Cagliari: è sempre giusto dare retta alla piazza e allo spogliatoio?

Cagliari: è sempre giusto dare retta alla piazza e allo spogliatoio?

“Roma non si governa. Al massimo la si amministra”. La citazione, tratta da Suburra, serie tv rilasciata poche settimane fa da Netflix, fa emergere come meglio non avrebbe potuto l’impossibilità sostanziale di rivoluzionare una città storicamente in mano a “patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti”, nella quale tutto cambia per non cambiare nulla da 2000 anni. Questa non è la sede ideale per parlarne e l’articolo non ha niente a che vedere con Mafia Capitale e, in generale, con vicende legate al malaffare, ma se si pensa alla situazione delirante creatasi in Sardegna nelle ultime ore, quella frase, inserita in un contesto calcistico, sembra essere funzionale. Si può governare il Cagliari Calcio? Oppure ci si deve limitare all’ordinaria amministrazione? Le risposte dovrebbero essere ovvie, ma non lo sono. E il ritorno di Diego Lopez sulla panchina dei sardi, vacante dopo l’esonero di Massimo Rastelli, potrebbe averlo dimostrato per l’ennesima volta.

Partiamo da un presupposto: una società calcistica, qualunque essa sia, non è un’azienda come tutte le altre. È una proprietà privata, ma anche un bene pubblico. Più la seconda della prima, se fossimo romantici. Tuttavia non possiamo esserlo fino in fondo, e la prima, a prescindere dai mille volti che uno sport così influente ha per un popolo, è preponderante. Il Cagliari è di Tommaso Giulini, non solo di Cagliari (e della Sardegna). Il suo proprietario deve essere libero di guidarlo come ritiene più opportuno, senza dover scendere a patti continuamente con uno spogliatoio formato da suoi dipendenti, parte della stampa e della piazza. Un buon governo è frutto di compromessi col contesto da amministrare (ribadiamolo: una squadra di calcio è anche la proprietà intellettuale di un popolo), ma la condiscendenza è un limite da non superare affinché si preservi un bene di tutti, privato e pubblico. E in questo caso la priorità è la permanenza del Cagliari in Serie A.

Diego Lopez, quinto calciatore con più presenze nella storia del club sardo e monumento vivente dei rossoblu, è stato esonerato per tre volte su tre da quando fa l’allenatore (una delle quali dal Cagliari stesso): è l’uomo giusto per centrare l’obiettivo? Il suo curriculum dice di no e l’ampia lista di tecnici liberi più o meno validi lascia intendere che non potesse (e non dovesse) essere l’unica opzione a disposizione, specie in un momento così difficile. Allora perché è stato scelto lui? E da chi? Ci auguriamo sia una decisione presa in tutto e per tutto da Giulini, solo al comando dopo l’addio (non senza coni d’ombra) dell’ex direttore sportivo Capozucca. E speriamo ne sia convinto pienamente. Quel che è certa è la natura di una selezione che ha tenuto in considerazione tanti, troppi aspetti. Dagli equilibri instabili di uno spogliatoio di senatori e matricole, tenuto in piedi faticosamente negli ultimi due anni da Rastelli ed esploso a più riprese (un filo sottile sembra unire il caso Storari all’improvviso trasferimento estivo di Borriello), alle esigenze della piazza e di alcune frange della tifoseria che non hanno mai dimenticato l’idolo uruguaiano.

Lopez piace, piace a tanti. Inclusa parte della stampa (locale e non) che non perderà occasione per incensare i valori umani dell’uomo (indiscutibili) e perdersi nella memoria del calciatore che fu, al punto da non considerare il dettaglio decisivo: gli scarpini sono appesi al chiodo da tempo, lui allenerà il Cagliari. E dovrà salvarlo da una nuova retrocessione che avrebbe delle conseguenze devastanti. Come ha dato la sensazione di non poter fare l’ormai ex Rastelli, incapace di raccogliere un solo punto in casa contro le modeste Sassuolo, Chievo e Genoa.

Il Cagliari, seppur sopravvalutato dai più in sede di mercato, ha tutte le carte in regola per salvarsi tranquillamente e confermarsi in una dimensione da metà classifica che meriterebbe. Per lo splendido progetto che Giulini sta portando avanti (dal capolavoro del nuovo stadio, anticipato dal lavoro incredibile fatto con la provvisoria Sardegna Arena, alla valorizzazione del brand), e per l’amore di un popolo passionale come pochi altri. Ma servono i risultati sportivi e servono al più presto, già dalla prossima domenica. Con la speranza che Lopez sappia sorprenderci e rivelarsi all’altezza della situazione. E che Giulini non riviva le esperienze di chi non è mai riuscito a governare il Cagliari fino in fondo. Non lo meriterebbe. Non lo meriteremmo.

L’Italia di Gianpiero: cosa dovrebbe fare Ventura per non trasformare un Mondiale in una sventura

L’Italia di Gianpiero: cosa dovrebbe fare Ventura per non trasformare un Mondiale in una sventura

Non siamo mai soddisfatti, ma per una volta abbiamo un buon motivo. Nonostante abbia centrato l’obiettivo minimo, ampiamente preventivabile prima dell’inizio del percorso verso Russia 2018 (accesso ai playoff da testa di serie), la derelitta Italia del calcio fa acqua da tutte le parti. Il gioco (in)espresso preoccupa, inquietano le prove negative offerte contro nazionali più che modeste o globalmente inferiori (vedasi le ultime tre partite contro Israele, Macedonia e Albania), le mazzate prese a settembre dalla Spagna ci fanno sentire piccoli ma, più di tutto, Ventura ha sempre l’espressione tipica di chi è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Ansiosa, nervosa, arrogante, irritata. Irritante, per chi lo osserva. E non tanto per le scelte nelle convocazioni (anche se qualcuno ha scambiato Jorginho per Pirlo) o nell’undici titolare, quanto per la sua tendenza a scaricare sugli altri le proprie responsabilità e portare in dote ad ogni sconfitta le giustificazioni più disparate (manca solo la pioggia di mazzarriana memoria).

Ventura, in questo, è un italiano vero e noi, da veri italiani, ci attacchiamo a tutto pur di sostituirci al commissario tecnico in carica. Ma per una volta (se non la prima, quasi) abbiamo ragione. E basterebbe poco per evitare di uscire dal Mondiale già a novembre (l’Irlanda del Nord, possibile avversaria degli azzurri nel playoff, rievoca i fantasmi del ’58) oppure, nella migliore delle ipotesi, far la figura dei fessi in Russia contro la Slovacchia o il Costa Rica di turno. Quando non funziona qualcosa, è indispensabile pensare al più presto ai rimedi possibili. Se si esclude a priori l’ipotesi di sostituire il tecnico (scelta che, allo stato attuale, rischierebbe di portare più problemi che benefici), non resta altro che valutare cosa potrebbe fare Ventura per sistemare le cose e giocarsi una carta mondiale, finita tra le mani di una generazione calcistica azzurra buona (soprattutto in prospettiva), seppur non eccelsa.

Il presupposto fondamentale è l’unità d’intenti. L’esultanza collettiva al gol di Candreva in Albania ha evidenziato le virtù di un gruppo solido nei momenti più difficili, ma ha anche sottolineato l’isolamento totale di quello che dovrebbe esserne il condottiero. Ventura, tenuto in disparte dagli azzurri, deve riconquistare la fiducia perduta nel più breve tempo possibile. L’avversario che ci attenderà a novembre, chiunque esso sia, non si potrà sconfiggere con il solo impegno (come successo con l’Albania), ma soprattutto con la forza della lucidità, un gioco preciso (possibilmente assimilabile in poco tempo) e un motivatore che sia realmente tale. Questa, d’altronde, non è la provincia bucolica tanto cara al nostro commissario tecnico e, in assenza di potenzialità da top manager, dovrà mettere da parte ogni tipo di protagonismo, tenendo in pugno allo stesso tempo il gruppo azzurro.

Semplice? Per niente, e lo è ancora meno dell’inserimento in campo di un terzo centrocampista. Questo si potrebbe fare con grande facilità, e sarebbe una mossa più lungimirante di quanto si possa pensare. È ormai evidente che la mediana a due, utilizzata da Ventura in moduli di diversa matrice (4-2-4, 4-4-2 e 3-4-3) non sia la soluzione ideale per dare equilibrio alla squadra, in difesa e in attacco. L’aggiunta di un centrocampista, dal canto suo, risolverebbe più di un problema. Si potrebbe fare in un 3-5-2: la vecchia BBC juventina (Bonucci-Barzagli-Chiellini) offrirebbe ampie garanzie, permettendo allo stesso tempo di esaltare le caratteristiche di terzini di spinta come Zappacosta e Spinazzola, dare maggior libertà all’estro di Verratti (slegato dagli oneri difensivi al quale è costretto dalla mediana a due) e accompagnare gli inserimenti offensivi delle punte con quelli di due mezzali che sappiano interpretare al meglio la doppia fase (la lista è variegata, seppur raramente soddisfacente).

Questo modulo, tuttavia, escluderebbe uno dei nostri elementi più talentuosi, Lorenzo Insigne. Immaginare un’Italia senza l’estro del nostro dieci è quasi impossibile, e anche in tal senso sarebbe utile l’inserimento di un terzo centrocampista. Il 4-3-3, utilizzato anche da Sarri nel suo Napoli, ne esalterebbe le caratteristiche senza chiedergli l’imponente sacrificio in ripiegamento necessario nel 4-2-4 e gli permetterebbe inoltre di assecondare al meglio uno tra Immobile e Belotti. Se a questo ci aggiunge il potenziale inserimento sull’altra fascia di un elemento chiave come Bernardeschi (senza dimenticare Chiesa, Verdi e la lunga serie di esterni offensivi a nostra disposizione), scegliere tra le sicurezze del 3-5-2 e la maggiore imprevedibilità del 4-3-3 diventa difficile, ma le due soluzioni potrebbero rispondere con la stessa efficacia a esigenze differenti a seconda dell’avversario e il momento del match. E a prescindere sarebbero assimilati più facilmente degli arzigogolati 4-2-4 e 3-4-3. Ventura saprà adattare le proprie idee alle caratteristiche della rosa? Oppure vincerà il suo integralismo e la forza fragile del suo carattere? Chi vivrà vedrà, tuttavia una cosa è certa: gli equilibri sono instabili, ma niente è perduto e la Russia non è poi così lontana. Questa avventura, sempre più in salita, non è ancora diventata una sventura. Crediamoci, italiani, finché possiamo. Con la speranza che l’Italia faccia altrettanto.

Napoli, Juventus e Inter: chi la vera favorita per lo scudetto?

Napoli, Juventus e Inter: chi la vera favorita per lo scudetto?

Emettere delle sentenze fin da ora sarebbe da stolti, ma sette giornate sono sufficienti per fare le prime previsioni sullo sviluppo della Serie A in corso. Le statistiche si consolidano, gli episodi si trasformano in trend e i quesiti si moltiplicano di pari passo con l’evoluzione del rendimento delle venti squadre in gioco. Uno su tutti rappresenta al momento la classica domanda da un milione di dollari: chi è la vera favorita per la vittoria dello scudetto? Numeri alla mano, sembrerebbero esserci pochi dubbi. Il Napoli, reduce dal settimo successo in sette giornate, guida la classifica con 21 punti su 21 disponibili, ha il miglior attacco (25 reti, 3,5 a partita), un gioco entusiasmante ed un’apparente semplicità nel dominare gli avversari.

Eppure i dubbi ci sono, e sono tanti. Perché la Juventus, nonostante abbia rallentato una marcia finora perfetta nel rocambolesco 2-2 di Bergamo, è pur sempre la corazzata che ha dominato gli ultimi sei campionati. E l’Inter, seppur balbettante a più riprese, ha portato a casa gli stessi punti dei bianconeri (19) e ha la miglior difesa del torneo (3 gol subiti, 0,42 a partita). Insomma, dare una risposta certa alla grande domanda non è per niente semplice, ma il margine è sufficiente per fare qualche valutazione.

Partiamo da un presupposto: nessuna delle tre ha affrontato un calendario particolarmente difficile. Il Napoli ha sconfitto in 5 casi su 7 delle formazioni che occuperanno con ogni probabilità la seconda parte della classifica, incontrando le uniche vere difficoltà con l’Atalanta (in casa) e la Lazio, umiliata all’Olimpico grazie ad un 1-4 che rappresenta allo stato attuale la prova di forza più significativa della banda di Sarri. Simile il destino della Juventus, il cui calendario si è complicato solo nelle ultime due giornate con il derby torinese vinto nettamente e il già citato pareggio di Bergamo. Se possibile, il percorso dell’Inter è stato ancora più semplice: quattro delle sette avversarie incontrate finora si trovano nelle ultime sei posizioni della classifica, ma la vittoria di Roma contro gli uomini di Di Francesco è un chiaro segnale delle potenzialità della banda di Spalletti, estremamente cinica e fortunata al punto giusto contro ogni tipo di avversario. Insomma, le indicazioni, legate al gioco espresso (il Napoli), alla sopportazione delle enormi pressioni (la Juventus) e al pragmatismo solito di chi vince i campionati (l’Inter), ci sono, e rimarcano un elemento: il gap preoccupante tra le squadre più forti (soprattutto Napoli e Juventus) e le altre si è ampliato ulteriormente, rasentando il ridicolo nei casi più estremi.

Di conseguenza, l’individuazione della vera favorita al titolo passa anche attraverso due aspetti alternativi al calendario: l’andamento negli scontri diretti e il percorso nelle coppe europee. Sul primo è difficile esprimersi, ma le vittorie esterne di Napoli e Inter contro Lazio e Roma hanno il loro peso, e il prossimo turno darà diverse risposte grazie a Juventus-Lazio, Roma-Napoli e Inter-Milan, decisive anche per comprendere se la lotta scudetto riguarderà tre o più squadre. Sul secondo punto, invece, si può fare qualche considerazione in più. L’assenza dalle coppe è indubbiamente un elemento a favore della Beneamata, ma non sarà questo a farne la candidata principale. Napoli e Juventus, impegnate in Champions al pari della Roma, dovranno lasciare per strada tantissime energie e far affidamento sulla bontà delle alternative in panchina e il conseguente turnover, mai digerito granché da Sarri, anche in questo molto diverso da Allegri. Il Napoli, tuttavia, sembra aver cerchiato col rosso questa stagione e punta tutto sulla vittoria di un titolo che manca da 27 anni. Un po’ come la Juventus con la Champions League, spauracchio maledetto dal 1996.

Potrebbe essere questo, più di tutto, a fare la differenza tra le due che hanno dato finora le maggiori garanzie: entrambe lotteranno su più fronti, ma il Napoli sembra credere nello scudetto come non mai, mentre la Juventus ha un’altra priorità. Sarà sufficiente per riportare il titolo al San Paolo? Si può ipotizzare, seppure questa stagione sia troppo lunga per avventurarsi oltre. Un’eliminazione prematura dalle coppe di una delle due e la minaccia incombente delle varie Lazio, Roma e Milan potrebbero spostare gli equilibri e smentire qualunque previsione. Poi c’è l’Inter, la solita pazza Inter. Ha gli stessi punti della Vecchia Signora, insegue i partenopei a due sole lunghezze e ha la miglior difesa del campionato, tra le migliori in Europa. In questo momento sembra avere meno probabilità di trionfare rispetto alle altre, ma non si sa mai: finché i palloni degli avversari si scontreranno con i pali e quelli dei nerazzurri finiranno nella porta giusta al momento giusto, tutto sarà possibile. Anche smentire i pronostici, e i pochi convinti che ci sia già una sentenza da commentare.

Tifiamo solo la Maglia: ecco perché ritirare i numeri è un errore, con un’eccezione

Tifiamo solo la Maglia: ecco perché ritirare i numeri è un errore, con un’eccezione

“Qualsiasi giovane deve sognare di vestire un giorno la mia maglia”. L’ha detto Francesco Totti qualche giorno dopo aver dato l’addio al calcio, e non avrebbe potuto scegliere meglio. Ritirare i numeri di maglia appartenuti ai giocatori più rappresentativi di una squadra è un errore, ma molti sembrano non averlo capito. Il modo migliore per celebrare una storia, infatti, è farne un esempio. Uno spunto, per scriverne tante altre. Quasi fosse il capitolo centrale di un libro che non finirà mai. Il numero 10 della Roma sarà sempre Francesco Totti, a prescindere da chi la indosserà in futuro. Ma questo non vuol dire che debba essere l’unico a farlo. Roma, d’altronde, non è morta con la fine di Romolo. E l’epopea di Totti avrebbe avuto un altro numero identificativo se si fosse deciso di ricordare la tragica dipartita di Di Bartolomei con il ritiro del suo 10.

 Una maglia pesante è uno stimolo per dare il meglio in sé e incarnare un simbolo. Lo sta dimostrando a suon di magie Paulo Dybala, degnissimo successore alla Juventus con la 10 di Sivori, Platini e Del Piero, dopo aver seguito le orme di Zidane e Pirlo con la 21. Lo conferma con un romanzo a parte la storia infinita della 7 del Manchester United, vacante nella stagione in scorso dopo aver accompagnato le gesta dei vari Best, Robson, Cantona, Beckham e Cristiano Ronaldo. Se poi rappresenta un fardello, come ci dicono le esperienze non altrettanto brillanti di Owen e Depay, non sorprendiamoci: c’è chi ha perso un Grande Giro ciclistico a pochi metri dal traguardo, schiacciato dall’insostenibile pesantezza del Rosa o il Giallo. E chi ha trionfato contro ogni aspettativa, per il motivo opposto.

 Il fenomeno dei numeri ritirati, inoltre, subisce le conseguenze di un certo abuso. Se è vero che possa essere difficile far meglio di Giacinto Facchetti, Franco Baresi, Gigi Riva, Javier Zanetti o Paolo Maldini (anche se la sua tre è a disposizione dei figli), non si può dire altrettanto di tanti altri calciatori, celebrati con una buona dose di sopravvalutazione. A prescindere dalla grandezza di un calciatore, privare intere generazioni di un sogno va contro l’essenza più romantica di uno sport che troppo spesso non sa più riconoscersi. Pensate al napoletanissimo Insigne, al quale viene negata l’occasione unica e irripetibile di indossare la 10 che un tempo fu di Maradona, costringendo a ripiegare su un freddo 24. Oppure alla lunghissima schiera di talenti olandesi che non hanno mai avuto la speranza di vivere le emozioni che solo la 14 dell’Ajax appartenuta a Johan Cruijff saprebbe dare. Potremmo fare svariati esempi, e arrivare sempre alla stessa conclusione. Seppure, come in tutti i casi, esista un’eccezione.

 86 club provenienti da ogni parte del mondo, infatti, hanno deciso di riservare una maglia ai propri sostenitori (solitamente il 12), impedendo ai giocatori di indossarla. In Italia l’hanno fatto, tra le altre, Lazio, Torino, Genoa e Atalanta, all’estero Bayern Monaco, Zenit San Pietroburgo, PSV Eindhoven e Fenerbahce. Una scelta di cuore, un riconoscimento sincero al dodicesimo uomo in campo: un elemento insostituibile e ineguagliabile, tra i principali artefici del successo di un club che vive un’unica storia fatta di mille storie. Come quella di un numero, finché non viene ritirato. E di uno sport, il calcio, che rappresenta prima di tutto il sogno di milioni di bambini che un giorno saranno grandi. Chissà se lo capiremo mai.

“Asensio 4 a 1, è finita”: dalla goliardia agli insulti, lo sfottò al tempo dei Social

“Asensio 4 a 1, è finita”: dalla goliardia agli insulti, lo sfottò al tempo dei Social

Uno dei pochi aspetti positivi dell’estate calcistica è che ad un certo punto finisce e il campo si riprende la scena. Fino ad allora, imperversano sui social le voci più assurde riguardanti il mercato (improbabili e, talvolta, vere), i filmati delle amichevoli che di concreto hanno solo gli incassi al botteghino, i sogni di chi vince uno scudetto di cartone, gli incubi di chi pensa di averlo già perso e, ad agosto come nel resto dell’anno, gli immancabili sfottò tra tifosi. O presunti tali. Il fenomeno non si arresta mai, ma l’astinenza da calcio giocato tende ad amplificare tutto, lasciando poco spazio alla creatività.

Lo dimostra l’ultima tendenza, molto in voga negli ultimi mesi: la finale di Champions League dello scorso 3 giugno, persa in malo modo dalla Juventus, ha lasciato una traccia profonda nei cuori dei sostenitori bianconeri e nella testa di chiunque osteggi la Vecchia Signora, felici di aver ricevuto un assist d’oro. La partita, finita 4-1 in favore del Real Madrid, si è chiusa definitivamente con una rete di Marco Asensio, capace di segnare il confine labile tra una vittoria e un trionfo, oltre che tra una sconfitta e un’umiliazione. Da quel momento in poi, un commento ha iniziato a imperversare in svariati post sui social, trasformandosi in breve tempo in un loop fastidioso, degno della peggior lobotomia di massa. Gli antijuventini, vogliosi di infilare il coltello nella piaga e ricordare agli odiati nemici la sconfitta cocente, si sono limitati a scrivere, in misura crescente, un semplice “Asensio 4-1, è finita”.

Lo sfottò, in un primo momento simpatico e rappresentante di un’anima sarcastica imprescindibile per qualunque contesto sportivo, è divenuto tuttavia ridondante e offensivo, vista la reiterazione compulsiva nel tempo. E la sfida goliardica tra sostenitori di diverso colore, anima pulsante di un calcio in declino, si è trasformata in una guerra brutale che uccide il tifo.

Chiunque sia appassionato di calcio non ne può più. Douglas Costa si trasferisce alla Juventus? “Asensio 4-1, è finita”. Buffon viene paparazzato in atteggiamenti intimi con la fidanzata? “Asensio 4-1, è finita”. Il Milan vince col Craiova? “Asensio 4-1, è finita”. Trump licenzia Scaramucci? “Asensio 4-1, è finita”. Un gigantesco iceberg si stacca dall’Antartide? “Asensio 4-1, è finita”.  Basta. Anche perché la sfilza di commenti che rispondono puntualmente all’immancabile commento non è da meno. Gli juventini, feriti nell’orgoglio, reagiscono spesso in modo aggressivo, e l’argine che cercano di mettere gli utenti più intelligenti non è mai sufficiente. I social non sono mai una causa e rappresentano sempre una conseguenza, ma fanno da megafono ad una guerra senza esclusione di colpi nella quale la violenza verbale rischia sempre di tramutarsi in violenza fisica.

Senza sforare in sterili istinti nostalgici, è evidente che negli ultimi anni qualcosa sia cambiato. Un tempo gli sfottò divertivano prima di tutto chi li subiva, e normalmente l’escalation portava ad un momento di condivisione che si risolveva in una risata collettiva. Non mancavano gli episodi violenti, ma la sporadicità non si trasformava mai in una tendenza. I meme di oggi ricalcano ancora quel modo sano di vivere il calcio, lo sport e il tifo, però in molti casi si supera il limite di sopportazione. La battuta sfora sempre più nell’insulto, trasformando una grande passione in una guerra tra bande. Che senso ha? Non abbiamo di meglio da fare? Perché non lasciare spazio alla fantasia e sfottere l’avversario di turno con una nuova trovata, invece di limitarsi al solito “Asensio 4-1, è finita”? Perché ci dimentichiamo continuamente che il calcio è, prima di tutto, un gioco? Probabilmente non avremo mai una risposta, ma una cosa è certa: finché la Juventus non vincerà una Champions League o un’altra italiana la perderà in finale, il gol di Asensio sarà sempre il manifesto di una generazione di tifosi di cui avremmo fatto volentieri a meno.

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