I rivoluzionari dello Sport: Bill James, l’inventore dell’algoritmo vincente

I rivoluzionari dello Sport: Bill James, l’inventore dell’algoritmo vincente

Lo scorso anno, le dichiarazioni del dimissionario Walter Sabatini avevano attirato l’attenzione di molti. Nel corso della conferenza stampa d’addio, infatti, l’ex direttore sportivo della Roma aveva indicato come motivo principale della separazione un vero e proprio scontro di filosofie tra lui e il resto della dirigenza. Ecco le sue parole:

Il presidente e i suoi collaboratori, giustamente, puntano su altre prerogative, stanno cercando un algoritmo vincente, io vivo dentro il mio istinto, non vedo il pallone come un oggetto sferoidale, per me la palla è qualcosa, vivo il mio calcio, un calcio che non può essere freddamente riportato alla statistica che descrive un giocatore.”

Senza entrare nel merito delle frasi di Sabatini, concentriamoci sul concetto di ricerca di un algoritmo vincente. A noi del vecchio mondo, infatti, risulta ancora indigesto il tentativo di applicazione di una scienza esatta se riferita ad un contesto sportivo. Di conseguenza la differenza tra vittoria e sconfitta è sì frutto di un’attenta pianificazione, ma è anche e soprattutto il risultato del susseguirsi di tanti fattori non calcolabili, che sono comunemente definiti intangibles.

Dall’altra parte dell’oceano, invece, la mentalità a riguardo è leggermente diversa. Da anni ormai, è in corso una ricerca spasmodica di un metodo scientifico che aumenti le possibilità di una società sportiva di vincere. Penso sia giusto specificare che, proprio perché si parla di aumentare le possibilità e non di garantire un successo, anche gli Americani sono consapevoli di non poter eliminare (o calcolare) tutte le intangibles. Lo sport, in fondo, altro non è che un microcosmo dell’esistenza e in quanto tale è impossibile arrivarne al nucleo più profondo.

Billy Beane è il primo nome che ci viene in mente quando si parla di applicazione di metodi scientifici al mondo dello sport. Beane, infatti, è stato il primo Direttore Sportivo di una franchigia professionistica in MLB ad aver utilizzato la Sabermetrica (analisi empirica del Baseball) come unico criterio da tenere in considerazione nei processi di decision making. Visto l’enorme impatto che ha generato sullo sport americano e non solo, la storia di Beane è stata raccontata dal libro Moneyball, da cui è tratto il film L’arte di vincere.

Se considerassimo la Sabermetrica come una pistola, non sarebbe sbagliato affermare che Beane sia stato il primo a fare fuoco. Ma la domanda a cui vorrei rispondere è ancora più a monte: chi è l’inventore dell’arma?

Il colpevole nasce in Kansas nel 1949 e risponde al nome di Bill James.

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Bill si innamora presto del baseball e col passare degli anni partorisce un pensiero rivoluzionario: introdurre nel mondo del baseball un approccio scientifico.

La scienza è come una lavagna pulita ed è proprio questo a renderla efficace,” dichiarò James in un’intervista. “Tu puoi anche essere un laureando in fisica e pensare che Einstein abbia sbagliato, però se porti una tesi supportata da fatti concreti, la gente ti starà a sentire. Ed è esattamente quel che ho provato a fare io con il baseball: puoi essere un esperto quanto vuoi ma i fatti parlano chiaro.

Spesso e volentieri la normalità, prima di essere considerata tale, deve superare perplessità e pregiudizi. E per James non è stato diverso. Guardando una partita dei Dodgers ai tempi del liceo, Bill rimase confuso da un episodio: Wes Parker, prima base della squadra di Los Angeles, pur essendo un battitore con basse percentuali aveva salvato la partita grazie ad uno spettacolare salvataggio nel nono inning. Nonostante ciò, i Dodgers volevano a tutti i costi mettere Parker in panchina per far spazio ad un battitore migliore.

Perché la fase difensiva non dovrebbe essere considerata alla stregua di quella offensiva? Ecco la domanda che James non riusciva a togliersi dalla testa. Il testardo liceale allora scrisse una lettera di sette pagine a The Sporting News in cui spiegava animatamente il suo punto di vista. La lettera, naturalmente, non fu mai pubblicata.

Difatti, affinché i pensieri di James fossero finalmente ascoltati dovremo aspettare quattro anni passati all’University of Kansas, una breve parentesi nell’esercito e un posto di lavoro come guardiano notturno di un’azienda che produceva fagioli in scatola. Proprio durante quelle lunghe notti, James riordina i propri pensieri, cercando di rispondere ad alcune domande che nessun amante del baseball si era neanche mai posto.

Bill decide quindi di riprovarci, inviando nuovamente alcuni articoli a “The Sporting News”. Questa volta il giornale li accetta, innescando un effetto a cascata che in quel momento era totalmente imprevedibile. I pezzi vengono pubblicati poco dopo anche da Sports Illustrated e James scopre che molte più persone di quelle che pensava erano interessate alla sua filosofia.

Quando proponi una nuova idea è normale che tutti provino a cercare il perché non dovrebbe funzionare piuttosto che il contrario. La maggior parte delle persone vedono il mondo nel modo in cui è in quel dato momento. Se provi a suggerire un’alternativa ti diranno subito che non può funzionare. Ma io non mi sono curato di loro e mi sono continuato a chiedere: perché non dovrebbe esistere una scienza del baseball?

A dirla tutta il Baseball è sempre stato uno sport di numeri. A differenza del passato però, James e altri studiosi si sono chiesti quali fossero i numeri che importavano davvero. Del resto, nonostante il processo di quantificazione dello sport più popolare d’America sia continuato imperterrito, il fattore umano resta comunque imprescindibile. E, paradossalmente, proprio l’inventore della Sabermetrica accompagna la sua mentalità puramente analitica ad una consapevolezza di scuola socratica:

Non capirò mai il Baseball. Non arriverò mai a capire neanche l’1% di quello che vorrei. Quello che facciamo con il nostro lavoro è paragonabile ad attaccare una montagna di ignoranza (nel senso vero e proprio di ignorare, ndr) con uno spazzolino e un dentifricio usato. Le cose che non sappiamo sono infinite.

Pur non mettendo in dubbio la sincerità delle parole di Bill, non si può negare che grazie all’utilizzo delle statistiche analitiche adesso il nostro livello di comprensione del Baseball sia molto più accurato rispetto a prima. Di orizzonti da scoprire ce ne saranno sempre per carità, ma nel mondo dello sport la figura di James è paragonabile a quella di Cristoforo Colombo. L’impatto generato dal nativo del Kansas è stato tanto straordinario che una rivista autorevole come il Time nel 2006 lo ha inserito tra le cento persone più influenti al mondo.

Non accontentandosi di aver cambiato l’approccio verso il Baseball da outsider, James è riuscito a dare il suo contributo pure da insider. Nel 2003, infatti, il padre della sabermetrica è stato assunto niente meno che dai Boston Red Sox, per riportare in Massachusetts un titolo che mancava dal 1918. Risultato? Dal 2003 ad oggi i Red Sox hanno conquistato tre titoli, di cui il primo proprio nel 2004. Va bene credere alle coincidenze…ma così è troppo.

Ogni ambito della nostra società può contare su pionieri eccellenti, su persone che si sono spinte oltre i confini di ciò che sembrava logico in un preciso momento storico. E il mondo dello sport moderno non fa eccezione. A partire da Pierre de Coubertin, colui che ha riportato in auge in concetto di Olimpiade nel 1896, sono pochi i personaggi che hanno influito prepotentemente sul mondo dello sport come Bill James. Che vi piaccia o meno, infatti, lo sport è orientato sempre più verso l’oggettivizzazione, verso un approccio asetticamente scientifico a discapito del romanticismo. E gran parte dei meriti di questa evoluzione vanno attribuiti a Bill James, padre della sabermetrica.

Fate lo Sport, non fate la guerra: Pierre De Coubertin e le Olimpiadi moderne

Fate lo Sport, non fate la guerra: Pierre De Coubertin e le Olimpiadi moderne

Dopo una settimana in cui si è parlato addirittura di guerre etniche in riferimento al derby di Roma, proviamo ad abbassare i toni dei dibattiti sportivi ricordando la storia di un uomo con un grande obiettivo: diffondere un messaggio di fratellanza tra popoli attraverso lo sport.

Come sapete, questa estate si è tenuta a Rio la trentunesima edizione delle Olimpiadi, che, come prevedibile, ha tenuto incollate milioni e milioni di persone davanti alla televisione. Perché, dopo così tanti anni, siamo ancora così affascinati dalle Olimpiadi? Oltre a dare visibilità a tutti gli sport e a simboleggiare l’unione tra popoli in tempi difficili, le Olimpiadi rappresentano la continuità con le nostre origini. I cinque cerchi, infatti, sono percepiti come un filo conduttore che parte nell’antica Grecia e che arriva sino al ventunesimo secolo. Un punto di contatto tra noi e le nostre radici. Cambiano le nazioni, cambiano le monete, gli usi e i costumi, ma l’uomo resta sempre protagonista.

Anche se l’esistenza stessa e la cadenza quadriennale dei Giochi ci sembrano immortali, il sopracitato filo ha subito parecchie interruzioni. La prima edizione dei Giochi si tenne nel 776 a.C., e proseguirono fino al 393 d.C., anno in cui l’Imperatore Teodosio ne vietò l’organizzazione, sancendo la fine di una tradizione ormai millenaria.

Per risentire parlare di Giochi Olimpici bisognerà aspettare il XIX secolo e la concomitanza di due fattori. Prima di tutto alcuni archeologi tedeschi scoprirono le rovine dell’antica Olimpia, resuscitando le gesta di antiche leggende ormai dimenticate. E secondo, ma non per importanza, un aristocratico francese di nome Pierre de Coubertin rivoluzionò la concezione dello sport, attribuendogli significati più profondi rispetto al semplice passatempo. De Coubertin fu uno dei primi ad intendere lo sport sia come strumento per condurre una vita più sana sia come possibilità di mettere a confronto ragazzi di nazionalità diverse. L’idea di fondo del barone francese era semplice: desiderava che il confronto sportivo sostituisse quello bellico. E quale migliore espediente delle Olimpiadi per raggiungere l’obiettivo?

Prima di De Coubertin, anche William Penny Brookes e Evangelis Zappas avevano provato ad organizzare le Olimpiadi, ottenendo risultati fallimentari. L’aristocratico francese, di conseguenza, studiò il loro operato, così da non commettere gli stessi errori. Nel 1892, a soli 31 anni, De Coubertin rese pubblica la sua missione con un toccante discorso tenuto alla Sorbona di Parigi. Poi, nei due anni successivi, viaggiò tra Inghilterra e Stati Uniti per rafforzare l’apparato politico delle Olimpiadi, fino a che, nel 1984, non ebbe raggiunto un consenso tale da poter fondare ufficialmente il Comitato Internazionale dei Giochi Olimpici, di cui fu nominato inizialmente segretario generale e in seguito presidente.

L’entusiasmo intorno alle Olimpiadi era tale che il Comitato bocciò l’idea iniziale di De Coubertin di organizzare le prime Olimpiadi nel 1900 a Parigi, premiando un’opzione più immediata e suggestiva: Atene 1896.  Mentre la capitale della Grecia viveva due anni in trepidante attesa, De Coubertin si occupò della gestione della manifestazione, escogitando anche qualche idea particolare. Per esempio designò Re Giorgio I come arbitro supremo di ogni competizione e assegnò ad ogni giudice di gara un nome greco, così da sottolineare il legame con il passato.

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Nonostante le difficoltà nell’organizzazione, verso le 15.30 del 6 aprile 1896, allo stadio Panathinaiko di Atene, Giorgio I dichiarò aperte le prime Olimpiadi moderne, a cui presero parte quattordici nazioni: Australia, Austria, Bulgaria, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Ungheria. Le differenze tra le delegazioni erano notevoli: si passava dai 169 atleti greci fino all’unico atleta australiano o cileno. Ci fu poi la mitica storia dell’italiano Carlo Airoldi che pur di partecipare decise di raggiungere la capitale greca a piedi. Per quanto riguarda gli sport, il comitato ne scelse nove: atletica, ciclismo, ginnastica, lotta, nuoto, tennis, tiro, scherma e sollevamento pesi. In realtà De Coubertin avrebbe voluto organizzare anche gare di vela, cricket e polo ma per una serie di motivi logistici non fu possibile. Negli anni, poi, le discipline inserite furono di ogni tipo e stravaganza.

L’ideale di Sport immaginato da De Coubertin era quello dilettantistico, praticato esclusivamente per passione e lontano dai canoni moderni legati al denaro ed alla ricchezza. Di conseguenza ad Atene 1896 furono ammessi esclusivamente i dilettanti, in gran parte composti da studenti, marinai ed impiegati. Inoltre non fu data l’opportunità alle donne di iscriversi al fine di rispettare la tradizione delle Olimpiadi antiche, che, appunto, erano riservate agli uomini..

Contrariamente a quanto succede oggi, per gli atleti non erano previsti premi e solamente i primi due classificati ottenevano un riconoscimento: una corona d’ulivo e una medaglia d’argento per il vincitore e una corona d’alloro per il secondo in classifica.

I Giochi di Atene ebbero un successo tale che Giorgio I richiese ufficialmente di rendere Atene sede permanente di tutti i futuri Giochi Olimpici, trovando però la ferma opposizione del CIO, che preferì la turnazione quadriennale delle città. Nonostante il successo iniziale, i Giochi Olimpici affrontarono parecchie difficoltà nelle edizioni del 1900 (Parigi) e del 1904 (St. Louis) quando vennero offuscati dalle esposizioni internazionali all’interno delle quali si svolgevano, passando totalmente in secondo piano.

In ogni caso la situazione migliorò con il passare degli anni e le Olimpiadi divennero l’evento sportivo più atteso e seguito. Per quanto riguarda De Coubertin, egli mantenne la presidenza fino ai giochi del 1924 di Parigi per poi cedere il comando a Henri de Baillet Latour. Il Barone francese morì nel 1937 a Ginevra. Il suo legame con i Giochi Olimpici era talmente forte che De Coubertin chiese di far seppellire il suo cuore vicino alle rovine dell’antica Olimpia…e fu accontentato.

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Nel 1963 il CIO decise di celebrare la memoria di De Coubertin istituendo la “Medaglia Pierre de Coubertin”, anche conosciuta come “Medaglia del Vero Spirito Sportivo”. Questo riconoscimento viene assegnato a quegli atleti che dimostrano una lealtà sportiva fuori dal comune durante i Giochi Olimpici. Finora, in 53 anni, solamente quattordici atleti posso vantarsi di aver ricevuto un tale onore. Tra questi ricordiamo Luz Long nei Giochi del 1936 , Larry Lamieux nel 1988 e il nostro Eugenio Monti nel 1964.

Con il mondo dello sport sempre più orientato verso interessi economici a discapito della passione, ogni tanto è importante raccontare storie come quella di De Coubertin, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla diffusione dei messaggi che rappresentano la vera essenza dello Sport: passione e fratellanza.

Tutti contro tutti, il basket italiano impantanato nelle riforme

Tutti contro tutti, il basket italiano impantanato nelle riforme

Dall’inizio del nuovo millennio i produttori di Hollywood hanno iniziato a cavalcare la passione intramontabile dei fan per i supereroi, sfornando decine e decine di pellicole con protagonisti i personaggi dei fumetti più amati. Spiderman, Capitan America, Hulk, Iron Man e i loro compagni sono saltati fuori dalle loro versioni bi-dimensionali da comic books atterrando direttamente in tre dimensioni (e spesso e volentieri in quattro) nei cinema di tutto il mondo. In particolare l’universo Marvel ha sposato in pieno questo processo di trasposizioni cinematografiche e ha dato vita ad un progetto a lungo termine che ha fatto impazzire di gioia tutti gli appassionati: dopo un primo periodo di presentazione dei vari super-eroi attraverso film che hanno mostrato singolarmente i personaggi, sta seguendo adesso una seconda fase di cosiddetto crossover, ossia di incrocio tra i mondi dei diversi protagonisti. All’interno dell’universo cross-over, nel 2014 è uscito in tutte le sale del globo “Captain America: Civil War”. Senza entrare troppo nello specifico del film, basti sapere che, durante i 147’ di proiezione, gli amati super-eroi si dividono in due fazioni, una guidata da Capitan America e l’altra da Iron Man, dando vita ad un inaspettato scontro fratricida. Anche se distante un oceano dalle verdi colline di Hollywood, questa situazione di conflitto e tensione rispecchia pericolosamente quella dell’odierna pallacanestro italiana, stretta tra i dissidi della Lega Basket A (LBA), della Lega Nazionale Pallacanestro (LNP) e della Federazione Italiana Pallacanestro (FIP).

La LBA è l’ente che organizza, su delega della FIP, la Serie A, mentre la LNP si occupa della programmazione e del coordinamento della Serie A2 e della Serie B. I rapporti tra i due enti sono sempre stati tesi e un’intervista di qualche giorno fa dell’attuale presidente della LBA, Egidio Bianchi, ha gettato nuovamente benzina su un fuoco che non si è mai sopito completamente. Il pomo della discordia continua ad essere rappresentato dal sistema di scalata dalla serie A2 alla serie A, sistema che attualmente prevede la promozione nella massima serie di un’unica squadra. In merito a questa annosa problematica, Bianchi ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: “Prima si armonizzino le regole, poi parleremo di aumentare i travasi. Una sola promozione da un’A2 a 32 squadre è poco? Il problema è la formula a 32 squadre, non la singola promozione”. Poche ore dopo il discorso di Bianchi, è arrivata puntuale la piccata risposta di Pietro Basciano, presidente della LNP: “Nelle ultime tre stagioni la Serie A si è giovata delle promozioni di Trento, Torino e Brescia, tutti club che offrono serietà organizzativa e tecnica, a dimostrazione di cosa la Serie A2, pure nella sua realtà a 32 squadre, mette a disposizione del sistema basket (…). La storia insegna come sia stata certamente la A a creare un divario enorme col campionato da cui però vorrebbe attingere a piene mani i club di grande tradizione attualmente militanti in A2 (Virtus Bologna, Fortitudo, Treviso, Siena, Roma, Udine, Biella e tanti altri, ndr). Ed è stata la stessa A che ha contribuito a creare l’imbuto, ritrovandosi a gestire situazioni patrimoniali non in linea con gli obiettivi e club salvati sul piano sportivo dall’unica retrocessione, più che dai bilanci certificati”. La presa di posizione di Basciano è condivisibile. Considerando, infatti, l’elevato numero di squadre partecipanti al campionato di A2, l’unica promozione prevista non permette alle squadre realmente ambiziose di programmare a lungo termine visto che un unico episodio negativo nei playoff può pregiudicare il risultato di un’intera stagione, mortificando così investimenti notevoli. La soluzione richiesta all’unanimità da tutti e 32 i club di A2 è il ritorno della seconda promozione, considerata appunto indispensabile per pianificare con tranquillità.

A sostegno della posizione della LNP è intervenuto anche Gianni Petrucci, presidente della FIP: “Una Lega intraprendente non può non notare cosa c’è in Serie A2 in termini di piazze e di impianti. Il basket tornerà ad essere popolare con il coinvolgimento di città importanti. La Serie A2, lo scorso anno, ha fatto registrare 1 milione e 200mila spettatori. Una sola promozione per 32 squadre è insufficiente (…). Le leggi comunque le fa la FIP. O Lega Basket e LNP trovano un’intesa, oppure la federazione agirà d’imperio”. Più che dichiarazioni di circostanza, quelle di Petrucci sono sembrate un vero e proprio ultimatum, volto a dare la scossa ad una situazione che pare giunta ad un momento di stallo.

La questione relativa alla promozione non è l’unica problematica a scatenare polemiche in questi giorni. Difatti Bianchi, sempre nel corso della stessa intervista, si è espresso anche sulla cosiddetta regola italiani con un tempismo ed una proposta rivedibili: “Sette stranieri, senza distinzioni di passaporti, e cinque italiani, in un progetto che amplia sensibilmente i fondi per la premialità”. Ad un’ipotesi di questo tipo la GIBA (Giocatori Italiani Basket Associati) e lo stesso Petrucci si sono opposti immediatamente con veemenza, entrambi convinti che non sia questa la giusta soluzione per risollevare il sistema basket dello stivale ed i suoi settore giovanili.

La caduta delle massime istituzioni nelle solite discussioni dimostra quanto esse siano ben lontane dall’attuare finalmente politiche comuni, puntuali e trasversali per il bene dell’intero sistema basket, che continua così a versare in una sensazione di assoluta precarietà. L’utopia è che, così come in Captain America: Civil War, i protagonisti, alla fine, pur non essendo super-eroi, facciano fronte comune per risolvere le difficoltà. Non ci resta che aspettare con ansia l’uscita del prossimo episodio, sperando che, almeno questa volta, abbia un lieto fine e che, soprattutto, non si trasformi in un film horror.

Bentornata Basket City

Bentornata Basket City

Cosa succedeva otto anni fa nel mondo dello Sport? La Spagna calcistica aveva appena cominciato il suo ciclo di vittorie con la conquista dell’europeo austro-svizzero; mancava ancora un anno al mondiale sudafricano e ben tre anni alle Olimpiadi di Londra; la Mens Sana Siena era nel bel mezzo del suo ciclo di vittorie e, mentre la Juventus confermava Ciro Ferrara come allenatore della prima squadra, l’Inter di Mourinho poneva le basi per il Triplete dell’anno successivo. Da quel 2009 le cose sono cambiate radicalmente. Dopo il trionfo in Sudafrica e nella successiva manifestazione continentale in Polonia e Ucraina, la Roja si è finalmente fermata, lasciando il meritato spazio alla nuova splendida generazione tedesca ed alla favola del Portogallo. Dopo i Giochi Olimpici di Londra, tra rivolte e proteste popolari sono arrivati anche quelli di Rio. Se la Mens Sana ha attraversato anni terribili, caratterizzati da procedimenti giudiziari e dal successivo fallimento, la Juventus, invece, ha inanellato cinque scudetti consecutivi, raggiungendo proprio il record dell’Inter, che intanto è passata dalle amorevoli mani di Moratti a quelle di Thohir prima e quelle dei Cinesi poi.

Mentre tutto il mondo andava avanti, a Bologna, invece, il calendario ha continuato a mostrare imperterrito sempre la stessa data: 23 marzo 2009, giorno dell’ultimo Derby tra Virtus e Fortitudo, che si concluse in favore delle V nere grazie ad un tiro allo scadere di Vukcevic. Da quel momento in poi, il nulla cosmico. Infatti, al termine della stagione 2008/2009, la Fortitudo, appena retrocessa, non fu in grado di iscriversi al campionato di A2 a causa di pendenze economiche, alzando così il sipario su anni di tribolazioni terribili per la società e, naturalmente, per i tifosi. La scomparsa della Fortitudo ha privato Basket City dell’evento più importante dell’anno, di una rivalità che, oltre ad accendere gli animi dei bolognesi, ha appassionato l’intero stivale con sfide all’ultimo sangue, combattute da giocatori che hanno fatto la storia della pallacanestro italiana come Myers, Ginobili, Basile, Belinelli e Danilovic.

Comunque, da quel maledetto 2009, se da una parte la Fortitudo ha intrapreso una difficile risalita, culminata due anni fa nella promozione in A2, dall’altra parte della città, i Virtussini non hanno avuto granché da festeggiare. Nessun trofeo sollevato, molti problemi societari e un lento e inesorabile declino di risultati che ha determinato, nella scorsa stagione, la prima storica retrocessione in A2 della Virtus per (de)meriti sportivi. E così, dopo otto anni di attesa le due squadre si sono ritrovate nella stessa categoria e i tifosi hanno finalmente cerchiato in rosso una nuova data su un calendario nuovo di zecca: 6 gennaio 2017. I biglietti per la stracittadina delle due Torri sono andati letteralmente a ruba: 9000 tagliandi staccati in poche ore e Unipol Arena esaurita in ogni ordine di posto. Con una cornice di pubblico degna delle grandi occasioni, le due squadre non hanno deluso, anzi. Segafredo e Kontatto, rispettivamente sponsor di Virtus e Fortitudo, hanno dato vita ad una sfida spettacolare, maschia e piena di colpi di scena. Alla fine l’hanno spuntata le V nere per 87-86 dopo un tempo supplementare. L’incontro si è svolto in un’atmosfera accesa ma corretta, con coreografie spettacolari e cori di entrambe le curve sia a sostegno della propria squadra sia di sfottò per i rivali di sempre.

D’altra parte, mai come in questa occasione il risultato del match passa in secondo piano, e stavolta nulla c’entrano gli episodi poco edificanti avvenuti a fine partita. Infatti, l’unica cosa che conta è che, dopo più di 3000 giorni, il Derby di Bologna sia tornato ad esistere, magari non in tutto il suo splendore ma sicuramente con la stessa identica passione di otto anni fa. E non importa, quindi, che sia stato in A2 e non in Serie A, è stato semplicemente uno spot magnifico per tutto il basket italiano, una dimostrazione che qualche volta l’amore per la palla a spicchi riesce ancora ad accendere e riempire i nostri palazzetti.

Bentornata Basket City.

Da Antognoni a Doumbia: quando in campo ti salvano la vita

Da Antognoni a Doumbia: quando in campo ti salvano la vita

La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza respiro.”

Questo aforisma è incredibilmente popolare, troppo forse. L’abbiamo letto in alcuni romanzi, ascoltato nei film e risentito addirittura in qualche serie TV. Il suo essere tanto mainstream però non ne sminuisce l’essenza. È, infatti, una frase che racchiude una profonda verità: i momenti importanti, quelli che cambiano le nostre vite, si contano sulla punta di una mano e dobbiamo essere bravi a riconoscerne l’unicità.

Non è facile mettere subito a fuoco l’importanza delle cose, specialmente se di mestiere fai il calciatore. Enorme visibilità, uno stipendio da capogiro e scariche di adrenalina ogni settimana, contribuiscono al distacco dalla realtà che ti circonda. Molti calciatori realizzano della fortuna che hanno solamente a carriera finita, quando è troppo tardi per godere a pieno di alcune sensazioni. Non tutti però.

Alcuni calciatori, infatti, hanno vissuto dei momenti talmente tanto intensi da rimanerne sconvolti sin dal primo istante. Momenti che tolgono il respiro. Letteralmente.

Circa una settimana fa, Costa d’Avorio e Mali hanno giocato una partita valida per il girone di qualificazione ai Mondiali 2018. Il match non sarebbe di certo passato agli onori della cronaca se non fosse per un episodio avvenuto a metà del primo tempo.

Al 19esimo minuto, l’esterno d’attacco maliano Moussa Doumbia è pronto a colpire la palla di testa quando viene travolto da un difensore ivoriano. Doumbia cade a terra e non accenna a muoversi. Nessuno sembra accorgersi della gravità della situazione tranne Serge Aurier, difensore della Costa d’Avorio attualmente sotto contratto con il PSG. Aurier si avvicina velocemente a Doumbia, gli apre la bocca e gli rivolta la lingua per evitare che il collega muoia soffocato. Dopo attimi di tensione il maliano apre gli occhi e inizia a tossire.

Non ricordo nulla di quello che è successo,” ha dichiarato Doumbia pochi giorni dopo l’accaduto “ma ho visto dalle riprese video che Aurier mi ha messo la mano in bocca. Mi trovavo nello stesso albergo in Costa d’Avorio e così ho avuto modo di ringraziarlo. Non lo conosco di persona, ma credo che sia un bravo ragazzo. Ha fatto un bel gesto, ha cuore. Mi sento bene ed ho ripreso anche ad allenarmi”.

Anche in Italia abbiamo assistito ad episodi simili. Ai tifosi di vecchia data della Fiorentina, guardando questa foto, sarà corso un brivido lungo la schiena.

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 È il 22 novembre 1981 e l’Artemio Franchi è esaurito in ogni ordine di posto. La Viola infatti ha finalmente una squadra competitiva e sin dai primi mesi del campionato dà l’impressione di poter lottare per uno scudetto che manca dal 1969. Quella domenica la Fiorentina si scontra con il Genoa, e al 52esimo minuto Antognoni – capitano, simbolo e numero 10 della compagine toscana – ha siglato il gol del momentaneo 2-1. Appena 3 minuti dopo Bertoni lancia di nuovo in profondità Antognoni, che di testa anticipa l’uscita del portiere rosso-blu Martina. Ed è proprio in quel momento che i 45000 del Franchi trattengono simultaneamente il respiro.

Il movimento di Martina è quasi da codice penale e finisce per colpire violentemente Antognoni alla tempia. Il numero 10 viola crolla a terra, esamine. Al contrario della situazione Doumbia, questa volta la gravità di ciò che sta succedendo è subito evidente. Onofri, capitano rosso-blu, ha le mani nei capelli e chiama a gran voce l’intervento dei medici. Di corsa arrivano il massaggiatore Raveggi ed il dottor Gatto, medico sociale del Genoa. Antognoni non respira, il cuore si è fermato. Di conseguenza Gatto non può fare altro che praticare un massaggio cardiaco al capitano viola. Dopo minuti che sembrano ore, Antognoni apre gli occhi e viene trasportato d’urgenza in ospedale.

Fortunatamente il simbolo della Fiorentina riuscirà a tornare in campo dopo 14 giornate. Purtroppo (o per fortuna, a seconda della fede calcistica) non sarà in grado di portare a termine l’impresa di riportare lo scudetto sulla riva dell’Arno. Il sogno si infrangerà all’ultima giornata sull’asse Catanzaro-Cagliari.

E sarà proprio un giocatore della squadra sarda, 17 anni dopo la vicenda Antognoni, a rendersi protagonista di un altro momento indimenticabile.

Allo Stadio Friuli si affrontano Udinese e Cagliari per l’undicesima giornata del campionato di Serie A 1998/1999. Il fantasista dei padroni di casa, Thomas Locatelli, punta la difesa rosso-blu prima di essere fermato dal difensore Gianluca Grassadonia. Nel contrasto Locatelli colpisce involontariamente la testa di Grassadonia con un calcio. Il giocatore del Cagliari perde immediatamente conoscenza.

Il più lesto a intuire cosa sia successo è Alessio Scarpi, portiere del Cagliari. Proprio come Aurier, Scarpi, con i guanti ancora addosso, rivolta la lingua di Grassadonia e tenta immediatamente una respirazione bocca a bocca. In quei frangenti subentra anche il medico sociale dell’Udinese, il Dottor Indovina, che prova con il massaggio cardiaco. Anche in questo caso Grassadonia si risveglierà tossendo dopo pochi istanti colmi di paura. Il peggio è passato.

Il Cagliari perderà 2-1 quella partita e Scarpi in occasione del secondo gol non è esente da colpe. Nonostante questo, rimarrà nella storia il voto assegnato al portiere dalla Gazzetta dello Sport: 10. Ecco la semplice quanto inattaccabile motivazione:

L’ intervento fondamentale è il bocca a bocca su Grassadonia che non respira più. Salva una vita, mica un gol

Esperienze tanto intense influiscono sulla comune percezione della normalità. Quello che di solito diamo per scontato assume di colpo maggiore importanza. Una partita, un’altra e poi un’altra ancora. In casa, in trasferta e poi ancora in casa. Squadra di club o nazionale. Per i calciatori (ma anche per i tifosi) le partite diventano una sorta di routine. Poi ogni tanto, indubbiamente, arriva una partita che ti fa assaporare delle sensazioni che mancavano da tempo. Poi di nuovo il vuoto.

Antognoni, Grassadonia e Doumbia sono scesi in campo in quelle partite come centinaia d’altre volte. Ma qualcosa è andato diversamente. Il destino li ha messi di fronte a situazioni difficili, situazioni che fortunatamente non hanno provocato gravi conseguenze. Ma è proprio grazie a quelle partite, quelle in cui il respiro è mancato, che Antognoni, Grassadonia e Doumbia hanno ricevuto il dono di godere pienamente di tutti gli altri momenti, anche quelli che prima erano scontati. Anche quelli in cui il respiro non è mai andato via.

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