110 anni e non sentirli: il segreto di bellezza della Dea Atalanta

110 anni e non sentirli: il segreto di bellezza della Dea Atalanta

Il 17 Ottobre 1907 a Bergamo nasceva l’Atalanta Bergamasca Calcio, o più semplicemente, l’Atalanta, la Dea, la squadra con il maggior numero di presenze nella Serie A a girone unico tra quelle che non rappresentano capoluoghi di provincia. E dopo 110 anni è ancora giovane e bella.

Cos’è un progetto nel mondo del calcio? La parola ‘progetto’ è una parola che spesso viene abusata dai dirigenti e dagli addetti ai lavori che si riempiono la bocca di sogni e false speranze, per poi sconfessare le parole con i fatti e con le scelte sul campo. In Italia sono poche le società che possono parlare di progetto tecnico e societario, tra queste svetta prepotentemente l’Atalanta di Percassi, la quale, in tutte le sue sfaccettature, si propone come una delle società più all’avanguardia del panorama italiano. Se si immagina un progetto a 360°, si finisce col pensare inevitabilmente alla Dea bergamasca che, col tempo, ha costruito le fondamenta per innalzare un palazzo alto e soprattutto solido. La Dea non è bendata, come l’iconica raffigurazione della fortuna, ma lungimirante e all’avanguardia.

Le fondamenta dei nerazzurri, su cui la scorsa stagione, ma anche su quella attuale, sono costruiti i successi degli uomini di Gasperini, sono inevitabilmente il settore giovanile, la lungimiranza del tecnico ex Genoa e un fattore che spesso passa in secondo piano: il centro sportivo ‘Bortolotti’. A questi mattoncini, da qualche tempo si è aggiunto un altro tassello di notevole valenza: lo stadio di proprietà. Il presidente Percassi, infatti, ha rilevato dal Comune di Bergamo per quasi 9 milioni di euro lo stadio Atleti Azzurri di Italia e ha promesso un primo restyling da 35 milioni. La lungimiranza della società la si nota proprio da questi piccoli, grandi investimenti: i soldi guadagnati dalla cessione di Gagliardini dello scorso Gennaio, oltre a quelli di Caldara, sono stati reinvestiti quasi totalmente nell’acquisizione di un bene patrimoniale. Lo scorso anno gli orobici sono stati la rivelazione del campionato ma guai a chi dice che sia una casualità: l’Atalanta raccoglie i frutti di un lavoro certosino, competente e preciso. E anche nella sua avventura europea i 3 punti contro l’Everton e il pareggio a casa del Lione sono un’ennesima prova.

Settore giovanile

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In Italia, è noto che i settori giovanili siano l’ultima ruota del carro nella gestione societaria. Questo è ciò che accade nella stragrande maggioranza delle squadre di Serie A e Serie B. Non è, però, il modus operandi dell’Atalanta, che rientra nella top 5 italiana per investimenti nel settore giovanile: gli orobici destinano annualmente 5 milioni per la crescita della propria academy, dal quale sono state generate plusvalenze, negli ultimi sei anni, superiori ai 100 milioni.

Da Gagliardini all’Inter, a Conti al Milan, fino ad arrivare a Caldara nella Juve, sono tanti i nomi altisonanti provenienti dal vivaio che hanno riempito le casse neroazzurre. Senza dimenticare che due anni fa salutarono Daniele Baselli e Davide Zappacosta, entrambi con direzione Torino. Facendo, poi, un passo ancora più indietro non possiamo scordarci che a Zingonia hanno mosso i loro primi passi Riccardo Montolivo, Simone Zaza, Giampaolo Pazzini, Tiberio Guarente, Jacopo Sala, Andrea Lazzari, Rolando Bianchi, Michele Canini, Marco Motta, Samuele Dalla Bona, Michael Agazzi e Daniele Capelli, tutta gente finita a giocare in Serie A.

Centro sportivo ‘Bortolotti’ Zingonia

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Il Centro Sportivo “Bortolotti” di Zingonia è la casa dell’Atalanta. Questa non è solo una definizione giornalistica, ma la sintesi profonda di un modo di fare calcio che negli ultimi anni è stato rafforzato e modernizzato dalla società bergamasca e dal presidente Percassi il quale, con un investimento di 10 milioni, ha rifatto il look alla casa della sua Dea, regalandole un centro sportivo all’avanguardia per la prima squadra ma sopratutto per il settore giovanile.

Sono solamente cinque le squadre in Italia che permettono alle formazioni del settore giovanile di allenarsi nello stesso centro sportivo della prima squadra: tra queste Juventus, Chievo, Roma ed Empoli, oltre agli orobici. Zingonia rappresenta il mondo Atalanta: varcato il cancello, si entra in quella che è la fabbrica dei successi nerazzurri. D’altronde è inevitabile che l’exploit del settore giovanile sia dato anche dai comfort offerti dalle strutture societarie.

“È una struttura che va oltre l’immaginazione, ne avevo sentito parlare, ma rendersi conto dal vivo è tutta un’altra cosa: è un centro estremamente funzionale finalizzato al calcio. Complimenti al Presidente Percassi che ha realizzato qualcosa di assolutamente importante” (Giampiero Ventura)

Complessivamente, l’area comprende campi e strutture estendendosi per oltre 85.000 metri quadrati. Uffici e spogliatoi ne occupano circa 2.300, la palestra della prima squadra va oltre i 600 mentre al settore giovanile è riservato uno spazio di quasi 2.000 mq, con una palestra per i ragazzi da 250.

Un progetto che parla da sé e una progettualità che sembra non appartenere al mondo calcistico italiano: l’Atalanta è una delle società migliori dello Stivale. E lo si può dire a voce alta. I risultati sportivi, le strutture e l’organizzazione sono la testimonianza di quanto la programmazione valga più di qualsiasi investimento scriteriato: non è un caso se lo scorso anno l’Atalanta è finita in Europa League e ancora deve perdere dopo due partite in un girone proibitivo.

L’ultimo tassello

Il percorso dell’Atalanta è sintetizzabile con il claim “A piccoli passi”. E’ così che la Dea si sta costruendo un futuro, con investimenti mirati e prospettici. L’ultimo tassello, inserito in un mosaico perfetto, è quello dello stadio di proprietà: sembrerà banale a molti, ma non è un caso che la Juventus abbia cominciato a vincere a ripetizione da quando gioca in uno stadio tutto suo.

Chiaramente non è soltanto questo ciò che permette ai bianconeri di arrivare per il sesto anno consecutivo allo Scudetto. Contare su di un proprio impianto vuol dire avere ulteriori introiti e, soprattutto, costruire un vero e proprio brand con il marchio della squadra: lo stadio permette a una società di crescere e l’Atalanta non ha avuto paura di farlo. Ed è (anche) dal coraggio e dalla voglia di fare che si riesce a misurare il valore e il successo dei progetti. E quello griffato Atalanta somiglia sempre di più ad un vero e proprio gioiellino. E intanto in Europa League, in un girone di ferro, non hanno ancora perso una partita..

Il Milan spezza l’egemonia bianconera e il calcio torna ad essere Nord-centrico. E il Sud?

Il Milan spezza l’egemonia bianconera e il calcio torna ad essere Nord-centrico. E il Sud?

Ha rubato le prime pagine dei giornali, costantemente in primo piano sui siti web ed argomento del momento sui social network: la trattativa tra Bonucci ed il Milan ha sicuramente scosso il calcio italiano. Una trattativa imbastita in pochi giorni e conclusa in una notte: ciò dimostra da un lato la forza economica del Milan e dall’altro la volontà di Bonucci di cambiare casacca.

Può essere considerata una normale cessione?  Questa è la domanda che si pongono tutti: quella di Bonucci può essere considerata una cessione come le altre? La risposta è univoca: sicuramente no. E non solo dal punto di vista tecnico. La Juve perde un difensore unico nel suo genere e fondamentale nell’economia del gioco prodotto dalla Juve negli ultimi sei anni. Leonardo Bonucci, a suon di prestazioni, si era candidato come uno dei difensori migliori al mondo. Inequivocabilmente la sua cessione creerà una voragine tecnica che la Juventus dovrà provare a colmare in fretta. Questa cessione, però, segna una linea che forse spezza un’egemonia economica in Italia della Juventus. Fino ad oggi era stata la Juve a saccheggiare le formazioni di Roma e Napoli, con gli acquisti di Pjanic ed Higuain, nonostante giallorossi e partenopei rappresentassero le dirette concorrenti nella corsa scudetto: il fascino e la forza della Juventus sino ad oggi in Italia sono stati irresistibili.

Invece, per la prima volta, dopo sei anni di stradominio bianconero, un giocatore compie il percorso inverso. E non è un giocatore qualunque. È Leonardo Bonucci, simbolo della rinascita della Juve, perno della difesa ed un giocatore che sembrava destinato alla fascia di capitano nell’era post- Buffon. Così non è stato. Per la prima volta è una squadra italiana a saccheggiare la rosa della Juventus, acquistando uno dei titolari inamovibili. E questo non può che rappresentare un’egemonia economica che termina. Magari non sarà societaria e tecnica, perché la Juventus è ancora una spanna sopra le altre ma il grido di battaglia del Milan fa tremare tutti, sopratutto Roma e Napoli, che al momento stanno a guardare.

Sud povero di risorse – Non è una casualità che siano i soldi orientali ad aver spezzato l’incantesimo bianconero. Probabilmente il calcio si dirige sempre più verso quella direzione e difficilmente si potrà arrestare. Roma e Napoli, che da anni provano ad inseguire invano la Juventus, forse ora lo stanno provando sulla loro pelle. Entrambe bloccate sul mercato: la Roma costretta alla cessione dei suoi pezzi pregiati, Salah e Rudiger, ed il Napoli in attesa dei preliminari di Champions League per i primi investimenti rilevanti. Riusciranno le uniche esponenti del sud lì in cima a contrastare la potenza della Juventus,  la rinascita del Milan e la  superpotenza economica dell’Inter? Ci proveranno con le idee, con il bel calcio e con la competenza. Che a volte, non sempre, può valere più di tanti milioni.

Federico al quadrato: l’Italia più che azzurra è viola

Federico al quadrato: l’Italia più che azzurra è viola

Il destino è beffardo, spesso la vita ti pone davanti a degli ostacoli da superare. Che  molte volte sembrano insormontabili. E’ un po’ la storia che lega gli scontri tra Italia e Germania. Quando i tedeschi leggono il nome dell’Italia sul tabellone, sicuramente non sorridono; gli italiani, invece, riavvolgono sempre il nastro alla famosa semifinale del 2006 in Germania ed ai tanti scontri in campo europeo favorevoli agli azzurri. L’ultima giornata del girone degli  Europei U21 sembra scritta da un romanziere thriller, che ha messo per l’ennesima volta contro Italia e Germania. In virtù della nuova formula federale, questa partita contava più di una semplice partita di un girone ma consentiva alla prima classificata di staccare il biglietto per la semifinale. L’esito finale, però, non dipendeva soltanto dal match tra azzurri e tedeschi ma, sopratutto, da ciò che accadeva tra Danimarca e Repubblica Ceca: qualora avesse vinto la Repubblica Ceca, l’Italia avrebbe dovuto vincere almeno con il risultato di  3-1. Per fortuna gli uomini di Di Biagio non hanno dovuto fare i conti con la differenza reti ma hanno tirato un sospiro di sollievo al 4-2 rifilato dalla Danimarca ai cechi; in contemporanea a Cracovia ci ha pensato Bernardeschi a metter la firma sul pass della semifinale siglando il gol del definitivo 1-0.

Di Biagio, croce e delizia- Il tecnico azzurro in questa competizione ha rappresentato a pieno l’andamento dei suoi: altalenante. Un avvio sufficiente contro la Danimarca, la debacle contro la Repubblica Ceca ed il colpo di genio contro la Germania. Di Biagio decide di tenere fuori nel match contro i tedeschi Petagna, autore di una prestazione negativa contro i cechi, per schierare un tridente- fantasia: Chiesa e Berardi sulle fasce, a supporto del falso nueve Bernardeschi. Una scelta che si è rivelata azzeccata e che ha messo in difficoltà la difesa non perfetta della Germania, che ha sofferto la velocità di Chiesa e l’estro di Bernardeschi. Il tecnico azzurro, per trasformare questa avventura in Polonia in una favola, deve compiere il miracolo contro la Spagna, la squadra più forte del torneo ed avversaria degli azzurrini nella semifinale di martedì alle ore 18.

Cuore azzurro- Detto, fatto. Bernardeschi lo aveva preannunciato: “Questa nazionale ha sicuramente una qualità: quella del cuore”. Qualcuno forse lo aveva messo in dubbio, gli azzurrini con una prestazione gagliarda hanno smentito tutti. Gli uomini di Di Biagio hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo ed anche giocatori come Bernardeschi e Berardi che di solito giocano sulle punte, come si suol dire in gergo calcistico, hanno affilato i tacchetti ed hanno messo in campo una grinta fuori dal comune. Il referto arbitrale parla per gli azzurri: 4 ammoniti, tra questi c’è il tridente iniziale schierato da Di Biagio. Il pressing alto studiato dal tecnico azzurro ha sortito l’effetto sperato: ha limitato la giocata ai centrocampisti tedeschi ed ha sottratto i rifornimenti agli attaccanti. Un capolavoro tattico del C.T azzurro, che nel momento più difficile ha sfoderato il colpo da top player.

Nel segno dei Federico- Questa coppia potrebbe essere letta in chiave artistica, è ancor più facile se si pensa alla squadra di provenienza: la Fiorentina, quindi Firenze I due ragazzi scuola viola si sono caricati sulle spalle la nazionale U21: Federico Chiesa partiva indietro nelle gerarchie di Di Biagio, ma nel match fondamentale il tecnico romano ha deciso di puntare su di lui scombinando le carte. Federico Bernardeschi, noto in Toscana ormai come “Il Bernardeschi in memoria del noto architetto e scultore fiorentino Brunelleschi, dopo le prime due apparizioni era stato criticato per la poca incisività sotto porta. Nel match più importante, però, ha risposto presente ed ha dimostrato di saper reggere le pressioni di una maglia pesante come quella azzurra e, sopratutto, ha dimostrato di poter reggere le tante voci che lo vedono al centro di trattative multimilionarie. La nazionale azzurra ha un tocco di artistico, una sfumatura viola, parla dialetto fiorentino ed ha una firma pregiata. Quella del Brunelles… Bernardeschi!

Il futuro è adesso: la meglio gioventù dell’Italia ai Mondiali Under 20

Il futuro è adesso: la meglio gioventù dell’Italia ai Mondiali Under 20

Life is now, o meglio ‘the future is now’. Questo è il leitmotiv che sta accompagnando gli azzurrini nella spedizione in Corea del Sud per il mondiale Under 20. L’impresa è compiuta: la squadra di mister Evani ha battuto la Francia, una delle squadre favorite della competizione, che aveva chiuso il proprio girone a bottino pieno (9 punti in 3 gare) con 9 gol fatti e 0 subiti. Gli azzurrini sono riusciti ad eliminare i transalpini agli ottavi di finali sfoderando una prestazione gagliarda e di sacrificio, con i gol della stella Orsolini e del cesenate Panico. Conosciamo meglio, però, i ragazzi di mister Evani che ora sono chiamati ad un altro impegno non facile per staccare il pass della semifinale: sarà contro lo Zambia, che è riuscito a battere per 4-3 la Germania ai supplementari.
 

IL CAPITANO-  Il capitano della squadra è Rolando Mandragora, il giocatore più di esperienza nella formazione azzurra: classe 1997, milita nella Juventus ed è il vero trascinatore del centrocampo italiano. Protagonista lo scorso anno nella promozione del Pescara in Serie A, quest’anno, a causa di alcuni problemi fisici, ha trovato poco spazio nella Juventus. L’esordio con la maglia bianconera è arrivato solamente contro il Genoa lo scorso aprile. In Serie B ha già mostrato personalità, classe e la giusta prestanza fisica per imporsi: doti che sta confermando anche nella spedizione coreana. Carismatico

LA STELLA- La stella della squadra è senza dubbio Ricky Orsolini, premiato quest’anno come miglior giovane della Serie B. La Juve ha già messo le mani sul classe 1997, che quest’anno ha militato tra le fila dell’Ascoli portando i marchigiani alla salvezza con 8 gol e ben 6 assist. Un milione e mezzo sborsato dalla Vecchia Signora per sbarazzare la concorrenza ed assicurarsi un prospetto dal futuro certo: il mondiale coreano sta certificando le sue qualità, 3 gol in 4 partite, ma soprattutto un rendimento assolutamente positivo. Giocate, lavoro per la squadra ed intelligenza tattica: questo è il curriculum che sta mettendo in mostra il talentino ascolano. Juve, preparati!


LA SORPRESA- La sorpresa porta il nome di Giuseppe Panico, attaccante scuola Cesena, che ha siglato già 2 gol in questa competizione ma, soprattutto, ha firmato il centro valso per battere la Francia agli ottavi di finale. Classe 1997, quest’anno ha trovato poco spazio in Romagna: solamente 15 presenza, condite da 3 assist. Più incisivo, invece, nel ruolo che gli ha disegnato mister Evani: accanto ad una punta fisica come Favilli, Panico ha la possibilità di svariare su tutto il fronte offensivo e di inserirsi con velocità, proprio come successo con la Francia. Serie A, guarda anche in cadetteria!

 

GLI ALTRI- Sicuramente merita d’esser menzionato Favilli, una punta d’altri tempi e che in Italia ormai è fuori produzione. Si è messo in mostra quest’anno con l’Ascoli in coppia con Orsolini, mettendo a segno 8 gol e 2 assist. In Corea sta recitando il ruolo più di assist- man: già 2 assist ed 1 gol per l’attaccante scuola Juve che è fondamentale nel gioco di mister Evani. Dalle parti di Vinovo si stanno mangiando le mani per il suo mancato riscatto lo scorso anno, la società bianconera ha chiesto già informazioni per riportarlo a Torino ma ora sarà bagarre con le altre big. Da segnalare anche il lavoro sulle fasce di Scalera, primavera della Fiorentina ed ex Bari, e Pezzella. Il primo si è rivelato fondamentale già in due occasioni con uno strano marchio di fabbrica: la rimessa lunga, che per due volte ha propiziato il gol, invece Pezzella sta mettendo in campo la personalità da big che ha maturato dopo aver calcato i campi di Serie A con il Palermo. Importante anche il lavoro di Pessina sulla mediana che dà equilibrio alla squadra in un 4-4-2 che frutta in entrambe le fasi.

IL MISTER- Un plauso va fatto anche a mister Evani che ha trovato nel 4-4-2 la quadratura giusta di una squadra, capace di essere micidiale nelle ripartenze e fulminea sulle fasce. Dopo una partenza in sordina, che aveva destato qualche dubbio, l’impresa con la quotata Francia ha scacciato qualsiasi tipo di commento negativo. L’Italia U20 è viva e pimpante, soprattutto è un serbatoio di giovani promettenti. E questo non può che far sorridere mister Ventura ed a tutto il movimento calcistico Italiano. Finalmente.

Un calcio al passato e al futuro: l’addio di Spalletti vale (quasi) quanto quello di Totti

Un calcio al passato e al futuro: l’addio di Spalletti vale (quasi) quanto quello di Totti

“Non tutti hanno remato dalla stessa parte quest’anno. I fischi di domenica mi hanno fatto male, non me li merito”, sono queste le parole di rilievo che uno Spalletti visibilmente logorato ha pronunciato nella conferenza stampa di addio. 133 punti in 57 partite (media di 2,3 punti a partita): è questo lo score di Luciano Spalletti che lascia i giallorossi con la qualificazione diretta in Champions League in tasca. Il tecnico di Certaldo ha preso una Roma calcisticamente alle pezze il 13 gennaio dello scorso anno ed ha rivitalizzato la squadra, trasformando ciò che sembrava pietra in oro. Spalletti lascia la squadra capitolina dopo un terzo posto ottenuto lo scorso anno ed un secondo posto dietro solamente alla macchina perfetta chiamata Juventus: un rapporto di odi et amo con la piazza che lo ha portato ad una decisione che, ormai da tempo, covava neanche troppo silenziosamente.

Patrimonio inestimabile- Un lavoro fatto di risultati e di punti ma non solo: il tecnico giallorosso ha valorizzato esponenzialmente la rosa della Roma. L’immagine del lavoro svolto da Spalletti è l’evoluzione di Edin Dzeko, capocannoniere della Serie A 2016- 2017 e dell’Europa League. Il bosniaco sino allo scorso anno era criticato e bistrattato dall’ambiente romano che ne aveva chiesto addirittura la  cessione, invece Spalletti ha lavorato sulla testa del giocatore e lo ha trasformato, o meglio ritrasformato, in un killer d’area di rigore. I numeri parlano chiaro per l’attaccante ex Wolfsburg: 39 reti stagionali e 15 assist, statistiche che certificano la centralità e l’importanza del bosniaco per il gioco della Roma. Non è l’unico, però, ad aver raggiunto picchi mai registrati: la scoperta di Emerson e la favola Fazio. Due giocatori arrivati in sordina nella capitale e che non avevano convinto dopo le prime uscite, anche qui un lavoro certosino li ha trasformati in due gioiellini su cui la Roma potrà contare per il futuro. Dulcis in fundo, Radja Nainggolan: l’evoluzione tattica del Ninja è un’invenzione del tecnico giallorosso che, per sopperire all’assenza di Salah impegnato in coppa d’Africa, ha scoperto un Nainggolan in versione trequartista a 360 gradi, capace di inserirsi, di dare una mano al centrocampo e di andare con facilità in gol. La Roma ripartirà senza Spalletti da queste certezze, senza dimenticare il rendimento superlativo di Salah, la ritrovata condizione di Strootman, De Rossi e Rudiger e la rinascita del faraone El Shaarawy. Punti sì, ma un lavoro eccezionale anche nella valorizzazione della rosa.

Guerra interna- “Mi hanno disegnato come il nemico di Totti ma in realtà gli ho allungato la carriera, non ha smesso per colpa mia”, Spalletti anche nell’ultima conferenza ha parlato del suo rapporto conflittuale con la leggenda giallorossa. Una guerra interna che ha logorato visibilmente Luciano Spalletti che ha ribadito ancora una volta ‘di aver fatto il bene della Roma’. L’impressione è che il tecnico sia diventato insofferente alle pressioni dell’ambiente romanista che, però, dal canto suo, non è stato capace di gestire in maniera perfetta: il buon comunicatore Spalletti più di una volta ha fallito con qualche dichiarazione fuori luogo che non ha fatto bene all’ambiente, alla squadra ed a Totti, che non si può considerare un giocatore come gli altri 21 all’interno dello spogliatoio, la cerimonia di domenica ne è la prova. La decisione di lasciare la capitale è maturata con il tempo, figlia di queste incomprensioni che nessuno è riuscito a placare, né Totti né Spalletti: un climax di un rapporto che ha visto il suo punto più alto, o più basso, nei fischi assordanti piovuti dall’Olimpico domenica durante tutta la partita e durante la cerimonia per l’addio del capitano giallorosso. Fischi che hanno sancito l’addio emotivo da una piazza che domenica si è schierata con Totti piuttosto che con il pragmatismo vincente di Luciano Spalletti, una scelta che il tecnico non ha digerito ed un ennesimo episodio che ha dimostrato il solco creatosi tra la piazza e l’allenatore.

L’addio più pesante- Quello di Spalletti è l’addio che, ad oggi, e soprattutto in ottica futura, peserà più sul campo e sui risultati. L’addio di Totti segna la fine di un’epoca e l’ammainarsi di una bandiera che rimarrà nella storia del calcio ma quest’anno praticamente ininfluente ai fini del secondo posto ottenuto dalla Roma. Un addio che pesa più nel cuore che nel campo, a differenza di quello di Spalletti, che peserà più sul campo che nel cuore. Le parole di De Rossi al termine della sfida con il Genoa sono state eloquenti: “Molti sono contenti dell’addio di Spalletti, io spero di esserlo anche il 28 maggio del 2018”. Spalletti, nonostante la situazione Totti pesasse come un macigno, è riuscito a portare a casa risultati incredibili e ad ottenere il record di punti nella storia giallorossa. Alla fine del giro, la Roma ha perso due fenomeni: Francesco Totti e… Luciano Spalletti. Se per Totti era solo questione di mesi, con il trattamento riservato a Spalletti l’ambiente Roma rischia di pregiudicarsi il futuro perché la fuga di Spalletti da Roma, che sta passando in secondo piano, ha un peso specifico pesante, molto pesante. I giallorossi perdono uno dei migliori tecnici italiani che andrà ad allenare una diretta concorrente come l’Inter. E questo, alla fine dei conti, sembra quasi superfluo. Strano, no?

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