Stramilano: sport, solidarietà e divertimento all’ombra del Duomo

Stramilano: sport, solidarietà e divertimento all’ombra del Duomo

A Milano è arrivata la primavera e – insieme a clima mite e profumi tiepidi – nella “capitale del nord” è ritornata anche Stramilano: l’evento podistico che dà il via alla nuova stagione in città. Stiamo parlando di una delle manifestazioni più conosciute e apprezzate dai meneghini, ideata da Renato Cepparo (imprenditore italiano che ha legato il proprio nome a diverse iniziative in campo sportivo e culturale) agli inizi degli anni ‘70 e che ancora oggi raccoglie moltissimi appassionati della corsa. Nata come semplice “camminata” in notturna che Cepparo amava fare insieme a qualche amico e familiare stretto, negli anni è diventata un appuntamento storico per molti milanesi doc. La prima edizione si svolse un martedì del 1972, con partenza dall’oratorio di Viale Suzzani. Proprio da qui l’imprenditore e i suoi compagni (molti erano gli amici del Gruppo Alpinistico Fior di Roccia) percorsero ben 24km in lungo e in largo per la città.

La 46ma edizione della competizione si è corsa ieri e fra i 60mila partecipanti che hanno tagliato il nastro di partenza davanti al Duomo c’era anche il podista della Forti e Veloci isola d’Ischia Giuseppe Iacono, già conosciuto per aver corso una settimana fa la Romaostia. Tre i percorsi a cui i partecipanti hanno potuto aderire: la Stramilano di 10 chilometri, la Stramilanina di 5 e la Stramilano Half Marathon. E la run competition di ieri è stata dedicata a Fabio Cappello, il podista che l’anno scorso perse la vita subito dopo aver corso l’Half Marathon. Madrina dell’evento l’atleta paralimpica e campionessa italiana dei 100 e 200 metri Giusy Versace, che ha preso parte alla manifestazione con la sua associazione, Disabili no limits onlus. Nata nel 2011, questa onlus raccoglie fondi per donare ai disabili strumenti ed ausili che il Sistema sanitario nazionale non prevede, aiutando chi ne ha bisogno a vivere una vita più autonoma. Nello specifico l’associazione si occupa di fornire “sedie a ruote ultraleggere e protesi in fibra di carbonio, per attività quotidiane e sportive a sostegno di coloro che vivono condizioni economiche svantaggiate”, organizzando anche eventi che possano promuovere la pratica sportiva consentendo soprattutto ai più giovani di vivere al meglio la propria disabilità, guardando allo sport come terapia e nuova opportunità di vita (http://www.disabilinolimits.org/).

Una Stramilano solidale dunque, non solo con i disabili ma anche con chi soffre le difficoltà dell’integrazione in un paese non suo: è una bella novità di quest’edizione infatti la presenza all’evento di 100 richiedenti asilo della caserma Montello e di altri centri di accoglienza meneghini. Socialità, confronto, dibattito, cibo, musica sono dunque state le parole chiave della gara di ieri, senza però perdere di vista la cosa più importante: i veri campioni, i grandi protagonisti sono stati soprattutto i piccoli corridori, gli amatoriali, gli appassionati. Loro, che in nome dello sport, hanno condiviso con chi avevano accanto un pezzo di strada, per una volta senza dar troppa importanza al colore della pelle o alla prestanza fisica.

 

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

In una famosa canzone Zucchero cantava “donne, tududu, in cerca di guai” e sono sempre donne quelle che ancora oggi – soprattutto nello sport – sono allo sbando e senza “compagnia”. Di cosa parliamo? Prima di tutto dell’ultimo spot pubblicitario della Nike, lanciato per la prima volta qualche giorno fa sul profilo Twitter Nike Medio Oriente: le protagoniste del video sono donne, ragazze, bambine che  fanno parkour, pattinaggio su ghiaccio, equitazione e anche boxe. Non in un paese occidentale ma nel loro, in Medio Oriente. Cosa diranno di te?, dice una voce fuori campo, mentre una di loro corre e si becca gli sguardi di disapprovazione di un uomo che la vede passare. Alla fine lo spot conclude: ”forse diranno che sarai la prossima campionessa”. L’azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi ha voluto polemicamente ricordare al mondo dello sport un’annosa questione, quella della discriminazione di genere.  In Medio Oriente – si sa – la situazione non è mai stata facile in materia di donne e diritti, in Arabia Saudita, però, la situazione è molto pesante. Alle donne viene assegnato un tutore di sesso maschile (il padre, il marito, il fratello o persino il figlio, purché maschio) che deve “accompagnarle” nelle attività quotidiane. Chi nasce donna, in Arabia Saudita, non può guidare l’auto e nemmeno praticare sport. Una legge del 1960 (anno in cui le scuole statali sono state aperte alle donne) sottolinea infatti come l’educazione fisica non sia prevista nel percorso di studi delle bambine e solo gli uomini possono appartenere a club sportivi o lavorare in ambienti del settore.

Non che nel nostro paese le cose vadano meglio. Citando l’enciclopedia Treccani, anche nel belpaese la questione è sempre legata a retaggi socio-culturali vecchi come il mondo. “Se per i giovani maschi lo sport costituisce ancora un rito di passaggio quasi obbligato, incarnando caratteristiche maschili idealizzate come la competizione, l’aggressività e la lealtà, […] l’attività fisica e sportiva è considerata nemica della femminilità: agli occhi della maggior parte delle popolazioni occidentali, le donne atlete sono apparse a lungo come una deviazione dalla femminilità, una virilizzazione anomala, tanto che persino la correttezza dei loro orientamenti sessuali è stata messa in discussione.” Le donne che praticano sport – secondo alcuni – non sono femminili o sensuali, non sono ammiccanti né “accoglienti”. Poco femmine, per dirla con una parola sola. E l’attività sportiva peggiora e mascolinizza l’aspetto delle donne che lo praticano, portando gli uomini a vederle come soggetti tendenti all’omosessualità.

E la situazione non cambia neanche se guardiamo l’aspetto giuridico della questione. In Italia, la legge del 23 marzo 1981 n 91 recita all’art. 1 che “l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero”, mentre all’art. 2 si trova scritto: “[…] sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI […]”. Nel testo però non si fa riferimento alle atlete. Cosa significa questo? Che in Italia non esistono atlete professioniste. Molte sono considerate sportive dilettanti (anche se di fatto sono campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alle tutele previdenziali stabilite per il mondo dei professionisti; soprattutto vengono pagate molto meno rispetto ai colleghi maschi. Un esempio su tutti? Da noi il compenso delle calciatrici è uguale a quello di un impiegato. Nel resto d’Europa invece i compensi di uomini e donne calciatori/calciatrici sono quasi identici, anche se – c’è da dirlo – sulla rivista americana Forbes, fra i cento atleti più pagati al mondo si trovano fino a ora solo due donne (Serena Williams 28,9 milioni di dollari, 40° posto, e Maria Sharapova, 21,9, 88° posto). Niente parità fra i sessi nel settore sportivo insomma. E da noi, niente accesso alle categorie pro per chi nasce donna, come se fosse una colpa, un marchio, come se una legge dell’81 non potesse essere modificata una volta evidenziato l’errore. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche: calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo e ciclismo. Nessuna prevede un settore “pro” per le atlete. Perché? Secondo la senatrice Josefa Idem – che da anni combatte per cambiare la legge 81/91 –   anche perché il Governo dello sport nazionale è in mani maschili: ai vertici delle varie Federazioni infatti, non c’è traccia di quote rosa.

Il punto è che per una donna, non è facile: nel lavoro, quando lo cerchi e ti ritrovi di fronte qualcuno che in realtà vuole altro, nei rapporti con i colleghi che spesso ti rendono difficile fare qualsiasi cosa, nella vita privata, perché una donna incinta è una perdita per qualsiasi azienda e quindi va mandata via. E nello sport: scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende tutto ancora più difficile. Nello sport femminile, ancora saturo di discriminazioni e luoghi comuni, alla fine, a parità di carriera sportiva, spesso conta solo una cosa: il fisico. Quello che il commentatore sottolinea, quello che  il presentatore tv sbircia, quello che il maschio da casa aspetta con eccitazione e il compagno di palestra scruta senza farsi notare, quello che invece qualcun altro definisce mascolino e omosessuale. Tutto il resto, è dimenticato.

Forse non c’è proprio tutta questa parità di genere che oggi si millanta, forse siamo ancora noi a essere viste come l’angelo del focolare, come quelle che non possono competere se non con un bel fondoschiena e una quarta di seno. E siamo sempre noi a doverci sottomettere a logiche sessiste e maschie, all’idea di dover essere condiscendenti, mansuete, docili. Non è così che dovrebbe essere. Meritiamo lo stesso stipendio di un uomo a parità di ruoli, meritiamo di non dover subire avances sessuali se ci presentiamo a un colloquio di lavoro, meritiamo di non essere viste come oggetti lussuriosi privi di qualsivoglia capacità mentale. E no, non è banale femminismo. Siamo ancora in un mondo pieno di cultura maschile e ancora una volta siamo noi a dover fare la differenza: spezziamo la catena. Nella vita, nel lavoro, nello sport.

Dynamo Camp: quando anche lo sport cura i più piccoli

Dynamo Camp: quando anche lo sport cura i più piccoli

Si sa, spesso affrontare la malattia non è cosa semplice. La malattia debilita il corpo e anche l’animo. Proprio per questo, chi si trova a dover affrontare percorsi terapeutici complessi ha bisogno di una speranza. Una qualsiasi, a cui aggrapparsi per continuare a lottare o – come accade in certi casi – per imparare ad accettare la situazione. Quando si tratta poi di patologie gravi e croniche che colpiscono i bambini, i numeri parlano da sé: ogni anno in Italia sono più di 10.000 i minori che soffrono di gravi malattie; spesso i piccoli sono sottoposti a percorsi terapeutici pesanti e lunghi, che li portano a passare tantissimo tempo in ospedale. Ed è così che, pian piano, si rischia di far perdere loro gli anni più leggeri e spensierati della vita. A questo punto interviene l’Associazione Dynamo Camp Onlus: ormai al suo decimo anno d’età,  rivolge ai più piccoli (ragazzi dai 6 ai 17 anni) una vasta serie di programmi di Terapia Ricreativa che comprendono attività come il tiro con l’arco, l’equitazione, l’arrampicata su superficie di montagna e anche laboratori radiofonici e teatrali, tutti interamente realizzati all’interno del grande Dynamo Camp con sede in Toscana ma anche presso alcune strutture ospedaliere associate. Un modo per far socializzare i piccoli pazienti fra loro, farli ritornare alla vita ma anche per aiutare i parenti sani dei ragazzi a comprendere meglio come gestire malattie gravi. Tutte le attività sono offerte gratuitamente e strutturate in modo tale da poter stimolare le capacità dei bambini.

È Serena Porcari, vice-presidente dell’Associazione, a raccontare i dettagli di Dynamo Camp, soffermandosi sul fine ultimo delle attività svolte al campo: far ritrovare speranza e sorriso ai ragazzi malati.

 Come nasce Dynamo Camp ?

Nel 2005 con Fondazione Dynamo – che è una fondazione d’impresa – abbiamo iniziato a studiare un modo che potesse far arrivare anche in Italia un’idea “partorita” dalla mente di Paul Newman, l’attore americano: quella di regalare ai bambini con patologie gravi croniche, un periodo di svago e divertimento, contribuendo a sviluppare in loro la fiducia nelle proprie capacità e nel proprio potenziale. Venuti a conoscenza di questo progetto statunitense, abbiamo deciso di importarlo nel nostro paese ed è iniziato così lo studio del business plain che poi ha portato alla nascita di Dynamo Camp, nel luglio del 2007.

In cosa consiste la Terapia ricreativa?

Noi ci troviamo all’interno di un’oasi del WWF di 300 ettari, il camp ne occupa circa quaranta. In quest’area ospitiamo gratuitamente bambini dai sei ai diciassette anni che sono in terapia o in fase di post ospedalizzazione. I ragazzi rimangono al Dynamo Camp dai quattro ai nove giorni, da soli o in compagnia di parenti: papà, mamma, fratello sano e fratello malato. La Terapia ricreativa è la nostra base scientifica: di fatto, è un concetto che si basa sul processo che ciascun bambino fa di fronte a ogni attività che andrà a praticare. Attività che gli permettono di sfidare sé stesso, i suoi limiti, di raggiungere un risultato e poi di fare una riflessione sul traguardo raggiunto. Questo lo porta a credere maggiormente nelle sue doti, a essere più consapevole della malattia ma gli permette anche di interagire e relazionarsi con i suoi coetanei. La valenza della terapia è quindi anche di tipo sociale. È importante guarire, ma anche come lo si fa.

 Che tipo di attività vengono offerte ai ragazzi del Camp?

Abbiamo due macro categorie: le attività outdoor – quindi all’aperto – come l’arrampicata, la piscina, il tiro con l’arco, l’equitazione, attività di agility con i nostri cani e poi tutte le attività di laboratorio come la radio, l’arte, il musical. Ogni attività è gestita da eccellenze esterne che entrano in contatto con il Camp e con i ragazzi, affiancandoli in ogni momento. Per esempio, nel caso dell’arrampicata, abbiamo questa parete attrezzata che arriva fino a otto metri e completamente accessibile a qualsiasi tipo di disabilità. Quando i ragazzi arrivano di fronte alla parete non sono soli, il personale che li affianca spiega loro con semplicità come affrontarla, fornendo tutti gli strumenti necessari: sia tecnici che psicologici. Ogni bambino quindi viene messo nelle condizioni di affrontare la sfida e superarla. L’arrampicata sulla parete è una delle attività che i ragazzi apprezzano di più, anche perché non è fattibile dentro casa.

Che peso ha, proprio lo sport, per questi ragazzi?

Non si gareggia per vincere. Da noi l’attività sportiva assume una dimensione socio educativa, non competitiva. Si tratta di divertimento e movimento. Tutto ciò serve ai ragazzi per prendere una boccata d’aria, conoscere altri bambini. Lo sport è anche scoperta di quelle che sono le possibilità di ognuno: fin dove ci si può spingere, quali sono i propri limiti in relazione alla malattia. Il nostro compito è quello di far capire ai ragazzi quali sono le loro possibilità proprio attraverso l’attività sportiva. Questo significa aiutarli ad affrontare lo sport sia dal punto di vista fisico ma anche psicologico. Se uno di loro è in sedia a rotelle, lo si deve mettere in condizioni di fare l’arrampicata anche con la sedia stessa. Così come offrire supporto anche nell’affrontare paure e dubbi relativi allo sport o alla pratica specifica, non è meno importante. In questo modo l’attività diventa facile, chiara, sicura sotto ogni punto di vista, anche quello medico.

 Le iniziative dell’Associazione in questi anni sono state moltissime e tutte volte a far conoscere alla gente le vostre attività. L’ultima si chiama #unabbraccioperdynamocamp. Di cosa si tratta?

Chiediamo a chi vorrà farlo, di donare una somma di denaro tramite sms o telefonata da rete fissa al 45514, fino al 27 febbraio 2017. Poi, partecipare alla nostra campagna social: fare un video o fotografarsi mentre si abbraccia qualcuno o qualcosa che ci rende davvero felici. Condividere questo “momento” sui social usando l’hashtag #unabbraccioperdynamocamp e invitando almeno due amici a donare. Così facendo, si sosterrà Dynamo Camp e le attività a esso collegate. Soprattutto l’obiettivo di quest’anno è quello di regalare a 420 bambini gravemente malati la straordinaria avventura di una settimana di vacanza al Camp in Toscana, permettendogli di tornare ad essere “semplicemente bambini”. Sono già arrivate tantissime foto, anche di qualche personaggio famoso che si è volentieri fatto coinvolgere nell’iniziativa!

 

La quarta categoria e quell’idea di sport alla portata di tutti

La quarta categoria e quell’idea di sport alla portata di tutti

Forse non tutti gli appassionati di calcio sanno dell’esistenza della quarta categoria. Eh sì, perché nel nostro paese – che per il pallone è sempre stato uno dei più famosi – dopo la serie A e le altre categorie già note a tutti, ne nasce un’altra. Come mai? L’idea parte dalla necessità, ma soprattutto dalla voglia, di creare un torneo calcistico che fosse finalmente lontano da qualsiasi tipo di discriminazione. Oggi calcio e sport sono diventati sempre più strumenti privilegiati per abbattere barriere razziste, per favorire l’integrazione fra esseri umani, per permettere a tutti di sentirsi parte di qualcosa. Ed ecco che ha preso vita “Calcio e disabilità: fischio d’inizio per Quarta Categoria”, il torneo di calcio a 7 dedicato ai ragazzi con ritardi cognitivi, sindrome di Down e difficoltà relazionali.

L’iniziativa è stata promossa dall’ASD Calcio 21 di Milano, un’associazione che ha messo su una scuola calcio – totalmente gratuita – per questi ragazzi “speciali”. Otto le squadre che fanno parte del torneo, sostenute da alcuni club di serie A (fra cui Milan, Inter, Fiorentina e Lazio) che forniscono loro tutto il necessario per giocare. L’iniziativa però ha il sostegno anche della Federcalcio, dell’Aia che ha messo a disposizione gli arbitri e dell’Aiac che invece si occuperà degli allenatori. Iniziato lo scorso 21 gennaio al Centro Football City di piazza Tirana a Milano, il torneo proseguirà fino al 29 aprile, toccando tutte le provincie della regione lombarda. Il presidente del Senato Pietro Grasso, a margine della cerimonia di inaugurazione tenutasi a Roma qualche giorno fa ha dichiarato a Repubblica.it che si tratta di “una bella pagina nella storia del calcio italiano che contribuisce a promuovere la cultura dell’integrazione infrangendo il muro del pregiudizio e gli ostacoli alla partecipazione piena delle persone con disabilità alle attività sportive”. Per ora il torneo di quarta categoria è limitato al territorio lombardo, che lo ha visto nascere.

Ma a voler ricordare Nelson Mandela, quando con entusiasmo diceva che “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione” , non sarà difficile aspettarsi una seconda edizione di questa splendida gara: per il prossimo anno, magari allargata su territorio nazionale.

 

Una storia da ricordare. La corsa per non dimenticare le vittime delle Foibe

Una storia da ricordare. La corsa per non dimenticare le vittime delle Foibe

Insieme, per non dimenticare eventi drammatici come la tragedia delle Foibe e l’esodo delle popolazioni Giuliano-Dalmate. Il 10 febbraio è stato istituito un Giorno del Ricordo, per commemorare quei fatti tragici (Legge 30 marzo 2004, n. 92). E la volontà di ricordare è la motivazione che spinge e muove “La corsa del ricordo”, che si terrà a Roma il prossimo 12 febbraio e che vedrà una seconda tappa anche a Trieste nel settembre 2017. Troppo spesso ci si dimentica ciò che il passato ci ha insegnato. E allora questa gara podistica vuole invece ribadire l’importanza del ricordare, legando un fatto tragico della nostra storia ad un evento sportivo, nel tentativo di unire e coinvolgere più persone possibili. Si correrà dunque, fra quelle strade capitoline che non dimenticano i nomi, i volti, i sorrisi delle vittime di una tragedia che spesso nemmeno i libri di storia riportano nel dettaglio. Ma di cosa parliamo quando citiamo le Foibe? Se i vostri manuali di storia sono a prendere polvere dentro qualche scatolone in garage e questo termine non vi fa venire in mente proprio nulla, provate a immaginare: voragini naturali tipiche della regione carsica e dell’Istria, molto grandi e con un ingresso a strapiombo. È in questi “buchi neri” che, fra il 1943 e il 1947 vengono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

Il massacro delle Foibe. Dopo che venne siglato l’armistizio dell’8 settembre del 1943, incominciano le prime ritorsioni ai danni della popolazione Istriano-Dalmata. Proprio nelle zone della Dalmazia e dell’Istria si verificano una serie di violenze, a opera dei partigiani slavi, sugli italiani, anche comunisti e fascisti. Le torture, i massacri, non si contano neppure: per i loro carnefici, la colpe di queste persone è quella di non essere “affini” al popolo, alle sue esigenze, i suoi diritti. Sono quasi un migliaio i caduti delle foibe e la violenza nei loro confronti cresce dalla primavera del ’45: periodo questo, in cui la Jugoslavia riesce a prendere possesso di Trieste, dell’Istria e di Gorizia. A perdere la vita dentro queste tombe a cielo aperto non sono solo i “grandi”. Oltre a fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, muoiono anche uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo scopo degli jugoslavi è la pulizia etnica al fine di eliminare tutti i non comunisti, utilizzando lo strumento più feroce: la carneficina indiscriminata. Nel 1947, anno in cui vengono definiti i confini geopolitici di Italia e Jugoslavia, i massacri hanno fine. Incomincia, però, un altro momento difficile per gli istriani e i dalmati. L’esodo infatti, è l’unica via che i sopravvissuti possono intraprendere dopo l’occupazione militare: 250mila profughi solo a Roma e nel Lazio, questa è la gente cacciata dalle proprie terre. Un carro, qualche vestito, la voglia di ricominciare, lasciando però lungo la strada tanti ricordi e moltissimi affetti.

Almeno 12.000 furono i morti tra infoibati, annegati in mare e  fucilati, senza considerare chi non sopravvisse a causa di stenti e malattie e chi fu deportato nei lager titini. La storia dei Giuliano-Dalmati è poco nota, così come quella degli esuli che furono costretti ad abbandonare le proprie case per aver salva la vita. Ecco perché, ancora una volta, lo sport è strumento di unione e memoria storico-sociale, “uno strumento di congiunzione importantissimo, tra memoria, cultura e popolo. Questo perché coinvolge tutti, senza limiti d’età, senza distinzioni” come conferma Fabio Argentini dell’Area comunicazione dell’evento. Ecco perché si corre per non dimenticare.

Proprio grazie allo sport, i campioni esuli o i discendenti di essi, sono riusciti a tenere in vita nella mente delle nuove generazioni la storia dei loro antenati, riportando puntualmente a galla la tragedia di una popolazione che fu obbligata a fuggire le proprie radici. Fra questi il pugile Nino Benvenuti, il corridore Abdon Pamich, l’ex fiorettista Margherita Granbassi. Uomini liberi, che attraverso le discipline atletiche praticate hanno rimarcato con coraggio la volontà di non arrendersi mai. La corsa di Roma è in ricordo delle vittime delle Foibe ma anche degli esuli che si trasferirono nella Capitale, per avere una prospettiva di vita migliore. La zona della Laurentina, periferia ovest della città, è stata quella che ha ospitato i Giuliano-Dalmati dopo la II guerra mondiale e dove gli esuli hanno ricreato una loro dimensione socio-culturale. Ed è proprio qui che si correrà la gara podistica il prossimo 12 febbraio: partendo da via Sinigaglia si attraverserà tutto il quartiere, ritornando poi al punto di partenza. Dieci chilometri. Per ricordare, rivivere, ritrovare le storie, le vite, le speranze, il dolore, la voglia di lottare di chi non si è arreso. E allora ricordiamo: farlo, in tutte le cose della vita, è la prova che si sente ancora qualcosa. Nella musica, nella letteratura, nell’arte, il ricordo serve per rivivere qualcosa che non c’è più. Un affetto, un’epoca, una persona. Finché si ricorda, quell’elemento continua ad esistere, cristallizzato nel tempo e nello spazio. Oggi sappiamo che tenere a mente è possibile anche attraverso lo sport. Dimenticare, invece, è sinonimo di cancellare. Lo fa, chi non vuole pensarci più.