Rubli e pallone: Kerimov, dal sogno Roma al naufragio del sogno Anzhi

Rubli e pallone: Kerimov, dal sogno Roma al naufragio del sogno Anzhi

“Quindi per noi i russi erano un popolo fiero e modesto, e insieme meschino e invidioso, tutto preso a portare avanti una causa comune che era quella di regalare il paradiso socialista al mondo intero oppure di affogare il pianeta sotto le bombe nucleari. E intanto, nel tempo libero, giocavano a scacchi e leggevano romanzi difficili e si sfondavano di vodka per digerire le cene a base di bambini. (…) E’ chiaro che non li abbiamo riconosciuti quando ce li siamo trovati a trotterellare per le vie del centro, con la Lacoste rosa e le scarpe da barca di Gianni Agnelli e il cagnolino in braccio col collare di brillanti. (…) No, questi non erano russi, erano marziani”. (F. Genovesi, Morte dei Marmi, Laterza 2012)

E’ un freddo pomeriggio di gennaio del 2016 a Makhachkala, e vicino alla Anzhi Arena, casa della principale squadra della città russa, viene segnalato del fumo: ad aver preso fuoco, spento dopo pochi minuti grazie all’intervento dei pompieri, è il ‘regalo’ che il proprietario dell’Anzhi, Suleiman Kerimov, ha riservato agli esterrefatti tifosi della squadra per il ritorno nella Russian Premier League la scorsa estate dopo un anno in seconda serie. Le fiamme provengono dall’interno di una tanto inedita quanto mastodontica riproduzione di una Lamborghini Gallardo, una delle automobili preferite di Kerimov, vero appassionato di supercar


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 Kerimov, tra i principali azionisti della Gazprom (sponsor della Champions League), è uno dei magnati che negli anni scorsi ha acquisito grande notorietà anche grazie al calcio. A vederlo in foto sembra un anonimo funzionario, ma come per tutti gli oligarchi russi anche sulla figura del quasi cinquantenne nato a Derbent non mancano le ombre: in molti vedono come vero punto di partenza delle sue fortune l’entrata in politica nell’ultra nazionalista partito Liberal Democratico, resa possibile dall’appoggio del suo ex socio in affari Sergej Isakov. Lo stesso personaggio che, insieme al capo del partito Vladimir Zhirinovsky, finisce poi nell’inchiesta delle Nazioni Unite per alcune gravi irregolarità registrate nelle transazioni relative al programma ‘Oil for Food’ nell’Iraq di Saddam Hussein. Di lì in poi Kerimov, che ad inizio anni ’90 era un semplice contabile con uno stipendio bassissimo, spicca il volo, con l’acquisizione della compagnia petrolifera Nafta Moskva e i massicci investimenti nel mondo finanziario russo e occidentale. Operazioni di livello assoluto, come l’acquisizione di importanti quote della Sberbank, la più notevole banca d’affari del suo Paese, rese possibili da ingenti prestiti poi ripagati grazie all’aumento del valore delle azioni.

Sebbene la crisi economica deflagrata nel 2008 lo colpisca pesantemente, Kerimov conferma negli anni il suo peso economico, e nel 2011, con l’acquisto della principale squadra della sua regione, corona finalmente il sogno calcistico solo sfiorato alcuni anni prima. Nel 2004 prova infatti ad acquistare la Roma all’epoca di Franco Sensi, cercando in tal modo di seguire le orme di Abramovich, altro magnate che ormai da più di un decennio impazza nel calciomercato mondiale con il suo Chelsea. Si arriva a un passo dalla conclusione, ma poi tutto salta per motivi non ancora del tutto chiariti: tra le voci che girano quella di una richiesta eccessiva degli allora proprietari, ma non manca chi fa notare lo scarso gradimento dei russi per un’improvvisa perquisizione a Trigoria da parte della Guardia di Finanza o chi racconta una telefonata dell’allora Premier Berlusconi a Putin.

Archiviata questa delusione, l’Anzhi, almeno all’inizio, diventa per il tutt’altro che sobrio Kerimov un vero e proprio status symbol: nel giro di pochi mesi a indossare la maglia gialla del club russo arrivano fuoriclasse, seppure in declino, del calibro di Roberto Carlos e Samuel Eto’o, che scelgono di trasferirsi in Russia spinti dalle montagne di rubli che gli vengono offerti. Addirittura il camerunese ex Inter può fregiarsi all’epoca del ‘titolo’ di calciatore più pagato del mondo (con un ingaggio di circa 20 milioni di euro all’anno). Ma dura poco: nel 2013, anche in conseguenza della notizia di un mandato di cattura dell’Interpol nei suoi confronti, Kerimov decide di smobilitare il suo ‘giocattolo’, che dal sogno della Champions League si ritrova a sprofondare nel giro di pochi mesi nella clamorosa realtà di un’inattesa retrocessione.

In purgatorio l’Anzhi ci resta una sola stagione, sebbene nei successivi due anni le cose a Makhachkala, dove i giocatori si recano solo per giocare le partite casalinghe (vivono e si allenano nella più tranquilla Mosca, distante più di 1.500 kilometri in linea d’aria), non vadano benissimo. Oltre a quella per il calcio e per i concerti privati sul suo yacht ‘Ice’ da 91 metri come quello di Shakira e Cristina Aguilera che gli cantarono ‘Happy birthday to you’ in occasione del suo quarantesimo compleanno, resta forte in Kerimov la passione per le auto sportive: come la Bugatti Veyron regalata all’allora suo giocatore Roberto Carlos per il 38esimo compleanno dell’allora terzino sinistro brasiliano, e soprattutto come la Ferrari Enzo con cui nel 2006 fa un incidente dalle parti di Nizza in cui rischia di perdere la vita. Il fatto che lo schianto si verifichi in circostanze sospette e soprattutto a pochi giorni della morte per avvelenamento di Polonio a Londra di Litvinenko fa riflettere più di un osservatore delle vicende russe del tempo.

Vicende che consigliano Kerimov a superare i dissapori con Putin, dovuti anche e soprattutto all’allontanamento dal gruppo politico ‘Russia Unita’ e conseguentemente dalla Duma. Un rapporto di amicizia che, a conti fatti, gli consente di fare ancora una vita da nababbo tra mega-yacht e mega-Lamborghini nonostante il sogno di primeggiare nel calcio russo ed europeo sia  definitivamente accantonato con il magnate russo che ha deciso di vendere il club a Osman Kadiev.

 

Il Nottingham Forest di Brian Clough in un football che non esiste più

Il Nottingham Forest di Brian Clough in un football che non esiste più

In Inghilterra in questi giorni si è tornato a parlare del Nottingham Forest, capace di battere l’Arsenal in FA Cup pur militando in Championship, la Serie B inglese. Una bella impresa che ci ha fatto tornare alla memoria la storia di una squadra leggendaria allenata da un mister altrettanto fantastico, Brian Clough, che da neopromosso si laureò Campione d’Inghilterra nel 1978 e nei due anni successivi alzò al cielo la Coppa dei Campioni.

E’ il gennaio del 1975, e da pochi mesi Clough, uno degli allenatori più considerati in Inghilterra, è senza lavoro. La sua esperienza sulla panchina del Leeds United, all’epoca la squadra da battere nell’isola di Sua Maestà la Regina, è durata lo spazio di poche settimane: la sua forte personalità e l’odio per il suo predecessore (Don Revie) hanno contribuito a rendere da subito pessimi i rapporti con lo spogliatoio, provocando una crisi di risultati e l’inevitabile esonero, il tutto magistralmente raccontato da David Peace nel suo libro ‘Il maledetto United’.


Ma Clough e il suo vice Peter Taylor non amano restare con le mani in mano, e decidono di accettare la prima offerta seria che gli viene recapitata, sebbene provenga da una squadra di seconda divisione: in pratica è come se al giorno d’oggi l’ipotetico nuovo allenatore della Juventus, dopo l’esonero, decidesse di ripartire dalla panchina del Bari o del Perugia. Il Nottingham Forest nella sua storia ha vinto solo una FA Cup, nel lontanissimo 1897/98, e il duo che pochi anni prima ha realizzato una vera impresa col Derby County (altro club della Midlands ed eterno rivale proprio del Forest, che Clough e Taylor hanno portato alla vittoria del campionato e all’eliminazione da parte della Juventus nelle semifinali di Coppa dei Campioni, arrivata anche per un contestato arbitraggio) decide di accettare questa sfida.

Clough ci mette poco ad ambientarsi e a creare una base solida di giocatori costituita dal portiere Shilton, i difensori Anderson e Burns, i centrocampisti McGovern (per il quale il tecnico stravedeva al punto di affidargli le chiavi del gioco delle sue squadre sin dai tempi del Derby County) e l’attuale Ct dell’Irlanda Martin O’Neill, fino alla talentuosa ala Robertson: nel giro di un anno e mezzo arriva la promozione nella massima serie, ma è solo l’inizio di un percorso trionfale.

Nella stagione 1977/78, da neopromossi, i ‘Garibaldi Reds’ (chiamati così perché la scelta dei colori sociali fu un omaggio all’Eroe dei Due Mondi e alle sue camicie rosse) stupiscono tutti fino a vincere clamorosamente il torneo. Il gioco prediletto da Clough è ben diverso da quanto all’epoca il pur vincente calcio inglese riesce ad esprimere: l’allenatore è un teorico della palla a terra e delle manovre ariose, e ciò favorisce la sua squadra anche in un contesto come quello europeo nel quale all’epoca il modello seguito da tutti è senza dubbio l’Ajax del calcio totale che all’inizio degli anni 70 ha cambiato per sempre il modo di intendere questo sport. Ma nel 1978 la squadra più forte è il Liverpool, che ha vinto le ultime due edizioni della Coppa dei Campioni e che proprio il Nottingham Forest si trova a dover affrontare nel primo turno, i sedicesimi di finale: Clough riesce nell’impresa di eliminare i Campioni d’Europa in carica dando così inizio a una cavalcata che rimarrà per sempre nella storia. Il Forest fa fuori una dopo l’altra l’AEK Atene, il Grasshoppers e il Colonia, fino alla finale di Monaco di Baviera contro gli svedesi del Malmoe nella quale è decisivo il gol di Trevor Francis, che negli anni 80 transiterà anche in Italia con la maglia della Sampdoria. E’ un vero capolavoro, ma Clough e i suoi ragazzi decidono di continuare a stupire. La stagione successiva, condita anche dalla vittoria della Supercoppa europea con il Barcellona, il Forest elimina gli svedesi dell’Oesters, i rumeni dell’Arges Pitesti, i tedeschi dell’est della Dinamo Berlino e l’Ajax, fino alla finale del Bernabeu con l’Amburgo di Keegan: a regalare agli inglesi la seconda ‘Coppa dalle grandi orecchie’ consecutiva è la rete di Robertson nel primo tempo.

E’ un’impresa epica, che porta Clough e la sua squadra nell’olimpo dei dei del calcio, anche per aver reso il Nottingham Forest l’unica squadra ad aver vinto due Coppe dei Campioni pur essendosi laureata campione nazionale una sola volta nella sua storia. Anche se negli anni successivi non vincerà più nulla fino al suo ritiro la città resterà per sempre legata alle imprese di quegli anni, fino a ricordare il manager dopo la sua morte con una statua eretta nel centro della città.

Sono passati 40 anni ormai e forse in questo calcio, imprese del genere sono impensabili o piccole grandi eccezioni, come il Leicester di due anni fa, ma raccontarle e renderle immortali restituisce quella bellezza perduta di uno sport che anno dopo anno si sta svendendo al Dio Denaro.

Renato Portaluppi, il “bidone giallorosso” entra nella storia del Calcio Sudamericano

Renato Portaluppi, il “bidone giallorosso” entra nella storia del Calcio Sudamericano

Con la vittoria in Libertadores del suo Gremio ai danni del Lanus, il brasiliano Renato Portaluppi diventa l’unico giocatore al mondo a vincere la “Champions” sudamericana sia come giocatore che come allenatore, sempre con la maglia del Tricolor. Ma in Italia era ricordato per altro. Vi raccontiamo la sua pazza esperienza nella Serie A.

E’ il 12 ottobre del 1988, e per la (terza) Roma di Liedholm è una serata da incorniciare: sul campo del Norimberga i giallorossi sono riusciti a ribaltare l’1-2 subito nell’andata dei 32esimi di finale di Coppa Uefa in una partita senza esclusione di colpi. Il grande protagonista del match è lui, il giocatore che è stato sbandierato ai quattro venti come l’acquisto bomba dell’estate: Renato Portaluppi, dopo aver segnato di testa il gol del definitivo 1-3, decide di concludere una serata di calcio e calcioni facendosi espellere (giustamente) per un’entrata fuori tempo e decisamente fuori luogo nella metà campo avversaria. Dopo il cartellino rosso Renato prima si dispera, poi se la prende con l’avversario per chiudere in bellezza mandando platealmente l’arbitro a quel paese uscendo dal campo. Ma il numero 7 romanista, arrivato per rimpiazzare un mito sul viale del tramonto come Bruno Conti e far tornare la Roma ai fasti di qualche anno prima, è comunque il grande eroe di questa bella serata europea, durante la quale ha letteralmente fatto impazzire a suon di dribbling e giocate i difensori tedeschi, e nessuno si aspetta che quel gol sarà l’ultimo (oltre che il primo, se si escludono quelli estivi in Coppa Italia) con la maglia giallorossa.

In estate l’impatto di quello che all’epoca è considerato uno degli attaccanti brasiliani più talentuosi è devastante, almeno a livello mediatico: Renato arriva a Trigoria in elicottero, Liedholm lo accosta a Gullit, mentre il ‘Guerin Sportivo’ spara un titolo che rimarrà nella storia, ovvero ‘Re Nato’. Insieme a lui dal Flamengo approda alla Roma anche Andrade, centrocampista acquistato per dare equilibrio a una squadra che si annuncia votata al gioco offensivo ma che sarà presto preso di mira per la sua lentezza meritandosi il soprannome di ‘Er Moviola’.

Da subito Renato si rivela personaggio al di sopra delle righe, entrando di prepotenza nella cronache mondane della Capitale. D’altra parte la sua passione sono le donne (“credo di averne avute almeno mille – si spinge a precisare in un’intervista dell’epoca -, una volta ho fatto l’amore anche in panchina dopo un allenamento”), e a Roma le distrazioni da questo punto di vista non gli mancano. A risentirne è il rendimento sul rettangolo verde, che dopo l’exploit di Norimberga torna ad essere pessimo fino alla fine della stagione. I numeri parlano chiaro in tal senso: in campionato il brasiliano colleziona 23 presenze senza nemmeno la gioia di un gol, e anche la Roma affonda arrivando al settimo posto, fuori dalla zona Uefa. I tifosi, che l’avevano accolto come il nuovo messia, gli si rivoltano contro, fino a dedicargli uno striscione memorabile: “A Renato, ridacce Cochi”.


Chissà se il brasiliano si sarà fatto spiegare dai compagni l’accostamento a lui dedicato con il duo comico formato da Pozzetto e Ponzoni: d’altra parte all’interno dello spogliatoio i rapporti si erano fatti subito tesi, con tanto di voci di risse con Massaro e Giannini. Quel che è certo è che in pochi a Roma hanno storto la bocca alla notizia del suo ritorno in Brasile, insieme ad Andrade, al termine della stagione 1988/89. Nel suo Paese Renato è riuscito a mantenere la sua credibilità come calciatore prima e come allenatore dopo: in Italia lo ricordiamo per essere stato uno dei più grandi ‘bidoni’ della storia della Roma e del calcio italiano. A parte quella splendida serata di Norimberga, almeno fino all’espulsione.

I sogni di gloria calcistica della Colombia di Pablo Escobar

I sogni di gloria calcistica della Colombia di Pablo Escobar

Siamo negli anni 80 e in Sudamerica un movimento calcistico brilla come mai aveva fatto in passato: in Colombia c’è grande fermento per quanto avviene sui campi da calcio della Primera A, popolata da fior di campioni autoctoni e stranieri. Tra 1985 e 1987 l’America de Calì arriva tre volte in finale di Copa Libertadores, perdendo sempre la partita decisiva anche a causa di un pizzico di sfortuna. Ad alzare il trofeo su cui mai nessuna squadra colombiana era riuscita a mettere le mani fino ad allora è, nel 1989, l’Atletico Nacional de Medellin, che pochi mesi più tardi contende la Coppa Intercontinentale con il Milan degli olandesi di Arrigo Sacchi fino ai supplementari, quando a decidere il match è una punizione di Evani.

La squadra guidata da Francisco Maturana può contare sul talento di alcuni dei migliori giocatori colombiani di quella generazione, tra cui il carismatico portiere René Higuita e il difensore Andrés Escobar. E sull’appoggio economico del narcotrafficante più famoso della storia, ovvero Pablo Escobar Gaviria. Sono gli anni del boom del traffico della cocaina, e la Colombia è diventata la principale esportatrice della polvere bianca: i vari boss dei cartelli di Calì e Medellin decidono di usare il calcio per ripulire parte dei loro guadagni.

Stiamo parlando di cifre mastodontiche, se si pensa che proprio Escobar nel 1987 è il settimo uomo più ricco del mondo secondo la classifica stilata dalla prestigiosa rivista ‘Forbes’. Considerato dai suoi concittadini una sorta di Robin Hood locale, Escobar decide di finanziare le squadre della sua Medellin, portando ‘Los Verdolagas’ in cima al Sudamerica.

Non mancano però le zone d’ombra: nel 1990 l’arbitro uruguaiano Cardellino denuncia alla Conmebol un tentativo di corruzione (con tanto di minacce di morte) per il match tra Nacional e Vasco de Gama. Per la prima volta nella storia viene deciso di ripetere una partita in assenza di errori tecnici da parte della terna arbitrale.

Sono gli anni in cui, se da una parte la Colombia diventa progressivamente il Paese più violento del mondo con migliaia di morti tra civili e militari in quella che si rivela essere una vera e propria guerra, dall’altra i protagonisti indiscussi di questo conflitto spesso si sfidano sui campi di calcio: il ‘Messicano’ Rodriguez Gacha si toglie lo sfizio di veder giocare nella sua squadra, il Millionarios, una leggenda come Carlos Valderrama, mentre i fratelli Rodriguez Orejela sono decisivi nel periodo d’oro dell’America de Calì.

I calciatori colombiani, grazie ai narcodollari, ottengono stipendi simili a quelli che percepirebbero in Europa, e sono molti gli stranieri che in questo periodo transitano dalle parti di Calì e Medellin. L’atmosfera che si respira, tuttavia, è ben diversa da quella di Wembley o San Siro: considerati anche gli interessi dei Narcos nel settore delle scommesse, la violenza la fa da padrona, come dimostra l’uccisione di Alvaro Ortega, arbitro ‘reo’ di aver annullato un gol all’Independiente de Medellin contro l’America de Calì, episodio che porta alla sospensione del campionato.

Ma nello stesso periodo la Colombia può contare su una generazione di calciatori di livello assoluto, che promette di portare la Nazionale su livelli mai toccati in precedenza. Se nel Mondiale italiano del 1990 a fermare i ‘Cafeteros’ è il Camerun di Roger Milla (e la tanto clamorosa quanto famosa ‘papera’ di Higuita), alla vigilia di USA ’94 sembrano esserci tutte le premesse per un torneo da non dimenticare. La Colombia si qualifica spazzando via l’Argentina nel match decisivo con un clamoroso 0-5 esterno, e anche Escobar è decisamente orgoglioso tanto da ‘convocare’ a La Catedral, il lussuosissimo carcere che aveva fatto appositamente costruire per se stesso dopo aver trovato l’accordo con il Governo colombiano per evitare l’estradizione negli States, buona parte della squadra in partenza per il torneo iridato. Varie stelle del calcio colombiano, tra cui Higuita, accettano l’invito, e si sfidano in un match in onore della Virgen de las Mercedes, la protettrice dei reclusi.


E’ il 1993, e da lì a poco per la Colombia cambia tutto: Pablo Escobar viene ucciso il 2 dicembre, e la spedizione americana della squadra di Maturana, diventato Ct, delude le attese. I ‘Cafeteros’ vengono eliminati nel girone anche e soprattutto a causa della sconfitta con i ‘Gringos’. Gli USA si impongono a sorpresa per 2-1, e la rete decisiva è un autogol di Andrés Escobar, una delle colonne della Nazionale e del Nacional de Medellin vicecampione del Mondo nel 1989. Pochi giorni dopo il difensore perde la vita in seguito a un’accesa discussione, colpito da 12 colpi di pistola sparati dalla guardia del corpo dei fratelli Gallòn Henao, ex uomini di Pablo Escobar in rampa di lancio dopo la morte del boss. E’ la certificazione della fine di un’epoca per la Colombia intera, e ovviamente anche per il calcio: serviranno altri 20 anni ai ‘Cafeteros’ per tornare ai livelli di quel tempo. Anche se il contesto in cui si muovono adesso James Rodriguez e Radamel Falcao sembra decisamente cambiato rispetto a quello di Pablo e Andrés Escobar.

#NerosuRosso: la cessione del Milan ai cinesi e il giornalismo d’inchiesta nel 2017

#NerosuRosso: la cessione del Milan ai cinesi e il giornalismo d’inchiesta nel 2017

Una voce che arriva da lontano, uno dei club calcistici più titolati al mondo, un giornalista ai più sconosciuto che non molla e non smette mai di twittare la sua verità. Questi, in estrema sintesi, gli ingredienti di ‘#nerosurosso – Così Berlusconi ha venduto il Milan ai cinesi’, di Pasquale Campopiano (Edizioni Ultra Sport, 332 pp, euro 16,50). Quel che viene narrato in questo avvincente racconto di un anno di vita vissuta (professionale e privata) non è solo la vicenda, per certi versi simile a una spy-story, che ha portato al passaggio di consegne nel club meneghino dopo oltre un trentennio da protagonista assoluto del Cavaliere, ma una spiegazione pratica e ben formulata di come negli ultimi anni il giornalismo ha cambiato pelle.

Con stile avvincente e ironico, Campopiano ripercorre l’inchiesta che ne ha mutato per sempre il percorso lavorativo e personale: una notizia ‘afferrata’ per puro caso diventa la ‘sua’ storia, anche e soprattutto grazie all’aiuto dei social network, nello specifico di Twitter. La trattativa per la clamorosa cessione del Milan ad un gruppo di imprenditori cinesi, che la stragrande maggioranza dei giornalisti e dei media tradizionali ritiene priva di fondamento, grazie all’ostinatezza (e al grande fiuto, c’è da dirlo) di un cronista fino a quel momento lontano dalle luci della ribalta prende quota e guadagna credibilità.

Tra caparre, caparrine e rinvii dell’ultim’ora non mancano i momenti difficili, e quando Campopiano vede chiudersi davanti la porte del ‘Corriere dello Sport’, il quotidiano per il cui sito scriveva, riesce a non darsi per vinto: armato della buona volontà necessaria per addentrarsi nei misteri dell’alta finanza e di uno smartphone con cui comunicare tramite Twitter, riesce a raccontare ad una platea immensa tutte le fasi dell’affare. Fino all’agognato e per certi versi insperato closing dello scorso aprile, a un anno esatto dal primo articolo con cui aveva rivelato la notizia della trattativa.

Una storia in cui si crede, un social network e la voglia di raccontarla: nel 2017 il giornalismo è sempre più questo. Un cambiamento sempre più evidente, di cui in pochi hanno dimostrato di aver compreso la portata: tra loro c’è sicuramente Pasquale Campopiano, che con l’hashtag #nerosurosso ha portato avanti uno scoop lungo 12 mesi.

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