Piermario è caro al cielo

Piermario è caro al cielo

Citato ogni volta da mio padre, quando avveniva una morte prematura per lui ingiusta. Ormai appartiene a Piermario. Piermario Morosini, era in campo a giocare contro il Pescara. Una ordinaria partita di serie B, di una primavera gradevole. Piermario giocava nel Livorno.

Quel 14 aprile di quattro anni fa si trovava in campo. Fermiamo un attimo l’immagine. Perchè sembra tutto sbagliato. Piermario sta per crollare. Una aritmia cardiaca se lo porterà via per sempre. Eppure sembrava che la vita fosse solo in debito con lui. A 14 anni aveva perso il padre per un brutto male, due anni dopo era andata via la mamma. Era rimasto solo, lui con due fratelli più grandi, entrambi disabili gravi. Ma lui aveva preso le armi che aveva, la sua tenacia e il suo pallone, continuando a giocare. Continuando a sgobbare. Non lo faceva solo per passione, ora diventava la via del riscatto. Lui doveva fare strada anche per pagare le costose cure che i fratelli esigevano.

Tutto bastava così. Ma si sa, la palla è rotonda. E la vita sembra assomigliargli tanto, troppo, a volte fa rimbalzi strani, a volte prende effetti che non vuoi. Lo sa chiunque abbia giocato a calcio. Il fratello non ne può più di una vita priva di vita e si suicida.
Ora la solitudine che già si era vestita bene per presentarsi, mette la sua mise migliore. Ma lui va avanti, le giovanili dell’Atalanta e poi in giro, Vicenza, Bologna, Udine, fino a Livorno. A Vicenza l’ostinazione di fare strada, lo porta a confidarsi con un compagno che divide la stanza con lui. Di notte il suo coinquilino lo vede ancora sui libri, lo invita a dormire, a non stancarsi. Piermario lo guarda con i suoi occhi dolci e determinati insieme:
“non posso sbagliare niente Daniele, se il calcio non mi fa far strada devo prendere il diploma da ragioniere”.

Sembra facile da dire dopo che qualcuno è andato via, ma chiunque lo aveva conosciuto, diceva fosse un ragazzo d’oro. Il giorno di una partita importante con le giovanili dell’Atalanta, l’allenatore aveva un piccolo problema, decidere a chi sarebbe andata la fascia di capitano, tra tre ragazzi che l’avevano indossata, tra cui Morosini. Due candidati bussarono alla sua porta, dissero:
“mister, noi vogliamo a nome di tutta la squadra, che la fascia la indossi Piermario”.

Ecco cosa era. Un bravo ragazzo. Ma con un velo di tristezza abilmente nascosta. Una volta si confidò con un suo amico giornalista. Se la fece quella domanda, gli fece quella domanda:
“perchè tutto a me? Capisco un dispiacere, due, ma perchè tutto? Me lo chiedo.”.
E poi Anna, il suo sole, la sua compagna.
Che volava col loro cagnolino fino a Livorno. Anna la pallavolista che doveva essere a giocare, invece corre in lacrime all’ospedale di Pescara. Anna che nel processo penale, purtroppo per le leggi italiane, non è nulla. Non moglie, non avente diritto. Dovevano sposarsi. Ma non lo erano ancora, lei non ha diritto al risarcimento, che non avrebbe usato per scialare, ma per prendersi cura della sorella di Piermario. La sorella che non va dimenticata, se si vuole bene a Moro.

Fermiamo tutto. Torniamo a quel giorno. A quel 14 aprile 2012. Morosini si accascia a terra. I soccorsi arrivano in ritardo, anche per un’auto parcheggiata male. Il Moro non ce la fa. Il cuore del Moro cede. Il commissario tecnico più importante di tutti, quello in cui molti credono e pregano, ha fatto una convocazione, per la più importante squadra in assoluto. E Piermario era proprio quello che gli serviva, perchè non era solo un bravo calciatore era soprattutto un cuore enorme, fino a non reggere. E lui purtroppo è dovuto andare. Forse Piermario non è mai morto, è solo andato a giocare in una squadra più forte.

Bello raccontarcela così. Come quando rimasi inchiodato con gli occhi sul teleschermo quel giorno. e mentre vedevo il Moro andare via, mi dicevo quelle parole. Muor giovane colui che al cielo è caro.

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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L’Eibar e il Gigantismo

L’Eibar e il Gigantismo

Spesso confondiamo la mania di grandezza con la qualità. Siamo convinti che le grandi cifre abbiano insita la bellezza. Se tanti comprano, deve essere bello. E invece non sempre è così. Come canta Niccolò Fabi, raro è trovare una cosa speciale, nelle vetrine di una strada centrale, la meraviglia si nasconde.

Uno di questi esempi di piccolo miracolo di artigianato umano si chiama Eibar. Una squadra dei paesi baschi. Piccola, modesta, ma entrare in quel campo non è facile per nessuno. La sua storia è surreale. Quando è salita nella Liga, la prima divisione spagnola, ebbe un problema. Il primo requisito per accedere all’olimpo del calcio è di avere due milioni di euro di capitale. L’Eibar ne aveva circa 400.000. Ebbene, furono i tifosi a tassarsi, per fare una raccolta che portò alla cifra necessaria. E raccogliere 1.600.000 euro non è proprio una passeggiata. L’Eibar ha uno stadio piccolissimo, 6000 posti, incastonato in mezzo alla città, non è possibile fare lavori di ampliamento senza andare a toccare qualcosa. Tra l’altro è una squadra che riscuote anche simpatie in giro. Molti giocatori hanno sottolineato quanto sia assurdo e surreale che una squadra con un bilancio sano, ma con pochi soldi di capitale, rischi di non giocare nella Liga perchè non ha sufficiente capitale sociale, quando molte squadre sono con bilanci inguardabili, ma coprono la cifra richiesta.

Il capolavoro però è la squadra. Ha sempre dato filo da torcere a tutti. Non ha mai fatto drammi per le retrocessioni, acquisti oculati tra giocatori esperti e gente con voglia di riscatto. Leggasi Pedro Leon, ex del real Madrid a cui Mourinho la giurò e non lo fece più giocare con continuità, dopo averlo rimproverato per un riscaldamento indolente. Da lì sono transitati anche due italiani, Piovaccari e Simone Verdi. L’Eibar divenne famoso in Italia qualche anno fa per una polemica sul Carpi. Molte squadre di serie A si erano lamentate della struttura angusta della squadra allenata da Castori. La risposta della società fu tagliente: “Se il Barcellona si cambia negli spogliatoi dell’Eibar senza lamentarsi, potete fare uno sforzo anche voi”. Quest’anno la squadra ha umiliato il Villareal e costretto al pareggio in casa il Real. Insomma, piccola gemma in un mondo di mercanti che vendono patacche.

La frase più bella sui baschi, appartiene a Valdano, uomo di cultura e di campo, filosofo con il pallone tra i piedi: “In questa epoca di gigantismo, l’Eibar è una ghiottoneria”. Raro è trovare una cosa speciale, diceva quello.

Velibor Vasovic, il guardiano del vento

Velibor Vasovic, il guardiano del vento

Guardiani del vento, sembra una frase poetica, ma credete, nessuno vorrebbe davvero farlo. Guardiani di una corrente capricciosa e votata allo spettacolo. Quando decide di andare con te ti porta in posti dove non sei mai stato, ma quando devi contenere il suo ritorno, è dura. Ci vuole animo scafato e faccia da chi non teme una botta perché ne restituisce due.

Giù il cappello di fronte a Velibor Vasovic. Serbo, nato a Belgrado, ma solo per avere un certificato di nascita, perché giovane e predestinato, Vasovic fu colui che venne presto a far parte del grande Ajax di Rinus Michels e del giocatore più geniale ed egoico del mondo. Talento e avidità, cervello da genio in occhi fintamente spenti. Velibor arriverà alla corte di sua maestà Johan Cruijff. Il giocatore di cui Pep Guardiola dirà: “lui ha costruito la chiesa, noi l’abbiamo solo affrescata”, parlando dell’invenzione più geniale del calcio votato allo spettacolo. Velibor, arriva nel 1966 in un Ajax che doveva ancora diventare stellare, ma in cui vinse tre campionati e la Coppa dei Campioni del 1971. La curiosità fu che Vasovic disputò tre finali di Coppa dalle grandi orecchie, una con il Partizan e due con L’Ajax, segnò in due delle tre finali, quelle che perse.

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Fu scudiero di una squadra che attaccava, ma non lo fu mai volentieri, lui teneva una baracca dietro che era soggetta a folate umorali del genio degli attaccanti, se quel giorno in avanti si facevano sfracelli, dietro era vacanza, anzi, si poteva pure segnare, altrimenti c’era da correre. E Vasovic c’era, eccome, tanto da diventare capitano dei lancieri. Lui, il fratello sbagliato. Già perché il predestinato in famiglia era il fratello, che nel 1954 incrociò i tacchetti con la grande Ungheria di Puskas, portando una maglia degli avversari che girò i bar come fosse reliquia di santo.

Cambiare dalla Jugoslavia di Tito, all’Olanda della rivoluzione sessuale non fu facile. Appena sbarcato Velibor pensò che stesse scoppiando la rivoluzione, che il paese fosse in rivolta. Era solo in vita.

Raccontano che Cruijff provò immediatamente a fargli capire chi comandava, fece portare cinque palloni e li stampò sulla traversa, in allenamento, Velibor fece la stessa cosa, solo che la fece con le scarpe da passeggio. Per i profani: un vero campione è quello che decide di saper fare più volte la stessa cosa e non sbaglia mai. Come Baggio, che durante gli allenamenti faceva come a biliardo dichiarando prima dove metteva la palla e ci coglieva sempre, sempre.

Tutti con i capelli lunghi, in quella squadra, tutti rivoluzionari, ma anche attenti a farsi pagare sempre di più. Johan per primo. Velibor imparò cosa significa calcio totale, non soltanto che ogni giocatore sapeva fare tutto, ma anche avere piedi educati e sfacciati al contempo, come quando si giocava in campi bagnati e si capiva quanta strada far fare alla palla, saperla fermare un metro prima, facendo andare lunghi gli avversari, umiliante, bello, leggendario. Figlio di partigiani, Vasovic aveva idee salde e granitiche, ma quel suo animo difficile ben si integrò in una squadra che forse aveva bisogno di un riferimento meno sottoposto a narcisismi. Un faro dove il vento si avvolgeva se tirava male. Da loro, Velibor imparò la squadra, da lui impararono la cattiveria nel difendere quando occorreva, era la dark soul di un manipolo di stelle luminose.

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Raccontano di una partita a Liverpool giocata nella nebbia, chi teneva il punteggio mandava i raccattapalle a vedere che succedeva, non si vedeva ad un palmo, appena gli dissero dopo pochi minuti di un Ajax in vantaggio per tre gol, pensava lo stessero dileggiando. Racconta Shepard, autore di un bellissimo racconto su Vasovic che Cruijff diventò l’idolo dei giovani di Amsterdam. “È il nostro John Lennon,” disse Keizer dopo una partita. “Chi è John Lennon?” chiese Vasovic perplesso. Provò a portare via il fratello dall’inferno slavo, non ci riuscì, per un po’ ebbe la famiglia molto distante. Sua maestà Johan Cruijff lo guardò sempre con un misto di menefreghismo e curiosità, sicuramente gli piaceva questo slavo con la cultura calcistica che interessava a lui, con la voglia di ascoltarlo in campo e la dedizione alla squadra. Sicuramente, nella chiesa che ha costruito, gli avrà riservato un affresco, in cui gioca con la fascia da capitano e i capelli ordinariamente corti, magari gli avrà dato anche un titolo. Il custode del vento. Morto nella sua Belgrado, in una data tanto cara a Lucio Dalla, 4 marzo. Nel 2002.

Oltre la linea bianca: un racconto di calcio e redenzione

Oltre la linea bianca: un racconto di calcio e redenzione

Una partita determinante per la qualificazione in Champions. Un attaccante a fine carriera, che ha l’opportunità di giocare quella partita per una serie di infortuni, ma decide di vendersela. Un portiere che dopo vari problemi di salute, ha l’occasione di poter rientrare a giocare in una partita fondamentale, ma che all’improvviso non ne vuole più sapere e vorrebbe disertare l’incontro della vita. In sottofondo un amore che sembra impossibile, ma che ha una ostinazione radicata e atavica, che può smuovere tutto. E la convinzione che la bellezza non deve essere perfetta e anzi, deve essere un po’ claudicante. Un figlio che stravede per il padre, un allenatore che sa fare le mosse giuste fuori dal campo. Questo e altro è “Oltre la linea bianca”, il racconto che ho scritto per la Urban Apnea Edizioni, che uscirà il 5 marzo alle 11.30. Il racconto sarà scaricabile gratuitamente in ebook o pdf, oppure con un modesto contributo, si può ricevere in print on demand. Il sito a cui poterlo trovare è http://www.urbanapneaedizioni.it/prodotto/oltre-la-linea-bianca/.

Vi aspetto dal cinque marzo dopo le undici e trenta, per capire insieme, che la vita vera, non è finita, anzi, ha un calcio d’inizio, dove tutto, davvero tutto può cambiare. In campo, come nella vita, diceva Nereo Rocco.