Saint-Denis, due anni dopo: la Francia calciofila e il bisogno di un multiculturalismo sostenibile

Saint-Denis, due anni dopo: la Francia calciofila e il bisogno di un multiculturalismo sostenibile

Il 14 Novembre 2015, il mondo intero si svegliava ancora scosso dagli attentati del Bataclan e dello Stadio Saint-Denis durante la partita Francia-Germania. A distanza di due anni, la ferita e la paura sono ancora vive. Abbiamo analizzato cosa non ha funzionato nel modello multiculturale francese, da una parte fondamentale per il calcio transalpino, dall’altro specchio di un divario sociale che negli anni si è fatto sempre più evidente.

Saint-Denis, 12 luglio 1998. Gli 80.000 spettatori dello Stade de France esplodono in un impressionante boato corale al triplice fischio del marocchino Said Belqola, che sancisce la vittoria della nazionale padrona di casa ai campionati mondiali di calcio disputatisi, per la prima volta dopo sessant’anni, sul suolo francese. Francia-Brasile 3-0, è l’apoteosi della storia calcistica francese, nonché l’inizio di un quinquennio di assoluta estasi per Les Bleus, che vivranno un ciclo contraddistinto da un’impressionante grandeur conquistando anche l’Europeo del 2000 e le Confederations Cup del 2001 e del 2003.

In quell’indimenticabile notte di luglio, la doppietta di Zinedine Zidane e il sigillo di Petit negarono alla nazionale verdeoro il bis mondiale e regalarono alla Francia e alla città di Parigi un ricordo indimenticabile: la capitale visse nelle ore successive alla conclusione della partita ore di tripudio, le sue strade vennero letteralmente invase dai cittadini in festa per la prima, storica ascesa della Francia ai vertici del calcio planetario. La folla strabocchevole che si riversò per i boulevard, composta da oltre un milione di persone, era di dimensioni addirittura maggiori di quelle che si erano radunate per le strade di Parigi in due eventi simbolo per la storia della città nel XX secolo, ovverosia la festa per la Liberazione, celebrata il 26 agosto 1944 dopo l’ingresso nella città dei generali De Gaulle e Leclerc, e le roventi giornate del “Maggio Francese”, che nel 1968 diedero il via alla storica stagione della contestazione giovanile. I parigini, e più in generale tutti i francesi, esultarono all’impazzata per il trionfo di una squadra irripetibile, che stupì il mondo per la sua eterogeneità etnica. La squadra del 1998, infatti, schierava al suo interno numerosi atleti nati nelle ex colonie o da famiglie immigrate in Francia tra cui si segnalarono fuoriclasse come Thuram, Karembeu, Vieira, Desailly e il protagonista assoluto della finale di Saint-Denis, Zinedine Zidane.

Le cronache di quell’estate non mancarono di sottolineare il grande significato insito nel trionfo conseguito dai multietnici Bleues, valorizzato come il simbolo del modello multiculturale, dell’integrazione andata a buon fine, dell’accoglienza donata dai francesi ai figli dell’ex impero coloniale e ascritto dunque a successo “politico” dai governanti dell’epoca, compreso lo stesso presidente Jaques Chirac, desideroso di presentare dinnanzi al mondo una Francia capace di svilupparsi autonomamente, forte sul piano internazionale e salda al suo interno.


Dietro la patina dorata del successo mondiale, il modello multiculturale della società francese avrebbe di lì a poco rivelate le sue principali lacune, che iniziarono a manifestarsi in tutta la loro ampiezza quando la recessione economica, le prospettive politiche incerte e numerose tensioni sociali iniziarono a far sorgere le prime, sensibili frange antimmigrazioniste nel panorama politico e, soprattutto, insorse il grande problema dello sradicamento: decine di migliaia di immigrati, infatti, riscontrando difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro, all’istruzione e ai servizi di base si ritrovarono isolati, costretti a vivere ai margini delle società, in quartieri di periferia squallidi e poco ospitali come le tristi banlieue di Parigi e Marsiglia che nel 2005 furono teatro di violenti scontri tra le forze dell’ordine e migliaia di manifestanti che agognavano più attenzione da parte delle istituzioni.

Anno dopo anno, anche la nazionale di calcio francese cessò di essere l’emblema del multiculturalismo e, da vero specchio della società, iniziò a manifestare le grandi difficoltà con cui doveva nello stesso tempo raffrontarsi l’intera nazione: i Mondiali 2010 suggellarono la crisi, la squadra transalpina vicecampione del mondo in carica si squaglia, la lite tra Nicolas Anelka e il commissario tecnico Domenech apre la strada alla frattura interna al gruppo, che dopo essersi progressivamente diviso per una torbida storia di spionaggio interno e soffiate ai media, giunse a polarizzarsi su gruppi “etnici”. I galletti abbandonarono anzitempo l’edizione sudafricana della Coppa del Mondo, ultimi nel proprio raggruppamento dopo aver racimolato un solo punto.

Nel frattempo, in Francia la crisi economica esacerbava il divario sociale, rendendo ancora più difficile per vaste sacche della popolazione e per una percentuale elevatissima di immigrati di prima e seconda generazione fuoriuscire dall’indigenza, aspirare a un lavoro sicuro, integrarsi con successo nella vita della comunità francese. Le banlieue divennero terreno fertile per uno strisciante risentimento, si popolarono di donne e uomini sradicati, emarginati e privi di qualsiasi punto di riferimento, incapacitati a riconoscersi nella Francia o in qualsiasi altra nazione, meno restii di coloro che avevano conseguito maggior fortuna a ignorare certi messaggi inquietanti, recanti con sé odio, disprezzo e rancore.

Essi non sono innati nell’animo umano, germinano in condizioni ambientali a loro propizie, ma una volta venuti ad esistenza la loro crescita è brutale, sconvolgente, inarrestabile. Lo sanno bene i leader del movimento terroristico internazionale, divenuti abili propagandisti e capaci di attrarre, con i loro messaggi deliranti e blasfemi, centinaia di giovani europei, in gran parte figli sradicati di immigrati, su una strada oscura attraverso allettamenti e martellamenti psicologici di ogni genere. Le banlieue furono interessate massicciamente dal fenomeno, la cui gravità fu compresa dai francesi solamente nel 2015, quando i due clamorosi attentati che a distanza di pochi mesi insanguinarono Parigi mostrarono al mondo la vulnerabilità della Francia di fronte al dilagare del terrorismo. Tanto nell’assalto alla redazione di Charlie Hebdo quanto nella carneficina del 13 novembre gli esecutori furono cittadini francesi e belgi, reclutati dai gruppi terroristici nella massa di umanità sradicata abitante le periferie degradate delle città.

E lo Stade de France venne nuovamente coinvolto nella cupa serata di novembre, quando un’esplosione squassò l’esterno dell’arena verso le 21.20, dando il via all’impressionante serie di attacchi coordinati che causerà 130 morti nella capitale francese. Saint-Denis, ebbe su di sé gli occhi del mondo impietrito per la carneficina consumatasi mentre, per motivi di sicurezza, l’amichevole Francia-Germania veniva portata a compimento dopo l’evacuazione dell’allora presidente Hollande. L’attacco terroristico del 13 novembre ha rivelato le conseguenze estreme a cui hanno portato quindici anni di mala gestione di due problematiche di primaria importanza: l’integrazione delle comunità di immigrati e il dilagare del terrorismo integralista. Il secondo processo ha tratto giovamento dalle gravi difficoltà del primo, mentre la Francia stentava a riconoscere i limiti intrinseci al suo multiculturalismo nel momento in cui le serie problematiche dovute alla crisi economica iniziarono a manifestarsi in tutta la loro veemenza.

A due capi estremi, il 12 luglio 1998 e il 13 novembre 2015 ci parlano dello stesso fenomeno. La Francia mondiale dimostrò a una nazione intera quanto lontano si potesse andare se le energie positive, lo spirito di gruppo e la volontà di superare le reciproche divergenze fossero state messe a disposizione di un obiettivo comune. La tragica notte dello scorso novembre, invece, racconta quanto gravemente la mancata comprensione di dati fenomeni e il disinteresse verso una significativa fetta della popolazione (atteggiamento condiviso anche da altri paesi, Belgio in prima fila, per anni) abbiano potuto generare fenomeni di portata tanto tragica. Lo Stade de France è il tratto d’unione tra queste giornate storiche, seppur per motivi drammaticamente diversi, per la Francia contemporanea, un monumento che oramai trascende il suo ruolo di stadio ed è già un simbolo di eventi che faranno sentire la loro eco negli anni a venire.

La speranza finale è che la ragionevolezza trionfi sempre. Malgrado la nuova direzione che Macron ha mostrato di voler intraprendere, Il sogno è che la Francia dei prossimi anni torni finalmente a essere un punto di aggregazione e attrazione per coloro che sono in cerca di una nuova patria, facendo sì che il degrado, lo sradicamento e l’abbandono delle banlieue non diventino altro che retaggi del passato. La folla di tifosi che, evacuata dallo Stade de France, cantava La Marsigliaise, splendidamente replicata pochi giorni dopo dal pubblico di Wembley, era e rimane l’immagine più bella con cui controbattere al Terrore, all’oscurantismo al rancore. Essa esprime una speranza, un voto tanto semplice da esprimere quanto arduo da realizzare: possano la Libertà, l’Uguaglianza e la Fraternità trionfare davvero, una volta per tutte. E la partita di questa sera, a Colonia, tra Germania e Francia in ricordo delle vittime di due anni fa, può essere un punto da cui ripartire. Di nuovo.

Puskas, l’Honved e la Squadra d’Oro: il calcio al tempo della Rivoluzione Ungherese

Puskas, l’Honved e la Squadra d’Oro: il calcio al tempo della Rivoluzione Ungherese

Il 24 Ottobre 1956, nel day-after della manifestazione antisovietica trasformatasi in rivolta, esplosa a Budapest, l’Unione Sovietica, già stanziata sul territorio, interviene nella Capitale ungherese per ristabilire l’ordine. Da quel giorno partì la Resistenza del popolo magiaro che nel calcio trovò la sua massima rappresentazione con la Leggenda Ferenc Puskas, l’Honved e la “Squadra d’Oro”.

Aranycsapat: la “Squadra d’Oro”. Ferenc Puskás, Gyula Grosics, Nándor Hidegkuti, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis: questi i nomi più illustri della grande nazionale ungherese che conquistò fama planetaria nei primi Anni Cinquanta imponendo una rivoluzione al gioco del calcio, disputando alcuni dei match più importanti e densi di significato della storia del pallone ma finendo, dopo anni sulla cresta dell’onda, per essere inghiottita dal gorgo della Storia, vittima di eventi traumatici che avrebbero sconvolto la squadra, la nazione ungherese e il mondo intero. Avendo come colonna portante i giocatori della Honved di Budapest e venendo guidata in modo superlativo dal visionario CT Gusztav Sebes, la “Squadra d’Oro” trionfò ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952, vinse la Coppa Internazionale, antesignana dell’Europeo, annichilì definitivamente il mito della supremazia inglese nel calcio espugnando Wembley con un roboante 6-3 nel 1953, replicò nella rivincita concessa a Budapest con un inappellabile trionfo per 7-1 e rimase imbattuta per oltre quattro anni, dal 1950 sino al 4 luglio 1954. Quel giorno, nell’atto conclusivo dei Mondiali disputatisi in Svizzera, l’Ungheria subì infatti la rimonta della Germania Ovest, che compì il celebre “miracolo di Berna” vincendo per 3-2 annullando il doppio vantaggio di Puskás e compagni e negando il trionfo a una squadra che sino ad allora aveva ridicolizzato la concorrenza sul suolo elvetico, segnando 25 gol nelle precedenti quattro partite.

Nonostante le sia mancato il coronamento definitivo, la Grande Ungheria è stata definita da numerosi commentatori come la più forte squadra nazionale della storia del calcio, e il suo mito non cessa di vivere ancora oggi, tenuto vivo da narratori d’eccellenza come Federico Buffa, che recentemente ha dedicato una delle sue celebri monografie al volto maggiormente noto della “Squadra d’Oro”, Ferenc Puskás. Egli merita di essere considerato tra gli assoluti protagonisti della storia sportiva del Novecento, delle sue gesta sui campi da gioco si è scritto e parlato moltissimo e anche delle semplici cifre basterebbero per quantificare la grandezza di un’attaccante inimitabile: 616 gol in 620 partite tra Honved e Real Madrid, 84 in 85 incontri disputati con la nazionale ungherese. Vent’anni di carriera, in pratica, vissuti alla media di un gol a partita: qualcosa di impensabile ai giorni nostri. Ma la statura di Puskás travalica la sfera sportiva, in quanto la sua figura è divenuta una delle maggiormente rappresentative per il popolo ungherese nel secolo scorso. Le tormentate vicissitudini affrontate dall’Ungheria in tutto l’arco del XX secolo hanno conosciuto il proprio acme proprio nei giorni in cui la “Squadra d’Oro” andò incontro a un improvvisa e imprevista fine e l’intero popolo ungherese viveva ore drammatiche, tragiche e esaltanti allo stesso tempo.

Il ruolo giocato dall’ Aranycsapat nella storia del Novecento ungherese si palesò compiutamente nei giorni della Rivoluzione del 1956, quando l’avvio di una stagione di riforme interne e la progressiva destalinizzazione mise a soqquadro il sistema comunista dell’Ungheria filosovietica, portando allo scoppio di aperte rivolte che spinsero le forze armate dell’Unione Sovietica a marciare sul territorio magiaro per reprimere gli aneliti di libertà della popolazione e ristabilire l’ordine. Nel frattempo, i componenti della “Squadra d’Oro” si trovavano in larga parte all’estero con la Honved, impegnata nel doppio confronto contro gli spagnoli dell’Athletic Bilbao nell’ambito della neonata Coppa dei Campioni. Impossibilitati a tornare nella patria sconvolta e totalmente estraniati dall’obiettivo calcistico, divenuto secondario vista la pressante necessità di avere notizie fresche sulle sorti delle famiglie in Ungheria, i giocatori non riuscirono a dare il meglio e finirono eliminati nel corso della gara di ritorno contro l’Athletic disputata all’Heysel di Bruxelles. Tuttavia, dopo che i carri armati sovietici ebbero occupato in maniera brutale Budapest, la “Squadra d’Oro” si rifiutò di tornare nel paese sconvolto e, data la solidarietà provata da molti suoi componenti per gli ideali dei giovani rivoltosi repressi, decise di dare un suo contributo personale al riscatto morale dell’Ungheria dopo la tragica esperienza rivoluzionaria. Su pressante iniziativa di Puskás, infatti, la squadra avviò un tour mondiale di partite amichevoli contro selezioni e squadre di club prestigiose al fine di veicolare attraverso le gesta sportive un messaggio di speranza per i connazionali oppressi. Sfiduciati dalla Federcalcio ungherese e addirittura intimiditi dalla FIFA che vietò loro (maledetto politicaly correct!) di continuare a utilizzare il nome “Honved”, le glorie della nazionale ungherese che aveva incantato il mondo diedero mostra di sé in Brasile, Spagna, Portogallo, Italia, attirando ovunque decine di migliaia di spettatori negli stadi toccati dalla tournée, che del resto segnò il canto del cigno della “Squadra d’Oro”, dato che i fuoriclasse della Honved, fucina di talenti della nazionale ungherese, decisero in seguito di ricostruire le proprie carriere nei campionati professionistici dell’Europa occidentale.

Fu probabilmente in quei giorni che si cementò definitivamente il legame fra il popolo ungherese e il suo più grande fuoriclasse, Ferenc Puskás, che di li a poco avrebbe incantato i campi di tutta Europa con la maglia del Real Madrid dominatore dello scenario calcistico continentale. Sebbene separati da lui, infatti, gli ungheresi videro da allora in avanti in Puskás la bandiera che teneva alto il buon nome della nazione nel mondo, l’ambasciatore di un paese governato da uomini che gli avevano interdetto l’ingresso entro i suoi confini ma che Puskás non tradì mai, dandogli lustro con anni di prestazioni sublimi sui campi da gioco, a cui fece seguito una carriera da allenatore giramondo che lo avrebbe portato verso mete sportivamente esotiche, quali Grecia, Australia, Cile e Paraguay, come a condurre un perenne pellegrinaggio in attesa di poter finalmente rimettere piede nella sua terra. Avuto modo di rientrare in Ungheria dopo la caduta del regime comunista, Puskás poté toccare con mano l’affetto che la sua gente continuava a nutrire per lui anche a oltre trent’anni di distanza dalla Rivoluzione, dimostrato eloquentemente nella partecipazione del pubblico alle gare della squadra ungherese durante il brevissimo intermezzo di Puskás da commissario tecnico di una nazionale magiara oramai decaduta datato 1993 e commoventemente ribadito negli ultimi anni della vita del fuoriclasse, che furono contraddistinti dall’incedere inarrestabile dell’Alzheimer. La morte di Puskás, il 17 novembre 2006, fu commemorata dall’Ungheria con il lutto nazionale. La sua salma fu trasportata nella centralissima Piazza degli Eroi a Budapest e ricevette gli onori militari prima di essere tumulata nella Cattedrale di Santo Stefano, come concesso solo ai grandi della storia ungherese. Ancora oggi, chi viaggia in Ungheria può toccare con mano quanto sia sentito negli ungheresi il ricordo del loro più grande talento sportivo, paragonabile esclusivamente a quello di Imre Nagy, il leader politico della corrente riformista dei comunisti ungheresi che ispirerà i rivoltosi del 1956 e pagò con la vita la sua apertura mentale e i suoi ideali di progresso. Maglie commemorative e foto della “Squadra d’Oro” sono venduti praticamente ovunque nella capitale, e continuano giorno dopo giorno ad , e che non smette di affascinare anche a sessant’anni dalla dissoluzione forzata dell’Aranycsapat.

Walter Bonatti: la solitudine e la grandezza del “Re delle Alpi”

Walter Bonatti: la solitudine e la grandezza del “Re delle Alpi”

Raccontare una vita, una biografia, una storia per sua stessa natura unica e inimitabile in poche righe, nella ristrettezza di un articolo è un’impresa di per sé altamente complicata. La sfida diventa ancora più ardua nei casi in cui si parla di figure del calibro di Walter Bonatti, il grande alpinista ed esploratore, in occasione del 63esimo anniversario della prima ascesa del K2. La vita di Bonatti, densa di avvenimenti, caratterizzata da imprese, tragedie, polemiche e avventure, non solo potrebbe essere una fonte inesauribile di ispirazione per romanzieri e autori cinematografici ma è stata al tempo stesso ampiamente documentata dal suo stesso protagonista. Il “Re delle Alpi”, infatti, a una naturale riservatezza nella vita quotidiana accompagnava una passione per la scrittura che lo ha portato dapprima a produrre gli inimitabili reportage dei suoi viaggi in terre selvagge e inesplorate per Epoca e, in seguito, a pubblicare una grande quantità di libri, cronache e descrizioni che rappresentano una preziosissima testimonianza sugli anni eroici dell’alpinismo italiano, e hanno tenuto vivo il ricordo di un’epoca a cui Bonatti ha sempre guardato con orgoglio e nostalgia. Tuttavia, è chiaro che Bonatti non basta a Bonatti. I resoconti autobiografici, i ricordi di scalate al limite dell’impossibile ed esplorazioni degne di un romanzo di Salgari, riletti cinque anni dopo la morte di Bonatti, aiutano a rappresentare un personaggio che anche nella scrittura ha portato con sé le naturali caratteristiche della sua personalità: umiltà, modestia, riservatezza. Bonatti non ha scritto per tramandare un suo mito o istituire una personale agiografia, ma semplicemente per dare la possibilità ai suoi ricordi di fluire nella maniera ottimale, permettendo a un uomo per sua natura solitario e schivo di incontrarsi con i milioni di ammiratori che aveva saputo conquistarsi in Italia e nel mondo.

La dicotomia tra solitudine e fama ha accompagnato tutta la carriera alpinistica di Bonatti, e non è affatto cessata dopo il suo passaggio al mondo delle esplorazioni, e rappresenta un tratto saliente della parabola umana del “Re delle Alpi”. Bonatti divenne lo sfidante solitario di vette e piloni dopo aver riportato, come scritto in “Le mie montagne”, un “fardello di esperienze personali negative” dalla partecipazione alla spedizione italiana che, nel 1954, violò per la prima volta la vetta del K2, portando a compimento un’impresa sensazionale, la cui memoria è stata tuttavia ampiamente compromessa dalla parzialità delle ricostruzioni successive ammantate di ufficialità che minimizzarono il cruciale ruolo giocato da Bonatti al suo interno. Compagnoni e Lacedelli, i conquistatori del K2, per anni negarono l’apporto determinante e i rischi personali corsi da Bonatti nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, durante la quale fu costretto ad affrontare una tremenda odissea in compagnia del portatore pakistano Amir Mahdi, affrontando un bivacco all’aperto sotto le sferzate del vento e con temperature precipitate sino a -50° dopo aver portato ai compagni le bombole d’ossigeno rivelatesi determinanti per consentire loro di concludere la scalata del K2. Dopo aver assaporato la delusione e il risentimento a seguito della pubblicazione, da parte del capo spedizione Ardito Desio, di un resoconto ufficiale estremamente parziale e rivelatosi, dopo oltre quarant’anni di schermaglie legali e dibattiti, ricco di falsità e inesattezze, Bonatti dette una svolta alla sua carriera: oggigiorno, infatti, le sue più grandi imprese di cui rimane memoria furono compiute in solitaria o, al massimo, con l’appoggio di compagni estremamente fidati, di fatto tra i pochi amici veramente inseparabili di Bonatti, come il tenace brianzolo Andrea Oggioni, morto tragicamente sul Monte Bianco il 16 luglio 1961.

La figura di Bonatti, alpinista romantico fedele ai metodi tradizionali della disciplina, forgiatore dei suoi stessi chiodi da scalata e estremamente austero nella scelta dell’equipaggiamento accessorio, affascinò presto milioni di italiani: ogni sua scalata catalizzava l’attenzione di un vasto pubblico. La riservatezza di Bonatti veniva così al tempo stesso insidiata e ammirata: giornalisti, operatori televisivi, appassionati di alpinismo e persone di ogni estrazione sociale trattennero il fiato durante i giorni in cui Bonatti si dedicò ad azioni senza precedenti come la scalata della parete sud-ovest del Dru (17-22 agosto 1955), la “prima” in solitaria sulla Brenva (13 settembre 1959) e, soprattutto, l’impresa unica nel suo genere, uno dei più grandi capolavori della storia dell’alpinismo, compiuta da Bonatti sul Cervino tra il 18 e il 22 febbraio 1965, nel corso della quale il “Re delle Alpi” stabilì un duplice primato. Bonatti, infatti, fu il primo a scalare in solitaria una delle montagne più insidiose e complesse delle Alpi e a violare il Cervino in inverno; inoltre, la sua spettacolare ascesa fu compiuta attraverso una via mai affrontata in precedenza, tutt’oggi chiamata in suo onore “Via Bonatti”. La scalata coronò un cammino sportivo, esplorativo e umano di prestigio assoluto, e portò alle stelle una notorietà che Bonatti si guardava bene dall’incentivare apertamente, intendendo ognuna delle sue conquiste come una realizzazione personale, il superamento di insidiose sfide interiori e la vittoria sui fantasmi del passato. Come ogni parabola umana, Bonatti pensò che anche la sua carriera da alpinista avrebbe dovuto concludersi: la vittoria sul gigante Cervino rappresentò il momento perfetto per svoltare, per affrontare nuove sfide ed espandere, a 35 anni, i propri orizzonti professionali e personali. Fu sul finire degli Anni Sessanta, infatti, che iniziarono i reportage dalle terre lontane, i viaggi di Bonatti da un capo all’altro della Terra per conto di Epoca. Dal Venezuela al Congo, dall’Alaska alla Nuova Guinea, le esplorazioni di Bonatti coprirono buona parte del pianeta e consentirono al “Re delle Alpi” di appagare la propria sete di conoscenza e nutrire la fantasia e la curiosità dei lettori della rivista su cui pubblicava i propri diari di viaggio, nei quali Bonatti lasciava sempre ampio spazio alla descrizione di paesaggi incontaminati, luoghi remoti e animali esotici, intendendo la natura, e nient’altro al di fuori di essa, come esclusiva protagonista dei suoi resoconti, lasciando trasparire lo stupore e la meraviglia provati dinnanzi ad alcune delle meraviglie nascoste della Terra.

Le straordinarie doti atletiche di Bonatti e la sua notoria resistenza portarono l’alpinismo italiano a nuovi traguardi, inaugurando la strada maestra sui quali si incamminarono in seguito Reinhold Messner e gli altri portabandiera della scuola tricolore, il cui maggiore esponente contemporaneo è Simone Moro, divenuto nel 2016 l’autore della prima scalata invernale al temibile Nanga Parbat, al termine di un’impresa non priva di paragoni con diverse ascese sensazionali di Bonatti. Al contempo, la sua figura sfumava nel romanticismo, portando gli italiani a riscoprire la passione per l’avventura, l’esotico, il misterioso. Bonatti, figura byroniana a tutti gli effetti, il solitario, tenace esploratore, chiuso in sé stesso ma aperto al mondo, fu una figura ponte tra modernità e tradizione: la passione per i viaggi degli esploratori del passato, il tradizionalismo in campo alpinistico e un carattere schivo facevano da contraltare a un affetto nazionalpopolare nei suoi confronti che negli ultimi anni di vita di Bonatti, una volta rotto il muro di silenzio e omertà sul caso K2, ha finito per essere condiviso anche dalle autorità istituzionali.

A sei anni dalla scomparsa, Bonatti è quanto mai attuale: in un mondo frenetico, volatile e vacuo, leggere i suoi ricordi aiuta a spaziare con la mente e con la fantasia, a espandere i propri orizzonti, sprona ad essere curiosi, straordinariamente curiosi. Ricordare la sua persona ci è sembrato doveroso, il minimo che si potesse fare per omaggiare un grande alpinista, un grande italiano, un grande uomo: Walter Bonatti, il “Re delle Alpi” che volle fare a meno di tutti gli allori.

Gino Bartali, il fascismo e quel Tour de France che salvò l’Italia dalla Guerra Civile

Gino Bartali, il fascismo e quel Tour de France che salvò l’Italia dalla Guerra Civile

Su “Io Gioco Pulitosi era già parlato dello stretto e inscindibile legame che lega il Giro d’Italia alla storia contemporanea del nostro paese attraverso una simbiosi continua, che ha permesso di leggere nella “Corsa Rosa” lo specchio dei sentimenti, delle ambizioni, degli ideali e delle speranze che hanno animato nel corso dei decenni i nostri connazionali. La forte identificazione tra l’Italia e il Giro spiega almeno in parte la forte empatia storicamente provata dagli italiani per i più grandi protagonisti del ciclismo tricolore, divenuti al tempo stesso idoli e figliocci degli appassionati di questo sport. Ciò era ancora più evidente ai tempi in cui tra il pubblico e i campioni non vi erano tutte le barriere, fisiche e metaforiche, che oggigiorno li separano, in cui i tifosi delle due ruote apprezzavano i ciclisti italiani in quanto genuini rappresentanti del caloroso popolo che li seguiva sulle strade del Belpaese. Certi legami riescono a rompere la loro stretta contingenza temporale e assumono una rilevanza superiore, come testimonia l’assoluta attualità della figura di Gino Bartali, un fuoriclasse del ciclismo eroico della prima metà del Novecento che ha saputo a tempo debito mettere le sue pedalate al servizio di ideali superiori, conquistandosi un rispetto ancora oggi sentito e vissuto in particolar modo nella sua nativa Toscana. A perenne ricordo dell’impresa più grande di Bartali vi sono oggi due alberi e un’onorificenza postuma, che testimoniano l’impegno che Ginettaccio profuse in piena seconda guerra mondiale, in un’Italia sconvolta, invasa, divisa e umiliata, per proteggere centinaia di cittadini ebrei dallo sterminio nazista.

L’onorificenza è la Medaglia d’Oro al Valore Civile attribuita a Bartali nel 2005, cinque anni dopo la sua morte, dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; gli alberi sono componenti di due distinti “Giardini dei Giusti”, i memoriali viventi degli uomini che salvarono vite durante l’Olocausto e altri genocidi della storia del Novecento, a Padova e a Gerusalemme, nei quali la pianta dedicata a Bartali è stata interrata rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Secondo gli studiosi, sarebbero almeno ottocento le persone a cui il fuoriclasse toscano contribuì a salvare la vita mettendo la sua bicicletta al servizio della rete di sicurezza imbastita dall’arcivescovo di Firenze Elia Angelo Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto, per conto dei quali Bartali trasportò documenti, fotografie e lettere dell’organizzazione clandestina di resistenza all’Olocausto inserendoli nel telaio della sua bicicletta; data la sua notorietà, Bartali non venne mai fermato durante le sue pedalate tra i paesi della Toscana, funzionali alla sua missione nascosta, visto che poteva usare dinnanzi a eventuali sospettosi l’alibi dell’allenamento, e le sue escursioni prolungate in certi casi fino ad Assisi erano autorizzate persino dal comandante del reparto in cui Bartali era stato coscritto dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, un battaglione motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana. Nell’epoca del travaglio interiore per milioni di italiani, il gesto di Bartali non fu di certo isolato: migliaia di coraggiosi, in gran parte rimasti anonimi, contribuirono a proteggere potenziali vittime della repressione degli occupanti tedeschi da una fine orribile, tuttavia il caso di Bartali è emblematico se si considerano la celebrità del personaggio e le continue avances portate avanti dal governo fascista, prima della deflagrazione della guerra, per spronarlo a indossare in pianta stabile la camicia nera.

Mussolini e il Regime tentarono infatti di rendere Bartali un loro alfiere nel momento in cui Ginettaccio fu convinto (leggi: costretto) a disertare l’edizione 1938 del Giro d’Italia per competere sulle strade del Tour de France, ove riportò un’affermazione perentoria che più volte fu sfruttata a fini propagandistici dal governo fascista nei suoi tentativi di arruolare Bartali tra le icone sportive dell’Italia littoria, a fianco di Primo Carnera e della nazionale di calcio bicampione del mondo. Questi tentativi furono più volte frustrati dallo stesso Bartali, uomo libero e dai principi solidi che mai si sarebbe prestato a figurante di interessi di parte. La fermezza delle sue convinzioni si rivelò nel momento in cui, chiamato al dovere più importante della sua vita, Bartali non si rifiutò e, anzi, seppe agire da vero cristiano qual era, spinto dalla sua travolgente umanità che sarà tanto apprezzata dagli italiani nel dopoguerra.

Mentre dopo la fine del conflitto Bartali divenne assieme a Coppi l’emblema stesso della ripartenza, la rivalità cavalleresca tra i due campioni fu da alcuni interpreti vista come lo specchio della progressiva polarizzazione dell’Italia tra lo schieramento politico-sociale facente capo alla Democrazia Cristiana e l’opposizione di sinistra gravitante attorno al Partito Comunista, sebbene tanto Bartali quanto Coppi fossero restii a prestarsi nuovamente a diventare strumenti di fazioni ristrette, loro che con le loro imprese ciclistiche stavano aiutando una nazione a trovare nuova coesione.

La dialettica tra forze di coesione e spinte centrifughe che animavano la società italiana negli anni della neonata Repubblica, la spiccata ideologizzazione della vita pubblica e le tensioni latenti tra i fautori di due diverse concezioni del mondo e del progresso umano crearono forti attriti, tensioni manifeste e un’accesa conflittualità in seno alla nazione italiana, che vide il suo apice il 14 luglio 1948, quando un esagitato anticomunista, Antonio Pallante, attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, una delle personalità più note del panorama politico internazionale, riducendolo in fin di vita e portando sulle barricate decine di migliaia di manifestanti in diverse città d’Italia. La Spezia, Roma, Napoli, Genova, Taranto furono teatro di cortei spontanei animati da convinti comunisti che incitavano alla rivoluzione e furono repressi dalle forze dell’ordine, lasciando diversi morti sul terreno. L’Italia visse per alcune ore un clima di autentica guerra civile, spaccata in due dai colpi di pistola indirizzati a Togliatti, ma nei due giorni successivi a rasserenare gli animi e distogliere gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta giunsero le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France: con due azioni magistrali, centinaia di chilometri di fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier, Gino Bartali aveva ribaltato le sorti del Tour de France, recuperando venti minuti a Louison Bobet e giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi.

Quel 14 luglio, una telefonata ancora oggi velata dal mistero era intercorsa tra Roma e Cannes, mettendo in contatto Bartali con Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, che chiese ad uno degli sportivi più amati d’Italia un contributo alla risoluzione della crisi sociale apertasi d’improvviso in Italia. Bartali sapeva unire, e seppe dimostrarlo nell’ora di massimo bisogno: sebbene meno determinanti degli appelli conciliatori di Togliatti, ripresosi nelle stesse ore dalle operazioni successive all’attentato, è infatti innegabile che le sue gesta e le vittorie sul suolo francese ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla normalità dell’Italia dopo tre giorni roventi; sulle reali parole scambiate da Bartali e De Gasperi si è molto dibattuto, e lo stesso fuoriclasse ha più volte chiosato, cercando di sminuire il suo ruolo nella vicenda in ossequio alla sua proverbiale modestia. Tuttavia, una cosa è certa: il grande statista democristiano sentì più volte il bisogno di ringraziare pubblicamente Ginettaccio, certificando una volta per tutte il suo ruolo di primo piano in una vicenda tra le più scottanti dell’Italia del Novecento.

E mentre a settant’anni di distanza l’Italia continua a essere, seppur con toni e modalità differenti, un paese diviso, una nazione fondamentalmente incompiuta, nel Belpaese c’è carenza e assoluta necessità di uomini come Bartali. Bartali, l’Umile che è stato autenticamente e profondamente italiano, arrivando a unire e creare una generale concordia attorno al suo nome come pochi sportivi, e figure pubbliche in generale, nell’Italia del Novecento. Bartali, il Giusto il cui ricordo oggi vive rigoglioso in due alberi, a Gerusalemme e Padova, a memoria della più grande delle sue vittorie, siglata nel palmarès più prestigioso in cui sia apposto il nome di Ginettaccio: quello dei benefattori del genere umano.

Vuelta 2016: I giorni del “Condor” Quintana

Vuelta 2016: I giorni del “Condor” Quintana

La Vuelta di Spagna è una corsa a suo modo decisamente sfortunata. Nell’affollato calendario del ciclismo mondiale, essa si disputa in un periodo di transizione, quel finale di estate contrassegnato dall’assenza di classiche di particolari rilievo ma al tempo stesso posizionato a metà del guado tra la conclusione del Tour de France e il gran finale di stagione, rappresentato dai campionati del mondo e dal Giro di Lombardia di fine settembre-inizio ottobre. Nelle ambizioni dei corridori che si preparano, nel periodo autunnale e invernale, ad impostare le loro stagioni agonistiche con l’obiettivo di conquistare una grande corsa a tappe, la Vuelta occupa inevitabilmente una posizione di secondo piano rispetto a Giro e Tour. Questi, oltre a essere depositari di un blasone e di una storia indubbiamente maggiori, sono al tempo stesso collocati in un periodo della stagione tale da rendere ragionevole una preparazione costruita appositamente in loro funzione. Ciò, unitamente alla minore copertura mediatica internazionale del grande giro spagnolo, rende inevitabilmente la Vuelta un vero e proprio terno al lotto: i cacciatori di tappe e i corridori estrosi la includono nei loro programmi con continuità, considerandola il terreno ideale per testare le loro doti in vista delle prove iridate, ma al contempo la maggior parte dei velocisti di prima fascia la disputa molto raramente e la presenza dei grandi “uomini di classifica” non è garantita in partenza. Tuttavia, nei casi in cui numerosi corridori giungano a fine stagione carichi di rimpianti o assetati di rivincita, la Vuelta si rivaluta: la presenza dei big, in tali occasioni, consente di apprezzare appieno una corsa che, per numerose contingenze esterne, troppe volte si vede, come visto, relegata a una dimensione non consona alla sua complessità tattica. Così è stato per l’edizione 2016: l’elevato peso specifico dei nomi al via, unito alla peculiarità del percorso della Vuelta, improntato su un continuo susseguirsi di tappe arcigne con continui saliscendi, numerose ascese inedite e durissimi arrivi in salita, e al comportamento arrembante di varie formazioni ha portato allo sviluppo di una competizione spettacolare, non inferiore in nessun campo né al Giro né al Tour 2016.

Il grande volto della Vuelta 2016 è sicuramente quello di Nairo Quintana: il condor colombiano ha potuto finalmente spiccare il volo, riscattandosi da tutte le critiche rivolte nei suoi confronti da numerosi esperti di ciclismo nelle ultime due stagioni. Nonostante due podi (su tre conquistati in totale) al Tour de France, infatti, Quintana non è mai riuscito, nel biennio 2015-2016, a scalfire la supremazia di Chris Froome e del Team Sky sulla Grande Boucle, e assieme alla sua Movistar è stato accusato di essere un corridore eccessivamente attendista, poco coraggioso e privo di effettive capacità di leadership. Appunti legittime, ma accuse prontamente sfatate alla Vuelta 2016: Quintana ha corso da padrone, riuscendo a tenere abilmente testa allo stesso Froome, giunto in terra spagnola per conquistare la sua seconda grande corsa a tappe della stagione, e a staccare il britannico in diverse occasioni. Proprio lo stesso Froome ha lottato con caparbietà, riuscendo a tenere aperta la corsa fino all’ultimo giorno grazie al successo nell’ultima cronometro, ma alla fine non è riuscito a sopravanzare il rivale colombiano. Assieme ad Alberto Contador, posizionatosi al quarto posto finale a poche settimane dal ritiro al Tour per un infortunio, Quintana ha costruito l’azione più importante della Vuelta nella quindicesima tappa, breve ma micidiale frazione ricca di asperità disputatasi in Aragona, all’inizio della quale i due sono riusciti a inserirsi in una maxi-fuga di oltre 40 corridori e a staccare di oltre 2 minuti Froome e i diretti avversari di classifica.

Parlare di “riscatto” per Nairo Quintana suonerebbe fuori luogo analizzando esclusivamente le statistiche e i dati del suo palmares: vantando un Giro d’Italia conquistato nel 2014 e sei podi complessivi nelle grandi corse a tappe a soli 26 anni, il colombiano si è già ampiamente ritagliato un posto di primo piano nella storia del ciclismo contemporaneo. Tuttavia, questa Vuelta segna la definitiva maturazione di Quintana, incapace di replicare al Tour nel 2015 e nel 2016 le straordinarie prestazioni e i colpi di assoluta classe messi in campo alla “Corsa Rosa” del 2014, da lui conquistata con un memorabile attacco in discesa sullo Stelvio a 60 km dall’arrivo della sedicesima tappa, al termine della quale si ritrovò davanti al connazionale Rigoberto Uran. La Vuelta 2016, dunque, segna il ritorno di un campione che negli ultimi anni aveva ammantato di mediocrità la propria classe, riuscendo in rare occasioni a uscire da una mentalità “conservatrice” e a osare di più di quanto concessogli da un talento naturale, come dimostrano un secondo e un terzo posto al Tour ottenuti correndo letteralmente “di rimessa”. Se Quintana saprà confermarsi sui livelli mostrati in terra spagnola e, soprattutto, se sarà in grado di gestire le pressioni dovute al ruolo di capitano, che in futuro la compresenza di Alejandro Valverde allevierà in maniera sempre più tenue rispetto a oggi, il “Condor” potrà mietere ulteriori successi nel campo delle grandi corse a tappe e mantenere l’impegnativo titolo di icona sportiva della Colombia. Punta di lancia di una talentuosissima generazione di atleti provenienti dal paese sudamericano e cresciuto pedalando sulle Ande, a oltre 3000 metri di quota, Quintana rappresenta il presente e il futuro del ciclismo colombiano: capace di ottime azioni in salita ma al tempo stesso solido a cronometro, combattivo in discesa e decisamente coriaceo, è a tutti gli effetti il prototipo del ciclista del Duemila. Quintana è infatti un atleta sicuramente più moderno e competitivo di numerosi suoi connazionali del passato, grintosissimi scalatori e pessimi passisti, e funge da punto di riferimento per una scuola che negli ultimi anni ha consegnato al ciclismo mondiale atleti del calibro di Rigoberto Uran, Darwin Atapuma ed Esteban Chaves, giunto sul podio della Vuelta alle spalle di Froome e Quintana dopo aver sfiorato, pochi mesi fa, il trionfo al Giro d’Italia.

Ora, dopo aver fatto suo il Giro 2014 e la Vuelta 2016, nella prossima stagione è probabile che Quintana punti a misurarsi nuovamente con il suo obiettivo più grande, la maglia gialla di Parigi; nel frattempo, si spera che questa Vuelta possa aver contribuito ad accrescere il prestigio della corsa e che, di conseguenza, il campione colombiano possa realisticamente mettere in piano per il 2017 la difesa del simbolo del primato, la maglia rossa da leader, ritenendola un obiettivo di primo livello e non un’opportunità per rimediare ad eventuali delusioni alla Grande Boucle.

Close