I Mondiali “dimenticati” ai quali l’Italia parteciperà

I Mondiali “dimenticati” ai quali l’Italia parteciperà

Avete presente la California? Posto assolato, mare, le onde, le belle donne in bikini e i palestrati ricoperti d’olio abbronzante? E Los Angeles, con le sue luci? E poi ancora Hollywood, con i suoi grandi nomi, Palm Springs e i suoi hipster che conquistano anche i deserti assolati di questo Stato della West Coast USA.

Ebbene, dal prossimo 29 novembre (oggi) fino al 3 dicembre, proprio le spiagge e i mari affacciati sull’oceano Pacifico ospiteranno gli “Isa World Adaptive Surfing Championship”, che altro non sono che i mondiali per atleti con disabilità organizzati dall’International surfing association.

A rappresentare per la prima volta i colori della Nazionale italiana ci sono loro, Massimiliano Mattei, Lorenzo Bini, Fabio Secci e Matteo Fanchini, che dell’adaptive surfing (il surf ripensato per chi in piedi non ci può stare più o non ci è mai stato, per i non vedenti e per chi ha subito un’amputazione o è nato già così) sono gli “esperti”. La competizione esiste dal 2015 ma questa è la prima volta in cui un team di azzurri vi partecipa, col sostegno della Federazione italiana sci nautico e wakeboard, del Coni (che ha riconosciuto la Federazione qualche mese fa) e del Comitato italiano paralimpico.

I fantastici quattro

 Massimiliano Mattei e Fabio Secci. Il primo è un ex chef livornese, finito sulla sedia a rotelle a 27 anni dopo un incidente in moto. La sua vita cambia sì, ma non finisce: a salvarlo è lo sport. Dopo aver provato i campi da basket, quelli da tennis, tirato pugni con la boxe decide di comprarsi una tavola da surf – adattandola al suo corpo, installando dei cuscinetti e delle maniglie a cui aggrapparsi – e gettarsi nel suo mare, quello pisano. Fabio invece, è nato con una agenesia tibiale, ossia senza tibia e perone, ma a poco più di un anno aveva già la sua protesi e fin da piccolo ha iniziato a fare sport, alternandosi fra basket e skateboard. I limiti per Secci, 35 anni, non esistono se non nella propria testa. “Non ho mai pensato che la mia protesi potesse rappresentare un problema: per me è sempre stata una gamba a tutti gli effetti, come le altre. Anzi l’ho sempre considerata un modo alternativo per affrontare tutte le sfide della vita e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo su me stesso”. Per i due partecipare all’ “Isa World Adaptive Surfing Championship” a La Jolla non è una “novità”: già l’anno scorso erano volati in California pagandosi da soli le spese del viaggio e delle uniformi per gareggiare.

Matteo Fanchini, Lorenzo Bini. Per Matteo, 46 anni, essere non vedente non è mai stato un limite, nella vita come anche nello sport. La scorsa primavera si è gettato da un’altezza di 4000 metri con i paracadutisti della Folgore di Bracciano. Una caduta libera a 200 km all’ora, ma il surf era il suo “sogno proibito” che alla fine è riuscito a realizzare, nonostante tutti glielo avessero sconsigliato: “Ormai faccio surf con una sola guida, riesco a sentire il suono dell’onda che arriva e a percepire la profondità dell’acqua sotto la mia tavola. Non è un percorso semplice da realizzare, ma il mio motto è sempre stato: ‘Non è possibile che sia impossibile”. Lorenzo, fiorentino di 32 anni, è stato l’ultimo dei quattro ad essere convocato per volare in California. Bini, sulla sedia a rotelle da quando aveva 18 anni per colpa di un incidente in vespa, dice che acqua e surf gli hanno cambiato la vita. Quando non è in acqua, lavora per l’associazione toscana Dynamo Camp, dove forma i volontari da inserire nei percorsi di terapia ricreativa per bambini con patologie croniche o gravi. Insieme a Mattei (che l’ha fondata) fa parte del progetto Surf4All, prima scuola di adaptive surf in Italia. “Mi sono buttato nello sport e nel turismo accessibile: a tutti parlo di surf e di come questa disciplina possa aiutare chiunque, non solo a livello fisico, ma soprattutto a livello emotivo”.

La gara. Sei le categorie previste in gara, dagli amputati, con o senza protesi, a chi cavalca le onde da seduto o in posizione prona, da solo o con un assistente, a chi ha disabilità visive. A gareggiare oltre ai nostri azzurri ci saranno una settantina di surfisti provenienti da 24 nazioni diverse: 20 i minuti a disposizione di ognuno per la propria performance e, in base al punteggio, si deciderà chi passerà ai quarti di finale fino ad arrivare all’ultimo round. L’anno scorso l’Italia, pur non avendo alcun supporto dietro, si è classificata 12ma, con in testa Brasile e Stati Uniti. Nonostante il surf sia uno sport ancora di “nicchia” – soprattutto per chi ha una disabilità psico-motoria – nel nostro paese,  i fantastici quattro sono destinati a fare storia.



E se a Rio 2016, durante i giochi, il Comitato olimpico internazionale ha inserito cinque nuove discipline, tra cui il surf, aprendo la strada anche a tutti gli sportivi con disabilità, a Tokyo 2020 si potranno vedere i primi atleti intenti a cavalcare le onde. Il 2024 però è l’anno tanto atteso dai cavalieri delle onde. L’anno delle paralimpiadi di Parigi, dove la ricerca della “cresta perfetta” sarà sinonimo di passione e dedizione, impegno e sacrificio ma soprattutto sarà veicolo di un messaggio importantissimo: cambiare la propria vita, cercando di spingersi oltre i propri limiti, dando e dandosi la possibilità di sperimentare sport estremi, inseguendo i sogni, perché se ci credi nessun limite fisico è più capace di fermarti. In attesa di tutto questo però, in bocca al lupo a questi azzurri con tavola da surf, che dimostrano a tutti noi quanto sia bello

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

In una famosa canzone Zucchero cantava “donne, tududu, in cerca di guai” e sono sempre donne quelle che ancora oggi – soprattutto nello sport – sono allo sbando e senza “compagnia”. Fece scalpore lo spot della Nike dello scorso marzo le cui protagoniste del video sono donne, ragazze, bambine che  fanno parkour, pattinaggio su ghiaccio, equitazione e anche boxe. Non in un paese occidentale ma nel loro, in Medio Oriente. Cosa diranno di te?, dice una voce fuori campo, mentre una di loro corre e si becca gli sguardi di disapprovazione di un uomo che la vede passare. Alla fine lo spot conclude: ”forse diranno che sarai la prossima campionessa”. L’azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi aveva voluto polemicamente ricordare al mondo dello sport un’annosa questione, quella della discriminazione di genere.  In Medio Oriente – si sa – la situazione non è mai stata facile in materia di donne e diritti, in Arabia Saudita, però, la situazione è molto pesante. Alle donne viene assegnato un tutore di sesso maschile (il padre, il marito, il fratello o persino il figlio, purché maschio) che deve “accompagnarle” nelle attività quotidiane. Chi nasce donna, in Arabia Saudita, non può guidare l’auto e nemmeno praticare sport. Una legge del 1960 (anno in cui le scuole statali sono state aperte alle donne) sottolinea infatti come l’educazione fisica non sia prevista nel percorso di studi delle bambine e solo gli uomini possono appartenere a club sportivi o lavorare in ambienti del settore.

Non che nel nostro paese le cose vadano meglio. Citando l’enciclopedia Treccani, anche nel belpaese la questione è sempre legata a retaggi socio-culturali vecchi come il mondo. “Se per i giovani maschi lo sport costituisce ancora un rito di passaggio quasi obbligato, incarnando caratteristiche maschili idealizzate come la competizione, l’aggressività e la lealtà, […] l’attività fisica e sportiva è considerata nemica della femminilità: agli occhi della maggior parte delle popolazioni occidentali, le donne atlete sono apparse a lungo come una deviazione dalla femminilità, una virilizzazione anomala, tanto che persino la correttezza dei loro orientamenti sessuali è stata messa in discussione.” Le donne che praticano sport – secondo alcuni – non sono femminili o sensuali, non sono ammiccanti né “accoglienti”. Poco femmine, per dirla con una parola sola. E l’attività sportiva peggiora e mascolinizza l’aspetto delle donne che lo praticano, portando gli uomini a vederle come soggetti tendenti all’omosessualità.


E la situazione non cambia neanche se guardiamo l’aspetto giuridico della questione. In Italia, la legge del 23 marzo 1981 n 91 recita all’art. 1 che “l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero”, mentre all’art. 2 si trova scritto: “[…] sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI […]”. Nel testo però non si fa riferimento alle atlete. Cosa significa questo? Che in Italia non esistono atlete professioniste. Molte sono considerate sportive dilettanti (anche se di fatto sono campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alle tutele previdenziali stabilite per il mondo dei professionisti; soprattutto vengono pagate molto meno rispetto ai colleghi maschi. Un esempio su tutti? Da noi il compenso delle calciatrici è uguale a quello di un impiegato. Nel resto d’Europa invece i compensi di uomini e donne calciatori/calciatrici sono quasi identici, anche se – c’è da dirlo – sulla rivista americana Forbes, fra i cento atleti più pagati al mondo si trovano fino a ora solo due donne (Serena Williams 28,9 milioni di dollari, 40° posto, e Maria Sharapova, 21,9, 88° posto). Niente parità fra i sessi nel settore sportivo insomma. E da noi, niente accesso alle categorie pro per chi nasce donna, come se fosse una colpa, un marchio, come se una legge dell’81 non potesse essere modificata una volta evidenziato l’errore. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche: calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo e ciclismo. Nessuna prevede un settore “pro” per le atlete. Perché? Secondo la senatrice Josefa Idem – che da anni combatte per cambiare la legge 81/91 –   anche perché il Governo dello sport nazionale è in mani maschili: ai vertici delle varie Federazioni infatti, non c’è traccia di quote rosa.

Il punto è che per una donna, non è facile: nel lavoro, quando lo cerchi e ti ritrovi di fronte qualcuno che in realtà vuole altro, nei rapporti con i colleghi che spesso ti rendono difficile fare qualsiasi cosa, nella vita privata, perché una donna incinta è una perdita per qualsiasi azienda e quindi va mandata via. E nello sport: scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende tutto ancora più difficile. Nello sport femminile, ancora saturo di discriminazioni e luoghi comuni, alla fine, a parità di carriera sportiva, spesso conta solo una cosa: il fisico. Quello che il commentatore sottolinea, quello che  il presentatore tv sbircia, quello che il maschio da casa aspetta con eccitazione e il compagno di palestra scruta senza farsi notare, quello che invece qualcun altro definisce mascolino e omosessuale. Tutto il resto, è dimenticato.

Forse non c’è proprio tutta questa parità di genere che oggi si millanta, forse siamo ancora noi a essere viste come l’angelo del focolare, come quelle che non possono competere se non con un bel fondoschiena e una quarta di seno. E siamo sempre noi a doverci sottomettere a logiche sessiste e maschie, all’idea di dover essere condiscendenti, mansuete, docili. Non è così che dovrebbe essere. Meritiamo lo stesso stipendio di un uomo a parità di ruoli, meritiamo di non dover subire avances sessuali se ci presentiamo a un colloquio di lavoro, meritiamo di non essere viste come oggetti lussuriosi privi di qualsivoglia capacità mentale. E no, non è banale femminismo. Siamo ancora in un mondo pieno di cultura maschile e ancora una volta siamo noi a dover fare la differenza: spezziamo la catena. Nella vita, nel lavoro, nello sport.

“Crazy for Football”, lo sport che cura la malattia diventa un film e un libro

“Crazy for Football”, lo sport che cura la malattia diventa un film e un libro

I sorrisi, l’euforia, l’allenamento, le discussioni negli spogliatoi, il fare “gruppo”, un aereo e le maglie degli azzurri indossate con orgoglio: tutto questo è Crazy for Football, il docu-film di Volfango De Biasi (già regista di Iago, Come tu mi vuoi, Natale col boss) uscito nelle sale italiane lo scorso inverno e vincitore di un David di Donatello. Perché? Perché non si è solo matti per il calcio in senso metaforico ma possono essere proprio i matti a farlo, il gioco del calcio. Come? Con l’aiuto di qualcuno e con tanta buona volontà. Questi sono gli ingredienti di una pellicola che ha colpito e commosso tutti quelli che l’hanno vista, che parla di pallone sì, ma di un pallone speciale: quello della Nazionale di calcio a 5 per pazienti psichiatrici volata a Osaka per partecipare ai Mondiali.

Ne avevamo già parlato qualche mese fa sempre su Io Gioco pulito, ma è bene ritornare sull’argomento, per non dimenticare.

Parlare di malattia mentale e disturbi legati alla psiche umana, disturba più della malattia stessa. Di solito quindi, si preferisce girare la testa dall’altra parte, ignorando, scegliendo di non vedere, di far finta che certe cose non esistano. Altro comune denominatore è pensare che chi soffre di certi disturbi debba rimanere ben lontano dalle persone “normali”. Di questa ennesima forma di razzismo psico-sociale di cui la nostra società è affetta ne aveva parlato negli anni ’70 Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiano, che diceva:Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (…)”. Ed è proprio sulle ali di questo messaggio che si muove Crazy for Football: campioni quasi inconsapevoli ma determinati sono loro, i pazienti di diverse strutture di cura italiane riuniti in una squadra di calcio a cinque, assemblata in tutta fretta ma pronta a decollare verso una nuova avventura. Ad accompagnarli ci sono lo stesso De Biasi affiancato dall’allenatore della squadra Enrico Zanchini, dal preparatore atletico Vincenzo Cantatore e dal direttore sportivo Santo Rullo (psichiatra, ed ex giocatore di calcio a cinque di serie A).


 

Santo Rullo, presidente dell’Associazione italiana di psichiatria sociale si batte da anni per permettere ai pazienti affetti da disturbi mentali di essere reinseriti nel tessuto nella società. Un lavoro complesso e non sempre facile ma svolto con amore e dedizione alla causa. L’argomento inclusione-esclusione, per la salute mentale, per la psichiatria è un argomento cardine. Spesso si pensa che sia la società cattiva che esclude quelli che zoppicano o che vanno piano, in realtà è chi va piano che spesso tende a escludersi. […]La gran parte dei disturbi psichiatrici inizia in età evolutiva, i numeri parlano chiaro, quindi gli allenatori delle scuole calcio dovrebbero avere un occhio sul ragazzino che si fa da parte, che non si fa la doccia con gli altri, sono indicatori clinici fondamentali, per dire riaggreghiamolo prima che sparisca, che perda il diritto allo sport e alle cose. Ne perdiamo troppi. A tutti quelli che escono dall’agonismo va data la possibilità di continuare a fare sport: queste le parole di Rullo, che in un’intervista alla Gazzetta dello Sport ricorda quanto l’esercizio fisico nutra la nostra mente, aiutandola a non perdere il contatto con la realtà e con le persone che ne fanno parte. Dopo la pellicola di De Biasi e le conferme e gli apprezzamenti arrivati da Tavecchio e FIGC, quasi un anno dopo l’uscita del film, lo scorso 25 ottobre in sala Nassirya presso il Senato della Repubblica Italiana, si è svolta la presentazione del libro “Crazy for football”. Proprio in questa occasione è stato fatto un annuncio: la volontà di partecipare ai Mondiali di calcio del 2018 a Roma. La senatrice Laura Bignami, che sin dall’inizio ha sostenuto questa iniziativa, ha confermato il suo sostegno agli azzurri, a quest’armata “brancaleone” (come loro stessi hanno sempre amato definirsi). Per la Bignami sono proprio loro la prova evidente di come il calcio e lo sport in generale possano favorire la riabilitazione e la rivincita delle persone con problemi di salute mentale.

Il magico gioco del calcio, direbbe qualcuno, che nella sua semplice e divertente capacità aggregativa permette a chi non riesce a rientrare in nessuno schema, di seguirne uno. Sulla base di questo importante concetto bisognerebbe quindi ricordarsi che la malattia mentale – come anche ogni tipo di patologia – non deve portare chi ne è affetto all’esclusione dalla società dei “sani”.La conoscenza è la chiave per superare realmente il pregiudizio, restituendo così dignità a chi non ne ha più. Un percorso di comprensione è possibile, in primo luogo, ascoltando la voce di coloro che vivono e hanno vissuto il dramma della malattia mentale e le sue conseguenze sociali. La riabilitazione sociale invece, nasce dalla volontà di dare una seconda possibilità a chi sente di non averne più.

Il Texas e quel parco dell’inclusione: al Morgan’s Inspiration un’oasi per la disabilità

Il Texas e quel parco dell’inclusione: al Morgan’s Inspiration un’oasi per la disabilità

Ragazzi con “esigenze speciali”, queste le parole d’ordine per accedere al Morgan’s Inspiration Island, il primo parco acquatico del mondo pensato per i più piccoli con disabilità fisiche e cognitive. Dove si trova? Sicuramente non in Italia. Siamo in Texas, per la precisione a San Antonio e l’ ”ideatore” si chiama Goldon Hartman, già proprietario da anni del parco divertimenti, che però ha deciso di dare a quest’ultimo una marcia in più. Il motivo è “personale”: la figlia di Hartman, 23 anni, è disabile da sempre e in famiglia dunque si vivono ogni giorno le difficoltà annesse a chi soffre di disturbi più o meno gravi di questo genere.

 

Il Morgan diventa così un luogo per divertirsi ma anche per imparare attraverso il gioco a convivere con la propria disabilità, regalando un sorriso a chi probabilmente ne ha persi molti, o, ne ha avuti troppo pochi. Hartman, miliardario, ha deciso di spendere bene il proprio denaro – che non si parli più così male dei ricconi americani insomma – per costruire, anzi trasformare un comune parco divertimenti in un posto senza barriere architettoniche. Al Morgan’s Inspiration Island però c’è un’altra particolarità: i clienti con disabilità fisiche o cognitive entrano gratuitamente, potendo usufruire della struttura e di tutte le strumentazioni di cui hanno bisogno senza alcun limite. A consigliare Hartman sono arrivati consulenti, medici, terapeuti e genitori, che volentieri hanno messo a disposizione le loro competenze e dato i consigli giusti affinché la struttura diventasse la migliore nel mondo. Piscine attrezzate, geyser, tende di pioggia, percorsi ad ostacoli da affrontare su un battello sono solo alcune delle attrazioni del parco divertimenti, che è dotato anche di aree silenziose e tranquille a disposizione di chi preferisce il silenzio o vuole semplicemente rilassarsi e staccare dal caos quotidiano. La particolarità della struttura è soprattutto una: per i bambini in sedia a rotelle vengono messe a disposizione delle carrozzine impermeabili, realizzate in collaborazione con i ricercatori della Pittsburgh University. Una di queste carrozzine, la “PneuChair”, si aziona usando l’aria compressa anziché le tradizionali batterie. Fattore che la rende più economica e ricaricabile in soli dieci minuti. il Morgan’s Inspiration Island, che è stato progettato anche per rispettare l’ambiente (attraverso un sistema specifico di filtraggio non ci sono sprechi d’acqua) ha ideato anche degli appositi braccialetti che, grazie alla geolocalizzazione, consentono di risalire in qualsiasi momento alla posizione di chi lo indossa.

E le gratificazioni non sono tardate ad arrivare: da quando il parco si è adattato alle esigenze dei diversamente abili – parliamo dei primi mesi di quest’anno – ha registrato ben mezzo milione di ingressi. “Le persone con problemi fisici o cognitivi possono fare tanto quanto gli altri e noi abbiamo voluto offrire loro uno spazio sicuro, bello e pulito senza barriere fisiche o economiche”, ha dichiarato recentemente il portavoce di Ispiration Island Bob McCullough. Insomma, se ad oggi bimbi e ragazzi con disabilità di vario genere potranno solo immaginare, da noi, un posto simile, forse sarebbe il caso di iniziare a pensarci seriamente. Forse non servirebbe nemmeno un miliardario come Hartman, se ogni azienda, uomo benestante, impresa italiana mettesse a disposizione una piccolissima parte delle proprie “ricchezze”; riusciremmo così ad avere anche noi il nostro parco anti-barriere, un luogo per divertirsi, non sentirsi diversi ma inclusi, poter essere sé stessi senza vergogna . Ma per questa estate, è il caso di dirlo, è meglio abbandonare ogni speranza.

Benessere, salute ed integrazione. Così viene premiata la “cultura sportiva”

Benessere, salute ed integrazione. Così viene premiata la “cultura sportiva”

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni.  Ha il potere di unire le persone. Parla ai giovani un linguaggio che capiscono […] È più potente di qualunque governo nel rompere le barriere razziali. Lo sport ride in faccia a ogni tipo di discriminazione. “, queste le parole di uno dei grandi della terra, Nelson Mandela, che fece della lotta al razzismo e alla discriminazione uno dei suoi cavalli di battaglia.

Quello dell’inclusione sportiva sarà anche il filo rosso del “36° Meeting d’Estate Isola di Ischia” che si terrà il prossimo 18 giugno in terra campana e il cui tema principale sarà proprio “La Responsabilità Sociale e lo Sport”. In quest’occasione verrà consegnato anche un premio speciale al Centro Protesi INAIL di Vigorso di Budrio (Bologna): si tratta del “CSR Sport Awards”, per l’impegno che proprio il centro protesi ha avuto nei confronti degli atleti paralimpici, realizzando per loro moltissime protesi sportive che hanno permesso agli sportivi di gareggiare e continuare le loro attività senza alcun limite o disagio. L’iniziativa è nata all’interno di un altro contesto, il “Progetto Attraverso lo sport”, frutto di un protocollo d’intesa tra il Comitato Nazionale Italiano Fair Play e l’Associazione Spazio alla Responsabilità, “partorito” con l’intento di rafforzare il ruolo programmatico e paradigmatico dello sport, rimettendone al centro i valori fondanti e facendo in modo di allinearlo con i diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati lo scorso anno dalle Nazioni Unite.

 Carlo Biasco, direttore centrale dell’Assistenza Protesica e della Riabilitazione INAIL, in merito alla collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico, ha dichiarato: «Lo sport è strumento di benessere, salute e integrazione, anche e soprattutto per le persone con disabilità. Questo il motivo per cui ci siamo impegnati a diffondere il più possibile la cultura sportiva, anche alla luce degli eccellenti risultati ottenuti in questi anni dagli atleti che seguiamo, dai più famosi – come la campionessa del mondo e paralimpica Martina Caironi – alle nuove promettenti leve che si stanno affacciando alle competizioni con risultati incoraggianti».

C’è da dire dunque che oggi, ancor più di ieri, lo sport è diventato un fenomeno sociale fondamentale e sempre più importante soprattutto se lo si “osserva” come mezzo potente per eccellenza utilissimo a educare, formare, favorire l’integrazione e la solidarietà, soprattutto fra i giovani che riescono ancora ad emozionarsi e a dare tutti loro stessi per uno sport. Lontano dalle logiche di mercato, dai soldi (che pure hanno la loro importanza all’interno di ogni contesto sportivo veramente attivo e vivo nel mondo). Lo sport è canalizzatore di momenti integrativi diventando l’àncora di salvezza di molti. Soprattutto di chi vede in esso un modo per sollevarsi da momenti particolarmente bui della vita. Ecco perché iniziative come quella in collaborazione dell’INAIL sono importanti da ricordare. Razzismo non è solo quello nei confronti di chi ha la pelle di un colore diverso dalla nostra ma anche quello rivolto a chi ha una gamba in meno, una malformazione, un limite fisico. Lo sport, che da sempre ha incluso sempre tutti, oggi lo fa in maniera ancor più forte. come per esempio un incidente che te l’ha cambiata

Non dimentichiamoci allora, di continuare a promuovere assieme conoscenza, coesione, investendo sui giovani, sulle loro passioni, fornendo sempre a tutti un motivo per non mollare mai. Perché a volte, uno di questi motivi, è racchiuso in una semplice protesi che permette di continuare a correre, tirare in porta, fare canestro.

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