Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

In una famosa canzone Zucchero cantava “donne, tududu, in cerca di guai” e sono sempre donne quelle che ancora oggi – soprattutto nello sport – sono allo sbando e senza “compagnia”. Fece scalpore lo spot della Nike dello scorso marzo le cui protagoniste del video sono donne, ragazze, bambine che  fanno parkour, pattinaggio su ghiaccio, equitazione e anche boxe. Non in un paese occidentale ma nel loro, in Medio Oriente. Cosa diranno di te?, dice una voce fuori campo, mentre una di loro corre e si becca gli sguardi di disapprovazione di un uomo che la vede passare. Alla fine lo spot conclude: ”forse diranno che sarai la prossima campionessa”. L’azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi aveva voluto polemicamente ricordare al mondo dello sport un’annosa questione, quella della discriminazione di genere.  In Medio Oriente – si sa – la situazione non è mai stata facile in materia di donne e diritti, in Arabia Saudita, però, la situazione è molto pesante. Alle donne viene assegnato un tutore di sesso maschile (il padre, il marito, il fratello o persino il figlio, purché maschio) che deve “accompagnarle” nelle attività quotidiane. Chi nasce donna, in Arabia Saudita, non può guidare l’auto e nemmeno praticare sport. Una legge del 1960 (anno in cui le scuole statali sono state aperte alle donne) sottolinea infatti come l’educazione fisica non sia prevista nel percorso di studi delle bambine e solo gli uomini possono appartenere a club sportivi o lavorare in ambienti del settore.

Non che nel nostro paese le cose vadano meglio. Citando l’enciclopedia Treccani, anche nel belpaese la questione è sempre legata a retaggi socio-culturali vecchi come il mondo. “Se per i giovani maschi lo sport costituisce ancora un rito di passaggio quasi obbligato, incarnando caratteristiche maschili idealizzate come la competizione, l’aggressività e la lealtà, […] l’attività fisica e sportiva è considerata nemica della femminilità: agli occhi della maggior parte delle popolazioni occidentali, le donne atlete sono apparse a lungo come una deviazione dalla femminilità, una virilizzazione anomala, tanto che persino la correttezza dei loro orientamenti sessuali è stata messa in discussione.” Le donne che praticano sport – secondo alcuni – non sono femminili o sensuali, non sono ammiccanti né “accoglienti”. Poco femmine, per dirla con una parola sola. E l’attività sportiva peggiora e mascolinizza l’aspetto delle donne che lo praticano, portando gli uomini a vederle come soggetti tendenti all’omosessualità.

E la situazione non cambia neanche se guardiamo l’aspetto giuridico della questione. In Italia, la legge del 23 marzo 1981 n 91 recita all’art. 1 che “l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero”, mentre all’art. 2 si trova scritto: “[…] sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI […]”. Nel testo però non si fa riferimento alle atlete. Cosa significa questo? Che in Italia non esistono atlete professioniste. Molte sono considerate sportive dilettanti (anche se di fatto sono campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alle tutele previdenziali stabilite per il mondo dei professionisti; soprattutto vengono pagate molto meno rispetto ai colleghi maschi. Un esempio su tutti? Da noi il compenso delle calciatrici è uguale a quello di un impiegato. Nel resto d’Europa invece i compensi di uomini e donne calciatori/calciatrici sono quasi identici, anche se – c’è da dirlo – sulla rivista americana Forbes, fra i cento atleti più pagati al mondo si trovano fino a ora solo due donne (Serena Williams 28,9 milioni di dollari, 40° posto, e Maria Sharapova, 21,9, 88° posto). Niente parità fra i sessi nel settore sportivo insomma. E da noi, niente accesso alle categorie pro per chi nasce donna, come se fosse una colpa, un marchio, come se una legge dell’81 non potesse essere modificata una volta evidenziato l’errore. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche: calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo e ciclismo. Nessuna prevede un settore “pro” per le atlete. Perché? Secondo la senatrice Josefa Idem – che da anni combatte per cambiare la legge 81/91 –   anche perché il Governo dello sport nazionale è in mani maschili: ai vertici delle varie Federazioni infatti, non c’è traccia di quote rosa.

Il punto è che per una donna, non è facile: nel lavoro, quando lo cerchi e ti ritrovi di fronte qualcuno che in realtà vuole altro, nei rapporti con i colleghi che spesso ti rendono difficile fare qualsiasi cosa, nella vita privata, perché una donna incinta è una perdita per qualsiasi azienda e quindi va mandata via. E nello sport: scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende tutto ancora più difficile. Nello sport femminile, ancora saturo di discriminazioni e luoghi comuni, alla fine, a parità di carriera sportiva, spesso conta solo una cosa: il fisico. Quello che il commentatore sottolinea, quello che  il presentatore tv sbircia, quello che il maschio da casa aspetta con eccitazione e il compagno di palestra scruta senza farsi notare, quello che invece qualcun altro definisce mascolino e omosessuale. Tutto il resto, è dimenticato.

Forse non c’è proprio tutta questa parità di genere che oggi si millanta, forse siamo ancora noi a essere viste come l’angelo del focolare, come quelle che non possono competere se non con un bel fondoschiena e una quarta di seno. E siamo sempre noi a doverci sottomettere a logiche sessiste e maschie, all’idea di dover essere condiscendenti, mansuete, docili. Non è così che dovrebbe essere. Meritiamo lo stesso stipendio di un uomo a parità di ruoli, meritiamo di non dover subire avances sessuali se ci presentiamo a un colloquio di lavoro, meritiamo di non essere viste come oggetti lussuriosi privi di qualsivoglia capacità mentale. E no, non è banale femminismo. Siamo ancora in un mondo pieno di cultura maschile e ancora una volta siamo noi a dover fare la differenza: spezziamo la catena. Nella vita, nel lavoro, nello sport.

Il Texas e quel parco dell’inclusione: al Morgan’s Inspiration un’oasi per la disabilità

Il Texas e quel parco dell’inclusione: al Morgan’s Inspiration un’oasi per la disabilità

Ragazzi con “esigenze speciali”, queste le parole d’ordine per accedere al Morgan’s Inspiration Island, il primo parco acquatico del mondo pensato per i più piccoli con disabilità fisiche e cognitive. Dove si trova? Sicuramente non in Italia. Siamo in Texas, per la precisione a San Antonio e l’ ”ideatore” si chiama Goldon Hartman, già proprietario da anni del parco divertimenti, che però ha deciso di dare a quest’ultimo una marcia in più. Il motivo è “personale”: la figlia di Hartman, 23 anni, è disabile da sempre e in famiglia dunque si vivono ogni giorno le difficoltà annesse a chi soffre di disturbi più o meno gravi di questo genere.

 

Il Morgan diventa così un luogo per divertirsi ma anche per imparare attraverso il gioco a convivere con la propria disabilità, regalando un sorriso a chi probabilmente ne ha persi molti, o, ne ha avuti troppo pochi. Hartman, miliardario, ha deciso di spendere bene il proprio denaro – che non si parli più così male dei ricconi americani insomma – per costruire, anzi trasformare un comune parco divertimenti in un posto senza barriere architettoniche. Al Morgan’s Inspiration Island però c’è un’altra particolarità: i clienti con disabilità fisiche o cognitive entrano gratuitamente, potendo usufruire della struttura e di tutte le strumentazioni di cui hanno bisogno senza alcun limite. A consigliare Hartman sono arrivati consulenti, medici, terapeuti e genitori, che volentieri hanno messo a disposizione le loro competenze e dato i consigli giusti affinché la struttura diventasse la migliore nel mondo. Piscine attrezzate, geyser, tende di pioggia, percorsi ad ostacoli da affrontare su un battello sono solo alcune delle attrazioni del parco divertimenti, che è dotato anche di aree silenziose e tranquille a disposizione di chi preferisce il silenzio o vuole semplicemente rilassarsi e staccare dal caos quotidiano. La particolarità della struttura è soprattutto una: per i bambini in sedia a rotelle vengono messe a disposizione delle carrozzine impermeabili, realizzate in collaborazione con i ricercatori della Pittsburgh University. Una di queste carrozzine, la “PneuChair”, si aziona usando l’aria compressa anziché le tradizionali batterie. Fattore che la rende più economica e ricaricabile in soli dieci minuti. il Morgan’s Inspiration Island, che è stato progettato anche per rispettare l’ambiente (attraverso un sistema specifico di filtraggio non ci sono sprechi d’acqua) ha ideato anche degli appositi braccialetti che, grazie alla geolocalizzazione, consentono di risalire in qualsiasi momento alla posizione di chi lo indossa.

E le gratificazioni non sono tardate ad arrivare: da quando il parco si è adattato alle esigenze dei diversamente abili – parliamo dei primi mesi di quest’anno – ha registrato ben mezzo milione di ingressi. “Le persone con problemi fisici o cognitivi possono fare tanto quanto gli altri e noi abbiamo voluto offrire loro uno spazio sicuro, bello e pulito senza barriere fisiche o economiche”, ha dichiarato recentemente il portavoce di Ispiration Island Bob McCullough. Insomma, se ad oggi bimbi e ragazzi con disabilità di vario genere potranno solo immaginare, da noi, un posto simile, forse sarebbe il caso di iniziare a pensarci seriamente. Forse non servirebbe nemmeno un miliardario come Hartman, se ogni azienda, uomo benestante, impresa italiana mettesse a disposizione una piccolissima parte delle proprie “ricchezze”; riusciremmo così ad avere anche noi il nostro parco anti-barriere, un luogo per divertirsi, non sentirsi diversi ma inclusi, poter essere sé stessi senza vergogna . Ma per questa estate, è il caso di dirlo, è meglio abbandonare ogni speranza.

Benessere, salute ed integrazione. Così viene premiata la “cultura sportiva”

Benessere, salute ed integrazione. Così viene premiata la “cultura sportiva”

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni.  Ha il potere di unire le persone. Parla ai giovani un linguaggio che capiscono […] È più potente di qualunque governo nel rompere le barriere razziali. Lo sport ride in faccia a ogni tipo di discriminazione. “, queste le parole di uno dei grandi della terra, Nelson Mandela, che fece della lotta al razzismo e alla discriminazione uno dei suoi cavalli di battaglia.

Quello dell’inclusione sportiva sarà anche il filo rosso del “36° Meeting d’Estate Isola di Ischia” che si terrà il prossimo 18 giugno in terra campana e il cui tema principale sarà proprio “La Responsabilità Sociale e lo Sport”. In quest’occasione verrà consegnato anche un premio speciale al Centro Protesi INAIL di Vigorso di Budrio (Bologna): si tratta del “CSR Sport Awards”, per l’impegno che proprio il centro protesi ha avuto nei confronti degli atleti paralimpici, realizzando per loro moltissime protesi sportive che hanno permesso agli sportivi di gareggiare e continuare le loro attività senza alcun limite o disagio. L’iniziativa è nata all’interno di un altro contesto, il “Progetto Attraverso lo sport”, frutto di un protocollo d’intesa tra il Comitato Nazionale Italiano Fair Play e l’Associazione Spazio alla Responsabilità, “partorito” con l’intento di rafforzare il ruolo programmatico e paradigmatico dello sport, rimettendone al centro i valori fondanti e facendo in modo di allinearlo con i diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati lo scorso anno dalle Nazioni Unite.

 Carlo Biasco, direttore centrale dell’Assistenza Protesica e della Riabilitazione INAIL, in merito alla collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico, ha dichiarato: «Lo sport è strumento di benessere, salute e integrazione, anche e soprattutto per le persone con disabilità. Questo il motivo per cui ci siamo impegnati a diffondere il più possibile la cultura sportiva, anche alla luce degli eccellenti risultati ottenuti in questi anni dagli atleti che seguiamo, dai più famosi – come la campionessa del mondo e paralimpica Martina Caironi – alle nuove promettenti leve che si stanno affacciando alle competizioni con risultati incoraggianti».

C’è da dire dunque che oggi, ancor più di ieri, lo sport è diventato un fenomeno sociale fondamentale e sempre più importante soprattutto se lo si “osserva” come mezzo potente per eccellenza utilissimo a educare, formare, favorire l’integrazione e la solidarietà, soprattutto fra i giovani che riescono ancora ad emozionarsi e a dare tutti loro stessi per uno sport. Lontano dalle logiche di mercato, dai soldi (che pure hanno la loro importanza all’interno di ogni contesto sportivo veramente attivo e vivo nel mondo). Lo sport è canalizzatore di momenti integrativi diventando l’àncora di salvezza di molti. Soprattutto di chi vede in esso un modo per sollevarsi da momenti particolarmente bui della vita. Ecco perché iniziative come quella in collaborazione dell’INAIL sono importanti da ricordare. Razzismo non è solo quello nei confronti di chi ha la pelle di un colore diverso dalla nostra ma anche quello rivolto a chi ha una gamba in meno, una malformazione, un limite fisico. Lo sport, che da sempre ha incluso sempre tutti, oggi lo fa in maniera ancor più forte. come per esempio un incidente che te l’ha cambiata

Non dimentichiamoci allora, di continuare a promuovere assieme conoscenza, coesione, investendo sui giovani, sulle loro passioni, fornendo sempre a tutti un motivo per non mollare mai. Perché a volte, uno di questi motivi, è racchiuso in una semplice protesi che permette di continuare a correre, tirare in porta, fare canestro.

Esports, il salto “ufficiale”: i giochi elettronici saranno riconosciuti come Sport alle Olimpiadi 2022

Esports, il salto “ufficiale”: i giochi elettronici saranno riconosciuti come Sport alle Olimpiadi 2022

La notizia è recentissima: l’Olympic Council of Asia (OCASIA) ha annunciato ufficialmente l’ingresso degli eSports (che tutti noi conosciamo come videogiochi) nei Giochi Asiatici del 2022 che si terranno ad Hangzhou, in Cina. Molti potrebbero domandarsi cos’hanno da “spartirsi” gli atleti reali con quelli da tastiera o da joystick, la realtà però è proprio questa: all’interno delle normali competizioni sportive gli eSport si stanno integrando rapidissimamente. Non si sa ancora quali giochi parteciperanno, ma questi saranno considerati validi per la salita al podio e per l’assegnazione di medaglie. Inutile dirlo, enorme è stata la felicità dei gamers che finalmente si vedono riconosciuti come atleti a tutti gli affetti. Già da qualche tempo infatti, ogni giocatore virtuale, in relazione alla “categoria” sportiva a cui appartiene può anche tesserarsi: proprio come uno sportivo vecchio stampo.

L’evento olimpico del 2022 è la seconda manifestazione sportiva più numerosa del mondo dopo i giochi olimpici veri e propri, di cui rappresenta un evento circoscritto al solo territorio asiatico. C’è da precisare però che già nell’edizione del 2018 dei giochi che si svolgerà in Indonesia, gli eSport saranno presenti come sport “dimostrativo”. L’enorme successo – a detta di esperti e appassionati – deriverebbe dall’enorme diffusione che gli eSport stanno avendo, fra i più giovani ma anche fra gli adulti. Come ha dichiarato in un comunicato stampa (riportato da diversi giornali orientali) Ahmad Fahad Al-Sabah, presidente dell’OCAL’Organizzazione proseguirà nel suo impegno per lo sviluppo e la promozione degli sport asiatici. Non vediamo l’ora di scoprire le idee lungimiranti di Alisports e come si applicheranno al settore degli eSport”. Dichiarazioni – queste – importantissime nel percorso di crescita degli eSport e dei videogiochi, probabilmente trampolino di lancio per il successo futuro del settore. Al momento non è chiaro su quali titoli si sfideranno gli atleti digitali ma è stato rivelato da fonti certe che, in occasione degli Asian Indoor and Martial Arts Games (AIMAG) che si svolgeranno a settembre in Turkmenistan, i giochi coinvolti saranno Fifa 17, Moba (Multiplayer Online Battle Arena) e RTA (Real Time Attack).

Dobbiamo aspettarci l’arrivo degli eSport nei prossimi giochi olimpici mondiali? Magari già a Tokyo 2020? Per ora è ancora tutto molto sfumato ma c’è da sottolineare un’evidenza: questa è la prima volta che le discipline elettroniche vengono inserite nel programma ufficiale di una manifestazione riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Da non sottovalutare nemmeno il ruolo che in questa faccenda ha avuto Alibaba, uno dei colossi economici della Cina, che nel 2016 aveva annunciato di aver stretto una partnership con la Federazione Nazionale degli sport elettronici, investendo nel progetto circa 150 milioni di dollari. Il processo di canonizzazione degli eSport all’interno delle manifestazioni sportive più amate e conosciute sembra essere ormai vicino alla sua conclusione. Chi ama mettersi alla prova attraverso i giochi elettronici piuttosto che in un campo da calcio, in uno da basket, da tennis o in acqua, può finalmente iniziare a sorridere di felicità.

La Cittadella dello Sport: a Roma il primo centro sportivo dedicato ai disabili. Pancalli: “Un sogno che si avvera.Presto altri centri in tutta Italia”

La Cittadella dello Sport: a Roma il primo centro sportivo dedicato ai disabili. Pancalli: “Un sogno che si avvera.Presto altri centri in tutta Italia”

Piscina, campi da tennis e da calcetto, un’area ristoro: sono solo alcune delle “bellezze” sportive che La Cittadella dello Sport per disabili, inaugurata qualche giorno fa al Tre Fontane di Roma, offrirà a tutti coloro che ne entreranno a far parte. Il progetto risulta essere attualmente il primo ed unico sul territorio nazionale dedicato specificatamente allo sport praticato dai normodotati ma anche alla pratica ed alla promozione delle discipline sportive per la popolazione con disabilità fisica intellettivo-relazionale e sensoriale come Torball, Goalball, Calcio a 5 ipovedenti, tennis in carrozzina, nuoto, scherma in carrozzina, Atletica, Tennis tavolo, danza moderna per disabili ecc. Una piccola oasi (con una superficie di circa 51.000 mq che si estende da via Cristoforo Colombo, quadrante sud di Roma, fino al viadotto della Magliana) dentro la città dunque, che permetterà a disabili e non, ai ragazzi ma anche alle loro famiglie di godere di un centro polifunzionale unico nel suo genere in Italia.

L’impianto fu costruito nel 1960, per i diciassettesimi giochi olimpici di Roma e – dopo aver ospitato fino al 2011 le gare della Rugby Roma – ora è finalmente pronto ad essere “ribattezzato” Cittadella dello Sport. La data ufficiale è settembre 2017, il tempo per sistemare gli ultimi dettagli. In realtà già nel 2008, il presidente del Comitato paralimpico Luca Pancalli aveva ottenuto un finanziamento di 15 milioni per la realizzazione del progetto. Il centro doveva essere aperto subito dopo le Paralimpiadi di Rio de Janeiro ma le solite questioni burocratiche hanno rallentato il tutto fino a quest’anno. «Non so se possa essere considerato un momento storico, ma sicuramente è la realizzazione di un sogno che abbiamo inseguito con grande caparbietà. Siamo convinti che questa struttura, nel momento in cui riusciremo ad aprirla, potrà realizzare i sogni di tanti ragazzi e ragazze di questo Paese». Questo il messaggio lanciato da Pancalli al Tre Fontane, dove il presidente del Comitato italiano paralimpico ha presentato – non senza un pizzico d’emozione – la struttura.

In conferenza stampa Pancalli ha continuato: «Lasciare chiuso questo impianto per tanto tempo ha  comportato non solo oneri finanziari per garantire vigilanza e manutenzione, ma soprattutto l’impossibilità di dare risposte al territorio e al nostro mondo: questo è il sacrificio più grande che stiamo affrontando. Mi auguro che si possa aprire quanto prima per poter impostare la stagione da settembre in avanti: il vero sogno, una volta completata la foresteria, è quello di rappresentare un pezzo di welfare attivo del Paese, utilizzando lo sport come strumento e non soltanto come fine». In una grande città come Roma, un centro come questo non è cosa da poco: offrire a tutti e soprattutto ai disabili che vogliono praticare sport in libertà e all’aria aperta un luogo come questo, attento alle esigenze di tutti ma soprattutto delle loro,è un bel traguardo. Un centro di ritrovo, di “fatica”, un posto dove si potrà conoscere, sperimentare ma anche sentirsi a casa. Il Tre Fontane per ora è unico nel suo genere. Si spera però, che l’idea e il progetto vengano replicati: con le cose belle andrebbe fatto, sempre.

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