Ciao Nicky, il ragazzo normale che diventò Campione del Mondo

Ciao Nicky, il ragazzo normale che diventò Campione del Mondo

Nicky Hayden ci ha lasciato. Lo ha fatto a 35 anni. In silenzio, probabilmente col sorriso sulle labbra come aveva abituato tutti a vederlo. Kentucky Kid, il ragazzo del Kentucky come veniva soprannominato, ha insegnato al mondo del motociclismo che per vincere non bisogna essere un fenomeno; si può diventare Campione del Mondo anche col lavoro minuzioso e costante, credendoci fino in fondo e non mollando mai.

Nicky, a dir la verità noi italiani un po’ ti abbiamo odiato nel 2006 ma di un odio di quelli belli che ti fanno sentire di aver fatto qualcosa di incredibile e anche per questo rimarrai nei cuori di tutti. Sei stato colui che ha strappato il Mondiale a Valentino Rossi, ma lo hai fatto con tutta la sportività e l’umiltà che il mondo ti ha donato. E quasi quasi, in quel 2006 che portava con sé “Seven Nation Army”, siamo stati felici per la tua grande conquista. “La fortuna è buona con chi è buono” dichiarasti subito dopo Valencia. Una frase magnifica che racchiudeva l’essenza del tuo essere. Avevi la faccia del bravo ragazzo di quelli che è impossibile volere male e quando abbassavi la visiera diventavi un “bastardo dall’animo leale”. Honda e Ducati ti hanno stimato, il paddock del motomondiale ti ha ammirato. Anche derapando via ci hai lasciato un insegnamento: le piste una sbavatura te la concedono, la vita no non è tanto benevola. Il motorsport ha perso tanti gladiatori ed ognuno di questi ha impresso a fuoco nella mente degli appassionati un qualcosa che lo caratterizzava. Di Hayden ci resterà il suo “69” sui capeggiava un pizzetto da classico ragazzo americano con stampato un sorriso che significava sincerità. Spiegarsi il perché la vita giri così è difficile, quasi impossibile. Cercare una risposta ad un fato beffardo diventa un tormento che brucia l’animo e lascia senza voce. Su due ruote sei nato, cresciuto, diventato una leggenda ed un idolo. Due ruote senza motore ti hanno tolto tutto, ma non l’amore e la gioia che ti ha visto in pista proverà ricordando il tuo nome. Ciao Nicky, buona corsa!

Johann Zarco, il silenzioso fenomeno del Motomondiale

Johann Zarco, il silenzioso fenomeno del Motomondiale

Farsi spazio nel panorama motoristico mondiale, con campioni del calibro di Valentino Rossi, Marc Marquez, Jorge Lorenzo e l’emergente Maverick Vinales, non è per nulla facile; c’è un pilota, però, che mogio mogio e zitto zitto si sta mettendo in mostra a suon di gas. Johann Zarco, infatti, è uno dei rookies presenti quest’anno nel roster della MotoGP che sta balzando agli onori della cronaca per il modo di affrontare la nuova categoria.

Il francese non è certo l’ultimo arrivato, visti i due titoli iridati consecutivi in Moto2 vinti senza neanche troppa fatica, ma in pochi si sarebbero aspettati una partenza così lanciata nella classe regina. Nel primo appuntamento stagionale in Qatar, Zarco aveva messo in riga tutti; partito dalla quarta piazza si era subito impadronito della prima posizione lasciando il vuoto alle sue spalle, prima di una sfortunata caduta dettata un po’ dalla foga e un po’ dall’inesperienza. Johann, però, non si è arreso; ha fatto tesoro di quanto fatto in terra asiatica e nel GP d’Argentina si è rimesso in sella ancora più agguerrito. La partenza dalla 14esima casella poteva far temere il peggio, ma quando nel polso hai le stimmate del campione il garone è dietro l’angolo. Curva dopo curva ha superato i suoi avversari, nella patria di Maradona ha dribblato chi gli era davanti simulando in pista le gesta del Pibe de Oro quando solcava i campi di calcio. Ha poi tagliato il traguardo in quinta posizione, precedendo di 3 secondi il compagno di squadra nel team Yamaha Tech 3 Folger.

Nel silenzio della sua umiltà, Zarco sta dimostrando anche in MotoGP di essere un fenomeno; il suo stile di guida morbido ed elegante, ad accarezzare le curve, lo rendono unico nel panorama del motomondiale e all’orizzonte splende un futuro roseo per il francese, le sue prestazioni e il suo talento lo candidano a prendere la sella di Valentino Rossi una volta appeso il casco numero 46 al chiodo. Non è detto, però, che Johann non possa trionfare prima di quel momento e volteggiare con il suo abituale back flip già sopra la sua “Dark Yamaha”.

Franco Morbidelli e la saggezza di saper aspettare

Franco Morbidelli e la saggezza di saper aspettare

“Non ho mai avuto l’ossessione di vincere, il mio primo obiettivo è sempre stato quello di lavorare”. Si racchiude in questa frase la sapienza vincente di Franco Morbidelli, salito per la prima volta in carriera sul gradino più alto del podio della Moto2 al GP di Qatar. Non farsi sopraffare dalla voglia di vincere, dal prendere quella bandiera a scacchi per primo che in due anni gli è sempre sfuggita per un pugno di millesimi. “Morbido” ha messo in riga tutti, da Tom Luthi a Takaaki Nakagami fino ad arrivare al compagno di squadra Alex Marquez; tutti piloti di prima fascia, ma relegati a comparsa grazie alla dominante gara dell’italiano.

Franco ha saputo aspettare il suo momento, con il sorriso e la calma che lo hanno sempre contraddistinto. In questi due anni in Moto2 ha avuto l’umiltà di apprendere da chi gli stava davanti, campioni come lui però già maturi; ha imparato da Tito Rabat, da Johann Zarco, da Alex Rins e Sam Lowes. Ha lottato e fatto bagarre con loro e ad ogni sorpasso il suo stile di guida cresceva e maturava. Adesso i suoi rivali sono in MotoGP, tra i grandi del motociclismo, un posto che spetterà anche a lui; ma prima c’è da vincere e convincere nella categoria di mezzo.

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In Qatar è partito in pole position, a conferma del progressivo sviluppo cominciato a metà della scorsa stagione. Si sono spenti i semafori e lui è scattato in testa, ha scherzato con i suoi avversari per qualche giro facendogli credere di poter essere al suo passo; poi ha ingranato il turbo e piano piano (veloce veloce) si è ritrovato da solo lasciando solamente qualche pezzetto di pneumatico consumato agli inseguitori.

In Moto2, come italiani hanno già trionfato Iannone e Baldassarri, ma nessun italiano è mai riuscito a vincere il titolo iridato, l’ultimo fu Marco Simoncelli quando ancora la categoria si chiamava 250; che questa stagione sia la volta buona per l’Italia?

La leggerezza di chiamarsi Jonathan Rea

La leggerezza di chiamarsi Jonathan Rea

Il Mondiale Superbike 2017 ha riaperto i battenti con la tappa in Australia sul Circuito di Phillip Island. A mettere tutti in fila ci ha pensato il solito, fantastico, Jonathan Rea; campione in carica da due anni e indiscusso re della categoria. Sul tracciato australiano, il pilota britannico ha lasciato sfogare i suoi avversari; li ha fatti divertire e prendere a sportellate per gran parte sia di Gara 1 che di Gara 2, si è quasi fermato per permettere agli altri di stargli dietro e gustarsi così un po’ di bagarre anche lui. Arrivato il momento decisivo, però, ha abbassato la testa sul cupolino e si è andato a prendere la bandiera a scacchi in entrambe le manche.

Il povero Chaz Davies, unico pilota che sembra in grado di poter mettere in difficoltà Rea, si è dovuto accontentare delle briciole; 42 millesimi di ritardo nella prima gara e addirittura soli 25 millesimi nella seconda. Un’unghia, tanto è bastato all’alfiere della Kawasaki per portare a casa i primi 50 punti in palio.

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Johnny si è armato della sua solita leggerezza letale per avere la meglio sugli avversari, quella che negli ultimi 2 anni gli ha permesso di entrare nella storia della Superbike. Nella categoria, infatti, il britannico è l’unico, insieme al connazionale Fogarty, ad aver trionfato per due stagioni consecutive. Con una semplicità unica Rea doma la sua “verdona”, la addomestica come un matador col suo toro; tiene a bada i cavalli e il carattere scorbutico della Kawasaki come nessuno ha mai fatto, chiedere a Sykes per conferma.

Il ragazzo di Ballymena è una pecora fuori dal gregge nel Mondiale Superbike; la sua guida pulita, il suo carattere poco avvezzo alle sportellate lo rendono differente da tutti i piloti del roster ed è probabilmente questo che lo rende una spanna sopra gli altri. Il suo modo di stare in pista è paragonabile a quello dei riders della MotoGP; categoria dove in questo inverno ha simbolicamente trionfato e messo tutti in riga quando nei test di Jerez ha ottenuto un tempo migliore rispetto a quelli di Rossi, Marquez e co. A riconferma delle qualità fuori dal comune del ragazzo.

Jonathan Rea è un pilota formidabile che quest’anno potrebbe definitivamente scolpire a vita il proprio nome nella storia della Superbike; con la sua leggerezza, la sua classe e il suo sorriso da bravo ragazzo che nasconde un glaciale animale da gara.

Kevin Schwantz, il “kamikaze” che ha reso pazzo il motociclismo

Kevin Schwantz, il “kamikaze” che ha reso pazzo il motociclismo

“Aspetto che il panico cresca, quando la paura si tramuta in visioni celestiali inizio a staccare”. Basterebbe questa sua stessa dichiarazione per sintetizzare al meglio il perché Kevin Schwantz sia diventato uno dei piloti più amati ed ammirati nella storia del motociclismo, nonostante il solo ed unico mondiale vinto nel 1993.

Il texano, che ha gareggiato nella classe 500 dal 1986 al 1995, è stato un personaggio che ha fatto saltare dalla sedia i grandi appassionati e che al contempo ha allargato in maniera esponenziale il pubblico del motorsport, fino a quel momento ancora decisamente di nicchia. A chiunque ragazzino di quel tempo con la passione dei motori si chiedesse quale pilota ammirasse, la risposta era (quasi) sempre la stessa: Kevin Schwantz.

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Sarà stato per il carattere fortemente esuberante, per la follia messa in pista mista alla semplicità di un ragazzo americano qualsiasi; Kevin ha fatto innamorare tutti. Per trasportarlo all’epoca moderna, è stato un po’ il Valentino Rossi degli anni ‘90; certo molto meno titolato, ma con quella verve da trascinatore che nessun altro aveva.

Il “pilota kamikaze” lo chiamavano nel paddock, per la sua frequenza a finire nella ghiaia pur di staccare più forte dei suoi avversari. Di lui avevano timore, poteva sorpassarti da un momento all’altro in punti impossibili e allo stesso tempo disarcionarti senza remore. Nella hall of fame del motomondiale resterà il contatto con Lawson nel ‘91 durante il GP di Assen dove, per non lasciar passare il pilota della Cagiva, Schwantz staccò più forte e chiuse la porta finendo per toccarsi e finire rovinosamente in un burrone a bordo pista; fortunatamente senza grossi danni collaterali.

Kevin non era proprietario di un grosso bagaglio tecnico in moto, veniva dal cross e questo lo portava ad avere una guida inusuale e mai vista prima il che lo rendeva anche riconoscibile a chilometri di distanza. Aveva, però, un’agilità formidabile; tra le sue mani la Suzuki numero 34 sembrava una bici mentre il texano la piegava in giro per i tracciati del mondo con una sporca eleganza indelebile dalla mente.

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I suoi grandi avversari, Wayne Rainey e Mick Doohan su tutti, gli sono sempre arrivati davanti, forse anche immeritatamente, al termine delle stagioni mondiali. L’etichetta immeritata di eterno secondo (o terzo) sembrava doverlo accompagnare per tutta la carriera, finché nel 1993 il Dio dei motori che poco dà e tanto toglie colpì inesorabilmente. In quella stagione Kevin vinse quattro Gran Premi, ma il titolo sembrava comunque dover finire ancora tra le mani di Rainey; a Misano arrivò, però, un giorno che cambiò per sempre la storia del motociclismo, del pilota della Cagiva e di quello della Suzuki Lucky Strike. Il Campione del Mondo in carica perse il controllo della sua moto e finì tragicamente nella ghiaia; il verdetto fu fatale, a vita su una sedia a rotelle. Schwantz si trovò così a lottare contro nessuno e al termine del campionato vinse, per la prima ed unica volta, il titolo iridato.

La grandezza del pilota texano sta anche nell’esser stato uno dei primi piloti, e in generale degli sportivi, ad avere un rapporto diretto e soprattutto aperto con gli organi di stampa. I giornalisti si divertivano a fargli domande, lui non si tirava mai indietro e regalava perle come quella con cui si apre questo articolo.

Il 17 luglio 1995, nella sala stampa del circuito del Mugello, Schwantz annuncia al mondo il suo ritiro dal mondo delle corse. Il suo volto è rigato dalle lacrime. Le lacrime di un uomo, che in quel momento stava diventando leggenda, conscio di non poter più dare a se stesso e agli appassionati la spettacolarità di un tempo. Quelle stesse lacrime che hanno riempito gli occhi dei suoi avversari, dei suoi tifosi, dei giornalisti e di chi semplicemente lo amava. La motivazione che addusse a quella scelta fu, come sempre, pregna del suo essere: “Un tempo mi sentivo alto tre metri e a prova di proiettile. Adesso mi sento solo alto tre metri”.

Il numero 34 venne ritirato dalla Federazione Motociclistica, nessuno avrebbe mai potuto portarlo in carena come ha fatto lui; e anche se fosse ancora disponibile, nessun pilota si sentirebbe altezza di “indossarlo”.

Kevin Schwantz è stato colui che ha aperto il mondo del motociclismo alla modernità, se il motomondiale oggi è quello che vediamo è anche merito suo e del cambiamento epocale che ha portato con il suo modo di vedere questo sport. E ogni volta che tuttora lo si vede in giro per i paddock dei vari GP, un’emozione ci attraversa la spina dorsale; magari con quell’illusoria speranza di vederlo ancora un volta, per un solo giro, sfrecciare in pista come ai vecchi tempi.