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Calcio

Atalanta-Roma, un’altra chiave di lettura

Lorenzo Contucci

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Se, quindi, la premessa doverosa da fare è che i disordini di Bergamo sono deprecabili (e che senz’altro si deve solidarizzare con chi ne è rimasto vittima), è anche vero che può venire il sospetto che gli stessi siano stati successivamente mediaticamente ingigantiti per precise finalità.

Chi scrive pensa che ad ogni azione debba corrispondere una reazione, purché questa sia proporzionata.

Diversamente argomentando, ben potrebbe essere punito con pene incredibili chiunque commette un qualsiasi reato, a prescindere dalla sua tipologia e dalle circostanze.

Ed allora, la realtà dei fatti di Atalanta/Roma vede un’apertura del settore ospiti – che il sottoscritto condivide atteso che non si deve rinunziare a gestire l’ordine pubblico quanto, semmai, gestirlo – per una partita a rischio vista l’atavica rivalità tra le tifoserie.

Le gestione, tuttavia, è stata eccellente nella prima parte, atteso che tutti i tifosi della Roma sono riusciti ad accedere senza difficoltà e con una corretta organizzazione nel settore ospiti del vetusto e cittadino stadio bergamasco.

Più perplessità desta  il dopo partita, gestito nell’oscurità della sera e ciò in quanto – ad avviso di chi scrive – è stato un errore consentire durante il deflusso dei romanisti la presenza di tifosi atalantini a breve distanza dal parcheggio del settore ospiti, così come è stato un errore lasciare aperto il cancello che separava detto settore dal resto.

In queste situazioni, solitamente i tifosi ospiti vengono fatti defluire nell’antistadio quando di tifosi di casa, in giro, non ce n’è nemmeno l’ombra, ma in questo caso l’uscita è stata fin troppo rapida, con sorpresa di tutti.

Ciò detto in ordine al fatto, che poi si è sviluppato con il lancio di molti lacrimogeni a fronte di disordini di gravità limitata, si è quindi assistito a un clamore mediatico di grande risonanza, condito anche da foto false che riguardavano altri disordini avvenuti in Francia durante manifestazioni politiche.

Cui prodest?

Sicuramente a chi gestisce l’ordine pubblico, che in situazioni mediatiche di questo tipo non avrà difficoltà a riaffermare la correttezza del suo operato, anche quando riguarda situazioni ingiuste come le famose barriere introdotte allo Stadio Olimpico, che nulla hanno a che fare con la gestione dell’ordine pubblico a Bergamo.

Oltre a ciò, si avrà vita facile a disporre misure eccezionali che comprimono i diritti di tutti per i comportamenti tenuti da pochi, secondo la concezione del diritto penale tedesco ante 1945.

E’ infatti evidente, senza perdere la bussola della ragione di fronte alla canea di chi strilla titoli sui giornali, che nel momento in cui si vocifera in ordine al fatto del voler chiudere tutte le trasferte ai tifosi giallorossi, con buona pace della tanto sbandierata tessera del tifoso, si deve respingere alla base il concetto, perché travalica i poteri dello stesso Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, a meno che non gliene vengano dati di nuovi.

L’ONMS, infatti, non dovrebbe essere una sorta di giudice sportivo delle tifoserie, perché il ruolo che gli ritaglia la legge è quello di valutare i profili di rischio di ogni singola partita ed alzi la mano chi pensa che un’ Atalanta/Roma è rischiosa come un Sassuolo/Roma.

Se, poi, la strada che si intende perseguire è quella del colpirne molti per educarne pochi, ben posso dire che la stessa non è affatto corretta e che rischia di portare ad amare conseguenze anche per la vita civile, visto che i provvedimenti che si adottano per gli stadi, al limite – se non oltre – del costituzionalmente consentito, vengono poi agevolmente esportati anche al di fuori del recinto sportivo, come la storia ha già dimostrato.

Ma quando il popolo se ne accorgerà sarà troppo tardi.

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18 Commenti

18 Comments

  1. Antonio

    novembre 23, 2016 at 12:09 pm

    Articolo fantasioso per non dire altro di un tifoso romanista.
    1) Eccellente nella prima parte ?
    Come no, con la partita sospesa per i fumogeni lanciati dai romanisti, in campo e verso la curva sud atalantina
    2) Gli scontri, pesanti con feriti, sono stati SOLO tra romanisti (razzi,petardi, fumogeni – complimenti ai controlli- e polizia, non con tifosi locali che erano a distanzae non hanno fatto assolutamente nulla.
    3) Questi della roma che vanno in trasferta sono professionisti del caos, come si fa a condividere che sia stata permessa la trasferta a questi ?

    Se succedeva a parti invertite partiva la solita campagna mediatica contro i tifosi dell’atalanta con chiusure di curva e mille provvedimenti. Coi romanisti, invece, naturalmente, tutto molto soft. Bravi.

    • ANDREA

      novembre 23, 2016 at 4:36 pm

      Commento altrettanto fantasioso, per non dire altro, di un tifoso atalantino anti romanista. Bravo!

      • Antonio

        novembre 23, 2016 at 9:44 pm

        Dopo domenica un po’ di anti-romanismo ve lo meritate, non credi ? Scherzo dai non prendertela, però evitate di lanciare bengala sulla gente

        • Giacomo

          novembre 24, 2016 at 3:41 pm

          Con noi provvedimenti soft?! Ma se siamo gli unici in tutta Italia con le barriere allo stadio, non immagini neanche che situazione invivibile sia diventata andare all’Olimpico. Ciò non toglie che i disordini di domenica siano eventi deprecabili, i quali tuttavia sono stati ingigantiti oltremodo.

  2. Matteo

    novembre 23, 2016 at 12:49 pm

    Antonio ma la tua polemica che basi ha?
    1) il termine eccellente si riferisce alla gestione del flusso di tifosi verso il settore ospiti. Parli di partita interrotta ma a me sembra che dopo pochi secondi in cui De Rossi ha richiamato la calma, si sia ripreso a giocare ( in tutto l’interruzione, come la chiami tu, sarà durata un minuto scarso).
    2) non leggo da nessuna parte in questo pezzo che gli scontri siano stati con i tifosi dell’Atalanta. Tra l’altro non c’è nessun fermo per i romanisti coinvolti.
    3) quando parli di professionisti del caos generalizzi in maniera molto superficiale, visto che il settore ospiti era ben nutrito di romanisti ma credo che abbiano partecipato agli scontri solo poche persone. Sarebbe come dire che tutti gli Antonio di Italia non leggono con attenzione alla luce del fatto che tu non l’hai fatto.
    Infine la tua conclusione: parli di misure soft senza probabilmente conoscere la situazione romana. Basta aprire un giornale o guardare in tv ogni tanto anche il TG per scoprire quanto i tifosi romanisti siano considerati male. E, non a caso, le misure delle barriere sono state introdotte solo all’Olimpico.E i provvedimenti sono all’ordine del giorno con multe per cambi posto o striscioni con Alberto Sordi
    Per il resto credo sia lampante come nell’articolo non si avalli nessun comportamento violento ma semplicemente si evidenzia un problema di gestione dell’ordine pubblico, palesemente deficitario.
    Antonio, per favore, la mattina consiglio colazione abbondante per evitare svarioni del genere. Saluti

    • Antonio

      novembre 23, 2016 at 9:42 pm

      caro Matteo, se io forse non conosco non abbastanza la situazione romana, tu proprio ne sai meno di zero di quella di bergamo e delle punizioni severe che puntualmente la tifoseria ha ricevuto negli anni per fatti minori di quelli fatti domenica dai romanisti. Se per voi è normale che debba andare de rossi a placare gli animi, e che vuoi che sia un minuto, e razzi e bengala lanciati sulla gente, complimenti e continuate a tarallucci e vino, per poi accusare pesantemente domenica prossima un’altra tifoseria -non romana- che farà porcate simili.
      Io procedo con la colazione abbondante ma tu fai pure a meno della grappa, prima di mezzogiorno

      • Matteo

        novembre 24, 2016 at 12:43 am

        Io non accuso proprio nessuno, non ho fatto riferimento alla tifoseria atalantina come invece generalizzando hai fatto tu verso i romanisti. De Rossi che placa i tifosi è una scena che si vede in tante situazioni simili e sono certo (pur non avendo cercato, lo ammetto) che qualcosa del genere nella sua lunga carriera l’abbia fatta anche Bellini verso la curva bergamasca. Nessuno ha detto che i tifosi atalantini vengono trattati con i guanti bianchi come invece tu hai detto nei confronti dei romanisti. È vero devo smettere con la grappa prima di mezzogiorno altrimenti corro di nuovo il rischio di essere così confuso da rispondere ad eccezioni superficiali come queste. Ciao grande

  3. cb

    novembre 23, 2016 at 1:45 pm

    uno stato illiberale con comportamenti anticostituzionali tende una trappola bella e buona aprendo alla trasferta di Bergamo, nonostante imponga le barriere allo stadio! azioni di forza eccessive e spropositate, immagini riprese ad arte, giornalisti soloni che pubblicano fake ed i solti lettori aneurizzati che credono a tutto.
    proprio dei bei servitori dello stato alle dipendenze nostre e delle nostre tasche (cosa ben più grave, perchè si tratta di sostentamento di gente che altrimenti chissà se riuscirebbe ad arrivare a fine mese con le proprie forze e capacità personali)

  4. Flash Gordon

    novembre 23, 2016 at 1:59 pm

    Tentare di minimizzare quello che è successo è da pazzi.
    Già nel primo tempo i Romani tiravano bengala e fumogeni in direzione dei tifosi Atalantini,bombe carta agli addetti a bordo campo,tant’è che un bambino raccattapalle è stato sfiorato e portato via in lacrime.
    Questi sono animali e le autorità dovevano vietare la trasferta ma come si sa la Roma è protetta dall’alto e non si può toccare.
    Tentare di dare la colpa ad altri per gli incidenti di Domenica è mettersi al loro livello.
    Io ero allo stadio e ho visto tutto….VERGOGNA!!!

    • Alex A

      novembre 23, 2016 at 4:35 pm

      Secondo me ti hanno raccontato fregnacce, perché da quello che dici dubito che eri presente… la maggior parte dei fumogeni e petardi sono arrivati dalla parte dell’ Atalanta e se non avessero permesso ai bergamaschi di aspettare l’uscita degli ospiti non sarebbe successo niente!!! Circa 200 atalantini hanno cercato il contatto ripetutamente con la tifoseria opposta, avrebbero dovuto far defluire tutti prima di fare uscire gli ospiti. Poi basta con queste fantasie dei tifosi romanisti protetti dall’alto perchè Roma è la capitale… i tifosi giallorossi sono gli unici in italia bersagliati da provvedimenti e multe che ledono la libertà del cittadino!!! Tanto è vero che sono numerosi gli attestati di vicinanza ai tifosi della Roma, non solo dall’ Italia ma anche dall’estero, per i continui soprusi subiti. Il problema vero sono le persone come te, che parlano spinti da invidia e campanilismo da quattro soldi… insieme alla bocca accendi anche il cervello!!!

      • Paolino

        novembre 23, 2016 at 7:31 pm

        Mi auguro che le tue frasi siabobdelle battute..razzi lanciati dai bergamaschi? Dove li hai visti??non sono nemmeno stati lanciati indietro? Tentativigi attacchi de bergamaschi? Dove li hai visti…certo che scrivere falsità vi qualifica come tifoserie..per anni avete alcoltellato tifosi avversari godendo di immunità ora he “subite” repressione vi lamentate?

  5. Giuseppe

    novembre 23, 2016 at 3:15 pm

    Che si utilizzi la strategia della tensione in italia è quasi una routine.
    Poi chiedere alle persone di accendere il cervello è difficile.
    Fumoni, bengala, e botti si tirano in quasi tutti gli stadi d’italia. E’ cronaca degli ultimi giorni di risse in strada con accoltellamenti, risse in strada o nei locali (http://video.repubblica.it/edizione/parma/calcio-parma-padova-incidenti-fuori-dal-tardini/259765/260072), etc.
    Ma non credo che per queste tifoserie si alzino barriere, si impediscano le trasferte, si ghettizzino tuttyi i tifosi come accade a Roma.
    Poi certo per chi è abituato ad essere pecora, tutto quello che fa lo stato è giusto.

  6. LUCA

    novembre 23, 2016 at 6:53 pm

    Mi dispiace che non si è fatta chiarezza su cosa è avvenuto realmente domenica:
    1-I tifosi ospiti sono stati scortati dalla stazione allo stadio con le porte dei bus aperti ed erano pronti ad un qualsiasi attacco della tifoseria atalantina;
    2-Durante l’intervallo ho assistito con i miei bambini ad un gruppo di circa 40 persone che cantavano verso la tifoseria opposta “faccetta nera” e “Duce” a più ripetute e non hanno visto un secondo della partita;
    3-Alla fine 450 agenti e due elicotteri non sono riusciti a tenere ~100 sbandati che volevano caricare i tifosi atalantini;
    4-non dimentichiamoci che queste cavolo di partite servono solo a far pagare gli straordinari alla polizia perché se i Romani stavano a casa non sarebbe successo niente di tutto questo.
    In conclusione una volta avevo 20 anni e certe cose le vivevo e non le capivo ora mi sembra tutto più chiaro e mi rendo conto che è tutto studiato.
    Da tifoso atalantino faccio i complimenti ai ragazzi della curva che non sono cascati nella trappola preparatagli.

  7. Sergio

    novembre 23, 2016 at 7:16 pm

    Tutti contro Roma e i Romani…mastikazzi…v’avemo sempre fatto male è ve lo continueremo a fare…AVE STRONZI

  8. rosario

    novembre 23, 2016 at 7:46 pm

    @alex a le fregnacce le dici tu e tutti quelli ke straparlano senza sapere un kazzo.ERO PRESENTE NEL GRUPPO DEI 200 CHE STAVA FESTEGGIANDO PER LE MAZZATE KE VI ABBIAMO DATO CALCISTICAMENTE PARLANDO.DA GIORNI SI PASSAVA PAROLA KE I ROMANI NON LI AVREMMO CAGATI E COSI E STATO.NESSUNO VI HA ASPETTATO,NESSUNO VI A TIRATO NIENTE. LO SAPETE SE VOGLIAMO KASINO FACCIAMO KASINO. NON VI ABBIAMO CONSIDERATO.PER IL KASINO KE AVETE FATTO,4 LEONI KE APRONO UN CANCELLO E ALL ARRIVO DELLA CELERE FUGA VELOCE PER POI RITORNARE LEONI QUANDO IL CANCELLO ERA CHIUSO. FORZA ATALANTA AVANTI ULTRAS

    • Alex A

      novembre 24, 2016 at 12:17 pm

      Non ho mai detto che ci avete tirato qualcosa… le tue parole confermano le mie, se non vi avessero fatto stare dove non dovevate essere (come succede in tutti gli stadi d’Italia, soprattutto nelle partite considerate a rischio) quei due stupidi non avrebbero fatto niente. Perché in realtà tutto il casino pubblicizzato non è stato altro che la sparata di un paio di persone! Tutti i giornali e televisioni hanno però parlato di guerriglia urbana, del tutto inventata… condendo i servizi con immagini di altre partite e altri incidenti estranei ai tifosi della Roma!!! Un conto è la rivalità tra tifoserie, un altro è il rispetto per chi condivide le stesse passioni ma con colori diversi… ti definisci Ultras, allora dovresti riconoscere quello che ci stanno facendo, perché un domani potrebbe succedere a voi. Cercano di far passare per atti criminosi la bravata di qualche ragazzino… ma la protesta civile di migliaia di persone, che con un abbonamento in tasca (comprato con sacrificio) sono quasi due anni che non entrano allo stadio, non la pubblicizza nessuno. Stanno cercando di uccidere il movimento ultras giallorosso… vi auguro che non vi succeda la stessa cosa, ma stai sicuro che se succedesse trovereste la nostra solidarietà, senza con questo mettere in dubbio la rivalità tra tifoserie che rimarrà sempre.

  9. stefano

    novembre 23, 2016 at 10:30 pm

    Dite quello che volete romanisti. Avete preso 2 pere e ve le potete mettere nel c…… Ahahahahahh

  10. Gianvy

    novembre 24, 2016 at 6:39 am

    Secondo la strategia di “regime” romanista, al quarto giorno (dal danno) viene fuori compatto il fronte “assoluzione”… Entro sabato vedrete che si scoprira’ che non erano romanisti …ma laziali travestiti. Gia’ visto grazie …
    Marco Travaglio, per favore, perche’ non ti occupi tu di “calcio” ? Ci vorrebbe una bella ripulita da questo fradiciume insopportabile

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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