Bruno Conti, quel caschetto che svolazzava in giro per il campo senza apparente logica ma solo perché aveva visto giocate che sarebbero arrivate 3-4 tempi di gioco dopo, quel Pollicino che in maglia giallorossa era odiato e rispettato da tutti a causa del suo talento, o grazie ad esso, ma che con la maglia azzurra ha fatto sognare un Paese intero e messo a tacere gente come Platini e Cruijff, quel giocatore meraviglioso che ha danzato per i campi di tutta Italia, non doveva fare il calciatore.

Oggi compie gli anni ed è tutt’ora un valente dirigente della Roma ed una bandiera che solo un uomo come Totti è stato in grado di ammainare ma Conti da buon nettunese doveva guardarsi il calcio da casa, in tv, quel poco di calcio che veniva mandato in onda, perché Bruno, da buon nettunese doveva giocare a baseball.

Il piccolo Bruno comincia a giocare fin da bambino a questo strano sport che negli anni ‘80 era conosciuto solo per le citazioni di Alberto Sordi in Un americano a Roma ma Conti ci è portato davvero e con il Nettuno Baseball City esordisce anche in Serie A ed il suo talento varca addirittura l’Oceano: alcuni dirigenti dell’Università di Santa Monica, in California, volevano a tutti i costi assicurarsi questo piccolo, veloce ma potente lanciatore mancino. Promisero al papà di Bruno un futuro brillante perché lo avrebbero fatto studiare e con i loro insegnamenti Conti sarebbe diventato sicuramente un ottimo giocatore della Major League Baseball ma papà Conti non voleva che il suo figlioletto a 15 anni varcasse l’Oceano per affrontare da solo una sfida dura come quella dell’high school e del college e non voleva assolutamente dividere la famiglia.

Bruno tentennava all’epoca, lo incuriosiva questa sfida, il Pacifico e le sue spiagge ma era un bravo teenager e ascoltò il suo papà, fortunatamente.

Non tutto fu rose e fiori però e la scelta fu tutt’altro che scontata sia perché negli anni ‘70 i calciatori non erano tutti milionari come oggi, sia perché Bruno di talento ne aveva eccome, ma era così piccolo che non tutti si facevano bastare il suo piede mancino e i primi anni a Roma fecero sorgere anche dei dubbi sulla sua scelta di qualche anno prima, perché magari aveva “sbagliato” sport. Così non fu e grazie anche alla gavetta fatta con la maglia del Genoa in cadetteria Conti esplose completamente diventando uno dei giocatori italiani più forti di sempre.

Non è finita qui però: dopo il Mondiale spagnolo la fama di Bruno Conti torna a varcare l’Atlantico, questa volta per la sua abilità con i piedi e non per il suo lancio micidiale e allora un grandissimo giocatore come Lenny Randle, 11 anni in MLB prima di giocare proprio con il Nettuno in Italia, si ricordò di alcune voci, che gli arrivarono anche dal paese stesso vergato dai Marines che hanno introdotto in Italia il baseball e cercò in tutti i modi di convincere Bruno Conti a tornare a giocare a baseball anche se non a tempo pieno.

Randle non fu esaudito, e incappò in un periodo nero della storia gloriosa nettunese che portò solo ottimi piazzamenti ma nessuno scudetto, mentre Conti regalò ai romani altri 7 anni di gloria, di felicità e di bellezza.

Bruno Conti, l’uomo che trovò l’America a Roma.

Off Topic: Il primo italiano a giocare in Major League Baseball è arrivato nel 2008, con Alex Liddi ai Seattle Mariners. Conti ci poteva riuscire 20 anni prima.

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