Memento: C’erano una volta i Sonics, la Leggenda di Emerald City

Memento: C’erano una volta i Sonics, la Leggenda di Emerald City

L’acqua limacciosa della memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde. Se la si muove, qualcosa torna a galla.” (J. Renard )

Ho sempre lottato contro l’oblio. Athazagorafobia: così viene definita, in una delle sue sfaccettature, la paura di dimenticare.

Fortuna vuole che la nostra mente sia una stupenda macchina in grado di immagazzinare innumerevoli informazioni, dispensandocele talvolta quando meno ce lo aspettiamo. Non tutti i ricordi sono una scelta, ed è così che i “pop mentali” inspiegabilmente possono riportarci a vecchie emozioni sopite, luoghi dimenticati o passioni vissute.

Non mi è dato sapere quali siano stati i tasti del mio subconscio ad essere stati toccati, ma d’ improvviso mi sono ritrovato nel 1996, quattordicenne. Un’immagine nitida venutami in soccorso per ridare luce a sbiadite diapositive del passato. Litigo con il vecchio stereo che meccanicamente graffia la voce di Kurt Cobain, già di per se malamente riprodotta da una musicassetta più volte sovrascritta. Rinuncio, scendo in cortile, e qui vestendo i panni di Gary Payton bisticcio con il ferro del canestro appeso al muro di casa, rassegnandomi al fatto di non divenire mai una stella della NBA. Le mie orecchie sembrano quasi percepire il pesante rimbalzo del pallone sulle mattonelle, tanto il ricordo si è fatto nuovamente lindo.

The Glove era il braccio che armava la potenza del compagno Shawn Kemp. Cagnacci al soldo del tecnico George Karl, i due erano la perfetta miscela che meglio rappresentava lo spirito di una delle squadre più affascinanti e romantiche del dorato mondo dell’Association: i Seattle Supersonics.

Sam Schulman, businessman della Grande Mela, divenne nel 1967 il primo proprietario della neonata franchigia il cui nome richiamava un vecchio progetto della Boeing, industria aerospaziale che aveva sede proprio nella capitale del Pacific Northwest. La città ebbe però bisogno di qualche anno prima di prendere confidenza con l’arancia. Fu l’arrivo di un underdog come Slick Watts a riscaldare la fredda Key Arena. Sul parquet scendeva sempre con grinta, determinazione, cuore ed un’insolita fascetta a coprire il capo. Personaggio atipico, divenne ben presto il simbolo del team.

Il forte senso di appartenenza da parte dei figli di Seattle ha permesso che il suo ricordo non si bagnasse delle acque del fiume Lete. Da Jason Terry a Isaiah Thomas, passando per Jamal Crawford e Brandon Roy, ognuno a suo modo, ha saputo rendergli omaggio. Così come ognuno ha saputo rendere omaggio alla terra natìa: 206, two-o-six! Il prefisso del capoluogo a marchiare indelebilmente la pelle.

Schulman rimase in carica sino al 1983, festeggiando l’anello conquistato nel ’79 a spese degli Wizards. Protagonisti dell’unico titolo furono Gus Williams e Dennis Johnson, coppia micidiale ottimamente assortita dal head coach Lenny Wilkens, già stella di uno dei primi storici roster.

Il logo dei Sonics riprendeva lo skyline della città, comune denominatore che li legava a doppio filo con la band dei Nirvana: motivo in più, se mai fosse stato necessario, per farmi ulteriormente capitolare.

Seattle ha una guancia che poggia sull’Oceano Pacifico ed una accarezzata dalle fredde onde del Lake of Washington. Le lussureggianti  piante di aghifoglie  che la cullano e ne fanno da cornice, la rendono uno degli insediamenti più ambiti al mondo grazie anche all’altissima qualità della vita offerta. Un’area remota degli Stati Uniti, regno di foreste e vulcani al confine con il Canada, resa dinamica dall’importante sviluppo tecnologico: ossimoro perfetto per poterla descrivere. Sono nati così, incastonati tra le varie sfumature cromatiche della vegetazione cittadina, influenti colossi industriali e finanziari come la Boeing, la Microsoft, Starbucks ed Amazon.

Emerald City è altrettanto feconda dal punto di vista musicale avendo dato i natali a Jimi Hendrix, Paul Simon e sul finire degli anni Ottanta al grunge, movimento culturale difficilmente confinabile entro i righi e gli spazi di un pentagramma. Il grunge, compagno di Seattle per poco meno di due lustri, era apatia e fatalismo, anti convenzionalità e nichilismo: porto sicuro per i giovani disillusi dal degrado seguito alla Guerra Fredda e dalla crisi economica che lentamente si stava facendo spazio all’interno del tessuto sociale statunitense.

Numerose bands, fortemente radicate nel punk  ma con un occhio grezzo all’ hard rock, proponevano suoni sporchi e coinvolgenti, colonizzando di fatto la scatola armonica della metropoli statunitense. Pionieri in tal senso furono gruppi come i Melvins ed i Green River, anche se il vero emblema di questo movimento furono i Nirvana dell’angelo biondo Kurt Cobain e gli Alice in Chains del compianto Layne Staley, vittime entrambi di ciò che tentavano di esorcizzare attraverso i loro testi.

In antitesi a quella che era una realtà sociale stanca ed avvilita, il mondo della palla a spicchi era riuscito ancora una volta a riprendere quota. Le fortunate scelte al draft di Kemp e Payton furono il perfetto antidoto per superare gli anni opachi ed anonimi in cui la lega era cosa dei Celtics o dello “Showtime” griffato purple&gold. La squadra non era solo The Glove o The Reign Man. La presenza di validi comprimari come Hawkins, Schrempf, McMillan e Sam Perkins permise ai ragazzi di coach Karl di ritagliarsi molto più che mere soddisfazioni, spazzando via la parentesi negativa del playoff  93/94, quando con il miglior record furono umiliati al primo turno dai Nuggets.

Rain City pulsava di musica e pallacanestro, ma la vita ci insegna che niente dura per sempre. Il grunge lentamente scompare, lasciando spazio ad innovative sonorità elettroniche e le stelle più luminose dei Sonics tradiscono la città, alla ricerca di un anello che possa testimoniare la loro grandezza. Il collettivo è indirizzato verso un lento declino che nemmeno le morbide mani di Ray Allen riescono ad arrestare.

Seattle è una fidanzata capricciosa. Ammaliante, è in grado di incantarti, rapirti e voltarti le spalle.

Nel 2006 qualcosa comincia a scricchiolare. Il presidente Howard Schultz, proprietario di Starbucks, non riesce ad ottenere dallo stato di Washington l’aiuto economico necessario per la ristrutturazione della Key Arena. Già in passato altre strutture come il Kingdome ed il Tacoma Dome fecero temporaneamente da casa ai Sonics, non questa volta.

Il team diventa appetibile per diversi imprenditori. Tra tutti la spunta lo squalo Clayton Bennett, il quale, mosso dal Dio denaro, trasferisce la franchigia ad Oklahoma City nell’autunno del 2008.

Pochi mesi prima, il 13 aprile, la città ha concesso un ultimo ballo ai Sonics di un giovane Kevin Durant. L’assordante silenzio della lacrimante Key Arena, teatro del mesto addio, viene idealmente interrotto dalle note scelte per l’occasione dalla City. Musica e pallacanestro si fondono un’ultima volta, lasciando che Lei li affascini ancora. Seattle si rivolge direttamente ai  giocatori, utilizzando le parole già cantate da un figlio perduto:

Would you like to hear my voice, sprinkled with emotion invented at your birth?“, così recitava una strofa di Oh Me, struggente pezzo dei Meat Puppets magistralmente riproposto dai Nirvana di Kurt Cobain.

Vorresti ascoltare la mia voce spruzzata di emozione, inventata alla tua nascita?, sembra voler ripetere la seducente compagna di ballo.

I Sonics fissano la loro dama con l’attonito silenzio che caratterizza l’impotenza. Uno sguardo atto a raccogliere ogni emozione che il rapporto è stato in grado di far nascere e fiorire, in costante conflitto contro l’angoscia di smarrire per sempre ogni ricordo.

È un addio, non un arrivederci, nonostante negli anni vi siano stati diversi e vani tentativi per riportare la franchigia a ricongiungersi con la sua amata.

Ed è così, in un saluto di foscoliana memoria, che la squadra si separa per sempre da quella che è stata la sua casa:

Tu non altro che il canto avrai dei sonici

o amata nostra terra, e a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

-Memento, c’erano una volta i Sonics.

-Non ho paura di dimenticare. Contro di loro l’oblio uscirà sempre sconfitto.

Emiliano Varenna, Il Santo –  Born in the Post


Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

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Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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Storie di Finals: Willis Reed

Storie di Finals: Willis Reed

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La storia è una di quelle su cui giornalisti e addetti ai lavori hanno speso fiumi e fiumi di parole e di inchiostro. Una di quelle storie per cui il termine “epico”, oggi molto abusato, rischia di risultare addirittura riduttivo.

Certo, bisogna considerare il fatto che il tutto sia avvenuto in America, terra fertilissima per la nascita di leggende e che da sempre si nutre di un limo speciale in grado di far fiorire miti in tutte le stagioni.

Oltretutto la location di questo film è New York, ovvero un disco volante atterrato sugli Stati Uniti, il che rende il tutto assolutamente ancora più speciale.

Il teatro, o forse dovrei dire tempio, è quello delle grandissime occasioni. Il Madison Square Garden.

Una sorta di moderno Pantheon dello sport. La recita è quella delle finali NBA 1969/1970.

Knicks contro Lakers. Walt Frazier e Willis Reed contro Jerry West e Wilt Chamberlain.

Reed contro Chamberlain.

Il gioco che fa Golden State oggi è per certi versi splendido, ma lasciatemi dire che ho un’enorme nostalgia per il gioco pre tiro da tre. Per le sfide che si decidevano con le battaglia dentro il pitturato.

Per un sano scontro tra i due centri delle rispettive squadre.

E che centri ragazzi.

Chamberlain non credo abbia bisogno di presentazioni. Era un dominatore come non ce ne furono mai, né prima né dopo di lui. Nemmeno Jordan.

Almeno a livello puramente individuale e numerico, perché poi gli anelli in verità andavano sempre a Bill Russell e ai suoi Boston Celtics.

Insuperabili per l’eternità i record della stagione 61/62, quella dei 100 punti in una sola partita. Quella dei 50.4(!!!) punti e 25.7(!!!) rimbalzi di media stagionale.

Un Tiranno(sauro).

Willis Reed arriva dalla miglior stagione della carriera premiata con il titolo di MVP della lega. Ormai è uno dei centri più forti d’America.

I due battagliano a suon di punti, botte e rimbalzi. La serie è bella e tirata. In gara 5 però Reed si infortuna gravemente ad una coscia. E’uno strappo.

Uno strappo muscolare, come ben spiegato nel recente articolo di Leonardo Ciccarelli su Ray Lewis, è un infortunio che, oltre che essere di fatto bloccante per l’attività di uno sportivo, porta a provare un dolore inimmaginabile. Uno di quei dolori che da solo vale molto di più di tutta la bibliografia di Einstein per chiarire quanto sia effettivamente relativo il tempo. Quando si vive questa esperienza l’orologio interiore non viaggia più da 0 a 60 in un minuto. No. Quel minuto viene percepito come una somma di ore, ogni tanto come un giorno intero.

Reed salta gara 6 e Wilt ne approfitta per piazzare ben 45 punti con 27 rimbalzi e portare i Lakers sul 3 a 3. La gara decisiva si gioca al Madison. Chi vince sarà Campione NBA. I Lakers appaiono strafavoriti.

Oggi, soprattutto grazie ai social e all’uso che i giocatori ne fanno, chiunque al mondo può scoprire quasi in diretta cosa farà il tal giocatore nella tal partita. Alcuni twittano direttamente dagli spogliatoi nel pre e nel post partita.

Qui invece siamo alla fine degli anni 60. I mezzi erano quello che erano. Cioè poco o niente. Niente telefonini, niente social, niente internet. I giornalisti e i canali televisivi erano meno e sicuramente meno invadenti di oggi.

Si viveva quasi di sensazioni, e la sensazione prevalente era che Reed a causa del grave infortunio non sarebbe sceso in campo per la sfida decisiva. Insomma, per farla in breve, nessuno tra compagni ed avversari sapeva in che condizioni fosse realmente Willis Reed. Il grande maestro zen Phil Jackson, ai tempi giocatore dei Knicks e presente in quegli spogliatoi disse “I dottori ci tennero all’oscuro sino all’ultimo minuto. Willis non poteva piegare la gamba a causa dell’infortunio muscolare, e saltare era fuori discussione.

Durante il riscaldamento avvenne l’incredibile.

Reed in tuta imbocca il tunnel e si presenta caracollante in campo.

Gli spalti del Madison diventano un enorme cortile con dentro tutti i bambini del mondo dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola della storia dell’umanità.

Tripudio totale.

I giocatori dei Lakers si fermano tutti attoniti e sospendono per un attimo il loro riscaldamento.

Phil Jackson la racconta così:

Poco prima dell’inizio della partita, Willis zoppicò dal tunnel e verso il campo, e la folla andò in delirio. Il futuro Broadcaster Steve Albert, che era raccattapalle in quella partita, disse che stava osservando i Lakers quando Willis apparve sul terreno e che “tutti, uno ad uno, si girarono e smisero di tirare e fissarono Willis. E le loro bocche si spalancarono. La partita era finita prima di iniziare

Reed mise a segno i primi due canestri della squadra con due tiri morbidissimi che abbracciarono il cotone. Poi si dedicò a difendere strenuamente l’area da Wilt Chamberlain, costringendolo a diversi errori e forzature.

Delirio dentro e fuori dal campo.

Sul web ci sono diversi video che documentano i primi minuti di quella partita. Vi invito caldamente a visionarli.

Reed zoppicante che rientra nella sua metà campo dopo aver segnato è da brividi veri.

Più tardi in un’ intervista dichiarerà: “Non avevo voglia di dovermi guardare allo specchio vent’anni dopo e dirmi di non aver avuto il coraggio di giocare”

Questi sono i gesti che portano lo sport nell’empireo delle umane vicende. Queste sono le storie di Basket che fanno il Basket. Questi sono i gesti che cambiano le cose.

Troppo spesso si parla del suo cugino “vizioso”, ma vi assicuro che il concetto di “circolo virtuoso” è esistito, può esistere e spero esisterà sempre.

La potenza vivifica di un esempio. La forza evocativa e coinvolgente del coraggio e dell’onore. Reed era il cuore, l’anima e la spina dorsale dei Knicks. Reed quella sera prese in mano compagni, squadra, avversari, tifosi, il Madison Square Garden, il ponte di Verrazzano, la Statua della Libertà e tutto il resto della città, dal Bronx fino a Manhattan.

Poi all’intervallo raccolse il suo cuore esausto e lo riportò negli spogliatoi. Non rientrò più in campo, ma ormai la storia era già stata scritta.

Walt Frazier disse che dopo aver visto Reed uscire durante il riscaldamento pensò “Qualcosa mi dice che stasera li avremo”. Intendeva i Lakers. La trasposizione in campo di quel pensiero fu sublime. 36 punti e 19 assist per il play di New York. 113 a 99 per i Knicks. Titolo. Il primo titolo della loro storia.

Quella sera Willis Reed dimostrò al mondo cosa significhi essere un vero capitano, cosa significhi essere un vero leader.

O forse semplicemente dimostrò cosa significhi essere un Uomo.

Un uomo che si è limitato ad esprimere un concetto forse banale ma di un’estrema profondità.

Reed ha detto a tutti“Io ci sono”

Perché, per dirla alla Heidegger, in fin dei conti il vero e unico senso ultimo dell’Essere è sempre e comunque un EsserCI.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

Peja Stojakovic: il miglior tiro che non sia mai entrato

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Ci siamo.

È il momento.

20 secondi al termine della partita.

Bibby palla in mano sul lato destro con Bryant addosso.

Consegnato nelle mani di C-Webb.

Ribaltamento per Brother Hedo.

Partenza andando a sinistra.

Shaw rimane piantato a terra.

Arriva l’aiuto di Fox.

Palla a Peja e…

È una macchina”. Quante volte in ambito sportivo l’abbiamo detto o sentito? Tante, forse troppe. La genesi di quest’affermazione si ha nel momento in cui lo spettatore viene completamente tramortito dalla straordinarietà di quello a cui sta assistendo. E quando all’uomo una cosa appare come irripetibile in prima persona, egli tende impulsivamente a non considerare l’ipotesi che ci sia qualcuno appartenente alla sua stessa razza che possa riuscirci. Da qui la metafora sovra citata.

Si tratta di un modo di dire abituale ma inopportuno, perché tra i due termini vi sono delle differenze piuttosto significative.

Quale caratteristica propria della macchina è irrintracciabile nell’uomo? L’infallibilità. Un marchingegno progettato per fare canestro da metà campo, una volta messo in moto e piazzato dove deve stare, brucia la retìna presumibilmente all’infinito, o almeno fino all’avvento di qualche guasto tecnico, mentre anche il miglior specialista di tutti i tempi è destinato a sbagliare con una certa ciclicità – tranne Jamal Crawford in “206 mode” ON, di questo ne sono più che convinto.

E poi le persone hanno un cervello (o almeno così si dice). Pensano, provano emozioni e le loro gesta vengono influenzate da ciò che le circonda. Questo cambia tutto, in special modo se sei uno sportivo professionista e, a maggior ragione, se giochi a pallacanestro e sei un tiratore.

Il mondo dei tiratori è diverso da quello degli altri giocatori.

È fatto di strisce, di alti e bassi; di momenti in cui te la senti e vedi il canestro talmente immenso da poter tirare bendato, con la mano debole ed essere più che convinto di riuscire a segnare; di partite in cui invece non metteresti nemmeno un tiro aperto, con metri di spazio a disposizione.

La testa domina la mano e dunque capita che, se vedi la prima conclusione andare dentro, le altre saranno solo una conseguenza di quell’atto iniziale. Acquisti fiducia che si tramuta in un maggior numero di tiri tentati. Non ti fermi. Viceversa se sbagli puoi prendere paura ed andare completamente fuori ritmo, facendoti domare dalle tue sensazioni fino a nasconderti dietro ai tuoi avversari, sparendo in qualche modo dal campo.

Dall’esito del primo tiro di un match può dipendere l’impatto che il singolo tiratore avrà sullo stesso.

E d’altra parte se lo diceva anche uno come Juan Sebastian Veròn – pur praticando un altro sport – che dal primo pallone toccato avrebbe capito subito che tipo di partita sarebbe andato a fare, da fenomeno o da fantasma (nella maggior parte dei casi barrate A), un fondo di verità questa teoria la deve avere per forza.

La quotidianità cestistica per uno shooter è qualcosa di arduo con cui confrontarsi e passa attraverso una speciale metamorfosi alla quale è obbligato a sottoporsi. Deve modificare la sua natura trasformandosi in qualche cosa di meccanico, di  non condizionabile, per vivere in campo come se fosse una di quelle statuine presenti nelle bolle di vetro natalizie col polistirolo a fare da neve finta.

Sottovuoto. Non deve sentire se non di riflesso, scevro da qualsivoglia evento esterno che lo possa far pensare anche solo un millisecondo, frazione che può fare la differenza tra un pulito schiaffo del nylon e una mattonata in zona ferro.

È tutt’altro che facile, perché un conto è sparare da tre nel campetto sotto casa coi tuoi amici. Un altro è farlo nelle minors con qualche centinaia di persone – a star larghi – che ti guardano. Un altro ancora è vedersi consegnare in mano da Hedo Turkoglu il pallone che può voler dire NBA Finals e, visti i New Jersey Nets della stagione 2002, probabilmente titolo. Alla ARCO Arena di Sacramento. Di fronte a 17317 tifosi a cui se ad inizio anno avessero detto che la loro stagione sarebbe dipesa da una bomba del miglior tiratore della lega dell’epoca, in angolo, da solo, avrebbero iniziato a Novembre la parata per le strade della città californiana.

Il contesto in cui le azioni vengono compiute è di imprescindibile importanza e la sera del 2 Giugno 2002 la cornice a Sacramento aveva sicuramente un qualche cosa di apocalittico. Non c’entrava il fatto che fosse una gara 7 o che si giocasse per la partecipazione alle Finals. C’era la sensazione che quella partita ci avrebbe consegnato un’altra NBA.

Contrapposti ai Kings più belli dell’era moderna si trovavano i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, freschi di back to back.

Se avessero vinto i lacustri sarebbe stato three-peat, con buona pace di Jason Kidd, Kittles, Van Horn e del New Jersey intero. L’accesso diretto con permanenza eterna nell’Olimpo del basket. Un’impresa che pochi bipedi possono vantarsi di aver portato a termine.

Per quei Kings invece era la grande opportunità di terminare l’egemonia gialloviola e approdare in finale per tentare di vincere un anello che veniva meno dal 1951, quando la franchigia si chiamava Rochester Royals e aveva sede nello stato di New York. Con un Vlade Divac 34enne, un Chris Webber nel pieno dei propri poteri, un Mike Bibby baciato dal Dio del talento e un supporting cast di tutto rispetto.

I primi sei atti della serie furono epici. Dal presunto avvelenamento del room service a Kobe Bryant pre gara2, a Phil Jackson che definisce Sacramento come una città “semicivilizzata” in cui “abbondano le vacche” e i tifosi Kings che rispondono presentandosi coi campanacci all’arena, passando per il buzzer beater di Horry in gara4 allo Staples Center, fino alla famosa gara6 a detta di molti “rigged”, truccata, in cui i Lakers arrivarono a tirare 21 liberi nel quarto finale, con Divac e le mèches di Scott Pollard fuori prematuramente per falli.

La partita è punto a punto e, quando il tabellino recita 99-98 Lakers, sul cronometro sono rimasti 20 secondi al termine dell’ultimo periodo.

È uno di quei momenti in cui devi privilegiare l’istinto a discapito della ragione. Devi pensare a chi sei e non al luogo in cui ti trovi e alla posta in palio. O forse non devi pensare per niente. Specie se sei un tiratore. Ma allo stesso tempo sono anche gli attimi in cui è praticamente impossibile non essere scalfiti dall’atmosfera che ti circonda.

A chi guarda, però, tutto questo interessa relativamente. Anche perché il destinatario del passaggio di Turkoglu è Peja Stojakovic o, se preferite, citando alla lettera Larry Joe Birdil miglior tiro della storia del basket”. E in quell’istante tutti, ma proprio tutti, abbiamo pensato “è una macchina”.

Il serbo assomigliava davvero ad un dispositivo creato solo ed esclusivamente per fare canestro dalla lunga distanza. In carriera ha vinto per due anni consecutivi (2002 e 2003) il 3 point contest dell’All Star Game. Un cecchino che ancora oggi si trova al nono posto, a quota 1760, nella classifica per tiri da tre messi a bersaglio nella NBA. Uno che ha terminato la sua esperienza nella lega con il 40% oltre l’arco. Per una volta forse il paragone non faceva una piega.

L’idea che potesse sbagliare non era contemplata. Non lui. Non con 3 metri di spazio davanti.

Ma Peja, prima che un tiratore, era un uomo. E gli uomini sbagliano di continuo.

Affretta il tiro.

AIRBALL.

 Il vuoto.

Il pallone non va neanche vicino dal toccare il ferro e cade tra le mani di O’Neal, a cui viene fatto immediatamente fallo. La telecamera cerca subito il viso dell’ala dei Kings. Non ci crede nemmeno lui. Figuratevi i tifosi, i compagni e coach Adelman, che anche se applaude, dentro di sé non può che pensare di aver perso la più grande chance per vincere la partita.

In realtà poi si andò ai supplementari e Sacramento avrebbe potuto farcela ancora. Ma senza Divac causa falli (Shaq era difficile da tenere) e complice la maggior freschezza fisica dei Lakers, si arresero. E poi, nella testa di tutti, cresceva sempre più l’idea che i Kings quella gara 7 l’avevano persa prima.

 Lì, in quell’angolo sinistro, con Peja e il nulla attorno a lui.

Il miglior tiro che non sia mai entrato.

Quel maledetto epilogo  ci intima a non essere mai troppo sicuri di noi stessi. Di quello che vediamo o crediamo. Ci fa capire come in realtà l’errore faccia parte della nostra vita e sia sempre dietro l’angolo. E può capitare in qualsiasi momento. L’unica cosa che possiamo fare,come uomini, è lavorare minuziosamente su noi stessi per poter evitare che si ripeta, o quantomeno per limitarne la frequenza.

Anni dopo quella partita rividi Peja. Contro i miei Lakers. Di nuovo. Giocava a Dallas ed era il primo turno dei Playoffs 2011.

Ogni volta che la palla lasciava la sua mano accarezzava il cotone.

Da tifoso gialloviola sanguinai.

Da amante della pallacanestro e dell’umanità ringraziai per quello spettacolo.

Daniele Quetti – Born in the Post

Delonte West: Breaking Bad

Delonte West: Breaking Bad

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La chimica è, tecnicamente,  lo studio delle sostanze, ma io preferisco vederla come lo studio dei cambiamenti. Ad esempio, pensate a questo: elettroni, loro cambiano i loro livelli di energia; molecole,  le molecole cambiano i loro legami; elementi, si combinano e cambiano in composti. Beh, questa  è la vita, giusto? Cioè è solo la costante, è il ciclo: creazione e dissoluzione, poi di nuovo creazione poi ancora dissoluzione, è crescita poi decadimento, poi trasformazione! Ed è affascinante, davvero!

Sono queste le parole con cui Walter White, goffo ed insicuro professore di chimica, spalanca le porte dell’entusiasmante mondo di Breaking Bad allo spettatore.  Il concetto di trasformazione sarà il giusto collante che meticolosamente legherà le 5 stagioni della strepitosa serie prodotta da Vincent Gilligan.

White è un personaggio che ricalca lo sfondo di un mondo destinato al collasso emotivo ed economico. Un antieroe tragico arso dal desiderio di appagare la sua fame di rivalsa nei confronti di una realtà che da sempre l’ha relegato ai margini della società.

L’intero sceneggiato si snoda lungo un’inevitabile deriva morale che impetuosamente svelerà il protagonista per ciò che realmente è. La dottrina esoterica insegna tra le altre cose  che l’anima programma gli eventi più importanti della futura vita prima di incarnarsi.  Walter White, così come l’Edward Norton di Fight Club, simboleggia la personalità umana che cambia identità vita dopo vita, lottando tra le pene dell’esistenza materiale in un continuo rollercoaster emozionale.

Saranno i punti moralmente più bassi quelli che lo vivificheranno maggiormente. Una crescente spietatezza che accompagnata ad una dilagante malvagità lo porterà sempre a scegliere egoisticamente la propria sopravvivenza senza scrupolo alcuno. Non una mera sopravvivenza, ma un ingorda ed insaziabile voglia di emergere.

Breaking Bad.  L’espressione colloquiale, prettamente utilizzata nel Sud degli Stati Uniti,  esprime la situazione in cui qualcuno prende una direzione che lo allontana dalla retta via, scegliendo di abbracciare volontariamente e non, il lato oscuro. Un punto di rottura. Così per Walter White trasformatosi nello spietato Heisenberg, così per il protagonista del capolavoro letterario di Palahniuk quando conosce/riconosce il suo alter ego Tyler Durden, così per la guardia ex Cavaliers Delonte West. Un inevitabile cambiamento che ha portato questi protagonisti a spogliarsi di tutto, mostrandosi al mondo per ciò che realmente sono.

Nei suoi primi cinque anni nell’Association, Delonte West è stato quel genere di giocatore lontano dalle luci dei riflettori ma al quale è stata sempre riconosciuta l’attenta e maniacale passione per la pallacanestro.

L’Eleanor Roosevelt  High School è stato il suo trampolino di lancio. Le stats consegnate all’archivio del liceo sono di tutto rispetto: fate 20.2 pts,  6.5 reb, 3.9 ast e ben 3.1 palle rubate a partita. Coach Glen Farello è stato e sarà sempre un distributore automatico di encomi per il suo guerriero. Il passo successivo è il college. West sceglie la St. Joseph University del HC Phil Martelli il quale parla della guardia del Maryland come di un giocatore benedetto e maledetto dalla natura competitiva che purtroppo al tempo stesso è la sua più grande forza e la sua più grande debolezza.

Scelto con la pick n. 24 dai Celtics in piena fase rebuilding, West muove i primi passi nella NBA accompagnato dalle amorevoli cure di Doc Rivers e capitan Paul Pierce. Riadattato al ruolo di playmaker, Delonte è un onestissimo gregario, un underdog divenuto parte integrante del roster del Massachusetts. Tutto questo sino all’arrivo della promettente point guard Rajon Rondo, il cui impatto è devastante. I minuti per West diminuiscono sempre più sino a quando la franchigia dei Celtics, ambiziosa, lo gira ai Supersonics in cambio della guardia tiratrice Ray Allen. Nemmeno il tempo di ambientarsi in quel di Seattle che la valigia è di nuovo pronta ad essere imbarcata. Il primo aereo buono è quello per l’Ohio. Ad accoglierlo i Cleveland Cavaliers del Prescelto.

Nei suoi primi cinque anni nella lega, Delonte West è stato quel genere di giocatore adorato ed idolatrato dai tifosi per la sua applicazione. Un giocatore che ben si guardava dall’esporsi oltre misura all’affamato circo della carta stampata e delle televisioni. Uomo, prima che giocatore.

Tutto questo sino al punto di rottura, quando cessò definitivamente di essere un qualsiasi giocatore di pallacanestro. Breaking bad.

La notte del 17 settembre 2009 poco lontano da casa sua – siamo nel Maryland nella contea di Prince George – West era in sella alla sua Can-Am Spyder . Una manovra poco sicura nei pressi di un ordinario posto di blocco della polizia lo costrinse ad un inevitabile fermo.  West, incalzato dalle domande degli agenti, dichiarò di portare con se una Beretta 9mm, una Ruger calibro 357 magnum, un fucile Remington 870 e relative cartucce, oltre ad un coltello. La polizia riferì in seguito che il fucile si trovava in una custodia per chitarra, proprio come Antonio Banderas in “El Mariachi” (a noi conosciuto come “Desperado”) , film low cost del regista Robert Rodriguez.

Delonte West fermato per guida pericolosa e possesso illegale di armi da fuoco”. I giornali e la TV sputarono la notizia esattamente così, scatenando inevitabili reazioni negative.

In realtà, quel 17 settembre del 2009, alcuni cugini di West vennero a fargli visita. Delonte, da poco sposato con la vecchia compagna del liceo, chiese alla madre di badare ai bambini approfittandone per fare due passi con la moglie ed i parenti.  Ad un certo punto fu raggiunto dalla chiamata della madre, la quale lo avvisò del fatto che i bambini avessero trovato delle armi – che peraltro deteneva legalmente – in un armadio del suo studio. La preoccupazione più grande di Delonte fu quella di rincasare per sbarazzarsene, mettendo al sicuro i ragazzi.

Il vialetto di casa era affollato dalle macchine dei parenti così West salì sulla sua moto per dirigersi verso un’altra residenza, dove le avrebbe potute lasciare. Quella sera assunse del Seroquel, farmaco generalmente somministrato alle persone affette da disturbo bipolare. Tale sindrome gli fu constatata in seguito ad un’ aggressione ai danni di un arbitro avvenuta durante un training camp nel 2008. West umilmente riconobbe  la necessità di chiedere aiuto e svestendosi di paure ed angosce raccontò al mondo del suo problema. Tornando a quella maledetta sera di Settembre, l’effetto di sonnolenza dato della medicina non gli permise di condurre con sicurezza il mezzo, richiamando l’attenzione della pattuglia che stazionava ai bordi della strada. West conviveva con la malattia da ormai più di un anno e non ne fece mai segreto. I compagni di squadra, la sua famiglia, i farmaci. Tutto questo lo aiutava comunque ad andare avanti.

La sera del 17 Settembre 2009 la vità di Delonte West cambiò radicalmente. Il mattino dopo, svegliandosi, ciò che vide allo specchio fu un enorme scarafaggio, in quella che può definirsi una reincarnazione moderna del Gregor Samsa kafkiano, anch’esso metodico e zelante come la guardia figlia del Maryland.

La moglie, da lì a un mese chiese il divorzio, scavando ulteriormente a fondo nella psiche di Delonte, già messa  duramente alla prova dalle calunnie  mediatiche e dalla malattia.

Creazione e dissoluzione, poi di nuovo creazione poi ancora dissoluzione. È crescita poi decadimento, poi trasformazione.

West si trovò più volte di fronte ad un bivio, già non bastasse quello emozionale da cui era afflitto. Continuare o mollare tutto? Era diventato ormai oggetto di scherno e tutto questo lo feriva profondamente.

Non è mai stato un Heisenberg. Non è mai stato un Tyler Durden. Non ha mai voluto che la sua figura emergesse al punto di soffocare quella delle persone al suo fianco. Il suo IO è emerso per via di una grave malattia che duramente l’ha messo più volte alla prova. È stato un amante fedele e presente, un compagno di squadra determinato, sempre pronto a massacrare di fatica se stesso per il bene della squadra e disposto agonisticamente a morire per il bene del gruppo.

But…When it rains, it pours!

Paese di formazione recente, gli Stati Uniti sono privi di una profondità cronologica della loro storia e sovente sono portati ad epicizzare il momento. Nascono così eroi moderni. LeBron James uno di questi. Per ogni eroe, le favole ce lo insegnano, c’è sempre un antieroe.

Quale figura migliore da contrapporre al Bene (LeBron) se non quella di una persona, suo malgrado mentalmente disturbata come Delonte West, temprato dalla gogna mediatica che stringe sul suo capo da ormai diversi anni?

I Cavaliers si stanno giocando il passaggio del turno in un’emozionante serie playoff contro i Boston Celtics. La notizia che la signora Gloria James (42enne madre del numero 23 dei Cavs) frequenti il 26enne Delonte West tuona nello spogliatoio in un silenzio assordante. Delonte ha da sempre categoricamente smentito questa voce e LeBron ha preferito chiudersi nel silenzio. Il rapporto tra i due è sempre stato sincero e puro. James è stato uno dei primi a schierarsi apertamente in difesa del compagno quando si trovò sottoposto ad un processo mediatico dal quale difficilmente sarebbe potuto uscirne. La notizia influenzò psicologicamente la serie contro i biancoverdi. Le stats di LeBron calarono veritiginosamente, così come i minuti del nostro uomo.

Breaking Bad, l’ennesimo punto di rottura della vita di un Delonte West che era comunque stato in grado di rialzarsi e  ripartire.

È l’estate in cui LeBron volta le spalle alla sua Cleveland. “I’ll take my talent to South Beach”. I maligni punteranno il dito anche contro West, tacciandolo di essere uno dei responsabili della decisione di James. Delonte si ritrova ad essere un corpo estraneo all’interno del mondo della NBA. Inizia quindi il suo lungo peregrinare: Mavs, China, D-Leauge. Una profonda caduta verso gli inferi. Senza ritorno.

Pochi mesi fa Delonte West è stato sorpreso a vagare scalzo per la città di Houston in evidente stato confusionale. Alla domanda di un fan che chiedeva se fosse realmente il West draftato dai Celtics e compagno di Lebron James rispose che sì, lui era quel Delonte West. Un Delonte West che non tornerà mai più. In realtà quel giorno assunse un farmaco invece di un altro e l’effetto fu devastante. Una nuova miniera d’oro per il patinato e crudele mondo del gossip.

Lungi da noi il voler fare retorica, ma è bene a volte fare uno  o più passi indietro. Mordere il freno, avere piena coscienza del fatto che chiunque si imbatta sulla nostra strada possa combattere una battaglia personale di cui non ne siamo a conoscenza .

Suerte Delonte.

Uomo, prima che giocatore.

di Emiliano Varenna, @IlSanto, Born in the post

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