Se qualcuno avesse azzeccato le finaliste del torneo di Wuhan, l’ultimo Premier 5 dell’anno, e ci avesse scommesso su, a quest’ora sarebbe milionario. Perché trovare in finale Caroline Garcia e Ashleigh Barty era a dir poco improbabile. Due giocatrici che nell’atto finale del torneo hanno dato spettacolo, rendendosi protagoniste di un match intenso e combattuto, nel quale alla fine ha prevalso la transalpina dopo tre lunghi set.

La Garcia s’è così aggiudicata il torneo più importante della carriera. Una soddisfazione più che meritata, dopo che negli ultimi anni si era fatta notare sempre più spesso nel circuito, issandosi in questa stagione fino ai quarti di finale al Roland Garros e agli ottavi a Wimbledon. Per quanto riguarda la Barty, in quanti ne hanno sentito parlare prima di quest’anno? Davvero in pochi. E allora come mai una tennista sconosciuta fino allo scorso anno è riuscita ad raggiungere un traguardo simile?

 La storia dell’australiana classe ‘96 presenta elementi che la accomunano a tante colleghe. Come tante, fin da piccola veniva considerata una bambina-prodigio. La naturalezza con cui maneggiava la racchetta, la capacità di imprimere forza sulla palla, la bravura nella ricerca degli angoli, tutti fattori che la rendevano una predestina. Già a livello juniores qualche soddisfazione se l’era tolta: nel 2011, a soli quindici anni,  era arrivata la prima vittoria Slam a Wimbledon, seguita dalla semifinale raggiunta agli Us Open pochi mesi dopo, dove era stata estromessa indovinate da chi? Proprio dalla stessa Caroline Garcia che avrebbe affrontato anni dopo a Wuhan.

Le soddisfazioni e le ottime prestazioni erano arrivate anche a livello professionistico. Mentre per molte tenniste il passaggio al professionismo era stato traumatico, la Barty si era fatta notare fin da subito per le sue potenzialità. In singolare già nel 2012 aveva giocato tre match negli Slam, mentre nel 2013 erano arrivati degli autentici capolavori in doppio: in coppia con l’esperta connazionale Casey Dellacqua aveva raggiunto ben tre finali Slam (in Australia, a Wimbledon e agli US Open). Inutile dire che, soprattutto in Australia, il peso della pressione sulle spalle della giovane Ashleigh si era fatto sempre più opprimente. C’era chi la paragonava alla Stosur, chi la pronosticava tra le top -10, chi già la vedeva numero 1 al mondo.

 E così, dopo un 2014 ricco di delusioni, l’australiana disse basta. A soli diciott’anni, decise di appendere la racchetta al chiodo. Una scelta tanto inaspettata quanto comprensibile: a quell’età era impossibile gestire una pressione mediatica simile, quindi perché non liberarsene completamente?

Perciò Ashleigh abbandonò i panni della ragazza-prodigio, della tennista dal futuro radioso, dell’icona dei media sportivi nazionali. Eppure lo sport restava un pilastro fondamentale della sua vita, non voleva dedicarsi ad altro. Per questo, pochi mesi dopo il ritiro, decise di intraprendere la carriera da giocatrice professionista di cricket, altra sua grande passione. Una scelta singolare, che però non le permise di raggiungere gli stessi traguardi ottenuti con la racchetta in mano. Dovette abbandonare anche quella strada. Cosa fare adesso?

Com’è logico che sia, il richiamo del tennis è fin troppo forte. Prima era sempre stata condizionata dalle aspettative altrui, che l’avevano resa un robot, una macchina spara-palline che neanche si divertiva più in campo. Ora tutto è diverso. Lontana dai riflettori, Ashleigh riprende ad allenarsi a tennis e riscopre sensazioni per anni dimenticate. Il talento certo non l’ha abbandonata, quindi decide di riprovarci, di riprendere quel cammino interrotto sul finire del 2014.

 Nel febbraio 2016 si iscrive al torneo ITF di Perth, quasi in sordina. E’ lì che comincia la sua seconda carriera. Una carriera dapprima a bassa quota, tra tornei di livello non eccelso in cui poter riprendere dimestichezza col tennis e guadagnare punti utili nel ranking. Per poi, nel 2017, spiccare il volo nei tornei che contano.

In doppio, sempre in coppia con Casey Dellacqua, dimostra di essere sempre molto competitiva, raggiungendo la finale al Roland Garros per poi uscir sconfitta contro la Mattek-Sands e la Safarova. Ma è in singolare che arriva la svolta: pur partendo dalle qualificazioni, a marzo si aggiudica il primo titolo WTA a Kuala Lumpur, dopo aver sconfitto in finale la giapponese Nao Hibino.  E a luglio a Birmingham sfiora il secondo titolo in carriera, venendo battuta solo in finale dalla rediviva Petra Kvitova.ù

Ed eccoci qui, al torneo di Wuhan. Anche stavolta il titolo le è sfuggito per un soffio, ma le sensazioni sono ottime. A inizio anno era oltre la trecentesima posizione, ora è la n. 23 del ranking. Una scalata impressionante, che la proietta tra le tenniste più forti al mondo. Il tutto a soli 21 anni e malgrado un ritiro che l’ha tenuta lontana dal campo per oltre un anno. Un’impresa da predestinata, da futura stella del circuito? Forse. Quel che è sicuro è che Ashleigh Barty farà ancora parlare di sé. E chissà che forse non riuscirà ad esaudire i sogni di una nazione intera come l’Australia.

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