#NerosuRosso: la cessione del Milan ai cinesi e il giornalismo d’inchiesta nel 2017

#NerosuRosso: la cessione del Milan ai cinesi e il giornalismo d’inchiesta nel 2017

Una voce che arriva da lontano, uno dei club calcistici più titolati al mondo, un giornalista ai più sconosciuto che non molla e non smette mai di twittare la sua verità. Questi, in estrema sintesi, gli ingredienti di ‘#nerosurosso – Così Berlusconi ha venduto il Milan ai cinesi’, di Pasquale Campopiano (Edizioni Ultra Sport, 332 pp, euro 16,50). Quel che viene narrato in questo avvincente racconto di un anno di vita vissuta (professionale e privata) non è solo la vicenda, per certi versi simile a una spy-story, che ha portato al passaggio di consegne nel club meneghino dopo oltre un trentennio da protagonista assoluto del Cavaliere, ma una spiegazione pratica e ben formulata di come negli ultimi anni il giornalismo ha cambiato pelle.

Con stile avvincente e ironico, Campopiano ripercorre l’inchiesta che ne ha mutato per sempre il percorso lavorativo e personale: una notizia ‘afferrata’ per puro caso diventa la ‘sua’ storia, anche e soprattutto grazie all’aiuto dei social network, nello specifico di Twitter. La trattativa per la clamorosa cessione del Milan ad un gruppo di imprenditori cinesi, che la stragrande maggioranza dei giornalisti e dei media tradizionali ritiene priva di fondamento, grazie all’ostinatezza (e al grande fiuto, c’è da dirlo) di un cronista fino a quel momento lontano dalle luci della ribalta prende quota e guadagna credibilità.

Tra caparre, caparrine e rinvii dell’ultim’ora non mancano i momenti difficili, e quando Campopiano vede chiudersi davanti la porte del ‘Corriere dello Sport’, il quotidiano per il cui sito scriveva, riesce a non darsi per vinto: armato della buona volontà necessaria per addentrarsi nei misteri dell’alta finanza e di uno smartphone con cui comunicare tramite Twitter, riesce a raccontare ad una platea immensa tutte le fasi dell’affare. Fino all’agognato e per certi versi insperato closing dello scorso aprile, a un anno esatto dal primo articolo con cui aveva rivelato la notizia della trattativa.

Una storia in cui si crede, un social network e la voglia di raccontarla: nel 2017 il giornalismo è sempre più questo. Un cambiamento sempre più evidente, di cui in pochi hanno dimostrato di aver compreso la portata: tra loro c’è sicuramente Pasquale Campopiano, che con l’hashtag #nerosurosso ha portato avanti uno scoop lungo 12 mesi.

World Values Day: a Roma si premia l’eccellenza dello Sport e non solo

World Values Day: a Roma si premia l’eccellenza dello Sport e non solo

ROMA – L’Italia si unisce per la prima volta ad altri 67 paesi del mondo per celebrare il World Values Day, la giornata mondiale dei valori. Giovedì 19 ottobre presso la storica Sala della Protomoteca in Campidoglio a Roma si terrà la cerimonia di premiazione degli Italian Values Awards, riconoscimento ufficiale del World Values Day per personaggi dello sport, della cultura e dello spettacolo che hanno lasciato il segno nel corso dell’anno o della loro carriera, e rappresentato un valore umano attraverso i propri traguardi professionali. Nato per riunire le eccellenze italiane appartenenti a diversi settori, è un premio che celebra il coraggio, la passione, l’ambizione, l’impegno e tutti i valori che hanno portato queste persone a diventare ciò che sono oggi.

La manifestazione è ideata e promossa dall’Associazione Italiana, Arte, Sport e Cultura in collaborazione con la Polizia di Stato e l’Associazione I Am Doping Free, e con il patrocinio di CONI, ANG-Agenzia Nazionale Giovani, Città Metropolitana di Roma Capitale e Consiglio Regionale del Lazio.

I PROTAGONISTI – I vincitori saranno suddivisi nelle categorie “Sport”, “Life” e “People” e riceveranno la prestigiosa statuetta nel corso di una cerimonia-evento pensata come momento ispirativo, un incontro di respiro culturale e sociale. Numerosi i protagonisti già annunciati all’evento: tra gli sportivi il capitano dell’Italnuoto Filippo Magnini, l’atleta più medagliata dello sport italiano Valentina Vezzali, il campione azzurro di pugilato Clemente Russo, il campione del mondo di spada Paolo Pizzo, il campione europeo di pesi Mirco Scarantino, la fiorettista iridata Arianna Errigo, la calciatrice della nazionale femminile Elena Linari e il golfista non vedente Stefano Palmieri, vincitore del prestigioso British Blind Open 2017. In campo culturale e artistico saranno premiati: il regista già vincitore del David di Donatello Volfango De Biasi per il documentario “Crazy for Football”; il film “Tiro libero” di Alessandro Valori con Simone Riccioni, Nancy Brilli, Antonio Catania e Biagio Izzo; il giornalista Darwin Pastorin per il libro “Lettera a un giovane calciatore”; il giornalista Roberto Giacobbo, autore e conduttore della trasmissione tv “Voyager”. Due i vincitori della categoria People: Luciano Baietti, l’uomo più ‘istruito’ del mondo con il record di 15 lauree conseguite, e Valerio Catoia, giovane atleta disabile autore di un eroico salvataggio in mare di una bambina in difficoltà. Alla manifestazione si aggiungeranno altri ospiti e numerosi premi speciali. Tutti i premiati saranno chiamati a portare la propria testimonianza sull’importanza dei valori e delle virtù che hanno caratterizzato le loro imprese sportive, professionali e personali.

Ad aprire la manifestazione l’incontro “Campioni Oltre il Traguardo” (www.campionioltreiltraguardo.com) rivolto a studenti e giovani atleti durante il quale si parlerà dei pericoli relativi all’uso del web, di bullismo e cyberbullismo attraverso le campagne di sensibilizzazione della Polizia di Stato, ma anche di corretta alimentazione e di doping grazie all’Associazione “I Am Doping Free” di Filippo Magnini, che sarà presente per parlare del suo impegno per lo sport pulito.

Questo riconoscimento è unico nel suo genere perché coniuga valore sociale, culturale ed educativo – spiega il giornalista Gianluca Meola, organizzatore dell’evento – parla ai giovani di valori umani attraverso le storie e le esperienze dei personaggi che premiamo, che diventano a loro volta esempi edificanti, fonte d’ispirazione e di insegnamento. E’ un progetto che portiamo avanti dallo scorso anno che finora ci ha permesso di coinvolgere più di duemila ragazzi, siamo onorati di essere stati scelti dal Committee del World Values Day per unirsi al resto del mondo e celebrare questa ricorrenza anche in Italia”

I sogni di gloria calcistica della Colombia di Pablo Escobar

I sogni di gloria calcistica della Colombia di Pablo Escobar

Siamo negli anni 80 e in Sudamerica un movimento calcistico brilla come mai aveva fatto in passato: in Colombia c’è grande fermento per quanto avviene sui campi da calcio della Primera A, popolata da fior di campioni autoctoni e stranieri. Tra 1985 e 1987 l’America de Calì arriva tre volte in finale di Copa Libertadores, perdendo sempre la partita decisiva anche a causa di un pizzico di sfortuna. Ad alzare il trofeo su cui mai nessuna squadra colombiana era riuscita a mettere le mani fino ad allora è, nel 1989, l’Atletico Nacional de Medellin, che pochi mesi più tardi contende la Coppa Intercontinentale con il Milan degli olandesi di Arrigo Sacchi fino ai supplementari, quando a decidere il match è una punizione di Evani.

La squadra guidata da Francisco Maturana può contare sul talento di alcuni dei migliori giocatori colombiani di quella generazione, tra cui il carismatico portiere René Higuita e il difensore Andrés Escobar. E sull’appoggio economico del narcotrafficante più famoso della storia, ovvero Pablo Escobar Gaviria. Sono gli anni del boom del traffico della cocaina, e la Colombia è diventata la principale esportatrice della polvere bianca: i vari boss dei cartelli di Calì e Medellin decidono di usare il calcio per ripulire parte dei loro guadagni.

Stiamo parlando di cifre mastodontiche, se si pensa che proprio Escobar nel 1987 è il settimo uomo più ricco del mondo secondo la classifica stilata dalla prestigiosa rivista ‘Forbes’. Considerato dai suoi concittadini una sorta di Robin Hood locale, Escobar decide di finanziare le squadre della sua Medellin, portando ‘Los Verdolagas’ in cima al Sudamerica.

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Non mancano però le zone d’ombra: nel 1990 l’arbitro uruguaiano Cardellino denuncia alla Conmebol un tentativo di corruzione (con tanto di minacce di morte) per il match tra Nacional e Vasco de Gama. Per la prima volta nella storia viene deciso di ripetere una partita in assenza di errori tecnici da parte della terna arbitrale.

Sono gli anni in cui, se da una parte la Colombia diventa progressivamente il Paese più violento del mondo con migliaia di morti tra civili e militari in quella che si rivela essere una vera e propria guerra, dall’altra i protagonisti indiscussi di questo conflitto spesso si sfidano sui campi di calcio: il ‘Messicano’ Rodriguez Gacha si toglie lo sfizio di veder giocare nella sua squadra, il Millionarios, una leggenda come Carlos Valderrama, mentre i fratelli Rodriguez Orejela sono decisivi nel periodo d’oro dell’America de Calì.

I calciatori colombiani, grazie ai narcodollari, ottengono stipendi simili a quelli che percepirebbero in Europa, e sono molti gli stranieri che in questo periodo transitano dalle parti di Calì e Medellin. L’atmosfera che si respira, tuttavia, è ben diversa da quella di Wembley o San Siro: considerati anche gli interessi dei Narcos nel settore delle scommesse, la violenza la fa da padrona, come dimostra l’uccisione di Alvaro Ortega, arbitro ‘reo’ di aver annullato un gol all’Independiente de Medellin contro l’America de Calì, episodio che porta alla sospensione del campionato.

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Ma nello stesso periodo la Colombia può contare su una generazione di calciatori di livello assoluto, che promette di portare la Nazionale su livelli mai toccati in precedenza. Se nel Mondiale italiano del 1990 a fermare i ‘Cafeteros’ è il Camerun di Roger Milla (e la tanto clamorosa quanto famosa ‘papera’ di Higuita), alla vigilia di USA ’94 sembrano esserci tutte le premesse per un torneo da non dimenticare. La Colombia si qualifica spazzando via l’Argentina nel match decisivo con un clamoroso 0-5 esterno, e anche Escobar è decisamente orgoglioso tanto da ‘convocare’ a La Catedral, il lussuosissimo carcere che aveva fatto appositamente costruire per se stesso dopo aver trovato l’accordo con il Governo colombiano per evitare l’estradizione negli States, buona parte della squadra in partenza per il torneo iridato. Varie stelle del calcio colombiano, tra cui Higuita, accettano l’invito, e si sfidano in un match in onore della Virgen de las Mercedes, la protettrice dei reclusi.

E’ il 1993, e da lì a poco per la Colombia cambia tutto: Pablo Escobar viene ucciso il 2 dicembre, e la spedizione americana della squadra di Maturana, diventato Ct, delude le attese. I ‘Cafeteros’ vengono eliminati nel girone anche e soprattutto a causa della sconfitta con i ‘Gringos’. Gli USA si impongono a sorpresa per 2-1, e la rete decisiva è un autogol di Andrés Escobar, una delle colonne della Nazionale e del Nacional de Medellin vicecampione del Mondo nel 1989. Pochi giorni dopo il difensore perde la vita in seguito a un’accesa discussione, colpito da 12 colpi di pistola sparati dalla guardia del corpo dei fratelli Gallòn Henao, ex uomini di Pablo Escobar in rampa di lancio dopo la morte del boss. E’ la certificazione della fine di un’epoca per la Colombia intera, e ovviamente anche per il calcio: serviranno altri 20 anni ai ‘Cafeteros’ per tornare ai livelli di quel tempo. Anche se il contesto in cui si muovono adesso James Rodriguez e Radamel Falcao sembra decisamente cambiato rispetto a quello di Pablo e Andrés Escobar.

Renato Portaluppi, la memorabile notte europea del ‘bidone’ giallorosso

Renato Portaluppi, la memorabile notte europea del ‘bidone’ giallorosso

E’ il 12 ottobre del 1988, e per la (terza) Roma di Liedholm è una serata da incorniciare: sul campo del Norimberga i giallorossi sono riusciti a ribaltare l’1-2 subito nell’andata dei 32esimi di finale di Coppa Uefa in una partita senza esclusione di colpi. Il grande protagonista del match è lui, il giocatore che è stato sbandierato ai quattro venti come l’acquisto bomba dell’estate: Renato Portaluppi, dopo aver segnato di testa il gol del definitivo 1-3, decide di concludere una serata di calcio e calcioni facendosi espellere (giustamente) per un’entrata fuori tempo e decisamente fuori luogo nella metà campo avversaria. Dopo il cartellino rosso Renato prima si dispera, poi se la prende con l’avversario per chiudere in bellezza mandando platealmente l’arbitro a quel paese uscendo dal campo. Ma il numero 7 romanista, arrivato per rimpiazzare un mito sul viale del tramonto come Bruno Conti e far tornare la Roma ai fasti di qualche anno prima, è comunque il grande eroe di questa bella serata europea, durante la quale ha letteralmente fatto impazzire a suon di dribbling e giocate i difensori tedeschi, e nessuno si aspetta che quel gol sarà l’ultimo (oltre che il primo, se si escludono quelli estivi in Coppa Italia) con la maglia giallorossa.

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In estate l’impatto di quello che all’epoca è considerato uno degli attaccanti brasiliani più talentuosi è devastante, almeno a livello mediatico: Renato arriva a Trigoria in elicottero, Liedholm lo accosta a Gullit, mentre il ‘Guerin Sportivo’ spara un titolo che rimarrà nella storia, ovvero ‘Re Nato’. Insieme a lui dal Flamengo approda alla Roma anche Andrade, centrocampista acquistato per dare equilibrio a una squadra che si annuncia votata al gioco offensivo ma che sarà presto preso di mira per la sua lentezza meritandosi il soprannome di ‘Er Moviola’.

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Da subito Renato si rivela personaggio al di sopra delle righe, entrando di prepotenza nella cronache mondane della Capitale. D’altra parte la sua passione sono le donne (“credo di averne avute almeno mille – si spinge a precisare in un’intervista dell’epoca -, una volta ho fatto l’amore anche in panchina dopo un allenamento”), e a Roma le distrazioni da questo punto di vista non gli mancano. A risentirne è il rendimento sul rettangolo verde, che dopo l’exploit di Norimberga torna ad essere pessimo fino alla fine della stagione. I numeri parlano chiaro in tal senso: in campionato il brasiliano colleziona 23 presenze senza nemmeno la gioia di un gol, e anche la Roma affonda arrivando al settimo posto, fuori dalla zona Uefa. I tifosi, che l’avevano accolto come il nuovo messia, gli si rivoltano contro, fino a dedicargli uno striscione memorabile: “A Renato, ridacce Cochi”.

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Chissà se il brasiliano si sarà fatto spiegare dai compagni l’accostamento a lui dedicato con il duo comico formato da Pozzetto e Ponzoni: d’altra parte all’interno dello spogliatoio i rapporti si erano fatti subito tesi, con tanto di voci di risse con Massaro e Giannini. Quel che è certo è che in pochi a Roma hanno storto la bocca alla notizia del suo ritorno in Brasile, insieme ad Andrade, al termine della stagione 1988/89. Nel suo Paese Renato è riuscito a mantenere la sua credibilità come calciatore prima e come allenatore dopo: in Italia lo ricordiamo per essere stato uno dei più grandi ‘bidoni’ della storia della Roma e del calcio italiano. A parte quella splendida serata di Norimberga, almeno fino all’espulsione.

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

E’ il gennaio del 2000, il calcio italiano è il più ricco e il più bello del mondo, e gli occhi di tutti sono puntati sui campi della Serie A. Nelle curve degli stadi compaiono però sempre più spesso striscioni xenofobi e ostili, accompagnati da bandiere con croci celtiche, ma è forse ancora più inquietante un messaggio della Curva Nord della Lazio durante una partita con il Bari: “Onore alla tigre Arkan”. Moltissimi non capiscono, altri si indignano. E’ il caso di Alen Boksic, all’epoca attaccante biancoceleste e croato di nascita, che si sfoga sulle pagine de ‘La Repubblica’: “Sto male, molto male. Sono amareggiato e deluso anche perché quella scritta viene dai miei tifosi. Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che fanno”. Le voci di corridoio assicurano però che a volere quello striscione sia stato un compagno di squadra di Boksic, il serbo (di madre croata) Sinisa Mihajlovic, ora allenatore del Milan, che anni dopo ha spiegato le sue motivazioni al ‘Corriere della Sera’: “Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri”.

La Tigre Arkan, nome di battaglia di Željko Ražnatović, trova la morte il 15 gennaio 2000 in un agguato avvenuto in un albergo di Belgrado, dopo essere stato uno dei più cruenti protagonisti delle guerre jugoslave del decennio precedente. Da sempre grande appassionato di calcio, Arkan è il leader del gruppo ultras più violento della curva della Stella Rossa Belgrado negli anni del conflitto iniziato nel 1991: Ražnatović è noto ai corpi di Polizia di tutta Europa, per aver imperversato tra Italia, Germania, Olanda e Belgio con rapine ed esecuzioni (anche su commissione dei servizi segreti della Jugoslavia di Tito) tra gli anni 70 e 80.

Una volta tornato in patria diventa uno dei principali protagonisti della guerra civile, e sugli spalti del ‘Maracanà’ organizza una spietata milizia di supporto a Slobodan Milošević, presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia che troverà la morte a L’Aja durante il processo a suo carico per crimini contro l’umanità. Arkan e le sue ‘Tigri’ seminano il terrore da vero braccio armato dell’espansionismo della ‘Grande Serbia’: i circa tremila volontari reclutati tra la curva dello stadio e le carceri belgradesi si rendono protagonisti di migliaia di uccisioni, e il potere del loro leader cresce a dismisura nel corso di quei tragici anni.

Al termine dei conflitti, nel 1995, Arkan è uno degli uomini più ricchi e potenti della Serbia, sebbene ufficialmente sia solo il titolare di una pasticceria. Ma oltre che un amante dei dolci, un criminale e un nazionalista Ražnatović è da sempre un grande calciofilo. La sua ambizione e la sua passione per il pallone lo portano ad aspirare a diventare protagonista in prima persona del calcio del suo Paese: sfumati i tentativi di prendere possesso della ‘sua’ Stella Rossa, diventa presidente del FK Obilic, squadra di Belgrado dal passato tutt’altro che glorioso. Ma avere come proprietario il capo delle ‘Tigri” in un’epoca come quella può essere decisamente rilevante, e la storia dei gialloblu lo dimostra: dopo decenni nell’anonimato, nonostante la squadra non sia assolutamente al livello delle big, l’Obilic diventa una delle realtà di punta del calcio serbo.

Le minacce per nulla velate cui vengono sottoposti arbitri e giocatori avversari, con la leggenda che parla anche di gas sedativi negli spogliatoi degli avversari e altre amenità del genere, consentono quello che da altre parti, ma non certo nella Serbia degli anni 90, sarebbe considerato un miracolo calcistico: in un battibaleno arrivano la promozione nella massima serie, il primo scudetto della storia del club (che interrompe un dominio di Partizan e Stella Rossa durato 27 stagioni consecutive) e la partecipazione ai preliminari di Champions League, il tutto facilitato certamente dalla costante e minacciosa presenza di Arkan in panchina.

A eliminare i ‘Cavalieri’ dalla massima competizione europea è il Bayern Monaco, dopo che Arkan ha lasciato la presidenza del club alla moglie Svetlana, cantante celeberrima in Serbia, a causa delle pressioni della Uefa che lo portano anche a progettare l’omicidio dell’allora presidente Johansson prima di rinunciare a causa della mancanza di occasioni concrete. I bavaresi si impongono con facilità in casa, anche grazie alla forzata assenza di Arkan che non può recarsi in Germania a causa di una taglia sulla sua testa risalente alle ‘avventure’ di gioventù da quelle parti, eliminando la squadra balcanica e costringendola alla Coppa Uefa nella quale è l’Atletico Madrid di Arrigo Sacchi a mettere la parola fine alla campagna estera della compagine del crudele comandante serbo.

Poco dopo la parabola di Arkan si conclude a colpi di arma da fuoco, con la stessa violenza che ha caratterizzato tutto il suo percorso di vita. E che ha avuto un ruolo non certo marginale nel suo sogno di realizzare un’utopia calcistica che sarebbe meglio cancellare. Necrologi e onori postumi compresi.

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