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Atalanta-Roma: testimonianze, montatura mediatica e responsabilità individuale

Simone Meloni

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Approfondire ciò che è successo all’esterno dell’Atleti Azzurri d’Italia non significa sposare episodi violenti o atteggiamenti idiosincratici nei confronti della legalità (che tutti deprechiamo e dai quali ovviamente ci preme prendere distanza), ma cercare di fare informazione in maniera corretta. E per fare ciò, generalmente, bisogna aver assistito ai fatti. Parlare, scrivere e giudicare da desk è spesso dannoso e fuorviante.

“Ci hanno fatto uscire stranamente molto presto – racconta Antonio (nome di fantasia), presente a Bergamo -. I pullman per la stazione erano davanti e sono partiti subito, mentre quelli destinati al parcheggio di Via Spino (dove chi è arrivato in auto è stato caricato su bus urbani), erano dietro. Vicino alla tribuna scoperta cominciano alcuni problemi tra bergamaschi e polizia, questi ultimi lanciano i lacrimogeni e il fumo arriva fino a noi. A questo punto, per non soffocare, scendiamo dai pullman per trovare dell’acqua da mettere sugli occhi e dei fazzoletti. Il cancellone d’uscita è incautamente e stranamente lasciato aperto, qualcuno di Roma (non certo duecento come ho letto, saranno state una ventina di persone) prova ad uscire e si creano alcune tensioni con la celere. Il tutto dura massimo quattro minuti. Dopo un quarto d’ora – termina – le forze dell’ordine decidono di identificarci tutti, riprendendo con una telecamera i nostri documenti, gli abiti, le mani e i piedi. Riusciamo a tornare al parcheggio soltanto alle 19,20”. Anche Mario (nome di fantasia) consta qualche stranezza nella gestione del deflusso: “Ero sui pullman diretti al parcheggio, con la mia ragazza – dice -. Dopo l’uscita di quelli diretti alla stazione ci hanno fatto temporeggiare, non so perché. Poco dopo cominciano i problemi con i tifosi dell’Atalanta, dall’altra parte del cancello ed arrivano alcune bombe carta nella nostra zona, “ricambiate” anche da parte di qualche romanista. Alcuni tifosi giallorossi scendono per reggere il cancellone, lasciato aperto, e là partono delle cariche che definirei esagerate, considerata anche la presenza di donne e bambini, il numero esiguo di persone che hanno reagito in maniera veemente e lo spazio angusto dove eravamo chiusi (la zona tra il prefiltraggio e i tornelli è recintata e senza vie di fuga). Nei video che sono stati diffusi i fatti si vedono solo parzialmente, quindi è difficile capire bene cosa sia successo. Ripeto, non comprendo perché ci abbiano fatto uscire subito ma poi costretti a rimanere nel parcheggio. Non penso fosse impossibile organizzarsi per far defluire tutti e due i tronconi di tifosi. Se così fosse stato non sarebbe successo nulla. Un’organizzazione alquanto fallace”.

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C’è poi chi come Patrizio (nome di fantasia) si lamenta per il lancio di lacrimogeniavvenuto ad altezza uomo dice. “Sono stato colpito sulla spalla dove fortunatamente il giubbotto era rinforzato dalla presenza dello scaldacollo nella tasca superiore. Ho riportato solo un livido (foto in basso)”. R.V. invece sottolinea come “All’uscita la situazione era tranquillissima, si poteva andare via senza problemi come hanno fatto i bus per la stazione e altri due privati. Invece ci hanno tenuti stipati nel parcheggio e quando è iniziato il lancio di lacrimogeni, in seguito a quello di bombe carta provenienti da fuori, siamo semplicemente scesi per respirare. Faccio parte di un club, non sono un ultras. Ma posso tranquillamente dire che la situazione stava degenerando e quei ragazzi che si sono avventati sul cancello lasciato aperto lo hanno fatto per difendersi. Sicuramente hanno sbagliato i modi. Ma volevano difendersi”. Infine Claudio (nome di fantasia): “I lacrimogeni sono stati lanciati in mezzo alla gente, quelli tipo bomboletta di ossigeno, che se ti colpiscono non fanno di certo bene. Qui sono iniziati i disordini al cancello giallo (incredibilmente apribile dall’interno, un qualcosa di pazzesco!) visibili nei video ed è continuato il lancio selvaggio di lacrimogeni addosso ai presenti, anche a quelli più pacifici. Tempo dieci minuti e tutti siamo risaliti sui pullman per essere identificati uno a uno. Uno dei graduati ci ha intimato: “O vi fate identificare uno a uno o i miei uomini vi ammazzano di botte”. Avrebbero almeno dovuto aspettare a lanciare in maniera così sconsiderata tutti quei lacrimogeni. Si è rischiato qualcosa di più grave della tosse e delle lacrime”.

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Eppure le agenzie, i video e le fotografie viaggiano immediatamente spedite. Sport Mediaset mette in primo piano una fotografia degli scontri in Francia, durante un corteo contro la legge sul lavoro, spacciando i soggetti per romanisti (Gandini ne chiederà subito la rimozione). Sky TG24 dedica un canale specifico e tutti i giornali riportano la notizia. Gonfiandola e modellandola ad hoc. Cavalcando l’ondata di terrorismo psicologico alzatasi sin dall’inizio della settimana. Senza porsi alcun quesito. L’importante è dare la notizia, esacerbarla e fare spallucce sul contenuto della stessa. Arriva prima il clamore della verità al giorno d’oggi.

Si invocano pene esemplari, annientando subito tutte le istanze piovute fino a quel momento circa la questione barriere. “Forse qualcuno non aspettava altro” dice una divulgata vox populi. Qualcuno vorrebbe sminuire anche la società che, nei panni di Baldissoni, proprio prima del fischio d’inizio ha nuovamente alzato la voce:“Le barriere non sono degne di un Paese civile”. E intanto è la tifoseria resta “sotto osservazione”. In prima istanza viene da porsi una domanda: a cosa è servito identificare uno a uno gli occupanti dei pullman? A cosa servono i biglietti nominativi, la tessera del tifoso e le telecamere istallate in ogni angolo degli stadi se poi si lascia comunque una spada di Damocle pronta a punire migliaia di supporter alla rinfusa? Mica si vorrà suffragare la tesi di chi vede la maggior parte di questi strumenti come un’elefantiaca macchina burocratica per allontanare i tifosi dagli stadi e non per sconfiggere eventuali fenomeni di violenza? I media main stream, pronti a sfregarsi le mani domenica sera, hanno provato a ragionarci invece di ergersi a giudici divini scesi in terra?

Si preferisce la via del proibizionismo. Come si fa ormai da quindici anni a questa parte. Come si farebbe a scuola. Marco nasconde il cancellino? Tutta la classe non va in gita. “I tifosi della Roma non hanno superato l’esame di maturità”. Ma forse sfugge che i tifosi della Roma non sono bambini. Sono adulti e vaccinati. E come tutti i cittadini hanno delle loro responsabilità ove commettano reati. Queste sono e restano individuali. Come ha sottolineato sempre Baldissoni, ieri mattina. Evidentemente una bella fetta di stampa e istituzioni hanno semplicemente deciso che la Curva Sud deve morire. Lo hanno deciso i Stefano Pedica di turno, quelli che hanno invocato i divieti sempre e comunque (nonostante anni fa, in una delle sue molteplici fasi di trasformismo si dichiarasse vicino alle curve nella battaglia contro la tessera del tifoso) e quelli che con il loro populistico “Follia ultrà” hanno costruito carriere solo e soltanto dietro uno schermo del pc. Ingigantendo notizie e chiedendo pene esemplari, anche laddove  in sede legale gli esiti sono stati ben differenti (ogni riferimento ai tifosi prosciolti per gli incidenti di Vienna è puramente casuale) e anche dove questa fantomatica “guerriglia di Bergamo” non ha prodotto divieti a raffica come preannunciato da esimie penne.

Mettere tifosi contro tifosi per giustificare qualsiasi tipo di vessazione nei loro confronti e screditare una battaglia, quella contro le barriere, portata avanti pacificamente e in punta di diritto. Di fronte a queste imposizioni bisognerebbe pretendere che talune situazioni vengano analizzate in maniera neutra e veritiera. Non si capisce quale sia il nesso tra le barriere dell’Olimpico, gli episodi di Bergamo e il divieto di tutte le trasferte. Eppure si tenta di mettere tutto nel calderone. Foraggiando una campagna mediatica che ha già svolto i suoi processi (ancor prima della magistratura), ha già reso noto volti e nomi (e chissenefrega del diritto alla privacy e alla dignità umana) e ha già deciso che la Roma (ma in generale il calcio) non debba avere più il suo pubblico. Né in casa, né in trasferta.

Eppure non è una novità. Basti pensare, prendendo una storia a caso, al processo mediatico che subirono i tifosi del Napoli nel 2007 (con relativo blocco delle trasferte per tutto l’anno). Proprio dopo una trasferta a Roma in cui vennero accusati di aver distrutto un treno e creato disagi (il tutto smentito dalla Procura della Repubblica, da un articolo di un giornalista tedesco che effettuò la trasferta con loro e da un servizio realizzato da Rainews). Se questa deve essere la strategia della tensione del ventunesimo secolo cerchiamo di aprire gli occhi. Fare di tutta l’erba un fascio è quanto di più deprecabile possa fare una società socialmente avanzata. Siamo sicuri di esserlo?

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Francisco Franco e quell’odio per il Barcellona che andava oltre il calcio

Simone Nastasi

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Il 17 Luglio 1936 la sollevazione dell’esercito spagnolo in Marocco nei confronti del Generale Quintero dà inizio alla Guerra Civile Spagnola dalla quale dopo tre anni ne uscì vincitore Francisco Franco. Il dittatore nazionalista governò fino al 1975. La sua storia è legata al calcio e al suo rapporto con il Barcellona, simbolo dell’opposizione al Regime.

Se fosse vivo oggi, Hegel probabilmente direbbe che la sintesi del calcio è tutta qui. In questa sfida tra le due squadre che sono tra le più vecchie del pianeta ma sono anche le più titolate. Che in Spagna chiamano El Clasico, per ripetere a tutto il mondo che quando Barcellona e Real Madrid si incontrano, è come se il calcio mettesse davanti la tesi e l’antitesi. Non è solo una storia, ora finita con il passaggio alla Juventus, tra Leo Messi e Cristiano Ronaldo, che non a caso sono attualmente considerati i più importanti giocatori di calcio al mondo. Come non è stata in passato una questione tra Diego Armando Maradona o Emilio Butragueno, o tra Zidane e Ronaldinho. I più grandi calciatori della storia del calcio ad eccezione di Pelè (e pochi altri) hanno vestito chi la maglia dell’una o chi la maglia dell’altra. In qualche caso, come quello di Ronaldo Nazario da Lima, entrambe.

Eppure la storia del Barcellona o del Real Madrid non è legata a questo o quel calciatore. E’ piuttosto la storia di due squadre che rappresentano due modi diversi di intendere il calcio. Che sono anche e prima di tutto due modi diversi di intendere la Spagna. Due popoli, con storia, tradizioni diverse. Due lingue diverse. Da una parte quella della casa reale, che è anche la lingua ufficiale del Paese, il castigliano; dall’altra il catalano, la lingua ufficiale della Catalogna, che a Madrid considerano alla stregua di un dialetto. E che nel 1923 fu addirittura bandito dal generale Miguel Primo de Rivera. Una rivalità che risale ai primi anni di storia dei due club. Che si alimenta negli anni della guerra civile spagnola e successivamente del “franchismo”.

Primo de Rivera odiava il Barca tanto quanto il suo successore Francisco Franco. Il quale, tifosissimo del Real Madrid, vide nella Catalogna l’ultima roccaforte di chi si stava opponendo al suo colpo di Stato. Come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo” quando le truppe di Franco, una volta conquistato il potere, entrarono in città, “tra quelli da punire c’erano in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club. A tal punto che quando il suo esercito lanciò l’offensiva finale bombardarono il palazzo dove erano custoditi i trofei del club”. Addirittura il regime spinse per cambiarne il nome imponendo una versione castigliana: da “Barcellona Football Club” in “Club de Futbol Barcelona”.

Ma negli anni del “franchismo” arriva anche una delle sconfitte più cocenti della storia del Barca. Nella finale della Coppa del Generalissimo del 1943 il Real Madrid (la squadra del regime) surclassa per 11-1 i rivali blaugrana. Un divario che in realtà non ci sarebbe mai stato. Se, come racconta lo stesso Foer nel suo libro, un funzionario di Franco, prima della partita non fosse andato negli spogliatoi del Barcellona a “ricordare” a molti giocatori del Barca di poter scendere in campo quel giorno soltanto “grazie alla generosità del regime” che aveva concesso l’amnistia anche a chi si era opposto al colpo di Stato. In Catalogna considerano ancora quella sconfitta come “un altro favore” al potere di Franco. Durante il quale la squadra di calcio (come anche l’economia della città stessa che beneficiò dei sussidi e delle tariffe imposti dalla dittatura) conobbe però e nonostante l’avversione del Generalissimo, uno dei periodi più vittoriosi della sua storia. Paragonabile soltanto al periodo più recente nel quale il Barca a partire dall’era Rijkaard in avanti (passando per Guardiola e finendo a Luis Enrique) è stata la squadra per anni riconosciuta per essere la migliore al mondo. Mes que un club come recita la scritta che campeggia sulle tribune del Camp Nou. Uno stadio che sostituì il “Les Corts” che Franco, a differenza del suo predecessore Primo de Rivera, non volle mai radere al suolo. Per molti è sempre rimasto un mistero. Visto il suo odio nei confronti del Barcellona.

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

La parte gialla del governo giallo-verde ha dovuto battere un colpo, c’è davvero timore per questo decreto nel mondo del Gambling o si ha la sensazione che siamo di fronte alla classica legge italiana dove una volta fatta, si trova subito l’inganno e soprattutto non c’è controllo?

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese

Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescente di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?

Certamente le scommesse virtuali, introdotte dalla regolazione italiana nel 2014, hanno caratteristiche diverse dalle scommesse sportive. Tuttavia per ripetitività e istantaneità (l’altro carattere che induce alla ludopatia) sono ancora molto meno aggressive di altri prodotti di gioco come le slot e le videolotteries. Però non vorrei neanche mettermi a fare una classifica tra “giochi buoni” e “giochi cattivi”: tutti i giochi sono buoni se fatti con moderazione, tutti i giochi sono cattivi se fatti in modo estremo. Il problema reale è rendere l’offerta più controllata ed avere la capacità di intervenire quando fenomeni di ludopatia emergono nei comportamenti concreti dei giocatori. La rete retail deve meglio attrezzarsi in questo senso, il gioco online, già estremamente controllato e limitato, ha al suo interno tutti i dati perchè possa esserci un monitoraggio continuo. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che tutte queste iniziative possono essere fatte insieme agli operatori legali, mentre in reti illegali e parallele nessuna di queste azioni è possibile. Ogni volta che si agisce nel settore del gioco bisogna ricordarsi che esiste una rete illegale nella quale, di sicuro, non accade nulla che possa tutelare il giocatore. Creare spazi, indirettamente, in cui queste reti possono trovare sviluppo significa abbassare le tutele complessive per i giocatori che si vogliono proteggere

E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale in forma cash perchè puro azzardo, Texas legale in forma torneo, perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati?

Personalmente, la distinzione tra giochi buoni e cattivi non la comprendo. Io credo che sia opportuno responsabilizzare chi offre gioco e chi gioca. Limitare in modo eccessivo ciò che non piace può generare oggi effetti opposti inattesi. Io credo che sia opportuno aumentare le tutele ai giocatori e la qualità della rete retail in termini di attenzione al giocatore. Se poi si vuole ridurre la pubblicità per ridurre l’induzione al gioco posso essere d’accordo. E’ l’idea di usare la regolamentazione di settore per reprimere qualcosa che non piace (per motivi morali, sanitari o altro) che mi sembra sbagliata. Questo intento punitivo, associato ad una retorica piena di imprecisioni sul settore, mi sembra davvero un approccio molto deludente ad un problema che io per primo dico che esiste. Tuttavia parlarne tirando fuori i dati sulla tassazione calcolata sulla raccolta per dire che la pressione fiscale sul gioco è bassa (come ancora vedo fare anche da illustri opinionisti) mi pare più che una notizia giornalistica interessante un segno di sciatteria nell’analisi. E mi chiedo quanto il settore del gioco ha sbagliato negli scorsi anni per meritarsi adesso tanta approssimazione nel modo in cui viene rappresentato…

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