Gigi Riva: il Rombo di Tuono che disse No alla Vecchia Signora

Gigi Riva: il Rombo di Tuono che disse No alla Vecchia Signora

I calciatori oggi sono un po’ come i nomadi, seguono i soldi e non il cuore“. Il messaggio di Francesco Totti dello scorso anno a Higuain e Pjanic, passati alla Juventus, era chiaro. Il capitano della Roma non li nomina, ma lasciava intendere a Gazzetta World la sua idea di calcio, il suo piccolo mondo antico. “Forse è questa la differenza tra me e tutti gli altri. Non sono in tanti gli atleti che seguono il loro cuore. Scelgono di andare altrove per vincere e guadagnare di più, sono un po’ come dei nomadi. Non tutti gli stranieri sono Maradona”.

Ma come Maradona, un altro campione fece un gran rifiuto alla Juventus. È la fine degli anni Sessanta, sono i primi anni dei capelloni e dell’infatuazione per il calcio totale olandese. La Juve, a parte lo scudetto del 1967 griffato Heriberto Herrera, non è un gran periodo. Intanto cresce il Cagliari di Gigi Riva, diventato Rombodituono nel giorno della rovesciata al Vicenza. L’intesa con il centravanti di quella Juve, “PietruzzoAnastasi già c’è: chiedere per credere alla difesa della Jugoslavia nella ripetizione della finale europea dell’Olimpico. L’Avvocato Agnelli pensa proprio a Riva, dopo un’amara semifinale di Coppa dei Campioni, per riaccendere l’illusione un po’ sopita del Ginnasiarca.Questi tifosi meritano per davvero una squadra di nuovo grande” annuncia.

La stagione 1969-70 è più grigia che bianconera. La dirigenza ha scelto in panchina il morbido “Don” Louis Carniglia, che però dopo quattro sconfitte nelle prime otto partite, viene licenziato. Al suo posto viene promosso Ercole Rabitti, responsabile del settore giovanile. Nel mercato autunnale da Brescia arriva  un giovane di Alghero, scartato due anni prima dal Cagliari di Scopigno quando giocava nella Torres, che finisce nella squadra per cui ha sempre tifato da piccolo e debutta in serie A proprio contro i sardi. È Antonello Cuccureddu, che si prende anche la soddisfazione di pareggiare il vantaggio di Domenghini mentre tutto lo stadio intona “serie B, serie B” agli juventini al limite della zona retrocessione. È l’inizio della rinascita della Juve che al ritorno si presenta a soli due punti dal Cagliari capolista. È una guerra dei mondi, la rivoluzione contro la restaurazione. Una delle proverbiali autoreti di Niccolai apre la sfida, Riva apre un duello personale col portiere bianconero Anzolin che capitola nel recupero, prima dell’intervallo. Ma nella ripresa Lo Bello assegna un rigore molto dubbio ai bianconeri. Batte Haller, Albertosi para, l’arbitro fa ripetere e Riva viene portato via a forza dai compagni. Haller va di nuovo sul dischetto e stavolta segna. Lo Bello però compensa con un penalty al Cagliari. Riva va teso ma la palla scivola sotto Anzolin. La serie positiva della Juve finirà la settimana successiva e il Cagliari festeggerà lo scudetto.

Intanto, però, la Juventus ha trovato l’uomo che la condurrà all’antica gloria, Giampiero Boniperti. È diventato l’amministratore delegato della società che si fida sempre più di Italo Allodi, il manager che aveva costruito la “Grande Inter” di Moratti ed Herrera. E la prima mossa per fare grande la Juve è arrivare a Rombodituono.

Il Cagliari ha una società solida, ha spiegato anni dopo il capitano e leader della difesa Pierluigi Cera. “La società aveva una grossa mano da Angelo Moratti, per questioni politiche ed economiche legate alla Saras la raffineria con sede a Sarroch. “Altri soldi li metteva il Credito industriale sardo. La società aveva buone disponibilità, poteva permettersi investimenti impossibili ad altri”. La Juventus però presenta un’offerta di quelle che non si possono rifiutare: un miliardo di lire. Cento milioni in più di quelli con cui nove anni prima aveva tentato Pelè. “Quando vennero a realizzare in Brasile una fabbrica della Fiat, mi proposero di giocare nella Juventus” ha raccontato O’Rey. “Non accettai l’invito di Agnelli perché mi trovavo molto bene nel Santos che per 12 anni è stata la migliore squadra del mio Paese”.

Il miliardo fa vacillare il presidente Arrica. Ma Riva cancella ogni possibile trattativa. Il centravanti di Leggiuno, amico di De André, che si scambiava lettere col latitante Graziano Mesina, dice no. “Grazie, ma voglio restare a Cagliari. Per sempre”.

Una fede ostinata, un’identificazione simbiotica che sembra spezzarsi di nuovo, quattro anni dopo. È la vigilia dei Mondiali, il Cagliari è in cattive acque e i giornali danno già per certo il passaggio di Riva al Milan. I tifosi insorgono e la società deve emettere un comunicato. “Alcune società hanno ripetutamente manifestato il proposito di ottenere Riva, il Consiglio di amministrazione del Cagliari ha ritenuto doveroso prendere in considerazione tali richieste onde accertare se dal loro accoglimento potessero derivare alla società vantaggi di carattere tecnico-finanziario, soprattutto proiettati nel futuro”. Come da accordi, la società informa Rombodituono delle sue intenzioni. “In due diversi colloqui, uno telefonico l’altro di persona, Riva ha formalmente dichiarato che non intendeva lasciare il Cagliari. Di conseguenza le trattative sono state interrotte giacché nessuna delle parti ha ritenuto di coartare la volontà del giocatore”.

Riva, dal ritiro di un Mondiale fallimentare, se la prende con Arrica. “Dovrebbe essere contento, così potrà imbastire il suo solito show attorno al mio nome. La verità è che questi dirigenti contano poco o niente, i soldi li cacciano altri, non loro. Io sono stato per anni la fortuna del Cagliari e adesso non voglio esserne la disgrazia”.


Boosting: autolesionismo e scosse elettriche del Doping Paralimpico estremo

Boosting: autolesionismo e scosse elettriche del Doping Paralimpico estremo

Rischiare la morte per andare più forte. È l’ultima frontiera del doping paralimpico. Il termine medico per definirla è disreflessia autonomica. Ovvero, il boosting. In cosa consiste? “È un’alterazione dei riflessi del sistema nervoso autonomo frequente in atleti con lesioni cervicali e midollari di categoria T6 o superiore patologiaspiegava al Fatto Marco Bernardi, capo dello staff medico della nazionale italiana a Londra 2012. Questi atleti arrivano a sottoporsi a scariche elettriche sui genitali, a rompersi l’alluce o ad applicarsi un catetere per mantenere la vescica piena. E solo per aumentare la circolazione del sangue e andare più forte.

Le lesioni midollari, infatti, impediscono al corpo di gestire correttamente le funzioni autonomiche, come la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca. Gli atleti con questa tipologia di lesioni, i quadriplegici, non avvertono dolore, vista la lesione, ma ottengono una risposta fisiologica, da parte del sistema simpatico, esagerata e fuori controllo. Basta avere la vescica eccessivamente piena per arrivare a una pressione sistolica del sangue di 300 mgHg (milli (milligrammi of mercurio), che può portare all’emorragia cerebrale e alla morte.

Questo tipo di risposta fa sì che comunque che i recettori della carotide, quando la pressione sale, vadano a stimolare una reazione del sistema parasimpatico e indurre così la vasodilatazione sopra il livello della lesione. Ma mentre a livello del busto lo stimolo arriva e la frequenza cardiaca scende, al di sotto della lesione il messaggio non passa e la pressione continua a salire: metà corpo si rilassa, l’altra sperimenta un’iperattivazione, una reazione da attacco-fuga, quel tipo di reazione eccessiva a ogni minimo stimolo esterno tipica dei pazienti con una sindrome post-traumatica da stress.

Solo nel 1990 si cominciano a studiare gli effetti della disreflessia autonomica sulle prestazioni degli atleti paralimpici che, segnalava una delle prime ricerche nel 1994, migliorano del 10%: l’aumento della pressione sistolica, infatti, consente all’organismo di estrarre più ossigeno dal sangue. L’IPC, il comitato paralimpico internazionale, seppur nella sostanziale assenza di ricerche specifiche in materia, proibisce questa pratica dal 1994. Due anni dopo, alle Paralimpiadi di Atlanta, si definisce una strategia preventiva: gli atleti vengono controllati 20 minuti prima della gara, un intervallo più che sufficiente per individuare pratiche di boosting che richiedono due ore di tempo per garantire un effetto in gara. Se la pressione sistolica rimane sopra i 180 mgHg anche a 10 minuti dalla gara, l’atleta viene squalificato.

L’IPC è da tempo consapevole del problema. Da uno studio finanziato anche dalla Wada, emergeva che il 17% degli atleti intervistati, nonostante fosse a conoscenza dei rischi estremi per la salute, aveva fatto ricorso almeno una volta al boosting. Come Brad Zdanivsky, uno scalatore quadriplegico che l’ha sperimentato in varie forme in palestra, dal catetere alle scosse elettriche su gambe e genitali.Non è decisamente piacevole” raccontava in un documentario della BBC del 2012,la pressione diventa talmente alta che ti si può rompere un vaso sanguigno nell’occhio, puoi anche rischiare l’emorragia cerebrale, ma i risultati non si possono negare. E per quanto sia spiacevole, porta risultati”.

Non solo, crea anche non pochi problemi a chi deve effettuare i controlli, in chi deve individuarla . Perché, per quanto indotta, è pur sempre una risposta fisiologica, che non si verifica quando si elimina lo stimolo che va generata. E il controllo prima della gara rischia di squalificare anche chi ha semplicemente la pressione più alta. Durante la gara, poi, che si fa? Si organizzano dei “pit stop” appositi a bordo pista?

La questione non è solo semantica. È una zona grigia molto complicata da definire e la prudenza diventa necessaria. Le risposte non intenzionali di disreflessia autonomica possono essere episodi comuni nella vita di un quadriplegico, e punire un atleta per una reazione fisiologica non aumenta certo l’efficacia della prevenzione dei casi di boosting intenzionale.

In più, anche i casi di boosting intenzionale rientrano in un confine più che incerto. Non richiede, infatti, l’assunzione di sostanze proibite. Basta anche bere molta acqua e non andare a far pipì per qualche ora, e non c’è ancora un test per determinare il livello accettabile di idratazione prima di una gara.

Ma c’è un ulteriore problema, un limite al momento insormontabile. Quale? La WADA definisce doping tutto quanto viene espressamente vietato dall’articolo 2 del codice. Ovvero: “La presenza di una sostanza vietata o dei suoi metaboliti o marker nel campione biologico; l’uso o il tentato uso di una sostanza vietata o di un metodo proibito; la mancata presentazione o rifiuto, senza giustificato motivo, di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici; la violazione delle condizioni previste per gli atleti che devono sottoporsi ai controlli fuori competizione; la manomissione anche solo tentata in relazione a qualsiasi fase dei controlli antidoping; il possesso di sostanze vietate e metodi proibiti; il traffico, anche solo tentato, di sostanze vietate o metodi proibiti; la somministrazione di metodi o sostanze proibite durante o fuori dalle competizioni e ogni altra forma di complicità”.

Tecnicamente, per quanto sottile possa sembrare la distinzione, la risposta da disreflessia autonomica causa effetti potenzialmente dopanti, ma l’induzione intenzionale della disreflessia non viola nessuna regola specifica.Non c’è soluzione” diceva Zdanivski, “forse un giorno qualcuno avrà un infarto a bordo pista. Solo allora cominceremo seriamente a parlarne”.

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

“Il posto della scimmia è in gabbia” le hanno scritto dopo l’eliminazione per squalifica a Londra 2012. Ma il posto di Rafaela Silva è il judo. È il tetto del mondo. È suo il primo oro brasiliano ai Giochi di Rio della scorsa estate.

“Solo Dio sa quel che ho sofferto per arrivare fin qui” si è fatta tatuare sul bicipite destro. La biografia drammatica di chi ha una storia comune, condivisa con generazioni di brasiliani che sopravvivono nell’estremo in ombra di una nazione dalle disuguaglianze strazianti. Rafaela, infatti, è cresciuta nella Città di Dio, la favela raccontata da Fernando Meireles, uno dei direttori creativi della cerimonia d’apertura. La comunità, formata negli anni Sessanta per “ripulire” le zone intorno ai resort di Copacabana, Ipanema e Leblon. La pacificazione da parte della polizia resta solo un annuncio, qui la droga, la violenza, le gang rimangono eccome. E il sottotitolo del capolavoro di Meireles torna a illustrare lo scenario della Città di Dio: “Se corri, la bestia ti prenderà. Se ti fermi, la bestia ti mangerà”.

Già da piccola, Rafaela è sempre impegnata a fare a botte con i ragazzi per le strade. “Qui se non colpisci per prima, qualcuno ti colpirà” ha raccontato la sorella Raquel al New York Times. “È una questione di sopravvivenza”. I genitori fanno quel che possono per allontanarle dalle tentazioni e dai pericoli. Le portano all’Instituto Reação (Istituto Reazione), la scuola di judo per tutte le età che Geraldo Bernardes ha fondato con il suo ex allievo Flávio Canto, bronzo ad Atene 2004, ha fondato a Rocinha, la più estesa favela di Rio. “Il judo ha delle regole” aggiunge Raquel, “la strada no”.

In Brasile, il judo è il secondo sport più atteso ai Giochi dopo il calcio. Nessuna disciplina ha regalato ai verdeoro più medaglie olimpiche da quando è entrato nel programma a cinque cerchi a Tokyo 1964. È un perfetto mix di arte e scienza, di espressione e controllo del corpo, introdotto qui negli anni Trenta da immigrati giapponesi.

Il judo, spiega Bernardes al New York Times, “richiede molti sacrifici. Ma in una comunità povera, i ragazzi sono abituati ai sacrifici. Hanno visto la povertà, la violenza. Rafaela è sempre stata aggressiva e voleva una vita migliore”. Bernardes avvisa Rafaela e Raquel, che resterà incinta a 15 anni e abbandonerà la strada dello sport: niente esami per la cintura se avrete ancora problemi a scuola o in strada. È abbastanza per tenerle fuori dai guai.

Bernardes paga le spese per l’allenamento e le trasferte di Rafaela. “All’inizio lo facevo perché mi piaceva” confessa l’atleta, “ma Geraldo ci ha mostrato un altro mondo. Era un lavoro. Ha piantato un seme”. Un seme che dà i suoi frutti, grazie alla coordinazione naturale alimentata dalle infinite partite a calcio e a pipa, una sorta di arte marziale in cui si fanno volare aquiloni e si cerca di tagliare i fili agli avversari, nel 2008. Rafaela diventa campionessa mondiale junior in Thailandia. “In quel momento ho capito che era la mia strada, che volevo essere un’atleta. Dopo tutto quel che avevo passato, i miei combattimenti erano facili. Dopo i mondiali, ho capito che le cose avrebbero potuto cambiare”.

A Rio, ha sentito sulle spalle le attese di un’intera nazione, dopo l’eliminazione di Sarah Menezes, la campionessa in carica nella categoria dei 48 chili. Non era la favorita per l’oro nei 57 chili, nonostante il titolo mondiale del 2013. Ma dimostra subito di voler andare lontano. Il primo incontro, con la tedesca Miryam Roper, dura solo 46 secondi. Elimina negli ottavi la numero 2 del mondo, la sudcoreana Kim Jan Di. La redenzione, comunque, è ancora di là da venire. Nei quarti ritrova l’ungherese Karakas, la stessa avversaria che aveva di fronte a Londra quando è stata squalificata per una presa non permessa dal regolamento.

Dopo la semifinale decisa solo al quarto minuto della sudden death contro la rumena Corina Caprioriu, in finale realizza subito un waza-ari, che regala mezzo punto, contro la numero 1 del mondo, Sumiya Dorjsuren dalla Mongolia. L’entusiasmo dopo la vittoria è assordante. “Non ho mai smesso di inseguire i miei sogni” ha spiegato tra l’orgoglio e la commozione, l’onore e la responsabilità. Da quel giorno la bambina della Città di Dio è diventata un esempio per le generazioni che verranno e che vorranno scrivere le nuove storie di domani. Avrebbe potuto continuare a vivere in strada, avrebbe potuto prendere una cattiva strada. E invece Rafaela Silva è una campionessa olimpica. Ha indicato una via per cambiare. Per inseguire la luce di un oro che luccica più del solito.

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Ventuno anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Correre per guarire: le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

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Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

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Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

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