I sogni di gloria calcistica della Colombia di Pablo Escobar

I sogni di gloria calcistica della Colombia di Pablo Escobar

Siamo negli anni 80 e in Sudamerica un movimento calcistico brilla come mai aveva fatto in passato: in Colombia c’è grande fermento per quanto avviene sui campi da calcio della Primera A, popolata da fior di campioni autoctoni e stranieri. Tra 1985 e 1987 l’America de Calì arriva tre volte in finale di Copa Libertadores, perdendo sempre la partita decisiva anche a causa di un pizzico di sfortuna. Ad alzare il trofeo su cui mai nessuna squadra colombiana era riuscita a mettere le mani fino ad allora è, nel 1989, l’Atletico Nacional de Medellin, che pochi mesi più tardi contende la Coppa Intercontinentale con il Milan degli olandesi di Arrigo Sacchi fino ai supplementari, quando a decidere il match è una punizione di Evani.

La squadra guidata da Francisco Maturana può contare sul talento di alcuni dei migliori giocatori colombiani di quella generazione, tra cui il carismatico portiere René Higuita e il difensore Andrés Escobar. E sull’appoggio economico del narcotrafficante più famoso della storia, ovvero Pablo Escobar Gaviria. Sono gli anni del boom del traffico della cocaina, e la Colombia è diventata la principale esportatrice della polvere bianca: i vari boss dei cartelli di Calì e Medellin decidono di usare il calcio per ripulire parte dei loro guadagni.

Stiamo parlando di cifre mastodontiche, se si pensa che proprio Escobar nel 1987 è il settimo uomo più ricco del mondo secondo la classifica stilata dalla prestigiosa rivista ‘Forbes’. Considerato dai suoi concittadini una sorta di Robin Hood locale, Escobar decide di finanziare le squadre della sua Medellin, portando ‘Los Verdolagas’ in cima al Sudamerica.

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Non mancano però le zone d’ombra: nel 1990 l’arbitro uruguaiano Cardellino denuncia alla Conmebol un tentativo di corruzione (con tanto di minacce di morte) per il match tra Nacional e Vasco de Gama. Per la prima volta nella storia viene deciso di ripetere una partita in assenza di errori tecnici da parte della terna arbitrale.

Sono gli anni in cui, se da una parte la Colombia diventa progressivamente il Paese più violento del mondo con migliaia di morti tra civili e militari in quella che si rivela essere una vera e propria guerra, dall’altra i protagonisti indiscussi di questo conflitto spesso si sfidano sui campi di calcio: il ‘Messicano’ Rodriguez Gacha si toglie lo sfizio di veder giocare nella sua squadra, il Millionarios, una leggenda come Carlos Valderrama, mentre i fratelli Rodriguez Orejela sono decisivi nel periodo d’oro dell’America de Calì.

I calciatori colombiani, grazie ai narcodollari, ottengono stipendi simili a quelli che percepirebbero in Europa, e sono molti gli stranieri che in questo periodo transitano dalle parti di Calì e Medellin. L’atmosfera che si respira, tuttavia, è ben diversa da quella di Wembley o San Siro: considerati anche gli interessi dei Narcos nel settore delle scommesse, la violenza la fa da padrona, come dimostra l’uccisione di Alvaro Ortega, arbitro ‘reo’ di aver annullato un gol all’Independiente de Medellin contro l’America de Calì, episodio che porta alla sospensione del campionato.

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Ma nello stesso periodo la Colombia può contare su una generazione di calciatori di livello assoluto, che promette di portare la Nazionale su livelli mai toccati in precedenza. Se nel Mondiale italiano del 1990 a fermare i ‘Cafeteros’ è il Camerun di Roger Milla (e la tanto clamorosa quanto famosa ‘papera’ di Higuita), alla vigilia di USA ’94 sembrano esserci tutte le premesse per un torneo da non dimenticare. La Colombia si qualifica spazzando via l’Argentina nel match decisivo con un clamoroso 0-5 esterno, e anche Escobar è decisamente orgoglioso tanto da ‘convocare’ a La Catedral, il lussuosissimo carcere che aveva fatto appositamente costruire per se stesso dopo aver trovato l’accordo con il Governo colombiano per evitare l’estradizione negli States, buona parte della squadra in partenza per il torneo iridato. Varie stelle del calcio colombiano, tra cui Higuita, accettano l’invito, e si sfidano in un match in onore della Virgen de las Mercedes, la protettrice dei reclusi.

E’ il 1993, e da lì a poco per la Colombia cambia tutto: Pablo Escobar viene ucciso il 2 dicembre, e la spedizione americana della squadra di Maturana, diventato Ct, delude le attese. I ‘Cafeteros’ vengono eliminati nel girone anche e soprattutto a causa della sconfitta con i ‘Gringos’. Gli USA si impongono a sorpresa per 2-1, e la rete decisiva è un autogol di Andrés Escobar, una delle colonne della Nazionale e del Nacional de Medellin vicecampione del Mondo nel 1989. Pochi giorni dopo il difensore perde la vita in seguito a un’accesa discussione, colpito da 12 colpi di pistola sparati dalla guardia del corpo dei fratelli Gallòn Henao, ex uomini di Pablo Escobar in rampa di lancio dopo la morte del boss. E’ la certificazione della fine di un’epoca per la Colombia intera, e ovviamente anche per il calcio: serviranno altri 20 anni ai ‘Cafeteros’ per tornare ai livelli di quel tempo. Anche se il contesto in cui si muovono adesso James Rodriguez e Radamel Falcao sembra decisamente cambiato rispetto a quello di Pablo e Andrés Escobar.

Renato Portaluppi, la memorabile notte europea del ‘bidone’ giallorosso

Renato Portaluppi, la memorabile notte europea del ‘bidone’ giallorosso

E’ il 12 ottobre del 1988, e per la (terza) Roma di Liedholm è una serata da incorniciare: sul campo del Norimberga i giallorossi sono riusciti a ribaltare l’1-2 subito nell’andata dei 32esimi di finale di Coppa Uefa in una partita senza esclusione di colpi. Il grande protagonista del match è lui, il giocatore che è stato sbandierato ai quattro venti come l’acquisto bomba dell’estate: Renato Portaluppi, dopo aver segnato di testa il gol del definitivo 1-3, decide di concludere una serata di calcio e calcioni facendosi espellere (giustamente) per un’entrata fuori tempo e decisamente fuori luogo nella metà campo avversaria. Dopo il cartellino rosso Renato prima si dispera, poi se la prende con l’avversario per chiudere in bellezza mandando platealmente l’arbitro a quel paese uscendo dal campo. Ma il numero 7 romanista, arrivato per rimpiazzare un mito sul viale del tramonto come Bruno Conti e far tornare la Roma ai fasti di qualche anno prima, è comunque il grande eroe di questa bella serata europea, durante la quale ha letteralmente fatto impazzire a suon di dribbling e giocate i difensori tedeschi, e nessuno si aspetta che quel gol sarà l’ultimo (oltre che il primo, se si escludono quelli estivi in Coppa Italia) con la maglia giallorossa.

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In estate l’impatto di quello che all’epoca è considerato uno degli attaccanti brasiliani più talentuosi è devastante, almeno a livello mediatico: Renato arriva a Trigoria in elicottero, Liedholm lo accosta a Gullit, mentre il ‘Guerin Sportivo’ spara un titolo che rimarrà nella storia, ovvero ‘Re Nato’. Insieme a lui dal Flamengo approda alla Roma anche Andrade, centrocampista acquistato per dare equilibrio a una squadra che si annuncia votata al gioco offensivo ma che sarà presto preso di mira per la sua lentezza meritandosi il soprannome di ‘Er Moviola’.

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Da subito Renato si rivela personaggio al di sopra delle righe, entrando di prepotenza nella cronache mondane della Capitale. D’altra parte la sua passione sono le donne (“credo di averne avute almeno mille – si spinge a precisare in un’intervista dell’epoca -, una volta ho fatto l’amore anche in panchina dopo un allenamento”), e a Roma le distrazioni da questo punto di vista non gli mancano. A risentirne è il rendimento sul rettangolo verde, che dopo l’exploit di Norimberga torna ad essere pessimo fino alla fine della stagione. I numeri parlano chiaro in tal senso: in campionato il brasiliano colleziona 23 presenze senza nemmeno la gioia di un gol, e anche la Roma affonda arrivando al settimo posto, fuori dalla zona Uefa. I tifosi, che l’avevano accolto come il nuovo messia, gli si rivoltano contro, fino a dedicargli uno striscione memorabile: “A Renato, ridacce Cochi”.

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Chissà se il brasiliano si sarà fatto spiegare dai compagni l’accostamento a lui dedicato con il duo comico formato da Pozzetto e Ponzoni: d’altra parte all’interno dello spogliatoio i rapporti si erano fatti subito tesi, con tanto di voci di risse con Massaro e Giannini. Quel che è certo è che in pochi a Roma hanno storto la bocca alla notizia del suo ritorno in Brasile, insieme ad Andrade, al termine della stagione 1988/89. Nel suo Paese Renato è riuscito a mantenere la sua credibilità come calciatore prima e come allenatore dopo: in Italia lo ricordiamo per essere stato uno dei più grandi ‘bidoni’ della storia della Roma e del calcio italiano. A parte quella splendida serata di Norimberga, almeno fino all’espulsione.

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

E’ il gennaio del 2000, il calcio italiano è il più ricco e il più bello del mondo, e gli occhi di tutti sono puntati sui campi della Serie A. Nelle curve degli stadi compaiono però sempre più spesso striscioni xenofobi e ostili, accompagnati da bandiere con croci celtiche, ma è forse ancora più inquietante un messaggio della Curva Nord della Lazio durante una partita con il Bari: “Onore alla tigre Arkan”. Moltissimi non capiscono, altri si indignano. E’ il caso di Alen Boksic, all’epoca attaccante biancoceleste e croato di nascita, che si sfoga sulle pagine de ‘La Repubblica’: “Sto male, molto male. Sono amareggiato e deluso anche perché quella scritta viene dai miei tifosi. Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che fanno”. Le voci di corridoio assicurano però che a volere quello striscione sia stato un compagno di squadra di Boksic, il serbo (di madre croata) Sinisa Mihajlovic, ora allenatore del Milan, che anni dopo ha spiegato le sue motivazioni al ‘Corriere della Sera’: “Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri”.

La Tigre Arkan, nome di battaglia di Željko Ražnatović, trova la morte il 15 gennaio 2000 in un agguato avvenuto in un albergo di Belgrado, dopo essere stato uno dei più cruenti protagonisti delle guerre jugoslave del decennio precedente. Da sempre grande appassionato di calcio, Arkan è il leader del gruppo ultras più violento della curva della Stella Rossa Belgrado negli anni del conflitto iniziato nel 1991: Ražnatović è noto ai corpi di Polizia di tutta Europa, per aver imperversato tra Italia, Germania, Olanda e Belgio con rapine ed esecuzioni (anche su commissione dei servizi segreti della Jugoslavia di Tito) tra gli anni 70 e 80.

Una volta tornato in patria diventa uno dei principali protagonisti della guerra civile, e sugli spalti del ‘Maracanà’ organizza una spietata milizia di supporto a Slobodan Milošević, presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia che troverà la morte a L’Aja durante il processo a suo carico per crimini contro l’umanità. Arkan e le sue ‘Tigri’ seminano il terrore da vero braccio armato dell’espansionismo della ‘Grande Serbia’: i circa tremila volontari reclutati tra la curva dello stadio e le carceri belgradesi si rendono protagonisti di migliaia di uccisioni, e il potere del loro leader cresce a dismisura nel corso di quei tragici anni.

Al termine dei conflitti, nel 1995, Arkan è uno degli uomini più ricchi e potenti della Serbia, sebbene ufficialmente sia solo il titolare di una pasticceria. Ma oltre che un amante dei dolci, un criminale e un nazionalista Ražnatović è da sempre un grande calciofilo. La sua ambizione e la sua passione per il pallone lo portano ad aspirare a diventare protagonista in prima persona del calcio del suo Paese: sfumati i tentativi di prendere possesso della ‘sua’ Stella Rossa, diventa presidente del FK Obilic, squadra di Belgrado dal passato tutt’altro che glorioso. Ma avere come proprietario il capo delle ‘Tigri” in un’epoca come quella può essere decisamente rilevante, e la storia dei gialloblu lo dimostra: dopo decenni nell’anonimato, nonostante la squadra non sia assolutamente al livello delle big, l’Obilic diventa una delle realtà di punta del calcio serbo.

Le minacce per nulla velate cui vengono sottoposti arbitri e giocatori avversari, con la leggenda che parla anche di gas sedativi negli spogliatoi degli avversari e altre amenità del genere, consentono quello che da altre parti, ma non certo nella Serbia degli anni 90, sarebbe considerato un miracolo calcistico: in un battibaleno arrivano la promozione nella massima serie, il primo scudetto della storia del club (che interrompe un dominio di Partizan e Stella Rossa durato 27 stagioni consecutive) e la partecipazione ai preliminari di Champions League, il tutto facilitato certamente dalla costante e minacciosa presenza di Arkan in panchina.

A eliminare i ‘Cavalieri’ dalla massima competizione europea è il Bayern Monaco, dopo che Arkan ha lasciato la presidenza del club alla moglie Svetlana, cantante celeberrima in Serbia, a causa delle pressioni della Uefa che lo portano anche a progettare l’omicidio dell’allora presidente Johansson prima di rinunciare a causa della mancanza di occasioni concrete. I bavaresi si impongono con facilità in casa, anche grazie alla forzata assenza di Arkan che non può recarsi in Germania a causa di una taglia sulla sua testa risalente alle ‘avventure’ di gioventù da quelle parti, eliminando la squadra balcanica e costringendola alla Coppa Uefa nella quale è l’Atletico Madrid di Arrigo Sacchi a mettere la parola fine alla campagna estera della compagine del crudele comandante serbo.

Poco dopo la parabola di Arkan si conclude a colpi di arma da fuoco, con la stessa violenza che ha caratterizzato tutto il suo percorso di vita. E che ha avuto un ruolo non certo marginale nel suo sogno di realizzare un’utopia calcistica che sarebbe meglio cancellare. Necrologi e onori postumi compresi.

Annie ‘Londonderry’: giro del mondo in bici sulla strada dell’uguaglianza

Annie ‘Londonderry’: giro del mondo in bici sulla strada dell’uguaglianza

Che alla fine ci sarebbe riuscita, forse nessuno ci avrebbe mai creduto. E’ il 1894, il movimento per l’emancipazione femminile è agli albori quando una ventitreenne ebrea lettone emigrata negli Stati Uniti decide di provare a compiere un’impresa praticamente impossibile: sono passati dieci anni da quando Thomas Stevens ha completato il giro del mondo su una bicicletta, percorrendo oltre 21 mila chilometri. Due ricchi gentiluomini di Boston sono talmente convinti che quanto fatto dell’inglese non sia replicabile da una donna da mettere in palio una notevole somma di denaro per la signora o signorina che riesca a farli ricredere. Sono anni in cui il movimento della ‘New woman’, ovvero delle donne che hanno deciso di dare un forte segnale di rottura con il passato lavorando fuori di casa e diventando politicamente attive, ha scelto proprio l’uso della bicicletta come simbolo di uguaglianza con gli uomini.

Ad accettare la sfida è Annie Kopchovsky, che dopo aver preso alcune lezioni per imparare ad andare sulle due ruote saluta il marito e i tre figli e si tuffa a capofitto in un’avventura sensazionale. La scommessa prevede che la ragazza abbia a disposizione 5 centesimi al giorno per le spese e che riesca a guadagnare nel suo cammino 5 mila dollari, testimoniando il raggiungimento di alcune tappe attraverso l’attestazione di vari consoli statunitensi. Ad ‘avviare’ l’impresa è un’azienda di acque minerali, la Londonderry, che alla stregua degli sponsor moderni ottiene in cambio di denaro di apporre una targa con il suo marchio sulla bici e di far addirittura cambiare le generalità alla protagonista di questa storia: nemmeno i colossi di oggi, come ad esempio la Emirates Airlines che ha acquisito i naming rights dello stadio dell’Arsenal, sono arrivati a tanto.

Annie, con un cognome nuovo di zecca sul passaporto, una bici da 19 chili sotto al sedere e una pistola in tasca, parte da Boston salutata da centinaia di persone riunitesi davanti alla Massachusetts State House il 25 giugno del 1894: per tornare le occorreranno 15 mesi, durante i quali attraversa deserti, continenti e città, facendosi conoscere ovunque anche grazie alle sue doti che adesso definiremmo di pr. Dopo essere stata protagonista di conferenze ed aver venduto sue foto autografate agli ammiratori dalla Cina a Singapore, fino a Parigi e Gerusalemme, fa ritorno a Chicago il 14 settembre del 1895, togliendosi anche lo sfizio di arrivare in anticipo di due settimane rispetto al termine ultimo pattuito.

Quella della coraggiosa Annie ‘Londonderry’ Kopchovsky è una storia che fa scalpore, che la rende uno dei simboli principali della lotta delle donne del tempo per l’eguaglianza dei diritti. Un’impresa di cui però ben presto si sarebbe persa quasi ogni traccia, fino a quando Peter Zheutlin, un giornalista discendente della coraggiosa ciclista, la riscopre nel nostro secolo e la racconta in un libro (‘Il giro del mondo in bicicletta. La straordinaria avventura di una donna alla conquista della libertà’, Elliot editore) che successivamente ispira un documentario del film maker Gillian Klemper Willman. Il tutto per raccontare e divulgare degnamente la storia di una (lunga) pedalata, sull’impervia strada che portava verso l’uguaglianza.

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Caso Donnarumma? Tutta colpa di Bosman e della sentenza che cambiò per sempre il calcio

Di lui si sono perse le tracce per lunghi anni. Il nome dell’uomo che, con la sua battaglia, rivoluzionò il calcio europeo torna sulle pagine dei giornali nel 2012, non su quelle dello sport bensì quelle ben meno accoglienti della cronaca: Jean-Marc Bosman viene condannato dal tribunale di Liegi per violenza domestica nei confronti della compagna e della figlia di lei nel corso di una lite. Pur riuscendo a evitare la prigione grazie alla condizionale prima, e ai servizi sociali poi, è il punto più basso del percorso di vita di un ex calciatore che, dopo i promettenti esordi nel professionismo ha deciso di intraprendere una battaglia per rivendicare quello che ritiene un suo diritto e ridistribuire in modo più equo i soldi del calcio tra i giocatori. Il fatto che la sua vicenda lo ha poi visto isolato da quello che era il suo mondo, che lo ha trattato come un personaggio ‘scomodo’, e finire senza lavoro, con problemi di alcolismo e depressione non può che essere considerato una beffa.

Soprattutto se si considera il ruolo chiave da lui avuto nell’arricchimento dei suoi colleghi. Ma anche se Bosman riesce attualmente a mantenersi solo grazie a un sussidio statale non si è mai pentito di aver cominciato e portato a termine la sua battaglia.

Sono passati più di vent’anni da quando per il calcio è cambiato tutto. E’ il 1995, l’Ajax di van Gaal è campione d’Europa, la Juve di Lippi ha conquistato il primo campionato dell’era dei tre punti a vittoria e George Weah, primo calciatore africano nella storia del trofeo, sta per aggiudicarsi il Pallone d’Oro.

In Belgio, un centrocampista poco conosciuto nel resto d’Europa sta da tempo sfidando il sistema: a Jean-Marc Bosman non va proprio giù l’esser stato trattato “come uno schiavo”. Dopo che il club con cui era in scadenza di contratto, l’RFC Liegi, gli ha negato il trasferimento ai francesi del Dunkerque non rinunciando all’indennizzo che all’epoca era previsto alla scadenza del contratto decide di andare fino in fondo, facendo causa.

Dunkerque, nel giugno del 1940, fu il teatro di una storica ritirata delle truppe alleate che portò al salvataggio di circa 340 mila soldati dall’accerchiamento delle truppe naziste: 55 anni dopo Bosman, forse involontariamente, con la sua battaglia per andare a giocare nella squadra della città portuale francese pone le basi per una decisa spallata simbolica e non solo alle limitazioni della libera circolazione dei lavoratori comunitari all’interno dell’Unione Europea. E a un mondo del calcio che da quel momento non sarà più lo stesso.

Gli Stati membri dell’UE sono da poco passati da 12 a 15, e il lungo tragitto verso la moneta comune è da tempo cominciato. Nei club calcistici del Vecchio Continente ciò non basta però ancora per azzerare le limitazioni al tesseramento e all’impiego di giocatori europei: fino a quel tempo l’Uefa permetteva di convocare massimo tre stranieri per le partite della neonata Champions League, della Coppa Uefa e della Coppa delle Coppe, mentre in Italia, dopo la chiusura totale degli anni ’60 e ’70, era consentito il tesseramento di quattro non italiani (ma con un tetto di tre in campo).

Il giorno della svolta è il 15 dicembre 1995: dopo cinque anni dall’inizio della causa, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dà ragione a Bosman, assimilando di fatto i calciatori agli altri lavoratori. Ne consegue la possibilità, per un giocatore comunitario, di trasferirsi gratuitamente (il cosiddetto ‘parametro zero’) alla scadenza del contratto con il proprio club e la decadenza delle limitazioni delle Federazioni sul numero dei calciatori dell’UE tesserabili e schierabili.

Per il calciomercato è una vera rivoluzione: le società perdono potere a vantaggio dei calciatori, che possono iniziare a guardare alla scadenza del loro contratto come un’opportunità e a valutare di trasferirsi in un altro campionato senza tanti problemi. In più di un’occasione il mancato rinnovo di un big scatena aste milionarie tra i club che fiutano l’affare di tesserare un giocatore senza pagarne il cartellino (o a pagarlo meno del reale valore se vicino alla scadenza del contratto): tra i protagonisti delle trattative iniziano a figurare gli intermediari e, mentre i procuratori diventano sempre più potenti, gli stipendi dei calciatori lievitano.

Nei cinque maggiori campionati europei il monte ingaggi totale passa dal miliardo di euro del 1995 ai 6,8 miliardi del 2013/14, crescendo in percentuale più del fatturato (da 2 a 11,3 miliardi di euro). Impressionante poi il dato dell’utilizzo dei calciatori stranieri in Serie A, ben 301 su 553 giocatori scesi in campo nel 2014/15 (il 54,4%). Da quelle che erano due finestre di una decina di giorni a luglio e a ottobre adesso la campagna trasferimenti ha date comuni in Europa, e dura tutta l’estate fino al primo settembre e tutto il mese di gennaio.

Tra coloro che si avvalgono dello svincolo gratuito nel corso di questi vent’anni ci sono anche calciatori di livello eccelso all’epoca del loro trasferimento, come ad esempio Vialli (passato dalla Juventus al Chelsea nel 1996), Ballack (dal Bayern Monaco al Chelsea nel 2006), Pirlo (dal Milan alla Juventus nel 2011) e Lewandowski (dal Borussia Dortmund al Bayern Monaco nel 2014). Il boom economico che trasforma il calcio in quello show-business che non era ai tempi della sentenza porta anche a un cambio di priorità per i club e per i calciatori, per i quali spesso conta più partecipare alle competizioni più importanti (per poter intascare i soldi dei premi e dei diritti tv) che vincere.

Nonostante tali liberalizzazioni, la sentenza Bosman presto perde la sua spinta egualitaria di redistribuzione della ricchezza: ad approfittarne, infatti, sono quasi solo i calciatori più famosi e ricchi, e la maggior parte dei vantaggi economici se li mettono in tasca loro, e non i ‘comuni mortali’ come era ad esempio lo stesso artefice del cambiamento. Quando da giovane Jean-Marc Bosman sognava di cambiare il calcio aveva in mente scenari molto diversi. Su tutti i fronti.