Boosting: autolesionismo e scosse elettriche del Doping Paralimpico estremo

Boosting: autolesionismo e scosse elettriche del Doping Paralimpico estremo

Rischiare la morte per andare più forte. È l’ultima frontiera del doping paralimpico. Il termine medico per definirla è disreflessia autonomica. Ovvero, il boosting. In cosa consiste? “È un’alterazione dei riflessi del sistema nervoso autonomo frequente in atleti con lesioni cervicali e midollari di categoria T6 o superiore patologiaspiegava al Fatto Marco Bernardi, capo dello staff medico della nazionale italiana a Londra 2012. Questi atleti arrivano a sottoporsi a scariche elettriche sui genitali, a rompersi l’alluce o ad applicarsi un catetere per mantenere la vescica piena. E solo per aumentare la circolazione del sangue e andare più forte.

Le lesioni midollari, infatti, impediscono al corpo di gestire correttamente le funzioni autonomiche, come la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca. Gli atleti con questa tipologia di lesioni, i quadriplegici, non avvertono dolore, vista la lesione, ma ottengono una risposta fisiologica, da parte del sistema simpatico, esagerata e fuori controllo. Basta avere la vescica eccessivamente piena per arrivare a una pressione sistolica del sangue di 300 mgHg (milli (milligrammi of mercurio), che può portare all’emorragia cerebrale e alla morte.

Questo tipo di risposta fa sì che comunque che i recettori della carotide, quando la pressione sale, vadano a stimolare una reazione del sistema parasimpatico e indurre così la vasodilatazione sopra il livello della lesione. Ma mentre a livello del busto lo stimolo arriva e la frequenza cardiaca scende, al di sotto della lesione il messaggio non passa e la pressione continua a salire: metà corpo si rilassa, l’altra sperimenta un’iperattivazione, una reazione da attacco-fuga, quel tipo di reazione eccessiva a ogni minimo stimolo esterno tipica dei pazienti con una sindrome post-traumatica da stress.

Solo nel 1990 si cominciano a studiare gli effetti della disreflessia autonomica sulle prestazioni degli atleti paralimpici che, segnalava una delle prime ricerche nel 1994, migliorano del 10%: l’aumento della pressione sistolica, infatti, consente all’organismo di estrarre più ossigeno dal sangue. L’IPC, il comitato paralimpico internazionale, seppur nella sostanziale assenza di ricerche specifiche in materia, proibisce questa pratica dal 1994. Due anni dopo, alle Paralimpiadi di Atlanta, si definisce una strategia preventiva: gli atleti vengono controllati 20 minuti prima della gara, un intervallo più che sufficiente per individuare pratiche di boosting che richiedono due ore di tempo per garantire un effetto in gara. Se la pressione sistolica rimane sopra i 180 mgHg anche a 10 minuti dalla gara, l’atleta viene squalificato.

L’IPC è da tempo consapevole del problema. Da uno studio finanziato anche dalla Wada, emergeva che il 17% degli atleti intervistati, nonostante fosse a conoscenza dei rischi estremi per la salute, aveva fatto ricorso almeno una volta al boosting. Come Brad Zdanivsky, uno scalatore quadriplegico che l’ha sperimentato in varie forme in palestra, dal catetere alle scosse elettriche su gambe e genitali.Non è decisamente piacevole” raccontava in un documentario della BBC del 2012,la pressione diventa talmente alta che ti si può rompere un vaso sanguigno nell’occhio, puoi anche rischiare l’emorragia cerebrale, ma i risultati non si possono negare. E per quanto sia spiacevole, porta risultati”.

Non solo, crea anche non pochi problemi a chi deve effettuare i controlli, in chi deve individuarla . Perché, per quanto indotta, è pur sempre una risposta fisiologica, che non si verifica quando si elimina lo stimolo che va generata. E il controllo prima della gara rischia di squalificare anche chi ha semplicemente la pressione più alta. Durante la gara, poi, che si fa? Si organizzano dei “pit stop” appositi a bordo pista?

La questione non è solo semantica. È una zona grigia molto complicata da definire e la prudenza diventa necessaria. Le risposte non intenzionali di disreflessia autonomica possono essere episodi comuni nella vita di un quadriplegico, e punire un atleta per una reazione fisiologica non aumenta certo l’efficacia della prevenzione dei casi di boosting intenzionale.

In più, anche i casi di boosting intenzionale rientrano in un confine più che incerto. Non richiede, infatti, l’assunzione di sostanze proibite. Basta anche bere molta acqua e non andare a far pipì per qualche ora, e non c’è ancora un test per determinare il livello accettabile di idratazione prima di una gara.

Ma c’è un ulteriore problema, un limite al momento insormontabile. Quale? La WADA definisce doping tutto quanto viene espressamente vietato dall’articolo 2 del codice. Ovvero: “La presenza di una sostanza vietata o dei suoi metaboliti o marker nel campione biologico; l’uso o il tentato uso di una sostanza vietata o di un metodo proibito; la mancata presentazione o rifiuto, senza giustificato motivo, di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici; la violazione delle condizioni previste per gli atleti che devono sottoporsi ai controlli fuori competizione; la manomissione anche solo tentata in relazione a qualsiasi fase dei controlli antidoping; il possesso di sostanze vietate e metodi proibiti; il traffico, anche solo tentato, di sostanze vietate o metodi proibiti; la somministrazione di metodi o sostanze proibite durante o fuori dalle competizioni e ogni altra forma di complicità”.

Tecnicamente, per quanto sottile possa sembrare la distinzione, la risposta da disreflessia autonomica causa effetti potenzialmente dopanti, ma l’induzione intenzionale della disreflessia non viola nessuna regola specifica.Non c’è soluzione” diceva Zdanivski, “forse un giorno qualcuno avrà un infarto a bordo pista. Solo allora cominceremo seriamente a parlarne”.

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

“Il posto della scimmia è in gabbia” le hanno scritto dopo l’eliminazione per squalifica a Londra 2012. Ma il posto di Rafaela Silva è il judo. È il tetto del mondo. È suo il primo oro brasiliano ai Giochi di Rio della scorsa estate.

“Solo Dio sa quel che ho sofferto per arrivare fin qui” si è fatta tatuare sul bicipite destro. La biografia drammatica di chi ha una storia comune, condivisa con generazioni di brasiliani che sopravvivono nell’estremo in ombra di una nazione dalle disuguaglianze strazianti. Rafaela, infatti, è cresciuta nella Città di Dio, la favela raccontata da Fernando Meireles, uno dei direttori creativi della cerimonia d’apertura. La comunità, formata negli anni Sessanta per “ripulire” le zone intorno ai resort di Copacabana, Ipanema e Leblon. La pacificazione da parte della polizia resta solo un annuncio, qui la droga, la violenza, le gang rimangono eccome. E il sottotitolo del capolavoro di Meireles torna a illustrare lo scenario della Città di Dio: “Se corri, la bestia ti prenderà. Se ti fermi, la bestia ti mangerà”.

Già da piccola, Rafaela è sempre impegnata a fare a botte con i ragazzi per le strade. “Qui se non colpisci per prima, qualcuno ti colpirà” ha raccontato la sorella Raquel al New York Times. “È una questione di sopravvivenza”. I genitori fanno quel che possono per allontanarle dalle tentazioni e dai pericoli. Le portano all’Instituto Reação (Istituto Reazione), la scuola di judo per tutte le età che Geraldo Bernardes ha fondato con il suo ex allievo Flávio Canto, bronzo ad Atene 2004, ha fondato a Rocinha, la più estesa favela di Rio. “Il judo ha delle regole” aggiunge Raquel, “la strada no”.

In Brasile, il judo è il secondo sport più atteso ai Giochi dopo il calcio. Nessuna disciplina ha regalato ai verdeoro più medaglie olimpiche da quando è entrato nel programma a cinque cerchi a Tokyo 1964. È un perfetto mix di arte e scienza, di espressione e controllo del corpo, introdotto qui negli anni Trenta da immigrati giapponesi.

Il judo, spiega Bernardes al New York Times, “richiede molti sacrifici. Ma in una comunità povera, i ragazzi sono abituati ai sacrifici. Hanno visto la povertà, la violenza. Rafaela è sempre stata aggressiva e voleva una vita migliore”. Bernardes avvisa Rafaela e Raquel, che resterà incinta a 15 anni e abbandonerà la strada dello sport: niente esami per la cintura se avrete ancora problemi a scuola o in strada. È abbastanza per tenerle fuori dai guai.

Bernardes paga le spese per l’allenamento e le trasferte di Rafaela. “All’inizio lo facevo perché mi piaceva” confessa l’atleta, “ma Geraldo ci ha mostrato un altro mondo. Era un lavoro. Ha piantato un seme”. Un seme che dà i suoi frutti, grazie alla coordinazione naturale alimentata dalle infinite partite a calcio e a pipa, una sorta di arte marziale in cui si fanno volare aquiloni e si cerca di tagliare i fili agli avversari, nel 2008. Rafaela diventa campionessa mondiale junior in Thailandia. “In quel momento ho capito che era la mia strada, che volevo essere un’atleta. Dopo tutto quel che avevo passato, i miei combattimenti erano facili. Dopo i mondiali, ho capito che le cose avrebbero potuto cambiare”.

A Rio, ha sentito sulle spalle le attese di un’intera nazione, dopo l’eliminazione di Sarah Menezes, la campionessa in carica nella categoria dei 48 chili. Non era la favorita per l’oro nei 57 chili, nonostante il titolo mondiale del 2013. Ma dimostra subito di voler andare lontano. Il primo incontro, con la tedesca Miryam Roper, dura solo 46 secondi. Elimina negli ottavi la numero 2 del mondo, la sudcoreana Kim Jan Di. La redenzione, comunque, è ancora di là da venire. Nei quarti ritrova l’ungherese Karakas, la stessa avversaria che aveva di fronte a Londra quando è stata squalificata per una presa non permessa dal regolamento.

Dopo la semifinale decisa solo al quarto minuto della sudden death contro la rumena Corina Caprioriu, in finale realizza subito un waza-ari, che regala mezzo punto, contro la numero 1 del mondo, Sumiya Dorjsuren dalla Mongolia. L’entusiasmo dopo la vittoria è assordante. “Non ho mai smesso di inseguire i miei sogni” ha spiegato tra l’orgoglio e la commozione, l’onore e la responsabilità. Da quel giorno la bambina della Città di Dio è diventata un esempio per le generazioni che verranno e che vorranno scrivere le nuove storie di domani. Avrebbe potuto continuare a vivere in strada, avrebbe potuto prendere una cattiva strada. E invece Rafaela Silva è una campionessa olimpica. Ha indicato una via per cambiare. Per inseguire la luce di un oro che luccica più del solito.

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Ventuno anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

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Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

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Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

Sport e Soft Power: Islanda e Qatar, le due facce della medaglia

Sport e Soft Power: Islanda e Qatar, le due facce della medaglia

Non c’è niente come il calcio. È una finestra sulla società, uno strumento troppo utile, scriveva Simon Kuper in “Calcio e Potere”, “per la comprensione del mondo perché se ne possa fare a meno”. Eppure, il calcio moderno standardizzato e globalizzato rimane il primo motore del soft power, della costruzione dell’identità nazionale. E i soldi, in questo strano percorso, non sono tutto.

L’esempio, sottolinea nel suo blog il giornalista James M Dorsey, arriva dalla nazione che più di tutte ha fatto innamorare nell’estate europea, l’Islanda “È tutto più facile quando la gente sa che la tua nazione esiste, e il calcio senza dubbio ha aiutato” ha spiegato al Guardian Ua Matthiasdottir, responsabile dell’acquisizione diritti per la principale casa editrice islandese, la Forlagio che pubblica anche i gialli di  Ragnar Jonasson, venduti in 15 Paesi. Già a partire dalla maglia disegnata dall’italiano Filippo Affanni, votata dall’Equipe come la più bella degli Europei , è il campo a fare la differenza nella percezione che il mondo ha iniziato ad avere dell’Islanda.

Così l’haka-ru, il canto ritmato con l’applauso, è arrivato fino agli Stati Uniti, adottato dai tifosi dei Minnesota Vikings (franchigia NFL). È anche una delle esultanze di Fifa 17, dove però non c’è la nazionale islandese perché la federazione ha rifiutato l’offerta di 15 mila dollari, considerata troppo bassa, per concedere la licenza. Il successo dell’Islanda, capace di sorprendere anche l’Inghilterra, ha fatto impennare le vendite dello skyr, il tipico formaggio fermentato già diffuso in Svizzera e Scandinavia e introdotto in Gran Bretagna dallo scorso febbraio. La lunga coda dei successi sportivi si fa sentire anche sulla Wow Air, la compagnia aerea di Skúli Mogensen, uno degli imprenditori di maggior successo dell’isola che si è costruito fortuna e reputazione nei settori più vari (dai software per cellulari al riciclaggio del carbone). “La squadra ha dimostrato un incredibile spirito, carattere, unione, qualcosa che oggi, nell’epoca delle grandi corporations, la gente apprezza” ha spiegato Morgensen. “Hanno dimostrato che le persone normali possono ottenere grandi risultati se uniscono le proprie forze. Così è aumentato anche l’interesse degli investitori internazionali verso l’Islanda”.

Ma si sa, il cielo vive in uno spazio e in un tempo tutto suo, finché si è in volo non valgono territori e fusi orari. Non a caso, a dispetto di un modello decisamente opposto e di una reputazione nazionale in cerca d’autore, Qatar Airways è riuscita lì dove gli sceicchi hanno fallito con la scelta di ospitare i Mondiali del 2022 : secondo un sondaggio recente, il 96% degli intervistati valuta la compagnia da positiva a molto positiva, e di sicuro l’accordo di sponsorizzazione con il Barcellona non è certo secondario.

Un accordo sopravvissuto alla petizione, firmata da 50 mila tifosi, che chiedevano al Barcellona di interrompere il legame per via delle violazioni ai diritti umani dei lavoratori in Qatar, come il sistema dello sponsor, il kafala. In base a questo principio i migranti non possono cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso dei datori di lavoro. Secondo il rapporto “Il lato oscuro del gioco più bello del mondo: lo sfruttamento del lavoro migrante per costruire un impianto dei Mondiali di calcio del 2022 in Qatar”, pubblicato il 31 marzo da Amnesty International, lo stadio Khalifa, uno degli impianti che ospiterà il Mondiale, è stato costruito interamente grazie allo sfruttamento di operai stranieri. “Lo sfruttamento del lavoro migrante è una macchia sulla coscienza del calcio mondiale. Per giocatori e tifosi, uno stadio dei Mondiali è un luogo da sogno. Per alcuni dei lavoratori che hanno parlato con noi, è come vivere dentro a un incubo” ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Casi come questo hanno fatto crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sui lati oscuri del soft power qatariota, come il milione di dollari in tangenti per ottenere l’organizzazione della Coppa del Mondo e le discriminazioni di genere. Il Paese, però, sotto la guida di Hamad bin Khalifa Al Thani che ha governato dal 1995 al 2013, ha vissuto una lunga fase di modernizzazione grazie all’enorme ricchezza che poggia sul gas naturale (è il quarto produttore mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran) e sul petrolio. Per amministrare l’enorme surplus di miliardi, nel 2005 è stata creata la Qatar Investments Authority, di cui fa parte il Qatar Sports Investments (QSI), che ha comprato il Paris Saint-Germain.

Ospitare grandi eventi sportivi è uno strumento incredibile per costruire una società coesa, per questo è una parte essenziale della Strategia Nazionale di Sviluppo”, ha scritto lo sceicco  Saoud bin Abdulrahman al-Thani, segretario generale del comitato olimpico del Qatar. “E più di tutto, lo sport ispira”. Così, attraverso i grandi eventi sportivi come i Mondiali di ciclismo appena disputati a Doha, il Qatar persegue un obiettivo doppio. Cerca di incentivare il turismo, uno dei passaggi chiave della 2030 National Vision, e soprattutto di cambiare il modo in cui il resto del mondo vede il Qatar. Lo sport, nelle intenzioni delle autorità, deve aiutare a veicolare un’immagine di pace e sicurezza, a distanziare il Qatar dalle problematiche del Medio Oriente. La maggiore attenzione globale non si combina però con la consapevolezza inevitabilmente globale di uno Stato piccolo, anche se economicamente rilevante, che vorrebbe guadagnarsi attraverso lo sport un posto nel mondo.

Il piano della famiglia Al Thani, al potere dalla prima metà del Novecento, ricalca dunque la strada percorsa con successo in Germania con i Mondiali del 2006 e con qualche incertezza in più in Sudafrica quattro anni dopo. Ma i petrodollari, stavolta, potrebbero non bastare.

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