Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

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Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

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Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

Sport e Soft Power: Islanda e Qatar, le due facce della medaglia

Sport e Soft Power: Islanda e Qatar, le due facce della medaglia

Non c’è niente come il calcio. È una finestra sulla società, uno strumento troppo utile, scriveva Simon Kuper in “Calcio e Potere”, “per la comprensione del mondo perché se ne possa fare a meno”. Eppure, il calcio moderno standardizzato e globalizzato rimane il primo motore del soft power, della costruzione dell’identità nazionale. E i soldi, in questo strano percorso, non sono tutto.

L’esempio, sottolinea nel suo blog il giornalista James M Dorsey, arriva dalla nazione che più di tutte ha fatto innamorare nell’estate europea, l’Islanda “È tutto più facile quando la gente sa che la tua nazione esiste, e il calcio senza dubbio ha aiutato” ha spiegato al Guardian Ua Matthiasdottir, responsabile dell’acquisizione diritti per la principale casa editrice islandese, la Forlagio che pubblica anche i gialli di  Ragnar Jonasson, venduti in 15 Paesi. Già a partire dalla maglia disegnata dall’italiano Filippo Affanni, votata dall’Equipe come la più bella degli Europei , è il campo a fare la differenza nella percezione che il mondo ha iniziato ad avere dell’Islanda.

Così l’haka-ru, il canto ritmato con l’applauso, è arrivato fino agli Stati Uniti, adottato dai tifosi dei Minnesota Vikings (franchigia NFL). È anche una delle esultanze di Fifa 17, dove però non c’è la nazionale islandese perché la federazione ha rifiutato l’offerta di 15 mila dollari, considerata troppo bassa, per concedere la licenza. Il successo dell’Islanda, capace di sorprendere anche l’Inghilterra, ha fatto impennare le vendite dello skyr, il tipico formaggio fermentato già diffuso in Svizzera e Scandinavia e introdotto in Gran Bretagna dallo scorso febbraio. La lunga coda dei successi sportivi si fa sentire anche sulla Wow Air, la compagnia aerea di Skúli Mogensen, uno degli imprenditori di maggior successo dell’isola che si è costruito fortuna e reputazione nei settori più vari (dai software per cellulari al riciclaggio del carbone). “La squadra ha dimostrato un incredibile spirito, carattere, unione, qualcosa che oggi, nell’epoca delle grandi corporations, la gente apprezza” ha spiegato Morgensen. “Hanno dimostrato che le persone normali possono ottenere grandi risultati se uniscono le proprie forze. Così è aumentato anche l’interesse degli investitori internazionali verso l’Islanda”.

Ma si sa, il cielo vive in uno spazio e in un tempo tutto suo, finché si è in volo non valgono territori e fusi orari. Non a caso, a dispetto di un modello decisamente opposto e di una reputazione nazionale in cerca d’autore, Qatar Airways è riuscita lì dove gli sceicchi hanno fallito con la scelta di ospitare i Mondiali del 2022 : secondo un sondaggio recente, il 96% degli intervistati valuta la compagnia da positiva a molto positiva, e di sicuro l’accordo di sponsorizzazione con il Barcellona non è certo secondario.

Un accordo sopravvissuto alla petizione, firmata da 50 mila tifosi, che chiedevano al Barcellona di interrompere il legame per via delle violazioni ai diritti umani dei lavoratori in Qatar, come il sistema dello sponsor, il kafala. In base a questo principio i migranti non possono cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso dei datori di lavoro. Secondo il rapporto “Il lato oscuro del gioco più bello del mondo: lo sfruttamento del lavoro migrante per costruire un impianto dei Mondiali di calcio del 2022 in Qatar”, pubblicato il 31 marzo da Amnesty International, lo stadio Khalifa, uno degli impianti che ospiterà il Mondiale, è stato costruito interamente grazie allo sfruttamento di operai stranieri. “Lo sfruttamento del lavoro migrante è una macchia sulla coscienza del calcio mondiale. Per giocatori e tifosi, uno stadio dei Mondiali è un luogo da sogno. Per alcuni dei lavoratori che hanno parlato con noi, è come vivere dentro a un incubo” ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Casi come questo hanno fatto crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sui lati oscuri del soft power qatariota, come il milione di dollari in tangenti per ottenere l’organizzazione della Coppa del Mondo e le discriminazioni di genere. Il Paese, però, sotto la guida di Hamad bin Khalifa Al Thani che ha governato dal 1995 al 2013, ha vissuto una lunga fase di modernizzazione grazie all’enorme ricchezza che poggia sul gas naturale (è il quarto produttore mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran) e sul petrolio. Per amministrare l’enorme surplus di miliardi, nel 2005 è stata creata la Qatar Investments Authority, di cui fa parte il Qatar Sports Investments (QSI), che ha comprato il Paris Saint-Germain.

Ospitare grandi eventi sportivi è uno strumento incredibile per costruire una società coesa, per questo è una parte essenziale della Strategia Nazionale di Sviluppo”, ha scritto lo sceicco  Saoud bin Abdulrahman al-Thani, segretario generale del comitato olimpico del Qatar. “E più di tutto, lo sport ispira”. Così, attraverso i grandi eventi sportivi come i Mondiali di ciclismo appena disputati a Doha, il Qatar persegue un obiettivo doppio. Cerca di incentivare il turismo, uno dei passaggi chiave della 2030 National Vision, e soprattutto di cambiare il modo in cui il resto del mondo vede il Qatar. Lo sport, nelle intenzioni delle autorità, deve aiutare a veicolare un’immagine di pace e sicurezza, a distanziare il Qatar dalle problematiche del Medio Oriente. La maggiore attenzione globale non si combina però con la consapevolezza inevitabilmente globale di uno Stato piccolo, anche se economicamente rilevante, che vorrebbe guadagnarsi attraverso lo sport un posto nel mondo.

Il piano della famiglia Al Thani, al potere dalla prima metà del Novecento, ricalca dunque la strada percorsa con successo in Germania con i Mondiali del 2006 e con qualche incertezza in più in Sudafrica quattro anni dopo. Ma i petrodollari, stavolta, potrebbero non bastare.

Tra il calcio e la pallavolo: il Sepak Takraw punta Tokyo 2020

Tra il calcio e la pallavolo: il Sepak Takraw punta Tokyo 2020

È uno degli sport più antichi d’Asia. Per questo, con il ritorno dei Giochi a Tokyo, il Sepak Takraw sogna di entrare nel programma olimpico. Tuttavia, si gioca ancora solo in 30 nazioni, al di sotto delle 50 richieste dal CIO perché una disciplina possa figurare nelle rassegne a cinque cerchi. Nella geografia di questo sport, un po’ calcio, un po’ volley, c’è anche l’Italia.

“Il sepak takraw” ci spiega il delegato della federazione italiana Achille Nigro, “è nato nella seconda metà del 1400 nel Sudest asiatico, come parente povero del badminton. Si giocava allora con una palla di fibre di rattan intrecciate, un po’ come da noi si giocava a calcio con i palloni di stracci”. Elementi che tornano anche nel nome della disciplina: sepak, infatti, vuol dire “calciare” in malese, mentre takraw è il termine thailandese per la palla, che va fatta passare al volo sopra una rete da badminton senza però usare braccia o mani.

Le prime tracce di un gioco assimilabile all’odierno sepak takraw si trovano nei Sejarah Melayu testi storici malesi del XV secolo, e negli affreschi del Wat Phra Kaew, il tempio del Buddha di Smeraldo, a Bangkok. All’inizio era solo un passatempo ricreativo, con i giocatori disposti in cerchi. Solo nel 1829 la Siam Sport Association formalizzò le regole del sepak takraw moderno, aggiungendo negli anni successivi l’utilizzo di una rete simile a quella usata nella pallavolo, trasformandolo così in una competizione a squadre. Le regole saranno poi standardizzate nel 1960 dai rappresentanti delle cinque nazioni di riferimento (Malesia, Singapore, Indonesia, Laos e Thailandia) che si incontrano a Kuala Lumpur e fondano la Asian Sepak Takraw Federation (ASTAF). Nel 1997 nascerà anche la federazione internazionale (ISTAF), che dal 2011 organizza la SuperSeries, competizione internazionale trasmessa in Malesia da Astro Supersports, in Corea del Sud da KBS Sport e in Europa da EuroSport con oltre un miliardo di potenziali spettatori: la prossima edizione si disputerà nel primo trimestre del 2017.

In campo si affrontano due squadre, dette regu, di tre giocatori” ci spiega Nigro. “Il servitore all’inizio del gioco serve al battitore, nella zona centrale posteriore, che calcia al volo nel campo avversario. Il servitore non può abbandonare la sua area, la cosiddetta area di servizio (rappresentata da un quarto di cerchio e posta in prossimità del limite di campo sotto rete ) finché la palla non ha raggiunto il campo avversario. Il terzo componente è l’attaccante che deve schiacciare oltre la rete. Il colpo più spettacolare è sicuramente il roll spike, la schiacciata in girata a 180 o 360 gradi,simile per certi versi al kick della boxe thailandese: la palla in questi casi può raggiungere i 190-210 kmh”. Il punteggio è simile a quello del volley (nella dinamica del gioco, però, rispetto alla pallavolo non c’è rotazione in difesa). Si gioca al meglio dei tre o dei cinque set: vince il parziale il regu che segna 15 punti, con differenza almeno di due.

In Italia, sottolinea Nigro, “il sepak takraw è arrivato arriva grazie all’attuale presidentessa della federazione Victoria Ranee, moglie di Vittorio Panzeri, ma all’inizio era concentrata solo in Lombardia. Abbiamo costituito una squadra femminile che ha conquistato due titoli e un secondo posto agli Europei. Da lì è nata l’idea di farla conoscere nel resto d’Italia. Abbiamo iniziato a divulgarla attraverso le scuole e gli impianti sportivi, non senza difficoltà. Abbiamo organizzato anche due stage, l’ultimo in Puglia nel 2014, cui abbiamo invitato i campioni del mondo. Ci sono istruttori a Palermo e nostri delegati in Emilia, Lombardia, dove si è trasferito come istruttore uno dei più forti campioni del mondo (la nostra punta di diamante) Calabria, Lazio per cercare di estendere la base di praticanti” oltre gli attuali 150-200 tesserati.

Oltre alle quattro strutture già esistenti, oltre alla Lombardia si gioca anche ad Avetrana e Palermo, si stanno aprendo nuovi campi, aggiunge Nigro, “in provincia di Varese, a Roma, a Parma dove dovrebbe venire a insegnare un malese campione del mondo. Alcune scuole calcio, poi, se ne stanno interessando per sostituire il calcio tennis”.

La Federazione mondiale, conferma, sta premendo perché l’Italia torni in campo. Serve però, ed è questo l’obiettivo finale del processo di allargamento della base oltre gli attuali 150-200 tesserati, ricostruire le nazionali maschile, femminile e junior.

Per questo, Nigro e i delegati federali stanno cercando di portare in tutte le regioni italiane il messaggio, gli obiettivi, le virtù del sepak takraw. Innanzitutto, ci spiega,  “è uno sport pulito, lontano da ogni forma di doping. Dal punto di vista fisico stimola la dinamica, la propriocettività, l’equilibrio, la concentrazione, l’attenzione, l’organizzazione e la creatività. E poi è una disciplina completa. Seguiamo con attenzione la tecnica degli allenamenti che comprendono molto stretching per le gambe, palleggi, tiri di sinistro, destro e testa, equilibrio. Infine, è uno sport che educa al rispetto. Si può giocare anche in regu misti e ogni forma di volgarità, anche verbale, contro arbitri o avversari porta all’espulsione e a una multa per il team manager dai 100 ai 1000 dollari”.

Portare il verbo del sepak takraw in nuove nazioni è anche l’obiettivo dell’ISTAF che ha in programma di introdurlo in Asia centrale (Uzbekistan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Afghanistan), in Medio Oriente e in Africa, creando una base a Cape Town, in Sudafrica. Intanto, prima di raggiungere dei 50 Paesi, l’ISTAF ha fatto un passo importante per entrare nel programma olimpico. È infatti tra le 23 discipline non olimpiche rappresentate nell’Alliance of Independent recognised Members of Sport (AIMS), che ha firmato un Memorandum of Understanding con il CIO. L’accordo prevede il riconoscimento del ruolo dell’AIMS per la promozione dello sport e il sostegno degli atleti.

Credo fermamente che saremo riconosciuti come disciplina olimpica durante la presidenza di Thomas Bach” ha detto il segretario generale dell’ISTAF Abdul Halim Kader, che vuole portare il sepak takraw anche ai Giochi del Commonwealth del 2022 e la versione da spiaggia, con regu da quattro giocatori e una palla più morbida, ai World Beach Games dell’anno prossimo. “Siamo uno sport aperto a nuovi eventi e nuove idee. Penso che il nostro sogno si avvererà presto”.

Non solo Abdellatif Baka: ecco i Paralimpici più forti dei normodotati

Non solo Abdellatif Baka: ecco i Paralimpici più forti dei normodotati

Più veloce, più alto, più forte. Il motto olimpico decoubertiniano, che vale ancor di più per chi deve superare anche limiti fisici in nome della gloria paralimpica, ha trovato un interprete di lusso. Abdellatif Baka, algerino di 22 anni, ha firmato il nuovo record del mondo dei 1500 nella categoria T13, riservata ad atleti con deficit visivo (ma senza guida, prevista invece per la T11 e la T12). Ha corso in 3’48”29, un tempo che gli avrebbe dato l’oro anche nella finale per i normodotati.

L’Algeria conquista il primo oro alle Paralimpiadi di Rio, e solo per 25 centesimi il fratello Fouad non completa uno straordinario trionfo familiare. Chiude solo quarto, dietro l’etiope Tamiru Demisse e il keniota Henry Kirwa. Tutti i primi quattro vanno più forte di Matthew Centrowitz, primo oro olimpico Usa sulla distanza dal 1908, dal trionfo di Mel Sheppard (che vinse anche 800 e staffetta), convinto di essere stato avvelenato perché scartato alle prove per dirigenti della polizia di New York, che sarà poi uno degli avvocati difensori sconfitti di Bruno Hauptmann, condannato per il rapimento del figlio di Charles Lindbergh.

Figlio d’arte, il padre ha corso i 1500 a Montreal 1976 e ora allena la squadra di atletica dell’American University, Centrowitz ha vinto la finale più lenta sulla distanza dal 1932, anche per la sciagurata tattica di gara del tre volte campione del mondo e campione olimpico del 2008 Asbel Kiprop, imbattibile con le lepri a scandire l’andatura, molto meno a interpretare una corsa tattica.

L’americano ha chiuso in 3’50”00 una finale in cui si entrava con 3’40”. Ha vinto con un tempo che non sarebbe bastato nemmeno per qualificarsi alla semifinale. «Peccato non esserci stato ad agosto» ha ammesso Baka: difficile dargli torto.

Al di là di Pistorius, argento mondiale nella staffetta 4×400 e primo atleta amputato alle Olimpiadi, non è il primo caso di campione paralimpico che sfodera prestazioni anche migliori dei normodotati. Il caso più eclatante rimane Markus Rehm, portabandiera tedesco nella cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi di Rio. Amputato a una sola gamba, è Blade Jumper, il saltatore sulle lame. Ha un personale nel lungo di 8.40, record del mondo nella categoria T44. Con questa misura sarebbe stato oro olimpico a Londra e a Rio, almeno grazie al braccio spinto indietro da Lawson che ha lasciato il titolo a Jordan Henderson (8.38): l’americano porterà poi la sua prima medaglia olimpica alla nonna paralizzata a letto dal morbo di Azheimer.

Rehm, primo al Grand Prix di Glasgow quest’anno, aveva il minimo per andare ai Giochi con i normodotati  ma la Iaaf gliel’ha impedito. Non ci sono ricerche che dimostrano i vantaggi delle protesi, ma l’atleta, è questa la tesi un po’ da comma 22, non ha provato l’assenza di tali vantaggi. C’era anche un italiano fra gli scienziati che hanno condotto le analisi, Paolo Taboga, raccontava Claudio Arrigoni sulla Gazzetta dello Sport. “Gli atleti con protesi rallentano meno, risultando più efficaci al momento dello stacco, quelli non amputati sono più veloci nella rincorsa” spiegava.

Anche in Italia abbiamo il nostro baby prodigio, Raffaele Di Maggio, 15 anni e un deficit intellettivo-relazionale che lo condiziona dalla nascita. Legge e scrive con difficoltà, ha una forma di dislessia, è goffo ma corre come nessuno: ai campionati del mondo Inas per le persone con disabilità intellettiva ha vinto i 60 metri piani in 7”11. È il recordo italiano tra i cadetti: tutti, normodotati compresi. E potrebbe correre ancora più forte: secondo Orazio Scarpa, l’insenante di educazione fisica che l’ha avviato alla corsa, non è nemmeno uno sprinter puro, è un futuro duecentista o quattrocentista. Potrebbe salire più alto, fino alla Nazionale assoluta.

Ma il vero superman dello sport rimane Matt Stutzman, americano senza braccia eppure fuoriclasse assoluto del tiro con l’arco. Lo sorregge con la gamba e scocca la freccia con la bocca. È l’unico arciere al mondo, in assoluto, che abbia mai centrato un bersaglio posto a 310 yard di distanza (poco più di 283 metri). I limiti sono davvero solo un’illusione.

Tra autolesionismo e scosse elettriche, ecco il Boosting: il Doping Paralimpico estremo

Tra autolesionismo e scosse elettriche, ecco il Boosting: il Doping Paralimpico estremo

Rischiare la morte per andare più forte. È l’ultima frontiera del doping paralimpico. Il termine medico per definirla è disreflessia autonomica. Ovvero, il boosting. In cosa consiste? “È un’alterazione dei riflessi del sistema nervoso autonomo frequente in atleti con lesioni cervicali e midollari di categoria T6 o superiore patologiaspiegava al Fatto Marco Bernardi, capo dello staff medico della nazionale italiana a Londra 2012. Questi atleti arrivano a sottoporsi a scariche elettriche sui genitali, a rompersi l’alluce o ad applicarsi un catetere per mantenere la vescica piena. E solo per aumentare la circolazione del sangue e andare più forte.

Le lesioni midollari, infatti, impediscono al corpo di gestire correttamente le funzioni autonomiche, come la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca. Gli atleti con questa tipologia di lesioni, i quadriplegici, non avvertono dolore, vista la lesione, ma ottengono una risposta fisiologica, da parte del sistema simpatico, esagerata e fuori controllo. Basta avere la vescica eccessivamente piena per arrivare a una pressione sistolica del sangue di 300 mgHg (milli (milligrammi of mercurio), che può portare all’emorragia cerebrale e alla morte.

Questo tipo di risposta fa sì che comunque che i recettori della carotide, quando la pressione sale, vadano a stimolare una reazione del sistema parasimpatico e indurre così la vasodilatazione sopra il livello della lesione. Ma mentre a livello del busto lo stimolo arriva e la frequenza cardiaca scende, al di sotto della lesione il messaggio non passa e la pressione continua a salire: metà corpo si rilassa, l’altra sperimenta un’iperattivazione, una reazione da attacco-fuga, quel tipo di reazione eccessiva a ogni minimo stimolo esterno tipica dei pazienti con una sindrome post-traumatica da stress.

Solo nel 1990 si cominciano a studiare gli effetti della disreflessia autonomica sulle prestazioni degli atleti paralimpici che, segnalava una delle prime ricerche nel 1994, migliorano del 10%: l’aumento della pressione sistolica, infatti, consente all’organismo di estrarre più ossigeno dal sangue. L’IPC, il comitato paralimpico internazionale, seppur nella sostanziale assenza di ricerche specifiche in materia, proibisce questa pratica dal 1994. Due anni dopo, alle Paralimpiadi di Atlanta, si definisce una strategia preventiva: gli atleti vengono controllati 20 minuti prima della gara, un intervallo più che sufficiente per individuare pratiche di boosting che richiedono due ore di tempo per garantire un effetto in gara. Se la pressione sistolica rimane sopra i 180 mgHg anche a 10 minuti dalla gara, l’atleta viene squalificato.

L’IPC è da tempo consapevole del problema. Da uno studio finanziato anche dalla Wada, emergeva che il 17% degli atleti intervistati, nonostante fosse a conoscenza dei rischi estremi per la salute, aveva fatto ricorso almeno una volta al boosting. Come Brad Zdanivsky, uno scalatore quadriplegico che l’ha sperimentato in varie forme in palestra, dal catetere alle scosse elettriche su gambe e genitali.Non è decisamente piacevole” raccontava in un documentario della BBC del 2012,la pressione diventa talmente alta che ti si può rompere un vaso sanguigno nell’occhio, puoi anche rischiare l’emorragia cerebrale, ma i risultati non si possono negare. E per quanto sia spiacevole, porta risultati”.

Non solo, crea anche non pochi problemi a chi deve effettuare i controlli, in chi deve individuarla . Perché, per quanto indotta, è pur sempre una risposta fisiologica, che non si verifica quando si elimina lo stimolo che va generata. E il controllo prima della gara rischia di squalificare anche chi ha semplicemente la pressione più alta. Durante la gara, poi, che si fa? Si organizzano dei “pit stop” appositi a bordo pista?

La questione non è solo semantica. È una zona grigia molto complicata da definire e la prudenza diventa necessaria. Le risposte non intenzionali di disreflessia autonomica possono essere episodi comuni nella vita di un quadriplegico, e punire un atleta per una reazione fisiologica non aumenta certo l’efficacia della prevenzione dei casi di boosting intenzionale.

In più, anche i casi di boosting intenzionale rientrano in un confine più che incerto. Non richiede, infatti, l’assunzione di sostanze proibite. Basta anche bere molta acqua e non andare a far pipì per qualche ora, e non c’è ancora un test per determinare il livello accettabile di idratazione prima di una gara.

Ma c’è un ulteriore problema, un limite al momento insormontabile. Quale? La WADA definisce doping tutto quanto viene espressamente vietato dall’articolo 2 del codice. Ovvero: “La presenza di una sostanza vietata o dei suoi metaboliti o marker nel campione biologico; l’uso o il tentato uso di una sostanza vietata o di un metodo proibito; la mancata presentazione o rifiuto, senza giustificato motivo, di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici; la violazione delle condizioni previste per gli atleti che devono sottoporsi ai controlli fuori competizione; la manomissione anche solo tentata in relazione a qualsiasi fase dei controlli antidoping; il possesso di sostanze vietate e metodi proibiti; il traffico, anche solo tentato, di sostanze vietate o metodi proibiti; la somministrazione di metodi o sostanze proibite durante o fuori dalle competizioni e ogni altra forma di complicità”.

Tecnicamente, per quanto sottile possa sembrare la distinzione, la risposta da disreflessia autonomica causa effetti potenzialmente dopanti, ma l’induzione intenzionale della disreflessia non viola nessuna regola specifica.Non c’è soluzione” diceva Zdanivski, “forse un giorno qualcuno avrà un infarto a bordo pista. Solo allora cominceremo seriamente a parlarne”.