aspetti della sua carriera agonistica e sulle continue mutazioni genetiche del ciclismo contemporaneo.



Buongiorno Vincenzo, partiamo dall’attualità. Come hai pianificato la stagione? E a che punto della preparazione sei?

Per il 2018 gli obiettivi principali sono tre: Liegi, Tour e Mondiale. La preparazione è calibrata per essere al 100% al momento giusto. Ho appena iniziato il Tour of Oman e dopo parteciperò alle corse in Italia.

Ripercorriamo la tua formidabile carriera. Un mix di talento, fiducia, squadra e vita privata. Giusto, o dimentico qualcosa? 

Ci vuole anche fortuna e, alla base, voglia di lavorare e di fare sacrifici. Senza tanto impegno non si va da nessuna parte.

Ha iniziato la tua carriera agli inizi degli anni 2000, in cosa è cambiato il ciclismo rispetto ad allora? Ti piace il ciclismo di oggi?

E’ cambiato molto. La globalizzazione ha rivoluzionato anche il nostro calendario di gare e adesso è normale andare a correre in paesi che prima non figuravano sulla mappa del ciclismo. Lo stesso, molte nazioni nuove – per esempio il Kazakistan o lo stesso Bahrain, hanno voluto creare delle squadre di livello internazionale. Prima le squadre erano molto più piccole mentre adesso ci lavorano in media una settantina di persone. 

Le tue origini, il Nibali ragazzino aveva già le idee chiare su cosa sarebbe diventato? O ci sei arrivato per gradi?

Sono sempre stato determinato, ma non avrei mai sperato in una carriera così bella. Sono cresciuto per gradi e ho scoperto piano piano di essere un’atleta che poteva fare bene nei Grandi Giri come anche puntare a qualche classica.

Il doping. Dopo dure battaglie il movimento sembra essersi ripreso e i furbi son sempre meno. Abbiamo imboccato la retta via?

E’ un ciclismo diverso quello di oggi. A livello squadre World Tour direi che abbiamo imboccato la retta via, mentre a livelli più bassi c’è ancora qualcuno che pensa di essere più furbo degli altri. Per correre ci vuole volontà e talento, non devono esistere scorciatoie. Non ci deve essere posto per chi bara.

Altro tema scottante e attuale: la sicurezza e i morti che ogni anno ci lasciamo sulle strade. Come possiamo cercare di migliorare le cose?  

Si deve. Non passa giorno che la cronaca non registra un incidente in cui è vittima un ciclista. Ci vuole una maggiore educazione stradale sia da parte dei guidatori ma anche da parte dei ciclisti. Occorre più rispetto; certi incidenti capitano per precedenza non date e negligenza. 

Michele Scarponi, grande uomo e campione umile. Ti manca? Mancano esempi come il suo in questo ciclismo?

Sì e molto. Michele non solo era un grande campione di ciclismo, ma soprattutto un amico. Spesso alle corse dormivamo insieme e abbiamo trascorso delle belle serate a commentare la corsa ma anche a parlare delle nostre vite. La sua era una presenza importante: con una battuta era capace di far ridere tutti magari anche dopo una sconfitta. Manca a tutti. 

Quando riavvolgi il nastro dei tuoi infiniti ricordi, ce n’è uno che tu torna spesso in mente più significativo degli altri?

Non ce n’è uno in particolare. Rimanendo nel ciclismo, mi ricordo il podio del Giro e quello del Tour, ma anche momenti di corsa e di squadra.  

Giro, Tour e Vuelta. Le hai vissute tutte e tre, ma le sensazioni del Giro e l’affetto del pubblico per le strade è unico?

Per un corridore italiano il Giro è il sogno che inizi a fare alle prime pedalate. Mi piace il popolo del ciclismo; ti sostiene e non tifa mai contro, A proposito di ricordi, ogni giorno il Giro ne produce uno. Mi ricordo Messina al Giro dell’anno scorso, incredibile. A volte non riesci a dedicare il tempo che vorresti alle tante persone che aspettano tanto per vederti o per fare una foto. Mi dispiace

Spero che tu decida di correre ancora tanti anni, ma dopo? Ti piacerebbe trasmettere la tua esperienza ai giovani e rimanere nel settore?

Non ci ho ancora pensato veramente, sono e mi sento ancora un corridore.

I giovani appunto. Perchè un ragazzino di oggi dotato del suo bello smartphone dovrebbe fare il ciclista? Sudare e faticare per cosa? A quelli che ti guardano e sognano invece, cosa ti senti di dire?

Perché il ciclismo è uno sport meraviglioso e giusto nel senso che non ti regala niente ma solo quello che ti meriti. Ai sognatori dico di perseverare e di crederci sempre. Volontà e lavoro, questa è la ricetta

 

 

Il bello e il brutto dello Sci Italiano raccontato da Peter Fill

Il bello e il brutto dello Sci Italiano raccontato da Peter Fill

Torna in Italia il Circo Bianco nelle splendide ed abituali cornici della Gardena e dell’Alta Badia, veri e propri santuari viventi della Coppa del Mondo, all’insegna dello sport e del fare festa in allegria e occasione unica per assistere dal vivo alle performance di straordinari funamboli, tra i quali la pattuglia azzurra recita degnamente la propria parte con i sempreverdi Innerhofer, Paris e il due volte campione del mondo di discesa Peter Fill, con cui abbiamo avuto il piacere di scambiare due battute sulle gioie e i dolori dello sci azzurro e la sua straordinaria seconda parte di carriera. Atleta esemplare e vincente, faccia pulita e spirito indomito montanaro, cocktail perfetto che ha fatto di Peter un campione assoluto riservandogli un posto indelebile nella storia dello sci alpino.

Peter buongiorno, partiamo dall’attualità delle tue gare italiane per parlare delle variabili imponderabili di questo sport. Anche quest’anno qualcosa è andato storto.

Beh si, analizzando entrambe le gare posso dire che in Super G sono partito con un numero alto e sono riuscito comunque ad entrare nei dieci trovando un feeling che ancora non c’era. Ero carico e stavo bene anche in discesa, ma la sfortuna come avete visto anche quest’anno si è accanita ed è scritto che queste gare sotto casa mia siano segnate dal destino, meglio prenderla con filosofia.

Lasciamo l’attualità e riavvolgiamo il nastro della tua carriera. Le ultime due stagioni che si commentano da sole, traguardi incredibili e un posto nella storia. Il tuo segreto?

Difficile rispondere a questa domanda anche perché l’impegno e la dedizione verso questo sport sono rimasti gli stessi, forse nella mia testa è scattato qualcosa da quando mi sono sposato, ho trovato la serenità giusta e da quel momento in poi sono riuscito ad essere molto più scorrevole sui piani e questo mi ha  reso completo e vincente. E’ ovvio che oltre a questo devo ringraziare il team fantastico di allenatori e compagni di squadra che hanno funzionato alla perfezione permettendoci di lavorare in serenità.



Peter hai spento trentacinque candeline e sei al top, si è allungata di tanto la carriera media di uno sciatore moderno?

Secondo me sì, oggi si fa un po’ più fatica da subito a capire le dinamiche interne di questo sport, ma se ci si allena con costanza e si preserva il proprio fisico anno per anno i risultato possono arrivare anche con la maturità alla quale si unisce l’esperienza e la gestione delle tensioni che da giovani possono giocare brutti scherzi.

A proposito di giovani, anche nella vostra disciplina esiste il problema cronico del ricambio generazionale. Come ne usciamo?

E’ un problema serio, di sicuro manca la grinta e quel fuoco che spinge a concentrarsi  e a dare il massimo  per raggiungere degli obiettivi. Queste motivazioni partono dalle famiglie e dagli educatori, nel mio caso posso dire grazie ai miei e i miei allenatori che questi valori me li hanno trasmessi senza mai essere troppo invadenti. Poi il resto lo fai tu,  il mio amore per questo sport mi ha spinto a dare tutto me stesso per arrivare dove sono oggi.

Peter Fill come ha iniziato la sua storia sugli sci? Pensavi di farne la tua vita?

E’ chiaro che essendo nato e cresciuto in un posto con lo skilift a trecento metri non potevo non avere gli sci ai piedi e sin da bambino ne ho approfittato divertendomi. Era un modo per esprimerci e girare per far le gare, ma senza nessuna intenzione seria. Poi sulle orme di mia sorella che era veramente forte ho incominciato a curare gli aspetti tecnici e a migliorarmi e lì mi si è aperto un mondo, che è esploso dopo l’infortunio di mia sorella. Da li è toccata a me dimostrare chi ero.

Tema sicurezza. La morte di Poisson è dietro l’angolo e la questione è tornata di attualità.

E’ chiaro che la questione è sensibile anche perché durante gli allenamenti non abbiamo le stesse protezioni che abbiamo durante la gare, ma per Poisson posso dire che si è trattata comunque di una tragica fatalità e la cosa dispiace perché siamo tutti una famiglia che vive e condivide per mesi la stessa vita. Poisson era una persona solare ed allegra eravamo coetanei e anche lui era diventato da poco padre, dispiace davvero tanto.

Peter, Il tuo futuro. Ti vedo ancora immerso nel circo bianco a trasmettere il tuo sapere e il tuo entusiasmo alle giovani generazioni. Sbaglio?

Mah, francamente non ci ho mai pensato ancora sul serio, ma di sicuro mi andrebbe di poter insegnare ai giovani la mia esperienza per aiutarli a crescere, ma comunque ho ancora qualche stagione da vivere e spero di essere protagonista ancora per un po’, poi allenare sarebbe un’evoluzione a mio avviso naturale che rientrerebbe nelle mie corde.

Tanta fatica, pochi guadagni: perché un giovane dovrebbe scegliere di fare oggi lo sciatore?

Beh economicamente sono ben pochi quelli che oggi possono vivere di rendita con questo sport, ma senza la passione e la voglia di divertirsi e migliorarsi non vai dai nessuna parte, e se poi vai forte forte puoi anche guadagnare abbastanza . Non sono i soldi certamente che mi hanno spinto a diventare sciatore, ma la voglia di vivere in mezzo alla natura e alla montagna e poi l’adrenalina che ti da una gara di per se ripaga tutti i sacrifici e gli allenamenti. Vittoria, sconfitta ed emozioni così forti, questo è quello che ogni giovane deve provare nell’approccio a questo sport.

Per chiudere. La carovana bianca itinerante, il vostro mondo. Aggettivi?

Siamo una famiglia unita, una sorta di circo vivente che si sposta di settimana in settimana. C’è competizione ovviamente, ma si vivono tutte le emozioni possibili dentro la comunità e per noi che facciamo discipline veloci la condivisione è totale visto che dalle prove alla gara viviamo le stesse situazioni  tutta la settimana tra hotel, giornalisti e località. E’ il mio mondo, il mondo di uno sport tra i più belli, sani e pulito, lavoriamo e ci divertiamo e per questo mi sento un privilegiato.   

La crisi del Basket Italiano raccontata da Riccardo Pittis

La crisi del Basket Italiano raccontata da Riccardo Pittis

E’ inutile negare che il basket nazionale vive un momento difficile alla luce degli alterni risultati della nazionale tra europei mediocri,  mancate qualificazioni mondiali, olimpiche e rassegne continentali per club che ci vedono fanalino di coda per numero di partecipanti e per risultati. Questo il dato odierno, ma riavvolgendo il nastro del passato recente la nostra tradizione nella palla a spicchi è sempre stata in bilico tra il medio e l’alto livello grazie a generazioni intere di talenti che hanno contraddistinto il nostro glorioso palmares a cavalo tra gli anni ottanta e la fine dei novanta, per culminare con lo storico argento olimpico di Atene 2004 targato Charlie Recalcati. Da li in poi il buio e un’involuzione senza precedenti che coinvolge a tutti i livelli il settore tecnico e una crisi generale che nel mondo dello sport vede una cronica mancanza di ricambio generazionale. Ne abbiamo parlato con Riccardo Pittis, venti anni da professionista tra Milano e Treviso e un palmarés che parla da solo: 7 scudetti, 6 coppe italia, 3 supercoppe italiane a livello nazionale e 2 coppe dei campioni, 2 coppe Korac e 1 Saporta Cup in Europa al quale va aggiunto l’argento all’europeo italiano del 1991. Atleta esemplare fuori e dentro dal campo, attualmente commentatore tecnico di Raisport e profondo conoscitore delle complesse dinamiche interne dell’italia del cesto.

Riccardo buongiorno, partiamo dalla situazione attuale del nostro movimento: convalescenti o malati cronici?

E’ un momento estremamente complicato, il malato è grave e la malattia è rara e difficile da curare in questo momento. Soluzioni a breve impossibili da trovare, andrebbe fatto un piano Marshall senza cercare tamponi, qui vanno ricostruite le fondamenta del movimento con un grande lavoro di base che da qui a dieci anni speriamo dia i suoi frutti.

Domanda d’obbligo, anche se banale. E’ colpa della globalizzazione cha ha aumentato a dismisura il numero degli stranieri? Ai tuoi tempi c’erano solo due stranieri, oggi si fa fatica a trovare due italiani in un roster.

Sì sicuramente anche questo eccesso di stranieri è una della cause, ma non basta per giustificare la nostra triste situazione, perché per esempio anche in Spagna con le stesse regole la nazionale è sempre al top. I problemi sono vari e riconducibili a più concause, il paragone coi miei tempi è improponibile, ma il dato di fatto è che oggi faccio fatica a trovare tre giocatori italiani che facciano la differenza nei loro club di appartenenza, dato preoccupante se pensiamo che le regole non possono essere cambiate e che la competitività delle coppe internazionali fa si che sia impossibile strutturare un club con l’obbligo di schierare un numero fisso di italiani.   

Il ricambio generazionale, problema cronico del nostro sport odierno. Come ne usciamo?

Per quanto riguarda il basket uno dei problemi generazionali è sicuramente riconducibile al forte impatto che ha avuto la pallavolo nei favolosi anni novanta, una ribalta internazionale altissima che ha drenato talenti potenziali al movimento cestistico. Va fatto innanzitutto reclutamento e va ristrutturato anche il metodo d’insegnamento del basket che negli anni è diventato sempre più fisico cosa che ci penalizza non poco.

Pittis come ha iniziato a giocare a basket, pensavi di diventare un professionista?   

Fin da bambino a sette anni ho iniziato a giocare con l’ambizione di diventare bravo, andavo a scuola poi c’era solo il basket che occupava il tempo residuo. L’amore per questo sport e il fisico adeguato sono state le mie fortune a cui si è aggiunto il privilegio di giocare per l’Olimpia Milano con tutta la trafila giovanile e l’ingresso precoce in una prima squadra di altissimo livello. Ho imparato molto da campioni come D’Antoni, Mc Adoo, Premier, Meneghin e tanti altri, sono la stati la mia palestra di vita che mi ha formato indirizzando la mia carriera.

Com’e cambiato il basket oggi? Ti piace quello che vedi e commenti su Raisport?  

E’ ovviamente cambiato, la fisicità e la velocità sono aumentate esponenzialmente e i 24 secondi hanno accelerato le esecuzioni, ma l’aspetto tecnico è venuto un po’ meno e questo mi piace un po’ meno. Commentarlo in diretta per la Rai è un onore e un qualcosa che sento nelle mie corde, sicuramente è più facile di giocare, qui invece prevale l’aspetto ludico e il non coinvolgimento che ti da quel distacco piacevole e la possibilità di incontrare tanta gente di più generazioni che ti riconosce come punto di riferimento.



Il rapporto con la nazionale è cambiato? E’ più una seccatura che un onore?

Non lo credo affatto, le mie sensazioni avendo fatto per tre anni il team manager per la nazionale vanno in tutt’altra direzione. I ragazzi hanno un grande considerazione e attaccamento alla maglia e chi ne resta fuori non è mai felice di non farne parte.

La tua Milano, gioie e dolori?  

Milano quest’anno sembra avere fondamenta più solide dell’anno scorso, ma per competere ed ambire alla vittoria in Europa il budget di Armani non basta e questo è un dato di fatto. In Italia si potrebbe in teoria dominare perché il roster è superiore, ma gli impegni internazionali da un lato e la consapevolezza che le altre squadre hanno della non imbattibilità di Milano hanno fatto si che ciò che sulla carta è già scritto non sia affatto scontato sul campo.

Un messaggio ai giovani: lasciate lo smartphone e andate al campetto sotto casa?

Magari, ma è inutile pretendere di deviare il corso naturale di una generazione che viva di social e smartphone, l’unica cosa che posso dire è che la realtà è molto meglio della virtualità e che lo sport è più divertente. Almeno provate dandovi degli stimoli, gli stessi che avevamo noi quando il pomeriggio ci fiondavamo a giocare sotto casa al campetto. E’ dura lo so, ma non bisogna mai smettere di sognare.

 

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

Jacopo Volpi: “Ecco come è cambiato il calcio. E il giornalismo sportivo”

In questo momento storico del calcio italiano in cui il mondiale è appeso al filo di uno spareggio, dove i talenti latitano e i social network impazzano, il ranking scende mentre i club si nutrono avidamente dei diritti tv con gli stadi vuoti, è innegabile che qualcosa sia cambiato e stia continuando a cambiare nel mondo del nostro amato pallone. Una svolta fisiologica ed epocale che investe tutti i settori a tutti i livelli, informazione compresa. Jacopo Volpi incarna a pieno titolo, con la sua esperienza trentennale, la continuità aziendale di mamma Rai nel campo dell’informazione giornalistica sportiva dall’analogico all’avvento dei social. L’ex vice direttore di RaiSport ha condiviso negli anni di militanza la passione per la “sua” pallavolo e il calcio partendo dalla gavetta con personalità del calibro Tito Stagno e Paolo Rosi fino ai giorni nostri, con la sua sagacia e competenza frutto di una grande professionalità. L’abbiamo incontrato alla vigilia dello spareggio mondiale per discutere i “massimi sistemi” del malaticcio calcio italiano.

Buongiorno Jacopo, partiamo ovviamente dall’imminente spareggio degli azzurri. Girone sfortunato o c’è dell’altro?

E’ chiaro che dopo il sorteggio sapevamo di arrivare secondi per cui siamo dove dovremmo essere, ma sono le modalità che non mi convincono. Ventura ha cambiato troppo e spesso creando un po’ di confusione che ci levano certezze in vista dello spareggio, anche se abbiamo tutte le carte in regola per partecipare al Mondiale

Dalla sentenza Bosman in poi il calcio e le relativa gestione delle compravendite è innegabilmente cambiato. Un male per la nazionale?

Non partirei da così lontano perché la Bosman ha riguardato tutte le nazioni in egual modo. Oggi siamo ancorati da un lato ai grandi “vecchi” che ovviamente denunciano qualche flessione fisiologica e dall’altro ad una preoccupante mancanza di talenti, abbiamo molti nazionali che fanno fatica a giocare nei club e questo la dice lunga.

Un pensiero doveroso per Aldo Biscardi, giornalista e uomo d’altri tempi quando l’informazione sportiva era ancora legata al tubo catodico.

Beh innegabilmente è stata una grande figura che ha saputo creare un format vincente e in linea coi tempi. Da un lato si ergeva a giudice terzo dall’altro aizzava le parti in causa a continuare la bagarre. Un altro mondo di sicuro, ma il suo merito rimane indiscusso visto chi ha tentato di imitare il Processo non ha mai sfondato in termini di audience.

A proposito di Audience, sei da anni una colonna vivente dell’informazione sportiva targata Rai. Come è cambiato il mondo dell’informazione giornalistica sportiva?

Il mondo dell’informazione in generale è stato travolto dal web e dai social, mezzi efficacissimi e disponibili in tempo reale. Il problema è come si utilizzano e su questo noto degli abusi, molti colleghi sono tentati più da un tweet a effetto che ad approfondire le notizie dalle fonti. E’ un male contemporaneo che a mio avviso andrebbe regolamentato per legge per arginare un uso dilagante e a volte indiscriminato dei social.

Il VAR è un espediente utile per fugare gli atavici dubbi legati al calcio nostrano?

Come tutte le novità tecnologiche va ancora oleata e i frutti li vedremo nel lungo periodo. Qualcosa di sicuro è cambiato, dipenderà sempre dall’uso che ne faranno gli arbitri, ma ad occhio credo che già da queste prime giornate qualche decisione può aver modificato l’esito di alcune gare.

Jacopo Volpi come ha iniziato la sua carriera di giornalista sportivo?

E’ una passione che parte da molto lontano, già in quarto liceo ero attivo ad impaginare il Corriere Laziale. Poi collaborazioni con il Tempo e Tuttosport e poi fu Paolo Rosi a portarmi in Rai nel 1980, quella dei Petrucci dei Ciotti e Alfredo Pigna per intenderci. Dopo vari contratti l’assunzione definitiva nel 1986 ed eccomi qui dopo trent’anni. Devo moltissimo alla carta stampata e al suo approccio sull’approfondimento delle news, un bagaglio importante che ho appreso da grandi maestri.

Gli stadi semivuoti, un altro segnale allarmante per il nostro calcio?

Certo non è un bel volano per il nostro calcio, ma è indubbio che i nostri stadi siano poco moderni e la visibilità non sia ottimale. Ci vorrebbero stadi di proprietà delle società altrimenti non ne usciamo, anche perché le società si nutrono dei diritti della pay tv in percentuale molto alta avallando di fatto questo status quo. Il caso Roma è emblematico, se non ci sarà lo stadio nuovo i rischi al ribasso saranno enormi per la società.

I costi di gestione delle società sono lievitati da un lato, e dall’altro le gestioni allegre degli anni passati si sono nettamente ridimensionate. I tempi dei Sensi, Cragnotti, Tanzi e Moratti sono acqua passata e i bilanci sono più sani, è questa l’unica via possibile?

E’ chiaro che i costi di gestione di una società calcistica sono abnormi, basti pensare al ruolo dirompente dei procuratori nel rialzo delle trattative, ma una gestione oculata dei bilanci è imprescindibile nel calcio moderno. Sensi per esempio ha speso fuori controllo per regalare un sogno rimettendoci di tasca propria, oggi questo modello è improponibile.

Per chiudere. Abbiamo discusso dei vari mali del nostro calcio. Qualche antidoto?

Partiamo dalle cose fattibili a breve: innanzitutto dovremmo tornare a un campionato a diciotto squadre, venti sono troppe e il livello è medio-basso, più tempo per la nazionale, e ripartire dai vivai senza i quali la macchina calcio non ripartirà. L’under 21 ha dato segni di vitalità, ma non basta per fare sistema.  

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

E’ tornato a battere il Cuore Napoli Basket, il Presidente Ruggiero: “Ripartiamo dai giovani e dalla passione della città”

Sognare in grande e sognare sempre, questo è il motto che accompagna geneticamente il rapporto tra Napoli e la pallacanestro che ciclicamente ha regalato negli anni poche gioie indelebili e tante delusioni ad una città che oltre al calcio ha visto nella palla a spicchi un grande motivo di orgoglio e identificazione. Prima l’era dell’ingegner De Piano, oltre quindici anni (1978-1994) conditi da annate esaltanti, retrocessioni amare e successivi ritorni sotto il segno di calibri come Walter Berry , Alex English e Marco Bonamico, senza dimenticare gli spasmodici derby contro la fortissima rivale Caserta di Gentile ed Esposito. Il Mario Argento, palazzetto dello sport dell’epoca, che nei momenti clou conteneva a stento i diecimila spettatori, poi il nulla. Fallimenti e passaggi di titoli tra Battipaglia e ancora Napoli, fino al 1999 in cui l’allora presidente Lubrano sposta la sede del Basket Pozzuoli a Napoli cedendola all’imprenditore Mario Maione.

Rientro nella massima serie nel 2002 e da li in poi cinque stagioni memorabili culminate nello storico 2006: semifinali Play off scudetto, successiva partecipazione all’Eurolega e ciliegina sulla torta il fantastico trionfo nella Final Eight di Coppa Italia in finale contro Roma. Anche l’era Maione si chiuse mestamente nel 2007 con la mancata iscrizione al campionato per inadempienze finanziarie, un fallimento a cui ne seguiranno altri fino ad arrivare al 2016 in cui l’estromissione a campionato in corso dell’Azzurro Napoli Basket per debiti pregressi non saldati sembrava aver segnato definitivamente le sorti del basket all’ombra del Vesuvio. Quando sembra tutto perso accade che un imprenditore cilentano innamorato di Partenope decide di ridare a questa città un’identità cestistica partendo della serie B, trasferendo il suo Cilento Basket a Napoli dopo anni di esperienza nelle serie minori. Primo anno e primo centro, promozione in Legadue e entusiasmo ritrovato in una piazza affamata e pronta a gremire come ai vecchi tempi gli spalti del Palabarbuto, tensostruttura da 5.000 posti che ha sostituito l’abbattuto Mario Argento. Gli innegabili meriti del Presidente Ciro Ruggiero partono da molto lontano: lavoro, sacrificio e tanto tanto amore per questo sport e voglia di far tornare a sognare Napoli partendo dalle fondamenta a lui care, lavoro sui giovani e spirito di appartenenza. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per analizzare la stagione appena conclusa e gli imminenti progetti futuri.

Buongiorno Presidente, sono passate un po’ di settimane dalla fantastica promozione in Legadue. Una cavalcata trionfale che ha emozionato tutti gli amanti del basket cittadino. Le sue sensazioni nell’arco della stagione?

Come dice lei sono state emozioni che in un crescendo ci hanno portato a questo traguardo. Amo svisceratamente questa città a cui sono legato da affetti familiari a tal punto da chiamare la squadra Cuore Napoli Basket.

Proprio questo amore l’ha spinta tra tante peripezie a trasferire il basket dal Cilento a Napoli?

Sì indubbiamente. Di  sicuro questi sei anni di attività in cui sono riuscito a salire dalla promozione alla serie A2 condita da diversi successi mi ha permesso di crescere un gradino alla volta e per questo mi ritengo fortunato senza dimenticare che l’umiltà, nel basket come nella vita, è la dote principale per proseguire il nostro cammino.

Un altro tassello importante è senza dubbio il settore giovanile. Un altro suo indiscusso merito?

Senza dubbio il valore aggiunto del mio progetto è proprio quello di valorizzare i vivai, da quest’anno posso dirle che da quest’anno il trasferimento delle sarà totale. A Napoli avremo tutte le attività giovanili dal minibasket agli under, con progetti mirati in vari settori. Daremo continuità e saremo presenti a tutti i livelli sul territorio. Questa è la mia visione nel medio lungo periodo per dare credibilità e continuità al basket napoletano, senza le fondamenta umane non si va da nessuna parte, formiamo prima gli uomini per avere un domani atleti di livello, questo è il nostro progetto.

Un pensiero doveroso a due suoi compagni di avventura, il confermato coach Ponticiello e il non confermato ex D.s. Corvo, un aggettivo per loro?

Senza ombra dubbio due persone fondamentali che hanno contribuito al raggiungimento dei nostri traguardi e il mio grazie a loro è incondizionato. Poi con questa promozione si è chiuso un ciclo e si aprono scenari nuovi in cui il progetto è più importante del singolo soggetto, ringrazio ancora Pino Corvo per il suo lavoro, ma un presidente che crede nel lavoro come il sottoscritto deve valutare tutta una serie di situazioni nella sua interezza. Una città come Napoli ha grande aspettative e richiede una dedizione assoluta e una presenza quotidiana a tal punto che io mi trasferirò con la famiglia per dedicarmi anima e corpo al Cuore Napoli.

Il suo rapporto con le istituzioni cittadine e il pubblico, due pedine fondamentali nello scacchiere futuro?

Voglio ringraziare sia il sindaco De Magistris che l’assessore allo sport Borriello, ci hanno sempre sostenuto facendo tutto quanto in loro potere per agevolarci il cammino, hanno abbracciato in toto la causa Cuore Napoli Basket dimostrandomelo in varie circostanze, invitandoci più volte a Palazzo San Giacomo per condividere con noi i nostri trofei, regalandomi anche il gagliardetto con lo stemma della città per la raggiunta promozione cosa che mi onora profondamente. La città e il suo pubblico meritano il massimo possibile, c’è una gran voglia di Basket e quel senso di appartenenza e di orgoglio napoletano che si sta riscoprendo: è il valore più bello che la gente sta riabbracciando e il PalaBarbuto pieno mi rende pieno di gioia.

Il Palazzetto, un bel problema no? Napoli meriterebbe una struttura degna di una grande città?

Noi vogliamo una casa nostra che faccia vivere, volare e sognare i napoletani. Se il Mario Argento ne conteneva 10.000 io vorrei un palazzetto tipo Nba che sia un palcoscenico che ne contenga più del doppio, è un mio sogno, ma sognare non è vietato e la metropoli lo meriterebbe.

Parliamo di Legadue, come vi state muovendo per la prossima stagione?

Innanzitutto abbiamo adempiuto all’iscrizione e alle formalità burocratiche, io ho un profilo basso come voi ben sapete e ragiono sul senso di appartenenza del mio staff in primis e questo vale già molto. Quest’anno siamo diventati una società sportiva in tutto e per tutto, metteremo tutto nero su bianco onorando i contratti cosa che è da sempre nel mio stile. Io discendo da una famiglia napoletana anni venti  i cui  valori forti sono a me molto cari, da sempre sono abituato a ragionare concretamente rispettando la mia parola.

Per chiudere. Sei dovessimo sentirci tra cinque anni presidente, dove sarà il Basket Napoli?

Tra cinque anni? Con uno scudetto in bacheca e delle partecipazioni europee in Eurolega, con un’apertura a trecentosessanta gradi e progetti mirati in America con i college, confronti che a mio avviso portano crescita non solo sportiva, ma anche sociale innescando una serie di sinergie che servono ad una città come Napoli che le posso dire con certezza è più apprezzata all’estero che in Italia, cosa che proprio non mi va giù.

Close