Inferno run, la corsa ad ostacoli di Andrea Pacini: “non lasciate che la disabilità vi porti via i sogni nel cassetto”

Inferno run, la corsa ad ostacoli di Andrea Pacini: “non lasciate che la disabilità vi porti via i sogni nel cassetto”

Lucifero, Giuda Iscariota, Conte Ugolino e Cocito. Questi sono solo alcuni dei nomi dei percorsi – naturali e artificiali – di Inferno run, la corsa ad ostacoli nata nel 2014 dal lavoro appassionato di un gruppo di amici e che oggi si afferma come la più partecipata d’Italia, tanto da divenire tappa del Campionato Italiano OCR (Obstacle Course Race) e contribuire a promuovere un movimento sportivo emergente, che ora conta a livello nazionale oltre 41 mila partecipanti. Chi può partecipare ad Inferno? Tutti, naturalmente: dai più piccoli (4-12 anni) che possono partecipare alla Baby Inferno, ai più “grandi” (71 anni). Lo spirito della manifestazione non è competitivo, e si può correre individualmente o in team. Motivo per cui sempre più squadre, in rappresentanza di associazioni, palestre e aziende, scelgono di affrontare questa indimenticabile esperienza sportiva per divertirsi. Unico obiettivo? Affrontare una sfida oltre ogni ostacolo, che permetta a tutti di provare a superare i propri limiti. Uno dei veterani di Inferno è Andrea Pacini, 32 anni, che ha già partecipato a tre edizioni della corsa. Un incidente in moto nel 2008 gli ha causato la frattura della quinta vertebra e l’ha costretto a ricominciare tutto da capo, letteralmente. Ma il suo amore per la vita e per lo sport, cura per corpo ed anima, insieme all’immenso amore della sua famiglia e degli amici più cari lo ha spinto a non mollare, a superare i limiti, ad andare oltre la sua sedia a rotelle. Ed è proprio lui a raccontarci i dettagli della sua avventura ad ostacoli.


Andrea, come nasce la tua partecipazione ad Inferno run?

È nato tutto per gioco qualche anno fa, attraverso una chat su whatsapp di cui facevo parte insieme ad altri amici. Venne fuori la notizia della corsa di Inferno e così uno dei miei migliori amici contattò i ragazzi dell’organizzazione e da lì a pochi giorni mi disse “Andrea, è fatta”. Toccava solo studiare bene il tutto per far sì che anche io potessi partecipare. Abbiamo collaborato cercando di non apportare modifiche particolari al percorso, in quanto è sempre una corsa che fa parte di un circuito nazionale ed internazionale. Attraverso il training che si fa pochi giorni prima della gara di Firenze, insieme agli altri ragazzi a cui mi affianco, abbiamo potuto testare gli ostacoli e capire come affrontarli al meglio. Con loro rientro nel progetto “Spingi la vita” (http://www.spingilavita.it/ o su Facebook al https://www.facebook.com/Spingilavita.it/), che ha l’intenzione di aiutare le persone vittime di incidenti invalidanti, nel tentativo di rendere le città, gli sport ed ogni altra attività accessibile a tutti, organizzando inoltre eventi e campagne di sensibilizzazione.

Quali difficoltà incontri all’interno del percorso ad ostacoli?

Io corro con un’imbragatura alta, con l’ausilio di una corda per evitare di scivolare o cadere, ho fatto molto esercizio per migliorare le mosse che poi mi hanno permesso di affrontare anche muri verticali. La difficoltà maggiore è la lunghezza del percorso, gli spostamenti da un ostacolo all’altro insomma. La mia carrozzina è modificata: ha un ruotino centrale più grande rispetto alle ruote tradizionali. Così evito che la stessa si impunti durante la corsa, non permettendomi quindi di proseguire. Stiamo cercando un ausilio che mi permetta di spingermi meglio ma che mi faccia andare alla stessa velocità degli altri.

I limiti, insomma, sono solo nella testa. Tu pensi di averli superati e di continuare a farlo?

Lo sport in generale ti aiuta ad affrontare meglio la vita e ti da una grande spinta psicologica. Personalmente, avendo già preso parte a diverse pratiche sportive nella mia vita (Andrea fa anche paracadutismo, ndr), dopo il mio incidente, questa di Inferno è stata una vera e propria sfida: cimentarmi in qualcosa che non avevo mai fatto per testare appunto le mie capacità e magari superare certi limiti che – come hai sottolineato – spesso sono solo nella testa. Sicuramente dopo l’esperienza di Inferno run, dove ci si trova ad affrontare chilometri di ostacoli tosti, un marciapiede troppo alto lo vedi con occhi diversi!

Com’è cambiata la tua vita dopo l’incidente del 2008?

È cambiata tanto, soprattutto se si pensa al fatto che in poco tempo è stata letteralmente stravolta. Dopo incidenti del genere, puoi decidere se rimanere arrabbiato con il mondo, addormentarti e svegliarti così, oppure se prenderne atto. L’essere arrabbiati non porta a niente se non a peggiorare la situazione. Per fortuna dopo il mio incidente ho avuto accanto degli amici stupendi e una famiglia straordinaria, che mi hanno aiutato molto.

Secondo te, il mondo sportivo di oggi lascia abbastanza spazio agli atleti diversamente abili o li considera ancora persone “diverse” e “fragili”?

Premettendo che non pratico sport a livello agonistico, ho la mia idea in merito. Credo che per quanto riguarda alcuni sport, mettere dei “paletti limitativi” e quindi distinguere fra sport paralimpici e sport per normodotati sia una limitazione. Per esempio io prima correvo con i go kart e oggi mi rendo conto che in alcune categorie io posso correre anche con i normodotati senza problemi. Questo significa che a parità di discipline dare a tutti la possibilità di gareggiare liberamente, offre alla persona disabile una spinta in più, la possibilità insomma di non sentirsi poi così diversi. Questo discorso ovviamente non può essere applicato ad ogni attività sportiva, ma sarebbe bello che esistesse almeno per quelle discipline in cui non sono così evidenti le differenze fra normodotati e disabili.

Andrea, scusa l’espressione, però tu mi sembri uno “cazzuto”: daresti un consiglio a chi vive la disabilità come un limite?

Nello sport non bisogna porsi limiti. Nel momento in cui si ha voglia di mettersi in gioco bisognerà sicuramente trovare persone che abbiano la voglia e la costanza di aiutare chi intraprende un nuovo percorso atletico, a non mollare. I sogni vanno sempre coltivati, bisogna crederci. Mai lasciarli marcire in un cassetto. Se si ha un sogno, la propria condizione fisica non deve essere motivo di rinuncia.

 La quinta edizione di Inferno, che lo scorso anno ha raccolto oltre 5mila presenze, quest’anno riparte il 18 marzo, individuando ben tre diverse location: Prato Nevoso (Piemonte, 18 marzo), Idroscalo di Milano (5 e 6 maggio) mentre il gran finale si terrà il 13 e 14 ottobre in Toscana, a Figline Valdarno, provincia di Firenze. Non ci resta che fare l’in bocca al lupo ad Andrea e a tutti gli altri partecipanti!

Una bionda sugli Sci, Sofia Righetti: “Lo sport aiuta a sentirci vivi”

Una bionda sugli Sci, Sofia Righetti: “Lo sport aiuta a sentirci vivi”

Spesso ci chiediamo se lo sport e la disabilità possano davvero essere due termini quasi speculari, o se invece chi è costretto in sedia a rotelle o è bloccato da qualsiasi problematica fisica (o mentale) sia destinato a vivere lo sport solo attraverso quella scatola magica chiamata tv. La risposta a queste domande la dà Sofia Righetti, classe 1988, segni particolari: una forza della natura. Brillante, vivace, amante del rock e vegana convinta, Sofia non è solo una grande donna ma anche un’atleta paralimpica di gran spessore. All’età di cinque mesi a causa di un’ischemia midollare dovuta ad un errore chirurgico, perde l’uso delle gambe. Nonostante la sua vita inizi – di fatto – su una sedia a rotelle, la Righetti sviluppa una passione particolare: quella dello sci alpino, nata nel 2012, dopo aver visto alcuni filmati di atleti paralimpici di quell’anno che partecipavano agli X games Invernali, categoria Sitting. Sofia si mette allora in contatto con l’atleta Tommaso Balasso che diventerà poi il suo primo allenatore e che la aiuta a lavorare sul suo corpo, permettendole di concretizzare la sua passione per lo sci alpino anche a livello agonistico.

Nel 2014 Sofia diventa Campionessa Nazionale di Sci Alpino, vincendo la medaglia d’oro in slalom gigante e la medaglia d’argento in slalom speciale. In un’intervista rilasciata a Lettera43, la Righetti spiega perché ha scelto di specializzarsi proprio in questo sport: «Perché è uno sport aggressivo, veloce, elettrizzante, individuale nonostante il lavoro col team che c’è dietro… è come suonare la chitarra elettrica».

Essere sportivi in un mondo dove serpeggia ancora l’idea che un corpo debole e fragile non sia adatto ad attività fisica di qualsivoglia genere, si può fare: secondo la filosofia della sciatrice lo sport, l’allenamento costante, la voglia di arrivare ma soprattutto credere fino in fondo alle proprie capacità, portano lontano. Questo è secondo Sofia uno dei motivi che fa delle Paralimpiadi e – in generale – dell’istituzione di categorie sportive per disabili un mezzo attraverso cui l’atleta torna a credere nel proprio corpo.



Attraverso la pratica sportiva paralimpica è possibile riscattare l’identità sociale di chi viene visto solo come disabile, rivoluzionando l’immagine che di solito si ha di chi vive un handicap: quella di svantaggiati. Sempre a Lettera43 la Righetti dice: «gli atleti delle Paralimpiadi e delle Special Olympics fanno mangiare la polvere a chi si ritiene “normodotato”». La ricetta per fare sport però, comprende non solo buone dosi di coraggio e costanza ma anche di concentrazione, cattiveria, adrenalina e ancora concentrazione. A questo si aggiungono avere la mente lucida e i muscoli scattanti. Lo sport ricorda la sciatrice, è soprattutto divertimento: senza questo elemento fondamentale, si perderebbe l’essenza stessa di ogni attività, amatoriale o agonistica che sia.

Un corpo vivo, dunque, pulsante, così lo racconta Sofia. Questo è ciò che lo sport permette di fare, aiutando tutti, ma soprattutto chi non crede più in sé, a recuperare fierezza e forza. Qualsiasi sport si pratichi, qualsiasi corpo si abbia, senza eccezioni.

Quando il Marketing è il miglior alleato degli Sport Paralimpici

Quando il Marketing è il miglior alleato degli Sport Paralimpici

Tecnologia e disabilità. Lo sport che incontra il marketing e aiuta a non mollare mai.

Fin da piccoli ci hanno insegnato a non farci fermare dalle avversità del mondo. Ci hanno insegnato – mentre ancora bambini ci prendevamo il nostro tempo per osservare gli adulti – che mollare equivale a “perdere”: non una gara ma la sfida per la vita. Quando si arriva al punto X, più o meno nei pressi del “baratro” come lo chiamano molti, si dovrà necessariamente decidere se fermarsi, interrompere o alzare la testa per andare avanti.

“Insegui Il Tuo Sogno, Non Fermarti Mai”. È un credo, un incitamento a superare gli ostacoli e, perché no, uno stile di vita. Questa frase potrebbe essere il motto di molti ma soprattutto quello di alcuni atleti nostrani (professionisti e non), che nel corso della loro carriera sportiva, o anche all’inizio di essa, hanno dovuto affrontare molti momenti difficili.

E’ il caso di Salim, marocchino cresciuto in Italia,15 anni e una protesi alla gamba per una malformazione. Ma nel cuore e nelle gambe ha l’amore infinito per il basket e non molla, si allena e viene notato dai referenti della Santa Lucia Basket, una società sportiva romana di basket in carrozzina. Un sogno diventato realtà: ora la sua vita si divide fra scuola, allenamenti, partite.

Poi c’è Anna Barbaro, campionessa paralimpica di nuoto e triathlon che insieme al fondatore di vEyes Massimiliano Salfi, ha ideato un sistema di allenamento per i nuotatori non vedenti che, basandosi sulla trasmissione digitale del segnale, avvisa gli atleti dell’avvicinamento al bordo vasca, cosa che di fatto li farebbe uscire dalla traiettoria di gara. Questo sistema di allenamento evita la presenza del cosiddetto “bacchettatore”, colui che avvisa gli atleti in gara – tramite un tocco di bastone sulla schiena – che stanno per toccare il bordo vasca. Quelli di Anna e Salim sono solo due tra gli esempi finanziati dal progetto “Oso – Ogni sport oltre”, promosso da Fondazione Vodafone Italia e finalizzato a promuovere un’idea di sport che sia inclusiva e partecipativa. Nato nel 2016, eroga finanziamenti alle aziende del terziario o associazioni, federazioni ed impianti sportivi che nel nostro paese si impegnano a dare spazio ai diversamente abili. Oso ha anche una piattaforma di crowdfunding (www.ognisportoltre.it) per permettere a tutti di donare, avvicinando le persone con disabilità allo sport. Per chi volesse inoltre, il sito offre la possibilità di cercare l’associazione, l’impianto sportivo o la federazione più vicina a all’utente (e che ovviamente offre servizi sportivi per disabili) oppure di segnalarne una nuova, magari aperta da poco.


Infine c’è Valeria Straneo, atleta affetta da una malattia genetica fin dalla nascita, la sferocitosi, che la costringe nel 2010 a sottoporsi all’esportazione della milza, cosa che le impedisce quasi del tutto di stare in piedi. Ma il suo sogno è la corsa, e non ci rinuncia: grazie ad un costante allenamento, dopo soli due anni dall’operazione, riesce a partecipare all’Olimpiade di Londra 2012 e poi ai giochi di Rio 2016. Nel mezzo ha conquistato due argenti ai Mondiali di Mosca nel 2013 e agli Europei di Zurigo nel 2014. L’importante per lei è sempre stato inseguire il proprio sogno, senza fermarsi mai. Ecco perché Valeria ha sostenuto la Fondazione Grade ONLUS – Progetto Prima di Tutto, che si occupa di aiutare le persone che hanno deciso di affidarsi allo sport per fini riabilitativi in seguito a problemi di salute. Attraverso una serie di eventi e maratone, si è riusciti a finanziare la creazione di un Percorso Vita all’interno del Parco Spallanzani, adiacente l’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, sostenendo al contempo l’attività fisica con esercizi adatti a tutti, anche ai pazienti e agli ex pazienti coinvolti nei laboratori di sport terapia.

Si può dire quindi che il concetto di benessere e il suo collegamento tra salute psicofisica e attività motoria rende evidente quanto l’attività motoria sia sinonimo di benefici fisici, mentali e relazionali. Il lavoro che fondazioni e aziende private svolgono oggi nel nostro paese, insieme alla collaborazione con gli atleti che per primi hanno vissuto sulla loro pelle certe difficoltà, permette dunque di offrire alle persone con disabilità maggiori opportunità di inclusione e la possibilità di mettersi in gioco attraverso i propri talenti.Lo sport è una metafora della vita, ti spinge a dare sempre qualcosa di più” dice spesso Alex Zanardi, atleta e campione paralimpico, esempio per tanti. E la passione, l’energia, la forza nelle sfide, così come la determinazione, sono spesso punto di partenza per grandi risultati, anche fuori dal campo di gara.

I Mondiali “dimenticati” ai quali l’Italia parteciperà

I Mondiali “dimenticati” ai quali l’Italia parteciperà

Avete presente la California? Posto assolato, mare, le onde, le belle donne in bikini e i palestrati ricoperti d’olio abbronzante? E Los Angeles, con le sue luci? E poi ancora Hollywood, con i suoi grandi nomi, Palm Springs e i suoi hipster che conquistano anche i deserti assolati di questo Stato della West Coast USA.

Ebbene, dal prossimo 29 novembre (oggi) fino al 3 dicembre, proprio le spiagge e i mari affacciati sull’oceano Pacifico ospiteranno gli “Isa World Adaptive Surfing Championship”, che altro non sono che i mondiali per atleti con disabilità organizzati dall’International surfing association.

A rappresentare per la prima volta i colori della Nazionale italiana ci sono loro, Massimiliano Mattei, Lorenzo Bini, Fabio Secci e Matteo Fanchini, che dell’adaptive surfing (il surf ripensato per chi in piedi non ci può stare più o non ci è mai stato, per i non vedenti e per chi ha subito un’amputazione o è nato già così) sono gli “esperti”. La competizione esiste dal 2015 ma questa è la prima volta in cui un team di azzurri vi partecipa, col sostegno della Federazione italiana sci nautico e wakeboard, del Coni (che ha riconosciuto la Federazione qualche mese fa) e del Comitato italiano paralimpico.

I fantastici quattro

 Massimiliano Mattei e Fabio Secci. Il primo è un ex chef livornese, finito sulla sedia a rotelle a 27 anni dopo un incidente in moto. La sua vita cambia sì, ma non finisce: a salvarlo è lo sport. Dopo aver provato i campi da basket, quelli da tennis, tirato pugni con la boxe decide di comprarsi una tavola da surf – adattandola al suo corpo, installando dei cuscinetti e delle maniglie a cui aggrapparsi – e gettarsi nel suo mare, quello pisano. Fabio invece, è nato con una agenesia tibiale, ossia senza tibia e perone, ma a poco più di un anno aveva già la sua protesi e fin da piccolo ha iniziato a fare sport, alternandosi fra basket e skateboard. I limiti per Secci, 35 anni, non esistono se non nella propria testa. “Non ho mai pensato che la mia protesi potesse rappresentare un problema: per me è sempre stata una gamba a tutti gli effetti, come le altre. Anzi l’ho sempre considerata un modo alternativo per affrontare tutte le sfide della vita e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo su me stesso”. Per i due partecipare all’ “Isa World Adaptive Surfing Championship” a La Jolla non è una “novità”: già l’anno scorso erano volati in California pagandosi da soli le spese del viaggio e delle uniformi per gareggiare.

Matteo Fanchini, Lorenzo Bini. Per Matteo, 46 anni, essere non vedente non è mai stato un limite, nella vita come anche nello sport. La scorsa primavera si è gettato da un’altezza di 4000 metri con i paracadutisti della Folgore di Bracciano. Una caduta libera a 200 km all’ora, ma il surf era il suo “sogno proibito” che alla fine è riuscito a realizzare, nonostante tutti glielo avessero sconsigliato: “Ormai faccio surf con una sola guida, riesco a sentire il suono dell’onda che arriva e a percepire la profondità dell’acqua sotto la mia tavola. Non è un percorso semplice da realizzare, ma il mio motto è sempre stato: ‘Non è possibile che sia impossibile”. Lorenzo, fiorentino di 32 anni, è stato l’ultimo dei quattro ad essere convocato per volare in California. Bini, sulla sedia a rotelle da quando aveva 18 anni per colpa di un incidente in vespa, dice che acqua e surf gli hanno cambiato la vita. Quando non è in acqua, lavora per l’associazione toscana Dynamo Camp, dove forma i volontari da inserire nei percorsi di terapia ricreativa per bambini con patologie croniche o gravi. Insieme a Mattei (che l’ha fondata) fa parte del progetto Surf4All, prima scuola di adaptive surf in Italia. “Mi sono buttato nello sport e nel turismo accessibile: a tutti parlo di surf e di come questa disciplina possa aiutare chiunque, non solo a livello fisico, ma soprattutto a livello emotivo”.

La gara. Sei le categorie previste in gara, dagli amputati, con o senza protesi, a chi cavalca le onde da seduto o in posizione prona, da solo o con un assistente, a chi ha disabilità visive. A gareggiare oltre ai nostri azzurri ci saranno una settantina di surfisti provenienti da 24 nazioni diverse: 20 i minuti a disposizione di ognuno per la propria performance e, in base al punteggio, si deciderà chi passerà ai quarti di finale fino ad arrivare all’ultimo round. L’anno scorso l’Italia, pur non avendo alcun supporto dietro, si è classificata 12ma, con in testa Brasile e Stati Uniti. Nonostante il surf sia uno sport ancora di “nicchia” – soprattutto per chi ha una disabilità psico-motoria – nel nostro paese,  i fantastici quattro sono destinati a fare storia.



E se a Rio 2016, durante i giochi, il Comitato olimpico internazionale ha inserito cinque nuove discipline, tra cui il surf, aprendo la strada anche a tutti gli sportivi con disabilità, a Tokyo 2020 si potranno vedere i primi atleti intenti a cavalcare le onde. Il 2024 però è l’anno tanto atteso dai cavalieri delle onde. L’anno delle paralimpiadi di Parigi, dove la ricerca della “cresta perfetta” sarà sinonimo di passione e dedizione, impegno e sacrificio ma soprattutto sarà veicolo di un messaggio importantissimo: cambiare la propria vita, cercando di spingersi oltre i propri limiti, dando e dandosi la possibilità di sperimentare sport estremi, inseguendo i sogni, perché se ci credi nessun limite fisico è più capace di fermarti. In attesa di tutto questo però, in bocca al lupo a questi azzurri con tavola da surf, che dimostrano a tutti noi quanto sia bello

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

Donne e sport: quando la gonnella fa rima con discriminazione

In una famosa canzone Zucchero cantava “donne, tududu, in cerca di guai” e sono sempre donne quelle che ancora oggi – soprattutto nello sport – sono allo sbando e senza “compagnia”. Fece scalpore lo spot della Nike dello scorso marzo le cui protagoniste del video sono donne, ragazze, bambine che  fanno parkour, pattinaggio su ghiaccio, equitazione e anche boxe. Non in un paese occidentale ma nel loro, in Medio Oriente. Cosa diranno di te?, dice una voce fuori campo, mentre una di loro corre e si becca gli sguardi di disapprovazione di un uomo che la vede passare. Alla fine lo spot conclude: ”forse diranno che sarai la prossima campionessa”. L’azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi aveva voluto polemicamente ricordare al mondo dello sport un’annosa questione, quella della discriminazione di genere.  In Medio Oriente – si sa – la situazione non è mai stata facile in materia di donne e diritti, in Arabia Saudita, però, la situazione è molto pesante. Alle donne viene assegnato un tutore di sesso maschile (il padre, il marito, il fratello o persino il figlio, purché maschio) che deve “accompagnarle” nelle attività quotidiane. Chi nasce donna, in Arabia Saudita, non può guidare l’auto e nemmeno praticare sport. Una legge del 1960 (anno in cui le scuole statali sono state aperte alle donne) sottolinea infatti come l’educazione fisica non sia prevista nel percorso di studi delle bambine e solo gli uomini possono appartenere a club sportivi o lavorare in ambienti del settore.

Non che nel nostro paese le cose vadano meglio. Citando l’enciclopedia Treccani, anche nel belpaese la questione è sempre legata a retaggi socio-culturali vecchi come il mondo. “Se per i giovani maschi lo sport costituisce ancora un rito di passaggio quasi obbligato, incarnando caratteristiche maschili idealizzate come la competizione, l’aggressività e la lealtà, […] l’attività fisica e sportiva è considerata nemica della femminilità: agli occhi della maggior parte delle popolazioni occidentali, le donne atlete sono apparse a lungo come una deviazione dalla femminilità, una virilizzazione anomala, tanto che persino la correttezza dei loro orientamenti sessuali è stata messa in discussione.” Le donne che praticano sport – secondo alcuni – non sono femminili o sensuali, non sono ammiccanti né “accoglienti”. Poco femmine, per dirla con una parola sola. E l’attività sportiva peggiora e mascolinizza l’aspetto delle donne che lo praticano, portando gli uomini a vederle come soggetti tendenti all’omosessualità.


E la situazione non cambia neanche se guardiamo l’aspetto giuridico della questione. In Italia, la legge del 23 marzo 1981 n 91 recita all’art. 1 che “l’esercizio dell’attività sportiva, sia essa svolta in forma individuale o collettiva, sia in forma professionistica o dilettantistica, è libero”, mentre all’art. 2 si trova scritto: “[…] sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI […]”. Nel testo però non si fa riferimento alle atlete. Cosa significa questo? Che in Italia non esistono atlete professioniste. Molte sono considerate sportive dilettanti (anche se di fatto sono campionesse olimpioniche) e non hanno accesso alle tutele previdenziali stabilite per il mondo dei professionisti; soprattutto vengono pagate molto meno rispetto ai colleghi maschi. Un esempio su tutti? Da noi il compenso delle calciatrici è uguale a quello di un impiegato. Nel resto d’Europa invece i compensi di uomini e donne calciatori/calciatrici sono quasi identici, anche se – c’è da dirlo – sulla rivista americana Forbes, fra i cento atleti più pagati al mondo si trovano fino a ora solo due donne (Serena Williams 28,9 milioni di dollari, 40° posto, e Maria Sharapova, 21,9, 88° posto). Niente parità fra i sessi nel settore sportivo insomma. E da noi, niente accesso alle categorie pro per chi nasce donna, come se fosse una colpa, un marchio, come se una legge dell’81 non potesse essere modificata una volta evidenziato l’errore. Su 60 solo 6 discipline sportive sono qualificate come professionistiche: calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo e ciclismo. Nessuna prevede un settore “pro” per le atlete. Perché? Secondo la senatrice Josefa Idem – che da anni combatte per cambiare la legge 81/91 –   anche perché il Governo dello sport nazionale è in mani maschili: ai vertici delle varie Federazioni infatti, non c’è traccia di quote rosa.

Il punto è che per una donna, non è facile: nel lavoro, quando lo cerchi e ti ritrovi di fronte qualcuno che in realtà vuole altro, nei rapporti con i colleghi che spesso ti rendono difficile fare qualsiasi cosa, nella vita privata, perché una donna incinta è una perdita per qualsiasi azienda e quindi va mandata via. E nello sport: scendere in campo, in pista, in un palazzetto, in una piscina, e in qualunque luogo di competizione con un abbigliamento che esalta il fisico, mettendo a nudo qualunque difetto, rende tutto ancora più difficile. Nello sport femminile, ancora saturo di discriminazioni e luoghi comuni, alla fine, a parità di carriera sportiva, spesso conta solo una cosa: il fisico. Quello che il commentatore sottolinea, quello che  il presentatore tv sbircia, quello che il maschio da casa aspetta con eccitazione e il compagno di palestra scruta senza farsi notare, quello che invece qualcun altro definisce mascolino e omosessuale. Tutto il resto, è dimenticato.

Forse non c’è proprio tutta questa parità di genere che oggi si millanta, forse siamo ancora noi a essere viste come l’angelo del focolare, come quelle che non possono competere se non con un bel fondoschiena e una quarta di seno. E siamo sempre noi a doverci sottomettere a logiche sessiste e maschie, all’idea di dover essere condiscendenti, mansuete, docili. Non è così che dovrebbe essere. Meritiamo lo stesso stipendio di un uomo a parità di ruoli, meritiamo di non dover subire avances sessuali se ci presentiamo a un colloquio di lavoro, meritiamo di non essere viste come oggetti lussuriosi privi di qualsivoglia capacità mentale. E no, non è banale femminismo. Siamo ancora in un mondo pieno di cultura maschile e ancora una volta siamo noi a dover fare la differenza: spezziamo la catena. Nella vita, nel lavoro, nello sport.

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