Una Rondine non fa (un campionato) Primavera: perchè bisogna introdurre le Squadre B

Una Rondine non fa (un campionato) Primavera: perchè bisogna introdurre le Squadre B

Certe volte il talento non è sufficiente per emergere. Il successo è frutto di un’alchimia complessa dai mille fattori , nello sport come nella vita. Per far sì che le potenzialità possano essere espresse al cento per cento, è indispensabile trovare contesto e uomini giusti al momento giusto. Si pensi allo strano caso dei campioni in erba che calcano ogni anno i campi del campionato Primavera italiano: vincere uno scudetto da protagonisti non è mai un’ipoteca su una carriera florida e ricca di soddisfazioni, e solo un piccolo gruppo di giocatori riesce ad assestarsi a grandi livelli. Lo dimostra a pieno titolo l’Inter, fresca vincitrice del torneo 2016/17. Non sappiamo ancora che fine faranno Pinamonti e compagni, ma abbiamo un’idea precisa del “triste” destino al quale sono andati incontro i loro predecessori del 2007 e del 2012, anni degli ultimi trionfi a tinte nel massimo campionato giovanile. Non ci credete? Facciamo un piccolo viaggio, e facciamoci poi una domanda: se una rondine non fa Primavera, è il caso di introdurre le squadre B? Probabilmente sì, ma andiamo con ordine.

 Quanti hanno fatto strada dal 2012 ad oggi? Pochi, pochissimi se si considera che l’Inter vinse in quell’anno anche la prima edizione della NextGen Series, una sorta di Champions League giovanile. Tre giocano in A con fortune alterne (Crisetig e Mbaye a Bologna, Duncan a Sassuolo), tre giocano nelle massime serie di campionati minori (Spendlhofer in Austria con lo Sturm Graz, Kysela in Repubblica Ceca con lo Jablonek e Alborno in Paraguay, nel Libertad), due sono in Serie B con vista sulla A (Bessa a Verona e Longo in Spagna con il Girona, entrambi protagonisti di un’ottima stagione), mentre altri la vedono col binocolo (Sala e Romanò, portiere e centrocampista della Reggina, in Lega Pro) e Marko Livaja, il più fortunato, si gode il sole di Las Palmas e il calcio spettacolare di una delle realtà più divertenti della Liga spagnola. Il quadro generale non è granché gratificante, ma c’è qualcuno a cui è andata peggio. I protagonisti dello scudetto Primavera del 2007, infatti, hanno 30 anni circa e sono dispersi tra Serie B, Lega Pro, D e Promozione. Uno fa la riserva in Canada (il portiere Tornaghi), mentre Maa Boumsong, più che un cognome, sembra una domanda: nemmeno transfermakt.it conosce infatti il nome della squadra in cui milita attualmente il centrocampista camerunense. Le ottime carriere di Bonucci, Balotelli e Biabiany bilanciano in parte la media, ma non è sufficiente: una rondine, stavolta, non ha fatto Primavera.

Generalizzare è sempre pericoloso, tuttavia è innegabile un elemento: il passaggio dalle giovanili alla prima squadra è, in due terzi dei casi, un salto nel vuoto. Come si potrebbe migliorare la situazione? Il rinnovamento del campionato Primavera (già in atto da questa stagione con una distribuzione più equa delle forze nei vari gironi, prologo di una riforma che darà al torneo una struttura molto più simile a quello dei “grandi”) è un ottimo presupposto e porterà dei risultati positivi, ma solo l’introduzione delle squadre B ci permetterà di fare un balzo in avanti significativo. Il modello tedesco sarebbe perfetto: i top team potrebbero iscrivere una seconda squadra dalla Lega Pro in giù con relative promozioni e retrocessioni (in Spagna ci si può spingere fino alla Segunda División, come ha fatto negli anni scorsi il Real Madrid Castilla) e darebbero modo ai giovani di crescere in un contesto più vicino a quelli da affrontare in futuro, con stadi più caldi dei desolanti campetti vuoti del torneo Primavera e un tasso tecnico globalmente superiore. A differenza del modello tedesco, sarebbe bene imporre un limite d’età (21, al massimo 23), concedendo la medesima possibilità di spostare in qualunque momento un giocatore dalla prima alla seconda squadra (e viceversa).

Questa mossa non risolverebbe tutti i problemi del nostro movimento, ma ridurrebbe il numero di elementi prima vincenti in Primavera e poi dispersi nel calcio che conta. Perché l’espressione di un talento è una questione di dettagli, e molti club (Juventus e Napoli su tutti) si sono già mostrati disponibili a muoversi in questo senso. Manca solo il sì definitivo di Carlo Tavecchio, e ci auguriamo possa farlo al più presto: non possiamo più permetterci di perdere per strada i nostri talenti.

Il futuro della Serie A è (anche) italiano: Il Cagliari di Giulini pronto per il nuovo Stadio

Il futuro della Serie A è (anche) italiano: Il Cagliari di Giulini pronto per il nuovo Stadio

 Chi è realmente ambizioso lo sa bene: i voli pindarici sono deleteri. L’ha capito fino in fondo Tommaso Giulini, protagonista di una cavalcata vincente che sta rivoluzionando il Cagliari. Dopo gli errori del primo anno di presidenza, culminati con una retrocessione dolorosa e per molti versi inevitabile, il patron dei sardi è tornato sui suoi passi, dando vita ad un progetto che ha tutte le potenzialità per regalare alla società un compleanno degno della sua storia. Nel 2020, infatti, cadrà il centesimo anniversario del Cagliari, e il new deal, avviato con il pronto ritorno in Serie A e portato avanti con l’ottimo undicesimo posto della stagione appena conclusa, potrebbe avvicinarsi realmente all’obiettivo indicato da Giulini nel momento in cui ha rilevato il club da Cellino: l’Europa.

Per farlo, c’è un riferimento dal quale non si può prescindere: il famigerato nuovo stadio, sognato vanamente per anni dalla vecchia proprietà. Il piano triennale prevede da qui a qualche mese la realizzazione di uno stadio provvisorio da 16.000 posti a pochi metri dal vecchio Sant’Elia (la Sardegna Arena) e, parallelamente, la costruzione dell’impianto polifunzionale che darà un volto moderno al progetto del Cagliari. La struttura avrà 21.000 posti (tutti al coperto) e servirà l’intera città da più punti di vista sette giorni su sette, permettendo la valorizzazione di un quartiere difficile e la crescita di un piano che intende consolidare i sardi tra i primi club d’Italia. L’inaugurazione, prevista per il 2020 (nella migliore delle ipotesi), darà i suoi frutti negli anni, come dimostra ampiamente l’esperienza trionfale della Juventus con il suo Stadium.

Fino ad allora sarà fondamentale tenere d’occhio il bilancio, sul quale graveranno gli ingenti investimenti necessari, seppure supportati da aziende private ed enti pubblici. La Sardegna Arena costerà infatti 8 milioni di euro circa, mentre i costi del nuovo stadio si aggireranno orientativamente sui 55. Tanti, tantissimi per una società come il Cagliari. Ma necessari, se non indispensabili. E allora come si può pensare di raggiungere l’Europa in tre anni? Imparando dagli errori commessi anche in questa stagione, senza mai cullarsi sugli allori di un buon risultato. Il rinnovamento costante è un diktat fondamentale, e l’ottimo lavoro portato avanti finora dal settore giovanile guidato da Mario Beretta è una base importante in questo senso. Da un lato abbiamo una rosa dall’età media piuttosto alta e, inevitabilmente, dalle motivazioni in calo, dall’altro una Primavera che punta forte sui campioni del futuro sardi (ne avevamo parlato in un articolo di qualche mese fa) e su un lavoro importante di scouting che verrà supportato abilmente da Giovanni Rossi, nuovo direttore sportivo del Cagliari.

Come ci insegna l’Atalanta dei miracoli, sarà necessaria una sintesi tra esperienza e gioventù, evitando investimenti folli su nomi altisonanti (una strategia che in questa stagione ci ha regalato più di un flop), potenzialmente poco stimolati dal progetto. E, più di tutto, si dovrà chiarire al più presto chi guiderà la squadra. Massimo Rastelli è un allenatore che ha raggiunto finora tutti gli obiettivi che la società gli aveva imposto (il ritorno in Serie A ed una salvezza tranquilla con un posizionamento a metà classifica), ma non mancano i dubbi. Il tecnico avellinese ha dimostrato grande capacità d’adattamento alle necessità di una categoria che non conosceva, a fronte tuttavia di un gioco mai del tutto convincente, una difesa colabrodo (la terzultima del campionato, a tratti addirittura la peggiore d’Europa) ed una sfilza lunghissima di figuracce. Il quesito, quindi, sorge spontaneo: Rastelli si è rivelato essere l’uomo giusto per avviare il nuovo progetto, ma si può dire altrettanto per la sua prosecuzione? Probabilmente no, e il rapporto difficile con la piazza è un altro elemento da tenere in considerazione, soprattutto in prospettiva.

La prossima stagione ci dirà tanto sul futuro del Cagliari, ma una cosa è certa: le idee sono chiare e ci sono tutte le potenzialità per costruire un progetto importante che non si limiti all’anonima permanenza nella massima serie. Passo dopo passo, senza voli pindarici. Mattone dopo mattone, come uno stadio ancora agli albori che diventerà la casa prediletta di tutti gli sportivi sardi. Basta crederci, ed essere concreti e determinati. Un po’ come fa Tommaso Giulini da tre anni a questa parte, e i tifosi del Cagliari da quasi cento.

L’arte delle Plusvalenze: quando vendere fa rima con vincere

L’arte delle Plusvalenze: quando vendere fa rima con vincere

 Con un quadro societario del genere, la salvezza tranquilla conquistata con svariate giornate d’anticipo è quasi un risultato positivo. L’ennesima stagione fantozziana dell’Inter post-triplete, culminata con l’esonero di Stefano Pioli, ha esposto con dovizia di dettagli tutto quello che un società calcistica non dovrebbe fare. L’ottavo posto attuale, lontano anni luce dalle ambizioni iniziali, è la naturale conseguenza della gestione sciagurata del gruppo Suning, tanto forte dal punto di vista finanziario quanto incomprensibile sul piano strategico. Dopo un anno travagliato non si è ancora capito chi decida e chi no, quante anime convivano faticosamente in seno alla società e per quale strano motivo l’Inter non sia capace di imparare dagli errori del passato. Gli ultimi sviluppi (l’esonero di Pioli e l’incompatibilità evidente di Sabatini e Ausilio) rientrano in una logica suicida perpetrata perennemente da più di vent’anni: se si contestualizza la storia recente dell’Inter, gli anni del triplete e degli scudetti post Calciopoli rappresentano poco più di un episodio.

L’Inter non ha avuto una mentalità vincente nella misura in cui non ha fatto sua la lezione più importante che ci ha lasciato il trionfo mourinhano del 2010. Quella squadra, infatti, nacque grazie ad un mercato intelligente che assecondò pienamente le esigenze del tecnico, facendo di una cessione pesantissima (Ibrahimovic, venduto al Barcellona per 70 milioni di euro) la migliore delle occasioni per costruire una squadra più forte. La Juventus, invece, totalmente allo sbando nell’anno del triplete interista, ha preso appunti, si è comportata da allieva modello e si ritrova oggi ad un passo dalla realizzazione del sogno europeo per la seconda volta negli ultimi tre anni, con due terzi di scudetto già in bacheca (sarebbe il sesto consecutivo) ed una finale di Coppa Italia da giocare. I segreti della Vecchia Signora sono molteplici (lo stadio di proprietà è solo la punta dell’iceberg), ma c’è un elemento che emerge con maggiore forza: la capacità di vendere bene per diventare più forte.

Quel che ha reso episodico l’exploit interista del 2010 non è stato tanto l’addio prevedibile di Mourinho, quanto l’incapacità di portare avanti il progetto sportivo con le dinamiche virtuose dell’anno precedente, a prescindere dalla guida tecnica. Confermare in blocco una squadra che aveva vinto tutto quello che poteva vincere si è rivelato essere un errore gravissimo. Il rinnovamento è un presupposto fondamentale sia per chi ha centrato un obiettivo che per chi ha fallito: se l’Inter, per esempio, avesse venduto almeno uno tra Milito, Maicon, Eto’o e Sneijder (richiestissimi sul mercato) e avesse migliorato la rosa grazie ai soldi delle cessioni, oggi racconteremmo probabilmente una storia diversa. La stessa che sta vivendo la Juventus, vicinissima al triplete soprattutto per merito di una politica societaria intelligente. Le plusvalenze rappresentano un’ arte imprescindibile per chi è ambizioso e non ha alle spalle i mezzi delle società più ricche: lo dimostrano le cessioni di Vidal al Bayern Monaco nell’estate 2015 (venduto a 37 milioni dopo esser stato acquistato a 12,5) e, un anno dopo, di Pogba (tornato al Manchester United con una plusvalenza monstre di 105 milioni di euro).

Il divario strategico tra Inter e Juventus è ancora più evidente se si considera il saldo della stagione in corso tra acquisti e cessioni. Secondo quanto riporta Transfermakt.com, i primi sono ottavi in campionato e fuori da tutto con un bilancio negativo di 130 milioni di euro, mentre la Juventus, dopo aver pareggiato i conti nel mercato estivo (nonostante abbia sborsato 90 milioni e rotti per il solo Higuain), sono sotto di 19 milioni (includendo anche gli acquisti di Caldara e Orsolini). La differenza è abissale e dimostra l’importanza strategica delle plusvalenze, testimoniato anche dal capolavoro dell’Atalanta quinta in campionato (già ora in attivo di 25 milioni, senza considerare il valore decuplicato della rosa) e di alcune realtà che hanno spiazzato tutti negli ultimi anni pur non avendo a disposizione delle risorse economiche all’altezza dei risultati raggiunti. Il Siviglia, guidato sapientemente per diciotto anni da Monchi, è il caso più eclattante: gli andalusi possono vantare cinque Europa League nelle ultime dodici stagioni, conquistate soprattutto grazie alla bellezza di 275 milioni di plusvalenze.

Una gestione societaria del genere è frutto di lungimiranza e totale chiarezza su ruoli e obiettivi. Insomma, tutto quello che manca all’Inter da troppi anni e che ha portato la Juventus dove si trova oggi. Ad un passo dal triplete, più forte e più ricca. Nello stesso campionato in cui i suoi rivali storici affondano sotto i colpi di un Iemmello qualunque.

 

 

 

 

Crotone, Empoli e Genoa: chi rimane in Serie A?

Crotone, Empoli e Genoa: chi rimane in Serie A?

Il mese d’aprile ci ha ridato una speranza che pensavamo d’aver perduto: la lotta per non retrocedere in Serie B ha ancora un senso. I tifosi di Genoa ed Empoli non saranno d’accordo, ma l’exploit primaverile del Crotone di Nicola, capace di raccogliere undici punti nelle ultime cinque partite (migliore in A a pari merito con la Juventus), ha riaperto i giochi e rimesso in discussione un verdetto che sembrava già emesso. Ora, però, è arrivato il momento di fare un po’ di conti e dare una risposta a questa domanda: chi è la favorita per conquistare l’agognata salvezza? Lasciamo da parte per il momento l’imponderabile (un elemento che potrebbe risultare decisivo nel rush finale), analizziamo la classifica della massima serie a quattro giornate dalla fine e il calendario delle squadre coinvolte nella gara ad eliminazione più deludente degli ultimi anni.

Partiamo da un presupposto che abbiamo rimarcato più volte: Crotone, Empoli e Genoa hanno dimostrato di non meritare la categoria, e la salvezza di due delle tre certificherà ancora una volta la necessità di una riforma seria della A ed il ritorno alle diciotto squadre. Ha fatto ancora meno il Palermo (oltre al Pescara, già retrocesso), al quale servirebbe molto più di un miracolo. Per salvarsi, infatti, dovrebbe recuperare i 10 punti che lo separano dalla quartultima, vincere le ultime quattro partite (dopo aver ottenuto lo stesso numero di successi nelle 34 giornate precedenti) e sperare che Empoli e Crotone non facciano più punti. Impensabile, o quasi. La vera lotta riguarda quindi le tre citate in precedenza. Ora come ora retrocederebbero i calabresi terzultimi con 25 punti, quattro in meno dei toscani (29) e cinque dei genovesi (30), rientrati clamorosamente in corsa dopo un girone di ritorno surreale. Un mese fa avremmo affermato senza patemi che il Crotone sarebbe retrocesso, ma le ultime cinque partite ci hanno detto tanto sulla qualità del gioco espresso dai pitagorici, culminata finalmente nella conquista di un buon numero di punti. Il Crotone ha migliorato esponenzialmente il rendimento in trasferta (grazie al pari con il Torino e i successi con Chievo e Sampdoria, i primi lontani dallo Scida), raccogliendo inoltre una vittoria e un pareggio contro Inter e Milan. L’Empoli di Martusciello ha a sua volta migliorato il proprio rendimento dopo il doppio successo incredibile contro Fiorentina e Milan (entrambe in trasferta) ed il pareggio casalingo con il Pescara. Il Genoa è invece in crisi nera e ha raccolto la miseria di un punto nelle ultime sette gare, segnando due gol a dispetto dei diciotto subiti.

Gli uomini di Juric rischiano seriamente di retrocedere, ma la prospettiva è ancora piuttosto lontana. Per loro, come per gli empolesi. Ce lo dice il calendario delle tre contendenti: tutte affronteranno due partite in casa e due in trasferta, e la proiezione – molto ardita – potrebbe regalare sei punti a testa, senza spostare gli equilibri fin qui creatisi. Il Genoa affronterà al Ferraris un’Inter in corsa per il preliminare di Europa League (anche se ci si domanda se sia realmente un obiettivo) ed una Roma che lotta per l’accesso diretto alla prossima Champions League: le sconfitte non sono assicurate, ma ampiamente pronosticabili. Diverso il discorso per quanto riguarda la sfida del 14 maggio con il Palermo (probabilmente sarà già retrocesso) e del 21 maggio con il Torino, galleggiante a metà classifica senza un obiettivo preciso. Il Genoa, inoltre, è in vantaggio negli scontri diretti sia nei confronti del Crotone che dell’Empoli, in svantaggio anche contro i pitagorici. Il Crotone, invece, sfiderà il Pescara all’Adriatico, e il rendimento dell’ultimo mese presuppone tre punti semplici, messi in discussione solo dalla solita scheggia impazzita Zeman. Affronterà poi l’Udinese allo Scida – la cui situazione ricorda da vicino quella del Torino – volerà allo Stadium per tentare un’impresa quasi impossibile contro la Juventus e chiuderà il 28 maggio con la Lazio. Lo svantaggio nelle ultime due partite è evidente, ma le variabili in gioco sono troppe per avventurarci in ulteriori considerazioni. Sulla carta, il calendario dell’Empoli è più agevole. I toscani sfideranno Bologna, Cagliari e Palermo (già salve o retrocesse, ma i sardi sono piuttosto affidabili tra le mura amiche e vorranno vendicare il 2-0 dell’andata) e incontreranno lo scoglio più difficile alla penultima giornata per colpa dell’Atalanta dei miracoli, lanciatissima verso l’Europa.

Le previsioni possono valere tutto o niente, e la dea Eupalla è pronta a smentirci. La lotta per non retrocedere sembra già scritta nonostante sia apertissima, ma la storia della Serie A ci insegna che le ultime giornate regalano più di una sorpresa, pronosticare il percorso affrontato dalle tre ad aprile sarebbe stato impossibile per chiunque e tutto può succedere. I sei punti previsti dalle statistiche potrebbero trasformarsi in dodici, oppure in zero. Non ci resta che attendere, tifare per chi preferiamo ed esultare a prescindere da come andrà: lo scherzo d’Aprile ci ha restituito una battaglia viva e potremo divertirci. Fin quando non penseremo alla miseria di punti con i quali si conquisterà il pass per partecipare alla prossima Serie A.

48 gol in 10 partite: ma la Serie A è ancora un campionato di calcio?

48 gol in 10 partite: ma la Serie A è ancora un campionato di calcio?

Non vedevamo certe cose da venticinque anni, e ci si domanda se se ne sentisse la mancanza. La trentatreesima giornata della Serie A, chiusa lunedì dal 4-1 con il quale la Roma ha mandato in B il derelitto Pescara di Zeman, ha segnato un record pazzesco. L’Italia, un tempo Paese di santi, poeti, navigatori e difese imperforabili, ha vissuto un weekend (in)dimenticabile grazie ad una mastodontica abbuffata di reti, 48 in 10 partite (4,8 di media). Tante, troppe. Al punto da eguagliare il primato assoluto di reti segnate in una singola giornata, ora condiviso con il quinto turno del campionato 92/93. L’unica differenza riguarda il numero di squadre impegnate (18 e non 20) e di conseguenza la media di reti a partita (5,33), tuttavia la sostanza non cambia: non stiamo parlando di un episodio, ma dell’ennesima conferma di un calcio che sta cambiando radicalmente. In peggio.

Ce lo dicono i numeri: la Serie A è ad oggi il terzo campionato in Europa per media gol a partita (2,95, superato solo dalla Super League svizzera e l’Eredivisie) e il primo tra i cinque principali: la Liga spagnola si ferma a 2,86, la Bundesliga a 2,82, la Premier a 2,81 e la Ligue 1 a 2,66. Cosa significa? La risposta non è semplice, ma se si analizza la giornata da record che abbiamo vissuto è possibile arrivare ad una conclusione: la mentalità delle ultime generazioni di allenatori emersi in questi anni è molto diversa dalle precedenti (senza scomodare il credo tattico zemaniano), e, soprattutto, il massimo campionato italiano è sempre più livellato verso il basso. Non a caso, l’unica squadra a non aver incassato reti è stata la Juventus, dominatrice (quasi) incontrastata del torneo e protagonista assoluta anche in Champions League soprattutto per merito di una difesa inespugnabile, capace di subire la miseria di 2 reti in 10 partite (0,2 di media) e non prenderne uno in 180 minuti contro il miglior attacco del mondo. Insomma: la miglior difesa sarà sempre la difesa (ne avevamo parlato a proposito del girone d’andata anomalo del Cagliari), e la storia tutta italiana dei trionfi in Europa e nel mondo di club e nazionali lo dimostrano da sempre con risultati invidiabili.

Non tutti, però, hanno la mentalità pragmatica della Juventus. Almeno in Italia, quasi nessuno. La giornata da record (caratterizzata peraltro da tre rigori sbagliati) l’ha dimostrato con la forza di un uragano mortifero, evidenziando i limiti tecnici di tante, troppe squadre. Siamo passati dal fantozziano 5-4 tra Fiorentina e Inter, assurdo nel rimettere in discussione il confine sottile che separa il calcio dal tennis (è mancato solo il gol del tie-break di Handanovic), al 6-2 di Lazio-Palermo che l’ha annullato definitivamente. Abbiamo assistito inermi agli errori elementari del Milan, riuscito nel miracolo di subire due reti in casa dal peggior attacco d’Europa (l’Empoli, 22 gol in 33 partite), e al dominio assoluto di Juventus e Roma su due squadre che galleggiano in A per meriti non propri (il Genoa) o sono affondati nella serie cadetta dopo aver vinto una sola partita sul campo in tutto il campionato (il Pescara). Le ultime giornate di un campionato sono sempre caratterizzate da una pioggia di reti da calcio balneare, ma stavolta si è esagerato.

Fermiamoci qui, non infieriamo oltre e facciamoci una domanda: le squadre di A sono più offensive di un tempo e di conseguenza maggiormente ingestibili dalle retroguardie avversarie? Oppure non abbiamo più delle organizzazioni difensive all’altezza della nostra tradizione calcistica? La verità sta nel mezzo. Come si diceva in precedenza, le ultime generazioni di allenatori stanno mostrando una tendenza crescente alla ricerca di un calcio più propositivo (includiamo anche il cinquantottenne Sarri, approdato da pochi anni nel calcio che conta), i difensori sono sempre più bravi nel rubare il lavoro agli attaccanti (Bonucci, Caldara) e sempre meno nel fare il proprio (si pensi alla marcatura morbida con la quale Bruno Alves ha permesso a Perica di mettere a segno l’1-0 di Udinese-Cagliari). A questo si aggiunge fatalmente il dislivello enorme che separa i club migliori dagli altri, il calo di motivazioni da parte di molte squadre (cosa c’era in gioco in Chievo-Torino?) e il già citato livellamento verso il basso.

Si pensa genericamente a fare un gol in più, invece di prenderne uno in meno. E agli appassionati di calcio cosa rimane? Un campionato più divertente che ha già portato sei attaccanti oltre le venti segnature, ma più brutto. Uno show da prima serata, al posto di uno sport. La ricerca dello spettacolo ad ogni costo non assicura lo spettacolo, se non argomentato da spunti tattici sufficientemente efficaci ed equilibrati. Finiremo con l’annoiarci, nel vedere una squadra più forte massacrare una vittima sacrificale. E sonnecchiare senza rischiare di essere svegliati dalle urla dei tifosi che hanno abbandonato gli stadi. Il calcio italiano sta cambiando, e lo sta facendo in peggio. Avremmo preferito dimenticare le 48 reti in una giornata tra le pagine ingiallite degli annali di venticinque anni fa. Ed evitato volentieri di comprare un pallottoliere per arrivare pronti al prossimo weekend.