L’attesa, il sangue, la sofferenza: l’oro di Majlinda, il primo per il Kosovo

L’attesa, il sangue, la sofferenza: l’oro di Majlinda, il primo per il Kosovo

Il 17 Febbraio 2008, il Governo provvisorio del Kosovo proclama unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, dando vita alla Repubblica del Kosovo. Vi raccontiamo la storia di Majlinda Kelmendi, la prima atleta a dare un senso sportivo a questo sofferto traguardo di civiltà

Nel 1992, nel corso dell’estate olimpica che restituiva a nuova vita la città di Barcellona e la Spagna stessa, in una energica folata prima della crisi del decennio successivo, la popolazione kosovara, di fatto fallita l’opposizione non violenta al pugno duro di Milosevic, era alle prese con i risultati del referendum per l’indipendenza. Che, in realtà, fu un plebiscito: oltre il 98% dei kosovari votanti (l’80% della popolazione) voleva un Kosovo libero e indipendente. Del resto, era la manifestazione prevedibile della stragrande dominanza dell’etnia albanese (il 90%) tra i kosovari, che rappresentava il vero problema di Milosevic, fino a bandire il bilinguismo serbo-albanese e a chiudere le scuole in lingua albanese: in Kosovo si doveva parlare il serbo, la lingua madre di un kosovaro su dieci.

Nel 2000, mentre i Giochi andavano in Australia, riscoprendo terre, colori e atmosfere dell’Oceania, e mentre Domenico Fioravanti ci faceva innamorare di sé, all’apice della sua giovinezza sportiva di crudele brevità, per i kosovari il clamore e la gioia delle Olimpiadi erano mai così distanti, non solo per questioni geografiche. Lì, la popolazione faceva ancora i conti con il terribile 1999, il secondo anno di una guerra che produsse 11.000 civili albanesi morti, e 800.000 profughi che avevano varcato i confini verso Albania e Macedonia.

Le ha attese a lungo le Olimpiadi, come molte altre cose, il Kosovo, la terra degli albanesi che ha dovuto lottare e perdere tanto, per essere riconosciuta come tale. I giochi della nostra giovinezza, che hanno il sapore della innocente gioia della scoperta, non erano un pensiero per ragazzi kosovari, in altre terribili faccende affaccendati, alle prese con una battaglia per l’esistenza come popolo, come terra, come esseri umani. Magari le ha guardate, quelle di Atene 2004, all’età di 13 anni, Majlinda Kelmendi. Magari le ha sognate, prima o poi. Ha sognato molto, il Kosovo, il suo prima o poi.

La storia dell’oro di Majlinda Kelmendi, il primo ad un’Olimpiade per il Kosovo, è la storia di una lunga attesa, non senza ferite. Senza superflua retorica, quanto fa bene al sentimento, l’oro del kosovo. Passa fatalmente per la delusione azzurra di una splendida Odette Giuffrida: non se la prenderà la judoka italiana d’argento, se rappresenta una sconfitta un po’ più indolore di qualsiasi altra. Dal suo titolo mondiale nel 2013, proprio a Rio de Janeiro, all’oro olimpico, per Majlinda sono passati tre anni. Certamente brevi, probabilmente lunghissimi, per lei. Un po’ più lunga è stata l’attesa del Kosovo, che nel mezzo della sua notte ha festeggiato d’una festa non come le altre. Quella per l’oro di una ragazza che alle sue prime olimpiadi, a Londra 2012, con la bandiera dell’Albania, non era andata oltre il primo turno. Non erano le Olimpiadi giuste, forse. Non erano le Olimpiadi sotto la bandiera giusta, può darsi. Majlinda ha vinto nel 2016, e ha vinto per il suo Kosovo. No, impossibile prendersela a male.


Yusra e la più grande nuotata: dal gommone trainato alle olimpiadi di Rio

Yusra e la più grande nuotata: dal gommone trainato alle olimpiadi di Rio

Il 14 Gennaio 2018 si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per l’occasione vi raccontiamo la splendida favola di Yusra Mardini, simbolo di coraggio e speranza.

Le acque dell’Egeo sanno essere fredde. Anche ad agosto. E specie se una buona dose di freddo te la porti dentro.

Nell’ultimo agosto prima di quello olimpico in Brasile, quello che racconterà di sogni di medaglie d’oro, di record e di promesse di immortalità, le acque dell’Egeo – mare di eroi, di miti e poemi – hanno raccontato una storia.


La più grande nuotata della sua vita, Yusra l’ha fatta nell’agosto del 2015. Una performance da fondista, lei che ha sempre preferito una distanza come i 200 stile libero. Poco importava: Yusra ha imparato presto ad adattarsi, ad arrangiarsi, a nutrire la speranza bracciata dopo bracciata. La più grande nuotata della vita di Yusra Mardini, diciassettenne siriana con un mondiale di nuoto, quello del 2012 ad Istanbul, già alle spalle, è durata quattro ore. Quelle che sono servite a trainare, assieme a sua sorella, il gommone da sei persone che dalla Siria ne stava portando in Grecia più di venti: il motore era andato, il gommone stava imbarcando acqua, e quelle venti persone stavano per abbracciare una tomba liquida, come molte altre prima di loro, come molte altre dopo. Sa essere pesante, un gommone che imbarca acqua. Ma Yusra si è tuffata, e bracciata dopo bracciata, l’ha portato fino all’isola di Lesbo, terra di grandi donne ed impareggiabile poesia. Ci è arrivata, a toccar terra: stremata, semiassiderata, ma viva.

Ha imparato presto ad arrangiarsi, Yusra. Fin da quando la sua casa a Damasco venne giù, sotto le bombe della guerra civile siriana. Ha imparato presto anche a sostituire i propri sogni di medaglie olimpiche, record e immortalità, con uno più importante: un viaggio, dalla Siria straziata al Libano, alla Turchia nelle quale aveva vissuto il suo primo mondiale da nuotatrice, e poi la traversata della speranza, verso la Grecia, per arrivare in Germania. Oggi, dopo quella disperata nuotata di quattro ore senza cronometro e senza medaglie, Yusra ci vive, in Germania. A Berlino è stata raggiunta anche dai suoi genitori. In Europa, sparse un po’ ovunque, ci sono le altre 18 persone che lei ha salvato, perché non ha permesso all’Egeo di prendersele, come molte altre prima, come molte altre dopo.

Questa storia ha un altro capitolo. Questo capitolo comincia esattamente un anno dopo quel tuffo, e quella nuotata di quattro ore. Un anno dopo, Yusra nuoterà ancora. Niente fondo: sarà la sua gara, i 200 stile libero. E sarà alle Olimpiadi di Rio. Yusra Mardini sarà uno dei dieci atleti della squadra olimpica del ROA (Refugee Olympic Athletes), la squadra di quel paese di 60 milioni di persone che non é paese, quello dei rifugiati, che per la prima volta sarà ai Giochi. Gli altri sono Rami Anis, 25 anni, Siria, 100 farfalla;  Yolande Mabika, 28 anni, Repubblica Democratica del Congo, judo; Paulo Amotun Lokoro, 24 anni, Sud Sudan 1.500 metri; Yiech Pur Biel, 21 anni, Sud Sudan, 800 metri; Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, Sud Sudan, 800 metri; Popole Misenga, 24 anni, Repubblica Democratica del Congo, judo; Yonas Kinde, 36 anni, Etiopia, maratona; Anjelina Nadai Lohalith, 21anni, Sud Sudan, 1.500 metri; James Nyang Chiengjiek, 28 anni, Sud Sudan, 800 metri.

Nelle foto ha un sorriso senza ombre, Yusra, diciotto anni all’epoca oggi diciannove, dalla Siria. A Rio 2016 si è fermata alle batterie, arrivando 41esima. Ma ha esultato: “Ho nuotato per tutti i rifugiati”. Che poi, una storia piena di voglia di non morire, lei l’ha già raccontata. Comincia con un tuffo nel mar Egeo, e continua con la più grande nuotata della sua vita.

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Giornata dei Migranti: Alma de África, storia di un club e di un sogno chiamato integrazione

Giornata dei Migranti: Alma de África, storia di un club e di un sogno chiamato integrazione

Per la Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti, vi portiamo in Andalusia per raccontarvi la storia di una squadra che ha fatto dell’integrazione un punto di forza, sportiva e umana. 

C’è una piccola striscia di mare, lunga meno di 60 miglia, che separa Cadice dal lembo di terra più occidentale del Maghreb, il Marocco, e dal continente africano. Ma il viaggio dei giocatori di questa squadra in maglia verde, il viaggio di tutti i giocatori di questa squadra, è stato molto più lungo.

Lo è stato quello di Hicham Aidami, che è arrivato in Spagna, ad Algeciras, quand’era ancora minorenne, aggrappato sul semiasse di un camion che viaggiava su un traghetto, tra le due ruote, a pochi centimetri dall’asfalto. Oggi ha 23 anni, fa il difensore, e frequenta un corso di specializzazione all’Istituto Padre Luis Coloma di Jerez de la Frontera.

È stato lungo anche il viaggio di Abdul Diouf, che fa l’attaccante, ed è arrivato dal Senegal attraverso il Mediterraneo in gommone. O quello di Yves Florent Fieusse, dal Camerun, arrivato in Europa scavalcando una rete di recinzione, e che adesso viene schierato in difesa, e le reti cerca di evitarle. Lavora in una ditta di macchine pulitrici a Jerez, nel quartiere di Ciudasol.


 

Hicham, Abdul, Yves, giocano tutti nell’Alma de África, insieme a molti altri come loro. Questa squadra di Jerez della Frontera, uno dei più importanti agglomerati urbani della Bahia di Cadice, gioca nella terza divisione andalusa, e mette in campo quasi per intero immigrati, quasi tutti provenienti dall’Africa. Come Pedro Semedo, dalla Guinea Bissau, o come il capitano Mahu Falle dal Senegal. Il regolamento prevede che l’Alma de África possa tesserare massimo cinque giocatori spagnoli, ma tutti quanti indossano la casacca verde, sul cui petto è stampato il testo dell’articolo 14 della Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani: “Ogni individuo ha diritto di chiedere asilo in caso di persecuzione, e di goderne, in qualsiasi paese. Lo stemma, che è la silhouette dell’Africa dentro una stella multicolore con l’anno di fondazione, il 2013, campeggia orgogliosamente su quella divisa verde, che è, forse non per coincidenza, il colore del cerchio olimpico che identifica l’Europa. E che, per coincidenza, è ironicamente il colore identificativo di partiti nostrani non esattamente a favore dell’integrazione.

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Ma l’Andalusia, da qui, è molto distante. Lì quattro anni fa Quini Rodriguez, dopo aver visto il primo nucleo di questi ragazzi giocare per strada alla periferia di Jerez de la Frontera, decise di fondare l’Alma de África, per realizzare il progetto di una squadra formata interamente da immigrati in una zona ad altro tasso di immigrazione dal continente africano. Era il sogno di sua sorella, Maria del Carmen, che tutti descrivono affezionata e prodiga nei confronti di quella comunità di richiedenti asilo sempre più vasta. Maria del Carmen è morta di cancro proprio nel 2013, ma non è morto il suo sogno: oggi l’Alma de África di Jerez de la Frontera calca i campi dell’Andalusia. Non sempre con successo, ma l’importante è esserci. Spagnolo è anche l’allenatore, Pepe Correa, ma questa squadra la cui campagna acquisti sono le persone che porta il mare si fregia del Premio allIntegrazione per essere lunico club iscritto a una Federazione composta da immigrati con più di 15 diverse nazionalità: Todos con todos, è la mission che identifica il progettoo di Quini Rodriguez.

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“Il rapido aumento e l’accesso irregolare dell’immigrazione africana in Spagna hanno portato ad un significativo aumento di persone africane nella nostra zona”, scrive di sé il club, “principalmente giovani africani subsahariani di diverse nazionalità, culture, lingue e religioni, ma tutti loro curiosamente uniti da un significativo legame comune, la  passione per il calcio. Questo è un progetto per l’integrazione multiculturale con il calcio come elemento fondamentale, grazie al suo linguaggio universale”.

La stagione lo scorso anno per l’Union Deportiva Alma de África si è chiusa a fine marzo, ma l’ultima gara è stata il 12: i verdi di Jerez hanno battuto il Facinas, secondo in classifica, con un esaltante 6-0, per il commiato da un campionato che li ha visti chiudere in quinta posizione, a 26 punti. Ma, a dispetto di quanto il concetto venga spesso abusato, ci sono casi in cui davvero l’importante è partecipare. Lo è certamente per questo gruppo di ragazzi, di più di 15 nazioni diverse, ritrovatisi in questo posto, per dare forma alla piccola grande rappresentazione di un sogno: l’integrazione.

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E il posto è l’Andalusia, ultima porzione affacciata sull’oceano della lunga Almeria. Qui, negli anni 60, Sergio Leone immaginò la rappresentazione in scala del suo sogno, il Far West: quel Far West girato in Almeria sembrò talmente vero e possibile, che tutto il mondo impazzì per i suoi film. E qui, nella parte più occidentale dell’Almeria, anche il sogno dell’integrazione sembra vero e possibile. Possibile per tutti, perché l’importante è partecipare, ma se si può vincere è meglio: sul sito del club, http://almadeafrica.com/, è possibile dare il proprio appoggio al progetto anche solo ascoltando l’inno su Spotify o scaricarlo su iTunes a 99 centesimi, o dare un contributo più incisivo diventando soci del club, e parti di un unico, grande spirito: todos con todos.

Quando Simone Moro ci raccontò l’impresa del Nanga Parbat tra nuvole e spiritualità

Quando Simone Moro ci raccontò l’impresa del Nanga Parbat tra nuvole e spiritualità

Compie oggi 50 anni Simone Moro, la leggenda dell’Alpinismo italiano. Per celebrarlo vi riproponiamo l’intervista in cui ci raccontò l’impresa del Nanga Parbat, un scalata dai grandi significati, non solo sportivi.

Dietro l’impresa, dietro la pagina leggendaria che lo ha consegnato, definitivamente, alla storia dell’alpinismo, ci sono attenzione e sensibilità fuori dal comune: per il gruppo, per l’arte nobile dell’alpinismo, per i Paesi che ne sopravvivono. E, soprattutto, per la montagna, che continuamente cerca, e che quasi mai lo respinge.

A un anno dalla clamorosa prima scalata invernale in vetta al Nanga Parbat Simone Moro, unico uomo nella storia ad essere salito per primo in inverno su quattro ottomila (e tale destinato a rimanere per sempre) ci dedicò una lunga chiacchierata. Nella quale, oltre che raccontare l’incredibile storia della salita di due anni fa sul gigante pachistano (la seconda montagna della Terra per indice di mortalità tra chi ha provato a violarla), toccò i grandi temi dell’umanità, della spiritualità, della socialità, evocati dalla storica scalata del febbraio del 2016 con lo spagnolo Alex Txicon, il pakistano Ali Sadpara e la bolzanina Tamara Lunger, da anni sua compagna di cordata.

Un’impresa straordinaria e, come ci spiega l’alpinista bergamasco, in condizioni straordinarie: a Io Gioco Pulito il racconto di Simone Moro del suo Nanga Parbat.

Prima di partire per il Nanga Parbat dicesti soltanto: “Torneremo con o senza vetta, ma sicuramente con una storia da raccontare”. Un anno dopo, che titolo daresti a questa storia?

«Il titolo che darei è “la grande squadra”. Un alpinista conosciuto per ci  che ha fatto e per la sua individualità, che senza ombra di dubbio tributa il merito alla sua squadra, già riporta l’attenzione su un concetto che ultimamente sta un po’ evaporando, quello di cordata: dietro anche a delle grandi personalità, come potevano essere quelle di Messner, Bonatti o Cassin, per certe scalate bisogna essere in grado di tributare i meriti a chi è stato con te.

In tutte le conferenze che sto facendo in Europa, parlo sempre di questa squadra fantastica, eterogenea, con un basco, una sudtirolese, un pachistano e un italiano, che hanno saputo lavorare così bene assieme, e che ricordano questa spedizione per quanto bella, più che per quanto dura, è stata».

Tra gli aspetti più romanzeschi dell’impresa sul Nanga, c’è proprio il decisivo incontro sulla montagna con Txicon e Sadpara…

«Ci siamo scelti, alla fine, non per convenienza, anzi. Per Alex e Ali poteva essere apparentemente sconveniente invitarci dopo che loro avevano già fatto un po’ di lavoro sulla via di salita, ma invece sono stati intelligenti, perché hanno capito che si portavano in casa due persone in più, con cui avevano un rapporto personale ottimo, e che portavano con sé esperienza e forza,  Quindi la storia che mi piace raccontare parla di come oggi si possa anche oggi lavorare assieme con culture, tradizioni e lingue diverse, ma se l’obiettivo è comune i risultati si raggiungono meglio in squadra che non da soli».

Certo, l’incontro e la deviazione rispetto alla strada che avevate previsto, la via Messner sul versante Diamir, ha rappresentato anche un imprevisto. Soli, a migliaia di metri d’altezza, come si gestisce correttamente il contrattempo, il cambio di prospettiva? Quanto è importante prendere la decisione giusta, e in fretta?

«Nelle situazioni difficili o critiche, lo diciamo anche in un momento in cui nel Centro Italia è successo quel che vediamo, una non-decisione è assolutamente la peggior cosa, è molto meglio prendere una decisione magari non ottimale, piuttosto che non prenderla. L’attendismo o, uso un termine forte, la troppa democratizzazione in un momento di emergenza, pu  rivelarsi più grande sciocchezza che si possa fare. A volte è necessario imporsi, è necessario che ci sia qualcuno credibile, carismatico, esperto, che si prenda la responsabilità della decisione, senza guardare troppo che tutti siano d’accordo. Mentre stai li e pensi a quanto costa, a quale possa essere il tornaconto, o la critica, sei già morto. Quindi quando ho capito che non si poteva continuare sulla via Messner, s’è presa subito la decisione, e sono stato strafelice che Tamara sia talmente sintonizzata con me che non ho dovuto discutere un solo secondo, perché è stata anche la sua decisione. E non ci sono stati problemi ad andare da Alex e dire che la via scelta da loro era la migliore: poi scoprire che loro sono i primi ad invitarti, ha fatto sì che non ci fossero imbarazzi. Sono abituato a prendere decisione in situazioni limite, non perché sia più bravo degli altri, ma perché sono più vecchio degli altri. Ho avuto la fortuna di vivere e sopravvivere a tante situazioni, e ho sviluppato un istinto che mi ha permesso primo di portare a casa la pelle, e poi di portare a casa una serie di successi che, piaccia o non piaccia, sono lì e sono risultati storici. E la storia rimane per sempre. Parliamo di pietre miliari che rimarranno tali, raggiunte con persone diverse, delle quali non ho mai dimenticato i nomi».

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Uno immagina l’essere su una montagna di ottomila metri come la situazione più solitaria in cui ci si possa trovare. Ma allo stesso tempo, oltre che con te stesso, ti mette in contatto con chi è con te, in modo del tutto particolare, e con regole in gioco del tutto particolari. Cosa succede nella testa, quando si è lì in alto?

«Anche se si è in gruppo, si è fondamentalmente soli, perché la capacità fisica e muscolare di dare una mano a qualcuno, nel caso ti chiedesse aiuto, è minima o nulla. Non hai le forze fisiche di prendere qualcuno in spalla e portarlo a casa, e quando è stato possibile farlo nella storia dell’alpinismo, come è successo a me nel 2001, sono salvataggi che si ricordano per decenni, con tanto di medaglia al valore civile. Quindi anche con dieci persone, sei solo con te stesso. Ma al tempo stesso, il non essere da solo ti permette di avere consigli, suggerimenti, o di rinforzare alcune decisioni da intraprendere, è più un aiuto psicologico ed esperienziale che fisico. Vivere questa dicotomia è molto formativo, perché ti fa capire che sei responsabile di te stesso, ma anche  che le tue decisioni possono mettere in pericolo gli altri, perché se tu non capisci che forse non ce la fai, e magari rallenti il gruppo perché vuoi stare assieme, metti tutti nelle grane e lasci la responsabilità di tentare un salvataggio estremo a chi era con te, quando tu in coscienza potevi capirlo e rinunciare».

Questo ci porta direttamente alla storia nella storia, quella di Tamara Lunger…

«Si è comportata nel modo completamente opposto. Lei, a 70 metri dal raggiungere un momento epocale dell’alpinismo – perché sarebbe stata la prima donna della storia a fare un’invernale su un ottomila – si ferma e torna indietro per non rischiare la sua vita, e indirettamente per non mettere noi nella condizione di rischiare per darle una mano: ha salvato non solo la sua, di pelle, ma ha dato una mano anche a noi, perché quando è arrivato il buio lei era già nella tenda, e accendendo la lampada ci ha dato la possibilità di trovarla immediatamente».

Più tardi lei ha detto di aver pensato: “Mi fermo qui, altrimenti non torno”. Oltre il trionfo sulla vetta, c’è anche quello della risolutezza, della razionalità, e della vita?

«Io non ricordo che, a memoria d’uomo, ci sia stata una rinuncia così virtuosa, a così poco dalla vetta. Ricordo magari qualcuno che a dieci metri dalla vetta aveva detto di essere stato in cima, e poi era stato scoperto, ma è diverso millantare un risultato non sapendo in realtà compiere gli ultimi metri. Ma una persona che apertamente dice “Ragazzi, io, anche se sono a una distanza tale da salutarvi con una mano, mi fermo e torno indietro perché non ne ho più, e se vado avanti arriver  sicuramente in cima, ma non potr  essere sicura di tornare a casa”, per me rappresenta la grandezza. Una rinuncia così è storica: non posso che essere fiero che per lei venga prima il valore della vita, e poi il risultato. È una cosa che lei sicuramente ha dentro. Non esiste una sola fotografia con me, Ali e Alex al campo base. Una foto, anche dopo la vetta, in tre non c’è, non l’abbiamo voluta fare: esistono solo foto di noi quattro, perché per me, Alex e Alì Tamara è stata in vetta con noi. Ha una forza, una grandezza che la rende forse ancora più virtuosa di noi, anche tenendo presente che ha dovuto fronteggiare una serie di indisposizioni fisiche, tutte cose che non ci aveva detto, proprio per non mettere in apprensione nessuno. Ci ha dato anche un grosso insegnamento, e sono orgoglioso di lei come compagno di cordata, più che come maestro».

Hai detto una volta che nell’alpinismo il muscolo più importante è il cuore: anche il Nanga Parbat di Tamara ne è stato l’esempio perfetto…

«Certo, intendo non solo l’organo che pulsa, ma quello che sottende il sentimento, i valori. Il cuore è sempre collegato alla mente: Tamara ha dimostrato di avere un gran cuore. L’essere riuscita ad arrivare fin lì, senza acclimatamento, con malesseri fisici, con la nausea, su una montagne del genere, ti fa capire quanto è forte Tamara. Non è diventata campionessa mondiale di scialpinismo Under 23 perché è stata fortunata, ma perché ha un motore che nella mia carriera ho visto poter vantare a pochi uomini. Pochi che ho incontrato nella mia vita sono forti quanto Tamara».

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L’acclimatamento, così determinante nelle scalate agli ottomila, ha rappresentato un’impresa nell’impresa. Quanto è costato avere tempi così corti?

«Un’altra cosa che va ricordata di questa scalata, che non ricordo essere successa nella storia dell’alpinismo, è che sia stata raggiunta una montagna di ottomila metri, senza ossigeno, con una sola notte a seimila metri, in inverno. Io e Tamara abbiamo scalato il Nanga Parbat con un acclimatamento che fa ridere, e l’abbiamo fatto senza usare chimica, senza usare l’ossigeno, senza barare, ma usando solo la nostra forza. La vera grandezza di questa scalata, oltre ad essere stata la prima invernale sul Nanga Parbat, è che è stata fatta in un modo mai fatto prima: dormire una notte a seimila, per un ottomila, vuol dire zero».

Ti sei espresso più volte criticamente nei confronti della commercializzazione e della deriva turistica che sta assumendo l’alpinismo: sull’Everest fioccano le spedizioni commerciali, a suon di migliaia di euro, per turisti benestanti quanto impreparati. Credi che la vostra impresa possa essere d’ispirazione per chi si avvicina a questa disciplina nella maniera culturalmente più autentica?

«Rispetto ad altri, forse ho un’opinione un po’ più moderata sulle spedizioni commerciali. Certo non le esorto, ma so benissimo che sono il pane con cui mangia gran parte del Nepal: se non ci fosse un indotto turistico, anche e soprattutto a causa delle spedizioni commerciali, e venissero vietate per una questione etica, sarebbe come chiedere di restituire un panino a uno che sta morendo di fame. Quello che per  vorrei è che non si facesse confusione tra un turismo d’alta quota, che se fatto con quell’intenzione e dichiarato tale non ha nulla di male, e l’alpinismo vero. Chi sale con una spedizione commerciale avrà fatto un grande sforzo, avrà una soddisfazione personale, ma quello non è l’alpinismo esplorativo, non è avventura, non va confuso con altre cose.

Riguardo all’ispirazione, il Nanga Parbat è la prima montagna che è stata tentata dopo il famoso attentato terroristico del 2013, e quindi il mio tentativo del 2014 sul versante Rupal in invernale, che non riuscì, fu la prima volta che tornavamo facendo capire che non era un posto pericoloso. Dopo la salita invernale del 2016, mi hanno detto che c’è già il pieno di prenotazioni di spedizioni alpinistiche, vere, non commerciali, di alpinisti che vogliono scalare il Nanga Parbat: è stato un bello spot per l’alpinismo, per come piace a noi pensarlo».

 

Addio a Matarrese. Il Presidente d’altri tempi. I nostri

Addio a Matarrese. Il Presidente d’altri tempi. I nostri

Non tutti i tempi sono più belli. Non tutti i tempi sono luminosi. Eppure, chissà perché, nella locuzione “d’altri tempi” ci leggiamo sempre un suono positivo, velato di nostalgia. Uomo daltri tempi, Donna daltri tempi, è un’associazione che fa scattare una connotazione positiva, in barba a quali fossero, questi tempi.

Allora sì, in questo senso, Vincenzo Matarrese era un presidente daltri tempi. Di quelli che duravano trent’anni, di quelli magari non perfetti, anzi decisamente imperfetti, ma quelli appartenenti alla tua infanzia che non ti dava neanche il tempo di accorgetene e sfumava in adolescenza, poi con un giro di valzer diventava maturità, e quell’uomo di altri tempi apparteneva ancora al Bari, anzi il Bari a lui, e un po’ anche tu.

Era decisamente imperfetto, il presidente Matarrese: la maggior parte del tempo, in trent’anni che possono essere lunghissimi o durare un instante, la si passava ad inveirgli contro, come fosse una madre di quelle che sono troppo presenti, ma al tempo stesso non ti ha mai dato quello che vorresti: ci urli, ci litighi, sbatti la porta, ma poi già per le scale ti tranquillizza sapere che c’è, specie quando vedi (e trent’anni sono tanti) tante meteore, tante realtà allo sbando, bruciarsi in un attimo, mentre il Bari era ancora lì, in un modo o nell’altro.

In un modo o nell’altro, tra incontri e scontri, grandi sogni e grandi spettri, Vincenzo Matarrese è stato il Bari. Ed è appartenuto a chiunque di noi ragazzi del Delle Vittorie prima, e del San Nicola poi. E chiunque di noi gli è un po’ appartenuto. E quel presidente, decisamente imperfetto, accusato senza soluzione di continuità della mitologica ricotta sui talenti cresciuti nelle giovanili o valorizzati (mentre nel frattempo, quelle giovanili raccoglievano per la prima volta nella loro storia un Campionato Primavera e un Viareggio), colpito sanguinosamente dal caso Punta Perotti e nonostante quello determinato ad andare avanti con la sua ventura biancorossa, c’era e ci sarebbe stato. Tra apici, clamorose cadute di stile, irripetibili siparietti con i tifosi, impareggiabili gioie e impareggiabili anonimati. Come tutte le nostre giovinezze, del resto: anonimato, qualche gioia, qualche siparietto che oggi ci imbarazza.

La scomparsa di Matarrese, presidente del Bari per una durata mostruosa al solo leggerla, dal 1983 al 2011, è la scomparsa di un pezzo dei nostri trent’anni, come che fossero, quei tempi del presidente d’altri tempi. E, mentre in questi, di tempi, l’Italia ha definitivamente aperto le porte ai capitali stranieri business centrici, è davvero complicato, non rimpiangerli. Quei tempi e quel presidente, così maledettamente imperfetti. Così maledettamente nostri.

 

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