L’arte delle Plusvalenze: quando vendere fa rima con vincere

L’arte delle Plusvalenze: quando vendere fa rima con vincere

 Con un quadro societario del genere, la salvezza tranquilla conquistata con svariate giornate d’anticipo è quasi un risultato positivo. L’ennesima stagione fantozziana dell’Inter post-triplete, culminata con l’esonero di Stefano Pioli, ha esposto con dovizia di dettagli tutto quello che un società calcistica non dovrebbe fare. L’ottavo posto attuale, lontano anni luce dalle ambizioni iniziali, è la naturale conseguenza della gestione sciagurata del gruppo Suning, tanto forte dal punto di vista finanziario quanto incomprensibile sul piano strategico. Dopo un anno travagliato non si è ancora capito chi decida e chi no, quante anime convivano faticosamente in seno alla società e per quale strano motivo l’Inter non sia capace di imparare dagli errori del passato. Gli ultimi sviluppi (l’esonero di Pioli e l’incompatibilità evidente di Sabatini e Ausilio) rientrano in una logica suicida perpetrata perennemente da più di vent’anni: se si contestualizza la storia recente dell’Inter, gli anni del triplete e degli scudetti post Calciopoli rappresentano poco più di un episodio.

L’Inter non ha avuto una mentalità vincente nella misura in cui non ha fatto sua la lezione più importante che ci ha lasciato il trionfo mourinhano del 2010. Quella squadra, infatti, nacque grazie ad un mercato intelligente che assecondò pienamente le esigenze del tecnico, facendo di una cessione pesantissima (Ibrahimovic, venduto al Barcellona per 70 milioni di euro) la migliore delle occasioni per costruire una squadra più forte. La Juventus, invece, totalmente allo sbando nell’anno del triplete interista, ha preso appunti, si è comportata da allieva modello e si ritrova oggi ad un passo dalla realizzazione del sogno europeo per la seconda volta negli ultimi tre anni, con due terzi di scudetto già in bacheca (sarebbe il sesto consecutivo) ed una finale di Coppa Italia da giocare. I segreti della Vecchia Signora sono molteplici (lo stadio di proprietà è solo la punta dell’iceberg), ma c’è un elemento che emerge con maggiore forza: la capacità di vendere bene per diventare più forte.

Quel che ha reso episodico l’exploit interista del 2010 non è stato tanto l’addio prevedibile di Mourinho, quanto l’incapacità di portare avanti il progetto sportivo con le dinamiche virtuose dell’anno precedente, a prescindere dalla guida tecnica. Confermare in blocco una squadra che aveva vinto tutto quello che poteva vincere si è rivelato essere un errore gravissimo. Il rinnovamento è un presupposto fondamentale sia per chi ha centrato un obiettivo che per chi ha fallito: se l’Inter, per esempio, avesse venduto almeno uno tra Milito, Maicon, Eto’o e Sneijder (richiestissimi sul mercato) e avesse migliorato la rosa grazie ai soldi delle cessioni, oggi racconteremmo probabilmente una storia diversa. La stessa che sta vivendo la Juventus, vicinissima al triplete soprattutto per merito di una politica societaria intelligente. Le plusvalenze rappresentano un’ arte imprescindibile per chi è ambizioso e non ha alle spalle i mezzi delle società più ricche: lo dimostrano le cessioni di Vidal al Bayern Monaco nell’estate 2015 (venduto a 37 milioni dopo esser stato acquistato a 12,5) e, un anno dopo, di Pogba (tornato al Manchester United con una plusvalenza monstre di 105 milioni di euro).

Il divario strategico tra Inter e Juventus è ancora più evidente se si considera il saldo della stagione in corso tra acquisti e cessioni. Secondo quanto riporta Transfermakt.com, i primi sono ottavi in campionato e fuori da tutto con un bilancio negativo di 130 milioni di euro, mentre la Juventus, dopo aver pareggiato i conti nel mercato estivo (nonostante abbia sborsato 90 milioni e rotti per il solo Higuain), sono sotto di 19 milioni (includendo anche gli acquisti di Caldara e Orsolini). La differenza è abissale e dimostra l’importanza strategica delle plusvalenze, testimoniato anche dal capolavoro dell’Atalanta quinta in campionato (già ora in attivo di 25 milioni, senza considerare il valore decuplicato della rosa) e di alcune realtà che hanno spiazzato tutti negli ultimi anni pur non avendo a disposizione delle risorse economiche all’altezza dei risultati raggiunti. Il Siviglia, guidato sapientemente per diciotto anni da Monchi, è il caso più eclattante: gli andalusi possono vantare cinque Europa League nelle ultime dodici stagioni, conquistate soprattutto grazie alla bellezza di 275 milioni di plusvalenze.

Una gestione societaria del genere è frutto di lungimiranza e totale chiarezza su ruoli e obiettivi. Insomma, tutto quello che manca all’Inter da troppi anni e che ha portato la Juventus dove si trova oggi. Ad un passo dal triplete, più forte e più ricca. Nello stesso campionato in cui i suoi rivali storici affondano sotto i colpi di un Iemmello qualunque.

 

 

 

 

Crotone, Empoli e Genoa: chi rimane in Serie A?

Crotone, Empoli e Genoa: chi rimane in Serie A?

Il mese d’aprile ci ha ridato una speranza che pensavamo d’aver perduto: la lotta per non retrocedere in Serie B ha ancora un senso. I tifosi di Genoa ed Empoli non saranno d’accordo, ma l’exploit primaverile del Crotone di Nicola, capace di raccogliere undici punti nelle ultime cinque partite (migliore in A a pari merito con la Juventus), ha riaperto i giochi e rimesso in discussione un verdetto che sembrava già emesso. Ora, però, è arrivato il momento di fare un po’ di conti e dare una risposta a questa domanda: chi è la favorita per conquistare l’agognata salvezza? Lasciamo da parte per il momento l’imponderabile (un elemento che potrebbe risultare decisivo nel rush finale), analizziamo la classifica della massima serie a quattro giornate dalla fine e il calendario delle squadre coinvolte nella gara ad eliminazione più deludente degli ultimi anni.

Partiamo da un presupposto che abbiamo rimarcato più volte: Crotone, Empoli e Genoa hanno dimostrato di non meritare la categoria, e la salvezza di due delle tre certificherà ancora una volta la necessità di una riforma seria della A ed il ritorno alle diciotto squadre. Ha fatto ancora meno il Palermo (oltre al Pescara, già retrocesso), al quale servirebbe molto più di un miracolo. Per salvarsi, infatti, dovrebbe recuperare i 10 punti che lo separano dalla quartultima, vincere le ultime quattro partite (dopo aver ottenuto lo stesso numero di successi nelle 34 giornate precedenti) e sperare che Empoli e Crotone non facciano più punti. Impensabile, o quasi. La vera lotta riguarda quindi le tre citate in precedenza. Ora come ora retrocederebbero i calabresi terzultimi con 25 punti, quattro in meno dei toscani (29) e cinque dei genovesi (30), rientrati clamorosamente in corsa dopo un girone di ritorno surreale. Un mese fa avremmo affermato senza patemi che il Crotone sarebbe retrocesso, ma le ultime cinque partite ci hanno detto tanto sulla qualità del gioco espresso dai pitagorici, culminata finalmente nella conquista di un buon numero di punti. Il Crotone ha migliorato esponenzialmente il rendimento in trasferta (grazie al pari con il Torino e i successi con Chievo e Sampdoria, i primi lontani dallo Scida), raccogliendo inoltre una vittoria e un pareggio contro Inter e Milan. L’Empoli di Martusciello ha a sua volta migliorato il proprio rendimento dopo il doppio successo incredibile contro Fiorentina e Milan (entrambe in trasferta) ed il pareggio casalingo con il Pescara. Il Genoa è invece in crisi nera e ha raccolto la miseria di un punto nelle ultime sette gare, segnando due gol a dispetto dei diciotto subiti.

Gli uomini di Juric rischiano seriamente di retrocedere, ma la prospettiva è ancora piuttosto lontana. Per loro, come per gli empolesi. Ce lo dice il calendario delle tre contendenti: tutte affronteranno due partite in casa e due in trasferta, e la proiezione – molto ardita – potrebbe regalare sei punti a testa, senza spostare gli equilibri fin qui creatisi. Il Genoa affronterà al Ferraris un’Inter in corsa per il preliminare di Europa League (anche se ci si domanda se sia realmente un obiettivo) ed una Roma che lotta per l’accesso diretto alla prossima Champions League: le sconfitte non sono assicurate, ma ampiamente pronosticabili. Diverso il discorso per quanto riguarda la sfida del 14 maggio con il Palermo (probabilmente sarà già retrocesso) e del 21 maggio con il Torino, galleggiante a metà classifica senza un obiettivo preciso. Il Genoa, inoltre, è in vantaggio negli scontri diretti sia nei confronti del Crotone che dell’Empoli, in svantaggio anche contro i pitagorici. Il Crotone, invece, sfiderà il Pescara all’Adriatico, e il rendimento dell’ultimo mese presuppone tre punti semplici, messi in discussione solo dalla solita scheggia impazzita Zeman. Affronterà poi l’Udinese allo Scida – la cui situazione ricorda da vicino quella del Torino – volerà allo Stadium per tentare un’impresa quasi impossibile contro la Juventus e chiuderà il 28 maggio con la Lazio. Lo svantaggio nelle ultime due partite è evidente, ma le variabili in gioco sono troppe per avventurarci in ulteriori considerazioni. Sulla carta, il calendario dell’Empoli è più agevole. I toscani sfideranno Bologna, Cagliari e Palermo (già salve o retrocesse, ma i sardi sono piuttosto affidabili tra le mura amiche e vorranno vendicare il 2-0 dell’andata) e incontreranno lo scoglio più difficile alla penultima giornata per colpa dell’Atalanta dei miracoli, lanciatissima verso l’Europa.

Le previsioni possono valere tutto o niente, e la dea Eupalla è pronta a smentirci. La lotta per non retrocedere sembra già scritta nonostante sia apertissima, ma la storia della Serie A ci insegna che le ultime giornate regalano più di una sorpresa, pronosticare il percorso affrontato dalle tre ad aprile sarebbe stato impossibile per chiunque e tutto può succedere. I sei punti previsti dalle statistiche potrebbero trasformarsi in dodici, oppure in zero. Non ci resta che attendere, tifare per chi preferiamo ed esultare a prescindere da come andrà: lo scherzo d’Aprile ci ha restituito una battaglia viva e potremo divertirci. Fin quando non penseremo alla miseria di punti con i quali si conquisterà il pass per partecipare alla prossima Serie A.

48 gol in 10 partite: ma la Serie A è ancora un campionato di calcio?

48 gol in 10 partite: ma la Serie A è ancora un campionato di calcio?

Non vedevamo certe cose da venticinque anni, e ci si domanda se se ne sentisse la mancanza. La trentatreesima giornata della Serie A, chiusa lunedì dal 4-1 con il quale la Roma ha mandato in B il derelitto Pescara di Zeman, ha segnato un record pazzesco. L’Italia, un tempo Paese di santi, poeti, navigatori e difese imperforabili, ha vissuto un weekend (in)dimenticabile grazie ad una mastodontica abbuffata di reti, 48 in 10 partite (4,8 di media). Tante, troppe. Al punto da eguagliare il primato assoluto di reti segnate in una singola giornata, ora condiviso con il quinto turno del campionato 92/93. L’unica differenza riguarda il numero di squadre impegnate (18 e non 20) e di conseguenza la media di reti a partita (5,33), tuttavia la sostanza non cambia: non stiamo parlando di un episodio, ma dell’ennesima conferma di un calcio che sta cambiando radicalmente. In peggio.

Ce lo dicono i numeri: la Serie A è ad oggi il terzo campionato in Europa per media gol a partita (2,95, superato solo dalla Super League svizzera e l’Eredivisie) e il primo tra i cinque principali: la Liga spagnola si ferma a 2,86, la Bundesliga a 2,82, la Premier a 2,81 e la Ligue 1 a 2,66. Cosa significa? La risposta non è semplice, ma se si analizza la giornata da record che abbiamo vissuto è possibile arrivare ad una conclusione: la mentalità delle ultime generazioni di allenatori emersi in questi anni è molto diversa dalle precedenti (senza scomodare il credo tattico zemaniano), e, soprattutto, il massimo campionato italiano è sempre più livellato verso il basso. Non a caso, l’unica squadra a non aver incassato reti è stata la Juventus, dominatrice (quasi) incontrastata del torneo e protagonista assoluta anche in Champions League soprattutto per merito di una difesa inespugnabile, capace di subire la miseria di 2 reti in 10 partite (0,2 di media) e non prenderne uno in 180 minuti contro il miglior attacco del mondo. Insomma: la miglior difesa sarà sempre la difesa (ne avevamo parlato a proposito del girone d’andata anomalo del Cagliari), e la storia tutta italiana dei trionfi in Europa e nel mondo di club e nazionali lo dimostrano da sempre con risultati invidiabili.

Non tutti, però, hanno la mentalità pragmatica della Juventus. Almeno in Italia, quasi nessuno. La giornata da record (caratterizzata peraltro da tre rigori sbagliati) l’ha dimostrato con la forza di un uragano mortifero, evidenziando i limiti tecnici di tante, troppe squadre. Siamo passati dal fantozziano 5-4 tra Fiorentina e Inter, assurdo nel rimettere in discussione il confine sottile che separa il calcio dal tennis (è mancato solo il gol del tie-break di Handanovic), al 6-2 di Lazio-Palermo che l’ha annullato definitivamente. Abbiamo assistito inermi agli errori elementari del Milan, riuscito nel miracolo di subire due reti in casa dal peggior attacco d’Europa (l’Empoli, 22 gol in 33 partite), e al dominio assoluto di Juventus e Roma su due squadre che galleggiano in A per meriti non propri (il Genoa) o sono affondati nella serie cadetta dopo aver vinto una sola partita sul campo in tutto il campionato (il Pescara). Le ultime giornate di un campionato sono sempre caratterizzate da una pioggia di reti da calcio balneare, ma stavolta si è esagerato.

Fermiamoci qui, non infieriamo oltre e facciamoci una domanda: le squadre di A sono più offensive di un tempo e di conseguenza maggiormente ingestibili dalle retroguardie avversarie? Oppure non abbiamo più delle organizzazioni difensive all’altezza della nostra tradizione calcistica? La verità sta nel mezzo. Come si diceva in precedenza, le ultime generazioni di allenatori stanno mostrando una tendenza crescente alla ricerca di un calcio più propositivo (includiamo anche il cinquantottenne Sarri, approdato da pochi anni nel calcio che conta), i difensori sono sempre più bravi nel rubare il lavoro agli attaccanti (Bonucci, Caldara) e sempre meno nel fare il proprio (si pensi alla marcatura morbida con la quale Bruno Alves ha permesso a Perica di mettere a segno l’1-0 di Udinese-Cagliari). A questo si aggiunge fatalmente il dislivello enorme che separa i club migliori dagli altri, il calo di motivazioni da parte di molte squadre (cosa c’era in gioco in Chievo-Torino?) e il già citato livellamento verso il basso.

Si pensa genericamente a fare un gol in più, invece di prenderne uno in meno. E agli appassionati di calcio cosa rimane? Un campionato più divertente che ha già portato sei attaccanti oltre le venti segnature, ma più brutto. Uno show da prima serata, al posto di uno sport. La ricerca dello spettacolo ad ogni costo non assicura lo spettacolo, se non argomentato da spunti tattici sufficientemente efficaci ed equilibrati. Finiremo con l’annoiarci, nel vedere una squadra più forte massacrare una vittima sacrificale. E sonnecchiare senza rischiare di essere svegliati dalle urla dei tifosi che hanno abbandonato gli stadi. Il calcio italiano sta cambiando, e lo sta facendo in peggio. Avremmo preferito dimenticare le 48 reti in una giornata tra le pagine ingiallite degli annali di venticinque anni fa. Ed evitato volentieri di comprare un pallottoliere per arrivare pronti al prossimo weekend.

Peter Sagan ha vinto la sua Milano-Sanremo. Arrivando secondo

Peter Sagan ha vinto la sua Milano-Sanremo. Arrivando secondo

Siamo all’ultimo chilometro di una Milano-Sanremo spettacolare. Peter Sagan, campione del mondo in carica, sta portando a termine una fuga da lui stesso avviata con uno scatto sul Poggio e proseguita poi con una discesa affrontata al limite della follia. Purtroppo, non è solo. Il polacco Kwiatkowski e il francese Alaphilippe, infatti, sono riusciti a tenere le sue ruote e lo seguono sornioni, senza dare un cambio. In quel momento, come in buona parte dei cinque chilometri precedenti. Il gruppo, intanto, incalza i fuggitivi e rinviene a velocità doppia, nella speranza vana di ricucire lo strappo. Non ci riusciranno, ma il pericolo incombe. Sagan, invece di voltarsi, continua dritto e si avventura in una lunga volata. Lunghissima, persino per uno come lui. Il polacco, seppure nettamente inferiore allo slovacco negli sprint, approfitta della stanchezza dell’avversario e lo salta negli ultimi metri, quasi al fotofinish, portandogli via una vittoria nella Classicissima di primavera che Iron Peter sogna da anni. Vince Kwiatkowski, al traguardo. Trionfa Sagan, arrivando secondo. Perché? Lo capiamo pochi secondi dopo.

Un ciclista normale sarebbe deluso e nervoso, incapace di accettare la sconfitta di misura in una delle corse più importanti del mondo. Sagan, no. Lui si congratula con il rivale ancor prima di scendere dalla bici e, soprattutto, rilascia un’intervista a caldo dai toni sorprendenti. Questa la sua dichiarazione più importante: “I risultati contano poco, l’importante è dare spettacolo per la gente. Altrimenti perché sono venuti a vedere la corsa?”. Qualcuno potrebbe pensare che l’affermazione non sia sincera e celi un comprensibile moto d’orgoglio attraverso la sterile retorica, ma la verità è dimostrata dai fatti. Il ricchissimo palmarès del giovane slovacco (ha compiuto 27 anni lo scorso 26 gennaio) mette in evidenza una classe fuori dal comune, facendo emergere solo in parte lo spessore del personaggio. L’elenco è lunghissimo: due Mondiali in linea (2015 e 2016), cinque maglie verdi al Tour de France ( dal 2012 al 2016, con 7 tappe conquistate), un Giro delle Fiandre (2016), una Gent-Wevelgem (sempre nel 2016) e 92 corse vinte. Novantadue, in otto anni da professionista. Eppure avrebbero potuto essere molte di più. Perché? Il motivo è semplice: Sagan non si risparmia mai, e certe volte esagera. Lo fa per indole, e per regalare spettacolo ai tanti appassionati.

Da quando c’è lui in gruppo, è diventato difficile fare delle previsioni sugli sviluppi tattici di molte corse. Si pensi ancora alla Milano-Sanremo di sabato scorso: Sagan era uno dei grandi favoriti e tutti si aspettavano un normalissimo arrivo in volata. Nessuno (o quasi) aveva previsto un suo attacco sul Poggio. Quell’offensiva si è rivelata un azzardo, seppure (in parte) necessario: arrivare col gruppo compatto avrebbe ridotto sensibilmente le sue possibilità di vincere, ma il grande dispendio di energie negli ultimi chilometri l’ha privato della lucidità necessaria per gestire al meglio lo sprint. Oltretutto, gli scaltri Kwiatkowski e Alaphilippe sapevano bene che non si sarebbe risparmiato, erano consci del fatto che in condizioni normali sarebbero stati sconfitti e gli hanno sobbarcato l’onere di condurre in toto l’offensiva. Se Sagan non fosse  stato Sagan, il polacco e il francese avrebbero collaborato attivamente e il più veloce avrebbe poi vinto. Ma se Sagan non fosse stato Sagan, la corsa si sarebbe conclusa in volata, Kwiatkowski non avrebbe tagliato il traguardo per primo e lo slovacco si sarebbe giocato le sue carte (tante) con il gruppo compatto. Insomma, stiamo parlando di un gatto che si morde la coda: Sagan, spesso, non vince perché è il più forte. E lo è anche perché è una meravigliosa scheggia impazzita, capace di trionfi clamorosi e cocenti sconfitte. Risultato finale? Lui, al traguardo, aveva un sorriso equiparabile a quello del vincitore, e questa è e sarà per tutti la Sanremo di Sagan (la seconda, dopo la piazza d’onore del 2013 dalla storia simile). Quasi avesse perso un criterium qualunque, non una delle corse più importanti del mondo.

Il rapporto tra un gruppo di appassionati ed un ciclista crea il legame speciale che rende straordinario questo sport. Spiegare il motivo è difficile, ma una cosa è certa: Sagan è, per distacco, l’atleta in attività che meglio rappresenta questo vincolo emotivo implicito. Il campione del mondo rinnova il patto ogni volta che sale in bici, e riempie di significati la retorica. Il ciclismo è romanticismo nella sua essenza più pura, e solo per questo si può credere alle parole di un ragazzo che vive ogni giorno per essere il numero uno in tutto e per tutto. A prescindere dalle vittorie che raccoglierà nei prossimi anni e i secondi posti che accoglierà con un sorriso, Sagan sarà sempre il più grande. Perché i risultati contano ma fino ad un certo punto, e si possono ottenere (talvolta) anche grazie ad uno sviluppo più o meno fortuito. Lo spettacolo no. È un patrimonio universale che rende speciale il ciclismo, e viene offerto solo da chi è capace di stravolgere ogni schema e piano tattico. Come fa Sagan da quando è nato, trasformando l’ennesimo secondo posto nella più bella delle vittorie. Succederà ancora, siamo certi anche di questo: lui è fatto così, e noi siamo fortunati nel poter vivere la sua epoca. Un’epoca folle, disegnabile solo da un grandissimo campione.

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

Pioli e i suoi fratelli: la strana storia dei “traghettatori” di successo

In un’epoca nella quale impera il precariato in qualunque accezione possibile, gli allenatori del mondo del calcio non fanno eccezione. Ovviamente la loro posizione è invidiabile rispetto a quella di una miriade di altri lavoratori, ma non mancano le difficoltà. Soprattutto quando si porta avanti un progetto sportivo in Italia. Gli allenatori finiscono facilmente nel mirino della critica (spesso a prescindere dai risultati ottenuti), e sono secondi solo agli arbitri. È la dura legge del precariato, prendere o lasciare. Se poi si parla dell’Inter, una delle squadre più pazze del mondo, tutto si amplifica. Capita allora che un tecnico capace di riportare sulla retta via un gruppo totalmente allo sbando, venga messo continuamente in discussione. E le sirene di mercato trasformino l’allenatore giusto al momento giusto in un potenziale traghettatore.

Il solo pensiero di valutare un passaggio del testimone a fine stagione è un’eresia. Il cambio di marcia seguito all’esperimento fallimentare con De Boer è sotto gli occhi di tutti, e l’Inter non dovrebbe far altro che garantire massima fiducia nei confronti di Stefano Pioli, capace di trasformare una stagione iniziata tragicomicamente in una svolta tecnica che i tifosi attendevano dai tempi del triplete mourinhano. La dirigenza nerazzurra lo sta facendo, ma i rumors continuano a rincorrersi e ogni giorno è un’occasione per associare un nuovo nome ad una delle panchine più difficili d’Italia. Lo scorso 9 novembre avevamo parlato diffusamente del tecnico parmense, e avevamo sottolineato un aspetto fondamentale: Pioli è un normalizzatore di successo, non un traghettatore. Il contratto che lo lega all’Inter lo dimostra (scadrà il 30 giugno del 2018), eppure la stampa nazionale non è convinta. Nonostante tutto, non si è ancora scrollato di dosso l’etichetta ingenerosa che si porta dietro da quando è arrivato ad Appiano Gentile. I nerazzurri, intanto, sono ancora in lotta per conquistare un posto in Champions League (lo scontro diretto col Napoli del prossimo 30 aprile dirà molto in questo senso), e Pioli ha dalla sua dei numeri da capogiro. Se si considera solo il campionato, l’ex tecnico di Lazio e Bologna ha conquistato 37 punti in 16 partite (2,31 di media) grazie a 12 vittorie, un pareggio e 3 sconfitte (contro Napoli, Juventus e Roma). 37 i gol fatti (2,31 a partita), 15 i subiti (0,93). Il confronto con De Boer è impietoso: l’allenatore olandese, infatti, aveva lasciato l’Inter dopo aver raccolto la miseria di 14 punti in 11 gare (1,27 di media), frutto di 4 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte. I nerazzurri segnavano meno (1,18 reti a partita) e incassavano di più (1,27). Fare di più sarebbe stato quasi impossibile, e allora sorgono spontanee diverse domande: perché si continua a metterlo in discussione? Ha ancora senso definirlo un traghettatore? L’ha mai avuto?

Stefano Pioli può consolarsi: non è solo. La storia del calcio, infatti, è piena di traghettatori (o presunti tali) di successo. Qualcuno ha salvato una o più squadre sull’orlo del baratro (Ballardini con Cagliari e Palermo, Ranieri col Parma di Giuseppe Rossi, Reja con l’Atalanta), mentre qualcun altro si è reso protagonista di rimonte incredibili che sono valse un quarto posto (Uliveri a Parma nel 2001), uno scudetto (Invernizzi con l’Inter nella stagione 1970/71, Tǿrum col Rosenborg nel 2006) o addirittura un Mondiale (Zagallo “traghettò” il Brasile verso il titolo del 1970 dopo l’addio di Saldanha). Il Chelsea meriterebbe invece un capitolo a parte. I londinesi, infatti, hanno vinto in pochi anni una Champions con Di Matteo (sfiorandone un’altra sotto la guida di Grant), un’Europa League (Benitez) e una FA Cup (Hiddink) grazie a quattro tecnici accomunati da un dettaglio sorprendente: l’essere dei semplici traghettatori. Se si parla di Champions League, la lista si allarga ulteriormente. Oltre al già citato Di Matteo, ne sanno qualcosa il Real Madrid (Del Bosque nel 1999/00, Munoz nel 1959/60), il Bayern Monaco (Cramer, 1974/75), l’Olympique Marsiglia (Goethals, 1992/93) e l’Aston Villa (Barton, 1981/82). C’è infine chi ha approfittato del rifiuto di un altro tecnico (Simone Inzaghi siede ora sulla panchina della Lazio grazie al clamoroso dietrofront estivo di Bielsa), e chi ha scatenato le ire di mezza dirigenza per scarsa fiducia nei suoi confronti. Bruno Pesaola, infatti, sostituì Cervellati alla guida del Bologna nel 1977, salvandolo all’ultima giornata. Fortemente voluto dal presidente, provocò le dimissioni di quattro dirigenti emiliani, tra cui il giornalista Enzo Biagi. Rimase poi per due anni.

Potremmo andare avanti per ore, scrivere dei saggi sull’argomento e arrivare sempre alla stessa conclusione: se si escludono gli allenatori chiamati a guidare una squadra per un paio di partite (Stefano Vecchi, predecessore di Pioli sulla panchina dell’Inter), è la storia a definire un traghettatore come tale, non una condizione di base. Questo prescinde dalla durata di un progetto sportivo (in certi casi basta mezza stagione, o meno) e di un contratto: sono i risultati sportivi a parlare, e Pioli ha dimostrato per l’ennesima volta che la precarietà, spesso male incurabile del nostro calcio, si possa trasformare talvolta in una ventata produttiva di motivazioni. Sostituirlo a fine stagione con un nome altisonante (Simeone o Conte), rischierebbe di vanificare l’ottimo lavoro portato avanti finora e ci sarà tempo e modo per parlarne meglio, ma una cosa è certa: Pioli ha confermato l’inconsistenza di alcune definizioni frettolose. Le stesse che hanno bruciato le esperienze lavorative di alcuni allenatori, e hanno trascinato altri verso uno scudetto, una Champions League o un Mondiale. Alla faccia della critica.