Storia del Soldato Eder

Storia del Soldato Eder

La storia, in ogni suo aspetto, ha gli opliti e i generali. Tutti ricordiamo i nomi celebri, un po’ meno noti sono i nomi di onesti mestieranti del fronte, privi o quasi di colpi di genio. Anche nel calcio è così. C’è chi passeggia nella leggenda facendo incetta di trofei e vincendoli praticamente da solo e chi invece si aggrappa ad un minuto, un solo minuto in cui il Grande Burattinaio, ha deciso che sì, va bene, è il tuo momento ma non farci l’abitudine.

Se citiamo Cristiano Ronaldo, in ogni parte dell’orbe terracqueo, avremo facce che sorrideranno, che ne magnificheranno il talento, o che almeno faranno il grugno sforzato da “questo nome non mi è nuovo”. Ma se citiamo Eder, diventa un problema da esegeti. Un nome per intenditori, che lo confonderanno con il giocatore dell’Inter, o, filologi più competenti, col ragazzone belloccio che fu asfaltato insieme al Brasile dal Signor Rossi nel 1982. Dotato anche di una discreta stecca da lontano, talmente terrifica che le facce degli avversari in barriera erano di chi raccomandava l’anima a San Pietro sulla traversa di Fantozziana memoria.

Il terzo Carneade con questo nome, è un giocatore portoghese. Lo troviamo cristallizzato ad una data. 10 luglio 2016, al minuto 109 di una serata calda di una partita rognosa. Finale degli europei di calcio, Francia – Portogallo. Sembra una finale annunciata, solo Cristiano Ronaldo (questo nome non mi è nuovo…), si oppone novello Leonida, ai mangiabaguette. Ma sorpresa, dopo una manciata di minuti, un’entrata assassina di Payet, decide che 25 minuti per Ronaldo sono pure troppi. I portoghesi si chiedono solo quanto durerà l’agonia. Invece le mura resistono, anzi ogni tanto si prova pure a fare sortite fuori dal bunker. Fino a che dalla panchina non si alza lui: Éderzito António Macedo Lopes. Meglio noto(?) come Eder. Fino a quel momento ha fatto 3 gol in un bel po’ di partite, pochi per un attaccante. Anonimo prima, anonimo dopo quella finale. Ma nel mezzo c’è un minuto, in cui il ragazzone di Guinea, tira una saraccata aiutata forse pure dalla Madonna di Fatima, che tifa per i connazionali. Gol. Stadio gelato e abbracci. Storia della nazionale portoghese che vince un trofeo.

Un anno dopo, di lui si sa che è ritornato nel buio di un attaccante poco prolifico e per nulla incisivo. Ma si sa anche che ha un padre in carcere, accusato di aver ucciso la sua matrigna. Ma che lui sta provando a capire. Lo va a trovare ogni tanto e diciamo che gli riesce difficile perdonare, ma che quello è suo padre ed è difficile anche fare i conti con il sangue. Ne parla poco, aiuta le sorelle nei loro studi in giro per il mondo.

Adesso in Russia si gioca la Confederations Cup. La manifestazione tra nazionali che si disputa prima dei mondiali. Il ragazzo non è stato convocato. Avvertito per sms da un tecnico che, come dichiara ai giornalisti: “l’anno scorso mi criticavate per averlo convocato, ora perché non lo convoco”.

La storia, anche nel calcio, è un salotto buono solo per chi sa indossare la mise giusta. Chiedete di Ronaldo, tutti sanno chi è, chiedete di Eder, risposte meno convinte. Così va il mondo, per i soldati e i generali. Triste, solitario y final.

Malafeev era un portiere

Malafeev era un portiere

Agli scorsi europei di calcio 2016 , a guardia della porta della Russia, avrebbe dovuto esserci lui. In quella porta che era una sua costola. Si chiama Vyacheslav Malafeev. Portiere dello Zenit di San Pietroburgo. Ma non c’era. Non perchè scarso, figuriamoci. Avrebbe giocato al volo, visto che Akinfeev, portiere titolare senza di lui, a volte fa delle papere spaventose. Ma la sua decisione parte da lontano. Da almeno sei anni fa.

Nel marzo del 2011 sua moglie è in auto e rimane vittima di uno spaventoso incidente. Vyacheslav non rimane solo sconvolto, ma anche disorientato. Già perchè la sua era una famiglia. Ci sono anche due figli. Maxim e Xenia. Piccoli. Lui continua a giocare per il resto della stagione, ma dentro ha un tarlo bello grosso. Può scegliere, continuare il suo mestiere e affogare il dolore, ma il suo cruccio è la tristezza dei figli. Nel 2012 prende una decisione, anzi due. Intanto chiede a Spalletti, il suo allenatore, di allenarsi ad orari diversi. Questo perchè lui la mattina vuole fare la colazione ai bambini e vuole accompagnarli allo scuolabus, poi torna a preparare il pranzo. In più chiede di parlare con Capello, allenatore della Russia. Gli chiede di non essere più convocato. “Non voglio lasciare i miei figli da soli per troppo tempo, è un momento delicato”. Capello capisce, prova a dissuaderlo, ma alla fine gli dice che forse sta facendo una scelta che un vero uomo farebbe, gli chiede solo se gli darà una mano per le emergenze, lui risponde con una sportività di pochi: “ha due portieri bravissimi, la Russia è in buone mani”.

Ma qualcosa dentro di lui continua. Il vedere la vita sotto un’altra prospettiva. E capisce che forse il dolore gli sta proponendo nuove opportunità, e poco prima degli Europei, maggio scorso annuncia il ritiro dal calcio. A 37 anni che per un portiere non sono nulla. Quando spiegò la sua rinuncia alla nazionale, lo fece tenendo per mano i suoi figli e dicendo: “avrei potuto metterli in un collegio, nel migliore di tutta la Russia, ma sarebbe stata una decisione crudele e irresponsabile. Amo i miei figli, il calcio mi ha permesso una vita da privilegiato e ora posso staccare un po’ la spina senza troppi problemi”. Insomma un campione, che i figli non a caso, chiamano Superman, come i supereroi, ma lui corregge anche i compiti.

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Mio Nonno, un calciatore? Il passato che non ti aspetti

Di Barbara Fiorio e Ettore Zanca

A casa Fiorio, se avrete la fortuna di poter sbirciare, non ci si annoia mai. Parola di Barbara.

Barbara Fiorio è una scrittrice che, con una delicatezza fotografica, ha raccontato la vita di felini e umani. Ha pubblicato il saggio ironico sulle fiabe classiche “C’era una svolta” (Eumeswil, 2009) e i romanzi “Chanel non fa scarpette di cristallo” (Castelvecchi, 2011), “Buona fortuna” (Mondadori, 2013 – ed. spagnola per Suma de letras, 2014) e “Qualcosa di vero” (Feltrinelli, 2015 – ed. tedesca per Thiele-Verlag, 2016). Per Einaudi ha scritto il racconto “La gattara” (antologia “Gatti – I racconti più belli”, 2015). Insomma una donna che narra e si narra con una fluidità invidiabile.

Ma oltre alla produzione letteraria, abbiamo chiesto a Barbara di aprire un baule. Vecchio, impolverato, che ricorda quello dei militari delle grandi guerre. E ne sono uscite due storie di calcio di famiglia, che è lei stessa a raccontare tenendo in mano le foto ingiallite. Tutto iniziò con suo nonno. Italo Fiorio.

Italo Fiorio

“Per me mio nonno era solo mio nonno, un impresario edile in pensione che mi raccontava dei partigiani e della guerra. Sapevo poco di lui, da bambina.
Sapevo anche che gli piaceva il calcio e che ogni tanto andava a vedere il Genoa, che aveva due azioni della squadra, una per ogni figlio, e quel cuscinetto rosso e blu diviso in due parti che si apriva come un libro e diventava quadrato. Quanto lo desideravo! Ma era per andare allo stadio e a me, allo stadio, mi ci hanno portata una volta sola, avrò avuto cinque anni, e almeno quel giorno ho potuto sfoggiare il cuscinetto rosso e blu, sedermici sopra, urlare fortissimo “Gol!” quando lo urlavano anche il nonno e papà e incitare i calciatori con la palla davanti, ma solo quelli con la maglia rossoblu, i Nostri.
Quello che non sapevo era che mio nonno amava il buon calcio perché era stato un calciatore. Non famoso, suo padre glielo ha impedito, doveva andare a lavorare nei cantieri, altro che giocare al pallone, ma ho scoperto che ha giocato tanto, soprattutto di nascosto da lui, e che ha cominciato nella Pro Vercelli.

Non sappiamo come sia entrato in quella grande squadra (a quei tempi era una grandissima squadra, ho saputo), probabilmente lo avranno visto giocare, quando non studiava era sempre dietro un pallone. Pare che ne abbia fatto parte per un paio d’anni, non sappiamo con esattezza quali ma lui era del 1902, sarà stata la fine degli anni ’10, quasi ‘20. In quel periodo divenne molto amico di Virginio Rosetta, tanto che, qualche anno dopo, lo fece andare a giocare a Cossato per un’occasione anche questa persa nel tempo e nei ricordi di famiglia. Mio padre ricorda una foto di quel giorno, con mio nonno e Rosetta insieme sul campo, che purtroppo è stata rubata insieme ad altri piccoli cimeli.

Quando, finita la scuola, mio nonno tornò a Cossato, suo paese natale, andò a giocare nella Cossatese, forse per un’altra decina d’anni, anche questo non ci è chiaro, abbiamo alcune foto della squadra con lui che svetta, quasi sempre al centro e quasi sempre di profilo o di tre quarti. Perché non guardasse quasi mai in camera non lo so.

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Mio padre sostiene che chi ha praticato uno sport non considera mai l’altra squadra come il nemico ma solo come un avversario sul campo: finita la partita si torna tutti amici. Non so se valga per tutti, di certo vale per la mia famiglia: non ho mai visto reazioni di invidia, di competizione agguerrita o di attacco agli altri, né in campo sportivo né in altri campi. Se qualcuno è bravo non importa se sia più bravo di noi, è bravo e basta, glielo si riconosce e lo si ammira per questo.

Resta una specie di mistero quello sulla maglietta della Cossatese negli anni ’20 e ’30. Era nera con una stella bianca, molto simile a quella del Casale. Molti mi dicono che la maglietta fosse la stessa, ma i Cossatesi si inalberano e difendono con orgoglio la loro storia e la loro maglia. C’è chi la ricorda bene perché il padre, della Cossatese, la teneva in casa come ricordo. Ed era tutta nera con una stella bianca. La differenza con la maglia del Casale sembra essere uno sparato bianco che la Cossatese non aveva.

Mio padre, invece, del ’32, che come tutti i bambini amava giocare al pallone, tiene per il Toro. Il motivo è molto buffo: quando era in collegio a Torino, dove lo avevano messo per fare le medie mentre la famiglia si trasferiva a Genova, per dividersi in squadre a ricreazione si usavano i nomi delle squadre cittadine, il Toro e la Juventus. Per mio papà non c’era una distinzione tra le due, ma siccome erano di più i bambini della Juventus, la possibilità di giocare aumentava nettamente se si stava nel Toro.

“Vabbè, papà” gli ho detto un giorno, ridendo anche un po’, “ma era come essere i bianchi e i neri. Perché poi sei rimasto tifoso del Toro?”.
Ha sorriso e stretto le spalle a sottolineare l’ovvio. “Per lealtà. Quando scegli una squadra è quella, non cambi idea”.
E il Grande Toro è stata in effetti la passione di mio padre per molto tempo.
Avrà avuto quattordici o quindici anni quando la Nazionale venne a Genova per un allenamento: doveva poi incontrare una squadra straniera, chissà quale. In quegli anni la Nazionale, mi ha detto mio padre, era praticamente composta da tutto il Grande Toro (so che lo si deve chiamare così, dopo Superga) più Parola e Depetrini.
Lui, coi soldini guadagnati raddrizzando chiodi per mio nonno, si è comprato una foto del Toro e si è infilato nel pullman della squadra, fermo davanti allo stadio di Marassi.
Immagino che adesso sia impensabile che un ragazzino faccia una cosa del genere.
Emozionatissimo si è fatto fare l’autografo da tutti i calciatori: quelli del Toro ognuno sulla propria immagine, mentre Parola e Depetrini nel retro della foto.

Era un grande ammiratore anche di Carlo Parola e della sua mitica rovesciata, da piccola me ne parlava spesso. Quando, diciassette anni fa, Parola è morto, mio padre ha cercato sull’elenco il numero di telefono e ha chiamato la vedova per dirle quanto ammirasse suo marito. Una telefonata che mi ha commosso, quando me l’ha poi detto: avevano parlato per un’ora, lei gli aveva raccontato come si erano conosciuti e innamorati, mio padre le aveva raccontato dell’emozione che gli dava vedere il marito giocare in quel modo.
Sono gesti spontanei e puliti che mio padre ha fatto spesso e, con mio stupore, non è mai stato frainteso. Fa parte di un altro tempo, di un’umanità diversa dalla nostra.

Io, il calcio, non l’ho mai seguito. Nemmeno i mondiali. Li ho visti qualche volta per fare compagnia agli amici, ma non sono mai riuscita ad appassionarmi.
Però mi piaceva giocarlo. Alle medie ero nella squadra della mia classe, l’unica classe di tutta la scuola che aveva due femmine, io giocavo in difesa, a volte in porta, raramente in attacco, e non ero mai l’ultima a essere scelta: ci mettevamo tutti in fila davanti ai due capisquadra e, a turno, venivamo scelti. Di solito, al quarto o quinto turno, venivo chiamata. Roba di cui andavo fierissima.
Per eredità familiare mi fa piacere quando il Genoa e il Toro festeggiano una vittoria e accetto di buon grado che il mio vicino di sopra copra la facciata del palazzo con uno stendardo rossoblu quando il Genoa vince qualche partita importante.

Aprire quel baule commuove anche chi ascolta. In quelle foto non c’è solo la vita di una bella famiglia che amava giocare a calcio, c’è un pezzo di storia di un calcio che sapeva di legno e spogliatoi umidi, di maglie pesanti e palloni cuciti ed escorianti. Di retine sui capelli e di maniche rimboccate e cariche con la tromba dalla curva. Di questo sa il calcio a casa Fiorio, una pietanza che ha diviso con noi, con un sapore indimenticabile.

 Le foto dell’autrice sono di Sara Lando.

libri

Barbara Fiorio.
Nata a Genova, dove vive e scrive libri, è docente di comunicazione e tiene laboratori di scrittura, ironica e narrativa, tra cui il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri (GSSP), giunto alla sua quinta edizione.
Il suo sito è www.barbarafiorio.com

Piermario è caro al cielo

Piermario è caro al cielo

Citato ogni volta da mio padre, quando avveniva una morte prematura per lui ingiusta. Ormai appartiene a Piermario. Piermario Morosini, era in campo a giocare contro il Pescara. Una ordinaria partita di serie B, di una primavera gradevole. Piermario giocava nel Livorno.

Quel 14 aprile di quattro anni fa si trovava in campo. Fermiamo un attimo l’immagine. Perchè sembra tutto sbagliato. Piermario sta per crollare. Una aritmia cardiaca se lo porterà via per sempre. Eppure sembrava che la vita fosse solo in debito con lui. A 14 anni aveva perso il padre per un brutto male, due anni dopo era andata via la mamma. Era rimasto solo, lui con due fratelli più grandi, entrambi disabili gravi. Ma lui aveva preso le armi che aveva, la sua tenacia e il suo pallone, continuando a giocare. Continuando a sgobbare. Non lo faceva solo per passione, ora diventava la via del riscatto. Lui doveva fare strada anche per pagare le costose cure che i fratelli esigevano.

Tutto bastava così. Ma si sa, la palla è rotonda. E la vita sembra assomigliargli tanto, troppo, a volte fa rimbalzi strani, a volte prende effetti che non vuoi. Lo sa chiunque abbia giocato a calcio. Il fratello non ne può più di una vita priva di vita e si suicida.
Ora la solitudine che già si era vestita bene per presentarsi, mette la sua mise migliore. Ma lui va avanti, le giovanili dell’Atalanta e poi in giro, Vicenza, Bologna, Udine, fino a Livorno. A Vicenza l’ostinazione di fare strada, lo porta a confidarsi con un compagno che divide la stanza con lui. Di notte il suo coinquilino lo vede ancora sui libri, lo invita a dormire, a non stancarsi. Piermario lo guarda con i suoi occhi dolci e determinati insieme:
“non posso sbagliare niente Daniele, se il calcio non mi fa far strada devo prendere il diploma da ragioniere”.

Sembra facile da dire dopo che qualcuno è andato via, ma chiunque lo aveva conosciuto, diceva fosse un ragazzo d’oro. Il giorno di una partita importante con le giovanili dell’Atalanta, l’allenatore aveva un piccolo problema, decidere a chi sarebbe andata la fascia di capitano, tra tre ragazzi che l’avevano indossata, tra cui Morosini. Due candidati bussarono alla sua porta, dissero:
“mister, noi vogliamo a nome di tutta la squadra, che la fascia la indossi Piermario”.

Ecco cosa era. Un bravo ragazzo. Ma con un velo di tristezza abilmente nascosta. Una volta si confidò con un suo amico giornalista. Se la fece quella domanda, gli fece quella domanda:
“perchè tutto a me? Capisco un dispiacere, due, ma perchè tutto? Me lo chiedo.”.
E poi Anna, il suo sole, la sua compagna.
Che volava col loro cagnolino fino a Livorno. Anna la pallavolista che doveva essere a giocare, invece corre in lacrime all’ospedale di Pescara. Anna che nel processo penale, purtroppo per le leggi italiane, non è nulla. Non moglie, non avente diritto. Dovevano sposarsi. Ma non lo erano ancora, lei non ha diritto al risarcimento, che non avrebbe usato per scialare, ma per prendersi cura della sorella di Piermario. La sorella che non va dimenticata, se si vuole bene a Moro.

Fermiamo tutto. Torniamo a quel giorno. A quel 14 aprile 2012. Morosini si accascia a terra. I soccorsi arrivano in ritardo, anche per un’auto parcheggiata male. Il Moro non ce la fa. Il cuore del Moro cede. Il commissario tecnico più importante di tutti, quello in cui molti credono e pregano, ha fatto una convocazione, per la più importante squadra in assoluto. E Piermario era proprio quello che gli serviva, perchè non era solo un bravo calciatore era soprattutto un cuore enorme, fino a non reggere. E lui purtroppo è dovuto andare. Forse Piermario non è mai morto, è solo andato a giocare in una squadra più forte.

Bello raccontarcela così. Come quando rimasi inchiodato con gli occhi sul teleschermo quel giorno. e mentre vedevo il Moro andare via, mi dicevo quelle parole. Muor giovane colui che al cielo è caro.

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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