Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

Tonina Pantani: “Come ricordo il mio Marco”

La Cassazione ha deciso che la morte di Marco Pantani non fu per omicidio, dichiarando inammissibile il ricorso della famiglia per l’archiviazione e chiudendo di fatto il caso. Ma i dubbi restano. Vi riproponiamo l’intervista a Tonina Pantani, la mamma che non si è mai arresa nella ricerca della verità.

La mia emozione nel chiamarla era palpabile, non stavo chiamando una mamma qualsiasi. Stavo chiamando una mamma a cui è stato tolto un figlio senza una verità. La mamma di Marco Pantani ha per anni scelto di non parlare con i giornalisti, Tonina Pantani. Perchè hanno manipolato le sue parole e perchè andavano da lei solo perchè Marco era un boccone succulento da offrire in pasto ai media.

Adesso Tonina non sta più zitta, e cerca la verità, sceglie di parlare lei e di combattere per sapere che cosa “hanno fatto a Marco”. Perchè come tanti, lei è la prima di tutte a dire che Marco non si è fatto male da solo. La magistratura gli ha dato ragione, considerato che da alcune dichiarazioni di pentiti in altri processi, emerse chiaramente che furono manipolate le prove per far perdere il giro a Pantani per non far sbancare le scommesse. Del marzo 2016, per intercettazioni della magistratura.

La nostra conversazione inizia con Marco bimbo che inizia a coltivare la passione della bici. Tonina parla con lucidità e memoria salda: “Marco è sempre stato appassionato di sport, qualsiasi sport, giocava a pallone e andava in bici, nessuno gli ha trasmesso in particolare quella passione, ha scelto lui, quando è diventato grande. Ad un certo punto ha capito che voleva pedalare, che ne voleva fare una ragione di vita, ha lasciato gli studi e ha cominciato a farlo. Noi lo volevamo felice e non ci siamo opposti, solo che io sono una mamma ansiosa, stavo sempre in pensiero per lui, per quello che gli poteva capitare. Mio marito andava a seguirlo, io dovevo lavorare ed era anche meglio che non lo seguivo, viste le paure che avevo. Ogni tanto mio marito tornava senza di lui e io chiedevo dove fosse e lui: “Marco si è fatto male””.

È lei che ti prende per mano, nel bel posto dei suoi ricordi di Marco, dove non viene sfiorato minimamente il personaggio, ma viene raccontato Marco, Marchino, come lo chiama anche Loris, la sua guardia del corpo che gli ha voluto un bene infinito, si è occupato di lui insieme ad altri due angeli custodi che gli hanno voluto bene come fratelli.

È lei che scivola verso il buio dove hanno sbattuto suo figlio.

Marco era un ragazzo solare e socievole, anche troppo, si fidava di gente che lo ha sfruttato. Era schivo, all’inizio, quasi non parlava, ma se capiva di potersi fidare, allora diventava socievole, scherzava e rideva. Quando era diventato famoso con noi era sempre lo stesso, un po’ la pativa, diceva sempre che non poteva nemmeno grattarsi.”.

Il discorso si fa più intenso, più viscoso, il timore è che si tocchino dolori ancora scoperti. Ma una mamma che parla così è determinata a parlare di un uomo che non è andato via. Non è mai andato via.

E arriva il discorso sulle accuse. Su quello che hanno detto di infamante su Marco.

Dicevano che era dopato, ma marco non è mai stato trovato dopato, mai. Gli hanno trovato un ematocrito alto, nel 1999 a Madonna di Campiglio, mentre marco si avviava a vincere il Giro, un valore ballerino che richiede più di un accertamento. In compenso nessuno ha detto che alla seconda analisi fatta nel pomeriggio Marco era a posto. Quella mattina trovarono un valore sballato e però Marco aveva le piastrine normali, per far sballare dei valori basta anche solo togliere una parte solida del sangue con uno stuzzicadenti. La sua fiala fu messa in tasca da chi l’aveva prelevata e non in apposita scatola frigorifera, Marco non era dopato, in compenso tanti già il giorno prima lo aspettavano al varco, come stesse succedendo qualcosa, lui sapeva di essere spesso oggetto di controlli, sarebbe stato uno stupido a doparsi.”.

Arriviamo a quel maledetto 14 febbraio 2004, il giorno in cui Marco viene rinvenuto in una camera d’albergo a Rimini, Tonina non ha dubbi. “Marco non è morto per depressioni o tristezza, perchè si era lasciato andare, niente di tutto questo. Hanno inventato tutto, da madre dico, se voleva farla finita lo avrebbe fatto nel 1999, quando lo hanno massacrato. Marco era tranquillo, triste per quello che gli stavano facendo. Ma uno che vuole farla finita non spende un sacco di soldi in avvocati perchè si ristabilisca la verità. Marco era in guerra, era triste perchè combatteva per la sua innocenza e per le false etichette e forse non ci stava a fare la figura del criminale.”.

Anche sulla famiglia, si disse che non si parlava con i genitori, Tonina è quasi sorridente in maniera amara, quando dice come stanno le cose: “Marco era sempre con noi, era vicino a noi, non c’era stato assolutamente nulla, non avevamo litigato, non eravamo in freddo, vogliono fare in modo da farlo apparire isolato, così appare più facile pensare ad un suo gesto sbagliato e tutto finisce così”.

La battaglia per la famiglia Pantani continua, Tonina è convinta ( e non è l’unica…): “me l’hanno ammazzato, e quando dico così, non dico che l’hanno portato ad uccidersi, me lo hanno proprio ammazzato. E io non sarò tranquilla finchè non verrà fuori la verità, l’ho giurato a Marco e tutti i soldi di Marco li sto spendendo per combattere per la sua verità. Ho sempre detto: Di me dite quello che volete, ma non azzardatevi a toccare i miei figli, me li hanno toccati e ora non sto zitta. Non mi posso permettere nemmeno di star male, non posso, devo star bene finchè tutto quello che riguarda Marco non torni a posto. Adesso la situazione sta andando avanti, almeno sulla verità di Madonna di Campiglio, ma siamo in stallo sulle indagini per la sua morte. Ho pagato sei avvocati e sto spendendo tutto quello che Marco ha lasciato, per lui, glielo devo, troppe persone mi avevano detto che mi avrebbero aiutato, anche giornalisti, poi era solo per strumentalizzare, sai la fama gioca brutti scherzi, hanno usato il suo nome, anche per altre cose, sul doping, non accetto che mio figlio venga paragonato a ciclisti che si dopavano davvero.”.

Loris, la sua guardia del corpo, mi accennò a una generosità infinita di Marco, una generosità che lui taceva perchè non amava il clamore.

Verissimo” dice Tonina, “Marco diede una mano alla famiglia di Fabio Casartelli e ai suoi figli (il ciclista deceduto sbattendo la testa su un muretto nel tour del 1995). Ma anche ad una comunità in zona vicino casa sua, che aiuto ancora adesso io con la mia fondazione onlus, una volta seppero che ero lì, mi venne ringraziare un ragazzo disabile, per tutto quello che Marco aveva fatto per loro. Era compagno d’asilo di Marco. Ma anche aiuti piccoli, dava Marco, era un uomo buono. Una volta mia figlia camminava per Cesenatico, si avvicinò un extracomunitario, disse solo che sapeva che lei era la sorella di Marco e che voleva ringraziarla, Marco l’aveva aiutato per il lavoro. Mio figlio era così, una persona per bene e onesta.”.

Ci lasciamo con un saluto affettuoso, la mia promessa che ci sarò per ogni cosa che Tonina vorrà dire, sempre. Le chiedo se vuole dirmi qualcosa in più, mi dice solo: “no, poi la gente si stufa a parlarne troppo, si è detto quel che si doveva dire”, con la dolcezza tranciante di una mamma.

Le faccio gli auguri per il nipotino. “Hai saputo eh? Si chiama Marco, come lo zio”, e qualsiasi cosa farà, speriamo che Marco sia felice, o sulle orme dello zio, o dovunque voglia andare. Grazie Tonina.

 

La versione di Jorge: il calcio secondo El Filósofo Valdano

La versione di Jorge: il calcio secondo El Filósofo Valdano

Ti verrebbe voglia di incontrarlo in una via immaginaria che collega Madrid a Buenos Aires, tra un barrio e il Santiago Bernabeu. Proprio tra un cielo albiceleste e una tonalità di strade merengues, risiedono i sogni e le imprese di Jorge Alberto Francisco Valdano. Attaccante letale e con la faccia da ballerino di tango, partito da Las Parejas per approdare sul tetto del mondo con la nazionale nel 1986, dove in un mondiale in Messico anche le nuvole si commossero di fronte a Masaniello-Maradona e i suoi furti con destrezza conditi da arte ridipinta cinque minuti dopo. E chi non sa di cosa parliamo si vada a rivedere la partita con l’Inghilterra. Valdano e Dieguito erano le punte di diamante di una nazionale che aveva più fabbri che artisti.

Jorge quando chiuse col calcio giocato, diventò uomo di lettere e di campo. Ha sempre letto molto, una sorta di sovversivo di un mondo lobotomizzato. In più ha deciso anche di scrivere. E con quel nome che fa rima con Soriano, bisognava aspettarselo.

Ha cominciato la sua carriera post erba calpestata facendo il dirigente della squadra da lui più amata. Il Real Madrid. A lui si deve l’aver coniato per i blancos, il concetto di miedo escenico. La paura del palcoscenico che attanaglia le squadre che varcano i confini dello stadio Madridista. Tra i pochi con fede Real, che ha potuto parlare con cognizione di causa e senza accuse di eresia del mito dirimpettaio e rivale. Lionel Messi. “A Lionel non è precluso nulla, che lui stesso non voglia, il suo limite non è fisico, ma mentale.”. Ipse dixit.

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Per non farsi mancare nulla, elegge subito il suo allenatore maestro. Cesar Luis Menotti. Colui il quale appena udì le lamentele di alcuni giocatori della nazionale per la fatica, li sollevò di peso all’alba per fargli vedere la vita che si faceva per gli operai di Buenos Aires, fino al ventre teso della metropolitana. “Loro hanno diritto di lamentarsi, non voi”. Chiuse la questione. Di lui Jorge dirà: “tutti gli allenatori mi urlavano in faccia di tirare fuori gli attributi, di andare con rabbia. Solo lui mi disse di entrare in campo e inseguire i miei sogni. Per questo ogni volta che respiro l’odore dell’erba mi ritorna addosso l’infanzia. In ogni caso, parlo dei sogni come del territorio abitato da un anticonformista, non da un illuso“.

Jorge è bravo non solo di piede, ma anche di testa. Autore de “Le undici virtù del leader”, un libro che profuma di psicologia empirista, nel guardare l’anima dei giocatori, quasi come la ricerca della pietra filosofale. Ma anche una sorta di biografia personale con le sue opinioni sul calcio. Mai banali e quasi sempre poetiche, con punte di acidulo ben assestate. Un esempio? “Quel fondo di fascismo che si annida dietro la filosofia del risultato è tipico di gente che divide il mondo in dominatori e dominati.

Nell’esprimersi sul talento di Beckham, così lo ritrae in due tocchi: “è due persone in una: è una persona quando gioca e un’altra nella vita. Fuori dal campo, come certi uccelli della Patagonia, fa una cagata ad ogni passo. Ma durante i 90′ mostra doti di concentrazione, buona capacità di partecipazione, abnegazione, solidarietà.“.

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Abile anche a mostrare le ferite che il “figlio orange del dio pallone”, Cruijff, gli inflisse: “quel giorno si mise a protestare con l’arbitro per un fallo senza importanza. E dato che l’arbitro non smetteva di dargli spiegazioni, suggerii a Cruijff di tenere quel pallone e di darcene un altro, visto che in quella partita avevamo qualche diritto anche noi. Cruijff mi chiese: come ti chiami? «Jorge Valdano». E quanti anni hai? «Ventuno». «Ragazzino, a 21 anni a Cruyff si dà del lei.»”.

Abile anche a dare pennellate efficaci di chi sembra essere ormai stato ampiamente descritto, si prendano i casi di Mario Balotelli e Carlo Ancelotti. Sul primo Valdano dice: “I voti calcistici generali si abbassano per colpa di alcune frivolezze psicologiche che in alcune occasioni lo collocano a metà tra un bambino capriccioso e un attore scadente“. e su Carletto: “Vince o perde con la stessa tranquillità, non si rende mai ridicolo nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile e non mostra neanche per un secondo il cattivo gusto che accompagna la demagogia. Un allenatore straordinario e una persona normale“.

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Il meglio di sè, Valdano lo dà con le definizioni di due che tanto simpatici non gli furono mai, un degno sipario prima di invitarvi a leggere un libro come pochi ce ne sono in giro di calcio.

Su Fabio Capello dice: “Credo che se lo abbandonassimo per un anno in una caverna piena di serpenti, al ritorno lo troveremmo sano e salvo“.

E su Josè Mourinho, che lo fece andare via dal Real per divergenze profonde, Jorge va in punta di penna e stile. Alla fin della licenza, così lo “tocca” a passo di tango: “Se Guardiola è Mozart, Mourinho è Salieri: sarebbe un gran musicista, se non esistesse Mozart. Si tratta di un vincente, che ama molto di più il risultato del gioco. Insegue la vittoria in modo ossessivo ed esercita una leadership dominante che richiede un’autentica esibizione di potere. Possiede un grande fascino mediatico, che quando vince lo trasforma in un eroe, e quando perde in una caricatura“.

Insomma un uomo a cui pagheresti un costoso rosso e un buon pranzo, pur di sentirlo parlare compiutamente della vita, o di ciò che le è più vicino. Il calcio.

 

 

 

 

Gaetano Scirea: lo sguardo serio, gli occhi dolci

Gaetano Scirea: lo sguardo serio, gli occhi dolci

C’è un lato nascosto di questa foto, che abbiamo guardato spesso nella sua immagine centrale. Di fronte a noi, nella teca dei ricordi, vediamo Marco Tardelli, che urla una gioia rabbiosa, un contenitore di incredulità e ansia sciolta. Sta iniziando il suo ululato che entrerà nella storia, la finale dei mondiali del 1982, Italia – Germania. Non a caso Tardelli era soprannominato Coyote. Era un animale notturno. Ma non è lui il protagonista. Dicevamo il lato discreto, nascosto.

Guardate dietro di lui, un suo compagno di squadra che ha una esultanza composta, signorile. Ma se guardate bene, in quel viso appare una gioia quasi da bambini, un viso di chi ha appena ringraziato il cielo che sotto un albero di natale fuori stagione, ci sia il regalo aspettato da sempre.
Lui è Gaetano Scirea. Ed aveva un ruolo che adesso ha un sapore vintage. Il libero. Ovvero colui il quale, in una squadra vecchio stampo, tappava i buchi della difesa, ma non solo. Gaetano era nato centrocampista e tale voleva rimanere. Soltanto che non rendeva come pensava. Aveva quattordici anni, Gaetano, ma era già adulto dentro. Fu Capello a metterlo in quel ruolo. E lui fece buon viso. E mai fece cattivo gioco, anzi, divenne un giocatore di gran lignaggio. Passando alla Juve.

In quella gioia atavica, ma quasi esibita con vergogna, si nasconde il Gaetano uomo. Un marito e padre esemplare, una persona mai fuori dalle righe. Quando la Juve lo convocò in sede per firmare era talmente convinto di non essere ancora pronto, da quasi non voler scendere dalla macchina. Di lui parla sempre poco, Gaetano, misura le parole, cerca di godersi a lungo le gioie e riflettere il giusto sugli sbagli. Il suo compagno preferito ai tempi della Juve, fu Dino Zoff. Che lo descrive come scherzoso e gioviale più di quanto si pensi, ma detto da lui, socievole come un Grizzly a cui minacciano il territorio non si sa quanto sia vero, ma è vero che Gaetano, in quella seriosità, ha uno sguardo sempre dolce, e buono. Sempre. Alla fine della partita che li consacrò campioni del mondo, entrambi non festeggiarono più di tanto, un buon vino e un sorriso.

Dicevamo il Gaetano uomo, se si volesse pescare nel torbido, si finirebbe delusi, amava il tennis, in famiglia lo definirono più bravo come calciatore che come enologo, quando andava a dare una mano ai vitigni. E sua moglie, che era il suo primo allenatore, il suo libero, dietro di lui, che proteggeva tutti, coordinava lei, Mariella, che lo guidava. Lo rimproverava spesso di essere fin troppo modesto, per nulla preciso come credeva, generoso come pochi. Come quella volta, tra le tante.

Venne a casa dopo la partita e aprì la porta, entrando con quattro persone che la moglie non aveva mai visto. “Mariella, questi sono tifosi della Juve, sono venuti da lontano per vederci, mi sembra giusto che mangino un boccone con noi”, questo era Scirea.

Mai una parola o un gesto fuori posto. Boniperti lo sfidò alla firma di un rinnovo contrattuale, avrebbe dato di più, se Gaetano avesse fatto un fallo inutile alla prima giornata di campionato. Manco per niente. La moglie lo esortava ad andare in sede a chiedere un aumento, ma la risposta era sempre uguale: “abbiamo già tutto, accontentiamoci”.

Un signore, un signor libero, un uomo. Il 3 settembre del 1989, morì in Polonia per un incidente stradale, era andato a vedere l’avversario di coppa della Juve. Zoff lo seppe al casello di Torino di ritorno dalla partita di campionato a Verona. Lui che forse era il secondo a conoscerne tutte le abitudini, dopo la moglie, disse solo “non può essere lui, a quest’ora è a casa a dormire”.

Se la raccontava incredulo. Ciao Gaetano, ti ricordiamo anche adesso, con quell’espressione di bimbo cresciuto coronando i propri sogni, che ringrazia per il regalo ricevuto, mentre davanti a te, il Coyote ulula di gioia, campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo.

Il Calcio è anche questo

Il Calcio è anche questo

Sì, ok, è immorale. Il calcio. Pieno di gente che pensa solo ai soldi, il calcio. Di arrivisti senza scrupoli e di furbi. Chissà che cosa succede, nel calcio. Perchè dare una colpa e basta, additare e basta è facile. Ci si chiama fuori, si sta in disparte rispetto ad una marea di gente che chissà cosa ci trova, ah, dimenticavo, c’è la violenza, tanta violenza. Nel calcio. Sembra il non voler ammettere qualcosa spostando il problema. Però, ecco, però. Però poi scopri pagine di romanzo in giocatori insospettabili, gente capace di piangere e commuoversi, aiutare, esserci.
Giocatori che scappano dai riflettori, per fare in modo di poter aiutare senza che si sappia. Oppure che si sappia, che importa, tanto è sotto gli occhi di tutti. Lo è stato sotto gli occhi di tutti, il momento commovente che c’è stato a Barcellona. 7 agosto. Trofeo Gamper. I Blaugrana giocavano contro la Chapecoense, o meglio quello che pian piano si sta ricostruendo di una squadra che è stata squarciata dai morsi di un disastro aereo a Medellin, lo scorso novembre. I giocatori brasiliani sono scesi in campo con la maglia speciale, fatta di un fondo bianco e 71 stelle, 71 guardiani delle loro sorti, dal cielo dove si trovano, 71, le vittime di quella tragedia evitabilissima, bastava un pieno di benzina.
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Ma il prima è stato da brividi, tre giocatori sopravvissuti sono scesi in campo per primi, Ruschel, che è anche tornato a giocare con la fascia di capitano, nonostante una lesione vertebrale, che al momento dell’applauso di uno stadio non ha trattenuto le lacrime, Ruschel che ha abbracciato Messi e gli ha chiesto la maglia. E se guardate la foto, quello che appare con più deferenza non è Ruschel, è Lionel che guarda basso, con rispetto. E poi loro due, gli autori del calcio d’inizio simbolico, Neto e il secondo portiere Jackson Follmann, che è sceso in campo in divisa. Perchè ha una protesi e non può giocare più come voleva, ma che non molla. Intanto è parte della squadra, perchè se qualcosa, di bello o atroce unisce, unisce per sempre, poi non vuole abbandonare il sogno e si impegnerà per giocare nella nazionale brasiliana paralimpica. Il portiere del Barcellona Ter Stegen gli ha promesso che vuole aiutarlo nella realizzazione del suo sogno, per una volta si para in due dalla stessa parte.
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Un’ultima cosa, Il Barcellona ha devoluto metà dell’incasso alla “Chape”, ma si erano mobilitati anche molto prima, per dare una mano, quasi immediatamente dopo quel tragico giorno di novembre. Già, immorale, scandaloso, ormai in mano al dio denaro, questo calcio. Ma capace ancora di non morire, capace di raccontare storie di redenzione e resurrezione, sportiva e umana. Perchè non lo ammetteremo mai, ci fa male dirlo, ma è quanto di più vicino alla vita possa esserci, nasci e giochi a calcio per strada, ovunque e comunque tu sia. Perchè la vita è così, corrotta, sporca, inguardabile, poi vedi meglio e scorgi una bellezza struccata seducente e bellissima. E ci credi ancora. Ci. Credi. Ancora.

 

Le Differenze

Le Differenze

Il giocatore che vedete nella foto sopra, ha giocato nel Grande Torino, vincendo scudetti dal 1942 al 1949.

Il giocatore che vedete sotto, giocherà tra poco per il Paris Saint Germain, ma ha vinto tanto, quasi tutto, col Barcellona.

Il giocatore sopra, è stato capitano di una squadra leggendaria, si narra che quando i suoi perdevano, un trombettiere suonasse la carica dagli spalti dello stadio e lui si rimboccasse le maniche, era un indizio di qualcosa che un film di successo avrebbe trasformato nella frase: “al mio segnale scatenate l’inferno”.

Il giocatore sotto ha un talento cristallino, che molte squadre bramano.

Il giocatore sopra non ha potuto portare a termine i suoi trionfi, perché il 4 maggio 1949, un aereo che portava il Toro a casa, precipitò sulla collina di Superga.

Il giocatore sotto, ha appena accettato un ingaggio di 300 milioni di euro lordi per cinque anni, con la squadra parigina, 220 andranno al Barcellona, la chiamano clausola rescissoria. Una cifra abbastanza importante. Sia quella di ingaggio, sia quella che percepirà lui. A proposito, il giocatore in questione si chiama Neymar Jr.

Il giocatore sopra, invece si chiamava Valentino Mazzola. Capitano e condottiero fino al limite del mito. Di lui si dice che durante il funerale del 1949, il suo nome venne declamato con voce rotta da chi leggeva la formazione. Di lui si dice che i giocatori, i compagni, anche quando avesse segnato qualcun altro, correvano anche ad abbracciare lui, anche se lontano dall’azione del gol. Gli stessi compagni, per il suo spessore morale, per il suo carisma, dicevano che non erano solo compagni, erano uomini fortunati a giocare con lui.

Neymar sarà forse uno dei calciatori più ricchi, se non il più ricco, il calcio moderno è questo, se vali, ti paghiamo più, molto di più di quanto pesi, e solo per giocare a calcio, non devi fare altro, devi solo pensare a giocare. Valentino Mazzola, molto prima di passare al Torino, trovò un posto come meccanico all’Alfa Romeo, contemporaneamente si fece avanti il Milan, che gli offrì uno stipendio di tutto rispetto, solo per giocare a calcio, solo quello. Lui rispose di no, motivando in questo modo: “è stato molto meglio aver scelto l’Alfa Romeo; se fossi andato al Milano avrei percepito lo stipendio, allora assai notevole, di 100 lire mensili e non avrei lavorato. Meglio assai lavorare: con l’ozio c’era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e per la mia carriera”.

Non so, non giudico, per carità, ma da giorni sui giornali leggo le cifre, gli affari, un ingaggio stratosferico a Neymar. Rileggo la dichiarazione di Mazzola e vedo: “lavorare, passione sana, calcio”. Forse mi sfugge qualcosa, forse non voglio nemmeno coglierla, ma il mio cuore pende pericolosamente dalla parte di quel signore che si rimboccava le maniche quando squillava la tromba, non so spiegarvi il perché, ma stimo molto il capitano che rifiutò il Milan. Quello della foto sopra.

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