Se anche la FIFA si è ampiamente interessata al fenomeno Velasca, vuol dire che questa squadra, in fondo, accontenta un po’ tutti. Il documentario s’intitola The most artistic football club in the world, nella cosmopolita Milano, città della moda, dei servizi, della borsa, una Milano che ora si ama descrivere come il fiore all’occhiello del nostro Paese, e dove coesistono progetti eterogenei nel libero rispetto della creatività. L’AS Velasca s’inscrive in questa nuova connotazione del capoluogo lombardo, ma questa è una storia che il nostro Valerio Curcio ha già ampiamente descritto la scorsa settimana, in una rampante intervista al Presidente dell’AS Velasca, Wolfagang Nataclen. Abbiamo ritenuto entrambi che fosse necessario capirne di più, cercando di scovare le ragioni di questo grande interesse per il Velasca da parte dei media e della FIFA. Quale modo migliore, se non trascorrere una domenica da vero tifoso del Velasca? Perché per tifare i rossoneri tra calcio e arte, non serve l’abbonamento, non occorrono anni di stadio, e non serve ricordarsi le formazioni dell’annata vincente. Non serve nemmeno pagare l’ingresso per assistere alla partita domenicale, l’importante condividere la mission, i valori, lasciare da parte l’agonismo sportivo, e diventare un tifoso/collezionista.

Wolfgang Nataclen mi accoglie con la simpatia che mi aspettavo, sorridente e pronto per tifare i suoi ragazzi. E’ sorridente, rappresentativo di una bella unione tra due Paesi – Francia e Italia – che spesso amano farsi la guerra, soprattutto nel calcio. Qui Presidente e Tesoriere sono francesi, vice-presidente, amministrazione, giocatori e seguaci, italiani. Poco importa che il tempo non aiuti per l’esordio casalingo, il centro sportivo Triestina, di Via Fleming (periferia ovest di Milano), è già colorato dall’arte quando gioca il Velasca. Manca ancora un’ora alla partita, ma è già tutto pronto, ci sono le bandierine che rifiutano i canonici scacchi preferendo un andamento curvilineo, opera di Stephen Dean. C’è il tabellone artigianale per le sostituzioni, ideato dall’artista Patrizia Novello. C’è la nuova maglia, già sfoggiata nell’esordio a Rozzano, dove domina incontrastato il – perdonate il gioco di parole – contrasto tra Adidas e Nike voluto dall’artista ZEVS, l’artista che ad Hong Kong ha anche sperimentato l’esperienza della prigione per le sue opere fuori dagli schemi. I simboli di due competitor l’uno sovrapposto all’altro, e sopra ad essi, l’unico sponsor, per forza di cose: Hummel, che fornisce l’attrezzatura tecnica dopo aver condiviso fin da subito il progetto Velasca. Wolfgang mi descrive questi pezzi d’arte, compresa la sciarpa con lo slogan Hic et nunc, mi racconta dei tifosi giunti sin da Tolosa per tifare il Velasca, e del movimento che si crea sugli spalti, dove birre o Borghetti fanno parte dell’atmosfera, come le singole iniziative coreografiche (dagli strobo alle bandierine).

 saluti iniziali

Il meteo avverso scoraggia i più, e per l’esordio casalingo contro i Wolves ci si limita alle classiche trombe da stadio, ma il tifo e la mentalità Velasca non mancano. Il Presidente Wolfgang però, in tutta la sua disponibilità, vuole anche dare spazio agli altri: «io ho già detto tutto a Valerio che è stato bravissimo (dice sorridendo), oggi tocca a loro». Loro sono il resto dell’organigramma, a partire dal vice-presidente Loris Mandelli, uno che di calcio ne ha masticato e vuole masticarne ancora, accomunandolo all’arte, non importa se nei gradini inferiori del calcio: «Terza categoria? Magari ci andremo, ma volevamo partire dal punto più basso per darci un’identità, e il CSI Open B è il livello adatto a noi per ora, poi col tempo puntiamo ovviamente a crescere, magari anche con una seconda squadra avanti negli anni». Loris entra nell’universo Velasca da un’altra piccola arte, quella del Fantacalcio: «a un certo punto ho pensato che si potesse creare una squadra vera. Dopo aver conosciuto il Presidente, che fa l’artista, abbiamo deciso di unire due mondi. L’emozione che dà Ibrahimovic è la stessa che può dare un quadro ad un appassionato di arte. Anche il direttore sportivo (Marco) era della mia stessa idea di creare qualcosa di nuovo». Se poi parli di Velasca, non puoi citare la fantastica attenzione alla grafica, il fiore all’occhiello della comunicazione e del social media management dell’AS Velasca: «una cosa nata dall’inizio – afferma Wolfgang – molte squadre invece devono inventare dopo queste cose, per noi invece era identità del nostro binomio tra calcio e arte». Nel frattempo, davanti a noi, la squadra si riscalda concentrata, agli ordini di Paolo Lopizzo e di mister Martino Petroselli, detto Tata, per fare l’eco al buon Tata Martino, che a fine partita commenterà da vero professionista: «ai punti meritavamo, ma se non la butti dentro non vinci» (la gara finirà 0-0, il secondo di fila, ma 2 punti nei primi 2 match, sono già un buon ruolino). Tra i giocatori, c’è chi ha fatto un passo meno ed è sceso di livello per abbracciare il Velasca, in una squadra che al suo secondo anno si è già ringiovanita, il più giovane è classe 1995, il più anziano ne ha 38. Un collettivo che, è giusto sottolinearlo, vuole diventare la terza squadra di Milano, come ha già sottolineato Valerio Curcio. Per il Velasca l’arte è talmente importante e di larghe vedute, che ad un certo punto mi trasformo anche io nell’intervistato: Loris vuole sapere meglio di cosa si occupa Io Gioco Pulito, e nel giro di un minuto siamo già a parlare degli sport minori e del calcio di provincia.

foto di squadra

Tutti in campo, non può mancare la foto di squadra, come nei grandi palcoscenici (ma non solo l’undici titolare, tutto il team), con l’opera di ZEVS sul petto di tutti i giocatori. Ci si accomoda in tribuna, con tutto lo staff. Ci sono i primi tifosi, si avvicinano due artisti «cui non importa niente del calcio, ma sposano il progetto», ammette Wolfgang. Il supporto c’è, i colori anche, magari mancano i tradizionali cori da stadio, ma il calore Velasca si fa sentire, tra calcio e arte (mentre nel campetto accanto, un collezionista si allena con la maglia dello scorso anno, quella con l’opera d’arte del mattone forato). Tra i tifosi c’è il direttore sportivo Marco De Girolamo, simpatia e goliardia per 90 minuti: in rigorosa divisa Velasca, incita i suoi, scherza sugli errori arbitrali e anima il pomeriggio (improvvisamente) freddo. Tra il pubblico, c’è anche Vega, neo-acquisto non convocato dal mister: «avevo voglia di tornare a giocare a pallone, la passione è sempre tanta e il progetto Velasca è una piacevole scoperta con valori ben trasmessi dal Presidente, per scostarsi dalle logiche del calcio-business, perché il fascino delle minors non manca mai». La platea segue la partita come se fosse la vera squadra del cuore, non c’è un secondo in cui Wolfgang, Loris e soci non distolgano la sguardo dal campo, non passano due minuti senza che il tesoriere faccia suonare la trombetta, oggi gadget per eccellenza. Dopo 90 minuti combattuti che terminano a reti inviolate, tutta la squadra, mister compreso, si prendono gli applausi e ringraziano il manipolo di tifosi che non ha mancato l’appuntamento con la prima in casa, per l’inizio di una lunga serie e di una nuova stagione in cui si vedono già margini di miglioramento rispetto a prima (non sarà che Io Gioco Pulito porta bene al calcio artistico?). A fine gara, c’è tempo anche per sentire le parole di chi c’è stato in dall’inizio, come Filippo Guarino, presente dal giorno uno: «la cosa bella è che vieni trattato quasi come un giocatore professionista. Avevo lasciato il calcio con la FIGC da quattro anni, ho trovato qui un bellissimo gruppo di gente che ti tratta benissimo, rendendoti importanti con shooting, magliette personalizzate, progetti dedicati, trattando la società come se fosse di primo livello, cosa molto fondamentale. E le persone sono veramente fantastiche, quest’anno in più c’è grande voglia di vincere». Una motivazione che ho potuto respirare fin dalla prima stretta di mano con Wolfgang e Loris. La domenica Velasca è questa, con una media di appena 20 spettatori che non intacca gli obiettivi e i progetti del club più artistico d’Italia. Professionisti, fatevene una ragione, perché nel CSI milanese, c’è chi vive calcio e arte come una cosa sola, ed è in questo binomio che sta vincendo la sua partita più importante.

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